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venerdì 13 gennaio 2012

Se incontrate questo tipo di rivoluzionari, isolateli: sono mortiferi





So che la maggior parte degli uomini, compresi coloro che hanno dimestichezza con problemi della più grande complessità, raramente riesce ad accettare la verità più semplice e ovvia, se questa li costringe ad ammettere la falsità delle conclusioni che essi hanno orgogliosamente insegnato ad altri e che hanno intessuto, un filo dopo l'altro, nell’ordito della propria vita.
Tolstoj, “Che cos'è l'arte?”, 1897

Che la pace sia un valore è cosa che nessuno discute (anche i folli e i fanatici, a modo loro, vogliono la pace), ma non bisogna confonderla con la resa. Chi vuole la pace con Hitler, meriterebbe appunto di averla, e di godersela sino in fondo. Col male politico non si viene a patti, e pur di estirparlo è sensato pagare anche un alto prezzo di sofferenza. Il punto essenziale è che non si creda di lottare per il bene, se no si dà immediatamente ragione all'avversario: è appunto perché è buono che ci uccide. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l'incertezza. Per il tentativo. Per l'esperimento. Per l'avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all'avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c'è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all'imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall'11 settembre)”, in Dialoghi, anno II, n. 1, 2002, pp. 46-55.

Già da un po' di tempo ho espresso il mio parere che il 2012 sarà l'anno in cui le rivolte cominceranno a prendere una piega rivoluzionaria, specialmente in seguito all'attacco preventivo israeliano all'Iran. Perciò mi aspetto che il 2013 ed il 2014 siano anni Rivoluzionari con la maiuscola.
Ciò detto, per chi non conosce il mio pensiero, è bene specificare che sono recisamente contrario alla violenza aggressiva (chi dovrebbe desiderare di fare del male a qualcun altro?), ma anche alla nonviolenza e pacifismo, che ostacolano l’indispensabile autodifesa ed il ristabilimento della libertà e della giustizia (quando ce vo' ce vo'):
Sospetto però che le rivoluzioni facciano il gioco dei potentati e che quindi andrebbero evitate, se possibile. Gli scioperi di massa (una forma di violenza molto limitata e dignitosa) dovrebbero essere sufficienti a cambiare le cose (es. nell’epica sumera gli umani si ribellano al loro asservimento agli dèi gettando a terra gli attrezzi da lavoro – gli dèi sono ricondotti a più miti consigli).
Temo però che sia utopistico sperare nell’autocontrollo delle folle e, soprattutto, nel buon senso dei potenti dei nostri tempi; quindi è bene prepararsi ad un nuovo 1848:
Per questo è meglio fare una ripassatina di alcuni fatti storici.
Movimenti rivoluzionari sfociati in regimi tirannici: 1642 in Inghilterra (Cromwell), 1789 in Francia (Robespierre e Napoleone), 1848 in Francia (Napoleone III), 1917 in Russia (Lenin e Stalin), 1919 in Italia (biennio rosso - Mussolini), 1930 in Germania (Hitler), 2011 in Egitto, 2012 negli Stati Uniti?
La Rivoluzione del 2012 sfocerà anch’essa nel Terrore (perché conviene a chi intende instaurare un Nuovo Ordine patentemente anti-democratico),
ma si può cercare di interferire o magari addirittura interrompere questo genere di degenerazione. La storia ci insegna quali sono i leader che faranno il gioco del Potere.

Finché essi vivono non è possibile che vi liberiate dal timore umano…Non lasciatevi atterrire, dio è con voi.
Thomas Müntzer (1794 – 1525)

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza.
Maximilien Robespierre, “Sui principi di morale politica”, 5 febbraio 1794.

I popoli non giudicano come le corti giudiziarie, non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li piombano nel nulla… quale altra legge può seguire il popolo se non quella della giustizia e della ragione sostenute dalla sua onnipotenza?
Maximilien Robespierre, “Discorso per la condanna a morte di Luigi Capeto”, 3 dicembre 1792.

Io ho sostenuto, tra persecuzioni incredibili e senza appoggi, che il popolo non ha mai torto, io ho osato proclamare questa verità in un tempo in cui non era ancora riconosciuta; il corso della rivoluzione l’ha dimostrato.
Maximilien Robespierre, 25 febbraio 1793

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile…Sparta brilla come un punto luminoso in tenebre sterminate.
Robespierre, “Sui rapporti tra le idee religiose e morali e i principi repubblicani”, 7 maggio 1794

Il fine della rivoluzione è il trionfo dell’Innocenza.
Robespierre

Questa nostra Rivoluzione è una religione e Robespierre è il capo della setta. È un prete che governa i devoti…Robespierre predica, Robespierre censura, è furioso, solenne, melanconico, esaltato – ma tutto freddamente; i suoi pensiero fluiscono con regolarità, le sue abitudini sono regolari; tuona contro i ricchi e i grandi; vive con molto poco; non ha bisogni. Ha una sola missione – parlare, e parla incessantemente; crea discepoli…parla di Dio e della Provvidenza; si definisce amico degli umili e dei deboli…riceve la loro venerazione…è un prete e non sarà mai altro che un prete.
Condorcet (1743 –1794) su Robespierre, articolo apparso su Chronique de Paris

Voi dovete punire non solo i traditori, ma anche gli indifferenti; dovete punire chiunque sia apatico nella Repubblica e non faccia nulla per essa; giacché, dopo che il popolo ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che si oppone ad essa si pone fuori del popolo sovrano, e tutto ciò che è fuori del popolo sovrano è nemico.
Saint-Just, “Sulla necessità di dichiarare il governo rivoluzionario fino alla pace”, 10 ottobre 1793

ART. 1 “gli stranieri, sudditi dei governi con i quali la Repubblica è in guerra, saranno detenuti fino alla pace” – ART. 2 “Le donne, unite in matrimonio con dei francesi prima del 18 del corrente mese, non sono comprese nella presente legge, a meno che non siano sospette o mogli di sospetti” – ART. 10 “Il comitato di Salute Pubblica è egualmente autorizzato a trattenere in requisizione permanente tutti gli ex nobili e gli stranieri che crederà utile adibire ai lavori pubblici” – ART. 23 “Tutti gli oziosi, che saranno riconosciuti colpevoli di essersi lagnati della Rivoluzione, che non abbiano compiuto i sessant’anni e che non siano infermi, saranno deportati alla Guyana”.
Saint-Just, articoli proposti alla Convenzione.

[Il decreto del 6 settembre 1793 sospende l’ospitalità pubblica ed espelle gli stranieri nati nei paesi con cui la Francia è in guerra, perché considerati serpi in seno. Lo stesso farà Petain nei confronti degli Ebrei al tempo di Vichy. Gli stranieri “degni” di restare devono ottenere un certificato di ospitalità attraverso un garante e si suggerisce di costringerli ad indossare un bracciale tricolore con la scritta “ospitalità”, proposta terribilmente anticipatrice delle perversioni naziste, ma che fortunatamente non viene accettata].

La rivoluzione deve fermarsi quando abbia raggiunto la perfezione della felicità e della libertà pubblica per mezzo delle leggi. I suoi slanci non hanno altro scopo, e devono spazzar via tutto ciò che vi si oppone.
Saint-Just, “Frammenti sulle istituzioni repubblicane”, 1794

Perché allora non ricorriamo ai detenuti nobili ordinando loro di compiere ogni giorno questi lavori di riassetto delle grandi strade?
Saint-Just, 1794

Occorre obbligare ogni cittadino a collaborare all’attività nazionale…non abbiamo forse navi da costruire, officine da migliorare, terre da bonificare?
Saint-Just, 1794

Quello che costituisce una Repubblica è la distruzione di tutto ciò che la contraria.
Saint-Just

Noi faremo un cimitero della Francia, piuttosto che non rigenerarla a nostro modo.  
Jean-Baptiste Carrier (1756 – 1794)

Molti dei Francesi che ci avevano appoggiato ci guardavano come dei pazzi, come degli energumeni, spesso persino come degli scellerati.
René Levasseur de la Sarthe, giacobino, 1795.

Bisogna affermare apertamente, intendo in senso politico, e non in termini strettamente giuridici, il principio che motiva l’essenza e la giustezza del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve sopprimere il terrore, dirlo equivarrebbe a mentirsi o a mentire, ma dargli un fondamento, legalizzarlo in base a dei principi, con chiarezza, senza barare o nascondere la verità. La formulazione deve essere il più aperta possibile, perché solo la coscienza legale rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria creano le condizioni per applicarlo nei fatti.
V.I. Lenin al commissario del popolo per la giustizia D.I. Kurskij, 17 maggio 1922.

L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così, Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra nei luoghi del nemico: a casa sua, dove si diverte. Renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un solo istante di respiro, un minuto di sosta, fuori e persino dentro le sue caserme: attaccarlo dovunque sia. Farlo sentire una bestia braccata dovunque vada. […]. E dovunque ci sorprenda la morte, sia benvenuta, purché il nostro grido di guerra raggiunga chi è pronto a raccoglierlo e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi e altri uomini si preparino a intonare canti di lutto con il tambureggiare delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.  
Messaggio di Ernesto Che Guevara per la rivista Tricontinental (16 aprile del 1967), considerato il suo testamento politico.

La rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità.
Suong Sikoeun, uno dei leader dei Khmer Rossi (1975-1979)

Il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore.
Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale”, 2009.

Etichette come “terrorista” sono quelle che una cultura corrotta e decadente usa per designare quelle che persone che cercano di combattere il vero male nel mondo. Ben desiderava colpire tutto ciò che sta lentamente soffocando questo mondo e ha fatto qualcosa di prematuro, non autorizzato. Ma far saltare quel treno era sbagliato? No. stava combattendo il male con tutto il cuore.
Sorella Clarice Willow, “Caprica” (2010)

Altrettanto mortiferi sono i leader rivoluzionari che non sanno difendere la rivoluzione e la democrazia dalle mostruosità immorali appena elencate e dai rivoluzionari più prosaici, quelli falsi, privi di principi morali, irresponsabili, intringanti, parassiti della politica, delinquenti e terroristi, cinici ed arrivisti, quelli che detestano gli uomini di valore perché mettono in risalto la loro pochezza, l’insignificanza della loro persona e la miseria della loro personalità.
Tra i leader rivoluzionari inadeguati per eccesso di idealismo e mitezza, un esempio per tutti  è Alexander Kerenksij: “un uomo onesto, sincero e pronto a dare la vita per il suo Paese. Ma che non sa assolutamente niente dell’arte del governo e immagina di fare grandi cose quando elabora sulla carta piani per l’abolizione della pena di morte in tempi di guerra e di rivoluzione. Aborrisce forza, violenza e crudeltà e pensa davvero che sia possibile esercitare il potere con parole gentili e sentimenti elevati. Più di ogni altra cosa sembra compiacersi della sua purezza, umanità e idealismo. Un uomo buono, ma un cattivo leader, di fatto il tipo perfetto dell’intelletto russo” (Pitirim A. Sorokin, già collaboratore di Kerenskij nel governo provvisorio del 1917).
Ci sono analogie tra giacobinismo e bolscevismo: fede rivoluzionaria, esigenza di sovversione totale, epurazioni, “dispotismo della libertà”, magistero di ortodossia, implacabilità, radicalismo, assolutismo, egualitarismo radicale, messianismo, antiliberalismo, antiparlamentarismo, meccanismi di produzione dell’unanimità, centralismo politico ed amministrativo, cinismo, sospensione della realtà e trionfo del principio sul fatto, virtù indivisibile del popolo che perciò deve restare unito, fanatismo, violenza, terrorismo.
Saint-Just è grandiosamente scellerato, glacialmente narcisista e forse psicopatico. I leader rivoluzionari più radicali sono più spesso ventenni-trentenni, con poca esperienza di vita, che impongono la loro rozza, inesperta visione del mondo a tutti gli altri. Coltivano orgoglio, a volte crudeltà, quasi sempre un appetito di dominazione. Sono tigri erudite che non hanno ancora avuto tempo di diventare adulte.
Un fanatico austero, dal cuore freddo come la sua morale, Saint-Just si paragona a Tarquinio e Muzio Scevola. Lui e Robespierre usano spessissimo i termini “cuore”, “sensibilità” e “virtù”, come se dovessero supplire verbalmente alla loro mancanza di cuore, sensibilità e virtuosità. Saint-Just si attribuisce una ragguardevole dose di virtù, ma è un pessimo giudice di se stesso - come tutti gli esseri umani. Sfortunatamente le rivoluzioni nutrono mostri e sono alimentate da mostri. La violenza generalizzata è l’habitat perfetto per i mostri, per gli psicopatici integrati, quelli che s’irrigidiscono nei moralismi e si fissano intransigentemente sulle virtù etiche perché non hanno empatia e quindi non possono sapere cosa sia un comportamento spontaneamente morale. Una loro tragedia personale, da compatire, ma con esiti assolutamente devastanti per tutti gli altri:
Questi pifferai di Hamelin sono responsabili della conversione della rivoluzione in una crociata teocratica, in un moloch che divora gli esseri umani. In nome della loro certezza che siccome c’è una sola verità e loro sono riusciti a comprenderla, ad impadronirsene definitivamente, chiunque sia in disaccordo è motivato da propositi maligni. Robespierre si considera e dichiara vittima di persecuzione tutte le volte che qualcuno lo contraddice, si sente investito di una sacra missione, e patisce un’immensa frustrazione quando il mondo si rifiuta di sottomettersi al suo volere: conclude che solo la violenza purificatrice può ristabilire l’ordine naturale delle cose. Lo stesso discorso vale per Saint-Just. Sono entrambi sicuri che la cosa giusta da fare sia ridurre la diversità del mondo al proprio denominatore individuale. Il loro ego ipertrofico proietta sul gruppo la loro esigenza di uniformità, di una singola volontà, di un carattere unitario: la premessa di ogni politica genocidaria.
Sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine. Notiamo la stessa logica in Mao, Pol Pot, Stalin e Hitler, nella vicenda biblica dello sterminio dei Cananei, ma anche in Karl Rove. Nel 2002, un consigliere di George W. Bush, presumibilmente Karl Rove, spiegò a Ron Suskind: “Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.
O tutto o niente, o con noi o contro di noi, ora o mai più. La rivoluzione, come la guerra degrada le coscienze: “Quello che in tempo di pace viene considerato immorale, ingiusto, dannoso per la collettività, in tempo di guerra cambia di segno, si trasforma in valore positivo e viene perciò stimolato e incoraggiato. Non uccidere, non mentire, non tradire, ecc. sono tutte massime che devono essere ribaltate durante un conflitto lungo e radicale per il bene della collettività; inoltre deve essere sviluppata in tutti i modi una mentalità aggressiva, bellicosa, spietata se occorre. In altre parole la guerra crea un “nuovo universo morale” con regole e valori specifici che sono in contrasto profondo con quelli dell’universo morale dell’epoca in cui la società è in pace. Inoltre la guerra produce una mentalità manichea che porta a scomporre il mondo in amici e nemici e a guardare con sospetto gli stessi membri del gruppo di appartenenza, se questi manifestano in qualche modo un ardore sufficiente o addirittura riserve morali sulla lotta in atto” (Luciano Pellicani, “I rivoluzionari di professione”, 2008, p. 215).
Se pure è un male necessario, la rivoluzione resta comunque un male ed è uno strumento che non può mai divenire un fine. Una volta rimosso l’establishment, la rivoluzione deve finire e la democrazia deve prevalere – una democrazia autentica, non la democrazia dei fanatici che si considerano santi, unici depositari della virtù – altrimenti tutto sarà stato vano.
Seguendo Albert Camus, una genuina rivolta dev’essere umanista, deve prendere in considerazione l’umanità nella sua interezza. Non è il ribellismo egotista adolescenziale à la Nietzsche. Non è la rivolta del no. Il ribelle dice no ma dice anche sì, nel momento in cui compie il primo gesto di ribellione. La libertà che esige, la esige per tutti: “Mi ribello, quindi esistiamo”. La rivoluzione è sempre integralista (o tutto o niente), perciò tradisce invariabilmente lo spirito umanitario della rivolta. La misura è la cifra della rivolta. Non c’è rivolta senza una filosofia del limite. Sono gli psicopatici che rifiutano i limiti e non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Diceva Benjamin Constant (1767 –1830), ne “Gli effetti del terrore”: “Il terrore esiste solo quando il crimine diventa sistema di governo e non quando ne è il nemico; quando il governo lo prescrive e non quando lo combatte; quando organizza la furia degli scellerati e non quando invoca il soccorso degli uomini dabbene”.

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domenica 1 gennaio 2012

Si fa presto a dire amore




Ci sono solo quattro domande che contano nella vita, Don Octavio: Cosa è sacro? Di cosa è fatto lo spirito? Per cosa vale la pena vivere? E per cosa vale la pena morire?... La risposta ad ognuna è la stessa: solo l'amore.
Don Juan de Marco

Dici che ami il pollo e l'hai mangiato, dici che ami il fiore e l'hai tagliato, dici che ami il gatto e l'hai castrato. Dici che mi ami: sono preoccupato
Anonimo

L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L'amore non verrà mai menoLe profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Lettera ai Corinzi (13: 4-10)

Tre cose differenziano il vivere con l’anima di contro al vivere solamente con l’Io: la capacità di sentire e apprendere modi nuovi, la tenacia per percorrere una strada impervia, la pazienza di apprendere nel tempo l’amore profondo. L’Io, tuttavia, ha la tendenza naturale e la propensione a evitare l’apprendimento. La pazienza non è una sua dote.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

Voi pensate che noi siamo degli spietati criminali. Ma noi uccidiamo per amore, l’amore della nostra patria…Stiamo solo facendo della pulizia etnica, nulla di più
Paramilitare serbo, 6 giugno 1999.

Per amore dell' umanità, siate inumani!
Petizione rivoluzionaria alla Convenzione di Parigi.

In un romanzo vero ci sono tre personaggi che vivono e agiscono. Possiamo chiamarli San Giorgio, il Drago e la Principessa. Ogni romanzo deve conoscere il duplice tema dell'amore e della battaglia. Ogni romanzo deve avere tre personaggi: deve esserci una Principessa, l'oggetto da amare; deve esserci il Drago, l'oggetto da combattere, e deve esserci san Giorgio, che é il personaggio che ama e combatte. La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n'è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l'amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c'è sintomo peggiore di quello che vede l'uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c'è sintomo peggiore di quello che vede l'uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l'altra. Una cosa implicava l'altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell'umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo. Amare qualcosa senza desiderare di combattere per averla non é amore, ma lussuria.
G.K. Chesterton, “Una gioia antica e nuova : scritti su Charles Dickens e la letteratura”

Ci riempiamo la bocca con la parola amore, però amiamo rozzamente, narcisisticamente, in preda all’ansia, alla gelosia, alla dipendenza, all’aggressività, alla devozione, al desiderio, all’autocommiserazione ed all’invidia. Ci piace sapere che la persona che amiamo dice in giro che ci appartiene, come se amore e possesso coincidessero; preferiamo amare qualcuno finché la pensa come noi; uccidiamo per amor patrio.
Eppure, se non fosse per i mille modi, più o meno sgraziati o fulgidi, con cui tentiamo di amarci l’un l’altro, non sarebbe possibile attribuire alcun significato all’idea della dignità della persona, dell’inalienabilità dei suoi diritti: sarebbero involucri vuoti.
Non sappiamo amare, ma cesseremmo di essere umani se smettessimo di provarci. Qualcosa in noi, una saggezza più profonda ma non facilmente accessibile, ci spinge nella direzione giusta, anche se procediamo a tentoni. C’è speranza per noi.

mercoledì 14 dicembre 2011

Londra in fiamme! Preludio alla Rivoluzione Globale?



Troppe persone di sinistra tendono a pensare che gli ultimi della società sono essenzialmente buoni e i potenti sono essenzialmente malvagi.
Troppe persone di destra tendono a pensare che gli ultimi della società sono essenzialmente malvagi e i potenti sono essenzialmente buoni.
La cosa interessante delle violenze vandaliche estive nelle città inglese è che il profilo morale e psicologico degli uni (ultimi) e degli altri (primi) è molto simile ed è plasmato da una visione del mondo social-darwinista in cui il prossimo è uno strumento per elevarsi socialmente, lo status è tutto, il potere non riconosce limiti. Un qualcosa di radicalmente diverso, addirittura agli antipodi, rispetto alla visione egalitario-solidale di Occupy Wall Street e degli indignati.

All’inizio di agosto migliaia di giovani inglesi sono scesi per le strade assaltando negozi e scontrandosi con la polizia. La spiegazione ufficiale è che queste persone erano criminali nati e che le loro azioni non avevano alcun significato sociale e politico, non erano indice di alienazione, anomia e disperazione, ma solo il prodotto di un’educazione carente, di avidità, venialità, irresponsabilità, congenita corruzione morale, scaltro utilizzo delle nuove tecnologie per raggirare le forze di polizia. Governo e poteri forti non si sono assunti alcuna responsabilità, l’intera colpa è stata assegnata ai criminali e l’unico intervento giudicato necessario per rimediare alla situazione è stata la comminazione delle pene più severe contemplate dal codice penale per quel tipo di reati, per quel tipo di vandali privi di morale, di coscienza, di ragione.
La London School of Economics ed il Guardian hanno realizzato uno studio del fenomeno che fa finalmente luce sugli aspetti che il governo britannico e i media hanno volutamente sorvolato, semplificando immotivatamente una realtà molto più complessa. Per David Cameron la causa unica delle rivolte era da ricercarsi nelle bande di strada, le gang metropolitane. Purtroppo per lui proprio l’inchiesta governativa ha mostrato che solo il 13% degli arrestati ne faceva parte e che nella maggior parte dei casi non ha operato come tale:
I dati del Ministero della Giustizia indicano che il 64% dei partecipanti risiede nei distretti più poveri ed il 42% si deve avvalere delle “tessere annonarie” dei nostri giorni, sussidi sociali per comprare il cibo e poter tirare avanti. La disoccupazione giovanile è al 22%.
La ricerca della LSE ha rivelato che i rivoltosi erano molto più politicamente motivati di quanto ci si aspettasse:
La ricerca mostra i nessi con la “primavera araba” ed esclude che possano essere fenomeni locali, proponendo un confronto con i fermenti della fine degli anni Sessanta, che interessarono categorie diverse e paesi diversi ma erano accomunati da una vigorosa protesta contro un sistema iniquo e troppo trincerato per scegliere la via del negoziato e delle concessioni:
I testimoni parlano di una furia cieca ed indiscriminata, contro le cose e contro dei perfetti sconosciuti, guidata dal desiderio di infliggere quanta più sofferenza e danni all’ambiente circostante, indipendentemente dal fatto che si trattasse di poliziotti o meno. Se uno cresce in certi distretti metropolitani inglesi la vulnerabilità, la mitezza, la nonviolenza sono fuori questione. Si cresce imparando a lottare, a subire ed usare violenza. Se uno ha la fortuna di avere dei genitori decenti o una figura-modello allora può anche districarsi. Gli altri sono fondamentalmente condannati e si abituano presto ad un tipo di pressione che chi governa la nazione non ha mai esperito e non può neppure lontanamente immaginare. La pentola a pressione è esplosa con la crisi prima e le misure di austerità poi. Ma mentre nei paesi Arabi era fin troppo facile capire con chi ce la si doveva prendere, in Gran Bretagna i membri più alienati della società erano infuriati ma senza un bersaglio preciso (a parte gli agenti), senza riuscire ad individuare chiaramente dei responsabili principali, o un progetto per cui lottare. Così il tutto si è risolto in vandalismi e ruberie, ossia nella distruzione delle esistenze di altri concittadini che non hanno alcuna diretta responsabilità in tutto questo.
Questa miopia è dovuta al fatto che i politici sono stati molto abili nel favorire l’alta finanza fingendo di stare dalla parte dei cittadini e che per molti, in parte per colpa loro, è praticamente impossibile riuscire a capire perché alcuni se la passano così bene, partendo così avvantaggiati, ed altri fanno fatica ad arrivare a fine mese, a prescindere dagli sforzi che fanno per sollevarsi dalle loro condizioni di vita. È quel che succede quando la mobilità sociale si riduce al minimo, la gente diventa ogni giorno più sfiduciata e rabbiosa, i finanzieri sfasciano l’economia mondiale e poi si attribuiscono compensi favolosi, continuando a farlo, nella più completa impunità. 
Il che spiega perché la gran parte degli intervistati (81%) si aspetta che ci saranno altre sommosse e violenze nei mesi ed anni a venire e molti, a dispetto della aspre punizioni che sono state comminate, sono pronte a ripetere le stesse azioni. Avendo perso ogni speranza nel futuro e fiducia nella società, non sanno come sfogare la tensione se non in modo caotico e distruttivo. È probabile che la loro previsione troverà conferma: George Osborne, il responsabile del dicastero dell’economia, ha già preannunciato che il regime di austerità si prolungherà fino al 2017 e le stime del ministero prevede altri 710mila esuberi nel settore pubblico entro quella data:
La metà delle persone sentite nel corso dei procedimenti giudiziari veniva dal 20% più povero tra i distretti britannici. Solo il 51% dei devastatori si sente parte della società inglese, contro il 92% della media generale. Il 59% tra chi non studiava era disoccupato.
La miseria è stato un fattore determinante:

ALCUNE RIFLESSIONI
I grandi evasori e gli squali della finanza si permettono di definire parassiti i dipendenti pubblici e le famiglie che si avvalgono dello stato sociale e che subiscono gli effetti del comportamento scriteriato, immorale e PARASSITARIO dei primi.
La grandi aziende controllano la politica, che plasma la società attraverso le leggi che promulga, ma le multinazionali non sono organizzazioni etiche, anzi. Il loro comportamento è paragonabile a quello di uno psicopatico:
Perciò il risultato dell’influenza del grande capitale in politica può solo essere deleterio per la società.
Infatti il giornalista del Sunday Times Kevin Cahil ha pubblicato un libro intitolato “Chi possiede la Gran Bretagna” che documenta come il territorio sia per il 69% di proprietà dello 0,6% della popolazione. Di contro, circa il 70% della popolazione è concentrato sul 5,8% della terra. Non sorprende dunque che il costo dei terreni e delle abitazioni sia così alto e che i padroni di casa abbiano il diritto di pretendere che gli inquilini se ne vadano entro un mese, se non vogliono che l’affitto raddoppi. Un reddito annuo di 50mila sterline può non essere più sufficiente per ottenere un mutuo. C’è chi ha interesse a far sì che questa tendenza prosegua, a prescindere dai suoi salatissimi costi sociali.
L’importante è riuscire a far credere alla gente che i disordini siano provocati da criminali nati ed ignorare il fatto che questi siano cresciuti nei distretti più poveri, in aree in cui si rischia di essere accoltellati mentre si gioca per strada, dove la vita ha poco valore ed è virtualmente impossibile dare un più alto significato all’esistenza umana, propria e altrui, ma anche alla natura, all’arte, all’educazione, alla società nel suo complesso, alla coscienza/anima. Non c’è da stupirsi che divengano dei nichilisti arrabbiati, che credono unicamente nel proprio immediato tornaconto.
Qual è la differenza tra loro e chi fa in modo che milioni di famiglie ed intere nazioni si indebitino fino al collo, di chi investe nell’industria bellica che produce mine antiuomo e nei rifiuti tossici, che specula sul prezzo delle derrate alimentari, affamando milioni di persone, che impedisce lo sviluppo di tecnologie ed economie sostenibili, di carburanti non inquinanti, ecc. Almeno i vandali urbani sono sociopatici – l’ambiente li ha resi psicopatici. I dirigenti aziendali ed i grandi banchieri sono, di norma, nati con la camicia, quindi se si comportano da psicopatici non è per le pressioni ambientali ma per scelta o per una data configurazione neurologica:
Il fatto che abbiano un enorme successo, tanto da fare il buono e cattivo tempo in una società costituita da milioni di cittadini, attenendosi ad un codice di condotta spregevole ed antisociale, non è certo di buon esempio per le giovani generazioni. Sii immorale, farai strada! Non è un modello a cui i giovani possono restare indifferenti: l’onesto arranca, il furbo trionfa e può anche condizionare il modo in cui si definiscono le regole che si applicheranno a tutti, le leggi dello Stato, aggirandole a sua discrezione quando gli sono di ostacolo. Mi viene in mente quella pubblicità dei due giovani belli e vincenti che schioccano le dita e fanno apparire tutto quello che desiderano – si può immaginare un messaggio più diseducativo? L’unico significato che viene convogliato dalla televisione dei nostri tempi sembra sia essere: “materialismo è bello”, “edonismo è giusto”, “niente è sacro tranne il proprio tornaconto”, “l’unico diritto inalienabile è quello di poter trarre profitto”. Dobbiamo sorprenderci del fatto che persone “educate” dalla televisione crescano con l’idea che è legittimo sfasciare negozi per rubare oggetti di lusso e di status? Questa gente non ha più nulla da perdere, non ha mai avuto qualcosa da perdere. Se avessero avuto una qualche prospettiva non l’avrebbero certo messa a repentaglio a quel modo.
Chi crede che cercare di capire il loro comportamento per evitare che si ripeta equivalga a giustificarli merita solo degnazione.
Ci si può solo augurare che, prima di spirare, chi è stato spietato con il prossimo non sia più capace di mentire a se stesso e razionalizzare il male che ha fatto, giungendo ad una qualche forma di pentimento e redenzione.

domenica 11 dicembre 2011

Terrorismo islamico, omofobia e Terrore Rivoluzionario




Un essere umano è dotato di libero arbitrio. Può usarlo per scegliere tra il bene ed il male. Se può solo fare il bene oppure il male, allora è un’arancia meccanica, nel senso che ha l'apparenza di un organismo di bell’aspetto, colorato e succoso, ma in effetti è solo un giocattolo a molla che può essere caricato da Dio o dal Diavolo o, visto che ormai sta progressivamente rimpiazzando entrambi, dallo stato onnipotente.
Introduzione di Burgess all’edizione americana di “Arancia Meccanica” del 1986

L’idea che il mondo attuale sia corrotto così radicalmente da rendere impossibile qualunque miglioramento e che proprio per questo motivo il mondo che ad esso succederà debba portare con sé la perfezione assoluta e la liberazione definitiva, questa idea è una delle più mostruose aberrazioni dello spirito umano. La ragione sana suggerisce piuttosto: quanto più il mondo attuale è corrotto, tanto più lungo, difficile e incerto è il camino che lo separa dall’agognato regno della perfezione.
Leszek Kolakowski, “Lo spirito rivoluzionario”, 1982, p. 21

Quello che in tempo di pace viene considerato immorale, ingiusto, dannoso per la collettività, in tempo di guerra cambia di segno, si trasforma in valore positivo e viene perciò stimolato e incoraggiato. Non uccidere, non mentire, non tradire, ecc. sono tutte massime che devono essere ribaltate durante un conflitto lungo e radicale per il bene della collettività; inoltre deve essere sviluppata in tutti i modi una mentalità aggressiva, bellicosa, spietata se occorre. In altre parole la guerra crea un “nuovo universo morale” con regole e valori specifici che sono in contrasto profondo con quelli dell’universo morale dell’epoca in cui la società è in pace. Inoltre la guerra produce una mentalità manichea che porta a scomporre il mondo in amici e nemici e a guardare con sospetto gli stessi membri del gruppo di appartenenza, se questi manifestano in qualche modo un ardore sufficiente o addirittura riserve morali sulla lotta in atto.
Luciano Pellicani, “I rivoluzionari di professione”, 2008, p. 215

Nel 1921 Ernst Jünger osservò molto acutamente che la morte è la realizzazione ideale di una credenza, il suo complemento e completamento. Lo stesso vale per la fede di un terrorista: il contenuto conta poco, la convinzione è tutto. Essere degni del sacrificio della propria vita è la dimostrazione della propria superiore qualità e dell’immacolatezza del proprio spirito, cioè della propria sacralità. Il terrorista è un homo sacer, “nuda vita”, per riprendere un tema già sviluppato dal filosofo Giorgio Agamben. La sua condizione eccede quelle contemplate dal diritto umano e da quello divino: può uccidere senza essere accusato di omicidio e la sua morte volontaria è rituale per antonomasia.
Ma se di ritorno del sacro si deve parlare, allora è bene chiarire che sarebbe meglio concentrarsi su alcune sue componenti come “il magico”, “il sublime” e “l’epico”. La mitologizzazione della quotidianità si accompagna al titanismo di militanti che realmente credono di cavalcare la Storia, e di poter dare l’avvio alla rigenerazione palingenetica della civiltà (islamica, cristiana, giapponese, europea, ecc.). I fondamentalisti di ogni sorta semplificano la realtà fino a trasformarla in una caricatura di sé stessa, una funzione ad uso e consumo delle loro credenze ed intendimenti.
Il tempo e lo spazio ordinari evaporano nella loro coscienza rituale che si fonda sulla credenza millenarista che sia possibile accelerare l’avvento di un grande rivolgimento epocale che restituirà ai “puri” il ruolo di guide spirituali delle masse, assimilate all’immagine di un gregge di pecore disperso ed in attesa di un benevolo ma energico pastore. Tempo, spazio ed Ego si fondono nella comunità di destino che preannuncia la venuta di una nuova era e di una nuova umanità. Più che di religione sarebbe opportuno parlare di religiosità, o comunque di religione politica (e religione dell’Ego), per molti versi affine a quello che rappresentarono il nazi-fascismo ed il comunismo del secolo scorso per milioni di persone.
Questo sconsiderato riformismo ultraradicale non analizza le questioni sul tappeto prendendo in considerazione l’umanità per come è ora, con i suoi pregi e difetti, i suoi limiti e le sue potenzialità, ma per come dovrebbe essere, e per forza di cose sarà, quando l’onda fondamentalista avrà spazzato via la società materialista ed individualista dominante. Questa stessa ideale configurazione dell’umanità è il pretesto che giustifica il sacrificio di un certo numero di persone (terrorismo), o l’uso di determinati gruppi umani come capri espiatori (es. i Rom).
Accanto alla storia ordinaria, i militanti fondamentalisti costruiscono e mettono in moto una Storia “Nobile”, provvidenziale, ed una visione della vita totalizzante, cultista, dove tutto va esperito in maniera ed in misura assoluta e dove l’inversione o la sospensione o l’accelerazione – a seconda delle esigenze – dello scorrere del tempo restituirà all’ordine delle cose la sua integrità originale. È un’immagine confortante e sedativa, nonché gratificante per l’ego di chi, perdente radicale, si trova improvvisamente proiettato sul palcoscenico mondiale dove, per parafrasare Calvino, non un gesto e non una parola vanno sprecati, perché si è dalla parte del riscatto, della rettitudine, della purezza, in un mondo degradato, depravato ed impuro. L’istinto, l’emozione, l’intuito, la fede sopprimono la ragione: chi deve operare per migliorare la propria esistenza deve usare il cervello, chi si aspetta di essere salvato, deve solo attendere con fiducia, oppure andare incontro ad una morte “eroica”.
Questo dovrebbe risultare chiaro a chiunque si sia reso conto del fatto che lungi dall’essere espressioni specifiche di una rivitalizzazione dell’Islam “tradizionale”, i movimenti fondamentalisti musulmani sono in realtà una reazione estremamente moderna all’evento epocale che è stata la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione ideologica tra comunismo e capitalismo. Molti di questi estremisti pensano e parlano come i militanti anti-imperialisti del secolo scorso e gli anarchici di fine Ottocento che condannavano la modernità occidentale; oppure come gli indignati più zelanti.
L’obiettivo non è quello di recuperare un presunto idillio confessionale e sociale dell’umma dei tempi dei loro nonni e bisnonni, né quello di costruire uno stato islamico di tipo fascista, ma piuttosto quello di islamizzare la modernità e di porre rimedio alla perdita delle identità collettive, spazzate via dall’irrompere del cosmopolitismo individualizzante. In questo senso le analogie con altri movimenti fondamentalisti ebraici e cristiani, ma anche, come detto, con ideologie politiche radical-populiste del passato e del presente, sono davvero numerose ed impressionanti. Basti pensare che Osama Bin Laden iniziò la sua carriera di sovversivo combattendo per la liberazione dell’Afghanistan dall’imperialismo sovietico negli anni Ottanta.
Nel gennaio del 2008 è stata pubblicata sul prestigioso settimanale britannico “The Observer” una brillante inchiesta di Jason Burke, uno dei giornalisti di lingua inglese più competenti in materia di fondamentalismo islamico, avendo trascorso molto tempo sul campo, intervistando militanti islamici e combattenti afgani. Quest’inchiesta riesaminava le sue esperienze ed i dati riguardanti il profilo psicologico e sociale degli appartenenti alle cellule del terrorismo islamico inglese raccolti in questi anni dalle unità anti-terrorismo europee. I risultati sono stati spiazzanti per molti. Chi si aspettava che i terroristi fossero in genere poco più che adolescenti, e quindi più esposti al rischio di plagio, ha appreso che l’età media dei militanti britannici era di 29 anni. Chi riteneva che l’indottrinamento nelle moschee fosse un fattore decisivo si è dovuto ricredere: il ruolo degli istigatori non sembra essere quello di inculcare nei giovani il fanatismo religioso, tanto che la gran parte dei militanti è accomunata da un’abissale ignoranza dei fondamenti coranici e della politica internazionale. In genere non si tratta di maestri religiosi ma di conoscenti leggermente più vecchi, a volte amici, altre volte parenti. Le fonti governative rivelano che meno del 10 per cento delle attività degli estremisti sono ricollegabili ai luoghi di culto. La povertà non è un fattore scatenante. Meno del 20 per cento dei militanti proviene da ambienti disagiati, anche se in genere tutti si percepiscono come sottoimpiegati. Né si tratta necessariamente di figure asociali: un terzo di loro è sposato e circa un quarto di loro ha almeno un figlio. Almeno uno su tre ha conseguito la laurea o una specializzazione equivalente mentre molti altri, nel momento in cui si sono lasciati coinvolgere dal radicalismo islamico, erano studenti, spesso di discipline tecniche e scientifiche, in special modo ingegneria ed informatica.
Quasi sempre la spinta finale è fornita dall’esperienza di un fallimento professionale e dalla percezione di un rigetto xenofobo. Spesso il passo successivo è il rifiuto della religiosità apolitica dei genitori e l’adesione alle correnti più politicizzate dell’Islam, che sembrano più rilevanti e più adatte a rispondere agli interrogativi dei nostri tempi.
C’è il caso di Shiraz Maher, un normale studente dell’Università di Leeds, con gli stessi interessi dei suoi pari età.  Tutto questo fino all’11 Settembre, un evento che lo costringe a prendere posizione: “Le regole del gioco erano cambiate…Improvvisamente mi ritrovai a pormi delle domande a proposito dell’Islam, della mia identità e del mondo, come non mi era mai capitato prima”. Alcuni giorni dopo l’attacco Maher fu avvicinato da un attivista di nome Hizb ut-Tahrir, un laureato in scienze politiche alla sua stessa università, solo pochi anni più vecchio di lui, che vestiva elegantemente, all’occidentale, e che sosteneva di conoscere il Corano a memoria. Hizb ut-Tahrir “sembrava avere tutte le risposte”, ci spiega Maher, sorpreso dalla sua comprensione del desiderio di spassarsela, di ballare e fumare spinelli, anatema per i frequentatori della moschea. Ma per Hizb ut-Tahrir non c’è problema: “Se non fosse divertente la gente non lo farebbe”. Così Maher pensa tra sé e sé: “Ecco qui qualcuno di successo che sa parlare la mia lingua”, cioè il linguaggio del riscatto musulmano, assalito dal capitalismo, dalle armi e dalla cultura occidentale. Come dichiarano due giovani intervistati musulmani, Ahmed e Mohammed, “c’è un piano anti-islamico. Non vogliono che diventiamo forti. Ci vogliono spingere in basso, nella povertà, umiliandoci. Ci chiamano terroristi ma anche loro sono terroristi”. Molti infatti, guardando le immagini dell’invasione dell’Iraq, hanno cominciato a sensibilizzarsi alla causa dei musulmani nel mondo, decidendo di volerli aiutare quantomeno economicamente. Altri facevano parte di bande che cacciavano via gli spacciatori dai loro quartieri e quindi erano già pronti a menare le mani. Altri ancora vedono la jihad come una scelta di vita romantica, gloriosa, avventurosa, clandestina, ribelle che ha il valore aggiunto di ricreare attorno a loro un ambiente familiare, fatto di persone che la pensano come loro e che comprendono le loro ansie e desideri.
Questo li isola progressivamente dal mondo. È un distanziamento decisivo perché rafforza la determinazione dei militanti ed impedisce che i loro pensieri siano “disturbati” da punti di vista alternativi o informazioni dissonanti. In seguito, una volta “entrati nel giro”, molti vengono spediti in Afghanistan come carne da cannone, ufficialmente per “farsi le ossa” (Burke, 2004). Ne ricaviamo ancora una volta l’impressione che la fede in una salvezza ultraterrena in quanto tale abbia ben poco a che fare con questi fenomeni. Ben più rilevante sembra essere il divario tra le legittime aspettative di migliaia di giovani e le reali prospettive di avanzamento sociale, che ormai ha superato la soglia di relativa tolleranza. Altrimenti non si spiega la forte concentrazione di insegnanti, funzionari pubblici, medici, ingegneri, ecc.
Sono gli scarti di un settore pubblico umiliato da governi nazionali laici di paesi arabi che non hanno saputo rilanciare l’economia e sono stati costretti ad operare tagli sostanziosi (Antoun, 2001). Sono gli scarti della modernità e sono affatto moderni, sganciati da una specifica comunità tradizionale di riferimento, dalla famiglia, dal passato, dal territorio, si sentono credenti rinati come parte della più grande ummah globale, Al-ummah al-islamiyyah, la comunità islamica transnazionale. Gesù invitava ad abbandonare famiglia, amici e casa per unirsi a lui, i terroristi giapponesi e quelli islamici sono pronti a farlo, ma la loro idea di redenzione personale e collettiva è diametralmente opposta. Sono pronti a compiere un qualche atto sensazionale che risuonerà sui media internazionali, rendendoli immortali. Non sono interessati a mobilizzare le masse, non pensano a riforme politiche, non intendono dedicare la loro vita all’assistenza ai disagiati o all’insegnamento della fede, non gradirebbero morire in qualche valle sperduta dell’Afghanistan, in un mercato iracheno, o ad un posto di blocco israeliano. Una morte troppo anonima per degli uomini con le loro competenze e talenti. Come tutti i perdenti radicali, i terroristi jihadisti contemporanei sono dei megalomani narcisisti che bramano la “bella morte” e gli “onori” della cronaca e, se possibile, desiderano che ciò avvenga nei luoghi simboli del glamour occidentale, anche perché la loro rinascita nella fede avviene quasi sempre in Occidente, dove le loro certezze dottrinarie, ossia i pilastri della loro tradizione culturale, sono messi a dura prova. Quando dichiarano di identificarsi con le vittime dell’imperialismo occidentale stanno mentendo a se stessi. Non v’è alcun processo di immedesimazione in corso, non v’è empatia nelle loro parole e nei loro atti. Se fosse così andrebbero ad aiutare la gente verso la quale dichiarano di nutrire una così profonda compassione. Ma non è così. Provano compassione solo per se stessi, esattamente come gli euroterroristi degli anni Settanta. Sono loro le vittime della modernità, del sistema, dell’umiliazione dell’Islam. Sono loro che non sono riusciti ad essere all’altezza delle proprie aspettative ed ora, per mascherare il proprio egoismo e le ferite interiori, ma anche per cancellare il senso di personale disfatta, si creano una falsa coscienza. In questo modo precipitano nell’idolatria, che è prima di tutto idolatria di se stessi, che nasce dal bisogno di mitizzare il proprio percorso esistenziale, proiettandolo sullo scenario globale di un immaginario scontro cosmico.
Come tutti i militanti radicali del passato e del presente, chiedono a Dio ed alla Storia quel che non hanno saputo ottenere da se stessi. Ma la loro è una battaglia privata, non collettiva. Le istituzioni religiose e quelle nazionali li hanno delusi, hanno fallito il loro compito di addomesticare la modernità risacralizzandola, ri-incantandola, per usare la terminologia weberiana. Per questo il loro rapporto con Dio è immediato, diretto, la loro religiosità fanatica proprio perché fondata su basi deboli e strumentali. Sono indifferenti alle grandi questioni teologiche che potrebbero solo soffocare il loro grande fervore ideologico. Non cercano una guida spirituale ma un coordinatore, un esperto di logistica, un’occasione per morire “alla grande”. Anch’essi, o forse loro più di tutti, esperiscono la vasta crisi delle religioni, quella che Ratzinger, nel 2004, definiva “lo sgretolarsi del cristianesimo”, che è anche lo sgretolarsi delle altre due religioni monoteistiche e del buddismo, dell’induismo e dello scintoismo, ecc. Mentre milioni di fedeli si radunano nei grandi meeting, sempre meno sono quelli che si ritrovano per pregare nei giorni designati e quelli che dedicano la loro vita all’apostolato. Questo perché si è giunti alla dissociazione finale tra cultura di appartenenza ed affiliazione religiosa, alla dispersione delle comunità tradizionali - fittizie ma in precedenza universalmente percepite come reali – ed alla ritribalizzazione della società attorno ai trend della moda ed a nuovi simboli di identificazione etnica. Nuove comunità immaginate che, condannate fin dalla nascita ad un’esistenza effimera sotto i colpi dell’apertura delle culture, delle società e delle menti che rappresenta la globalizzazione, reagiscono con l’irrigidimento dottrinale, o la violenza, alla loro manifesta gracilità. Lo jihadismo è una delle espressioni più note di questa ritribalizzazione e scomparirà nel giro di una generazione, per ricomparire dopo qualche decennio, quante le condizioni saranno favorevoli alla risurrezione della mistica dell’”eroismo fondamentalista”. In altre parole i fondamentalismi non sono reazioni difensive di culture tradizionali sotto assalto, non sono il risultato di uno scontro di civiltà, perché non esistono civiltà che si possano scontrare.
La destra pone l’accento sullo scontro di civiltà. La sinistra, come di consueto (e in certi casi non senza valide ragioni), punta l’indice contro le sperequazioni sociali. In realtà i rivoltosi non erano giovani poveri e senza speranza di riscatto ma figli sottoimpiegati di genitori piccolo-borghesi, non sempre musulmani, che impiegano le tecniche pedagogiche della generazioni precedenti, contadine, in una società che non sa cosa farsene. Questi figli ritenevano di poter ambire a qualcosa di più della carità pulciosa e mortificante di un paese che ufficialmente nega il razzismo ma nei fatti non può cancellarlo con un tratto di penna. Amano appassionatamente il proprio paese europeo, al punto da detestarlo quando questa li rifiuta, come succede negli amori non corrisposti. In realtà, quindi, i militanti e “potenziali terroristi” sono giovani di buona cultura che si sentono sradicati, discriminati, esclusi da una società che non è disposta ad accettarli per quello che sono (non semplice manodopera a basso costo) e cerca di imporre loro un certo modello di buon cittadino senza nel contempo usare lo stesso trattamento pedagogico-discriminatorio nei confronti dei non-musulmani. Di conseguenza questi giovani musulmani frustrati, come i loro omologhi giapponesi di Aum-Shinrikyo, s’imbarcano nella ricerca di una causa per la quale lottare, per dare un significato più profondo e saldo alla propria esistenza. Meglio sarebbe aiutarli a sentirsi integrati e non necessariamente omologati, costruendo luoghi di apprendimento e di culto, ma anche d’incontro con la gioventù non musulmana, piuttosto che spingerli tra le braccia di chi ha interesse a fomentare la violenza interculturale ed interreligiosa.
Se espandiamo gradualmente questo tipo di prospettiva arriviamo a capire che la loro reazione è per molti versi analoga a quella di Alex DeLarge, il protagonista di Arancia Meccanica di Anthony Burgess, che aveva ben compreso come lo Stato era del tutto indifferente alla sua esistenza, se non nella misura in cui questa non doveva in alcun modo minare l’armonia sociale. Le autorità rimangono interdette di fronte al comportamento antisociale di un amante della musica classica, un tratto generalmente associato ai “cittadini al di sopra di ogni sospetto”: “Hai una bella casa qui, dei genitori buoni e amorevoli, non hai un cervello da buttare. C’è un qualche demone che si impadronisce di te?”. Le risposte di Burgess sono ambigue, equivoche. Ma di Alex DeLarge è pieno anche il mondo non-islamico. Pensiamo ad esempio ai massacri nei college americani: Jonesboro, Arkansas; Pearl, Mississippi; Springfield, Oregon; Paducah, Kentucky; la Columbine High School di Littleton, Colorado; Conyers, Georgia, e poi Fort Gibson ed il massacro del Virginia Tech, perpetrato dal ventitreenne Cho Seung-Hui. Più recentemente un giovane finlandese, Pekka-Eric Auvinen, ha massacrato nove persone nella sua stessa scuola dopo aver diffuso online un manifesto radical-ecologista nel quale esaltava il pensiero del controverso e misantropico intellettuale finlandese Pentti Linkola e dichiarava che il suo credo Social-Darwinista lo spingeva a passare all’azione a tutela dell’ambiente, sperando di servire da modello per altri ed augurandosi che “la morte dell’umanità arrivi al più presto”. E poi c’è Breivik. Il numero di vittime di questi “terroristi fatti in casa” non si avvicina chiaramente a quello prodotto dai loro “colleghi” islamisti, ma stiamo comunque parlando di decine e decine di vite innocenti falciate in nome di un disagio esistenziale personale.
Chi ha analizzato gli scritti ed i video di questi giovani assassini ha potuto constatare che l’uccisione di massa dei propri compagni di scuola ed insegnanti ed il tentativo di distruggere gli istituti da loro frequentati erano motivati dalla convinzione che quelli, e non altri, fossero i responsabili del proprio malessere e senso di oppressione. Un ragazzo spiega che ci sono due modi per diventare famosi a scuola. La via del successo e la via dell’irrisione: “in pratica avevi paura di essere deriso per tutto quel che facevi perché se facevi una cosa fuori dell’ordinario, e ci si aspettava che nessuno facesse qualcosa del genere, avrebbero riso di te, ti avrebbero preso per i fondelli, e non avresti potuto far parte del gruppo. Così, poi, diventavi un escluso” (Klein, 2006).
In questo modo si viene a creare un sistema di sorveglianza benthamiano: un panopticon degno del Grande Fratello (quello letterario) che vede tutto e controlla tutto, sanzionando ogni devianza, nel vestire, nel comportamento, nei gusti, nella forma fisica, nel pensare, e così via. Stabilito un ideale ipermascolino ed iperfemminino al quale aspirare, tutti gli studenti sono costretti a misurarsi con esso, rendendosi conto della propria inadeguatezza e della propria fallibilità (Cook, 2000). Ecco la testimonianza di uno dei sopravvissuti alla strage di Columbine (15 morti, 23 feriti), riferendosi ai due omicidi, Dylan Klebold e Eric Harris: “Certo che li prendevamo per il culo. Ma che cosa altro ti aspetti quando vieni a scuola con certe pettinature e con delle corna sul cappellino?  Non erano solo gli atleti; facevano schifo all’intera scuola. Sono un branco di froci…Se ti vuoi liberare di qualcuno, in genere li prendi in giro, così tutta la scuola li chiama froci” (Gibbs & Roche, 1999, p. 48). In un video registrato la notte prima della sparatoria, Harris si sfoga dicendo “la gente mi prende costantemente per il culo per la mia faccia, i miei capelli, le mie camicie”, mentre Klebold aggiunge “vi ucciderò tutti. Ne ho abbastanza della vostra merda”, dove per “merda” s’intende il bullismo, l’essere spintonati, chiusi negli armadietti, il diventare bersaglio dei lazzi e delle ingiurie, dei sassi e delle lattine, l’essere chiamati froci tutto il tempo. Il risultato è l’aggressività maschile verso gli altri (eterodiretta) e l’aggressività femminile verso se stesse (autodiretta, come l’anoressia e la bulimia, l’automutilazione ed i ferimenti volontari, i tentativi di suicidio, ecc.).
Luke Woodham, di Pearl, Mississippi, dopo aver ucciso la madre che lo insultava e due studenti della sua scuola, ferendone altri sette, disse allo psichiatra che lo esaminava che non era pazzo: “Sono arrabbiato…non sono viziato o pigro; perché l’omicidio non è debole od ottuso; l’omicidio è cazzuto ed audace. Ho ucciso perché la gente come me viene maltrattata ogni giorno” (Chua-Eoan, 1997, p. 54).
Così, paradossalmente, anche un atto di protesta estrema come la violenza indiscriminata – così “virile” e totalitaria – serve solo a rinforzare il sistema di oppressione, ribadendo la naturalezza e correttezza degli standard di normalità imposti dalla società. Nessuna ragazza è finora entrata nella sua classe con delle pistole sparando all’impazzata e l’automutilazione maschile è piuttosto rara. Così non è un caso che molti studenti coinvolti nelle sparatorie abbiano scelto di farsi giustizia da soli dopo essere stati rifiutati da una ragazza: la loro mascolinità era stata messa in dubbio ed i ragazzi erano a rischio di essere accusati di inadeguatezza sessuale o di omosessualità latente.