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martedì 22 novembre 2011

Estetica del Terrore e della Morte - Perché la violenza ci fa stare bene?




Sta' a sentire, Ettore, fratello, il fatto è che non si può né prendere per giusto solo ciò, quello solo, che va a finire bene, né andare di colpo giù di morale perché Cassandra è matta. Non c'è sua crisi che possa intaccare la bontà di una lotta che è sacra perché ci impegna fino in fondo nell'onore.
William Shakespeare, “Troilo e Cressida”, (II, 2)

Il bene assoluto richiede che il male assoluto sia completamente estirpato. In nome del bene, è dunque lecito e doveroso fare ogni possibile male a chi non vuole il bene. Il bene assoluto richiede dunque in maniera del tutto cogente lo sterminio delle differenze…C'è sempre, anche in colui che compie consapevolmente qualcosa di proibito, di disapprovato, qualcosa che lui stesso negli altri respinge e disapprova, la convinzione che per lui, in quel momento, compiere quell'atto sia giustificato da qualche valore o qualche necessità. Per quanto mostruosa sia un'azione, nessuno che non sia folle la compie sentendosi un mostro e volendo essere un mostro.[…]. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l'incertezza. Per il tentativo. Per l'esperimento. Per l'avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all'avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c'è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all'imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall'11 settembre)”, 2002.

Gli eroi maschili delle fiabe e dei film sono quasi sempre belli (e virili), buoni e sinceri. Sono giusti e sono nel giusto. La funzione dell’eroe nella mitologia e nell’arte è quella di permettere allo spettatore e fruitore di realizzare un’immedesimazione spontanea. Poi ci sono i militanti, che non ne hanno bisogno, perché sono già impregnati di estetica eroica. I patrioti terroristi e torturatori fanno parte di questa categoria, quella dell’intossicazione estetica, della visione allucinatoria di una realtà fantastica che vogliono sovrapporre a quella vera. Il problema è che queste persone non sono consapevoli di essere prigioniere dei loro estetismi (ulteriori golem, cf. Fait/Fattor 2010) e quindi si sentono innocenti. L’unico loro obiettivo è quello di tenere in vita la loro fantasia, quella che dà senso alla loro esistenza, come i protagonisti de “I Demoni” di Dostoevskij. La bellezza della fantasia – una bellezza fatta di coerenza, ordine, unitarietà, freschezza, purezza, nettezza, dualismo, vitalità, forza di volontà, appropriatezza e, soprattutto, significato – maschera la malvagità delle loro azioni e la meschinità delle loro intenzioni ed emozioni. Una fantasia iperattiva, ipercinetica genera una realtà fittizia laddove non c’è – “il popolo è con noi” – e simultaneamente oblitera la realtà effettiva delle cose – “siamo dalla parte del giusto, gli altri stanno dalla parte del torto”. Una fantasia ipoattiva, letargica, impedisce invece di mettersi nei panni degli altri e di riflettere su ciò che si sta facendo e sulle conseguenze di ciò che si intende fare. Nel complesso, il risultato è che questi patrioti non vedono quel che sta davanti ai loro occhi e credono sia reale quello che immaginano (Kateb, 2006).
Adolf Eichmann aveva questo tipo di personalità ed era questo a renderlo pericoloso, non certo la sua banalità. Se Hannah Arendt avesse fatto il suo dovere e fosse rimasta al suo posto fino alla fine del processo, invece di usare le prime impressioni per ricavarne un ritratto che aveva già tratteggiato nelle opere precedenti, ora la scempiaggine della “banalità del male” non infesterebbe i nostri quotidiani e periodici, nonché le nostre menti, inducendoci a credere che abbiamo già capito tutto quel che c’era da capire, che ogni nuovo “mostro” in fondo è banale come noi, che esiste un Eichmann in ciascuno di noi. Per la verità la stessa Arendt fu costretta a negare di aver mai detto o pensato qualcosa del genere, precisando di aver sempre odiato quell’ingiustificata semplificazione (Assy, 2003).
I patrioti torturatori (italiani) e i patrioti terroristi (sudtirolesi) dell’epoca delle bombe in Alto Adige non erano banali. Penso che l’analisi Hans Karl Peterlini (Peterlini, 2010) sia molto ben indirizzata, ma lo studioso non ha forse colto appieno la potenza dell’intossicazione estetica. Gli uni e gli altri erano persone malate nella coscienza, se non nella psiche, malate di fanatismo, dell’ossessione di difendere ad ogni costo la loro visione immaginifica e tremenda del mondo, dell’altro da sé. Troppo carenti in curiosità e sensibilità per essere capaci di vedere se stessi e gli altri dalla distanza, dall’alto, da un punto di vista diverso da quello consueto. Troppo legati al loro cultismo per accorgersi di aver imboccato un sentiero che conduceva lontano dalla vera bellezza, quella della giustizia, della dignità, della verità e dell’irreversibile, incontenibile pluralità del reale. Il sentiero della razionalizzazione dell’immoralità nel nome della conservazione di uno stile di vita e della liberazione di un popolo che non era oppresso; o nel nome dello Stato, dell’orgoglio patrio e, chissà, forse anche della memoria di Mussolini per gli uni e Hitler per gli altri. Dietro tutto questo c’è un’estetica del sublime, del mito, dell’ideale, della lotta, del sacrificio, del martirio, la ricerca estetica di chi si fa dio e provvede a modificare una creazione che giudica insoddisfacente – con l’esplosivo, o con la tortura – in modo che essa si avvicini alle sue preferenze estetiche, alla sua gerarchia delle forme, alla sua intolleranza dell’imprevedibile e dell’eterogeneo.
L’estetizzazione della lotta, della distruzione, della sofferenza e della morte è il culmine dell’assorbimento nel proprio narcisismo, nei propri vizi e nell’estasi del potere. Io so cos’è giusto per tutti e so come ottenerlo. Se la gente non approva è solo perché è troppo ignorante e stolta per capirlo. Compio il male, ma sono fondamentalmente innocente. Ciò che è bello ed è giusto non può essere malvagio. Questa estetica malevola, ma che è creduta benevola, è inconciliabile con la dignità umana e, al contrario, calza come un guanto alla logica dell’utilitarismo. L’utile ed il bello sono indifferenti alla diminuzione e degrado della dignità. Va tutto bene finché l’obiettivo è la felicità ed il piacere di un maggior numero di persone, che saranno certamente contente di abitare una realtà più consona, più autentica, più armoniosa, in poche parole, più bella.
L’utile, allora, fornisce anche una giustificazione teorica alla scelta di infliggere della sofferenza ad una minoranza di persone per il bene di una maggioranza, maggioranza che, “certamente”, patisce in questo mondo così discordante rispetto ai desideri di noi militanti. Le atrocità, il male, sono accettabili se sono un prerequisito necessario per aumentare il piacere e diminuire la sofferenza. Dunque una minoranza dell’una e dell’altra parte può e deve rinunciare ai suoi diritti, a beneficio dell’utile sociale (la libertà, la sicurezza). Possono essere falciati dai proiettili, fatti saltare in aria, torturati a morte, perire in circostanze non chiarite. L’estetica maligna e l’utilitarismo fioriscono rigogliosi nelle condizioni emergenziali, giustificano la sospensione dei diritti civili e umani, la loro rivedibilità, la loro provvisorietà. L’intera popolazione diventa un ostaggio, uno strumento nelle mani di questi “fini” esteti e freddi calcolatori, che in realtà hanno soprattutto paura di affrontare la putredine che li divora (Marco Deriu, 2005, p. 34):

In realtà combattiamo non contro l’altro ma per continuare a rimuovere l’altro. Si combatte per la propria immagine. In questo senso questa non è solamente la guerra delle immagini, ma la guerra per l’immagine. Noi vogliamo fondamentalmente aver confermata la rappresentazione che abbiamo di noi stessi: la democrazia, i diritti umani, l’umanitario, il potere buono che trionfa sul male. Abbiamo bisogno della maschera, dello stereotipo dell’altro, del fanatico, del terrorista, del male, della sua immagine in negativo per poter sostenere ancora la nostra immagine in positivo. Dobbiamo tenere l’altro a distanza in tutti i modi perché se venisse troppo vicino, farebbe specchio a noi stessi e distruggerebbe irrimediabilmente quella auto-rappresentazione positiva che stiamo proteggendo. Tragicamente la nostra paura non è veramente paura dell’altro. O meglio la paura dell’altro è uno schermo dietro al quale c’è una paura molto più profonda. Quella di incontrare veramente noi stessi. […]. Tutta questa miseria e angoscia che non vogliamo assolutamente guardare negli occhi, è in realtà il pozzo oscuro che fatalmente ci terrorizza. Da questa parte oscura vogliamo difenderci a tutti i costi. Credo sia fondamentale capire questo aspetto, che siamo in presenza di un meccanismo di rimozione profondo che ci riguarda intimamente”.

Il punto è che non esiste una coscienza morale collettiva, esistono solo le coscienze individuali. Dunque qualunque entità sovraindividuale è amorale e necessita di una meticolosa e rigida regolamentazione per tenere sotto controllo il suo egoismo e la sua distruttività. Alla stessa conclusione sono giunti indipendentemente, tra gli altri, Socrate, Gesù, Simone Weil, Carl Jung ed il maggiore teologo della storia americana, Ronald Niebuhr. Mentre la virtù individuale è ardua, quella comunitaria è impossibile (Niebuhr, 1968). Questo per una serie di ragioni: non esiste e non può esistere una coscienza unificata e che trascenda i singoli e il gruppo; c’è sempre un gruppo dominante e quelli che prevalgono sono i suoi interessi e la loro massimizzazione; l’individuo è “morale” solo se è in accordo con gli standard del gruppo, ossia se si sacrifica per esso. Chi dissente di fronte ad un comportamento discriminatorio del proprio gruppo nei confronti di altri, viene etichettato come immorale, sebbene da una prospettiva universale sia l’unico la cui condotta è autenticamente morale (es. Socrate e Gesù, uccisi perché non sufficientemente remissivi). Inoltre tutti i gruppi sono ipocriti perché devono placare gli scrupoli dei loro membri e quindi proclamano di incarnare i più nobili principi e virtù e di perseguire i fini più virtuosi e condivisibili, quando dovrebbe essere chiaro a tutti che gli obiettivi e le motivazioni di ogni gruppo sono auto-referenziate (egoismo collettivo), perché la sua ragion d’essere è continuare ad esistere. Così il sacrificio e l’abnegazione del singolo si prestano ad abusi e condotte immorali della comunità. Gli esseri umani sono infatti più inumani proprio quando credono che i loro impulsi naturali e valori soggettivi siano al servizio di un bene assoluto. Siamo ignoranti, finiti, limitati, ma immaginiamo di non esserlo, ci convinciamo di non esserlo, di poter trascendere i nostri limiti e fare in modo che la nostra mente si universalizzi e colga la Verità Assoluta. Purtroppo quello della coscienza è solo un potenziale, oltre ai mistici, nessuno è in grado di realizzarlo. A tutti gli altri resta solo il compito di ricavare, tramite la conoscenza, una migliore, più obiettiva comprensione delle cose, nella consapevolezza che siamo fallibili, che errare è umano.
Diversamente, si commette il peccato di superbia, al servizio della volontà di potenza, che piega e subordina ciò che ci circonda al nostro ego ipertrofico, aggressivamente votato a porsi al centro della Creazione. L’essere umano ama se stesso eccessivamente ma una voce dentro di lui sa che questo abbondantissimo amore è ingiustificato ed immorale, per questo ciascuno si inventa una tecnica di mimesi per continuare a venerare se stesso anche se all’apparenza ci si vota ad una causa che ci trascende. La prima persona ingannata da questa manipolazione siamo noi stessi. Inganniamo gli altri per poter mettere a tacere la nostra coscienza. Ma se non ci fosse qualcosa di buono in noi, tutto questo non avrebbe senso. Dunque proprio gli sforzi dissimulatori sono la miglior prova del fatto che non siamo radicalmente depravati, che ci vergogniamo del nostro status privilegiato, del nostro benessere, che sentiamo che c’è qualcosa che non va quando costringiamo gli altri ad adeguarsi al nostro volere, anche se per la gran parte del tempo facciamo finta di niente.
Solo il dogmatismo, il fanatismo e la frenesia possono sopprimere la voce della coscienza e questi sono vizi che si gonfiano nel gruppo, assieme alla confusione compiaciuta di chi perde di vista il fatto di essere quel che è, e s’immagina di essere più vasto (non interiormente, ma psicologicamente, ossia nella direzione sbagliata), di riuscire ad introiettare il gruppo, ad incorporarlo senza però modificare il suo aspetto, per arrivare a venerare se stesso nello specchio della realtà plasmata a sua immagine e somiglianza.
Poi c’è il cattivo estetismo, cioè la semplificazione ingiustificata della realtà, la categorizzazione degli individui in gruppi chiaramente definiti, la spettacolarizzazione dei rapporti tra le categorie simboliche che può causare insensate rivalità e scontri, in cui non c’è simpatia verso il diverso da sé ma competizione e diffidenza e che spesso sfocia nel tribalismo armato.
Il frivolo e narcisistico amor proprio (talora indiretto ed inconsapevole), per cui si ritiene di essere immuni da narcisismo in quanto votati al gruppo, laddove invece l’orgoglio per il prestigio e lo status del gruppo è in realtà una dissimulazione dei propri impulsi narcisistici. Un amor di sé patologico perché invisibile dietro la finzione della virtù dell’attaccamento e lealtà al gruppo, della completa identificazione con l’immagine del proprio paese, della religione, del gruppo etnico o della classe sociale. Tanto che se qualcuno la minaccia o la calunnia diventa un fatto personale.
La disonestà sfrontata di chi si inorgoglisce per meriti non propri. Un ebreo si sente più brillante perché Einstein e tanti altri geni erano ebrei, un nero si sente vincente perché Obama è mezzo nero. Veniamo esortati a tornare alle radici come se vivere per interposta persona o gruppo fosse un titolo di merito e non una patetica carnevalata, come se uno potesse sentirsi speciale per un’identità ereditata prima ancora che per i suoi successi.
L’auto-mistificazione che causa l’indebolimento o addirittura la scomparsa dell’idea che ogni essere umano è contingente ma anche infinito, che ognuno è unico ma allo stesso tempo condivide una comune umanità con gli altri esseri umani. Non ci si cura di capire che il fatto di essere nati a Trento o Bolzano piuttosto che a Dacca è del tutto accidentale e quindi non ha senso sentirsi specialmente in debito o devoti verso chi vive in Trentino o in Alto Adige e che le differenze tra i gruppi sono meno curiose e stimolanti di quelle tra i membri di uno stesso gruppo o tra chi non si riconosce in nessun gruppo in particolare.
L’auto-inganno di ogni gruppo, che fonda la propria identità su delle finzioni storicamente smascherabili e sul tacito accordo tra i suoi aderenti che di certe cose non si deve parlare in modo da poter continuare a credere a tali falsità (Kateb, 2006).
La solidarietà di gruppo significa che io aiuto automaticamente tutti i suoi membri e che i bisogni di chi non vi appartiene non mi riguardano direttamente. La solidarietà intesa come mutuo soccorso non fa che intensificare l’interesse personale: all’egoismo si sostituisce ciò che Primo Levi chiama il “noismo”, l’egoismo del noi. A quel punto la violenza, psicologica e fisica, non può che moltiplicarsi.

La seconda dimensione dell’estetica del terrore, dopo quella narcisistica, è esistenziale.
Chi ha paura di morire non si cura della sorte del prossimo, non si cura della pace. “E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. L’ex agente dell’organizzazione clandestina Gladio Vincenzo Vinciguerra ha rivelato la natura della strategia volta all’annichilimento dell’empatia, ossia la disseminazione della paura di morire: “Si dovevano attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da ogni disegno politico. La ragione era alquanto semplice: costringere ... l’opinione pubblica a rivolgersi allo stato per chiedere maggiore sicurezza”. La paura opera al meglio solo se la parte “sana” della popolazione teme di morire e perciò si aggrappa ai golem, ai miti etnici, alle identificazioni collettive forti (cf. Fait/Fattor 2010), per fare in modo che la propria estinzione non sia priva di significato. La gente ha un’enorme paura della propria insignificanza, della propria fragilità e vulnerabilità. Troppe persone non vedono l’egocentrismo come un problema perché sono ossessionate dalla sopravvivenza personale, che rimane l’obiettivo primario della nostra componente animale. Abbiamo paura di morire ed il modo migliore di controllarci è attraverso il terrore (ed il senso di colpa). Tutti noi ci troviamo a lottare per conciliare la realtà della nostra mortalità fisica e la speranza (o fede) nell’immortalità dello spirito, in modo da riaffermare il significato della nostra esistenza in un universo apparentemente assurdo. I golem sono dei crudeli tiranni che produciamo per aprirci un varco di senso in un cosmo apparentemente indifferente alle vicende umane e soprattutto per sottrarci all’oblio che segue il decesso di chi non ha lasciato un segno indelebile nella storia (Alfieri, 2008, p. 79).
Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha esaminato questo secondo fattore, la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile. Tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Scrivere un libro di successo può essere un buon modo di placare l’ansia esistenziale, ma in generale si opta per la fusione delle identità personali in miti collettivizzanti – progetti d’immortalità – che negano la morte: l’ossessione per l’estinzione della propria cultura ed identità di popolo coincide con l’ossessione per la propria morte e per la possibile mancanza di significato della propria esistenza e dell’ordine cosmico.
Il culto delle celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. E allora è guerra.

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venerdì 18 novembre 2011

Contro il relativismo morale



Per i Birmani è incomprensibile come i principi che affermano la dignità intrinseca degli esseri umani e il loro diritto inalienabile all’uguaglianza, che riconoscono che tutti gli uomini sono dotati di ragione e coscienza e propugnano lo spirito della fratellanza universale, possano essere in contrasto con i valori autoctoni. […]. Ci vuole coraggio per levare gli occhi dalle proprie necessità e per vedere la realtà del mondo intorno a sé, una realtà, come la Birmania, dove non ci sono diritti umani. Ci vuole ancora più coraggio per non voltare le spalle, trovare scuse per non farsi coinvolgere, o farsi corrompere dalla paura. occorre coraggio per sentire la verità, per ascoltare la propria coscienza. Perché una volta che lo fai, devi mettere in discussione lo scopo stesso dell’esistenza. Non ti puoi aspettare di restare seduto senza agire e che la libertà ti venga consegnata in mano. non si ottiene la liberazione in questo modo. La nostra rivoluzione avrà successo solo quando tutti si renderanno conto di poter fare la propria parte. a tale riguardo, il coraggio è triplice: il coraggio di vedere, il coraggio di sentire e il coraggio di agire. Se si realizzano questi tre aspetti, la nostra rivoluzione funzionerà.
Aung San Suu Kyi, “Libera dalla paura”.

È ormai idea diffusa che [il relativismo] sia sintomo di progressismo politico e che l’equivalenza delle opinioni sia il fondamento della democrazia [ma è] una convinzione assolutamente imbecille e contraddittoria. Se tutte le opinioni hanno uguale valore, il credo degli anti-democratici pesa quanto quello dei democratici; infatti tutti i neofascisti d’Europa sono saltati sul carro del postmoderno.
José Antonio Marina, “Il fallimento dell’intelligenza”.

La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”.

I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è.
Gianangelo Bof, sindaco LEGHISTA di Tarzo (TV).

Good and ill have not changed since yesteryear; nor are they one thing among Elves and Dwarves and another among Men.
Aragorn, “Lord of the Rings”.

Il relativismo morale è la dottrina etica standard delle persone affette da psicopatia e disturbo narcisistico della personalità. Dovrà pur significare qualcosa, no?
D’altronde i fondamentalisti sono i più grandi relativisti: per loro i principi di libertà e giustizia ed il valore della vita sono del tutto relativi. Per il terrorista islamico il diritto alla vita non è applicabile all’infedele. Per la Chiesa il diritto alla salute non vale per gli Africani che gradirebbero usare i profilattici anti-AIDS. Per diversi preti il diritto all’infanzia ed all’integrità della persona non ha alcun significato.
Il relativismo morale non ha senso. Chi dice di essere relativista poi nei fatti predilige qualche virtù e qualche norma (es. femministe postmoderniste: iper-relativiste su tutto, ma non sul trattamento delle donne) – foss’anche il relativismo stesso – e per poterlo fare deve per forza mettere a confronto le sue preferenze morali con quelle degli altri e stabilire che le sue sono migliori. Ma su qualche base può farlo se non attraverso un’idea di approssimazione alla Verità?
Il relativismo morale induce le persone a credere che non sia più possibile giudicare alcunché. I relativisti hanno rinunciato all’uso delle facoltà critiche, del discernimento, alla capacità di valutare criticamente la situazione e stabilire se una cosa sia buona, giusta e vera oppure no. Coesistere con il resto della creazione non significa che si deve accettare tutto, legarsi a qualunque cosa, accogliere tutto. Guardare tutto da una prospettiva più elevata non comporta ridurre lo spettro cromatico a diversi toni di grigio. I colori ci sono ancora e vederli quando ci sono permette di esaminare più obiettivamente la realtà, non di astenersi dal prendere una qualche posizione. Quello lasciamolo agli ignavi. Il relativismo è il prodotto di un’educazione spirituale e morale deficitaria, non è il suo culmine. La gente scambia il primo passo, la capacità e volontà di distaccarsi temporaneamente dalle proprie predilezioni, per l’ultimo. Ma se un giudizio affrettato è quasi sicuramente sbagliato, ciò non significa che non si debba più giudicare a ragione veduta. La sospensione del giudizio nello spirito di un olimpico distacco va bene per Dio, non per gli esseri umani, che invece vivono in una realtà che è fatta anche di conflitto, sopruso, prevaricazione, inganno, tradimento, ecc. Adottare questa prospettiva senza aver raggiunto una maturità spirituale raramente conseguita nella storia umana, serve più che altro a dissimulare la propria confusione, paura, inerzia morale e psicologica ed ignoranza. Serve anche a rendere più vulnerabili di fronte all’azione di chi sottrae il potere di autodeterminazione al prossimo facendo credere che in fondo libertà, giustizia, uguaglianza e dignità sono valori relativi. Il relativismo troppo spesso scaturisce dalla paura della libertà, paura della responsabilità di doversi informare e decidere di conseguenza, mancanza di integrità e coraggio morale. Non c’è equanimità se manca l’integrità.
Il progresso morale esiste. Il progresso morale è quello che ha abolito la schiavitù ed i sacrifici umani, vietato la tortura e lo sfruttamento del lavoro minorile, istituito il suffragio universale maschile e femminile e la convenzione di Ginevra, tra i numerosi esempi che si possono fare – solo grazie al fatto che non tutti sono relativisti culturali e che alcuni hanno capito che la loro società era imperfetta e c’erano ampi margini di miglioramento. Qualcuno obietta: ora c’è il caporalato, la guerra umanitaria, la “tortura soft” (tecniche avanzate di interrogatorio). Gli eufemismi indicano però che l’opinione pubblica condanna quello che un tempo, poche generazioni fa, dava per scontato. Esiste un consenso pressoché universale sul fatto che è giusto rispettare la dignità umana e che il genocidio, lo schiavismo, la tirannide e il razzismo sono cose sbagliate. Questa è una meravigliosa conquista umana: precaria, ma di i importanza cardinale. Chi ne minimizza la portata o è in malafede o dovrebbe recarsi a vivere in quei paesi in cui questa conquista è ancora un sogno. La fratellanza umana può fondarsi solo sull’apprezzamento delle differenze, della varietà, coniugato con il riconoscimento e la valorizzazione delle affinità. Il relativismo, essenzializzando le differenze, fa il gioco di chi desidera seminare zizzania e divisioni per poter mantenere il suo potere e se possibile accrescerlo.
Se tutti i sistemi morali fossero socialmente e storicamente contingenti, allora non esisterebbe alcun criterio di scelta affidabile ed obiettivo e la morale si ridurrebbe all’usanza, alla credenza, alla volontà di una maggioranza in seno ad una comunità, ad un rigido soggettivismo egotista. D’altra parte, poiché ogni società è la sommatoria di individui con opinioni differenti, nessuna società o cultura potrebbe imporre un sistema morale definito. Di qui la deriva nichilista, perfettamente esemplificata da un editoriale di Benito Mussolini dal titolo Relativismo e fascismo, pubblicato sul Popolo d’Italia il 22 novembre 1921, in cui il futuro Duce afferma: «Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono i portatori di una verità obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano, invece che tormentarsi e rinnovellarsi incessantemente, per quelli che si vantano di essere sempre uguali a se stessi, niente è più relativistico della mentalità e dell’attività fascista. … Dall’equivalersi di tutte le ideologie, tutte egualmente finzioni, il relativista moderno deduce che, dunque, ciascuno ha il diritto di crearsi la sua e d’imporla con tutta l’energia di cui è capace».
Questa citazione è un dato storico che descrive una possibile modalità di transizione dal relativismo morale al soggettivismo radicale o nichilismo e – per inerzia, narcisismo ed horror vacui – all’asso­lutismo, alla tirannia.
Un antropologo che si rispetti dovrebbe ripudiare la mascherata relativista di chi si permette di giustificare misure repressive o deflettere le critiche in nome dell’incommensurabilità dei valori. È in nome del relativismo che si difendono la pena di morte e la tortura; in nome del relativismo il razzista segregazionista sudafricano J.B.M. Hertzog esortava bianchi e neri a collaborare alla difesa dell’apartheid, affinché ciascuno preservasse i suoi ideali e la sua cultura; in nome del relativismo, infine, nell’Atene classica, Trasimaco rispondeva a Socrate che la giustizia non è altro che l’interesse del più forte. È quindi fondamentale capire che il relativismo culturale degli antropologi è un relativismo epistemico, non valoriale. È una scelta euristica, non etica e perciò non va vista come un atto di deliberata connivenza con la violazione dei diritti fondamentali di bambini, donne, disabili, omosessuali, minoranze etniche e religiose, degli animali e dell’ecosfera.
Ernest Gellner aveva visto giusto quando aveva riepilogato l’intera questione della contrapposizione tra universalismo e relativismo nella doppia domanda: «C’è un solo tipo di uomo, o ce ne sono molti? C’è un solo mondo, o ce ne sono molti?». Proprio l’anno in cui nacqui Eric R. Wolf diede la sua risposta, che io sottoscrivo con piacere: «Difendo la mia convinzione che il compito dell’antropologia sia quello di affermare la possibilità di una vera scienza dell’uomo. Sappiamo tutti che questa scienza dell’uomo allo stato embrionale è in pericolo, proprio come lo è l’umanità… l’umanità può farcela oppure no, e la vittoria potrebbe costare quasi quanto la sconfitta. Tuttavia la logica dell’approccio antropologico è esplicita, indipendentemente dal fatto che gli antropologi siano in grado di esserne all’altezza. Abbiamo dichiarato e dimostrato l’unità dell’umanità nell’articolazione di un processo culturale. Negare questi legami con il nostro passato e presente significa restringere la nostra prospettiva, ritrarsi verso un adattamento più limitato, voltare le spalle a ciò che possiamo ancora diventare. … Il punto di vista antropologico è quello della cultura mondiale che si sforza di nascere… se questa cultura fallirà, analogo sarà il fato dell’antropologia».
Fin che è sul campo l’etnografo si affida al giudizio di autenticità locale ed accoglie la richiesta che certi argomenti siano collocati in una sfera al di là del bene e del male. Una volta a casa, però, non può ignorare i rapporti di potere, le discriminazioni e sperequazioni, gli interessi privati, le ipocrisie, la miriade di contraddizioni ed eccezioni e, soprattutto, l’inconsistenza della pretesa che determinati concetti e valori siano intraducibili, che esistano differenze insormontabili e che le culture siano internamente omogenee ed ermeticamente sigillate rispetto alle influenze esterne. Altrimenti l’antropologia dovrebbe rinunciare al titolo di scienza sociale, seguendo l’auspicio di certi critici post-modernisti, troppo impegnati a de-strutturare e frammentare la conoscenza per preoccuparsi delle conseguenze delle loro frivolezze sulle persone in carne ed ossa. Queste sono persone di scarsa caratura morale ed abbondante falsa coscienza che, finché se ne stanno nel proprio paese, dichiarano di apprezzare la dignità umana, il rispetto per l’individuo, la libertà e di ritenerli valori fondamentali che distinguono l’uomo dall’animale, ma quando poi mettono piede all’estero, in un luogo esotico, cambiano improvvisamente idea.
Quale forza prescrittiva può avere una dottrina relativista? Il relativismo è evidentemente una contraddizione in termini, non potendo per sua natura autofondarsi. Un relativista non può, per coerenza, credere che “tutto è relativo” (un’affermazione assoluta). Ciò nonostante, per anni, molti antropologi si sono scagliati furiosamente contro la formulazione dei diritti umani, come se la loro origine «occidentale» li macchiasse per sempre di una colpa originaria. Lo fanno per ignoranza e pigrizia mentale, visto che la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu un’opera corale di esperti di tutto il mondo e gran parte delle costituzioni dei paesi post-coloniali sono modellate su di essa state
Per questi presunti antropologi rimanere ignoranti riguardo agli altri è preferibile rispetto ad un inavvertito fraintendimento. Un silenzio passivo è da preferirsi rispetto all’imprigionamento ed alla perversione della Sacra Alterità nella cornice della nostra conoscenza convenzionale. «Sono totalmente diversi», «non siamo in grado di capirli», «criticarli è un sintomo di mentalità imperialista». Lo studioso deve dunque prorogare o sospendere la valutazione critica e soppiantarla con il giudizio di valore che riceve dall’Altro, l’unico giudice dell’adeguatezza della descrizione realizzata dall’osservatore. Si accettano acriticamente i pregiudizi e le interpretazioni soggettive dell’Al­tro in una sorta di auto-lobotomizzazione critica. L’idea della cultura come radicale alterità infrange ed offusca le evidenti ed istruttive omologie, ponendosi in contrasto con i più elementari principi di logica e metodo scientifico. Viene da chiedersi perché l’assenza di logica sia degna di nota, piuttosto che il sintomo dell’assenza di qualcosa di significativo da dire, della rinuncia a fare il proprio lavoro con senso di responsabilità e dedizione, della complicità con il potere «indigeno» che mette in campo tutte le sue funzioni mitopoietiche e mimetiche nell’intento di auto-perpetuarsi, magari con l’aiuto di una corte di intellettuali stranieri, più grulli che meschini, interessati ad assicurarne l’auto-promozione per varie ragioni. Un perfetto dispositivo usato dalle classi dominanti per occultare la natura dispotica del loro governo. Ogni peana dedicato al relativismo morale è un elogio dell’infermità mentale, di un pensiero confinato che rinuncia ad alimentarsi dell’esperienza concreta.
D’altro canto è un’idea bizzarra quella secondo cui per avere una mente aperta e non essere bigotto significa non avere una salda opinione su niente, oscillando da una posizione ad un’altra in nome dell’equanimità e del relativismo. Una persona intelligente crede in qualcosa, sa perché crede in questo qualcosa e sa articolare le sue convinzioni ed argomentare le ragioni a sostegno delle medesime. La fondamentale differenza tra relativismo culturale e relativismo morale è che il primo è un procedimento empatico che consente all’osser­vatore di assumere la prospettiva dell’altro mentre il secondo è un’ottica che nega che credenze morali e giudizi etici possano essere o veri o falsi e che esistano proprietà morali che stanno a cuore a tutti gli esseri umani. Senza relativismo culturale non si può fare antropologia. Non solo, senza una forma di relativismo epistemico non potrebbe neppure esistere alcun sistema etico. Infatti l’etica, l’insieme strutturato dei nostri principi morali, si basa sul nostro sentire empatico, sulla nostra simpatia immaginativa che permette la mutua comprensione e non la semplice proiezione dei nostri sentimenti in un’altra persona. L’empatia è identificazione emotiva, assorbimento e fusione emozionale al punto che uno si estrania da se stesso e si vede come parte dell’altra persona con la quale condivide una data sensazione. L’etica deriva dalla necessità di riflettere la visione del mondo di un altro essere umano. Così facendo si diventa più morali, si espandono i propri orizzonti e si indebolisce il naturale egocentrismo. L’empatia più autentica è quella che è rivolta a tutti e non solo a quelli a cui teniamo. Non ci limitiamo a replicare i loro sentimenti e sensazioni ma riconosciamo che appartengono a qualcuno che merita il nostro rispetto. Empatizzare troppo con qualcuno e non abbastanza con tutti ci porta fuori strada. Dunque il relativismo tanto caro agli antropologi è l’espressione deontologica di questo aspetto della natura umana, dell’unica maniera che conosciamo di raggiungere uno stadio in cui possiamo esaminare le nostre azioni dal punto di vista di uno spettatore imparziale. L’empatia ed il relativismo culturale tengono a bada le nostre emozioni, filtrandole, ed evitando così che ci facciano deragliare, sopprimendo la nostra obiettività, discernimento e buon senso. Questo è il secondo motivo per cui ritengo legittimo concepire l’antropologia “fatta come si deve” come un’impresa virtuosa.
Il buon antropologo, una volta tolto il cappello del professionista, dovrebbe essere in grado di distinguere ciò che è relativo da ciò che è universale o sostanzialmente universale. Mi riferisco ad esempio alle virtù primarie come la benevolenza, la sapienza, l’amore, la fede, la speranza, la compassione, la tenacia, il coraggio morale, la solidarietà, l’armonia, la sicurezza, l’avvedutezza, il buon senso, la cooperazione, l’operosità, ecc. Queste sono qualità grandemente apprezzate in ogni angolo del globo. La stessa regola aurea – il caposaldo di ogni sistema etico – è presente in tutte le maggiori tradizioni culturali e religiose umane. Dunque il relativismo culturale non comporta un’auto­matica adesione ad un relativismo morale del tipo «se Dio è morto allora tutto è lecito». Come notava C.S. Lewis, «è necessario credere fermamente nell’oggettività di certi valori se si vuole vivere in un mondo in cui i governi non siano tirannie e l’obbedienza non sia quella dello schiavo verso il padrone».


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http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/idee-e-virtu-di-gesu-il-cristo-un.html
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