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sabato 10 dicembre 2011

Il Giappone di Terzani, il mio Giappone, il Giappone dopo Fukushima



Non faremmo un buon servizio a Tiziano, né a quello che ci ha lasciato, se ora trasformassimo lui in un santone e Angela e i suoi figli in chierici addetti al suo altare.
Giuliano Amato, Corriere della Sera, 30 luglio 2006.

Tiziano Terzani e la moglie Angela Staude hanno odiato il Giappone e molti Giapponesi si sono risentiti per questo.
È molto facile odiare, per noi esseri umani ed è anche molto facile chiamare amore quel che è possesso.
Terzani ha scritto pagine infuocate e livorose sul Giappone perché, ancor prima di partire, l’aveva idealizzato e la distanza tra il Giappone patinato ed il Giappone futuristico, da un lato, ed il Giappone dei suoi sogni, dall’altro, era incolmabile.
La colpa è stata sua e lo ha dimostrato in tanti suoi altri libri: troppo spesso ha cercato di trovare in Asia la pace e l’armonia che non trovava in Occidente e, per questo, ha orientalizzato l’Oriente, rendendolo più spirituale, più trascendentale, più esotico di quel che è, sovrumano.
In fondo, è una forma di razzismo all’incontrario; il meccanismo retrostante è il medesimo: xenofobia e xenofilia sono due atteggiamenti sbagliati, perché ci fanno scambiare i nostri desideri e paure per la realtà. Lo xenofobo discrimina il “voi” privilegiando il “noi”, lo xenofilo discrimina il “noi” privilegiando il “voi”. Terzani ha odiato il Giappone perché il Giappone non corrispondeva per nulla alle sue aspettative, non era la Shangri-La che aveva in mente:
È successo anche a me, solo che io non ho mai amato il Giappone. Sono finito in Giappone per caso, non avendo mai amato la cultura manga e anime, non essendomi mai interessato all’arte, alla lingua, alla cucina giapponese. Eppure, persino una persona così relativamente indifferente può cadere nella trappola. Ho odiato il Giappone e ancora adesso mi succede di odiare certi aspetti della cultura e della società giapponese. Odio l’assetto neo-feudale della società giapponese, odio lo strapotere delle grandi aziende, del grande capitale, di una politica castale, odio lo sfregio della meravigliosa natura isolana con una cementificazione dissennata, odio il fatto che si metta la crescita materiale e l’arricchimento davanti alla maturazione spirituale e morale, odio l’indottrinamento al conformismo del sistema educativo, l’edonismo e la superficialità dei messaggi convogliati dai media, dalla pubblicità, dalla moda e dall’arte contemporanea, così conformista nel suo dozzinale anticonformismo. Odio il patriottismo ed il nazionalismo, ossia la devozione ad un’astrazione, tanto sciocca quanto l’amore per l’umanità. Odio il fatto che si chiami esercito di difesa (“forze di autodifesa”) quello che è un esercito supertecnologico e pronto alla guerra offensiva, in barba alla costituzione antimilitarista. In pratica, odio le storture dell’Italia e dell’Occidente che ritrovo nell’Oriente delle fantasie di purezza e autenticità. Non sono diverso da Terzani, non sono migliore di lui: pretendo che il Giappone sia come voglio che sia. Sono un amante risentito, oltraggiato, offeso ed infuriato.
Leggo Barrington Moore Jr. e capisco che le popolazioni contadine giapponesi erano orgogliose ed assertive: arrivava il momento in cui si ribellavano ai loro oppressori, esattamente come succede in Cina, esattamente come succedeva in Europa. Vedo che le presunte innate virtù rurali sono state usate dall’élite dello stato nazionale moderno per instillare nelle menti dei Giapponesi una certa idea di società utilitarista, disciplinata e fondamentalmente gretta, non dissimile da quella italiana. Un ordinamento reso possibile dall’invenzione della tradizione: dal matrimonio scintoista alle regole del sumo, allo stile “giapponese” nelle relazioni di lavoro all’avversione per la conflittualitàwa noi seishin: lo spirito di pace e di armonia –: tutte cose introdotte in tempi relativamente recenti e che non esistevano nel Giappone tradizionale, salvo che nelle alte sfere, dove il principe Shotoku, per placare i sudditi, soleva dire: “apprezziamo l’armonia, onoriamo l’astensione da contrasti immotivati”.
Mi scoraggio e penso: quanto spazio c’è per l’indignazione, nel Giappone e nell’Italia di oggi? Sapremo liberarci dal giogo di un anonimo apparato tecnocratico concepito solo per infantilizzarci, portandoci dalla culla alla bara nella piena efficienza e nel pieno disciplinamento degli animi e delle menti, al servizio dello Stato e dell’Economia? Coltivandoci come dei bonsai, nella debolezza di carattere e carenza di personalità e responsabilità civica (la solidarietà SPONTANEA tra sconosciuti non è comune in un Giappone dai ruoli codificati e dalle ritualizzazioni sociali), invece di lasciarci crescere come i grandi alberi che potremmo essere. Costruendo giorno dopo giorno una Buro-Utopia che lascia poco spazio all’iniziativa privata, perché non tollera l’instabilità, l’incertezza, l’imprevedibilità, i capricci della creatività umana.

IL GIAPPONE DOPO FUKUSHIMA – LE MIE PREVISIONI
Purtroppo la situazione a Fukushima sta peggiorando e non è difficile prevedere che già dall’anno prossimo il governo giapponese non potrà rifiutarsi di provvedere ad ulteriori evacuazioni di massa, ormai tardive. Gli espatriati da inquinamento radioattivo si moltiplicheranno e forse anche le nascite di bambini deformi. Ho l’impressione – o forse la mia è solo una speranza – che questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso. Esiste già un movimento di indignati giapponesi (Occupy Wall Street Tokyo) e credo che la frustrazione per il perdurante autoritarismo, l’iniquità del sistema giudiziario, la corruzione di quello politico, l’impossibilità di garantire una crescita economica sostenuta, uno stato sociale indegno di una democrazia, la paura del futuro (anche delle catastrofi naturali) e, ultimo ma non per importanza, il costo del mantenimento della famiglia imperiale, sfocerà in proteste pubbliche di massa che faranno cadere uno dei prossimi governi di inetti. Cose già sentite anche in Italia, appunto.
Se ho capito qualcosa dei Giapponesi, mi aspetto che le proteste non siano generiche come succede ancora adesso tra gli indignati degli altri paesi. La potente cultura del pragmatismo instaurata dallo stato nazionale gli si rivolterà contro, quando i manifestanti dimostreranno di avere le idee e gli obiettivi molto chiari. In questo senso, i Giapponesi potrebbero fornire un esempio per tutti gli altri movimenti di protesta, a partire dalla primavera-estate del 2012, quando mi aspetto che scoppi una Rivoluzione Globale che interrompa la Terza Guerra Mondiale:

venerdì 18 novembre 2011

Contro il relativismo morale



Per i Birmani è incomprensibile come i principi che affermano la dignità intrinseca degli esseri umani e il loro diritto inalienabile all’uguaglianza, che riconoscono che tutti gli uomini sono dotati di ragione e coscienza e propugnano lo spirito della fratellanza universale, possano essere in contrasto con i valori autoctoni. […]. Ci vuole coraggio per levare gli occhi dalle proprie necessità e per vedere la realtà del mondo intorno a sé, una realtà, come la Birmania, dove non ci sono diritti umani. Ci vuole ancora più coraggio per non voltare le spalle, trovare scuse per non farsi coinvolgere, o farsi corrompere dalla paura. occorre coraggio per sentire la verità, per ascoltare la propria coscienza. Perché una volta che lo fai, devi mettere in discussione lo scopo stesso dell’esistenza. Non ti puoi aspettare di restare seduto senza agire e che la libertà ti venga consegnata in mano. non si ottiene la liberazione in questo modo. La nostra rivoluzione avrà successo solo quando tutti si renderanno conto di poter fare la propria parte. a tale riguardo, il coraggio è triplice: il coraggio di vedere, il coraggio di sentire e il coraggio di agire. Se si realizzano questi tre aspetti, la nostra rivoluzione funzionerà.
Aung San Suu Kyi, “Libera dalla paura”.

È ormai idea diffusa che [il relativismo] sia sintomo di progressismo politico e che l’equivalenza delle opinioni sia il fondamento della democrazia [ma è] una convinzione assolutamente imbecille e contraddittoria. Se tutte le opinioni hanno uguale valore, il credo degli anti-democratici pesa quanto quello dei democratici; infatti tutti i neofascisti d’Europa sono saltati sul carro del postmoderno.
José Antonio Marina, “Il fallimento dell’intelligenza”.

La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”.

I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c’è.
Gianangelo Bof, sindaco LEGHISTA di Tarzo (TV).

Good and ill have not changed since yesteryear; nor are they one thing among Elves and Dwarves and another among Men.
Aragorn, “Lord of the Rings”.

Il relativismo morale è la dottrina etica standard delle persone affette da psicopatia e disturbo narcisistico della personalità. Dovrà pur significare qualcosa, no?
D’altronde i fondamentalisti sono i più grandi relativisti: per loro i principi di libertà e giustizia ed il valore della vita sono del tutto relativi. Per il terrorista islamico il diritto alla vita non è applicabile all’infedele. Per la Chiesa il diritto alla salute non vale per gli Africani che gradirebbero usare i profilattici anti-AIDS. Per diversi preti il diritto all’infanzia ed all’integrità della persona non ha alcun significato.
Il relativismo morale non ha senso. Chi dice di essere relativista poi nei fatti predilige qualche virtù e qualche norma (es. femministe postmoderniste: iper-relativiste su tutto, ma non sul trattamento delle donne) – foss’anche il relativismo stesso – e per poterlo fare deve per forza mettere a confronto le sue preferenze morali con quelle degli altri e stabilire che le sue sono migliori. Ma su qualche base può farlo se non attraverso un’idea di approssimazione alla Verità?
Il relativismo morale induce le persone a credere che non sia più possibile giudicare alcunché. I relativisti hanno rinunciato all’uso delle facoltà critiche, del discernimento, alla capacità di valutare criticamente la situazione e stabilire se una cosa sia buona, giusta e vera oppure no. Coesistere con il resto della creazione non significa che si deve accettare tutto, legarsi a qualunque cosa, accogliere tutto. Guardare tutto da una prospettiva più elevata non comporta ridurre lo spettro cromatico a diversi toni di grigio. I colori ci sono ancora e vederli quando ci sono permette di esaminare più obiettivamente la realtà, non di astenersi dal prendere una qualche posizione. Quello lasciamolo agli ignavi. Il relativismo è il prodotto di un’educazione spirituale e morale deficitaria, non è il suo culmine. La gente scambia il primo passo, la capacità e volontà di distaccarsi temporaneamente dalle proprie predilezioni, per l’ultimo. Ma se un giudizio affrettato è quasi sicuramente sbagliato, ciò non significa che non si debba più giudicare a ragione veduta. La sospensione del giudizio nello spirito di un olimpico distacco va bene per Dio, non per gli esseri umani, che invece vivono in una realtà che è fatta anche di conflitto, sopruso, prevaricazione, inganno, tradimento, ecc. Adottare questa prospettiva senza aver raggiunto una maturità spirituale raramente conseguita nella storia umana, serve più che altro a dissimulare la propria confusione, paura, inerzia morale e psicologica ed ignoranza. Serve anche a rendere più vulnerabili di fronte all’azione di chi sottrae il potere di autodeterminazione al prossimo facendo credere che in fondo libertà, giustizia, uguaglianza e dignità sono valori relativi. Il relativismo troppo spesso scaturisce dalla paura della libertà, paura della responsabilità di doversi informare e decidere di conseguenza, mancanza di integrità e coraggio morale. Non c’è equanimità se manca l’integrità.
Il progresso morale esiste. Il progresso morale è quello che ha abolito la schiavitù ed i sacrifici umani, vietato la tortura e lo sfruttamento del lavoro minorile, istituito il suffragio universale maschile e femminile e la convenzione di Ginevra, tra i numerosi esempi che si possono fare – solo grazie al fatto che non tutti sono relativisti culturali e che alcuni hanno capito che la loro società era imperfetta e c’erano ampi margini di miglioramento. Qualcuno obietta: ora c’è il caporalato, la guerra umanitaria, la “tortura soft” (tecniche avanzate di interrogatorio). Gli eufemismi indicano però che l’opinione pubblica condanna quello che un tempo, poche generazioni fa, dava per scontato. Esiste un consenso pressoché universale sul fatto che è giusto rispettare la dignità umana e che il genocidio, lo schiavismo, la tirannide e il razzismo sono cose sbagliate. Questa è una meravigliosa conquista umana: precaria, ma di i importanza cardinale. Chi ne minimizza la portata o è in malafede o dovrebbe recarsi a vivere in quei paesi in cui questa conquista è ancora un sogno. La fratellanza umana può fondarsi solo sull’apprezzamento delle differenze, della varietà, coniugato con il riconoscimento e la valorizzazione delle affinità. Il relativismo, essenzializzando le differenze, fa il gioco di chi desidera seminare zizzania e divisioni per poter mantenere il suo potere e se possibile accrescerlo.
Se tutti i sistemi morali fossero socialmente e storicamente contingenti, allora non esisterebbe alcun criterio di scelta affidabile ed obiettivo e la morale si ridurrebbe all’usanza, alla credenza, alla volontà di una maggioranza in seno ad una comunità, ad un rigido soggettivismo egotista. D’altra parte, poiché ogni società è la sommatoria di individui con opinioni differenti, nessuna società o cultura potrebbe imporre un sistema morale definito. Di qui la deriva nichilista, perfettamente esemplificata da un editoriale di Benito Mussolini dal titolo Relativismo e fascismo, pubblicato sul Popolo d’Italia il 22 novembre 1921, in cui il futuro Duce afferma: «Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono i portatori di una verità obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano, invece che tormentarsi e rinnovellarsi incessantemente, per quelli che si vantano di essere sempre uguali a se stessi, niente è più relativistico della mentalità e dell’attività fascista. … Dall’equivalersi di tutte le ideologie, tutte egualmente finzioni, il relativista moderno deduce che, dunque, ciascuno ha il diritto di crearsi la sua e d’imporla con tutta l’energia di cui è capace».
Questa citazione è un dato storico che descrive una possibile modalità di transizione dal relativismo morale al soggettivismo radicale o nichilismo e – per inerzia, narcisismo ed horror vacui – all’asso­lutismo, alla tirannia.
Un antropologo che si rispetti dovrebbe ripudiare la mascherata relativista di chi si permette di giustificare misure repressive o deflettere le critiche in nome dell’incommensurabilità dei valori. È in nome del relativismo che si difendono la pena di morte e la tortura; in nome del relativismo il razzista segregazionista sudafricano J.B.M. Hertzog esortava bianchi e neri a collaborare alla difesa dell’apartheid, affinché ciascuno preservasse i suoi ideali e la sua cultura; in nome del relativismo, infine, nell’Atene classica, Trasimaco rispondeva a Socrate che la giustizia non è altro che l’interesse del più forte. È quindi fondamentale capire che il relativismo culturale degli antropologi è un relativismo epistemico, non valoriale. È una scelta euristica, non etica e perciò non va vista come un atto di deliberata connivenza con la violazione dei diritti fondamentali di bambini, donne, disabili, omosessuali, minoranze etniche e religiose, degli animali e dell’ecosfera.
Ernest Gellner aveva visto giusto quando aveva riepilogato l’intera questione della contrapposizione tra universalismo e relativismo nella doppia domanda: «C’è un solo tipo di uomo, o ce ne sono molti? C’è un solo mondo, o ce ne sono molti?». Proprio l’anno in cui nacqui Eric R. Wolf diede la sua risposta, che io sottoscrivo con piacere: «Difendo la mia convinzione che il compito dell’antropologia sia quello di affermare la possibilità di una vera scienza dell’uomo. Sappiamo tutti che questa scienza dell’uomo allo stato embrionale è in pericolo, proprio come lo è l’umanità… l’umanità può farcela oppure no, e la vittoria potrebbe costare quasi quanto la sconfitta. Tuttavia la logica dell’approccio antropologico è esplicita, indipendentemente dal fatto che gli antropologi siano in grado di esserne all’altezza. Abbiamo dichiarato e dimostrato l’unità dell’umanità nell’articolazione di un processo culturale. Negare questi legami con il nostro passato e presente significa restringere la nostra prospettiva, ritrarsi verso un adattamento più limitato, voltare le spalle a ciò che possiamo ancora diventare. … Il punto di vista antropologico è quello della cultura mondiale che si sforza di nascere… se questa cultura fallirà, analogo sarà il fato dell’antropologia».
Fin che è sul campo l’etnografo si affida al giudizio di autenticità locale ed accoglie la richiesta che certi argomenti siano collocati in una sfera al di là del bene e del male. Una volta a casa, però, non può ignorare i rapporti di potere, le discriminazioni e sperequazioni, gli interessi privati, le ipocrisie, la miriade di contraddizioni ed eccezioni e, soprattutto, l’inconsistenza della pretesa che determinati concetti e valori siano intraducibili, che esistano differenze insormontabili e che le culture siano internamente omogenee ed ermeticamente sigillate rispetto alle influenze esterne. Altrimenti l’antropologia dovrebbe rinunciare al titolo di scienza sociale, seguendo l’auspicio di certi critici post-modernisti, troppo impegnati a de-strutturare e frammentare la conoscenza per preoccuparsi delle conseguenze delle loro frivolezze sulle persone in carne ed ossa. Queste sono persone di scarsa caratura morale ed abbondante falsa coscienza che, finché se ne stanno nel proprio paese, dichiarano di apprezzare la dignità umana, il rispetto per l’individuo, la libertà e di ritenerli valori fondamentali che distinguono l’uomo dall’animale, ma quando poi mettono piede all’estero, in un luogo esotico, cambiano improvvisamente idea.
Quale forza prescrittiva può avere una dottrina relativista? Il relativismo è evidentemente una contraddizione in termini, non potendo per sua natura autofondarsi. Un relativista non può, per coerenza, credere che “tutto è relativo” (un’affermazione assoluta). Ciò nonostante, per anni, molti antropologi si sono scagliati furiosamente contro la formulazione dei diritti umani, come se la loro origine «occidentale» li macchiasse per sempre di una colpa originaria. Lo fanno per ignoranza e pigrizia mentale, visto che la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu un’opera corale di esperti di tutto il mondo e gran parte delle costituzioni dei paesi post-coloniali sono modellate su di essa state
Per questi presunti antropologi rimanere ignoranti riguardo agli altri è preferibile rispetto ad un inavvertito fraintendimento. Un silenzio passivo è da preferirsi rispetto all’imprigionamento ed alla perversione della Sacra Alterità nella cornice della nostra conoscenza convenzionale. «Sono totalmente diversi», «non siamo in grado di capirli», «criticarli è un sintomo di mentalità imperialista». Lo studioso deve dunque prorogare o sospendere la valutazione critica e soppiantarla con il giudizio di valore che riceve dall’Altro, l’unico giudice dell’adeguatezza della descrizione realizzata dall’osservatore. Si accettano acriticamente i pregiudizi e le interpretazioni soggettive dell’Al­tro in una sorta di auto-lobotomizzazione critica. L’idea della cultura come radicale alterità infrange ed offusca le evidenti ed istruttive omologie, ponendosi in contrasto con i più elementari principi di logica e metodo scientifico. Viene da chiedersi perché l’assenza di logica sia degna di nota, piuttosto che il sintomo dell’assenza di qualcosa di significativo da dire, della rinuncia a fare il proprio lavoro con senso di responsabilità e dedizione, della complicità con il potere «indigeno» che mette in campo tutte le sue funzioni mitopoietiche e mimetiche nell’intento di auto-perpetuarsi, magari con l’aiuto di una corte di intellettuali stranieri, più grulli che meschini, interessati ad assicurarne l’auto-promozione per varie ragioni. Un perfetto dispositivo usato dalle classi dominanti per occultare la natura dispotica del loro governo. Ogni peana dedicato al relativismo morale è un elogio dell’infermità mentale, di un pensiero confinato che rinuncia ad alimentarsi dell’esperienza concreta.
D’altro canto è un’idea bizzarra quella secondo cui per avere una mente aperta e non essere bigotto significa non avere una salda opinione su niente, oscillando da una posizione ad un’altra in nome dell’equanimità e del relativismo. Una persona intelligente crede in qualcosa, sa perché crede in questo qualcosa e sa articolare le sue convinzioni ed argomentare le ragioni a sostegno delle medesime. La fondamentale differenza tra relativismo culturale e relativismo morale è che il primo è un procedimento empatico che consente all’osser­vatore di assumere la prospettiva dell’altro mentre il secondo è un’ottica che nega che credenze morali e giudizi etici possano essere o veri o falsi e che esistano proprietà morali che stanno a cuore a tutti gli esseri umani. Senza relativismo culturale non si può fare antropologia. Non solo, senza una forma di relativismo epistemico non potrebbe neppure esistere alcun sistema etico. Infatti l’etica, l’insieme strutturato dei nostri principi morali, si basa sul nostro sentire empatico, sulla nostra simpatia immaginativa che permette la mutua comprensione e non la semplice proiezione dei nostri sentimenti in un’altra persona. L’empatia è identificazione emotiva, assorbimento e fusione emozionale al punto che uno si estrania da se stesso e si vede come parte dell’altra persona con la quale condivide una data sensazione. L’etica deriva dalla necessità di riflettere la visione del mondo di un altro essere umano. Così facendo si diventa più morali, si espandono i propri orizzonti e si indebolisce il naturale egocentrismo. L’empatia più autentica è quella che è rivolta a tutti e non solo a quelli a cui teniamo. Non ci limitiamo a replicare i loro sentimenti e sensazioni ma riconosciamo che appartengono a qualcuno che merita il nostro rispetto. Empatizzare troppo con qualcuno e non abbastanza con tutti ci porta fuori strada. Dunque il relativismo tanto caro agli antropologi è l’espressione deontologica di questo aspetto della natura umana, dell’unica maniera che conosciamo di raggiungere uno stadio in cui possiamo esaminare le nostre azioni dal punto di vista di uno spettatore imparziale. L’empatia ed il relativismo culturale tengono a bada le nostre emozioni, filtrandole, ed evitando così che ci facciano deragliare, sopprimendo la nostra obiettività, discernimento e buon senso. Questo è il secondo motivo per cui ritengo legittimo concepire l’antropologia “fatta come si deve” come un’impresa virtuosa.
Il buon antropologo, una volta tolto il cappello del professionista, dovrebbe essere in grado di distinguere ciò che è relativo da ciò che è universale o sostanzialmente universale. Mi riferisco ad esempio alle virtù primarie come la benevolenza, la sapienza, l’amore, la fede, la speranza, la compassione, la tenacia, il coraggio morale, la solidarietà, l’armonia, la sicurezza, l’avvedutezza, il buon senso, la cooperazione, l’operosità, ecc. Queste sono qualità grandemente apprezzate in ogni angolo del globo. La stessa regola aurea – il caposaldo di ogni sistema etico – è presente in tutte le maggiori tradizioni culturali e religiose umane. Dunque il relativismo culturale non comporta un’auto­matica adesione ad un relativismo morale del tipo «se Dio è morto allora tutto è lecito». Come notava C.S. Lewis, «è necessario credere fermamente nell’oggettività di certi valori se si vuole vivere in un mondo in cui i governi non siano tirannie e l’obbedienza non sia quella dello schiavo verso il padrone».


LINK UTILI:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/io-credo-nella-verita.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/idee-e-virtu-di-gesu-il-cristo-un.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/socrate-un-compendio-con-alcuni.html





Io credo nella verità




“Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere”.
Gaetano Salvemini, Prefazione a Mussolini diplomatico.

“È incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare, anzi: dubitarne. Chi crede che le cose umane siano inafferrabili, non dubita affatto, ma sospende necessariamente ogni giudizio…L’astensione dall’affermare di ogni cosa ch’essa sia vera o falsa, buona o cattiva, giusta o ingiusta, bella o brutta significa che tutto è indifferente a questo genere di giudizi. Come forma estrema di scetticismo, è incompatibile con il dubbio. Il dubbio, infatti, al contrario del radicale scetticismo, presuppone l’afferrabilità delle cose umane, ma, insieme, l’insicurezza del carattere necessariamente fallibile o mai completamente perfetto della onoscenza umana, cioè ancora la coscienza che la profondità delle cose, pur se sondabile, è però inesauribile. Onde, di ogni nostra conoscenza deve dirsi ch’essa è non fallace o impossibile, ma sempre, necessariamente, superficiale. […]. Così, l’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica, che è quella che vuole fissare le cose una volta per tutte e impedire o squalificare quella cruciale domanda: “sarà davvero vero?”. […] Essere per l’etica del dubbio non significa dunque affatto sottrarsi al richiamo del vero, del giusto, del buono e del bello, ma, propriamente, cercare di rispondere alla chiamata, in liberà e responsabilità verso sé e verso gli altri”.
 Gustavo Zagrebelsky, Contro l'etica della verità.

“Ciò che mi ha sempre colpito degli occidentali è il loro ardente desiderio di imparare. Ogni volta che presenzio a una conferenza sul buddismo, per esempio, tirate subito fuori carta e penna per prendere appunti, oppure il registratore portatile, mentre ho notato che tra i tibetani, i cinesi o gli indiani, anche se mi guardano con estrema devozione, nessuno tira fuori la penna; stanno lì, tranquilli, come se sapessero già tutto. La stessa cosa vale per i mongoli: credono che più si spingeranno in mezzo alla folla, più la benedizione sarà forte – apparentemente anche dei tibetani la pensano così! Ho sempre ammirato l’atteggiamento autenticamente scientifico nella ricerca, in cui l’imparzialità, l’apertura mentale e anche lo scetticismo hanno un ruolo importante”.