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venerdì 13 gennaio 2012

Se incontrate questo tipo di rivoluzionari, isolateli: sono mortiferi





So che la maggior parte degli uomini, compresi coloro che hanno dimestichezza con problemi della più grande complessità, raramente riesce ad accettare la verità più semplice e ovvia, se questa li costringe ad ammettere la falsità delle conclusioni che essi hanno orgogliosamente insegnato ad altri e che hanno intessuto, un filo dopo l'altro, nell’ordito della propria vita.
Tolstoj, “Che cos'è l'arte?”, 1897

Che la pace sia un valore è cosa che nessuno discute (anche i folli e i fanatici, a modo loro, vogliono la pace), ma non bisogna confonderla con la resa. Chi vuole la pace con Hitler, meriterebbe appunto di averla, e di godersela sino in fondo. Col male politico non si viene a patti, e pur di estirparlo è sensato pagare anche un alto prezzo di sofferenza. Il punto essenziale è che non si creda di lottare per il bene, se no si dà immediatamente ragione all'avversario: è appunto perché è buono che ci uccide. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l'incertezza. Per il tentativo. Per l'esperimento. Per l'avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all'avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c'è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all'imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall'11 settembre)”, in Dialoghi, anno II, n. 1, 2002, pp. 46-55.

Già da un po' di tempo ho espresso il mio parere che il 2012 sarà l'anno in cui le rivolte cominceranno a prendere una piega rivoluzionaria, specialmente in seguito all'attacco preventivo israeliano all'Iran. Perciò mi aspetto che il 2013 ed il 2014 siano anni Rivoluzionari con la maiuscola.
Ciò detto, per chi non conosce il mio pensiero, è bene specificare che sono recisamente contrario alla violenza aggressiva (chi dovrebbe desiderare di fare del male a qualcun altro?), ma anche alla nonviolenza e pacifismo, che ostacolano l’indispensabile autodifesa ed il ristabilimento della libertà e della giustizia (quando ce vo' ce vo'):
Sospetto però che le rivoluzioni facciano il gioco dei potentati e che quindi andrebbero evitate, se possibile. Gli scioperi di massa (una forma di violenza molto limitata e dignitosa) dovrebbero essere sufficienti a cambiare le cose (es. nell’epica sumera gli umani si ribellano al loro asservimento agli dèi gettando a terra gli attrezzi da lavoro – gli dèi sono ricondotti a più miti consigli).
Temo però che sia utopistico sperare nell’autocontrollo delle folle e, soprattutto, nel buon senso dei potenti dei nostri tempi; quindi è bene prepararsi ad un nuovo 1848:
Per questo è meglio fare una ripassatina di alcuni fatti storici.
Movimenti rivoluzionari sfociati in regimi tirannici: 1642 in Inghilterra (Cromwell), 1789 in Francia (Robespierre e Napoleone), 1848 in Francia (Napoleone III), 1917 in Russia (Lenin e Stalin), 1919 in Italia (biennio rosso - Mussolini), 1930 in Germania (Hitler), 2011 in Egitto, 2012 negli Stati Uniti?
La Rivoluzione del 2012 sfocerà anch’essa nel Terrore (perché conviene a chi intende instaurare un Nuovo Ordine patentemente anti-democratico),
ma si può cercare di interferire o magari addirittura interrompere questo genere di degenerazione. La storia ci insegna quali sono i leader che faranno il gioco del Potere.

Finché essi vivono non è possibile che vi liberiate dal timore umano…Non lasciatevi atterrire, dio è con voi.
Thomas Müntzer (1794 – 1525)

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza.
Maximilien Robespierre, “Sui principi di morale politica”, 5 febbraio 1794.

I popoli non giudicano come le corti giudiziarie, non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li piombano nel nulla… quale altra legge può seguire il popolo se non quella della giustizia e della ragione sostenute dalla sua onnipotenza?
Maximilien Robespierre, “Discorso per la condanna a morte di Luigi Capeto”, 3 dicembre 1792.

Io ho sostenuto, tra persecuzioni incredibili e senza appoggi, che il popolo non ha mai torto, io ho osato proclamare questa verità in un tempo in cui non era ancora riconosciuta; il corso della rivoluzione l’ha dimostrato.
Maximilien Robespierre, 25 febbraio 1793

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile…Sparta brilla come un punto luminoso in tenebre sterminate.
Robespierre, “Sui rapporti tra le idee religiose e morali e i principi repubblicani”, 7 maggio 1794

Il fine della rivoluzione è il trionfo dell’Innocenza.
Robespierre

Questa nostra Rivoluzione è una religione e Robespierre è il capo della setta. È un prete che governa i devoti…Robespierre predica, Robespierre censura, è furioso, solenne, melanconico, esaltato – ma tutto freddamente; i suoi pensiero fluiscono con regolarità, le sue abitudini sono regolari; tuona contro i ricchi e i grandi; vive con molto poco; non ha bisogni. Ha una sola missione – parlare, e parla incessantemente; crea discepoli…parla di Dio e della Provvidenza; si definisce amico degli umili e dei deboli…riceve la loro venerazione…è un prete e non sarà mai altro che un prete.
Condorcet (1743 –1794) su Robespierre, articolo apparso su Chronique de Paris

Voi dovete punire non solo i traditori, ma anche gli indifferenti; dovete punire chiunque sia apatico nella Repubblica e non faccia nulla per essa; giacché, dopo che il popolo ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che si oppone ad essa si pone fuori del popolo sovrano, e tutto ciò che è fuori del popolo sovrano è nemico.
Saint-Just, “Sulla necessità di dichiarare il governo rivoluzionario fino alla pace”, 10 ottobre 1793

ART. 1 “gli stranieri, sudditi dei governi con i quali la Repubblica è in guerra, saranno detenuti fino alla pace” – ART. 2 “Le donne, unite in matrimonio con dei francesi prima del 18 del corrente mese, non sono comprese nella presente legge, a meno che non siano sospette o mogli di sospetti” – ART. 10 “Il comitato di Salute Pubblica è egualmente autorizzato a trattenere in requisizione permanente tutti gli ex nobili e gli stranieri che crederà utile adibire ai lavori pubblici” – ART. 23 “Tutti gli oziosi, che saranno riconosciuti colpevoli di essersi lagnati della Rivoluzione, che non abbiano compiuto i sessant’anni e che non siano infermi, saranno deportati alla Guyana”.
Saint-Just, articoli proposti alla Convenzione.

[Il decreto del 6 settembre 1793 sospende l’ospitalità pubblica ed espelle gli stranieri nati nei paesi con cui la Francia è in guerra, perché considerati serpi in seno. Lo stesso farà Petain nei confronti degli Ebrei al tempo di Vichy. Gli stranieri “degni” di restare devono ottenere un certificato di ospitalità attraverso un garante e si suggerisce di costringerli ad indossare un bracciale tricolore con la scritta “ospitalità”, proposta terribilmente anticipatrice delle perversioni naziste, ma che fortunatamente non viene accettata].

La rivoluzione deve fermarsi quando abbia raggiunto la perfezione della felicità e della libertà pubblica per mezzo delle leggi. I suoi slanci non hanno altro scopo, e devono spazzar via tutto ciò che vi si oppone.
Saint-Just, “Frammenti sulle istituzioni repubblicane”, 1794

Perché allora non ricorriamo ai detenuti nobili ordinando loro di compiere ogni giorno questi lavori di riassetto delle grandi strade?
Saint-Just, 1794

Occorre obbligare ogni cittadino a collaborare all’attività nazionale…non abbiamo forse navi da costruire, officine da migliorare, terre da bonificare?
Saint-Just, 1794

Quello che costituisce una Repubblica è la distruzione di tutto ciò che la contraria.
Saint-Just

Noi faremo un cimitero della Francia, piuttosto che non rigenerarla a nostro modo.  
Jean-Baptiste Carrier (1756 – 1794)

Molti dei Francesi che ci avevano appoggiato ci guardavano come dei pazzi, come degli energumeni, spesso persino come degli scellerati.
René Levasseur de la Sarthe, giacobino, 1795.

Bisogna affermare apertamente, intendo in senso politico, e non in termini strettamente giuridici, il principio che motiva l’essenza e la giustezza del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve sopprimere il terrore, dirlo equivarrebbe a mentirsi o a mentire, ma dargli un fondamento, legalizzarlo in base a dei principi, con chiarezza, senza barare o nascondere la verità. La formulazione deve essere il più aperta possibile, perché solo la coscienza legale rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria creano le condizioni per applicarlo nei fatti.
V.I. Lenin al commissario del popolo per la giustizia D.I. Kurskij, 17 maggio 1922.

L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così, Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra nei luoghi del nemico: a casa sua, dove si diverte. Renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un solo istante di respiro, un minuto di sosta, fuori e persino dentro le sue caserme: attaccarlo dovunque sia. Farlo sentire una bestia braccata dovunque vada. […]. E dovunque ci sorprenda la morte, sia benvenuta, purché il nostro grido di guerra raggiunga chi è pronto a raccoglierlo e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi e altri uomini si preparino a intonare canti di lutto con il tambureggiare delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.  
Messaggio di Ernesto Che Guevara per la rivista Tricontinental (16 aprile del 1967), considerato il suo testamento politico.

La rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità.
Suong Sikoeun, uno dei leader dei Khmer Rossi (1975-1979)

Il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore.
Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale”, 2009.

Etichette come “terrorista” sono quelle che una cultura corrotta e decadente usa per designare quelle che persone che cercano di combattere il vero male nel mondo. Ben desiderava colpire tutto ciò che sta lentamente soffocando questo mondo e ha fatto qualcosa di prematuro, non autorizzato. Ma far saltare quel treno era sbagliato? No. stava combattendo il male con tutto il cuore.
Sorella Clarice Willow, “Caprica” (2010)

Altrettanto mortiferi sono i leader rivoluzionari che non sanno difendere la rivoluzione e la democrazia dalle mostruosità immorali appena elencate e dai rivoluzionari più prosaici, quelli falsi, privi di principi morali, irresponsabili, intringanti, parassiti della politica, delinquenti e terroristi, cinici ed arrivisti, quelli che detestano gli uomini di valore perché mettono in risalto la loro pochezza, l’insignificanza della loro persona e la miseria della loro personalità.
Tra i leader rivoluzionari inadeguati per eccesso di idealismo e mitezza, un esempio per tutti  è Alexander Kerenksij: “un uomo onesto, sincero e pronto a dare la vita per il suo Paese. Ma che non sa assolutamente niente dell’arte del governo e immagina di fare grandi cose quando elabora sulla carta piani per l’abolizione della pena di morte in tempi di guerra e di rivoluzione. Aborrisce forza, violenza e crudeltà e pensa davvero che sia possibile esercitare il potere con parole gentili e sentimenti elevati. Più di ogni altra cosa sembra compiacersi della sua purezza, umanità e idealismo. Un uomo buono, ma un cattivo leader, di fatto il tipo perfetto dell’intelletto russo” (Pitirim A. Sorokin, già collaboratore di Kerenskij nel governo provvisorio del 1917).
Ci sono analogie tra giacobinismo e bolscevismo: fede rivoluzionaria, esigenza di sovversione totale, epurazioni, “dispotismo della libertà”, magistero di ortodossia, implacabilità, radicalismo, assolutismo, egualitarismo radicale, messianismo, antiliberalismo, antiparlamentarismo, meccanismi di produzione dell’unanimità, centralismo politico ed amministrativo, cinismo, sospensione della realtà e trionfo del principio sul fatto, virtù indivisibile del popolo che perciò deve restare unito, fanatismo, violenza, terrorismo.
Saint-Just è grandiosamente scellerato, glacialmente narcisista e forse psicopatico. I leader rivoluzionari più radicali sono più spesso ventenni-trentenni, con poca esperienza di vita, che impongono la loro rozza, inesperta visione del mondo a tutti gli altri. Coltivano orgoglio, a volte crudeltà, quasi sempre un appetito di dominazione. Sono tigri erudite che non hanno ancora avuto tempo di diventare adulte.
Un fanatico austero, dal cuore freddo come la sua morale, Saint-Just si paragona a Tarquinio e Muzio Scevola. Lui e Robespierre usano spessissimo i termini “cuore”, “sensibilità” e “virtù”, come se dovessero supplire verbalmente alla loro mancanza di cuore, sensibilità e virtuosità. Saint-Just si attribuisce una ragguardevole dose di virtù, ma è un pessimo giudice di se stesso - come tutti gli esseri umani. Sfortunatamente le rivoluzioni nutrono mostri e sono alimentate da mostri. La violenza generalizzata è l’habitat perfetto per i mostri, per gli psicopatici integrati, quelli che s’irrigidiscono nei moralismi e si fissano intransigentemente sulle virtù etiche perché non hanno empatia e quindi non possono sapere cosa sia un comportamento spontaneamente morale. Una loro tragedia personale, da compatire, ma con esiti assolutamente devastanti per tutti gli altri:
Questi pifferai di Hamelin sono responsabili della conversione della rivoluzione in una crociata teocratica, in un moloch che divora gli esseri umani. In nome della loro certezza che siccome c’è una sola verità e loro sono riusciti a comprenderla, ad impadronirsene definitivamente, chiunque sia in disaccordo è motivato da propositi maligni. Robespierre si considera e dichiara vittima di persecuzione tutte le volte che qualcuno lo contraddice, si sente investito di una sacra missione, e patisce un’immensa frustrazione quando il mondo si rifiuta di sottomettersi al suo volere: conclude che solo la violenza purificatrice può ristabilire l’ordine naturale delle cose. Lo stesso discorso vale per Saint-Just. Sono entrambi sicuri che la cosa giusta da fare sia ridurre la diversità del mondo al proprio denominatore individuale. Il loro ego ipertrofico proietta sul gruppo la loro esigenza di uniformità, di una singola volontà, di un carattere unitario: la premessa di ogni politica genocidaria.
Sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine. Notiamo la stessa logica in Mao, Pol Pot, Stalin e Hitler, nella vicenda biblica dello sterminio dei Cananei, ma anche in Karl Rove. Nel 2002, un consigliere di George W. Bush, presumibilmente Karl Rove, spiegò a Ron Suskind: “Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.
O tutto o niente, o con noi o contro di noi, ora o mai più. La rivoluzione, come la guerra degrada le coscienze: “Quello che in tempo di pace viene considerato immorale, ingiusto, dannoso per la collettività, in tempo di guerra cambia di segno, si trasforma in valore positivo e viene perciò stimolato e incoraggiato. Non uccidere, non mentire, non tradire, ecc. sono tutte massime che devono essere ribaltate durante un conflitto lungo e radicale per il bene della collettività; inoltre deve essere sviluppata in tutti i modi una mentalità aggressiva, bellicosa, spietata se occorre. In altre parole la guerra crea un “nuovo universo morale” con regole e valori specifici che sono in contrasto profondo con quelli dell’universo morale dell’epoca in cui la società è in pace. Inoltre la guerra produce una mentalità manichea che porta a scomporre il mondo in amici e nemici e a guardare con sospetto gli stessi membri del gruppo di appartenenza, se questi manifestano in qualche modo un ardore sufficiente o addirittura riserve morali sulla lotta in atto” (Luciano Pellicani, “I rivoluzionari di professione”, 2008, p. 215).
Se pure è un male necessario, la rivoluzione resta comunque un male ed è uno strumento che non può mai divenire un fine. Una volta rimosso l’establishment, la rivoluzione deve finire e la democrazia deve prevalere – una democrazia autentica, non la democrazia dei fanatici che si considerano santi, unici depositari della virtù – altrimenti tutto sarà stato vano.
Seguendo Albert Camus, una genuina rivolta dev’essere umanista, deve prendere in considerazione l’umanità nella sua interezza. Non è il ribellismo egotista adolescenziale à la Nietzsche. Non è la rivolta del no. Il ribelle dice no ma dice anche sì, nel momento in cui compie il primo gesto di ribellione. La libertà che esige, la esige per tutti: “Mi ribello, quindi esistiamo”. La rivoluzione è sempre integralista (o tutto o niente), perciò tradisce invariabilmente lo spirito umanitario della rivolta. La misura è la cifra della rivolta. Non c’è rivolta senza una filosofia del limite. Sono gli psicopatici che rifiutano i limiti e non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Diceva Benjamin Constant (1767 –1830), ne “Gli effetti del terrore”: “Il terrore esiste solo quando il crimine diventa sistema di governo e non quando ne è il nemico; quando il governo lo prescrive e non quando lo combatte; quando organizza la furia degli scellerati e non quando invoca il soccorso degli uomini dabbene”.

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lunedì 28 novembre 2011

Partigiani del Terrore, Sicari della Rivoluzione - Slavoj Zizek



La storia del pensiero politico è un lungo confronto con la violenza: con omicidi e brigantaggi, sommosse e guerre civili, usurpazioni e sopraffazioni, nemici esterni e criminali interni. Non solo: la politica deve fare i conti con la propria interna violenza. Infatti, la politica si struttura attraverso le differenze di potere fra persone e gruppi sociali. E la violenza sta all´origine del potere. Il potere è violenza che ha trovato una interna misura – esterna o interna –, una forma di consenso: è violenza controllata e legittimata, istituzionalizzata e finalizzata a obiettivi durevoli. […]. La violenza…strumentalizza chi ne è oggetto (lo piega, lo opprime, lo spezza), e nega così quel valore infinito della persona che la nostra civiltà pone a proprio emblema. Ma perché questa finalità umanistica non sia vuota declamazione, bisogna sapere individuare la violenza in tutte le forme che assume – alcune delle quali interne alla stessa civiltà che la vorrebbe bandire –; c´è violenza tanto dall´alto quanto dal basso, tanto nei soprusi del potere quanto nelle rivoluzioni che li spazzano via, tanto nelle istituzioni deviate o corrotte quanto nella plebaglia incanaglita dal degrado culturale e civile, tanto nelle ingiustizie che attanagliano il mondo quanto nella criminalità più o meno organizzata, tanto nella sottomissione delle donne al potere maschile quanto nelle disuguaglianze e nelle persecuzioni religiose o razziali, tanto nel terrorismo quanto nella guerra (giusta o ingiusta che sia). Bisogna, insomma, essere consapevoli del rischio che la coppia politica/violenza – che cerchiamo di separare – si torni a formare; e che la violenza si ripresenti dentro la civiltà – come aggressione, dominio, minaccia –, e non lasci altra risorsa che opporsi a essa con altra violenza. Solo se la politica democratica sa affrontare le ingiustizie, le sopraffazioni, gli abusi dei poteri, se cioè dà spazio reale alla critica, alla protesta e alla proposta –, la violenza non ha giustificazione. Oggi più che mai è quindi la democrazia – presa sul serio – lo spartiacque fra la politica e la violenza, fra la civiltà e la barbarie.
Carlo Galli, “L’autunno caldo della democrazia”, la Repubblica, 20 Ottobre 2011, p. 47

In un dialogo con Jonathan Meese, il filosofo sloveno e star dell’intellettualità internazionale Slavoj Žižek ha dichiarato, testualmente: “Sono assolutamente un fan di Saint-Just”, cioè uno degli artefici del Terrore Rivoluzionario che portò alla tirannia ed all’eccidio di decine di migliaia di Francesi ed Europei.
Nel 2007 Zizek ha anche pubblicato i più bei discorsi di Robespierre, l’altro dioscuro del totalitarismo giacobino: quest’antologia (non tradotta in italiano) s’intitola “Robespierre tra virtù e terrore”.
Per Zizek, una rivoluzione o è forte o non vale la pena di farla: le “rivoluzioni decaffeinate”, come le chiama lui – il 1789 senza il 1793 –, non lo gratificano. Ma ai giovani di Occupy Wall Street fa balenare proprio la visione di una rivoluzione decaffeinata, raccomandando di presentare richieste che saranno comunque respinte e di rifiutare il dialogo, di restare in silenzio:
Esorta a non farsi fregare dai padroni e dalla democrazia:
Celebra la “violenza popolare emancipatoria”, ossia l’immobilizzazione di un paese, ma irride il subcomandante Marcos (riprende l’epiteto di “sub-comediante”) perché non blocca lo stato messicano:
Zizek sembra dimenticare che Marcos, che vive nella realtà e non nella sfera delle astrazioni, ha ben chiaro quante migliaia di persone innocenti potrebbero morire in un conflitto generalizzato (es. narcotrafficanti contro forze dell’ordine ed esercito), che sarebbe l’esito inevitabile della strategia zizekiana in una nazione come il Messico. Dunque la sua “minuta violenza” difensiva è semmai un indice di senso di responsabilità, maturità morale ed intellettuale, sano realismo ed affetto nei confronti della sua gente e della democrazia in generale: non vuole imporre il suo volere a quei Messicani che non sono d’accordo con lui. Lo trovo ammirevole.
Mentre Marcos ha ottenuto qualcosa di concreto per gli indigeni del Chiapas, Zizek non fornisce alcuna indicazione chiara di dove bisognerebbe andare, secondo lui. Bisogna rivolgersi ai suoi libri per capirlo e lo farò in questo articolo. Prima però vorrei subito mettere sul tavolo quel che penso di Zizek. Penso che Zizek sia un ragno che sta tessendo la sua tela (come l’orwelliano Emmanuel Goldstein), oppure un terrificante fanatico che non è pienamente consapevole di esserlo.
A ben guardare, ci si potrebbe chiedere se i “consigli” di Zizek agli attivisti di Occupy Wall Street non siano esattamente la ricetta per cucinare una pericolosa escalation in cui gli animi si surriscaldano e le azioni non sono più moderate da una sobria ragione. Zizek gioca, sottilmente a fare il Rivoluzionario Cosmico. Ma Geova (l’Autorità) e Satana (il Rivoluzionario) sono indistinguibili, sono entrambi tiranni, entrambi violenti, entrambi intossicati dal proprio ego: il poliziotto cattivo e il poliziotto “buono” che ingannano la vittima.
Il Terrore Rivoluzionario francese che tanto gli scalda il cuore (come vedremo più avanti) non fu perpetrato per la causa rivoluzionaria ma per quella dell’accentramento del potere e l’inflazione dell’ego. Il gonfiamento di ego è un problema endemico dell’umanità ed in particolare dei filosofi, che dedicano molto più tempo alle idee che agli esseri umani. Penso a Badiou, Laclau, Negri, Mouffe, Deleuze e, naturalmente, a Zizek. Si sentono eroici quando offendono gratuitamente il senso comune più benevolo e temperato. L’iconoclastia, per loro, è solo un trampolino di lancio per il loro ego. Mentre i rivoluzionari del 1789 chiedevano libertà, uguaglianza e fratellanza, nel 1793 l’eroe di Zizek, Saint-Just, offriva ai Francesi la scelta tra Terrore e Virtù (proponendosi, appena ventenne, come un modello umano universale! Ma ci rendiamo conto?). Il totalitarismo giacobino che affascina, seduce il filosofo sloveno dalla fulgida carriera nell’establishment accademico americano (coincidenza?) fu la presa in ostaggio di un intero popolo, fustigato, torturato, dissanguato, decimato secondo le proprie convenienze, com’è tipico dei volgari tiranni.
Addentriamoci dunque nei più oscuri recessi dell’interpretazione storiografica zizekiana della Rivoluzione, prendendo in esame la summa del suo pensiero rivoluzionario, intitolata “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale” (Zizek, 2009).
In questo tomo Zizek si rifà a Alain Badiou, un filosofo francese al quale dedica il libro con queste parole, che descrivono molto bene il carattere estremamente autoreferenziato del personaggio in questione: “Un giorno Alain Badiou era seduto tra il pubblico in un’aula in cui stavo tenendo una conferenza, quando il suo telefono (che, oltre tutto, era il mio: glielo avevo prestato) all’improvviso iniziò a suonare. Anziché spegnerlo, mi interruppe con garbo e mi chiese se potevo parlare un po’ più piano, in modo da permettergli di udire il suo interlocutore più chiaramente…Se questo non è un atto di vera amicizia, non so cosa sia l’amicizia. E così, questo libro è dedicato ad Alain Badiou”. Il suo fu un atto di estrema cortesia, quello di Badiou un gesto di consumata arroganza e becera villania: una persona ordinaria sarebbe stata coperta di improperi e sbattuta fuori dalla sala dal resto del pubblico. Ma le celebrità godono di un tacito salvacondotto: l’idolatria del pubblico.
Zizek lancia un appello ai suoi lettori: serve un atto di fede, un salto nel vuoto delle cause perse, le cause folli, perché ormai i paradigmi dominanti hanno fallito e le teorie scettiche non hanno dato risposte. Occorre recuperare l’afflato messianico e quello totalitario. Si può persino rivendicare l’utilità del Terrore Rivoluzionario come strumento di emancipazione e di difesa dei diritti conquistati, sulla scia dell’aforisma di Saint-Just “Ciò che produce il bene generale è sempre terribile".
Oltre ai giacobini ed a Badiou, un altro eroe filosofico di Zizek è l’esistenzialista Merleau-Ponty, che difendeva gli orrori dello stalinismo sulla base di una scommessa pascaliana sul futuro: se alla fine l’Unione Sovietica sarà una società ideale tutto il male compiuto sarà giustificato ex post, nel più classico consequenzialismo. Per Zizek sarà ora la sfida ecologica ad offrire “una possibilità unica di reinventare l’idea eterna del terrore egalitario” (p. 573) che, a detta di Badiou, si compone di quattro elementi: il volontarismo (la fede nella possibilità di smuovere le montagne); il terrore (la volontà di schiacciare spietatamente i nemici del popolo); la giustizia egualitaria (immeditata, intransigente); la fede nel popolo.
Zizek si identifica come un radicale e, spiega, “i radicali sono posseduti da ciò che Alain Badiou chiama la “passione del Reale”: se di dice A – uguaglianza, diritti umani e libertà – non ci si deve sottrarre alle conseguenze e si deve avere il coraggio di dire B – il terrore necessario per difendere realmente ed affermare A” (p. 198). Non è chiaro come il marxista sloveno che insegna in numerose e prestigiose università statunitensi possa difendere un tale enunciato, dato che B ha concretamente annichilito A e spinto la Francia rivoluzionaria verso la tirannia prima e l’imperialismo e la devastazione poi.
Per cercare di dare un senso a questa patente contraddizione cita un estratto di Robespierre, sui principi di morale politica, in data 5 febbraio 1794: “Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza”.
Zizek, rivelando una considerevole hybris, ironizza su chi mette in guardia dal porre un’eccessiva fiducia nella propria rettitudine. Come Robespierre, anche lui crede che “la verità ha indubbiamente la sua potenza, la sua collera, il suo dispotismo, essa ha accenti commoventi e terribili, che risuonano con forza, tanto nei cuori più puri quanto nelle coscienze colpevoli” (p. 204).
L’idea del Terrore non gli dispiace per nulla, anzi, si potrebbe fare anche peggio, ossia, a suo dire, meglio: “C’è un modo per ripeterlo oggi, in un contesto storico differente, per redimere il suo contenuto virtuale dalla sua realizzazione? La tesi che sosteniamo in questo libro è che questo può e deve essere fatto e la formula più concisa per ripetere l’evento designato con il nome “Robespierre” è passare dal terrore umanista (di Robespierre) al terrore antiumanista (o piuttosto inumano)”. Robespierre era una mammola, insomma, a dispetto del ghigliottinamento di migliaia di suoi oppositori (troppo moderati per i suoi gusti), delle noyades  di Nantes, in cui furono annegate altre migliaia di indesiderabili, del soffocamento nel sangue della rivolta in Vandea con metodi che in Francia trovarono emuli solo al tempo dell’occupazione nazista. Perché un Terrore Inumano? Perché dopo Auschwitz, continua Zizek, sappiamo cosa c’è nell’uomo e non possiamo più fidarci di lui: “questa dimensione “inumana” può essere definita come quella di un soggetto sottratto a tutte le forme dell’”individualità” o della “personalità” umana (per questo, nella cultura popolazione contemporanea, una delle figure esemplari del soggetto puro è un non umano – alieno, cyborg – che mostra maggiore fedeltà al compito, maggiore dignità e libertà della sua controparte umana, dall’androide Rutger Hauer in Blade Runner al personaggio di Schwarzenegger in Terminator”.
Zizek, confermando l’impressione che si tratti di un uomo gravemente carente in empatia e buon senso – chiunque estenda la responsabilità di Auschwitz all’intera umanità è un pensatore dozzinale ed un uomo meschino –, preferisce i robot (le marionette? Gli psicopatici?), agli esseri umani. È bene chiarire che, a differenza dei replicanti di “Blade Runner”, gli androidi del libro di Philip K. Dick, intitolato “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” e da cui è stato tratto il celebre film, sono molto più malvagi, indifferenti alla sofferenza, capaci di cinismo e crudeltà inaudite. Si confondono con l’uomo non per imitarlo, ma per distruggerlo. Per Dick l’uomo, a differenza dell’artificiale, ha un patrimonio interiore estraneo alla fredda macchina. Blade Runner rovescia la sua prospettiva: l’essere artificiale, segnato dalle esperienze estreme delle colonie extra-mondo, è dotato di sentimenti e profondità d’animo che gli uomini hanno perduto. La visione del mondo di Philip K. Dick, con buona pace di Zizek, era inequivocabile: senza empatia non ci può essere nulla di buono ("Mutazioni", 1997): “Nell’universo esistono cose gelide e crudeli, a cui io ho dato il nome di “macchine”. Il loro comportamento mi spaventa, soprattutto quando imita così bene quello umano da produrre in me la sgradevole sensazione che stiano cercando di farsi passare per umane pur non essendolo. In questo caso le chiamo “androidi” . Per “androide” non intendo il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano. Mi riferisco invece a una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile Che ciò avvenga in un laboratorio o meno non ha molta importanza. […]. Diventare un androide, significa acconsentire a trasformarsi in un mezzo, oppure essere oppressi, manipolati e ridotti a un mezzo inconsapevolmente o contro la propria volontà: il risultato non cambia”.
Spero che, a questo punto, gli indignati si rendano conto con chi hanno a che fare: non un loro amico, ma il più subdolo dei manipolatori, oppure il più pericoloso degli inconsapevoli maître à penser, un intellettuale che rispecchia la descrizione weberiana degli “specialisti senza spirito, gaudenti senza cuore”.
Difficile invidiare questa condizione, difficile farsi trascinare dalla visione misantropica di Zizek che, come Stalin o Mao, sembra preferire la marionetta all’individuo dotato di libero arbitrio. Lo conferma la sua approvazione di una famigerata minaccia di Robespierre, all’apice del suo potere: “io dico che chiunque tremi in questo momento è colpevole; poiché l’innocenza non ha mai paura del giudizio pubblico”. Il filosofo la designa, correttamente, “totalitaria”: essere giudicati colpevoli solo perché si manifesta il timore di essere giudicati tali, per ragioni a noi ignote, è kafkiano ed è agli antipodi di tutto ciò per cui si sono battuti e sono morti i paladini dello stato di diritto democratico. Zizek non ci trova nulla di strano: “questa paura, il fatto che sorga in me, dimostra che la mia posizione soggettiva è esterna alla rivoluzione, che io vivo la rivoluzione come una forza esterna da cui sono minacciato” (p. 210). Robespierre è invece innocente perché non trema di fronte alla morte, sentendosi “puro, un’incarnazione diretta della volontà del popolo” (p. 211). Per coerenza, Zizek dovrebbe ammirare anche i terroristi islamici, i fondamentalisti cristiani che attaccano le cliniche dove si fanno gli aborti, i coloni sionisti che seminano il terrore nei Territori Occupati, tutte persone che si sentono pure incarnazioni di una nobile causa, avanguardie del popolo che un giorno li capirà e li approverà.
Infatti il filosofo sloveno apprezza la decisione di Mao di sacrificare milioni di cinesi e persino l’intero globo terrestre per dimostrare che la Cina non ha paura dell’armamento atomico statunitense e la sfida lanciata da Che Guevara agli Stati Uniti nel corso della crisi dei missili a Cuba, che comportava l’annientamento dell’intera popolazione dell’isola: “questo terrore non è niente di meno che la condizione della libertà”. Il regime Ingsoc del Grande Fratello di George Orwell, in “1984”, non avrebbe saputo essere più mistificatore: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza”.
Zizek, che elogia la massima di un monaco zen – “si tratta di considerare anticipatamente se stessi come morti” –, sembra incapace di comprendere che il fatto che uno sia pronto a sacrificare la sua vita non lo autorizza a sacrificare quella degli altri e che non ha alcun diritto di considerare gli altri come già virtualmente morti, per depenalizzare la loro uccisione in massa. Difficile immaginare come questa difficoltà di comprensione possa non emergere da una grave carenza di empatia e di contatto con il mondo reale.
La sua interpretazione dello spirito del buddismo è purtroppo conforme a certe tendenze interne allo stesso buddismo, anch'esso umano, troppo umano per essere all'altezza della grandezza del suo "fondatore":
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/violenza-buddista.html
Una tendenza all’autismo morale è del resto comprovata dalla singolare caratterizzazione del “soggetto rivoluzionario” prodotta da Zizek: “una posizione così “inumana” di assoluta libertà (nella mia solitudine sono libero di fare ciò che voglio, nessuno ha presa su di me) coincidente con l’assoluta soggezione a un compito (il solo proposito della mia vita è compiere la vendetta) è ciò che forse caratterizza il soggetto rivoluzionario nel suo elemento più intimo” (p. 214).
Ho già scritto quel che penso del tema della vendetta qui:
Zizek il Vendicatore è una caricatura vivente di V, il rivoluzionario torturatore di innocenti del fumetto/film “V per Vendetta”:
Il resto del mondo non esiste, la sorte del mio prossimo non è computabile nella lista dei pro e dei contro del rivoluzionario zizekiano (orwelliano?): i sentimenti di fratellanza e compassione neppure scalfiscono la corazza di principi astratti ed inflessibili. Infatti “il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore”(p. 218), perché “il nemico oggi non sia chiama Impero o Capitale: si chiama Democrazia” (p. 230).