lunedì 28 novembre 2011

Partigiani del Terrore, Sicari della Rivoluzione - Slavoj Zizek



La storia del pensiero politico è un lungo confronto con la violenza: con omicidi e brigantaggi, sommosse e guerre civili, usurpazioni e sopraffazioni, nemici esterni e criminali interni. Non solo: la politica deve fare i conti con la propria interna violenza. Infatti, la politica si struttura attraverso le differenze di potere fra persone e gruppi sociali. E la violenza sta all´origine del potere. Il potere è violenza che ha trovato una interna misura – esterna o interna –, una forma di consenso: è violenza controllata e legittimata, istituzionalizzata e finalizzata a obiettivi durevoli. […]. La violenza…strumentalizza chi ne è oggetto (lo piega, lo opprime, lo spezza), e nega così quel valore infinito della persona che la nostra civiltà pone a proprio emblema. Ma perché questa finalità umanistica non sia vuota declamazione, bisogna sapere individuare la violenza in tutte le forme che assume – alcune delle quali interne alla stessa civiltà che la vorrebbe bandire –; c´è violenza tanto dall´alto quanto dal basso, tanto nei soprusi del potere quanto nelle rivoluzioni che li spazzano via, tanto nelle istituzioni deviate o corrotte quanto nella plebaglia incanaglita dal degrado culturale e civile, tanto nelle ingiustizie che attanagliano il mondo quanto nella criminalità più o meno organizzata, tanto nella sottomissione delle donne al potere maschile quanto nelle disuguaglianze e nelle persecuzioni religiose o razziali, tanto nel terrorismo quanto nella guerra (giusta o ingiusta che sia). Bisogna, insomma, essere consapevoli del rischio che la coppia politica/violenza – che cerchiamo di separare – si torni a formare; e che la violenza si ripresenti dentro la civiltà – come aggressione, dominio, minaccia –, e non lasci altra risorsa che opporsi a essa con altra violenza. Solo se la politica democratica sa affrontare le ingiustizie, le sopraffazioni, gli abusi dei poteri, se cioè dà spazio reale alla critica, alla protesta e alla proposta –, la violenza non ha giustificazione. Oggi più che mai è quindi la democrazia – presa sul serio – lo spartiacque fra la politica e la violenza, fra la civiltà e la barbarie.
Carlo Galli, “L’autunno caldo della democrazia”, la Repubblica, 20 Ottobre 2011, p. 47

In un dialogo con Jonathan Meese, il filosofo sloveno e star dell’intellettualità internazionale Slavoj Žižek ha dichiarato, testualmente: “Sono assolutamente un fan di Saint-Just”, cioè uno degli artefici del Terrore Rivoluzionario che portò alla tirannia ed all’eccidio di decine di migliaia di Francesi ed Europei.
Nel 2007 Zizek ha anche pubblicato i più bei discorsi di Robespierre, l’altro dioscuro del totalitarismo giacobino: quest’antologia (non tradotta in italiano) s’intitola “Robespierre tra virtù e terrore”.
Per Zizek, una rivoluzione o è forte o non vale la pena di farla: le “rivoluzioni decaffeinate”, come le chiama lui – il 1789 senza il 1793 –, non lo gratificano. Ma ai giovani di Occupy Wall Street fa balenare proprio la visione di una rivoluzione decaffeinata, raccomandando di presentare richieste che saranno comunque respinte e di rifiutare il dialogo, di restare in silenzio:
Esorta a non farsi fregare dai padroni e dalla democrazia:
Celebra la “violenza popolare emancipatoria”, ossia l’immobilizzazione di un paese, ma irride il subcomandante Marcos (riprende l’epiteto di “sub-comediante”) perché non blocca lo stato messicano:
Zizek sembra dimenticare che Marcos, che vive nella realtà e non nella sfera delle astrazioni, ha ben chiaro quante migliaia di persone innocenti potrebbero morire in un conflitto generalizzato (es. narcotrafficanti contro forze dell’ordine ed esercito), che sarebbe l’esito inevitabile della strategia zizekiana in una nazione come il Messico. Dunque la sua “minuta violenza” difensiva è semmai un indice di senso di responsabilità, maturità morale ed intellettuale, sano realismo ed affetto nei confronti della sua gente e della democrazia in generale: non vuole imporre il suo volere a quei Messicani che non sono d’accordo con lui. Lo trovo ammirevole.
Mentre Marcos ha ottenuto qualcosa di concreto per gli indigeni del Chiapas, Zizek non fornisce alcuna indicazione chiara di dove bisognerebbe andare, secondo lui. Bisogna rivolgersi ai suoi libri per capirlo e lo farò in questo articolo. Prima però vorrei subito mettere sul tavolo quel che penso di Zizek. Penso che Zizek sia un ragno che sta tessendo la sua tela (come l’orwelliano Emmanuel Goldstein), oppure un terrificante fanatico che non è pienamente consapevole di esserlo.
A ben guardare, ci si potrebbe chiedere se i “consigli” di Zizek agli attivisti di Occupy Wall Street non siano esattamente la ricetta per cucinare una pericolosa escalation in cui gli animi si surriscaldano e le azioni non sono più moderate da una sobria ragione. Zizek gioca, sottilmente a fare il Rivoluzionario Cosmico. Ma Geova (l’Autorità) e Satana (il Rivoluzionario) sono indistinguibili, sono entrambi tiranni, entrambi violenti, entrambi intossicati dal proprio ego: il poliziotto cattivo e il poliziotto “buono” che ingannano la vittima.
Il Terrore Rivoluzionario francese che tanto gli scalda il cuore (come vedremo più avanti) non fu perpetrato per la causa rivoluzionaria ma per quella dell’accentramento del potere e l’inflazione dell’ego. Il gonfiamento di ego è un problema endemico dell’umanità ed in particolare dei filosofi, che dedicano molto più tempo alle idee che agli esseri umani. Penso a Badiou, Laclau, Negri, Mouffe, Deleuze e, naturalmente, a Zizek. Si sentono eroici quando offendono gratuitamente il senso comune più benevolo e temperato. L’iconoclastia, per loro, è solo un trampolino di lancio per il loro ego. Mentre i rivoluzionari del 1789 chiedevano libertà, uguaglianza e fratellanza, nel 1793 l’eroe di Zizek, Saint-Just, offriva ai Francesi la scelta tra Terrore e Virtù (proponendosi, appena ventenne, come un modello umano universale! Ma ci rendiamo conto?). Il totalitarismo giacobino che affascina, seduce il filosofo sloveno dalla fulgida carriera nell’establishment accademico americano (coincidenza?) fu la presa in ostaggio di un intero popolo, fustigato, torturato, dissanguato, decimato secondo le proprie convenienze, com’è tipico dei volgari tiranni.
Addentriamoci dunque nei più oscuri recessi dell’interpretazione storiografica zizekiana della Rivoluzione, prendendo in esame la summa del suo pensiero rivoluzionario, intitolata “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale” (Zizek, 2009).
In questo tomo Zizek si rifà a Alain Badiou, un filosofo francese al quale dedica il libro con queste parole, che descrivono molto bene il carattere estremamente autoreferenziato del personaggio in questione: “Un giorno Alain Badiou era seduto tra il pubblico in un’aula in cui stavo tenendo una conferenza, quando il suo telefono (che, oltre tutto, era il mio: glielo avevo prestato) all’improvviso iniziò a suonare. Anziché spegnerlo, mi interruppe con garbo e mi chiese se potevo parlare un po’ più piano, in modo da permettergli di udire il suo interlocutore più chiaramente…Se questo non è un atto di vera amicizia, non so cosa sia l’amicizia. E così, questo libro è dedicato ad Alain Badiou”. Il suo fu un atto di estrema cortesia, quello di Badiou un gesto di consumata arroganza e becera villania: una persona ordinaria sarebbe stata coperta di improperi e sbattuta fuori dalla sala dal resto del pubblico. Ma le celebrità godono di un tacito salvacondotto: l’idolatria del pubblico.
Zizek lancia un appello ai suoi lettori: serve un atto di fede, un salto nel vuoto delle cause perse, le cause folli, perché ormai i paradigmi dominanti hanno fallito e le teorie scettiche non hanno dato risposte. Occorre recuperare l’afflato messianico e quello totalitario. Si può persino rivendicare l’utilità del Terrore Rivoluzionario come strumento di emancipazione e di difesa dei diritti conquistati, sulla scia dell’aforisma di Saint-Just “Ciò che produce il bene generale è sempre terribile".
Oltre ai giacobini ed a Badiou, un altro eroe filosofico di Zizek è l’esistenzialista Merleau-Ponty, che difendeva gli orrori dello stalinismo sulla base di una scommessa pascaliana sul futuro: se alla fine l’Unione Sovietica sarà una società ideale tutto il male compiuto sarà giustificato ex post, nel più classico consequenzialismo. Per Zizek sarà ora la sfida ecologica ad offrire “una possibilità unica di reinventare l’idea eterna del terrore egalitario” (p. 573) che, a detta di Badiou, si compone di quattro elementi: il volontarismo (la fede nella possibilità di smuovere le montagne); il terrore (la volontà di schiacciare spietatamente i nemici del popolo); la giustizia egualitaria (immeditata, intransigente); la fede nel popolo.
Zizek si identifica come un radicale e, spiega, “i radicali sono posseduti da ciò che Alain Badiou chiama la “passione del Reale”: se di dice A – uguaglianza, diritti umani e libertà – non ci si deve sottrarre alle conseguenze e si deve avere il coraggio di dire B – il terrore necessario per difendere realmente ed affermare A” (p. 198). Non è chiaro come il marxista sloveno che insegna in numerose e prestigiose università statunitensi possa difendere un tale enunciato, dato che B ha concretamente annichilito A e spinto la Francia rivoluzionaria verso la tirannia prima e l’imperialismo e la devastazione poi.
Per cercare di dare un senso a questa patente contraddizione cita un estratto di Robespierre, sui principi di morale politica, in data 5 febbraio 1794: “Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza”.
Zizek, rivelando una considerevole hybris, ironizza su chi mette in guardia dal porre un’eccessiva fiducia nella propria rettitudine. Come Robespierre, anche lui crede che “la verità ha indubbiamente la sua potenza, la sua collera, il suo dispotismo, essa ha accenti commoventi e terribili, che risuonano con forza, tanto nei cuori più puri quanto nelle coscienze colpevoli” (p. 204).
L’idea del Terrore non gli dispiace per nulla, anzi, si potrebbe fare anche peggio, ossia, a suo dire, meglio: “C’è un modo per ripeterlo oggi, in un contesto storico differente, per redimere il suo contenuto virtuale dalla sua realizzazione? La tesi che sosteniamo in questo libro è che questo può e deve essere fatto e la formula più concisa per ripetere l’evento designato con il nome “Robespierre” è passare dal terrore umanista (di Robespierre) al terrore antiumanista (o piuttosto inumano)”. Robespierre era una mammola, insomma, a dispetto del ghigliottinamento di migliaia di suoi oppositori (troppo moderati per i suoi gusti), delle noyades  di Nantes, in cui furono annegate altre migliaia di indesiderabili, del soffocamento nel sangue della rivolta in Vandea con metodi che in Francia trovarono emuli solo al tempo dell’occupazione nazista. Perché un Terrore Inumano? Perché dopo Auschwitz, continua Zizek, sappiamo cosa c’è nell’uomo e non possiamo più fidarci di lui: “questa dimensione “inumana” può essere definita come quella di un soggetto sottratto a tutte le forme dell’”individualità” o della “personalità” umana (per questo, nella cultura popolazione contemporanea, una delle figure esemplari del soggetto puro è un non umano – alieno, cyborg – che mostra maggiore fedeltà al compito, maggiore dignità e libertà della sua controparte umana, dall’androide Rutger Hauer in Blade Runner al personaggio di Schwarzenegger in Terminator”.
Zizek, confermando l’impressione che si tratti di un uomo gravemente carente in empatia e buon senso – chiunque estenda la responsabilità di Auschwitz all’intera umanità è un pensatore dozzinale ed un uomo meschino –, preferisce i robot (le marionette? Gli psicopatici?), agli esseri umani. È bene chiarire che, a differenza dei replicanti di “Blade Runner”, gli androidi del libro di Philip K. Dick, intitolato “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” e da cui è stato tratto il celebre film, sono molto più malvagi, indifferenti alla sofferenza, capaci di cinismo e crudeltà inaudite. Si confondono con l’uomo non per imitarlo, ma per distruggerlo. Per Dick l’uomo, a differenza dell’artificiale, ha un patrimonio interiore estraneo alla fredda macchina. Blade Runner rovescia la sua prospettiva: l’essere artificiale, segnato dalle esperienze estreme delle colonie extra-mondo, è dotato di sentimenti e profondità d’animo che gli uomini hanno perduto. La visione del mondo di Philip K. Dick, con buona pace di Zizek, era inequivocabile: senza empatia non ci può essere nulla di buono ("Mutazioni", 1997): “Nell’universo esistono cose gelide e crudeli, a cui io ho dato il nome di “macchine”. Il loro comportamento mi spaventa, soprattutto quando imita così bene quello umano da produrre in me la sgradevole sensazione che stiano cercando di farsi passare per umane pur non essendolo. In questo caso le chiamo “androidi” . Per “androide” non intendo il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano. Mi riferisco invece a una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile Che ciò avvenga in un laboratorio o meno non ha molta importanza. […]. Diventare un androide, significa acconsentire a trasformarsi in un mezzo, oppure essere oppressi, manipolati e ridotti a un mezzo inconsapevolmente o contro la propria volontà: il risultato non cambia”.
Spero che, a questo punto, gli indignati si rendano conto con chi hanno a che fare: non un loro amico, ma il più subdolo dei manipolatori, oppure il più pericoloso degli inconsapevoli maître à penser, un intellettuale che rispecchia la descrizione weberiana degli “specialisti senza spirito, gaudenti senza cuore”.
Difficile invidiare questa condizione, difficile farsi trascinare dalla visione misantropica di Zizek che, come Stalin o Mao, sembra preferire la marionetta all’individuo dotato di libero arbitrio. Lo conferma la sua approvazione di una famigerata minaccia di Robespierre, all’apice del suo potere: “io dico che chiunque tremi in questo momento è colpevole; poiché l’innocenza non ha mai paura del giudizio pubblico”. Il filosofo la designa, correttamente, “totalitaria”: essere giudicati colpevoli solo perché si manifesta il timore di essere giudicati tali, per ragioni a noi ignote, è kafkiano ed è agli antipodi di tutto ciò per cui si sono battuti e sono morti i paladini dello stato di diritto democratico. Zizek non ci trova nulla di strano: “questa paura, il fatto che sorga in me, dimostra che la mia posizione soggettiva è esterna alla rivoluzione, che io vivo la rivoluzione come una forza esterna da cui sono minacciato” (p. 210). Robespierre è invece innocente perché non trema di fronte alla morte, sentendosi “puro, un’incarnazione diretta della volontà del popolo” (p. 211). Per coerenza, Zizek dovrebbe ammirare anche i terroristi islamici, i fondamentalisti cristiani che attaccano le cliniche dove si fanno gli aborti, i coloni sionisti che seminano il terrore nei Territori Occupati, tutte persone che si sentono pure incarnazioni di una nobile causa, avanguardie del popolo che un giorno li capirà e li approverà.
Infatti il filosofo sloveno apprezza la decisione di Mao di sacrificare milioni di cinesi e persino l’intero globo terrestre per dimostrare che la Cina non ha paura dell’armamento atomico statunitense e la sfida lanciata da Che Guevara agli Stati Uniti nel corso della crisi dei missili a Cuba, che comportava l’annientamento dell’intera popolazione dell’isola: “questo terrore non è niente di meno che la condizione della libertà”. Il regime Ingsoc del Grande Fratello di George Orwell, in “1984”, non avrebbe saputo essere più mistificatore: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza”.
Zizek, che elogia la massima di un monaco zen – “si tratta di considerare anticipatamente se stessi come morti” –, sembra incapace di comprendere che il fatto che uno sia pronto a sacrificare la sua vita non lo autorizza a sacrificare quella degli altri e che non ha alcun diritto di considerare gli altri come già virtualmente morti, per depenalizzare la loro uccisione in massa. Difficile immaginare come questa difficoltà di comprensione possa non emergere da una grave carenza di empatia e di contatto con il mondo reale.
La sua interpretazione dello spirito del buddismo è purtroppo conforme a certe tendenze interne allo stesso buddismo, anch'esso umano, troppo umano per essere all'altezza della grandezza del suo "fondatore":
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/violenza-buddista.html
Una tendenza all’autismo morale è del resto comprovata dalla singolare caratterizzazione del “soggetto rivoluzionario” prodotta da Zizek: “una posizione così “inumana” di assoluta libertà (nella mia solitudine sono libero di fare ciò che voglio, nessuno ha presa su di me) coincidente con l’assoluta soggezione a un compito (il solo proposito della mia vita è compiere la vendetta) è ciò che forse caratterizza il soggetto rivoluzionario nel suo elemento più intimo” (p. 214).
Ho già scritto quel che penso del tema della vendetta qui:
Zizek il Vendicatore è una caricatura vivente di V, il rivoluzionario torturatore di innocenti del fumetto/film “V per Vendetta”:
Il resto del mondo non esiste, la sorte del mio prossimo non è computabile nella lista dei pro e dei contro del rivoluzionario zizekiano (orwelliano?): i sentimenti di fratellanza e compassione neppure scalfiscono la corazza di principi astratti ed inflessibili. Infatti “il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore”(p. 218), perché “il nemico oggi non sia chiama Impero o Capitale: si chiama Democrazia” (p. 230).

4 commenti:

Giuseppe Astore ha detto...

Ho appena scoperto questo blog e non lo mollerò finché non avrò letto tutto. Grazie, tu fai proprio quell'opera di ricomposizione di cui c'era bisogno.

Stefano Fait ha detto...

Grazie mille!
E una volta finito ci sono
https://versounmondonuovo.wordpress.com/
http://www.futurables.com/
e, in inglese,
https://socialforecasting.wordpress.com/

Insomma, una condanna!
;o))

Giuseppe Astore ha detto...

Figurati, questo articolo è bellissimo. In particolare la parte in cui ti colleghi a Philip Dick, il mio scrittore preferito. Ho fatto una tesi di laurea su di lui e continua a ispirarmi.

Stefano Fait ha detto...

Lui sì che aveva qualche facoltà supplementare