sabato 3 dicembre 2011

Un sentore di infinitezza - la missione di un(a) badante



Esseri luminosi noi siamo, non questa materia grezza.
Yoda

We live our daily lives in a constant exchange with the set of daily appearances surrounding us – often they are very familiar, sometimes they are unexpected and new, but always they confirm us in our lives. They do so even when they are threatening: the sight of a house burning, for example, or a man approaching us with a knife between his teeth, still reminds us (urgently) of our life and its importance. What we habitually see confirms us. Yet it can happen, suddenly, unexpectedly, and most frequently in the half-light of glimpses, that we catch sight of another visible order which intersects with ours and has nothing to do with it. The speed of a cinema film is 24 frames per second. God knows how many frames per second flicker past our daily perception. But it is as if at the brief moments I’m talking about, suddenly and disconcertingly we se between two frames. We come upon a part of the visible which wasn’t destined for us. Perhaps it was destined for — night-birds, reindeer, ferrets, eels, whales… Perhaps it was destined not only for animals but for lakes, slow-growing trees, ores, carbon… Our customary visible order is not the only one: it co-exists with other orders. Stories of fairies, sprites, ogres were a human attempt to come to terms with this co-existence. Hunters are continually aware of it and so can read signs we do not see. Children feel it intuitively, because they have the habit of hiding behind things. There they discover the interstices between different sets of the visible.
Knock! Knock!
Who’s there?
Guess who!
Dogs, with their running legs, sharp noses and developed memory for sounds, are the natural frontier experts of these interstices. Their eyes, whose message often confuses us for it is urgent and mute, are attuned both to the human order and to other visible orders. Perhaps this is why, on so many occasions and for different reasons, we train dogs as guides.
Probably it was a dog who led Sammallahti to the moment and place for taking of each picture. In each one the human order, still in sight, is nevertheless no longer central and is slipping away. The interstices are open.
The result is unsettling for those who are not nomads. There is more solitude, more pain, more dereliction. At the same time, there is an expectancy which we have not experienced since childhood, since we talked to the dogs, listened their secret and kept it to ourselves.
John Berger, “The shape of a pocket”, New York: Vintage: 2001, pp. 4-5 [Sacche di resistenza, Varese: Giano, 2003]

Per Simone Weil l’impersonalità rappresenta ciò che vi è di sacro negli esseri umani. È la trascendenza dell’Io e prima ancora del Noi, giacché l’idolatria del collettivo, osserva la stessa Weil, frustra ogni tentativo di raggiungere l’impersonalità. Subordinato al collettivo – come era consuetudine nell’antichità – l’individuo si vede decurtato di una parte importante dei suoi diritti naturali, assieme alla possibilità di essere separato, fisicamente e mentalmente, anche da sé stesso. Il Noi e l’Ego sono ostacoli lungo la via che conduce a questa condizione di impersonalità, o vero Io, che qualcuno chiamerebbe “coscienza cosmica” e che è una forma di disincarnazione dell’anima (“decreazione” la chiama Weil). Chi scopre dentro di sé questa trascendenza inframondana ama nel modo in cui lo smeraldo è verde, cioè non ne può fare a meno, si emancipa finalmente e definitivamente da quelle istituzioni ed ideologie che promettono una pseudo-immortalità alla propria identità sociale. Inoltre, a differenza di molti gnostici, sente il dovere di salvaguardare la possibilità che anche altri vi possano attingere e di tutelare e valorizzare la dignità di tutti gli esseri umani e del mondo circostante. L’essere umano decreato, impersonale è, per citare il Walt Whitman di Foglie d’Erba, “Dentro e fuori del gioco, osservandolo e meravigliandosi”, non ricerca certezze assolute ma esperienze, il midollo della vita, “per non scoprire in punto di morte di non essere mai vissuto...” (H.D. Thoreau). La mente dell’umano impersonale non si chiude di fronte all’ignoto, all’imprevisto, all’insolito, ma lo brama, perché quello è il combustibile della sua creatività.

Dentro l’uomo c’è l’anima del tutto”, dichiara Emerson. Nessuna personalità contingente e localizzata può contenere l’oceano interiore della coscienza, l’eterno, sublime ed infinito elemento umano. La coscienza aspira a risolversi in una rete di relazioni intersoggettive nella loro forma più alta e nobile, cioè quella di una relazione tra coscienze impersonali, cosmopolite ed interconnesse: “né giudeo, né greco” diceva Paolo di Tarso.

L’individualità democratica anti-conformista predicata dal liberalismo rappresenta solo il primo passo verso l’impersonalità universale, ed è un progetto in corso d’opera, che non è purtroppo quasi mai completato in vita, per ignoranza e per timore. Gli antipodi della coscienza, l’infinito oceano interiore, per la quasi totalità degli esseri umani rimane un miraggio, un territorio vergine. Dogmi, convenzioni, consuetudini e l’ossessione materialista ci sbarrano la strada, ci impediscono di riconoscere la straordinarietà altrui e nostra. “Ciascuno deve assumersi la responsabilità di se stesso – il proprio sé deve diventare un progetto, dobbiamo diventare gli architetti della nostra anima. La nostra dignità risiede nell’essere, in larga misura, la persona che abbiamo scelto di essere, una creazione piuttosto che una creatura o un manufatto socialmente prodotto e determinato” (Kateb, 1984, p. 343). Poi subentra la presa di coscienza della propria natura universale, impersonale appunto, e la disidentificazione, l’acquisizione di una sconfinata molteplicità di identità. Gradualmente, la cura del sé si estende al prossimo ed all’ambiente, per poi prendere la forma della cura del cosmo. È una responsabilizzazione solenne che annienta la vacuità disumana del burocrate à la Eichmann o dell’edonista à la Christian Troy (della serie Nip/Tuck), cioè la funesta disconnessione dalla realtà, intorpidimento morale, assopimento dell’empatia, prioritarizzazione delle regole e degli interessi rispetto agli esseri umani, anticamera della violenza genocida (Hatzfeld, 2003).

L’impersonalità è, al contrario, una condizione di trascendenza della socialità e dell’ego (lo jiva del Vedanta) che pone al centro la sensibilità e la disponibilità del sé (l’atman del Vedanta), poroso, fluido, illimitatamente espandibile, incurante della distinzione tra particolare e generale. È, per i trascendentalisti nordamericani e per George Kateb, uno dei più raffinati filosofi politici dei nostri giorni, la condizione necessaria al sorgere di una vera antropologia dell’individualità, che consideri quest’ultima come preziosa perché insostituibile, e di una vera democrazia dell’interconnessione tra soggetti-cittadini dalle potenzialità largamente inesplorate (la cosiddetta “mutualità tra sconosciuti”).

Antropologia e democrazia, l’umanità possibile, trovano la loro realizzazione finale solo in essa, in questo oceano di potenzialità ancora ignote. Quello che in genere rimane celato ai nostri occhi per via della cristallizzazione delle differenze, delle divisioni e barriere tra gli esseri umani, ossia le varie interfacce con le quali ci relazioniamo verso l’esterno e che tendiamo a feticizzare o idolatrare. Una cristallizzazione (il velo di Maya) che maschera l’eterno mutare della molteplicità del mondo, l’indeterminatezza della vita, ma anche l’unitarietà del suo senso ultimo. Un velo che ci impedisce di comprendere che l’autodeterminazione è la via maestra per rendersi disponibili al prossimo, consci della sua dignità e valore, aperti al nuovo ed all’imprevedibile, a quell’azzardo che è la vita. Le azioni e le parole delle persone che non subiscono abusi, non affrontano un degrado morale e sociale permanente e sono esposte all’influenza della tensione spirituale, cioè quelle persone che si possono permettere di coltivare l’autostima, il rispetto di sé, il senso della misura e, come vedremo, il senso dell’impersonalità o trascendenza, dimostrano che può esistere un mondo migliore. Un mondo in cui tutti quanti meritiamo di vivere. Un mondo che renda possibile l’autocompimento espressivo ed esistenziale per ognuno di noi, lo stesso auspicato dalla filosofa tedesca Edith Stein, che invitava ad attualizzare il proprio potenziale per una vita più intensa, di inesauribile pienezza umana, di infinitezza, di trascendenza della materialità. Il mondo che aveva ammirato Etty Hillesum rivolgendosi alla sua interiorità, prestando orecchio (hineinhorchen) a quel che diceva il suo daimon. Un mondo in cui si riesca a guardare all’altro con occhio benevolo, apprezzandolo e dedicandovi sollecitudine ed attenzione più di quanto l’altro riesca a fare nei confronti di se stesso, senza classificarlo, ridurlo in categorie, asservirlo ad un destino predeterminato o, peggio ancora, renderlo invisibile, irrilevante, inferiore, spregevole (Kateb, 1989; 1992). Un mondo che pretende onestà, trasparenza e genuina autenticità. Non l’autenticità del sangue e del suolo, quella che dissolve l’io in un noi irresponsabile, infantile, barbaro, idolatra ed onnipotente, strumento del potere pastorale denunciato da Foucault, argilla nelle mani di leader narcisisti ed incontinenti nelle loro ambizioni e pretese di riconoscimento pubblico. Quei leader timorosi della vita perché bisognosi di ordine, di controllo, di potenza, di autorità, e perciò inclini al cannibalismo degli altri, in senso naturalmente figurato.

È l’autenticità della voce interiore che conta, quella della propria natura, che assicura l’integrità personale anche nell’impersonalità, che contrasta la necrofilia, l’amore per ciò che non è vivo, per la disgregazione, lo smembramento, la parcellizzazione, l’atomizzazione degli esseri umani. Le contrasta in nome di eros, l’attrazione per il vivente, per l’integrazione e l’unione, ossia per il divino che è nell’umano e che è nella natura e nell’universo (Fromm, 1984; Mancuso, 2008).

Perciò l’impersonalità – la conciliazione di unità e molteplicità – è, in modo apparentemente paradossale, il nostro essere più autentico. Come giustificare questa posizione ontologica che ha messo a dura prova la filosofia occidentale per l’intera sua storia? Non lo posso certo fare chiamando in causa un destino cosmico comune che mi è stato disvelato e contando sulla fiducia dei lettori, che in questo caso sarebbe malriposta. Mi appellerò quindi al buon senso: se i migliori tra noi, esemplari della nostra specie che sono universalmente riconosciuti come maestri di vita, talvolta indipendentemente l’uno dall’altra, hanno creduto di individuare nell’impersonalità la ragion d’essere dell’umanità ed il fine ultimo del processo di maturazione morale della nostra specie, allora dovevano avere delle buone ragioni per farlo.

I maestri di vita e di pensiero in questione sono, tra gli altri, Plotino, Meister Eckart, Jakob Böhme, William Blake, Simone Weil, Etty Hillesum, Jiddu Krishnamurti, Sri Ramakrishna Paramahamsa, San Francesco d’Assisi, Ibn Arabi, Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Carl Gustav Jung, Paolo di Tarso, Siddhārtha Gautama, il pioniere austriaco della meccanica quantistica Erwin Schrödinger, Johann Wolfgang von Goethe, Kahill Gibran, Lao Tzu, Jorge Luis Borges, Empedocle, Socrate, Maometto, Spinoza e Gesù di Nazareth. Quel che li accomuna è, appunto, la sensazione oceanica, cioè un sentimento di espansione compassionevole dei confini del sé fino ad abbracciare l’intera umanità e l’universo materiale, l’oceano come simbolo dell’abbattimento di ogni barriera – del Noi, dell’Io, della specie – e dell’unità nella molteplicità, della coincidentia oppositorum.

Non stiamo parlando della dissoluzione dell’io nel tutto della razza ariana o del popolo fascista, il cui indiscutibile carattere trascendente ha ipnotizzato milioni di persone in passato ma che in realtà è antitetica rispetto ad una genuina sensazione oceanica. Stiamo piuttosto parlando di una facoltà latente nella specie umana, che si esplicita in un’empatia profonda ed inclusiva e nella certezza interiore dell’interconnessione di ogni cosa, dell’illusorietà delle separazioni, della presenza dell’origine della creazione (Tao, o Dio) in ogni istante, in ogni atomo, in ogni luogo, in ciascuno di noi, oltre che del fondamentale contributo di ognuno al Libro della Vita. ”Ero tutto, o piuttosto tutto era in me, inanimato ed animato, le montagne, il verme, e tutte le cose che respirano” (Krishnamurti). “Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio (Plotino, Enneadi IV, 8, 1). “Nell’istante della visione non c’è nulla che si possa chiamare gratitudine, né propriamente gioia. L’anima sollevata al di sopra della passione, contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza indipendente della Verità e dell’Esattezza, e si rasserena nella consapevolezza che tutto procede per il meglio” (Emerson, “Self-Reliance”).

Sigmund Freud rimase affascinato dall’estasi auto-trascendente e, non avendola esperita in prima personala investigò nella sua corrispondenza con Romaine Rolland, il quale si diceva convinto che questa esperienza avesse coinvolto milioni di persone nella storia, pur con diverse sfumature e gradi di intensità, quasi sempre inconsapevoli della natura del fenomeno (Parsons, 1999). Sulla base di quanto appreso dall’amico Rolland, Freud la descrive come “un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno” (Freud, 2003, p. 197).

Plotino avrebbe detto che l’anima, attraverso Amore, si universalizza in un flusso di intuizione che la trasfonde dalla dimensione del parziale, del particolare e del diviso, alla dimensione della totalità indivisa e della verità, della contemplazione anti-narcisistica della propria bellezza come immagine della Bellezza. A partire da questo risveglio, dopo il riconoscimento della propria identità col cosmo e col divino, la persona (o per meglio dire l’anima, lo sfarfallante “fascio di coscienza”, l’Aleph di Borges) irradierà di consapevolezza chi la incontra.

Etty Hillesum se n’era accorta ben presto, notando che la forza elementare che aveva scoperto al centro di se stessa si irradiava attorno a lei (Hillesum, 2008). Mircea Eliade chiamava questa corrispondenza diretta tra macrocosmo e microcosmo macrantropia. L’enfasi sull’unità della diversità, cioè sulla convinzione che la diversità era solo l’espressione di una superiore unità, quella della Persona Cosmica, è molto antica, e risale forse all’età del Bronzo, anche se trova una formulazione più articolata solo nelle Upanisad e nel Timeo platonico (McEvilley, 2002). L’osservazione di Vito Mancuso (2007) che il cosmo è votato alla relazione, “dalle particelle subatomiche fino alla punta dell’anima” e che “io sono anche il mondo: io, micro-cosmo, sono uguale al mondo, macro-cosmo, nel senso che la logica che governa entrambi è la medesima” sarebbe giudicata senz’altro corretta all’interno di quest’ottica. Per Hillesum la diluizione dell’io nell’infinito universale consente di sviluppare una coscienza cosmica che rende la vita più piena, abbondante e meravigliosa, anche nei suoi aspetti apparentemente tragici (Tommasi, 2002). Per il Walt Whitman di “Prospettive democratiche”, l’unica giustificazione adeguata della democrazia “risiede nel futuro, essenzialmente nell’abbondante produzione di indoli perfette tra la gente e nell’avvento di una sana e diffusa religiosità”. Per il poeta e scrittore statunitense il merito della democrazia è stato quello di liberare le persone dai vincoli delle convenzioni tradizionali e di gettare le basi per l’edificazione di “torreggianti personalità…in possesso della nozione di infinito” e in grado di comprendere che una vita morale degna di questo nome è quella che fa riferimento “all’immortale, all’ignoto, allo spirituale, a ciò che è permanentemente reale, ciò che, come l’oceano attende ed accoglie i fiumi, aspetta ciascuno di noi”. Il valore della persona è perciò direttamente legato al potenziale, innato in ogni essere umano, di ergersi al livello dell’individualità impersonale, che Emerson chiama Superanima (Oversoul), della quale noi siamo solo catalizzatori e vettori.

Vivere nella pienezza dell’Essere, per i Trascendentalisti americani come per i mistici di tutto il mondo, significa affidarsi ai propri impulsi fondamentali, all’istinto più profondo, quello del Bene, quello dell’imperativo categorico kantiano, che reprimiamo quando prestiamo ascolto alle sirene della materialità e dei determinismi. Quando rinserriamo noi stessi e gli altri nella falsa sicurezza di un passato e di un futuro già determinati, di un ambiente e di un orizzonte costretti e divisi, ci e li priviamo della possibilità di dare libero sfogo alla naturale tensione verso la libertà più piena e di comprendere che ogni persona ed ogni cosa è solo una particolare inflessione dell’universale, nel presente. “Queste rose sotto la mia finestra non rimandano a rose precedenti o migliori; sono ciò che sono; esistono assieme a Dio nell’oggi. Il tempo non esiste per loro. Vi è semplicemente la rosa: perfetta in ogni momento del suo esistere. Prima che un solo bocciolo si sia dischiuso, la sua intera vita è già in atto; nel fiore pienamente sbocciato non ve n’è di più; nella spoglia radice non ve n’è di meno. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa la natura, in ogni momento, in egual misura. L’uomo invece pospone o ricorda; non vive nel presente, ma con un occhio rivolto alle spalle rimpiange il passato, oppure, incurante delle ricchezze che lo circondano, si solleva sulle punte dei piedi per prendere visionare il futuro. Non potrà essere felice e forte finché non vivrà anche lui con la natura nel presente, al di sopra del tempo” (Emerson, “Self-Reliance”). Questo comporta anche che un elevato livello di educazione non è di per sé indice di saggezza. Anzi, lo zelo con il quale si dedicano ad una specifica direzione del sapere in qualche modo li ostacola. Tant’è che “dobbiamo molte preziose osservazioni a persone che non sono particolarmente perspicaci o profonde, ma che dicono con grande naturalezza quel che volevamo ed eravamo andati invano in cerca per lungo tempo” (Emerson, “The Over-Soul”). Nell’abbandono alla comune ed eterna natura che scorre interiormente, gli esseri umani si de-individualizzano, affinano l’intelletto e distillano i significati apparentemente più reconditi, e pensano, kantianamente, il particolare come contenuto dell'universale. La trama della loro esistenza non si dipana più disordinatamente e discontinuamente, ma nell’armonia della divina unità, nella resistenza alle pressioni conformiste ed alla superficialità dell’io quotidiano.

Ma come possiamo essere certi che la voce della nostra coscienza sia giusta e buona? O, per meglio dire, come si distingue tra la voce di ego e la voce della coscienza? In fondo gli sterminatori degli Einsatzgruppen erano persone comuni, che credevano di difendere la patria, la famiglia, la Cristianità (Browning, 2004). Non era anche quella la voce della coscienza? Lo stesso Hitler dichiarava di condurre la sua esistenza sulla base di intuizioni e dettami provenienti direttamente da Dio e quindi di non poter minimamente ritenere di essere in errore: “E se anche lo fossi, so di aver agito in buona fede” (Hitler, 1941). Riteneva di essere un “Unto del Signore”, emissario di Dio in terra, chiamato a redimere il mondo. La visione emersoniana non può escludere questo tipo di interpretazioni. Emerson stesso non era sempre benevolo nei confronti del “popolo bue” che non sentiva la necessità di riscattarsi spiritualmente, pur avendone i mezzi, e che accettava “cristianamente” l’esistenza dell’istituzione schiavista.

Io penso che la risposta possa essere trovata nella sostanziale univocità delle voci dei maestri di impersonalità, illustri esponenti dell’antropologia perenne, che trova un’eco importante nelle spiegazioni fornite dai Giusti tra le Nazioni a chi li intervistava per capire perché avessero rischiato la loro vita e quella dei propri cari per aiutare dei perfetti sconosciuti quando sarebbe stato più semplice pensare agli affari propri. Non furono molti, ma non furono neppure pochi, forse uno su mille tra chi viveva nell’Europa occupata dai nazisti:


Abraham Maslow (1908-1970), uno dei maggiori psicologi del secolo scorso, ha studiato clinicamente questo fenomeno.

A differenza di Freud, e sulla scia di Wiliam James, lo psicologo statunitense comprese che questo tipo di esperienze non erano di carattere patologico ma, al contrario, rappresentavano i picchi della creatività umana, i record olimpici della coscienza, da additare ad esempio per il resto dell’umanità, in modo che tutti potessero trovare una maniera per esprimere il loro intero potenziale (auto-attualizzazione). Era convinzione di Maslow che una buona parte dei comportamenti devianti che danneggiavano la società fossero causati dalla privazione di mezzi di sostentamento (livello dei bisogni fisiologici), della sensazione di sicurezza (livello della stabilità sociale), dell’affettività e dell’amore (livello dei bisogni affettivi), dello status e dell’amore proprio (livello dell'autostima e del rispetto) e, infine, degli strumenti necessari alla realizzazione personale. In questa prospettiva la soddisfazione dei bisogni primari conduce a maggiori aspettative nei confronti di quelli superiori e così via fino al quinto livello. La relativa insoddisfazione è il motore che ci spinge a chiedere sempre di più da noi stessi. E non c'è nulla di male in questo, sosteneva Maslow, che soleva dire ai suoi studenti che decidere di non diventare quel che si potrebbe essere li avrebbe resi infelici per il resto della loro vita. Il segreto era essere realisti ma puntare in alto: “Quel che un uomo può essere, lo deve essere” (Maslow, 1954, p. 91). Su, fino alle esperienze-picco, i momenti di intensa felicità, beatitudine, illuminazione, contemplazione, estasi. Queste non erano riservate a pochi fortunati ma erano invece nelle corde di ognuno. Ogni qual volta una persona procedeva lungo la strada dell’eccellenza personale, o si muoveva liberamente verso una condizione ideale di giustizia e virtù, era più probabile che si producesse un’esperienza-picco. Si tratta di una forma avanzata di percezione della realtà, quando il mondo e l’umanità appaiono come fondamentalmente buoni, giusti, onesti, completi, semplici ed intensamente vivi. In molti casi la descrizione dell’esperienza non era troppo dissimile da quella delle estasi mistiche e, in seguito a questo tipo di esperienza, proprio come i mistici, molte persone sentivano un intenso, incondizionato, compassionevole, sconfinato amore per il mondo e per il prossimo, scoprivano in se stessi la capacità di accettare con ironico distacco la realtà terrena ed infine avvertivano la necessità di fare qualcosa per gli altri come forma di compensazione per il dono che avevano ricevuto. 

Secondo Maslow gli attributi tipici delle persone psicologicamente e mentalmente auto-attualizzate sono: una più sofisticata percezione della realtà ed una modalità di interazione con essa più costruttiva della media, maggiormente tollerante di ambiguità ed incertezze; una minor sensibilità e vulnerabilità ai sensi di colpa e di vergogna ed all’ansia: sono più spontanei, meno condizionati dai giudizi della gente, più disponibili ad ammettere i propri difetti e a comprendere ed accettare quelli altrui; la relativa assenza di egocentrismo e la disponibilità verso gli altri; l’autonomia e la cura della propria sfera privata: sono meno dipendenti dall’incoraggiamento delle altre persone, più selettivi nelle amicizie, più innovativi e più resistenti alla pressione sociale; la capacità di sorprendersi e di assaporare la quotidianità; la tendenza ad identificarsi con l’intera umanità, pur rimanendo realisticamente consapevoli dei limiti oggettivi della specie; un carattere profondamente democratico, che ignora barriere sociali e culturali; la preferenza per circoli ristretti di intimi con i quali coltivare rapporti più profondi.

Credo che questa sia anche una descrizione piuttosto soddisfacente della personalità dei Giusti e dell’ethos ideale dei badanti e delle badanti. Anche Jung (1959) aveva stilato una lista di tratti ammirevoli di quelle che definiva “persone individuate”. Vediamoli nel dettaglio: vivono la loro vita senza preoccuparsi troppo di conformarsi alle aspettative degli altri e della società; cercano un punto di equilibrio tra l’autenticità e l’adesione a gruppi ed associazioni; sono tendenzialmente solitari ma non reclusi; sono generalmente più tolleranti, profondi, responsabili e comprensivi della media; si aprono agli altri perché non temono di perdere il controllo di se stessi; non sono egocentrici né particolarmente eccentrici, accettano i propri obblighi senza farne un dramma.

Anche qui noto una certa corrispondenza con gli attributi tipici della coscienza transpersonale dei soccorritori di Ebrei durante l’Olocausto. Proprio come i Giusti, queste persone rifiutano ruoli e distinzioni rigide. Come i mistici, le loro esperienze sono all’insegna della privatezza, dell’impersonalità e dell’universalità. Maslow potè trarre un’unica conclusione: “È sempre più evidente che questo fenomeno è una versione, più blanda, più laica e più ordinaria dell’esperienza mistica che è stata descritta così spesso da diventare quella che Huxley ha chiamato la Filosofia Perenne. In culture ed epoche diverse assume colorazioni differenti, eppure la sua essenza è sempre riconoscibile, è la stessa” (Maslow 1973, p. 64).


   

2 commenti:

Anonimo ha detto...

E' semplicemente meraviglioso questo tuo blog. Grazie.

Aria

Stefano Fait ha detto...

Mi fa davvero molto piacere sentirlo dire ;o)
Ho sempre avuto paura che il blog sarebbe stato unicamente una valvola di sfogo per il mio narcisismo, ma vedo che, per fortuna, non è solo quello. Spero di maturare assieme a lui (ed ai lettori).