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domenica 22 gennaio 2012

Il tiranno di Chicago e la stupidità del bene






Milton Friedman, “Capitalism and Freedom”, 1982.

Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto, visibile, conclamata.
Mario Monti, discorso alla Luiss, 22 febbraio 2011.

All'immagine di un male banale ma contagioso ed epidemico Rumiz affianca quella di un bene ingenuo e cieco, di un bene imbecille e infermo che ha il pericoloso difetto di non saper fiutare il pericolo. Egli sottolinea, da questo punto di vista, come sia molto rischioso continuare a parlare di integrazione, di convivenza in Europa solamente a livello retorico, “nella beata ignoranza dei meccanismi della disintegrazione”. Nel suo “Maschere per un massacro” Rumiz ha insistito molto su questo aspetto, sottolineando che tutte le mosse preparatorie del conflitto in Bosnia si sono svolte in gran parte alla luce del sole, e che nonostante questo la maggioranza delle persone fino all'ultimo non voleva credere che l'efferatezza potesse scatenarsi tra di loro. "La velocità impressionante della pulizia etnica fu resa possibile non solo dalla sua lunga, meticolosa preparazione, ma anche da questa incredulità delle vittime e della gente in generale. Non esiste prova migliore, forse, che la Bosnia non è stata distrutta dall'odio - come fa comodo a troppi supporre - ma da una diffusa ignoranza dell'odio" (Rumiz, 1996, p. 7). Paradossalmente, racconta Rumiz, a Sarajevo è la "piccola criminalità" a fiutare prima l'arrivo della guerra e organizzare un minimo di difesa perché più consapevole delle possibilità e dei meccanismi del male e della violenza. […] Riprendendo l'intuizione di Rumiz, l'insegnamento che ci viene dall'esperienza balcanica è che ciò che ci trasforma in carne da cannone è lo stesso imbonimento, la stessa inerte apatia, la stessa acquiescenza che ci porta a seguire tutti lo stesso programma televisivo, o a comprare lo stesso prodotto reclamizzato, o a votare in massa il primo pagliaccio che scende in campo promettendoci di risolvere tutti i nostri problemi se solo acconsentiamo ad affidargli un po' più di potere.
Marco Deriu, “Dizionario critico delle nuove guerre”, EMI, Bologna, 2005, pp. 66-68.

I capponi di Renzo si beccano l’un l’altro invece di identificare la vera causa dei loro mali (divide et impera). Tuttavia, se qualcosa là in alto si sta muovendo è perché hanno capito che la gente (i capponi) si sta svegliando. L’avvento di un autoritarismo esplicitato è un segno paradossalmente positivo: vuol dire che, per qualche ragione, abbiamo finalmente la possibilità di vedere la realtà così com'è e non come una potentissima ma minuscola minoranza vuole che la vediamo. Così questa sparuta minoranza, in preda al panico, è costretta a togliere il guanto di velluto. Meglio così, le finzioni imprigionano molto di più della realtà nuda e cruda.
A questo riguardo, Chicago sta per apprendere una dolorosa lezione.
Volete conoscere il futuro? Osservate Chicago, leggete tutto quel che potete su Chicago, la città da cui proviene Obama. Dal 16 maggio 2011 il sindaco di Chicago è l'israeliano-americano (doppia cittadinanza, servizio militare in Israele) Rahm Israel Emanuel, amico personale di Obama e figlio di un terrorista dell'Irgun:
http://it.wikipedia.org/wiki/Rahm_Emanuel
Emanuel è passato dalle funzioni di
capo di gabinetto di Obama ad aspirante tiranno di Chicago:
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2012/jan/19/outlawing-dissent-rahm-emanuel-new-regime
Quel che succede a Chicago è quel che succederà a Londra, in occasione dei giochi olimpici:

Bernard E. Harcourt, direttore del dipartimento di scienze politiche dell’università di Chicago e, in precedenza, docente di diritto e scienze politiche a Parigi-Nanterre e Harvard, nel sopra linkato articolo apparso sul Guardian del 19 dicembre 2012, ha lanciato un allarme forte e chiaro. Rahm Israel Emanuel sta applicando pari pari la dottrina del capitalismo del disastro all’amministrazione della metropoli di Chicago, terza città degli Stati Uniti.
Chi non ha ancora letto “Shock economy” di Naomi Klein (Milano: Rizzoli, 2007), è meglio che si sbrighi a farlo, altrimenti non potrà capire assolutamente nulla di quel che sta accadendo. L’ha dovuto fare anche Paul Krugman, economista premio Nobel ed editorialista del New York Times:
Qui il documentario completo ed imperdibile di Michael Winterbottom sui temi trattatati nel libro della Klein:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/shock-economy-il-capitalismo-del.html
Nel fondamentale “Shock economy” (2007), Naomi Klein ricompone il puzzle raccapricciante della realtà del nostro tempo, affidandosi alle analisi degli editoriali e delle inchieste dei maggiori quotidiani internazionali, ossia ad un genere di informazione accessibile a milioni di persone ma che, a causa della frammentazione e diluzione, quasi mai ricomposta in un quadro d’insieme. Ecco il quadro complessivo: milioni di persone morte, mutilate o torturate nel mondo; governi e servizi segreti in combutta con le multinazionali e dittatori vari per promuovere i loro interessi comuni; colpi di stato, drastico taglio dei servizi sociali, inquinamento doloso, privatizzazione dei beni comuni (incluso il DNA). La strategia è quella della terapia shock che si usa sui prigionieri: guerre, atti terroristici, disastri naturali, eventi epocali come opportunità per sfruttare le masse ed aumentare il loro potere e ricchezza (ampie citazioni ed estratti confermano che questa gente fa sul serio e non ha bisogno di nascondere i suoi obiettivi e metodi). Significativo il fatto che i torturatori tornassero in auge proprio mentre i loro governanti golpisti si accordavano con i luminari del “libero mercato” predicato dalla Scuola di Chicago di Milton Friedman. Tutto questo è peraltro documentato in numerosi altri studi più specialistici e meno “decifrabili” dalle persone comuni.
Tornando all’articolo in questione, Harcourt osserva che Emanuel sta sfruttando i summit del G8 e della NATO che si terranno a Chicago per estendere capillarmente i sistemi di sorveglianza e le prerogative della polizia (permanentemente), per esternalizzare e privatizzare i servizi comunali (e relativi profitti) con eventuali indennizzi a carico dei contribuenti (!!!) e per approvare leggi che limitano l’espressione del dissenso (permanentemente), sanzionano salatissimamente ogni minima infrazione (es. grandezza di uno striscione, errata o mancata notifica della presenza di un veicolo, ecc.) e gli conferiscono poteri straordinari. Nonostante il fatto che per mesi il movimento Occupy Chicago si sia distinto per la sua compostezza:
I manifestanti stanno cercando di resistere:
Ma la tragica realtà è che gli Stati Uniti si trovano su una china molto ma molto preoccupante:
e il Canada non è messo meglio:

sabato 19 novembre 2011

Verso gli Stati Uniti d'Europa



Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti.
 I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.

 È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto, visibile, conclamata. In questo siamo come il G20…Abbiamo bisogno di crisi per fare passi avanti. Ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, leggi, ecc. per cui non è pienamente reversibile.
Mario Monti


Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che fanno del male, ma a causa di coloro che guardano senza fare niente.
Albert Einstein (o chi per lui, poco importa)


Angela Merkel, una statista dal passato ambiguo…
…dopo aver sciaguratamente paragonato la situazione attuale a quella del Regno Unito alle prese con Hitler – o forse è involontaria autoironia? –, chiede che l’Europa passi dall’unione monetaria a quella politica, ossia agli Stati Uniti d’Europa, rinunciando ad una grossa fetta della sua sovranità, quasi 22 anni dopo la riunificazione. 
Prima di proseguire sarebbe utile dare un’occhiata a questi due articoli:
Uno dei temi principali di cui mi occupo in questo blog è la minaccia costituita da un gruppo di politici e finanzieri privi di scrupoli ed interessati unicamente al potere che hanno preso in ostaggio il disegno europeista delle origini per tramutarlo in un programma di progressiva demolizione della democrazia, per mezzo di una depressione economica generata, come quella annunciata qualche tempo fa:
Nessuno si è mai svegliato un mattino e si è ritrovato in una dittatura. Ci si accorge sempre troppo tardi del tipo di società in cui si vive, dei compromessi che si sono accettati turandosi il naso, delle rinunce che non ci si immaginava di poter fare. È un processo graduale e va interrotto prima che sia troppo tardi, prima che il veleno faccia effetto, prima che la mitridatizzazione ci renda insensibili. C’è chi sta curiosamente alludendo a complotti intergenerazionali di nostalgici del nazismo intenti a recuperare il progetto del Terzo Reich. Personalmente trovo che questa ipotesi sia completamente superflua. Qui mostro come il nazismo sia un’ideologia eterna, pre-esistente ad Hitler, congenita alla specie umana:
È altrettanto inutile parlare di un complotto imperialista statunitense incentrato sulla volontaria collaborazione di Angela Merkel. Quale vantaggio trarrebbero gli Americani dalla creazione degli Stati Uniti d’Europa (SUE), una realtà geopolitica che per sua natura tenderebbe ad emanciparsi dall’ombrello NATO e fare accordi separati con la Russia, la Cina e i paesi arabi?
Qualcuno si ricorda se abbiamo eletto noi il presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso, o uno qualunque dei vari commissari europei? Ai cittadini europei non è stata data la possibilità di decidere se sono disposti a lasciarsi alle spalle i tradizionali stati-nazione che, con tutti i loro difetti, si erano comunque fatti garanti dei diritti dei cittadini (cf. Arendt sugli Ebrei resi apolidi per poterli rimuovere dal corpo sociale). Gli Inglesi si opporrebbero in massa e così, date le circostanze, farebbero quasi tutti gli Europei. Per questo la strategia punta sulle crisi generate e sulla nomina di tecnocrati che completino il traghettamento senza consultare l’elettorato. Questa è l’essenza del “capitalismo del disastro”. Chi minimizza tutto questo bollandolo come “complottiamo” e liquida la storia socio-economica del secolo scorso come un dettaglio o è in mala fede, o è una persona troppo accecata dai suoi desideri e paure per essere in grado di esaminare obiettivamente la realtà. L’anticomplottista vede in ogni scettico un complottista, un imbecille che crede che lo sbarco sulla luna non sia mai avvenuto e che la regina d’Inghilterra sia un rettiliano. Dipingendo tutti gli scettici a tinte complottiste, l’anticomplottista disumanizza chi non la pensa come lui, riducendolo ad un unico comune denominatore, così innocuo nella sua risibilità. In fondo l'anticomplottista è marcatamente simile a quello che ritiene l'oggetto dei suoi strali.
Queste persone non troveranno quello che cercano o di cui hanno bisogno in questo blog.
Un’intervista a Éric Toussaint (presidente del Comitato per l'Annullamento del Debito del Terzo Mondo) può essere utile per fare luce sulla trama che si sta dipanando: “Si applicano in Europa le stesse misure del Congresso di Washington. In che consistono queste misure? Riduzione della spesa pubblica, licenziamenti massicci di funzionari, forti privatizzazioni, aumento delle imposte indirette come l’IVA, riforme del mercato del lavoro e dei sistemi pensionistici (questo fu il caso di parecchi paesi dell’America latina, mentre in Africa non c’è mai stato un sistema previdenziale). È esattamente lo stesso schema, che produce un degrado delle condizioni di vita e pietosi risultati economici in termini di crescita…Gli accordi imposti dalla troika (CE, FMI, BCE) alla Grecia, al Portogallo, all’Irlanda implicano misure simili a quelle applicate all’America Latina all’epoca del mandato di Carlos Menem in Argentina, che portarono alla fine al disastro e alla ribellione del 2001, il corralito…In Spagna il debito pubblico rappresenta solo il 17% del debito totale. È chiaro che la tendenza è quella del trasferimento del debito privato al governo spagnolo, come nel caso emblematico dell’Irlanda, paese modello con un deficit pari a zero e un tasso di disoccupazione nullo, che si ritrova oggi, in seguito al fallimento delle banche e all’esposizione alla bolla immobiliare, con un debito pubblico notevole perché il Tesoro si è sobbarcato il costo del salvataggio bancario. Questo processo è in corso in Spagna. Noi viviamo la messa in pratica della strategia descritta da Naomi Klein, la “strategia dello choc”. Per esempio, qualche giorno fa, il quotidiano Il Corriere della Sera ha rivelato il contenuto esatto della lettera che la BCE ha trasmesso all’Italia agli inizi d’agosto. È la descrizione esatta della “strategia dello choc”. Più che di raccomandazioni, si trattava di diktat su temi che non sono per nulla di competenza della BCE…”
Questa è la realtà di ciò che sta accadendo. Chi chiude gli occhi ora non potrà farlo per sempre e sarà responsabile di non aver provato ad ostacolare questo progetto, mettendosi in gioco. Ci sono i giusti:
E ci sono gli ignavi, i complici di ogni tirannia.
Presumo che la tappa finale di questo processo sarà un Governo Mondiale ben diverso da quello, autenticamente democratico, auspicato da chi scrive, o da Jacques Attali (se è in buona fede):
Schäuble (ministro delle finanze) e Merkel vogliono gli Stati Uniti d’Europa, ma per conseguire questo obiettivo devono disfarsi della costituzione tedesca e redigerne una nuova. Per il momento la Corte Costituzionale tedesca costituisce un impedimento per i Grandi Timonieri. Andreas Vosskuhle, presidente della corte costituzionale, in un’intervista al quotidiano “Frankfurter Allgemeine” ha precisato che: “C’è poco spazio di manovra per poter attribuire i poteri degli stati centrali all’UE. Se si volesse andare oltre questi limiti – che potrebbe essere politicamente legittimo e desiderabile – allora la Germania dovrebbe darsi una nuova costituzione. Sarebbe necessario un referendum. Tutto ciò non può essere fatto senza il popolo. La sovranità dello stato tedesco è inviolata ed è ancorata in modo perpetuo alla leggi fondamentali. Non può essere accantonata dal parlamento, anche con i suoi poteri di emendare la costituzione”. [Fonte: The dangerous subversion of Germany's democracy, 28 settembre 2011.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE]
Herfried Münkler, autore di un istruttivo editoriale apparso su Der Spiegel, spiega che ogni tentativo di democratizzare l’Europa è controproducente. L’Unione Europea è come il Belgio, troppo eterogenea per potersi accordare e prendere anche le decisioni più basilari. Spingere il pedale della democratizzazione rischia di portare alla disintegrazione dell’edificio europeo. La forte astensione dell’elettorato in occasioni delle elezioni per il Parlamento Europeo, unita alla preferenza per candidati populisti lo rende ancora più scettico. Se vogliamo ricostruire l’Europa, spiega questo campione del pensiero antidemocratico, serve un forte nucleo centrale dotato di poteri importanti. La democrazia diretta darebbe un potere plebiscitario agli anti-europeisti moltiplicando il numero dei veti a Bruxelles. Münkler si riferisce a populisti come Jörg Haider (morto in un incidente d’auto), Pim Fortuyn (ucciso da un fanatico), Giorgio Panto (morto in un incidente aereo) o Lech Kaczyński (morto in un incidente aereo).
Polemiche, sospetti incrociati, rifiuto di sondare il parere dei cittadini, nella più classica tradizione eurocratica:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9362
La dirigenza tedesca pensa di potercela fare entro la fine del 2012, per via parlamentare (articolo 23) o referendaria (articolo 146):
http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,797584,00.html



INTEGRAZIONE A CURA DI MARIO GIULIANO
Il processo di integrazione europea che si sta implementando ha natura costituzionale, pertanto dovrebbe seguire l'unica forma ammissibile dell'assemblea costituente (non certo attraverso una ratifica formale di un trattato internazionale). Non lo si è fatto asseritamente per ragioni pratiche, mentre la realtà è che si vuole farlo contro la volontà dei popoli.
Che siano ipotizzabili i reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione non sono l'unico a pensarlo.
Quei reati partono da molto prima della nomina di Monti e coinvolgono molte più persone. Nel 2005 i referendum di Francia e Olanda affondano la Costituzione Europea, la quale peraltro aveva avuto una genesi discutibile dal momento che non era mai stata eletta una vera e propria assemblea costituente (che è l'unico modo per poter fare legittimamente una costituzione). All'inizio del 2006 inizia il golpe con la legge 24 febbraio 2006 n. 85 che, sotto l'ingannevole titolo "Modifiche in tema di reati d'opinione", in realtà depenalizza molti reati contro la personalità dello stato prevedendo che le relative condotte siano punibili solo se poste in essere con violenza, che gli insider possono anche non aver bisogno di esercitare, potendo avvalersi di mezzi (pseudo)legali. Anche le relative pene vengono drasticamente ridotte. Vi è traccia nello stenografico della discussione parlamentare di qualcuno che obiettò che i reati contro la personalità dello stato non sono reati d'opinione e che la riforma andava oltre il segno in modo pericoloso (qualche mosca bianca c'è - per la cronaca mi pare che era uno di AN, adesso non ricordo il nome). La legge spiana la strada alla firma del Trattato di Lisbona, che altrimenti avrebbe integrati diversi reati contro la personalità dello stato. Firma che tuttavia a mio parere integra comunque il reato di attentato alla costituzione, che essendo previsto nella stessa carta, non è stato modificato. Infatti D'Alema, che non è fesso, a Lisbona non è andato, mandando un sottosegretario, e nelle foto di rito si vede benissimo che Prodi è sulle spine. Quindi la commissione di reati contro la personalità dello stato, nella vicenda di Lisbona come in quella attuale del governo tecnico, sono ipotizzabili solo se si considera nulla la legge 24 febbraio 2006, in quanto frutto di un attentato alla costituzione, operazione giuridicamente piuttosto ardita, ma del resto qui siamo totalmente al di fuori della legalità e in una situazione di emergenza costituzionale, anche in considerazione dell'alto numero di parlamentari coinvolti, di questa e della precedente legislatura.


sabato 12 novembre 2011

Argentina - un esempio da seguire




“Sotto le amministrazioni Kirchner, l’Argentina ha raggiunto la crescita più rapida crescita nell’occidente dopo il default. Europa, stai ascoltando?
Cristina Fernandez de Kirchner dovrebbe essere rieletta presidentessa dell’Argentina nelle elezioni di domenica, anche se ha dovuto affrontare l’ostilità dei media per lunga parte della sua presidenza e di molte potenze economiche della nazione. Può essere il momento di chiederci perché ciò è accaduto.
Esatto, si parla di economia. Da quando nove anni fa l’Argentina andò in default sul suo debito di 95 miliardi di dollari ignorando il Fondo Monetario Internazionale, l’economia è andata davvero bene. Negli anni dal 2002 al 2011, usando le proiezioni del FMI per la fine di quest’anno, l’Argentina ha conseguita una crescita reale del PIL pari al 94%. Si tratta della crescita economica più rapida dell’emisfero occidentale, circa il doppio del Brasile, ad esempio, che ha comunque migliorato enormemente la sua prestazione. Visto che il presidente Fernandez o suo marito Nestor Kirchner, che l’ha preceduta nella carica, hanno guidati il paese per otto di questi nove anni, non è sorprendente che gli elettori la confermino per un altro mandato.
I benefici della crescita non sempre trapelano, ma in questo caso il governo argentino ha reso la cosa possibile. La povertà e l’estrema povertà sono state ridotte di circa due terzi dal picco del 2002, e l’occupazione è incrementata a livelli senza precedenti. La spesa sociale da parte del governo è quasi triplicati in valori reali. Nel 2009 il governo ha implementato un programma di fondi destinati ai bambini che ora raggiunge più di 3,5 milioni di famiglie. È probabilmente il più grande di questi programmi, valutando il reddito nazionale, dell’America Latina.
Anche la disuguaglianza è stata significativamente ridotta in Argentina durante questa espansione degna di nota. Ciò contrasta con quello che avviene nella gran parte delle altre economie in rapida crescita (e in alcune di quelle a crescita lenta, come gli Stati Uniti), dove la disuguaglianza è cresciuta nell’ultimo decennio. Nel 2001 gli argentini del 95esimo percentile della distribuzione del reddito avevano una quota di reddito pari a 32 volte quella di quelli che erano nel quinto percentile. Alla fine dello scorso anno questo rapporto era sceso di quasi la metà, portandosi a 17.
Posso già immaginarmi i commenti che ci saranno a questo articolo: bisognerebbe gridare per il tasso di inflazione dell’Argentina che, secondo alcune stime private, in questo momento è compreso tra il 20 e il 25%. Certo, è troppo, e probabilmente verrà abbassato nei mesi e negli anni a venire (è stata molto più basso per molto tempo negli ultimi nove anni). Ma è importante ricordare che è il reddito reale (aggiustato all’inflazione) e l’occupazione, così come la distribuzione dei redditi, che determina il livello di vita di una popolazione. Se l’inflazione è alta ma il reddito cresce più velocemente dell’inflazione, si sta meglio rispetto a un’inflazione più bassa e a un reddito che non ne tiene il passo, e ancora di più rispetto a non avere un lavoro.
L’esperienza argentina negli ultimi nove anni ha importanti implicazione per come valutiamo le politiche economiche, specialmente riguardo certi miti che vengono correntemente usati per giustificare la triste performance economica degli Stati Uniti, di gran parte dell’Europa e di altre nazioni dopo la crisi economica del 2008-2009 e la recessione planetaria. Una teoria recentemente diffusa dall’ex economista del FMI Ken Rogoff e da Carmen Reinhart ritiene che le recessioni causate dalle crisi finanziarie debbano essere seguite da recuperi lenti e dolorosi. Ciò viene comunemente riportato nelle informazioni economiche ed è servito come scusa ai governi incompetenti o ai detentori di interessi personali (vi suona nuovo?) per evitare la responsabilità di aver favorito anni di alta occupazione e di stagnazione economica.
L’Argentina, comunque, ha fornito una bruciante refutazione di questa teoria. La crisi finanziaria argentina alla fine del 2001, e nel 2002, è stata la madre di tutte le crisi finanziarie. Il sistema bancario è praticamente collassato. Ma dopo che l’Argentina ha fatto default suo debito alla fine del 2001, c’è stato solo un quadrimestre di contrazione economica prima che l’economia si avviasse verso una ripresa notevole. Nel giro di tre anni il paese era di nuovo ai livelli pre-recessione del reddito nazionale.
Se guardiamo le economie più deboli dell’eurozona (Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda), ad esempio, è difficile capire quando potranno ritornare a livelli normali di occupazione, specialmente se continueranno a seguire le politiche pro-cicliche richieste dalle autorità europee (la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il FMI). L’Argentina ha ricuperato rapidamente perché si è liberata non solo di un peso del debito insostenibile, ma anche dalle politiche distruttive imposte da creditori e alleati. La Grecia, in particolare, la cui economia si sta stringendo al tasso annuale del 5% mentre si attende che le autorità europee ristrutturino il suo debito, dovrebbe considerare che potrebbe essere meglio seguire la strada argentina. Per l’Argentina ha funzionato di sicuro”.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

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“Si ritiene che la Grecia, che ha seguito politiche analoghe a quelle adottate dall’Argentina durante la recessione del 1998-2002, necessiterà di oltre 9 anni per tornare ai livelli di PIL precedenti alla crisi. La disoccupazione che attualmente è al 16 per cento, potrebbe richiedere ancora più tempo per tornare a livelli normali….La situazione nelle altre economie dell’eurozona è paragonabile a quella greca, sebbene non così terribile. […]. Il tentativo di sistemare le cose in Europa attraverso una “svalutazione interna” [leggi: povertà, NdR] si sta dimostrando un disastro paragonabile a quello argentino della recessione del 1998-2002. Il più grave rischio del presente è che insistendo con questi errori strategici si spingerà l’Italia sulla stessa china della Grecia. Il rapporto debito-Pil della Grecia quando sottoscrisse il primo accordo con il FMI nel maggio dell’anno scorso era 115%, ci si attende un 190% l’anno prossimo…le prospettive di crescita dell’Italia si sono ridotte significativamente negli ultimi sei mesi a causa delle misure di austerità da 54 miliardi di euro adottate dal governo sotto la pressione delle autorità europee, alias la “troika” (Commissione Europea, BCE, FMI). Il che indica la possibilità che l’Italia segua la sorte della Grecia, con obiettivi di riduzione del deficit sempre più improbabili da raggiungere a causa di un gettito fiscale in costante calo, al quale le autorità rispondono con ulteriori misure di “consolidamento fiscale” (Leggi: riduzione dei risparmi privati, NdR), in una spirale discendente  (circolo vizioso) di redditi in calo, maggiori rendimenti attesi da titoli di debito a rischio e quindi più elevati tassi di interesse sulle obbligazioni del paese. […]. Ogni singolo governo sottoposto a questo processo dovrebbe considerare come una possibile soluzione alternativa quella argentina, che prevede un default sufficientemente ampio da ridurre il peso del debito pubblico a livelli più sostenibili. Nella situazione in cui versa la Grecia, per esempio, ciò potrebbe essere preferibile alla rotta tenuta fin qui, anche se ciò dovesse comportare l’uscita dall’euro.
L’esperienza argentina mette in discussione il diffuso mito secondo cui la recessione provocata dalle crisi finanziarie implica un percorso di ripresa lento e doloroso. La crisi finanziaria e crollo dell’Argentina non sono stati meno drammatici di quelli di quasi ogni altro paese degli ultimi decenni; eppure ci è voluto solo un quadrimestre dopo il default per ricollocarsi sulla strada di una ripresa rapida e consolidata. Questo non solo in virtù della svalutazione e di migliori politiche macroeconomiche, ma perché il default emancipò il paese da una servitù del debito che lo azzoppava e da politiche pro-cicliche [in un contesto congiunturale sfavorevole, NdR] imposte dai creditori.  Queste politiche, assieme all’ultra-conservatorismo delle banche centrali come l’attuale BCE, sono le principali responsabili del rallentamento del risanamento dopo le crisi finanziarie. Il governo argentino ha dimostrato che questo cupo scenario è solo uno dei possibili esiti e che una rapida ripresa nell’ambito della produzione, dell’impiego, della riduzione della povertà e delle disuguaglianze è un percorso alternativo perfettamente praticabile”.
Mark Weisbrot & Rebecca Ray & Juan Montecino & Sara Kozameh, Oct. 2011. "The Argentine Success Story and its Implications," CEPR Reports and Issue Briefs 2011-21, Center for Economic and Policy Research (CEPR).

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La presidente rieletta domenica con il 54% dei voti, il secondo si è fermato al 17%. I ceti poveri ma anche la classe media, la comunità dello spettacolo, gli intellettuali, i giovani: cosa c'è dietro il «cristinismo»
“BUENOS AIRES. La Piazza di Maggio, cuore della vita politica argentina, si è di nuovo riempita nella notte di domenica e fino all'alba di ieri. Cristina Fernández de Kirchner stava celebrando la maggior vittoria in un'elezione presidenziale dal ritorno della democrazia nell'83, con il 54% dei voti, che la catapultava a un secondo mandato per i prossimi 4 anni.
Più ancora che la conferma del kirchnerismo, sorto nel 2003 con la vittoria di Néstor Kirchner, il voto di domenica ha fatto emergere in Argentina il «cristinismo». La morte e resurrezione politica della presidenta sembra avviare una nuova fase. A 37 punti di distanza, 17%, si ritrova il secondo arrivato, il governatore della provincia di Santa Fe Hermes Binner (socialista di centro-sinistra) e ancora più indietro, 11%, Ricardo Alfonsín, centrista della Unión civica radical, figlio dell'ex-presidente Raúl ('83-'89). Spazzati via dalla scena politica due protagonisti degli ultimi decenni: Eduardo Duhalde (peronista di destra), 6%, e Elisa Carrió (una mistica di destra),1.8%.
Una delle chiavi che danno il senso a questo fenomeno è che la Piazza di Maggio scoppiava l'altra notte di giovani e di ragazzi, un settore sociale che fino a pochi anni fa guardava alla politica con sospetto e disprezzo, che ora levava bandiere con su scritto «Cris-pasión» e ha fatto la sua clamorosa apparizione quando morì improvvisamente Néstor Kirchner il 27 ottobre dell'anno scorso. Allora centinaia di migliaia di muchachos si riversarono nelle strade per lo sconcerto degli anti-kirchneristi e anti-peronisti che mai si sarebbero aspettati una cosa simile.
La presidente peronista di centro-sinistra con il voto di domenica ha ripreso anche il controllo assoluto del parlamento. Secondo le proiezioni, alla Camera, dove era in netta minoranza e si rinnovava la metà dei deputati, il kirchnerismo doc tocca i 117 seggi, 135 con gli alleati, sopra la maggioranza assoluta (129). Al senato, rinnovato per un terzo, il Frente para la victoria di Cristina insieme agli alleati arriva a 38 seggi sul totale di 72.
Un altro dato fondamentale nella vittoria di domenica è il sostegno compatto dei ceti più bassi. Per quanto tradizionalmente peronista, il voto dei poveri si è riversato su Cristina in misura ancor più massiccia delle altre volte e ha toccato percentuali pazzesche nella Gran Buenos Aires e nelle province del nord (le più povere). Sono gli effetti combinati di una crescita economica complessiva che ha dato lavoro a settori emarginati dalla vita sociale e di programmi d'intervento come l'assegnazione di 47 euro mensili per figlio a tutti e la fornitura di computer gratis per gli studenti delle scuole secondarie pubbliche.
Non solo. La comunità artistica e intellettuali prestigiosi hanno avuto un ruolo essenziale nella sopravvivenza politica di Cristina e Néstor Kirchner nel 2008 e 2009, gli anni più duri dello scontro con gli agrari e della guerra senza quartiere mossa dai grandi media (il Clarín arrivò a prevedere che Cristina non sarebbe arrivata a concludere il mandato). Allora un fronte di attori famosi, cantanti, pittori e docenti universitari scese in campo in difesa delle politiche del governo. Ma questa volta la presidenta ha sfondato anche nella classe media. Come provato dalla vittoria perfino nella città di Buenos Aires, sempre difficile per il peronismo, a Santa Fe e Córdoba.
Ora però il «cristinismo» si ritrova di fronte a molte e non facili sfide. Nel campo dei servizi pubblici, i Kirchner hanno rinazionalizzato qualche impresa (acqua, poste, linee aeree) e hanno messo in piedi un colossale sistema di sussidi a imprese private (elettricità, gas, trasporti) su cui i controlli sono scarsi. Sussidi che distorcono l'economia e che risultano vantaggiosi non solo per i bassi redditi ma anche per chi potrebbe pagare di più. Per quanto a Buenos Aires comprare abbigliamento può costare quanto a New York, un biglietto del metrò costa 0.19 centesimi di euro, la luce per una famiglia di classe media può non costare più di 10 euro a bimestre...
Sul piano economico ma anche simbolico uno dei momenti-chiave sarà quando la giustizia decreterà l'applicazione della legge anti-monopolio sui media, bloccata dai ricorsi di Clarín: la vendita obbligata di quell'immenso conglomerato che conta più di 200 canali via cavo e giornali nel paese promette si essere traumatico”.
Sebastian Lacunza
25.10.2011


venerdì 11 novembre 2011

La Tempesta Perfetta



Perché un manifestante greco ha scelto di usare un’immagine così controversa?
E’ un abbinamento inaudito: un simbolo di cooperazione e pace associato al simbolo della tirannia violenta per antonomasia.
Proverò, per quanto mi sia possibile farlo (non è questo il mio campo), a documentare le ragioni per cui ritengo che il manifestante greco abbia intuito che il progetto europeo dei padri fondatori sia stato dirottato, tradendo nella maniera più spudorata lo spirito con cui era stato concepito. Sospetto che il suddetto possa essere persino più autenticamente europeista dei tanti “europeisti” che ci stanno spingendo verso gli Stati Uniti d’Europa.

Come ormai molti hanno capito, una politica dell’austerità spinge l’economia verso la recessione, deprime i consumi, gonfia il debito pubblico invece di aiutare a ridurlo
in un terrificante circolo vizioso che sta colpendo una nazione europea dopo l’altra.
Oggi, rispetto ad un anno fa, lo Stato Italiano deve spendere l’1% del PIL in più rispetto ad un anno fa per le sue obbligazioni ed i mercati sanno bene che l’Italia ormai non potrà più raggiungere il target imposto da Bruxelles (“dai mercati”!), che si sposterà sempre più in là, come è successo agli altri PIIGS e come sta cominciando a succedere in Francia. Se l’Italia diventa insolvente, come gli altri PIIGS, l’esposizione delle banche europee ed extra-europee sarà devastante, darebbe il colpo di grazia all’economia globale [esposizioni con l’Italia: Goldman Sachs (2,5 miliardi di dollari di esposizione lorda - 750 milioni senza hedge), Morgan Stanley (1,9 miliardi di dollari di esposizione netta), JP Morgan (5,5 miliardi netta), Bank of America (6,6 miliardi netta!!!)]. La cosa non sembra preoccupare più di tanto i dirigenti di questi vasti conglomerati finanziari, che continuano a mettersi in tasca corposi bonus.
La nostra è un’economia troppo grande per essere salvata e troppo grande per essere lasciata fallire. È surreale che ieri i giornalisti italiani ci abbiano rassicurato sul fatto che la possibile nomina di Monti a capo di un governo tecnico abbia frenato la speculazione sulle nostre obbligazioni, quando la verità è che la BCE è intervenuta pesantemente sul mercato (senza peraltro poter risolvere la crisi):
Il problema è rappresentato dalla Banca Centrale Europea, che è in mano a degli estremisti (letteralmente, si veda oltre) che ignorano queste semplici considerazioni e procedono per la loro strada, costi quel che costi (recessione, disoccupazione ed indebitamento alle stelle, rivolte popolari):
Monti è uno di loro:
Il Giappone, che pure è in condizioni peggiori di quelle italiane, se la sta cavando proprio perché non è imprigionato nella camicia di forza dell’eurozona:
In Europa, al contrario, se un primo ministro di una nazione teoricamente sovrana sgarra, viene rimosso. Papandreu è stato cacciato dal governo della Grecia perché ha osato chiedere di consultare l’elettorato, come a volte si fa in una democrazia, per evitare una rivolta generalizzata di una cittadinanza che non ha alcuna intenzione di pagare perché altri (investitori e politici) si rifiutano di assumersi le proprie responsabilità (rischio d'impresa) adducendo il motivo che, essendo troppo grandi per essere lasciati fallire, non ci sono alternative: “Sono più grosso e cattivo di te e farai come dico io!”. I classici bulli!
Queste perdite private trasferite sulle spalle pubbliche stanno ingigantendosi, il contagio è generalizzato, nessuno ha abbastanza soldi per saldare quei debiti, creati con soldi fittizi ma ripagati con soldi veri, presi dalle tasche dei cittadini in carne ed ossa. Prima i fondamentalisti che costituiscono la leadership europea si sono rivolti alla BCE ed al FMI, poi alla Cina (e persino al miserrimo Giappone) e tutto questo solo per salvare la Grecia, che è diventata un buco nero, poiché la sua economia si sta contraendo drammaticamente a causa dell’austerità.
Come pensano di poter salvare l’Italia? Non possono e per questo il più recente G20 è fallito.
Stanno ottenendo anche un altro risultato. Le istituzioni europee si stanno gradualmente allontanando dai cittadini e diventando sempre più autoritarie. Così facendo i cittadini si spaventano e s’infuriano, comprensibilmente. Le persone comuni non hanno più la più pallida idea di dove tutto questo andrà a finire e, molto giustamente, non credono di aver assegnato ai politici il mandato di distruggere le loro esistenze.
Papandreu ha cercato di ascoltare il parere della popolazione. I pesci grossi europei gli hanno detto: nein!/non! Sebbene finora non se ne siano usciti con uno straccio di soluzione, se non una continua serie di differimenti e terrorismi psicologici. Papandreu s’è persino permesso di far esaminare l’opportunità che la Grecia lasciasse l’eurozona, cosa che avrebbe fatto la felicità dei gli altri contribuenti europei. Ma non si può: se se ne vanno i Greci (l’Argentina abbandonò la parità peso/dollaro e ora se la spassa, rispetto a noi), chiunque potrebbe decidere di andarsene.
Però l’euro è indispensabile all’economia tedesca: è come un enorme sussidio per il settore produttivo della Germania e nel contempo un’intrinseca penalizzazione per la concorrenza del resto d’Europa.
Per tenere in vita l’euro bisognerà che i più deboli vadano periodicamente in bancarotta. Se invece la Germania fosse costretta a dotarsi di un Nuovo Marco, subirebbe gli effetti della Svizzera – con il franco che impiomba l’economia elvetica –, ma all’ennesima potenza. Un marco ipervalutato distruggerebbe il sistema industriale tedesco.
Una Germania nell’euro si ritrova invece un mercato gigantesco, quello europeo, in cui può piazzare prodotti a prezzi accessibili. Il surplus di profitti finisce alle banche, le banche devono investirli, li prestano ai PIIGS, che così possono continuare ad acquistare merci tedesche. Quando arriva il momento di saldare i debiti la politica dell’austerità imposta dalle autorità europee spreme i contribuenti dei PIIGS (gli Italiani sono tra i maggiori risparmiatori al mondo – ottime mucche da mungere), che non possono più svalutare le loro monete per contrastare l’economia tedesca. L’unica via di uscita – restando nell’euro – sarebbe se i PIIGS fossero in grado di competere con gli standard qualitativi tedeschi, cosa virtualmente impossibile, perché certi popoli preferiscono dedicarsi ad attività non necessariamente produttive. C’è chi è più efficiente e chi lo è meno. [E non abbiamo considerato la concorrenza del manifatturiero asiatico (Cina, Turchia, India, Vietnam, ecc.) che sta affossando gli USA e noi].
Insomma, non c’è una via di uscita: non potendo svalutare, si perde in competitività e ci si indebita.
Come abbiamo visto, una parte del governo greco, essendo perfettamente consapevole del fatto che senza la dracma la Grecia è condannata, come lo è l’Eurozona a causa del debito greco, ha pensato bene di rivolgersi ai cittadini. È stato immediatamente sostituito da Lucas Papademos che, dopo aver lasciato il suo posto di economista capo prima e governatore poi alla Banca di Grecia nel 2002, è diventato il vice di Trichet alla BCE, fino al 2010, quando ha ricevuto l’incarico di servire da consulente a Papandreu, per poi rimpiazzarlo al momento giusto.
Senza un “giubileo del debito”, cioè il completo azzeramento dei debiti, sarà la democrazia ad estinguersi. I governi regolarmente eletti non saranno più liberi di rispettare la volontà degli elettori e saranno ostaggio delle disposizioni di Bruxelles:
Se sgarreranno saranno sostituiti da tecnocrati dell’alta finanza che godono dei favori delle istituzioni ed organizzazioni che lucrano da questo stato di cose:
A parte il “giubileo debitorio”, che cosa si potrebbe fare?
Si potrebbero sospendere i mercati finanziari per un certo periodo, chiudere le banche insolventi, frazionare le megacorporazioni finanziarie che determinano le sorti di intere nazioni per accumulare profitti istantanei, mandare a casa quei politici che ci prendono per i fondelli spiegandoci che o si fa così o i mercati ci puniranno.
Perché l’Unione Europea, un progetto così nobile, è stata presa in ostaggio da questi fanatici del finanz-capitalismo?
Come ha correttamente osservato George Monbiot, è successo i distruttori di ricchezza hanno avuto la meglio sui creatori di ricchezza. Parassiti che vengono tenuti sulla cresta dell’onda con i fondi pubblici, si concedono immensi bonus e poi randellano spietatamente gli insolventi, senza la minima vergogna, scrupolo, rimorso. Come se fossero degli psicopatici:
È stato lo stesso Monbiot a definirli “psicopatici industriali” e, finalmente, a sollevare la questione in uno dei quotidiani più letti, rispettati e commentati del mondo:
La tragica realtà dei nostri giorni è che le istituzioni europee servono gli interessi di un circolo di psicopatici/sociopatici o comunque di persone che non hanno problemi a comportarsi come tali – ossia come esseri umani privi di empatia o estremamente carenti in quell’ambito –, non della massa di persone comuni; che i mercati finanziari vedono la democrazia come una minaccia; che il “mercatismo” è diventato un dogma inespugnabile, un po’ come l’eurozona.
L’Italia, l’ottava potenza economica mondiale e il terzo mercato obbligazionario nel mondo, non può essere salvata, così come i fondi-pensione di tutto il mondo, investiti in obbligazioni italiane, generalmente considerate sicure. Nessuno vorrà più comprare il debito pubblico italiano (come nessuno compra quello greco, portoghese o irlandese tranne gli investitori a rischio). La liquidità continuerà a fuggire dall’Italia, come continua la fuga di capitali dal Portogallo e dall’Irlanda. Prossime tappe: Spagna e Belgio.
La tempesta perfetta è arrivata: crescita zero e probabile recessione che renderà impossibile ripagare i debiti, speculatori social-darwinisti che mirano alla giugulare, leadership europea sempre più autoritaria, ricchezza che viene strappata ai molti per essere trasferita a pochi potenti, senza alcuna affiliazione nazionale, protetti da una sorta di tacita immunità giudiziaria, con disponibilità finanziarie ingentissime.
Attraverso questa crisi si sta affermando una nuova forma di potere assoluto, corporativo, neo-feudale e neo-imperiale. O forse è nuova solo in apparenza: se è vero che non esistono precedenti noti per il finanz-capitalismo, è anche vero che rassomiglia da vicino ai potentati egizi e mesopotamici.
La scelta è tra una crisi dove tutti soffrono, tranne politici e finanzieri/banchieri, ed una crisi dove soffrono proprio tutti. Bisogna stringere la cinghia, mettere i risparmi nelle banche locali/casse rurali/banche etiche e buttarsi, perché non c’è alcun modo di evitare la Depressione. L’unica cosa che possiamo fare è farne sentire gli effetti anche ai responsabili principali. Devono pagarne lo scotto, devono sapere che non basterà inventarsi un conflitto mondiale per distrarre la nostra attenzione dal tentativo di demolire lo stato sociale, privatizzare quanto più è possibile, mortificare i lavoratori, spolpare i contribuenti e restringere i nostri diritti civili.


LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/eurozombie.html

giovedì 10 novembre 2011

Shock Economy: il capitalismo del disastro (Naomi Klein/Michael Winterbottom)




L'intero documentario in inglese con sottotitoli in italiano. 
C'è tutto quel che dovete sapere per liberarvi dall'ipnosi e capire la Crisi contemporanea e la nomina di certe figure al governo di paesi come Grecia, Italia, Libia, Canada, ecc. 
"Basato sul libro di Naomi Klein e regia di Michael Winterbottom, il documentario spiega i principali eventi della storia moderna, che generati da dittature, guerre, crisi sociali ed economiche, disastri naturali, hanno agevolato l'imposizione del "Libero mercato" in tutto il mondo ... basato sulle politiche economiche di Von Hayek e del suo discepolo Milton Friedman ... deregolamentazione e privatizzazione". 



Quando il Fondo Monetario Internazionale arriva in un paese è interessato ad una sola cosa: come ci assicuriamo che le banche e le istituzioni finanziarie siano pagate?…è il FMI che mantiene in attività gli speculatori. Non è interessato allo sviluppo, in ciò che può aiutare una nazione a lasciarsi alle spalle la povertà.
(Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001 ed ex vicepresidente della Banca Mondiale)

La dottrina in questione consiste nell’asserzione che, in seguito ad una crisi finanziaria, le banche devono essere soccorse a spese dei cittadini. Così una crisi provocata dall’assenza di regole diventa un pretesto per muoversi ancora più a destra: una fase di disoccupazione di massa, invece di stimolare il settore pubblico per creare nuovi posti di lavoro, diventa un’epoca di austerità in cui gli investimenti statali ed i programmi sociali sono cancellati. Si è fatto inghiottire questa dottrina all’opinione pubblica sostenendo che non c’erano alternative…[ma] le sofferenze alle quali vengono sottoposti così tanti cittadini non sono inevitabili. Se questa è un’epoca di incredibile afflizione e durezza, lo è per delle precise scelte che sono state fatte. Nulla di tutto questo era ed è inevitabile.
Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008.

Tutta quest’idea di infliggere enormi sacrifici per generare un surplus con cui ripagare i creditori stranieri e conservare intatto l’euro è una politica economica assolutamente folle…le nazioni che incorreranno in un default tecnico come la Grecia, il Portogallo o la Spagna si ritroveranno con un debito ancora maggiore rispetto a quel che sarebbe successo se fossero state liberate prima dalle catene dell’euro.
Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998.



PER APPROFONDIRE:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/i-147-padroni-del-pianeta-terra.html