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lunedì 16 gennaio 2012

Della Luna sulla catena alimentare che vede la Germania un gradino sopra l'Italia




Non si è semplicemente gridato alla democrazia sospesa, o interrotta, e al colpo di stato. Media nazionali ed esteri hanno raccolto molti elementi indizi che l’impennata dello spread, la deposizione di Berlusconi, la nomina di Monti, l’instaurazione del suo governo etc. siano l’esecuzione di un piano preordinato, in cui la Germania ha giocato un ruolo chiave, da un lato mettendosi a vendere massicciamente i btp per farne impennare il rendimento, e dall’altra esigendo la sostituzione di governo mediante un colpo di palazzo. Un’estorsione politica internazionale, insomma. Molti vanno accusando Monti, e talvolta anche Napolitano come suo mentore e spalla, di tradire gli interessi nazionali perché fa una politica recessiva, diretta all’avvitamento fiscale, insostenibile già nel medio termine, e di tutto favore della Germania. Mi giunge persino voce che qualcuno abbia sporto denunce penali contro Monti e forse anche contro Napolitano, vagheggiando addirittura l’alto tradimento.

Vorrei qui chiarire le ragioni per le quali non ho mai aderito a tali accuse né a tale prospettazione dei fatti, che reputo insieme ingenue e ingiuste, perché non tengono conto dei reali (sia pur non pubblicamente riconoscibili) rapporti di forza internazionali, tra paesi “amici”. E dell’assenza di libertà di scelta. E del ruolo obbligato che il capo dello stato di un paese a sovranità limitata (perché vinto e occupato da 130 basi militari) svolge, nell’ordinamento internazionale, soprattutto in quello militare e finanziario, ossia quello di assicurare che il paese a sovranità limitata ottemperi ai suoi doveri verso paesi e potentati finanziari gerarchicamente sovrastanti. Un ruolo che va svolto per garantire l’unica forma realmente possibile di relativa autonomia e relativo benessere o non malessere. E soprattutto per preservare la pace, la stabilità in primis rispetto al rischio di una destabilizzazione interna.

In effetti la Germania è ben contenta che l’Italia resti nell’Euro, che si sveni per raggiungere i parametri che essa stessa le pone come condizione per restare nell’Euro. “Restate nell’Euro, maccheroni, e per farlo tagliate i redditi, colpite il risparmio, svenate l’economia reale, andate in recessione, come gli altri popoli inferiori, mentre noi alle nostre imprese diamo credito a basso costo per fare investimenti, espansione, innovazione e prenderci le fette di mercato che le vostre imprese lasciano libere, cessando l’attività per eccesso di tasse, di insoluti, di interessi passivi. La Germania resterà l’unica potenza industriale del continente, controllando anche l’industria francese che essa finanzia col suo attivo commerciale.” E ieri: “Bravo Monti, hai fatto fare all’Italia salti mortali, torna presto a Berlino, quando tutto sarà finito ti daremo la Croce di Ferro. Intanto ti diamo un poco di ossigeno per il Fondo Salvastati, ti abbassiamo un poco lo spread, ti esoneriamo dall’obbligo di ridurre del 20% l’anno la quota di debito pubblico eccedente il 60% del pil, però in cambio le nostre banche, finanziandosi all’1% presso la BCE, comperano i btp che rendono a noi, e costano a voi, il 5,6, 7 %, così vi dreniamo tutto il reddito che altrimenti potreste usare per risollevare la testa, voi popolo inferiore, negri bianchi! ”

Eh già, proprio questo è il risultato dell’incontro berlinese Monti-Merkel: il Nostro, con la sua manovra, ha tagliato i garretti all’economia italiana, così che la Germania è rassicurata che essa non possa risollevarsi e farle concorrenza o semplicemente recuperare una qualche autonomia strategica. Ottenuto ciò, la Merkel concede fondi per sostenere il btp, e insieme solleva la mannaia del vincolo di riduzione forzata del debito. In questo modo tiene in vita il governo italiano, evita che la situazione precipiti, per l’Italia, ossia che lo spread rimanga troppo alto, insostenibile, e che Monti debba fare manovre da 40 – 45 miliardi l’anno per ottemperare all’obbligo di riduzione del debito. La Merkel non ha concesso un aiuto all’Italia, ma ha semplicemente dato ossigeno al governo per consentirgli di portare a termine una politica che, col pretesto del rigore di bilancio, sta deindustrializzando l’Italia e così facendo gioco alle mire di Berlino. E presto, per far cassa, dovrà aggredire ulteriormente i risparmi delle categorie non forti. Perché l’Italia in recessione potrà tirare avanti entro l’Euro solo mangiandosi il risparmio con le tasse, e vendendo i beni e le aziende di pubblica proprietà.

Se si fosse andati avanti con lo spread in salita nonostante i tagli e le tasse, e in più con un’ulteriore manovra di 40 – 45 miliardi, in fase già recessiva, il paese si troverebbe, in pochi mesi, sottoposto a tali traumi e a tali minacce, che potrebbe insorgere ed esigere l’uscita dall’euro prima che sia ultimato il processo di eliminazione dell’industria nazionale, esigere il ritorno alla sovranità monetaria nazionale nel senso di una Banca d’Italia come era prima del 1982, ossia tenuta a comperare il debito pubblico a rendimenti modici e sostenibili, proteggendoci sia dall’aggiotaggio (speculazione ribassista) internazionale, come quello fatto da banche tedesche per scatenare l’impennata dello spread, che dal peso di tassi come quelli che paghiamo adesso. E potrebbe spingersi a pretendere che la banca centrale nazionale fosse pubblica, anziché privata. E poi naturalmente potrebbe fare come gli islandesi, ossia imporre di non pagare i debiti verso gli speculatori stranieri. Non so se sia chiaro, ma le nostre imprese stanno chiudendo a raffica, mandano una pioggia denunce di cessazione ai Comuni… dall’Euro usciremo in ogni caso, ma se usciamo adesso, usciamo con una struttura produttiva abbastanza consistente, mentre se ci sottoponiamo alla chemioterapia di Monti per restare nell’Euro, tireremo avanti ancora per qualche anno, poi ne cadremo fuori senza più un tessuto produttivo decente e vitale.

Ma lo sapete quale sarebbe la rata annuale di pagamento (ammortamento) del debito pubblico di 2.000 miliardi in 20 anni al tasso del 5%? Sarebbe di circa 180 miliardi! Cercate nel web un sito che faccia il calcolo del piano di ammortamento di un mutuo. E’ questo che non i media e le istituzioni non dicono MAI: che rimborsare il debito pubblico è impossibile – a meno di una brutale svalutazione dell’Euro. Il debito sovrano dell’eurozona non può essere ridotto, ma solo trasferito su paesi più deboli, che dovranno dar fondo ai loro redditi e ai loro risparmi per pagare non il capitale, ma gli interessi – per far quadrare i conti. Fino ad esaurimento. L’unica via di uscita è il ripudio del debito pubblico (e privato) detenuto dagli speculatori, in quanto ingiusto. Tutte le pompose storie di virtuosità, di rigore di bilancio, di tasse eque, vanno in pezzi, come frottole, davanti alla verità matematica. E con essa va in pezzi la credibilità delle “Autorità” che le gabellano.

Monti potrebbe fare altro da ciò che sta facendo? Napolitano poteva fare altro? Semplicemente, no. Il vertice della piramide dei poteri aveva già deciso e pianificato: la Fed (vedi audit GAO) aveva già messo a disposizione delle banche che ne sono proprietarie molte migliaia di miliardi di dollari a tasso pressoché nullo e senza scadenza di rimborso, in modo da consentire loro di comperare a costo zero gli asset (anche) europei, (anche) italiani, come confermava che stanno facendo il N.Y. Times del 26.12.11. Ossia, possono comperare a costo zero beni reali, redditizi, come aziende, impianti, immobili, btp, che a noi sono costati lavoro e tasse. E poi ne ricavano un reddito, in parte pagato da noi. Comperano a costo zero, per esempio, i nostri btp che rendono il 7%. Quindi si prendono una parte del nostro reddito nazionale. La Germania domina le istituzioni comunitarie, in cui ab origine la maggioranza assoluta dei funzionari sono tedeschi. Le sue banche sono in grado di mettere in ginocchio e ricattare ogni governo italiano alzandogli i rendimenti e agendo via BCE. Ecco: di fronte a questi evidenti rapporto di forza, del tutto impari e irresistibile, e di fronte a tali volumi di fuoco monetario, a simili piani di potenza e – diciamolo pure – di imperialismo, come si può pensare che un governo o un capo dello stato italiano abbia la possibilità di opporsi, o abbia un’autonomia? Al massimo potrà cercare di ottenere un minimo. Un paese come la Germania può ottenere qualcosa di più, ossia di collocarsi, nella catena alimentare, uno scalino sopra paesi come l’Italia, la Grecia e la stessa Francia. Ed è quello che succede.

Certo, in teoria Monti poteva tagliare i grandi sprechi della spesa pubblica, i carrozzoni inutili, l’assistenzialismo, le 25.000 poltrone di amministratori di società partecipate, gli sprechi della politica, di grande elusione fiscale, etc.; poteva destinare una parte del risparmiato a ridurre lo stock di debito, e una parte a finanziare la ripresa, lanciando in tal modo un segnale forte e strutturale – ma nella realtà ciò non si può fare perché altrimenti si perde il consenso, il sostegno e il voto di milioni di elettori e della partitocrazia, tutta o quasi. Potrebbe farlo soltanto un vero dittatore, che non avesse bisogno del consenso o non-dissenso partitico, clericale, mafioso, che si appoggiasse direttamente al popolo e alle forze armate. Ma questo è impensabile. Nella morsa dei due vincoli – quello dei potentati stranieri dominanti, e quello delle caste interne condizionanti – l’Italia e i suoi governanti non hanno scelta, e il paese, irriformabile, è condannato al marasma e alla liquidazione.

Marco Della Luna
12.01.2012

N.B. non può esistere un dittatore/monarca che non sia legato a filo doppio ai potentati. Chi continua a credere a questa fola lo può fare solo per ignoranza o stoltezza e questo blog non fa per lui o lei. Si rivolga altrove! 

venerdì 9 dicembre 2011

I pacifisti francesi alla prese con Hitler



Lo studio di oltre un centinaio di testi scolastici, delle riviste professionali, dei bollettini e degli archivi scolastici di tre dipartimenti (Somme, Seine, Dordogne) rivela che gli insegnanti pacifisti erano patrioti repubblicani che coltivavano la lealtà nei confronti della Francia, ma erano intenti a “distruggere l’arsenale mentale di concetti e credenze che avevano reso concepibile, e in ultimo accettabile, la guerra” (p. 3).
Il disarmo morale era necessario perché si riteneva che nessun arbitrato internazionale o cooperazione economica sostenuta avrebbero potuto impedire il ritorno della guerra se prima non ci si fosse liberati dagli impulsi sciovinistici per aprirsi alla comprensione reciproca tra i popoli. Fino a quel momento la pace e la stabilità globale sarebbero stati un miraggio.
Non ci fu un tradimento da parte degli insegnanti pacifisti, come denunciarono i pétainisti (in cerca di un capro espiatorio per la sconfitta ad opera dei nazisti), ma piuttosto il recupero del repubblicanesimo rivoluzionario, dell’immagine di una Francia faro di civiltà, votata a rieducare l’intero continente ai valori della libertà, dell’uguaglianza e soprattutto della fratellanza, come stava facendo nel suo impero coloniale. Pur essendo pacifisti, giustificavano la guerra difensiva.
Lo slittamento dal più gretto nazionalismo ad una maggiore sensibilità nei confronti della causa della pace e del cosmopolitismo fu probabilmente prodotto dalla falcidie di giovani uomini nelle trincee della Grande Guerra, che permise a molte più donne di accedere a ruoli di maggiore responsabilità, e dal risentimento dei veterani di guerra, sconvolti dall’esperienza ed intenzionati a far sì che non toccasse ai loro figli. Ci provarono con le visite di studio in Germania, i contatti tra insegnanti delle due nazioni, l’insegnamento dell’esperanto, ma l’ascesa di Hitler pose fine a tentativi peraltro velleitari.
A misura che la prospettiva di una nuova guerra si faceva sempre più palpabile, gli insegnanti spostarono l’enfasi dalla pace tra i popoli alla guerra puramente difensiva e, quando poi la guerra scoppiò, si arruolarono per andare al fronte: insegnarono ai loro alunni a non glorificare e romanticizzare la guerra, ma non ad astenersi dal difendere la patria.
Per la verità, una forte revisione della loro ottica occorse anche prima, nel corso della guerra civile spagnola, alla quale parteciparono migliaia di insegnanti spagnoli, alcuni dei quali intrattenevano rapporti epistolari coi loro colleghi francesi: “per la prima volta dopo la Prima Guerra Mondiale, degli insegnanti sindacalizzati cominciarono a parlare apertamente di coraggio e di eroismo in battaglia, del comportamento criminale di un nemico ben definito e di una guerra combattuta per i più nobili principi” (p. 205). Fu allora, dopo essere entrati in contatto con i rifugiati spagnoli nel sud della Francia, che gli insegnanti cominciarono a prendere le distanze dai loro leader sindacali, presero coscienza della spaventosa realtà della minaccia nazi-fascista e del fatto che la guerra è una triste necessità in un mondo in cui il potere è aggressivo.
Continuarono a denunciare la retorica virilista e dozzinale di manuali di storia che instillavano negli studenti la diffidenza se non l’odio nei confronti dei Tedeschi e l’idea della guerra come una scuola di eroismo e sacrificio e non un massacro che deturpa i corpi e le anime; ma, con lo scoppio della guerra civile spagnola, le posizioni della dirigenza sindacale rimasero sciaguratamente inflessibili, nella speranza che dall’altra parte ci fossero orecchie disposte ad ascoltare proclami di pace invece di farsi irretire dai tamburi di guerra. La base invece si preparò a fare il suo tragico dovere
La dirigenza sindacale non capì minimamente quel che stava accadendo. Il loro fallimento rispecchiò il fallimento della politica dell’appeasement (accomodamento) nei confronti di una Germania sempre più aggressiva e vorace, che non si accontentava della revisione delle clausole sui danni di guerra del Trattato di Versailles, dell’ammissione alla Lega delle Nazioni, del tacito accoglimento del programma di riarmo, della “ridefinizione” dei confini austriaci e cecoslovacchi. La Lega delle Nazioni non evitò la guerra. Il pacifismo, imperniato sull’internazionalismo socialista e sul femminismo nonviolento, non fornì soluzioni sufficientemente persuasive al problema dei conflitti armati. 
Il brano di una lezione di educazione civica tenuta nel 1921, additato come un pessimo esempio di sciovinismo e militarismo – “perché la Francia viva in pace, non è sufficiente che si appassioni alla libertà ed alla giustizia e che detesti la guerra. Deve anche essere forte e ben armata per poter difendersi contro la brutalità della sua pericolosa vicina, la Germania, per la quale l’unica legge è la forza” (p. 69) –, non sarebbe sembrato né eccessivo né fuori luogo, nel 1939. Al contrario, sempre nel 1939, le parole, non meno roboanti, della studentessa che, nel 1930, scrisse “sarà il dovere e l’onore di tutti coloro che sono stati salvati dalla sudditanza dalla Grande Guerra quello di organizzare la Grande Pace in cui l’Umanità intraprenderà il suo nuovo destino” (p. 154), non potevano che suonare irrealistiche, ingenue ed autolesionistiche.

Bibliografia:
Mona L. Siegel. The Moral Disarmament of France: Education, Pacifism, and Patriotism, 1914-1940, Cambridge, UK: Cambridge University Press, 2004.

venerdì 25 novembre 2011

"È successo un quarantotto!" - La rivoluzione del 1848 e quella del 2012



Per l’anno scolastico 2011-2012, il tema prescelto per il “National History Day”, un programma di didattica storiografica che coinvolge mezzo milione di studenti americani e 30mila insegnanti, è “Revolution, Reaction, Reform in History”.

In precedenza, ho scritto: “Mi aspetto un 1848 su scala globale e molto ma molto più poderoso e sanguinoso. Una cosa senza precedenti, tipo un 1789 planetario”:
Ho poi scoperto che lo ritiene possibile anche un giornalista dell’Indipendent (che mi ha anticipato di alcuni giorni!):
Andreas Whittam Smith, “Western nations are now ripe for devolution”, The Independent, 20 October 2011

Meglio dunque dare un’occhiata a questo famoso ’48.
Il “48” fu caratterizzato da malcontento popolare, irrequietudine, frustrazione, forte volontà di cambiare le cose, insofferenza e risentimento nei confronti di chi esercitava il potere economico e politico, defezioni tra i membri delle classi dominanti, crisi economico-finanziaria, crescenti disparità sociali, uso della forza da parte del governo per bloccare le proteste. Gli ingredienti ci sono già tutti.
Il 1848 fu transnazionale (Italia, Germania, Francia, Danimarca, Romania) e globale: gli attivisti neri per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti inviarono denaro ai rivoluzionari tedeschi, alcuni tra i quali, una volta sconfitti e trasferitisi negli Stati Uniti, ingrossarono le file degli abolizionisti, per gratitudine e per principio. Disoccupazione e carestia spinsero contadini, operai e classe media a fare causa comune. 
Il 48 scoppiò in primavera (“la primavera dei popoli”), già in estate (“l’estate rossa”) si verificò una scissione tra radicali socialisti e moderati liberali (come al tempo della Rivoluzione Francese: Mirabeau contro Robespierre), che all’Est si sommò ai dissidi interetnici. Queste divisioni indebolirono il movimento e vennero sfruttate dalla Reazione. In autunno ci fu un ritorno di fiamma del movimento rivoluzionario (”Estate Indiana”, specialmente in Italia e Germania meridionale), ma i potenti passarono al contrattacco: la contro-rivoluzione si concentrò sulla soppressione delle insurrezioni in Germania e Italia ed sulla guerra contro l’Ungheria, nel 1849. Alla fine, la Seconda Repubblica si convertì nel Secondo Impero (al tempo della Rivoluzione Francese: Direttorio e Napoleone Bonaparte). Nel 1851 gli Ungheresi si arresero.
Quasi ogni fase della rivoluzione fu preannunciata da eventi parigini, amplificati dal telegrafo, dal trasporto su rotaia e su nave a vapore, come un contagio. Ma, contemporaneamente, i rivoluzionari in fuga da Italia e Germania influenzarono le dinamiche rivoluzionarie francesi. Già allora, fatte le debite proporzioni, vi era un’interazione paragonabile a quella dell’era digitale: le istanze locali si riconoscevano in uno spirito comune, paneuropeo, solidale.
Il 1848 fallì perché il libertarismo nazionalista (che è prima di tutto conservatore) ebbe la meglio sulle rivendicazioni sociali e democratiche. Tuttavia, da quel momento, i regimi non-costituzionali furono costretti a mettersi sulla difensiva e rimasero isolati. La popolazione europea non era più disposta a rinunciare a certi diritti che ormai considerava fondamentali ed alla democrazia parlamentare che se ne doveva fare garante.

Nel 2012, Egitto, Grecia, Italia, Spagna e Francia saranno presumibilmente i paesi in cui l’impatto della crisi economica si farà sentire più pesantemente, almeno inizialmente, e quelle a maggior rischio di esplosione sociale proto-rivoluzionaria. Poi arriverà il momento del mondo anglo-americano, e saranno gli scossoni di un elefante. A quel punto l’Unione Europea come la si intende oggi e come la intendevano i suoi fondatori sarà un ricordo del passato. Tutto questo potrebbe essere evitato con la remissione dei debiti, ma non succederà mai: l’avidità di alcuni è senza limiti ed ogni rivoluzione offre l’opportunità di istituire nuovo ordini sociopolitici, a volte più autoritari di prima, se il terrore rivoluzionario ha sgomentato a sufficienza la popolazione. Non è improbabile che una svolta rivoluzionaria sia già stata prevista e programmata. Non è però chiaro come chi sta in alto possa sentirsi certo di poterla cavalcare, su un pianeta in subbuglio climatico e tettonico.

All’inizio del 1848 nessuno si aspettava che la rivoluzione fosse imminente, ma le precondizioni c’erano tutte. Oggi siamo in frangenti paragonabili a quelli del 1848. Negli ultimi 25 anni il divario tra ricchi e poveri è cresciuto stabilmente, la tendenza alla sperequazione si è diffusa come un contagio, a partire dagli Stati Uniti di Reagan e dal Regno Unito della Thatcher. Un recente studio dell’OCSE indica che persino Danimarca, Svezia e Germania sono state contagiate dal virus delle disparità. Oggi, nelle nazioni occidentali, il reddito medio della fascia più ricca (10%) della popolazione è nove volte superiore a quello del 10% più povero. I dirigenti in molti casi guadagnano 200 volte più dei loro dipendenti. Nessuna società può sopravvivere quando si trova alle prese con tali squilibri di remunerazione e tenore di vita, per di più in un contesto di incessante recessione, crescente disoccupazione, estrema difficoltà a trovare un primo impiego dignitoso, aumento dell’inflazione, contrazione dei salari, incremento del costo degli affitti e dei mutui. Non è certo per caso che il denominatore comune delle proteste degli indignati e degli occupanti di tutto il mondo è la rivendicazione di un sistema più equo, più rispettoso della dignità umana del 99%, contro l’avidità e la corruzione del 1%.
Anche le rivoluzioni del 1848 iniziarono in modo confuso, casuale, disorganizzato, guidate da intellettuali che non avevano alcuna esperienza politica e non erano uomini d’azione. La forza della spinta popolare si rafforzò a causa delle incertezze e delle repressioni dei governi ed il movimento si auto-organizzò spontaneamente, perché vi era l’esigenza di farlo.

FONTI:
Wolfgang Mommsen, 1848, die ungewollte Revolution: Die revolutionaren Bewegungen in Europa 1830-1849, Frankfurt/M.: Fischer Taschenbuch Verlag, 1998.
Mike Rapport, 1848: Year of the Revolution, New York: Basic Books, 2009.
Jonathan Sperber, The European Revolutions, 1848-1851, Cambridge: Cambridge University Press, 1994.

giovedì 17 novembre 2011

Il passato di Angela Merkel




Socrate ci ricorda che non è che solo perché uno si comporta come una persona autorevole lo è realmente. In tempi di crisi gli esseri umani cercano dei pastori ed il loro livello di discernimento critico si abbassa, anche drammaticamente. 
Angela Merkel, a 35 anni, era segretaria della sezione “agitazione e propaganda” della Freie Deutsche Jugend (Fdj), i giovani del partito comunista della DDR. A nessun comunista “tiepido” sarebbe mai stato assegnato un tale incarico. Sono passati poco più di vent’anni da quel periodo. Quanto può essere cambiata la sua personalità, se era una propagandista comunista in età adulta?
Il padre di Angela, Horst Kasner, era un pastore luterano che, nel 1954, aveva deciso di andare controcorrente e si era trasferito dalla Germania occidentale (repubblicana, democratica, libera) a quella orientale (totalitaria, sovietica, ufficialmente atea). Il partito seppe come ricompensarlo: gli affidarono un seminario, l’uso di due automobili ed un lasciapassare per circolare liberamente tra le due Germanie. Si guadagnò il soprannome di «Kasner il rosso». La figlia avrebbe fatto una brillante carriera accademica se fosse diventata un’informatrice della Stasi. Ma lei, ha raccontato al suo biografo, rinunciò, dichiarando di non essere certa di poter mantenere dei segreti. Nel 2005 ricordava di essere stata avvicinata da due agenti della Stasi; nel 2009, durante un’intervista televisiva, i due agenti divennero un solo agente. Curioso che una persona non riesca a rammentare aspetti cruciali di una scelta così fondamentale come quella di vendere o meno la propria anima.
Dopo la caduta del muro aderisce al Demokratische Aufbruch (Risveglio democratico), il cui presidente, Wolfang Schnur, si viene a sapere che collaborava con la Stasi. Costretto a dimettersi, il suo ruolo viene assunto dalla Merkel. Alle elezioni il suo partito prende meno dell’1% dei voti, ma viene scelta come portavoce del governo di Lothar de Maiziére. Nel frattempo il suo compagno, Joachim Sauer, viene assunto dalla statunitense Biosym Technology e poi dalla Accelrys, entrambe aziende che lavorano per il Pentagono. Il governo del cristiano conservatore Kohl sceglie proprio lei – divorziata, senza figli, in regime di convivenza e fino a poco più di un anno prima una funzionaria propagandista della gioventù comunista della DDR – per ricoprire l’incarico di ministro della Famiglia, della Gioventù e della Condizione femminile. Diventa vicepresidente del partito dopo aver perso un’elezione regionale perché anche Lothar de Maiziére viene riconosciuto colpevole di aver collaborato con la Stasi e si deve dimettere. Lo sostituisce. Alla fine degli anni Novanta uno scandalo sui finanziamenti fa fuori anche Helmut Kohl ed il presidente della CDU, Wolfgang Schäuble. Lei pugnala alle spalle il suo mentore con un articolo sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, si propone come paladina della moralità e diventa così presidente del partito dei cristiano democratici (ferocemente anticomunisti), un decennio dopo essere stata responsabile della propaganda tra i giovani del partito comunista. Nel 2003, consigliata da Jeffrey Gedmin, uno degli artefici del “Progetto per un Nuovo Secolo Americano” ed un europeista convinto, giustifica la guerra in Iraq.
Nel 2004 appoggia la candidatura alla presidenza tedesca di un banchiere Horst Köhler, fautore del Trattato di Maastricht, direttore del FMI, membro della Commissione Trilaterale, che si è dimesso nel 2010 in seguito alle polemiche scatenate da un suo intervento in Afghanistan, quando ha tranquillamente spiegato ai soldati tedeschi che combattono in Afghanistan che lo stanno facendo per ragioni di profitto: “Un paese delle nostre dimensioni, con la nostra attenzione alle esportazioni e il nostro ricorso al commercio estero, deve sapere che in caso di emergenza gli interventi militari possono essere necessari per proteggere i nostri interessi”

FONTI:

LINK UTILI:

P.S. A proposito, anche lei intende farci un sedere così (vedi foto)

venerdì 11 novembre 2011

La Tempesta Perfetta



Perché un manifestante greco ha scelto di usare un’immagine così controversa?
E’ un abbinamento inaudito: un simbolo di cooperazione e pace associato al simbolo della tirannia violenta per antonomasia.
Proverò, per quanto mi sia possibile farlo (non è questo il mio campo), a documentare le ragioni per cui ritengo che il manifestante greco abbia intuito che il progetto europeo dei padri fondatori sia stato dirottato, tradendo nella maniera più spudorata lo spirito con cui era stato concepito. Sospetto che il suddetto possa essere persino più autenticamente europeista dei tanti “europeisti” che ci stanno spingendo verso gli Stati Uniti d’Europa.

Come ormai molti hanno capito, una politica dell’austerità spinge l’economia verso la recessione, deprime i consumi, gonfia il debito pubblico invece di aiutare a ridurlo
in un terrificante circolo vizioso che sta colpendo una nazione europea dopo l’altra.
Oggi, rispetto ad un anno fa, lo Stato Italiano deve spendere l’1% del PIL in più rispetto ad un anno fa per le sue obbligazioni ed i mercati sanno bene che l’Italia ormai non potrà più raggiungere il target imposto da Bruxelles (“dai mercati”!), che si sposterà sempre più in là, come è successo agli altri PIIGS e come sta cominciando a succedere in Francia. Se l’Italia diventa insolvente, come gli altri PIIGS, l’esposizione delle banche europee ed extra-europee sarà devastante, darebbe il colpo di grazia all’economia globale [esposizioni con l’Italia: Goldman Sachs (2,5 miliardi di dollari di esposizione lorda - 750 milioni senza hedge), Morgan Stanley (1,9 miliardi di dollari di esposizione netta), JP Morgan (5,5 miliardi netta), Bank of America (6,6 miliardi netta!!!)]. La cosa non sembra preoccupare più di tanto i dirigenti di questi vasti conglomerati finanziari, che continuano a mettersi in tasca corposi bonus.
La nostra è un’economia troppo grande per essere salvata e troppo grande per essere lasciata fallire. È surreale che ieri i giornalisti italiani ci abbiano rassicurato sul fatto che la possibile nomina di Monti a capo di un governo tecnico abbia frenato la speculazione sulle nostre obbligazioni, quando la verità è che la BCE è intervenuta pesantemente sul mercato (senza peraltro poter risolvere la crisi):
Il problema è rappresentato dalla Banca Centrale Europea, che è in mano a degli estremisti (letteralmente, si veda oltre) che ignorano queste semplici considerazioni e procedono per la loro strada, costi quel che costi (recessione, disoccupazione ed indebitamento alle stelle, rivolte popolari):
Monti è uno di loro:
Il Giappone, che pure è in condizioni peggiori di quelle italiane, se la sta cavando proprio perché non è imprigionato nella camicia di forza dell’eurozona:
In Europa, al contrario, se un primo ministro di una nazione teoricamente sovrana sgarra, viene rimosso. Papandreu è stato cacciato dal governo della Grecia perché ha osato chiedere di consultare l’elettorato, come a volte si fa in una democrazia, per evitare una rivolta generalizzata di una cittadinanza che non ha alcuna intenzione di pagare perché altri (investitori e politici) si rifiutano di assumersi le proprie responsabilità (rischio d'impresa) adducendo il motivo che, essendo troppo grandi per essere lasciati fallire, non ci sono alternative: “Sono più grosso e cattivo di te e farai come dico io!”. I classici bulli!
Queste perdite private trasferite sulle spalle pubbliche stanno ingigantendosi, il contagio è generalizzato, nessuno ha abbastanza soldi per saldare quei debiti, creati con soldi fittizi ma ripagati con soldi veri, presi dalle tasche dei cittadini in carne ed ossa. Prima i fondamentalisti che costituiscono la leadership europea si sono rivolti alla BCE ed al FMI, poi alla Cina (e persino al miserrimo Giappone) e tutto questo solo per salvare la Grecia, che è diventata un buco nero, poiché la sua economia si sta contraendo drammaticamente a causa dell’austerità.
Come pensano di poter salvare l’Italia? Non possono e per questo il più recente G20 è fallito.
Stanno ottenendo anche un altro risultato. Le istituzioni europee si stanno gradualmente allontanando dai cittadini e diventando sempre più autoritarie. Così facendo i cittadini si spaventano e s’infuriano, comprensibilmente. Le persone comuni non hanno più la più pallida idea di dove tutto questo andrà a finire e, molto giustamente, non credono di aver assegnato ai politici il mandato di distruggere le loro esistenze.
Papandreu ha cercato di ascoltare il parere della popolazione. I pesci grossi europei gli hanno detto: nein!/non! Sebbene finora non se ne siano usciti con uno straccio di soluzione, se non una continua serie di differimenti e terrorismi psicologici. Papandreu s’è persino permesso di far esaminare l’opportunità che la Grecia lasciasse l’eurozona, cosa che avrebbe fatto la felicità dei gli altri contribuenti europei. Ma non si può: se se ne vanno i Greci (l’Argentina abbandonò la parità peso/dollaro e ora se la spassa, rispetto a noi), chiunque potrebbe decidere di andarsene.
Però l’euro è indispensabile all’economia tedesca: è come un enorme sussidio per il settore produttivo della Germania e nel contempo un’intrinseca penalizzazione per la concorrenza del resto d’Europa.
Per tenere in vita l’euro bisognerà che i più deboli vadano periodicamente in bancarotta. Se invece la Germania fosse costretta a dotarsi di un Nuovo Marco, subirebbe gli effetti della Svizzera – con il franco che impiomba l’economia elvetica –, ma all’ennesima potenza. Un marco ipervalutato distruggerebbe il sistema industriale tedesco.
Una Germania nell’euro si ritrova invece un mercato gigantesco, quello europeo, in cui può piazzare prodotti a prezzi accessibili. Il surplus di profitti finisce alle banche, le banche devono investirli, li prestano ai PIIGS, che così possono continuare ad acquistare merci tedesche. Quando arriva il momento di saldare i debiti la politica dell’austerità imposta dalle autorità europee spreme i contribuenti dei PIIGS (gli Italiani sono tra i maggiori risparmiatori al mondo – ottime mucche da mungere), che non possono più svalutare le loro monete per contrastare l’economia tedesca. L’unica via di uscita – restando nell’euro – sarebbe se i PIIGS fossero in grado di competere con gli standard qualitativi tedeschi, cosa virtualmente impossibile, perché certi popoli preferiscono dedicarsi ad attività non necessariamente produttive. C’è chi è più efficiente e chi lo è meno. [E non abbiamo considerato la concorrenza del manifatturiero asiatico (Cina, Turchia, India, Vietnam, ecc.) che sta affossando gli USA e noi].
Insomma, non c’è una via di uscita: non potendo svalutare, si perde in competitività e ci si indebita.
Come abbiamo visto, una parte del governo greco, essendo perfettamente consapevole del fatto che senza la dracma la Grecia è condannata, come lo è l’Eurozona a causa del debito greco, ha pensato bene di rivolgersi ai cittadini. È stato immediatamente sostituito da Lucas Papademos che, dopo aver lasciato il suo posto di economista capo prima e governatore poi alla Banca di Grecia nel 2002, è diventato il vice di Trichet alla BCE, fino al 2010, quando ha ricevuto l’incarico di servire da consulente a Papandreu, per poi rimpiazzarlo al momento giusto.
Senza un “giubileo del debito”, cioè il completo azzeramento dei debiti, sarà la democrazia ad estinguersi. I governi regolarmente eletti non saranno più liberi di rispettare la volontà degli elettori e saranno ostaggio delle disposizioni di Bruxelles:
Se sgarreranno saranno sostituiti da tecnocrati dell’alta finanza che godono dei favori delle istituzioni ed organizzazioni che lucrano da questo stato di cose:
A parte il “giubileo debitorio”, che cosa si potrebbe fare?
Si potrebbero sospendere i mercati finanziari per un certo periodo, chiudere le banche insolventi, frazionare le megacorporazioni finanziarie che determinano le sorti di intere nazioni per accumulare profitti istantanei, mandare a casa quei politici che ci prendono per i fondelli spiegandoci che o si fa così o i mercati ci puniranno.
Perché l’Unione Europea, un progetto così nobile, è stata presa in ostaggio da questi fanatici del finanz-capitalismo?
Come ha correttamente osservato George Monbiot, è successo i distruttori di ricchezza hanno avuto la meglio sui creatori di ricchezza. Parassiti che vengono tenuti sulla cresta dell’onda con i fondi pubblici, si concedono immensi bonus e poi randellano spietatamente gli insolventi, senza la minima vergogna, scrupolo, rimorso. Come se fossero degli psicopatici:
È stato lo stesso Monbiot a definirli “psicopatici industriali” e, finalmente, a sollevare la questione in uno dei quotidiani più letti, rispettati e commentati del mondo:
La tragica realtà dei nostri giorni è che le istituzioni europee servono gli interessi di un circolo di psicopatici/sociopatici o comunque di persone che non hanno problemi a comportarsi come tali – ossia come esseri umani privi di empatia o estremamente carenti in quell’ambito –, non della massa di persone comuni; che i mercati finanziari vedono la democrazia come una minaccia; che il “mercatismo” è diventato un dogma inespugnabile, un po’ come l’eurozona.
L’Italia, l’ottava potenza economica mondiale e il terzo mercato obbligazionario nel mondo, non può essere salvata, così come i fondi-pensione di tutto il mondo, investiti in obbligazioni italiane, generalmente considerate sicure. Nessuno vorrà più comprare il debito pubblico italiano (come nessuno compra quello greco, portoghese o irlandese tranne gli investitori a rischio). La liquidità continuerà a fuggire dall’Italia, come continua la fuga di capitali dal Portogallo e dall’Irlanda. Prossime tappe: Spagna e Belgio.
La tempesta perfetta è arrivata: crescita zero e probabile recessione che renderà impossibile ripagare i debiti, speculatori social-darwinisti che mirano alla giugulare, leadership europea sempre più autoritaria, ricchezza che viene strappata ai molti per essere trasferita a pochi potenti, senza alcuna affiliazione nazionale, protetti da una sorta di tacita immunità giudiziaria, con disponibilità finanziarie ingentissime.
Attraverso questa crisi si sta affermando una nuova forma di potere assoluto, corporativo, neo-feudale e neo-imperiale. O forse è nuova solo in apparenza: se è vero che non esistono precedenti noti per il finanz-capitalismo, è anche vero che rassomiglia da vicino ai potentati egizi e mesopotamici.
La scelta è tra una crisi dove tutti soffrono, tranne politici e finanzieri/banchieri, ed una crisi dove soffrono proprio tutti. Bisogna stringere la cinghia, mettere i risparmi nelle banche locali/casse rurali/banche etiche e buttarsi, perché non c’è alcun modo di evitare la Depressione. L’unica cosa che possiamo fare è farne sentire gli effetti anche ai responsabili principali. Devono pagarne lo scotto, devono sapere che non basterà inventarsi un conflitto mondiale per distrarre la nostra attenzione dal tentativo di demolire lo stato sociale, privatizzare quanto più è possibile, mortificare i lavoratori, spolpare i contribuenti e restringere i nostri diritti civili.


LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/eurozombie.html