venerdì 2 dicembre 2011

Della Paura e del Potere



La paura conduce alla rabbia, la rabbia all’odio e l’odio alla sofferenza…rabbia, paura, violenza, sono loro il lato oscuro… allenati a lasciar andare quello che hai paura di perdere…la paura della perdita conduce al lato oscuro…La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l'ira all’odio, l'odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura
Yoda

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.
Giovanni Falcone

Cowards die many times before their deaths. The valiant never taste of death but once.
William Shakespeare, "Julius Caesar"

Bello vivere nella paura, vero? In questo consiste essere uno schiavo.
Roy Batty

Nel circo, gli esseri umani sono rappresentati come liberi dall’abbraccio della morte. Nel circo una persona cammina su un cavo a cinquanta piedi dal suolo…un’altra rimane sospesa in aria per il tallone, qualcuno sostiene dodici persone in una piramide umana, qualcun altro è un proiettile umano. L’artista circense è l’immagine della persona escatologica – emancipata dalla fragilità e dall’inibizione, briosa ed eccitante mentre trascende la morte, ormai né confinata né conforme ai dettami della paura di morire. Il circo perciò ridicolizza la morte e, così facendo, ci mostra che l’unico nemico in vita è la morte, un nemico che dobbiamo fronteggiare tutti, in ogni circostanza, in ogni momento…Il servizio che ci rende – più di quello che ci rendono le chiese, malauguratamente – è quello di illustrare esplicitamente, drammaticamente ed umanamente la morte in seno alla vita. Il circo è una parabola escatologica e una parodia sociale: segnala la possibilità di trascendere il potere della morte, rivelando il mondo così com’è mentre apre al strada al Regno
William Stringfellow, “A Simplicity of Faith”

Che cosa è questa complicità degli oppressi con l'oppressore, questo vizio mostruoso che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza spregevole?
Gustavo Zagrebelsky, La Repubblica, 16 giugno 2011

Il valore del viaggio è nella paura. E' nel fatto che, a un certo momento, così lontani dal nostro paese e dalla nostra lingua (un giornale francese assume un valore inestimabile. E quelle ore serali trascorse al caffé cercando di stabilire un contatto con altri uomini), un vago timore ci coglie, e l'istintivo desiderio di ritrovare il rifugio delle vecchie abitudini. E' l'apporto più evidente del viaggio. In quel momento siamo febbrili ma porosi. La minima emozione ci scuote sino al fondo dell'essere. L'incontro con una cascata di luce ci mette in presenza dell'eternità. Per questo non bisogna dire che si viaggia per piacere. Non esiste piacere nel viaggiare, ma piuttosto, mi sembra, un'ascesi.
Albert Camus, “Taccuini, 1935-1942” – “Alle Baleari, l'estate scorsa”

Soltanto di rado anche il più coraggioso tra noi possiede il coraggio di ciò che veramente sa.
Nietzsche

Solo tardivamente guadagniamo il coraggio di ammettere quello che sappiamo.
Camus

Il teologo statunitense William Stringfellow, molto apprezzato da Karl Barth, era un grande amante dell’arte circense e il 15 gennaio del 1966 pubblicò un saggio intitolato “The Circus and Society” su “The Scotsman”. In esso descriveva il circo, nei suoi aspetti migliori, non quelli disumanizzanti del Diverso e del clown alienato, come la prefigurazione di un’umanità redenta, in un nuovo Eden. Il Circo era la parabola del Regno e la parodia del mondo. Per Stringfellow i cristiani erano dei viaggiatori, come la gente del circo. Si fermavano un poco e poi ripartivano. Eterni pellegrini. Nel circo gli animali giocano tra loro ed assieme agli uomini, imitando gli uomini. Gli uomini camminano nel fuoco, o in cielo sospesi su un corda, danzano nell’aria afferrandosi in volo, giocano con mille oggetti contemporaneamente. Sfidano la morte, le leggi della fisica, la paura. Intanto i pagliacci si fanno beffe della serietà delle persone, del loro amor proprio. Stringfellow usa il circo come allegoria della condizione umana: l’unico potere che le potenze (celesti e terrene) esercitano su di noi è quello della morte. La paura della morte ci controlla e ci rende schiavi. Gesù ci ha mostrato che è una paura insensata, dunque non abbiamo nulla da temere.

Jiddu Krishnamurti, che cristiano certamente non era, ha dedicato moltissimo tempo allo svisceramento della questione della paura e dell’incantesimo che getta su di noi. Krishnamurti osserva che più c’è confusione, più la gente cerca un pastore, o un testo sacro, o un’ideologia. Il sistema, l’uomo della provvidenza e l’idea diventano importanti, a discapito dell’essere umano. Si ha paura di perdere il lavoro, del giudizio altrui, del dolore e delle malattie, della morte, di essere disprezzato ed irriso, di non essere amato, della noia, della solitudine, ecc. La paura è la transizione da una condizione di certezza ad una di incertezza. Se una cosa accade improvvisamente non c’è tempo di avere paura, è lo scarto temporale che ci lascia il tempo di pensare – ossia di non osservare i fatti ma di riconcettualizzarli nella nostra mente sulla base dei ricordi (condizionamento sociale) – e quindi di temere: il tempo è tiranno, si dice. Temiamo l’ignoto e il cambiamento, ma allora temiamo la vita stessa, perché panta rei, tutto scorre, imprevedibilmente. Dunque abbiamo paura di morire ma anche di vivere. Difficile essere sereni. La vita è cambiamento ed aggrapparsi al passato significa condannarsi alla paura. Aggrapparsi disperatamente alla patria, all’ideologia, ad una parola/concetto (es. cancro, guerra, crisi), alla stessa famiglia, significa che ogni mutamento ci intimorirà. La paura rincitrullisce la mente e non c’è libertà nella paura. La paura rende schiavi. Non c’è amore nella paura: è più facile che ci sia odio, menzogna, autoinganno, superficialità, meccanicità, egoismo. Ma la “società” – chi detiene il potere – ha deciso che senza la paura ci sarebbe il caos. La paura serve a controllare la gente e trono ed altare sono alleati.

Se non ci comportiamo nel modo corretto in questa vita pagheremo nella prossima, o lo Stato ci punirà severamente. Oppure si insinua il bisogno di continuare a mettersi a confronto con gli altri: guardate loro, loro sì che hanno successo, non sono dei perdenti come voi. Serve ad instillare paura, paura del confronto, appunto, della competizione. Una mente spaventata non è mai onesta, né con se stessa né con gli altri. Se non fossimo psicologicamente in preda alla paura ci emanciperemmo dagli idoli/golem, dagli dèi, dai simboli di venerazione, dai leader populisti.

Poi c’è la paura della differenza, di qualcuno diverso che ci mette in difficoltà, la paura del conflitto conseguente a questa messa in discussione delle nostre certezze, la paura della perdita che potrebbe conseguirne, la paura del cambiamento che tutto ciò comporta. Le persone impaurite vivono all’interno di confini ristretti, tendono a sforzarsi di controllare tutto attorno a loro, incluse le altre persone, sono inibite nella loro capacità di empatizzare, sono inclini a ritirarsi nelle vecchie abitudini, nei vecchi paradigmi, quelli che stanno estinguendosi. Sono a rischio di perdersi e di spingere altri a perdersi.

Nel film “Fast Food Nation”, un gruppo di studenti apre il recinto del bestiame destinato ad essere macellato, che vive in condizioni di marcato degrado. Vorrebbero che uscissero ed invadessero le strade, in modo da poter poi sollevare la questione sul loro trattamento. Per quanto si sforzino, nessun bovino esce. Il cancello è aperto, ma è come se fosse ancora chiuso, a causa del condizionamento mentale. In verità non c’è alcun vincolo che non sia scioglibile. Ciò che ci trattiene è la paura, la paura della frusta, dell’elettrochoc, della morte, del giudizio altrui, ecc. L’intera società è concepita per rivitalizzare periodicamente queste paure, come un grande allevamento di bestiame. Dieci persone autenticamente, profondamente consapevoli sarebbero più pericolose di un milione di anarchici armati. Il potere nasce dalla docilità dell’uomo, dal fatto che esso accetti di obbedire.

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IL REGNO DEL TERRORE
Sopravvivere non basta, bisogna esserne degni e bisogna che siano presenti quelle precondizioni essenziali, senza le quali la vita non è tollerabile e perde il suo valore specifico, riducendosi ad un concetto astratto. “Il problema non è se conserveremo le nostre vite ad ogni costo, ma come le conserveremo”, constata Etty Hillesum. Gesù, Buddha e Socrate, ciascuno a suo modo, indicano che l’autoconservazione non è una ragione sufficiente per commettere il male. Sopravvivere senza una coscienza integra è peggio che morire. La vita del corpo non è il valore precipuo, ma è su questa fossilizzazione delle nostre emozioni che si alimenta la paura del terrorismo e la paura della crisi, che altera i riflessi dei cittadini: abbiamo già rinunciato al salutare scetticismo nei confronti del governo e del potere, sostituendolo con la deferenza:
Così accettiamo una progressiva restrizione dei nostri diritti. Poiché la Guerra al Terrore e la Guerra alla Crisi sono perpetue, non ci sono limiti a quel che ci potrebbe essere richiesto di sacrificare, tra tutte le conquiste delle passate generazioni.
Nulla di tutto questo sussisterebbe se non avessimo paura di morire. Tutte le virtù che le nazioni esaltano ed idolatrano – la potenza militare, l’abbondanza materiale, l’alta cultura, la sofisticatezza tecnologica, la grandeur imperiale, l’orgoglio razziale/etnico, la prosperità, i risultati sportivi, la lingua, ecc. sono ricollegabili alla necessità di tenere sotto controllo la paura della morte. Amiamo la patria perché viviamo della sua vitalità riflessa, uccidiamo per essa per la stessa ragione:
L’aggressività, la violenza, nascono dalla paura. La paura è dunque il problema centrale della nostra specie. Una mente in preda alla paura è confusa, conflittuale e tende ad essere violenta, distorta, aggressiva. L’umanità ha bisogno delle sue emozioni. Dice bene il mitico James T. Kirk, in “Ultima Frontiera”: “Sai bene che il dolore e la colpa non possono essere eliminati dal gesto di una mano fatata. Le cose che portiamo con noi ci rendono ciò che siamo. Perdendole, perdiamo la nostra identità. Non voglio che mi portino via il mio dolore, ne ho bisogno!". Abbiamo bisogno delle nostre emozioni per dare il meglio di noi stessi. Una società che volesse amputarci emotivamente – per il nostro bene – sarebbe un totalitarismo mascherato che vuole trasformarci in marionette (cf. l’esoterico eppur rivelatore “Teatro delle marionette” di Heinrich Von Kleist, ma anche “Equilibrium” di Kurt Wimmer)
http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/lanticristo-e-il-teatro-delle.html
togliendoci ciò che ci rende umani e il potenziale per essere migliori, migliori di quanto vorrebbe quell’ipotetico regime di un futuro distopico, purtroppo non troppo remoto:  
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/i-cyloni-sono-gia-tra-noi.html
Quel che abbiamo il dovere di fare è controllare le emozioni negative (incluso l’amore possessivo), disciplinandole, non sopprimendole. In questo modo le emozioni da trappola ed ostacolo si trasformano in trampolino di lancio.

Al giorno d’oggi, purtroppo, intere industrie lucrano sul terrore come dei parassiti, e lo stesso fanno i politici autoritari. Tutte queste sinistre figure, interessate solo al proprio tornaconto, rendono il mondo progressivamente più miserabile, oscuro e sgraziato di quel che sarebbe altrimenti. Nessuno di loro può offrire l’immortalità o prevenire eventi catastrofici, reali o immaginari. Il rischio fa parte della vita, non ha senso ripudiare il nostro modo di vivere per gratificare chi desidera che lo facciamo e ci spaventa per indurci a farlo.
La paura è ciò che impedisce a molta gente di accettare la realtà così com’è, preferendo continuare ad ignorare gli indizi che demolirebbero la loro visione idealizzata. Non possono affrontare l’idea che chi sta in alto e può disporre delle vite di milioni di persone a sua completa discrezione possa scegliere di ucciderle per i propri scopi, senza il minimo scrupolo e rimorso. Questa verità dev’essere repressa dietro un velo di fantasie. Paradossalmente, quando indirizziamo i nostri timori, scegliamo la direzione sbagliata, un falso babau.

L’induzione della paura è un’idra che sembra impossibile uccidere, perché è connaturata all’esercizio del potere in un mondo che non è in grado di selezionare i suoi governanti sulla base della coscienza e coscienziosità. Perché ci nutriamo di cliché, scorciatoie logiche, sensazionalismi, semplificazioni, generalizzazioni, dicotomizzazioni. L’effetto dirompente di questa estenuante litania di frasi fatte e pensieri precotti corrode le coscienze ed agita gli animi. Bombardati costantemente, reagiamo con riflessi pavloviani: islamismo = terrorismo; stranieri = minaccia; libertà = egoismo; scetticismo = antipatriottismo;  altruismo = comunismo; felicità = soldi, potere.
La paura serve a manipolare la coscienza umana. Non si ha facile accesso ai centri superiori del cervello e quindi non si scorgono alternative, non si è più in grado di ragionare lucidamente. L’uso della paura è deliberato: lo scopo è mantenerci ad un livello di consapevolezza inferiore, in modo da preservare lo status quo anche in piena Era dell’Informazione. Non siamo imprigionati da sbarre di ferro, ma dalla chiusura delle “porte della percezione”.

Per far pendere la bilancia in favore della libertà servono le 3C: Conoscenza, Cooperazione e Compassione. Esse contrastano le 3M di Mistero, Miracolo e Militarismo, disseminate da chi ha interesse ad imprigionare la coscienza e l’anima umana. Le 3C sono evolutivamente aperte, le 3M sono evolutivamente chiuse. Dovrebbero restare in uno stato di equilibrio, ma dovrebbe essere chiaro a tutti che così non è: le 3M dominano ad ogni livello. Tuttavia il futuro è aperto, non è predeterminato, è un groviglio vorticoso di incertezza e possibilità inimmaginabili fino al momento in cui non si fanno certe scelte.

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CORAGGIO E VILTÀ
Coraggio: "forza d'animo, connaturata o suscitata dall'altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire con serenità e senso di responsabilità situazioni scabrose, difficili, avvilenti, ed anche la morte".



Viltà: "disonorante rifiuto di affrontare pericoli o responsabilità, dovuto a codardia o pavidità".
Queste sono le definizioni del Devoto-Oli.

A questo punto non vorrei che si finisse per confondere la paura con il timore e l'apprensione. Non mi pare indichino la stessa cosa. Essere vigili, circospetti, cauti, ragionevolmente intimoriti/apprensivi di fronte ad una sfida non è aver paura, che è legata a stati ansiosi ed angosciati in cui c'è una perdita di controllo di pensieri ed azioni che può creare assuefazione e diventare un alibi. Finché questi sono temporanei, finché si possono imbrigliare con la forza d'animo e di volontà allora va tutto bene. Il codardo è uno che ha abdicato ad ogni possibilità di riacquistare l'autocontrollo: è servo della paura e vede pericoli ovunque. Dominato dal suo ego con le sue maniacalità e paranoie.


Codardia è "il venir meno all'adempimento del proprio dovere di fronte ad un pericolo". Il codardo vede rischi e minacce dove non ci sono, il coraggioso (che non è incosciente - non sono sinonimi) ha una visione più obiettiva, o meno soggettiva, della realtà, rispetto al codardo. Proprio perché è una questione morale il codardo muore ogni giorno e, poiché ogni giorno non si dimostra all'altezza, rende più arduo per gli altri far conto su di lui/lei.
La differenza è, io credo, sostanzialmente questa: il coraggioso mette il proprio ego e la propria sopravvivenza in secondo piano rispetto al bene comune, il codardo dà priorità ad ego ed alla propria sopravvivenza.
Solo quando ci si sforza di conoscere se stessi e ci si affronta a viso aperto, onestamente, il nostro comportamento è moralmente e spiritualmente integro. Serve coraggio perché spesso, purtroppo, si perviene a questa conoscenza solo attraverso la sofferenza o il superamento di enormi ostacoli. 
Il vile evita in ogni modo il patimento, quindi difficilmente maturerà.
Chi è troppo spaventato vede i pericoli più grandi di quelli che sono ed è incapace di contrastarli con efficacia. Temendo di perdere la vita dimentica che una vita senza onore, integrità e libertà non è degna di essere vissuta. Chi usa il terrore come arma politica ci spinge a temere le cose sbagliate, in misura sproporzionata, ad agire senza riflettere e così acquista un controllo smisurato sulle nostre vite, molto maggiore di quello che sarebbe giustificato dal suo potere reale:
Politici privi di scrupoli cavalcano la paura ed accusano i loro critici di vivere nel mondo dei sogni, disconnessi dalla realtà, di spingere la nazione verso il disastro.
Uno stato d’animo impaurito ed aggressivo fa il gioco di chi vuole controllarci, di chi desidera distruggere la nostra libertà di dare espressione alle qualità della nostra coscienza/anima, di rimanere in piedi, non proni. Per farlo hanno bisogno di condizionarci in modo tale da indurci a pensare unicamente alla nostra sopravvivenza. Di qui il caos che regna sovrano sul nostro mondo, in questa fase della storia umana: il caos sovverte l’armonia interiore.

La battaglia più importante diventa allora quella combattuta per rifiutarsi di pensare e sentirsi come altri vogliono che noi pensiamo e ci sentiamo (ossia la modalità “istinto di sopravvivenza”). È una battaglia per il nostro cuore e la nostra mente. Temere la violenza che sospettiamo tengano in serbo per noi significa reprimere il potenziale di espansione della nostra verità interiore, della nostra libertà interiore. È quel che alcuni vogliono: Guerra e Terrore Rivoluzionario, seguiti da Ordine e Disciplina. Ogni Rivoluzione, non lo ripeterò mai abbastanza, necessità di coraggio ma anche di lucidità. Si vince la paura del Potere, che è tale solo perché gli consentiamo di esserlo, e poi si domina ego, che ci spinge al messianismo, all’intolleranza, alla megalomania (es. Robespierre, Saint-Just, Lenin, ecc.). No alla Guerra, sì alla Rivoluzione, no al Terrore Rivoluzionario, sì alla Democrazia:

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LA LEZIONE
C’è una lezione in tutto questo. C'è sempre una lezione in ogni cosa: la vita è una scuola a tempo pieno. Il fatto è che viviamo in un mondo insicuro anche perché certi politici hanno interesse a renderlo tale o a farcelo percepire come più insicuro di quel che è o potrebbe essere. Uscendo dall’infanzia dell'umanità ci siamo resi conto che i nostri genitori non ci possono proteggere, che non c’è alcun tutore che ci garantisca contro i pericoli. La raggiunta maturità comporterebbe la presa di coscienza del fatto che non abbiamo bisogno di guardiani e curatori dei nostri interessi e che coltivare questo tipo di dipendenza conduce dritti sulla strada dell’entropia e della Vera Morte, la morte della coscienza/anima.
Sfortunatamente non tutti hanno il coraggio di crescere e così ci si affida alle utopie ed ai Grandi Inquisitori, ai Fratelli Cosmici ed alle Chiese, che fanno le veci del defunto Dio Onnipotente. In questa crisi esistenziale/identitaria globale è insita un'enorme opportunità di crescita per chi è disposto e pronto a farlo, cioè dotato di sufficiente discernimento da prevedere i pericoli e le insidie, di sufficiente altruismo da provare ad alleviare la sofferenza che ci circonda, di sufficiente apertura alla conoscenza, all’apprendimento, al cambiamento di prospettiva, al vivere in uno stato d’animo rischioso ed avventuroso.

Agendo in buona fede, fiduciosi nell’esistenza di un fine e di valori ultimi nella vita, ci si sforza di raggiungere quella condizione indispensabile alla comprensione della verità, per quel che è possibile:
Con diligenza, pronti a rinunciare a ciò che si riteneva vero, in favore di una verità più profonda, pronti a divenire un veicolo e recipiente di salvezza, in qualunque contesto essa si manifesti.
In questo modo, attraverso la sincera convinzione (la verità interiore) e l’empatia/compassione/comprensione, ciò che c’è di meglio in noi si fa più presente a noi stessi. Questa è la peggiore minaccia esistenziale per lo psicopatico, è come una blasfemia, perché con la sua presenza nega la sua esistenza, o ne svela la vuotezza, la vacuità:



4 commenti:

Uruk-hai ha detto...

Ottimo posto Sig Fait. La sua capacità di farmi riflettere e di coinvolgermi nelle sue riflessioni è sorprendente.
Grazie.
cordialità,
Gabriele

Luisa ha detto...

Stefano, dopo avere letto quello che comunichi rimango sempre come in apnea.
Una tristezza, poi mi ha preso leggendo un brano:"..Uscendo dall’infanzia dell'umanità ci siamo resi conto che i nostri genitori non ci possono proteggere, che non c’è alcun tutore che ci garantisca contro i pericoli. ...." perche' ho pensato che, nel tempo in cui viviamo, e' terribilmente facile trovare genitori che non riescano nemmeno a dare quel minimo di protezione.
Che tristezza...

Stefano Fait ha detto...

Peggio ancora, Luisa, rischiamo di farci adottare da Barbablù!
Gli adulti non hanno bisogno di genitori, ma di Amici con la a maiuscola, di loro pari.
Per come la vedo io, dovremmo liberarci dalla dipendenza psicologica nei confronti del Dio Padre e della Dea Madre, non per farci dèi, ma per farci Badanti, nel senso più nobile del termine: qualcuno che si prende cura del prossimo.
Non ho dubbi che ci sarebbe molta meno paura (e più libertà) in giro, se tutti entrassimo in quella dimensione del pensare, del sentire e dell'agire.

Luisa ha detto...

Caro Stefano, condivido lo stesso pensiero e ogni volta sorrido.
Proprio cosi' farci badanti e prenderci cura di chi ci circonda e soprattutto essere Amici, di tutti, senza timori ne' freni, senza esclusioni ne' gelosie, ma divertendoci e sorridendo nel ripensare a chi si e' incontrato sulla strada del giorno.
Stada da percorrere con fiducia e senza paura.
Ciao!