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sabato 22 ottobre 2011

Bartolomé de Las Casas - introduzione


La scoperta dell’America coincise con la scoperta di un Mondo Nuovo e di un’umanità nuova, diversa, sconcertante. Francisco Lòpez de Gòmara (1511-1566), ecclesiastico e storico spagnolo, riconobbe nella scoperta dell’America il più grande evento della storia dopo la venuta del Cristo. Per l’umanità del Nuovo Mondo fu quasi certamente il più grande evento in senso assoluto. Gli indigeni presero coscienza del nuovo ordine quando ormai il loro servaggio si era trasformato in una condizione irreversibile. Alcuni credettero che i nuovi arrivati fossero dèi o semidèi, altri, pur essendosi resi conto di avere a che fare con degli esseri umani provenienti da terre molto distanti, rimasero prigionieri del preconcetto che ogni civiltà sufficientemente avanzata da attraversare un oceano doveva per forza essere benevola. La maggior parte degli indigeni cessò di vivere troppo in fretta per potersi fare un’idea chiara di ciò che stava accadendo. Fortunatamente, tra gli Europei, ci furono anche persone di buona volontà e lucida coscienza, come Bartolomé de Las Casas, che usarono il Nuovo Mondo come uno specchio che poneva in evidenza il putridume e le brutture della civiltà del Vecchio Mondo e si cimentarono nell’impresa di porvi rimedio.
Le opinioni sono ancora divise sulla figura di Bartolomé de Las Casas. “Nonostante la mole di documenti e di studi che attestano il contrario, rimangono ancora pregiudizi e riserve verso un semplice clerigo che non aveva mai fatto studi regolari e forse nemmeno raggiunto la licencia (laurea) in teologia, la cui opera non risponde ai canoni accademici ed è totalmente finalizzata alla sua attività pratica, quindi facilmente tacciabile di parzialità, di apologetismo e propagandismo o nel, migliore dei casi, di umanitarismo e messianismo evangelico privo di mediazioni culturali. Non contribuisce certo a far apprezzare l’opera del Procuratore degli indios il suo stile complicato, farraginoso, prolisso, discontinuo, poco elegante, lontano dalla chiarezza e dalla sistematicità degli scolastici come De Soto e De Vitoria, come pure dall’eleganza della retorica di un Sepúlveda” (Tosi, 2009).
Chi è dunque Bartolomé de Las Casas e perché qualcuno dovrebbe essere interessato a leggere una sua biografia? A mio giudizio è una figura a dir poco straordinaria e, come tante personalità eccezionali, dei tratti caratteriali spigolosi hanno nuociuto alla sua immagine ma hanno anche permesso ai suoi biografi di poter lavorare su materiale intrinsecamente stimolante. Il Nostro non amava i compromessi, se questi comportavano un maggior carico di sofferenza per i suoi protetti, gli indigeni americani. Non accettava di fare passi indietro quando era convinto di essere nel giusto, ossia quasi sempre. Molti lo consideravano spocchioso ed arrogante, e forse lo era, specialmente quando riteneva che i suoi avversari fossero pavidi, o ignoranti, o in cattiva fede e dunque complici di un genocidio. Difficile non dargli ragione: chi si mostra timido di fronte al male non è meno colpevole di chi lo commette. Numerosi furono i politici, amministratori, imprenditori, esploratori, militari di professione e rappresentanti del clero che, per così dire, se la legarono al dito. Nel 1543 un inviperito cabildo (consiglio coloniale cittadino) di Santiago del Guatemala scrisse al sovrano che “in realtà siamo allibiti di come la vostra Casa, fondata dai vostri avi cattolici…venga improvvisamente sovvertita da un monaco illetterato e privo di senso religioso, invidioso, vanitoso, passionale, agitato e non privo di cupidigia, colpevole per di più di suscitare scandalo! Tutto ciò a tal punto che dovunque abbia abitato in queste Indie egli ha dovuto essere espulso, non lo possono soffrire in nessun monastero, non accetta di obbedire a nessuno e non dimora mai a lungo nello stesso luogo” (Mahn-Lot, 1985, p. 144). Come Gesù il Cristo, Las Casas, di estrazione non agiata e per di più autodidatta, scandalizza i suoi contemporanei con gli insegnamenti, le azioni, le prese di posizione, la prodigiosa vitalità ed energia, l’asprezza delle sue polemiche, il rifiuto del patriottismo e dell’ortodossia quando mascherano l’ingiustizia. Come Gesù, è invidiato, temuto, disprezzato, braccato, è pietra di scandalo. Un giorno esclama: “Signore, tu vedi che cosa cerco in tutto ciò e che non ci guadagno che fame, stanchezza, sete e odio da parte di tutti. Se sbaglio, è per il tuo Vangelo, illuminami affinché io non sia più per il mondo uno scandalo”. Drammatizza. Non è profeta in patria, ma la Corona lo sostiene, perché lui, scaltramente, intuisce di potersi rendere utile alla corte di Spagna nel suo tentativo di imbrigliare i Conquistadores che, troppo lontani dalla madrepatria, la fanno da padroni nel Nuovo Mondo. Anche una parte importante del mondo accademico - fortunatamente, almeno in quella fase, egemone – lo appoggia, perché i suoi nemici sono anche i loro nemici.
Quasi ogni sua iniziativa è però destinata al fallimento. Las Casas è un perdente della storia, ma un vincente della memoria e della coscienza umana, che lo hanno premiato. Troppo in anticipo sui tempi, le sue idee risultano francamente donchisciottesche nel loro contesto, sebbene all’osservatore odierno possano apparire come eminentemente ragionevoli e sensate. Con il suo zelo pesta troppi piedi. Commenta il vescovo del Guatemala Francisco de Marroquín: “Da quando padre Bartolomé ha ricevuto la mitra ha dato libero sfogo alla sua vanità; quando si dà prova di zelo, occorre unirvi l’umiltà”. Las Casas non è umile, non ha né il tempo né la disposizione ad esserlo. Deve salvare quante più vite sia possibile, deve proteggere le culture e le comunità locali, “non perché io [sia] un cristiano migliore degli altri, ma per la compassione che [provo] istintivamente nel vedere questa gente subire simili ingiustizie”. Il suddetto vescovo riconosce che “è molto dolce e sempre tale resterà, ma…ha cominciato a recalcitrare”. Marianne Mahn-Lot osserva molto giustamente che “gli spagnoli di Ciudad Real erano credenti a modo loro, ma non potevano sopportare il fatto che il vescovo esigesse da loro una trasformazione tanto repentina e radicale del proprio stile di vita”. È intransigente, è moralizzatore, è schietto, è audace. “Questo parlare è duro: chi lo può ascoltare? Ma Gesù, conoscendo in se stesso che i Suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: Questo vi scandalizza?” (Gv. 6, 60-61). Il “Difensore degli Indiani”, storico, antropologo, politologo, filosofo morale, teologo autodidatta, consacrò la sua vita alla difesa dei deboli, degli oppressi e dell’umanità in generale, al di là di interessi e vicissitudini storiche. Fu un moderno Sisifo, lottò per anni, in ogni suo scritto ed in ogni sua orazione, contro un cinico realismo che aveva già dichiarata persa la battaglia degli Indios, che non ci credeva più e anzi, vedeva in una struttura organizzativa neofeudale l’unica alternativa all’estinzione degli autoctoni. Molti tra i suoi avversari, in fondo, disprezzavano quell’umanità inferiore. Las Casas fu un novello Sisifo perchè il macigno che faceva rotolare (lo skandalon) era enorme e ponderoso, la salita era aspra e gli sforzi sembravano futili in una società che accumulava detriti sulla cima per allontanare la meta e che irrideva chi spingeva la roccia della dignità e dei diritti umani, tacciandolo di stolto idealismo o di labilità mentale. Il missionario francescano Toribio de Benavente, detto Motolinía, scriveva all’imperatore: “Non so come Sua Maestà abbia potuto soportare un uomo così pesante, irrequieto, importuno, turbolento, litigioso, agitato, maleducato, offensivo, senza pace”. Era in corso un contrasto tra domenicani e francescani sulla maniera di evangelizzare gli autoctoni e Motolinía, che pure aveva a cuore le sorti dei medesimi, accusava Las Casas di eccessivo idealismo, di causare turbative del Nuovo Ordine, di essere un anti-colonialista. “Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la Mia parola, osserveranno anche la vostra.” (Gv. 15, 20). Eppure, ogni giorno, quest’apostolo della libertà e della giustizia – e non è facile retorica, come avrò modo di dimostrare – si risvegliava e riprendeva a sospingere, perché la sua vita non avrebbe avuto senso altrimenti. Come il Sisifo di Albert Camus, la sua azione fu una rivolta contro l’assurdo della Conquista, contro la disumana insensatezza di una realtà senza Cristo, di fronte alla quale non si poteva non levare la voce in protesta, se si intendeva rimanere umani e cristiani.
La protesta di Las Casas fu ampia, intensa e lungimirante, abbracciando diversi campi del sapere e non mancò di influenzare Voltaire ed altri intellettuali illuministi. Questo pensatore-militante, a tratti contradditorio, a tratti proiettato in una dimensione irrealistica, si rifà agli autori canonici ed alle Sacre Scritture, ma supera i primi per passione, impegno civile ed umanità ed emula Gesù il Cristo nel suo carattere sovversivo, universalista e messianico. Dialoga con profitto con la punta di diamante della teoria giuridica europea, gli esponenti della Scuola di Salamanca Francisco de Vitoria, Domingo de Soto e Melchor Cano, ma se ne discosta per il maggior ruolo che affida al magistero della Chiesa e per l’opposizione alle ingerenze umanitarie armate ed alla dottrina dei “doveri naturali” degli Indios verso gli Spagnoli. Semmai, per Las Casas, erano gli Spagnoli ad aver contratto doveri ben precisi verso gli autoctoni al momento della scoperta. Crede energicamente nell’unità della specie umana e nei suoi attributi intrinsici di dignità, uguaglianza, socievolezza, razionalità e libertà, che permettono a ciascun essere umano di godere di diritti inviolabili ed inalienabili. Crede che ogni società ed ogni uomo possano realizzare il loro potenziale attraverso l’educazione ed il pieno godimento della loro libertà. Per lui il perfezionamento, fine ultimo dell’umano, si ottiene tramite la luce dell’intelletto che, anche autonomamente, può condurre alla conoscenza naturale di Dio; un evento spontaneo, visto che , ne è convinto, non esistono esseri umani che non tendano al divino, in modi e forme diverse e proprie. È un paladino del rispetto delle usanze, credenze, leggi e costumi degli altri popoli, anticipando di quattro secoli il relativismo epistemologico della professione antropologica. Non ritiene che la barbarie – che pure considera tale – di certe pratiche possa diventare un pretesto per imbarcarsi in crociate di imperialismo civilizzatore. A più riprese sottolinea come l’arretratezza di una cultura o civiltà in certi suoi aspetti – giudicata in base ai summenzionati principi-cardine della natura umana – si sormonta persuadendo le persone con ragioni solide, facendo appello all’intelletto, al buon senso, alla volontà, senza l’impiego di imposizioni e violenza. Solo così la specie umana può maturare in armonia con la sua natura. La via della pace, della concordia e del rispetto è quella indicata dal Cristo ed è l’unica da seguire. Il sistema di sfruttamento ed asservimento neofeudale delle encomiendas (servizi di corvé coloniali imposti agli indigeni) è in diretta contraddizione con l’essenza della natura umana, è un peccato contro l’anima e contro Dio che dilapida la stessa vita umana. Ancora una volta con impressionante lungimiranza. Las Casas insiste che il potere di sovranità risiede nella gente, nel popolo, non nella sommità della piramide sociale. Senza la base non esiste alcuna società e da essa procedono il diritto ed i diritti. Nessuno può governare una nazione senza il consenso dei governati. L’autorità si deve costituire con libere elezioni che includano l’intera cittadinanza, uomini e donne: il principio del suffragio universale democratico, teorizzato a metà del Cinquecento! Il fine ultimo dei governanti dev’essere quello di garantire il bene comune, inteso come giustizia, libertà, prosperità e concordia. Il limite dell’azione di governo è stabilito dai diritti dei cittadini e dalla legge. Più sorprendente ancora è la richiesta che ogni autorità legittima recepisca la volontà popolare tramite un vero e proprio referendum, quando le circostanze sono drammatiche e le decisioni comportano conseguenze importanti per l’intera comunità. In pratica, nella visione lascasiana, un sovrano – o per meglio dire un presidente, o un supremo delegato – non può dichiarare guerra a nessun altra nazione o intraprendere una politica coloniale senza il consenso dei sudditi/cittadini. Il grado di perfezione di una comunità si misura in funzione della libertà di cui godono i suoi cittadini. Questo è un criterio prettamente liberale, concepito circa duecento anni prima che il liberalismo prendesse piede in Europa, e con buona pace di chi, con una lettura altamente selettiva delle sue opere, focalizzata sulla prima metà della sua attività pubblicistica, lo ha accusato di essersi prestato unicamente a servire il ruolo di agente attivo e partecipe dell’imperialismo ecclesiastico e coloniale europeo (Capdevila, 1998; Castro, 2007).
L’originalità e forza anticipatrice di Las Casas non si fermava qui. Il carattere innovativo delle sue proposte e raccomandazioni non va ricercato nelle premesse – già ben delineate da diversi teorici umanisti spagnoli, italiani e fiamminghi – ma nella radicalità delle sue conclusioni, frutto di una creatività speculativa alimentata dall’amarezza e disgusto per un presente inumano e dal sogno di un mondo realmente migliore e non confezionato ad uso e consumo dei soverchiatori e prevaricatori. Così, ad esempio, il vescovo del Chiapas teorizzava che il sovrano non deteneva beni di proprietà per diritto di nascita, ma solo in relazione alla volontà popolare; questi beni potevano anche essere alienati in caso di malgoverno. Di conseguenza le encomiendas perpetue erano illegittime, i servi indoamericani dovevano essere emancipati e le ricchezze redistribuite, in quanto sottratte illegalmente. I popoli trattati ingiustamente e tirannicamente avevano il diritto di ribellarsi ed anche di usare la forza Allo stesso tempo, però, certi vizi in seno ad una comunità dovevano essere tollerati se il tentativo di risolverli rischiava di provocare conseguenze maggiormente dannose rispetto alla loro sussistenza.
Non ci fu nessun Las Casas a proteggere i nativi nordamericani e gli schiavi neri di quelli che diventeranno gli Stati Uniti. I più celebri evangelizzatori puritani non ritennero mai che questi esseri umani avessero la medesima dignità dei coloni e li videro come un intralcio al Destino Manifesto della loro civiltà. L’espressione del Potere, in Nordamerica, non trovò seri antagonisti in grado di contenerlo e frammentarlo e il risultato fu lo sterminio degli autoctoni. Quel che rimase fu un assordante silenzio di fronte al male che, come si è detto, equivale a complicità.
Quanto alla disputa teologico-antropologica di Valladolid tra Las Casas e la sua nemesi, il filosofo di Cordoba Juan Ginés de Sepúlveda, prima ancora di essere una controversia sui diritti dell’uomo, essa concerne la natura umana, tocca una pluralità di discipline e rivela i machiavellissimi che rischiano di oscurare la verità dietro una cortina di fumo fatta di ragionamenti capziosi e circolari, manipolazioni semantiche e simboliche ed appello alla massimizzazione dell’utile. Essa ha comunque gettato le fondamenta per la teoria dei diritti umani e legittimato i fini del movimento indigenista. Personalmente ritengo che sia uno dei più importanti dibattiti della storia della teologia, del diritto e dell'antropologia politica e che abbia anticipato di secoli le attuali polemiche sulla bioetica e sul globalismo. Da una parte c'è il campione del naturalismo neo-paganeggiante (e, paradossalmente, di un’ortodossia inflessibile), dello sciovinismo militarista-imperialista, del feticismo della diversità (che diventa fine a se stessa e gerarchizzata). Dall’altra un ammiratore di Erasmo da Rotterdam, un paladino dei diritti umani universali, di una globalizzazione equa, egalitaria, giusta, rispettosa, pacifica, dell'idea che ogni essere umano dev'essere messo nelle condizioni di determinare il proprio destino e non va trattato come un infante o uno “schiavo di natura”.
Di conseguenza questo è anche un saggio sul contatto tra una civiltà tecnologicamente avanzata, rapace e moralmente degradata (l’Impero spagnolo) ed una civiltà decadente e violenta, isolata, devastata dalle pandemie, sadomasochisticamente prigioniera di attese apocalittiche (l’Impero azteco). Ci fu chi, tra gli emissari della prima, difese nobilmente la dignità della seconda di fronte agli invasori, riscattando almeno in parte le nefandezze della propria. Tra questi, il più illustre fu Bartolomé de las Casas, una figura purtroppo non sufficientemente nota, nonostante un’esistenza abbondantemente vissuta e che ha lasciato un segno nella storia – oltre cinquant’anni di luci della ribalta tra Vecchio e Nuovo Mondo ed una decisiva influenza su ben quattro tra re ed imperatori dell’epoca d’oro spagnola.
L’originalità di questa biografia risiede nella prospettiva, che non è esclusivamente storica ma anche socio-antropologica, filosofica, giuridica e politologica e rimarca l’attualità del pensiero di una persona “aiutata” da imprevedibili esperienze di vita a trasformare certi suoi difetti caratteriali in virtù e a dare il meglio di sé, ad essere all’altezza della sfida decisiva, a servire da modello anche a distanza di secoli.
Dopo una prima sezione dedicata ad una disamina del contesto storico ed una seconda che esplora la vita di Las Casas, mi soffermo sul tema dell’appropriazione del Cristo. Entrambe le parti – avversari e difesori degli indigeni – se ne appropriarono, ma solo i primi ne sovvertirono il messaggio. Lo scenario prospettato dai critici di Las Casas è quello di una crociata di Fratelli Maggiori, giunti nel Nuovo Mondo per decisione del Buon Pastore, il Salvatore che avrebbe condotto il gregge all’ovile. La visione dello stesso Las Casas e degli indigenisti non era troppo dissimile, se non in un punto cruciale, che sta alla base della civiltà contemporanea: il libero arbitrio unito al rispetto della dignità umana ed al consenso informato, quest’ultimo inteso nell’accezione più ampia di una relazione in cui completezza, trasparenza ed onestà permettono alle persone di essere pienamente consapevoli di quali siano le ramificazioni del loro beneplacito. Per gli avversari dei lascasiani, non di ovile si trattava, ma di una catena di montaggio. Lo slogan ufficiale era quello dell’avvento della civiltà dell’amore, della pace e del benessere, dopo il terrore azteco, ma la realtà era ben diversa. I nuovi signori soffrivano di un’illimitata bramosia di beni materiali e manodopera gratuita. Le invocazioni ad amarsi ed a vivere in pace con i conquistadores seguendo l’esempio di Gesù erano dunque ingannevoli, perché miravano ad imporre una certa visione del mondo, inducendo un’auto-lesionistica mansuetudine irriflessiva nei sudditi. Esisteva un’enorme discrepanza tra le parole ed i fatti. La predicazione dell’amore e della pace si accompagnava a misure di radicale intolleranza verso i non-allineati, verso una società definita senza Dio e irrimediabilmente corrotta, che richiedeva un vasto sacrificio collettivo per essere rifondata sulla base dei dieci comandamenti, il più importante dei quali è l’assoluta e completa obbedienza e sottomissione al vero Dio. Contro tutto questo si scagliò Las Casas, contro la marcia ipocrisia di quelli il cui unico Dio era – ma quanti di loro l’avevano davvero capito? – l’universo materiale, ma si proclamavano razzialmente e spiritualmente superiori, appellandosi alle parole di Gesù e dei Maestri della Chiesa. Contro chi non sapeva cosa farsene dell’Amore e formava caste dominanti che esigevano venerazione, onore, lealtà, sottomissione, conversione al loro culto e timorata idolatria, non amore. Las Casas obiettò all’ingiunzione di adorare ed onorare la presunta volontà di Dio e di rispettare le sue leggi, se ciò comportava l’annullamento di ogni libera volontà ed istanza critica. Obiettò alla segregazione degli indigeni nelle encomiendas e repartimientos – “un governo di tirannia molto più ingiusto di quello al quale furono soggetti gli Ebrei dal faraone egiziano” –, alla ritualizzazione della fede e della quotidianità, perché questa ottundeva le menti e facilitava il compito di quelli che chiamava “tiranni”, scatenando la furia di Cortés e Pizarro. In questo nuovo ordine instaurato dai conquistadores, chi disobbediva era punito nei modi più atroci perché il perdono e la tolleranza erano merce rara. L’idea di peccato mortale acquistava un significato letterale in un clima culturale da età del bronzo. I nuovi fedeli erano infantilizzati e si affermava che Dio – per mano e per bocca dei suoi inviati – si era assunto l’incarico di sistemare le cose, perché i nativi avevano dimostrato in modo definitivo la loro inettitudine, abiezione e pericolosità per se stessi continuando a farsi la guerra e a sacrificare i prigionieri. Las Casas capì che molti colonialisti e cortigiani non vedevano nella predicazione un veicolo di illuminazione spirituale ma un pretesto per mantenere l’oscurantismo e l’ignoranza ed il dominio sulla mente, il corpo e lo spirito dei sottoposti. In un paradosso orwelliano, ogni opposizione indigena a questo stato di cose era bollata come ispirata da Satana, dall’Anticristo. Solo la voce autorevole dei missionari indigenisti e dei teologi umanisti rivelava che il re era nudo, cioè che la fede dei coloni era segnata da un’interpretazione monolitica, unilaterale e perversa – ma molto conveniente – della tradizione veterotestamentaria, fatta di violenza, risentimento, soprusi, tirannia, rancore e sanguinarietà.
Anche qui, la centralità della celebre disputa di Valladolid è sancita dall’evidenza del fatto che nessuno, né prima né dopo, si era mai trovato a discettare di natura umana e destino della sua civiltà in seguito alla scoperta di un Nuovo Mondo e di traiettorie “evolutive” separate. L’unicità dell’evento e delle sue implicazioni è fuor di dubbio: una situazione analoga si realizzerebbe solo se fosse possibile retrocedere nel tempo fino al momento dell’incontro tra l’uomo anatomicamente moderno e il neanderthal o se una civiltà extraterrestre entrasse in contatto con la nostra. Prospettive che sono, per il momento, alquanto remote.

mercoledì 21 marzo 2007

Slavery and the Constitution


Chattel slavery is the extension of market relations to the human person, as a marketable property and human commodity (res commerciabilis) or legal tender, outside the domain of mutual obligation.

In 1550, Spanish emperor Charles V called a halt to military operations in the New World, until the status of Native Americans, together with the morality and legality of the Spanish conquest, had been thoroughly debated. A group of theologians and jurists was convoked in Valladolid, to listen to the arguments of Bartolomé de Las Casas and Juan Ginés de Sepúlveda and settle this question once and for all.

The bull “Sublimis Deus”, issued in 1537 by Pope Paul III, had already clarified the Holy See’s official position on the subject. The Pope condemned slavery and the portrayal of Indians as “dumb brutes created for our service”, incapable of exercising self-government, free will, and rational thinking, and therefore of receiving the message of Christ. Las Casas, elaborating on this bull and on the writings of Francisco de Vitoria, a Dominican professor at the prestigious university of Salamanca, decried the barbarity of Spaniards by contrasting it with the meekness, humbleness and good-heartedness of the Indians. Sustained by an unswerving faith in the essential unity of humankind and by his conviction that a commitment to global justice was a moral imperative, he argued that Indians were fully capable of governing themselves and were entitled to certain basic rights, regardless of the nature of their practices and beliefs, which should anyhow be understood from an indigenous point of view.

Sepúlveda, who knew very little of the Spanish colonial subjects, drew on the doctrine of natural law and on pragmatic realism to marshal most of the arguments which would be later deployed by American anti-abolitionists. He explained that, given their innate physical and intellectual inferiority, Indians should be assimilated to Aristotle’s “natural slaves.” In consequence of their being ruled by passions rather than reason, Indians were born to be slave. As men ruled over women, and adults ruled over children, so inferior races should be subordinated to the will of superior races. This allowed for the enslavement of indigenous people and Africans.

Puritan settlers in North America took the same stance as Sepúlveda, and resorted to natural laws to validate the claim that religious conversion could not change the legal status of African slaves or Indians. Their status would instead be anchored to biological, and thus inalterable, attributes, which justified hereditary slavery and perpetual bondage for African-Americans and Native Americans. Because their status was equivalent to that of domestic animals or infants, slaves enjoyed no legal protection: only their commercial value shielded them from the structural violence of a society that regarded them as less than human. Slavery was described as a necessary evil, not the result of greed, callousness, and “human parasitism.”

In 1700, Indians accounted for one fourth of all South Carolina’s slaves and in 1790, when the Naturalization Act was introduced, which restricted American citizenship to “free white persons,” nearly one third of the people living in the American South were black slaves. The paradox of a society fighting for freedom and for pre-social individual rights and granting juridical personality to corporations, ships and states, but at the same time tolerating that 20 percent of the population was subject to chattel slavery, is epitomized by John Adams’ protest against the English yoke, in 1765: “We won’t be their Negroes.”

Even though they may have expressed doubts about the morality of slave ownership, George Washington, James Madison, and Thomas Jefferson profited from it and were evidently prepared to live with it. When southern delegates refused to support a government and a Constitution hostile to their economic and political interests, northern delegates sought all sorts of compromises to avoid conflict. Abolitionist William Lloyd Garrison called the final draft of the Constitution “a covenant with death, and an agreement with hell.” Indeed, consensus was bought at the highest price: the constitutional sanctioning of slavery, an institution irreconcilable with the libertarian spirit of the Constitution, but not with its protection and promotion of private property and enterprise.

Also, the “Fugitive slave clause” of Article IV of the Constitution prevented fugitive slaves who had reached an abolitionist state from being freed. What is more, the southern delegates managed to persuade their northern equivalents to include slaves in the determination of the apportionment of the members of the House of Representatives. Irrespective of their status as property, each slave would be counted as three-fifths of a free man, thus greatly augmenting the political power of the Southern States. As a result, twelve out of the first sixteenth American presidents were Southern slaveholders although, by 1804, slavery had been substantially abolished in the Northern states, where an inclusive civic nationalism had taken root.

Thus, for all intents and purposes, it may be said that the American Constitution protected the peculiar institution and the Southern caste society until the outbreak of the Civil War. In Dred Scott v. Sandford 60 U.S. (19 How.) 393 (1857), Roger Brooke Taney (1777-1864), Chief Justice from 1836 until his death in 1864, a Catholic and a former slave-owner, played a significant role in furthering the sectional interests of those who interpreted the meaning of the Constitution as precluding the federal government from applying restrictions to the citizens’ right to property. This would include the property of slaves, which was protected by the due process clause of the Fifth Amendment. Echoing Sepulveda’s arguments, he maintained that, in 1787, blacks were not expected to become citizens and to exercise the associated rights, for they were considered as “a subordinate and inferior class of beings, who had been subjugated by the dominant race, and, whether emancipated or not, yet remained subject to their authority, and had no rights or privileges but such as those who held the power and the government might choose to grant them.” This infamous, though formally and historically not incongruous, decision, which foreshadowed a future Supreme Court ruling nullifying the abolition of slavery in the North, strengthened the resolve of abolitionists. Eight years and over 600,000 casualties afterwards, institutional racial slavery and involuntary servitude officially ended with the passage of the Thirteenth Amendment.

Juan Ginés de Sepúlveda


Sixteenth-century Spanish humanist theologian. He pursued theological, philosophical and juridical studies in Córdoba, Alcalá de Henares and Bologna, where he developed a keen interest in the philosophy of Aristotle.
Appointed royal chaplain, court historiographer, and tutor of Philip II by the Spanish emperor Charles V in the mid-1530s, his reactionary views drew him into numerous disputations, in which he sought to safeguard orthodoxy and stifle ecclesiastic reforms.
Besides those of Erasmus and Luther, he most famously attacked the progressive and humanitarian views of the Dominican friar Bartolomé de las Casas (1474–1566), the most outspoken advocate of indigenous rights in the Americas. Opposed to the so-called New Laws (1542), which banned slavery and regulated the encomienda, a neo-feudal institution that granted free Indian labour to Spanish landowners, Sepúlveda persuaded the emperor to revoke them. Las Casas, one of the inspirers of the New Laws, immediately sailed back to Spain to repel the assault of those, among the Spanish intelligentsia, who sided with the Conquistadors and justified the killing and oppression of the Indians.
Sepúlveda was one of them. A self-appointed champion of the interests of slavers and landowners, he had authored a treatise entitled “Concerning the Just Cause of the War Against the Indians” (1547) to provide solid philosophical underpinnings for Spanish imperialism and just war theory. In doing so, he treaded dangerously close to heresy. His heterodox outlook, tinged with naturalistic paganism and militaristic chauvinism, alienated him from the most significant academic circles of Spain. Even so, thanks to his impressive scholarship and to the support of economic potentates, he retained much of his influence.
These two intellectual giants were thus set on a collision course. In 1550, Charles V called a halt to military operations in the New World, until the status of Native Americans, together with the morality and legality of the Spanish conquest, had been thoroughly debated. A group of theologians and jurists (junta) was convoked in Valladolid, to listen to the arguments of Las Casas and Sepúlveda and settle this question once and for all. This dispute is of paramount importance because it constituted the first major articulate attempt on the part of Europeans to understand and define human variability and cultural diversity, and marked the crucial universalist/racialist bifurcation of anthropological philosophy at the dawn of modernity.
The bull “Sublimis Deus”, issued in 1537 by Pope Paul III, had already clarified the Holy See’s official position on the subject. The Pope condemned slavery and the portrayal of Indians as “dumb brutes created for our service”, incapable of exercising self-government, free will, and rational thinking, and therefore of receiving the message of Christ.
Las Casas, elaborating on this bull and on the writings of Francisco de Victoria, a Dominican professor at the prestigious university of Salamanca, as well as one of the precursors of international law and human rights theory, decried the barbarity of Spaniards by contrasting it with the meekness, humbleness and good-heartedness of the Indians. Sustained by an unswerving faith in the essential unity of humankind and by his conviction that a commitment to global justice was a moral imperative, he argued that Indians were fully capable of governing themselves and were entitled to certain basic rights, regardless of the nature of their practices and beliefs, which should anyhow be understood from an indigenous point of view.
While Las Casas, who had spent most of his life in the colonies, sided with the poor and disenfranchised, Sepúlveda, who knew very little of the Spanish colonial subjects, drew on the doctrine of natural law and on pragmatic realism to marshal most of the arguments which would be later deployed by anti-abolitionists, segregationists and imperialists. He explained that, for all intents and purposes, given their innate physical and intellectual inferiority, Indians should be assimilated to Aristotle’s “natural slaves.” For Sepúlveda, Christian blood was the only vessel of reason, therefore Indians were naturally impervious to conversion. In consequence of their being ruled by passions rather than reason, Indians were actually born to be slave and should actually be grateful that, in spite of their sinfulness, barbarism, licentiousness, and relative indifference to the institute of private property, their new masters acted as God’s instrument of redemption and regeneration. Finally, as men ruled over women, and adults ruled over children, so inferior races should be subordinated to the will of superior races. This line of reasoning clearly allowed for the virtual enslavement of indigenous people, and authorised the violent reprisals whenever the Indians refused to accept Spanish rules.
Officially, neither Las Casas nor Sepúlveda won the dispute, but the monarchy made common cause with the Church against the encomenderos, for there was a growing concern that the power of colonial landowners was rising disproportionately, and that their unwillingness to re-invest their considerable revenues was harming the Spanish economy. It is also fair to say that the Crown was motivated by sincere moral qualms.
With the benefit of the hindsight, we now know that Sepúlveda’s theses were both modern – as when he implied that the spheres of politics and religion should be kept separate and that law should reflect the reality of actual human relationships (legal realism) – and anachronistic, given that he relied on the notion of a natural causation of society and politics that was already obsolete at the time. Consequently, his propositions could not be reconciled with Spanish legal thinking, which had already taken a clear anti-slavery position, and consistently refused to sanction the exploitation of American natives under the guise of outmoded and undignified medieval contracts.
Nevertheless, exploitation and abuse continued, in Potosì as in Mexico, because the cold logic of pragmatism and greed prevailed. Only those natives who learned to avail themselves of colonial laws and acted as their own attorneys could successfully fight their exploiters.