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martedì 24 gennaio 2012

L'Occidente rappresenta ormai la peggiore minaccia per il genere umano




Le sanzioni economiche e finanziarie esaminate, lungi dall’essere un’alternativa a scosse, di cui altri sollevano del resto la minaccia, conducono ad esse per gradi. Gli embarghi, ivi estendendosi e indurendosi, si approssimano ai blocchi. Ma i blocchi, nel diritto internazionale, sono già degli atti di guerra. E per non parlare della guerra dell’ombra, di certo guidata da altri, che già miete le sue vittime. Decisamente, l’ostinazione della diplomazia francese a perseguire un cammino di conseguenze incalcolabili e a invischiarvi i suoi partner evoca la formula di Mark Twain: “Per colui che non ha che un martello, tutto prende la forma di chiodi”.
François Nicoullaud, ex ambasciatore francese a Teheran, Le Monde, 16-11-2011

La Grecia importa il 25 per cento del suo petrolio dall'Iran, noi il 13,2%.
Italia e Grecia sono i massimi importatori europei di petrolio iraniano.
La Grecia ha chiesto all'Europa di non porre un embargo totale al petrolio iraniano.
Al contrario, il nostro ministro degli Esteri, Giulio Maria Terzi di Sant'Agata (noto uomo del popolo), non ha trovato nulla di disdicevole. Secondo lui l’impatto sull’Italia sarà nullo:  
Una curiosa difformità di valutazioni tra governo greco e governo italiano.
Forse l’inevitabile rincaro del greggio non lo turba.

Perché si è imboccata la strada dell’embargo?
Nel più recente rapporto dell’AIEA – indicato da molti, tra i quali il suo stesso direttore generale, Yukiya Amano, come prova del fatto che l’Iran ha intrapreso la strada della costruzione della bomba atomica – si legge invece che tutto l’uranio iraniano è sotto controllo [“continues to verify the non-diversion of declared nuclear material”] e che non ci sono novità sostanziali:
Perché Amano mente così spudoratamente?
Da Limes (11 novembre 2011): “sono in molti a reputare che l’agenda dell’Aiea si sia spostata da una posizione prettamente scientifica e tecnologica verso una direzione più politicizzata e filoccidentale, perdendo l’approccio cauto e misurato che caratterizzava la gestione El Baradei. Pesa inoltre il ricordo di quando, in prospettiva dell’inizio delle ostilità irachene, l’amministrazione statunitense mentì volontariamente alla comunità internazionale sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Al contempo le cancellerie e gli esperti sono consapevoli del fatto che l'Aiea non abbia mezzi indipendenti per comprovare le informazioni, e soprattutto le disinformazioni, che riceve dalle nazioni consociate. El Baradei non ne faceva segreto e “vagliava” molto attentamente le rivelazioni altamente politicizzate sul dossier nucleare iraniano. […]. Scremato delle faziosità di parte e dato il giusto peso al fatto che lo stesso recente rapporto dell’Aiea ha riconosciuto che "la capacità dell'agenzia di comprendere le attività in Iran dopo la fine del 2003 è ridotta a causa delle informazioni limitate di cui dispone", si può dire che esso sia in realtà molto in linea con la National intelligence estimate (Nie) del novembre 2007, che affermava che Teheran aveva interrotto il suo programma nucleare militare nel 2003:
Altre intelligenti riflessioni sulla questione:

Leon Panetta (segretario alla difesa USA): “Il n. 1 del Pentagono e' convinto che Teheran abbia la capacità di costruire un ordigno atomico ma non ritiene che lo stia facendo, anche grazie alle sanzioni internazionali”.
Resta da capire perché dovrebbe continuare a non farlo, vista la persecuzione a cui è stato sottoposto:
“Gli iraniani andranno comunque avanti per la loro strada, perché il nucleare tocca le corde dell’orgoglio nazionale. I vertici di Teheran rivendicano il nucleare a scopo solo civili, ma ormai è una questione legata alla sicurezza, dopo la caduta di gheddafi in Libia l’atomica resta l’unico possibile deterrente contro possibili aggressioni”.
http://blog.panorama.it/mondo/2012/01/23/iran-embargo-petrolifero-contro-il-nucleare-o-per-un-cambio-di-regime-lanalisi/
Un punto di vista confermato dallo stesso Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele: “Probabilmente lo farei. Non m’illudo che [gli Iraniani] lo facciano [procedano con il programma nucleare] a causa di Israele. Si guardano attorno, vedono che l’India è una potenza nucleare, la Cina è una potenza nucleare, il Pachistan è una potenza nucleare, per non parlare dei Russi”.
Risposta di Ehud Barak, Ministro della Difesa di Israele, a Charlie Rose (PBS), che gli aveva chiesto se non avrebbe voluto anche lui delle armi atomiche, se fosse stato un ministro del governo iraniano, 17 novembre 2011.
Gli ultimi tre direttori del Mossad hanno spiegato che se anche il programma atomico iraniano fosse di natura militare, non sarebbe un dramma:

Vorrei dunque capire come si giustifichi questo embargo e perché Italia e Grecia debbano stare zitti e muti e prenderselo nel sedere.
Tenuto conto delle conseguenze delle iniziative occidentali:
vorrei anche capire cos’altro devono fare le “democrazie” occidentali prima che le rispettive opinioni pubbliche si rendano conto di far parte di società guerrafondaie, imperialiste, una costante minaccia alla stabilità, alla pace, alla prosperità della specie umana. 

Abbiamo rinnegato tutto quello in cui credevamo, facciamo paura al resto del mondo, uccidiamo o lasciamo morire milioni di esseri umani per conservare il nostro stile di vita, accettiamo di chiamare democrazie degli oligopoli castali solo perché, finora, ci hanno mantenuto nel benessere a spese di tutti gli altri.  E ora siamo pronti a scatenare una Terza Guerra Mondiale.
Per il bene dell’umanità, mi auguro una nostra prossima, rapida e devastante sconfitta. Solo così potremo rinsavire e ricominciare, imparando dagli errori commessi.

giovedì 15 dicembre 2011

No all'abolizione delle province - L'esempio greco



Condivido punto per punto le considerazioni di Paolo Hutter (lettera a Repubblica, 15 dicembre 2011) sulla questione dell’ipotetica abolizione delle province italiane:
“La manovra del Governo conto le Province crea più problemi di quelli che risolve e si sta impantanando a causa delle sue inevitabili contraddizioni legislative e costituzionali. Ma come si fa a pensare di abolire un’istituzione storica come quella delle Province tramite un decreto economico? Per risparmiare pochi milioni, poi.
In tutti i paesi europei c’è un’istituzione geograficamente intermedia tra Regioni e Comuni e persino la Grecia per risparmiare “sui costi della politica” ha ridotto il numero delle Regioni, Province e Comuni tramite accorpamenti ma non si è sognata di abolirle. Le Province soffrono di mancanza di poteri e di altri mali, sono anche diventate un po’ troppe, ma sono mediamente la dimensione geografica ideale per politiche territoriali e ambientali moderne. E, comunque la si pensi in proposito, non si possono abolire né svuotare senza un confronto pacato, razionale ed approfondito, lontano da linciaggi”. 

venerdì 25 novembre 2011

"È successo un quarantotto!" - La rivoluzione del 1848 e quella del 2012



Per l’anno scolastico 2011-2012, il tema prescelto per il “National History Day”, un programma di didattica storiografica che coinvolge mezzo milione di studenti americani e 30mila insegnanti, è “Revolution, Reaction, Reform in History”.

In precedenza, ho scritto: “Mi aspetto un 1848 su scala globale e molto ma molto più poderoso e sanguinoso. Una cosa senza precedenti, tipo un 1789 planetario”:
Ho poi scoperto che lo ritiene possibile anche un giornalista dell’Indipendent (che mi ha anticipato di alcuni giorni!):
Andreas Whittam Smith, “Western nations are now ripe for devolution”, The Independent, 20 October 2011

Meglio dunque dare un’occhiata a questo famoso ’48.
Il “48” fu caratterizzato da malcontento popolare, irrequietudine, frustrazione, forte volontà di cambiare le cose, insofferenza e risentimento nei confronti di chi esercitava il potere economico e politico, defezioni tra i membri delle classi dominanti, crisi economico-finanziaria, crescenti disparità sociali, uso della forza da parte del governo per bloccare le proteste. Gli ingredienti ci sono già tutti.
Il 1848 fu transnazionale (Italia, Germania, Francia, Danimarca, Romania) e globale: gli attivisti neri per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti inviarono denaro ai rivoluzionari tedeschi, alcuni tra i quali, una volta sconfitti e trasferitisi negli Stati Uniti, ingrossarono le file degli abolizionisti, per gratitudine e per principio. Disoccupazione e carestia spinsero contadini, operai e classe media a fare causa comune. 
Il 48 scoppiò in primavera (“la primavera dei popoli”), già in estate (“l’estate rossa”) si verificò una scissione tra radicali socialisti e moderati liberali (come al tempo della Rivoluzione Francese: Mirabeau contro Robespierre), che all’Est si sommò ai dissidi interetnici. Queste divisioni indebolirono il movimento e vennero sfruttate dalla Reazione. In autunno ci fu un ritorno di fiamma del movimento rivoluzionario (”Estate Indiana”, specialmente in Italia e Germania meridionale), ma i potenti passarono al contrattacco: la contro-rivoluzione si concentrò sulla soppressione delle insurrezioni in Germania e Italia ed sulla guerra contro l’Ungheria, nel 1849. Alla fine, la Seconda Repubblica si convertì nel Secondo Impero (al tempo della Rivoluzione Francese: Direttorio e Napoleone Bonaparte). Nel 1851 gli Ungheresi si arresero.
Quasi ogni fase della rivoluzione fu preannunciata da eventi parigini, amplificati dal telegrafo, dal trasporto su rotaia e su nave a vapore, come un contagio. Ma, contemporaneamente, i rivoluzionari in fuga da Italia e Germania influenzarono le dinamiche rivoluzionarie francesi. Già allora, fatte le debite proporzioni, vi era un’interazione paragonabile a quella dell’era digitale: le istanze locali si riconoscevano in uno spirito comune, paneuropeo, solidale.
Il 1848 fallì perché il libertarismo nazionalista (che è prima di tutto conservatore) ebbe la meglio sulle rivendicazioni sociali e democratiche. Tuttavia, da quel momento, i regimi non-costituzionali furono costretti a mettersi sulla difensiva e rimasero isolati. La popolazione europea non era più disposta a rinunciare a certi diritti che ormai considerava fondamentali ed alla democrazia parlamentare che se ne doveva fare garante.

Nel 2012, Egitto, Grecia, Italia, Spagna e Francia saranno presumibilmente i paesi in cui l’impatto della crisi economica si farà sentire più pesantemente, almeno inizialmente, e quelle a maggior rischio di esplosione sociale proto-rivoluzionaria. Poi arriverà il momento del mondo anglo-americano, e saranno gli scossoni di un elefante. A quel punto l’Unione Europea come la si intende oggi e come la intendevano i suoi fondatori sarà un ricordo del passato. Tutto questo potrebbe essere evitato con la remissione dei debiti, ma non succederà mai: l’avidità di alcuni è senza limiti ed ogni rivoluzione offre l’opportunità di istituire nuovo ordini sociopolitici, a volte più autoritari di prima, se il terrore rivoluzionario ha sgomentato a sufficienza la popolazione. Non è improbabile che una svolta rivoluzionaria sia già stata prevista e programmata. Non è però chiaro come chi sta in alto possa sentirsi certo di poterla cavalcare, su un pianeta in subbuglio climatico e tettonico.

All’inizio del 1848 nessuno si aspettava che la rivoluzione fosse imminente, ma le precondizioni c’erano tutte. Oggi siamo in frangenti paragonabili a quelli del 1848. Negli ultimi 25 anni il divario tra ricchi e poveri è cresciuto stabilmente, la tendenza alla sperequazione si è diffusa come un contagio, a partire dagli Stati Uniti di Reagan e dal Regno Unito della Thatcher. Un recente studio dell’OCSE indica che persino Danimarca, Svezia e Germania sono state contagiate dal virus delle disparità. Oggi, nelle nazioni occidentali, il reddito medio della fascia più ricca (10%) della popolazione è nove volte superiore a quello del 10% più povero. I dirigenti in molti casi guadagnano 200 volte più dei loro dipendenti. Nessuna società può sopravvivere quando si trova alle prese con tali squilibri di remunerazione e tenore di vita, per di più in un contesto di incessante recessione, crescente disoccupazione, estrema difficoltà a trovare un primo impiego dignitoso, aumento dell’inflazione, contrazione dei salari, incremento del costo degli affitti e dei mutui. Non è certo per caso che il denominatore comune delle proteste degli indignati e degli occupanti di tutto il mondo è la rivendicazione di un sistema più equo, più rispettoso della dignità umana del 99%, contro l’avidità e la corruzione del 1%.
Anche le rivoluzioni del 1848 iniziarono in modo confuso, casuale, disorganizzato, guidate da intellettuali che non avevano alcuna esperienza politica e non erano uomini d’azione. La forza della spinta popolare si rafforzò a causa delle incertezze e delle repressioni dei governi ed il movimento si auto-organizzò spontaneamente, perché vi era l’esigenza di farlo.

FONTI:
Wolfgang Mommsen, 1848, die ungewollte Revolution: Die revolutionaren Bewegungen in Europa 1830-1849, Frankfurt/M.: Fischer Taschenbuch Verlag, 1998.
Mike Rapport, 1848: Year of the Revolution, New York: Basic Books, 2009.
Jonathan Sperber, The European Revolutions, 1848-1851, Cambridge: Cambridge University Press, 1994.

venerdì 18 novembre 2011

10 domande a Mario Monti




"1) Senatore Monti, il 2 gennaio scorso in un editoriale sul Corriere della Sera lei ha parlato dell'"illusionismo marxista" criticando "la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica", plaudendo alle "due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne" e affermando che "grazie alla loro determinazione, verrà un po' ridotto l'handicap dell'Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili". Pragmaticamente, lei pensa che l'abbandono del massimalismo ideologico in favore di un sano realismo debba applicarsi anche a chi teorizza l'autoregolazione del mercato, l'assenza di regole e di stato come motore dello sviluppo, i sostegni statali alle banche come puntelli dell'economia e altre teorie economiche neoliberiste che non hanno finora trovato riscontro nella realta' dei fatti?
2) Sempre per le affermazioni di cui al punto 1, non crede che le sue dichiarazioni di obsolescenza dello statuto dei lavoratori e del sistema di diritti precedente agli accordi FIAT di Pomigliano sia una visione squisitamente politica e a suo modo "schierata", ben lontana dall'immagine di "tecnico super partes" che le e' stata attribuita dagli organi di informazione?
3) Senatore Monti, a quanto risulta lei continua a ricoprire il ruolo di membro del "Research Advisory Council" del "Goldman Sachs Global Market Institute". Proprio la Goldman Sachs, secondo i dati diffusi da Milano Finanza, avrebbe innescato "l'ondata di vendite di Btp italiani, poi seguita dagli hedge fund e dalle altre banche d'oltreoceano". Non pensa che i rapporti pregressi con questa banca d'affari, descritta dalla stampa specializzata come protagonista delle speculazioni sui titoli di stato italiani, possano legittimare le ipotesi di un conflitto di interessi tra il suo ruolo di consulente al servizio di una banca privata e il ruolo di garante della tenuta economica nazionale che un Presidente del consiglio e' chiamato a ricoprire nell'interesse di tutti i cittadini?
4) Senatore Monti, la Costituzione Italiana, al secondo comma dell'articolo 59, prevede che "il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario". E' noto a tutti il suo ricco curriculum nei settori dell'economia, della finanza e della politica europea. Non sono noti tuttavia i suoi successi in campo sociale, artistico e letterario, e la sua attivita' scientifica sembra limitata allo sviluppo del modello di Klein-Monti, che secondo quanto riportato da Wikipedia "descrive il comportamento di una banca in regime di monopolio, risultato degli studi paralleli di Monti e del premio Nobel Lawrence Klein". Lei crede che questi studi, comparabili a molti altri lavori realizzati da ricercatori ed economisti italiani, siano stati gli "altissimi meriti nel campo scientifico" che le hanno valso l'ingresso nel Senato della Repubblica? Oppure le cause fondanti della sua nomina sono legate a circostanze diverse dai suoi meriti scientifici, e alla necessita' di imboccare una "scorciatoia" forzando l'istituto costituzionale dei senatori a vita per mettere al governo in tempi rapidi e senza passare dalla "formalita'" delle elezioni una persona percepita come affidabile dagli operatori dei mercati finanziari? In questa seconda ipotesi, quali sono secondo lei le condizioni che possono legittimare agli occhi di una opinione pubblica sempre piu' distante dalla classe politica un governo guidato da un senatore di fresca nomina che non ha mai ricevuto neppure un voto dai cittadini italiani?
5) Senatore Monti, il 26 settembre scorso davanti alle telecamere de "La7", lei ha dichiarato che "stiamo assistendo, e non è un paradosso, al grande successo dell'euro, e la manifestazione piu' concreta del grande successo dell'Euro è la Grecia". Alla luce dei successivi sviluppi della situazione politica ed economica in Grecia, delle conseguenti tensioni sociali e della recente crisi di governo, lei conferma l'opinione espressa in quella circostanza oppure ci sono delle nuove considerazioni da fare per valutare le conseguenze della perdita di sovranita' monetaria dei paesi dell'area euro in tutti i loro aspetti?
6) Senatore Monti, lei e' stato il primo presidente del Bruegel, un prestigioso "think tank" economico basato a Bruxelles, oltre ad essere membro della "Commissione Trilaterale" fondata dal magnate David Rockefeller. Cosa risponde ai critici che in virtu' della sua appartenenza a questi gruppi vedono in lei un "alfiere del neoliberismo", temendo che anche in Italia la BCE e il Fondo Monetario Internazionale si appoggino a lei per introdurre politiche spinte di deregulation fatte di privatizzazioni dei servizi pubblici, smantellamento dello stato sociale, compressione dei diritti in nome della competitivita', aumento delle disuguaglianze tra classi sociali, allargamento della forbice tra ricchi e poveri (l'ISTAT segnala gia' un 10% di italiani sotto la soglia di poverta' relativa), e altre iniziative redditizie per i mercati ma dalle conseguenze potenzialmente devastanti per i cittadini, che con il nome di "aggiustamenti strutturali" hanno gia' danneggiato le economie di molti paesi dell'Africa e dell'America Latina?
7) Senatore Monti, in merito alla sua esperienza come Commissario europeo per la Concorrenza, molti commentatori le riconoscono il merito di aver fatto applicare le regole europee della concorrenza perfino alla Microsoft, una delle piu' grandi e ricche aziende del mondo, capace di mettere in difficolta' perfino le piu' autorevoli istituzioni antitrust statunitensi. Le chiedo quindi quali provvedimenti ritiene opportuno adottare relativamente all'abuso di posizione dominante nel settore televisivo dell'azienda Mediaset, aggravato da ripetute e indebite ingerenze nel servizio pubblico televisivo di esponenti politici riconducibili a Mediaset (a cominciare dallo stesso Presidente del Consiglio uscente). Tali ingerenze sono ampiamente documentate con atti giudiziari e intercettazioni telefoniche che dimostrano al di la' di ogni ragionevole dubbio l'esistenza di una strategia che accomunava esponenti Rai e parlamentari dell'uscente maggioranza nell'obiettivo di depotenziare il servizio pubblico televisivo a vantaggio dei network commerciali.
8) Senatore Monti, lei e' membro della "Commissione Permanente" del gruppo Bilderberg, un club privato riservato a personalita' autorevoli, a cui le cronache attribuiscono il potere di condizionare le politiche degli stati sovrani con riunioni a porte chiuse e vietate ai giornalisti. In qualita' di privato cittadino, fino a ieri lei poteva partecipare a qualsiasi riunione privata senza essere tenuto a comunicare a chicchessia informazioni in merito alle sue attivita'. Tuttavia, in qualita' di senatore della Repubblica, le chiedo se attualmente lei non ritenga incompatibile con la trasparenza richiesta ad un capo di Governo (e in generale a tutti i rappresentanti delle istituzioni) la segretezza imposta ai partecipanti delle riunioni Bilderberg, e se in virtu' di questa incompatibilita' lei intende semplicemente cessare le sue partecipazioni a queste riunioni oppure comunicarne i contenuti ai cittadini italiani.
9) Senatore Monti, le cronache la segnalano anche come "advisor" della Coca-Cola company, un marchio globale noto in tutto il mondo. In Italia, tuttavia, abbiamo nel viterbese aziende che producono ottimo chinotto dal 1949, e pertanto vorrei chiederle quali sono le misure che intende adottare per tutelare i prodotti italiani dalla globalizzazione dei mercati, per tutelare il lavoro italiano dalla delocalizzazione delle imprese, per tutelare i lavoratori italiani dalla concorrenza sleale di paesi ed economie dove il costo del lavoro risulta piu' basso che altrove per l'indebolimento dei diritti fondamentali nel lavoro o per la mancata applicazione delle regole stabilite nelle Convenzioni dell'International Labour Organization (ILO).
10) Senatore Monti, a quanto risulta lei e' stato allievo del Premio Nobel per l'economia James Tobin, sostenitore di una tassa nota come "Tobin Tax" che ha l'obiettivo di disincentivare le manovre finanziarie puramente speculative con l'applicazione di una leva fiscale, permettendo di deviare nelle casse degli stati sovrani, e quindi ai cittadini, parte degli enormi profitti del settore finanziario. Lei e' stato piu' volte indicato come un tecnico in grado di mettere freno alle speculazioni economiche per anteporre l'interesse sociale collettivo all'interesse economico privato, e quindi le chiedo se nel suo programma di governo e' compresa l'introduzione di una tassazione simile a quella proposta dal suo ex professore James Tobin, e in caso di risposta negativa quali sono le misure che intende adottare per disincentivare le operazioni speculative sui titoli di stato italiani. Nel ringraziarla in anticipo per la sua risposta a questi interrogativi, le porgo i miei più cordiali saluti.”
Carlo Gubitosa, Liberazione, 17/11/2011 

lunedì 14 novembre 2011

Super Mario e il Mago - lo spauracchio del default e l'erosione della democrazia



Quando il FMI arriva in un paese è interessato ad una sola cosa: come ci assicuriamo che le banche e le istituzioni finanziarie siano pagate?...è il FMI che mantiene in attività gli speculatori. Non è interessato allo sviluppo, in ciò che può aiutare una nazione a lasciarsi alle spalle la povertà
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001 ed ex vicepresidente della Banca Mondiale.

La dottrina in questione consiste nell’asserzione che, in seguito ad una crisi finanziaria, le banche devono essere soccorse a spese dei cittadini. Così una crisi provocata dall’assenza di regole diventa un pretesto per muoversi ancora più a destra: una fase di disoccupazione di massa, invece di stimolare il settore pubblico per creare nuovi posti di lavoro, diventa un’epoca di austerità in cui gli investimenti statali ed i programmi sociali sono cancellati. Si è fatto inghiottire questa dottrina all’opinione pubblica sostenendo che non c’erano alternative – che i salvataggi e i tagli erano necessari per soddisfare i mercati finanziari – e che l’austerità fiscale creerà lavoro. L’idea era che i tagli alle spese avrebbero infuso fiducia nei consumatori e negli imprenditori e che questa stessa fiducia avrebbe incentivato gli investimenti privati, riequilibrando più che abbondantemente gli effetti depressivi dei tagli governativi. Alcuni economisti non si sono lasciati convincere. Una critica tagliente equiparava i pretesi effetti espansivi dell’austerità alla credenza in una “fatina della fiducia”. Beh, era una mia critica…Ma qualcosa accadde sulla strada dell’Armageddon economico: la disperazione islandese rese impossibile attenersi alle convenzionali norme di condotta e premise alla nazione di violare le regole. Mentre altrove si salvarono le banche con soldi pubblici, l’Islanda lasciò che le banche fallissero ed estese la rete della sua sicurezza sociale. Laddove tutti gli altri erano ossessionati dall’idea di placare gli investitori internazionali, l’Islanda impose controlli temporanei sul movimento dei capitali per concedersi spazi di manovra. E come stanno andando le cose? L’Islanda non è riuscita ad evitare seri danni alla sua economia ed un calo significato dello stile di vita dei suoi cittadini. Ma è riuscita a limitare la crescita della disoccupazione e i patimenti dei cittadini più vulnerabili; il welfare è sopravvissuto intatto, come l’integrità morale della società. “Poteva andar peggio” può non essere lo slogan più galvanizzante che si possa immaginare, ma quando tutti si attendevano un disastro, equivale ad un trionfo politico-amministrativo. E qui c’è una lezione per tutti noi: le sofferenze alle quali vengono sottoposti così tanti cittadini non sono inevitabili. Se questa è un’epoca di incredibile afflizione e durezza, lo è per delle precise scelte che sono state fatte. Nulla di tutto questo era ed è inevitabile.
Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008.

Tutta quest’idea di infliggere enormi sacrifici per generare un surplus con cui ripagare i creditori stranieri e conservare intatto l’euro è una politica economica assolutamente folle…le nazioni che incorreranno in un default tecnico come la Grecia, il Portogallo o la Spagna si ritroveranno con un debito ancora maggiore rispetto a quel che sarebbe successo se fossero state liberate prima dalle catene dell’euro.
Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998.

…il Thomas Mann del racconto, spesso citato ma pochissimo letto, “Mario e il mago”, dove si narra di uno spettacolo allucinatorio, ambientato nell’atmosfera di una vacanza in Versilia del 1930, durante il quale un ciarlatano, torbido manipolatore delle coscienze, conquista il pubblico ipnotizzandolo e costringendolo, ma col suo consenso, anzi con la sua adesione, a ballare al sibilo del suo scudiscio. è descritto un impasto di identificazione di massa, violenza psicologica, adesione fanatica, coscienze pervertite che si offrono al seduttore senza sapersi sottrarre all’illusione perché il risveglio è più doloroso della soggezione: un impasto che sfocia nella tragedia.  
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”

Giucas Casella, nel corso di una popolare trasmissione della domenica, ha esclamato, rivolgendosi ad un’anziana signora: “quando le toccherò la gola lei non potrà parlare, non potrà pronunciare neppure il suo nome”. La signora ha mugolato qualcosa per un istante e poi, ad alta voce: “non ce la faccio, non ce la faccio!”. Così l’ingenuità di una coscienza innocente ha rivelato al pubblico la prosaica realtà delle cose.  

I media italiani celebrano l’avvento dei “magici” Super Mario Bros.: Mario Draghi e Mario Monti.
Io al contrario mi domando perché qualcuno dovrebbe ancora fidarsi di “esperti” ed “autorità’” che: non hanno previsto la crisi; non ne hanno limitato l’impatto; non sembrano avere le idee chiare su come affrontarla ma le hanno invece molto chiare su chi se la deve cavare a buon mercato.
Sembra incredibile che ci possano essere persone che fanno fatica a capire che individui ed organizzazioni che lucrano enormemente sullo status quo e detengono un enorme potere hanno tutto l’interesse a convincere la gente a credere ad una visione della realtà che li avvantaggia. Succede quotidianamente, eppure milioni di persone non riescono a capacitarsi del fatto che i potenti che determinano il fato di milioni di persone possano comportarsi allo stesso modo, se non peggio. È una forma di rimozione psicologica di una verità spiacevole che mette a repentaglio l’ordine delle cose in cui vogliono continuare fermamente a credere, avendo una bassa soglia di tolleranza per l’incertezza, la confusione, l’ambiguità e l’opacità del reale. La storia, purtroppo per loro, quasi certamente dimostrerà che si compiranno immensi e dolorosi (ma non certo per i potentati) sforzi per puntellare un sistema insostenibile, finché i medesimi potentati non saranno certi di averla fatta franca. L’attuale strategia è quella di usare lo spauracchio del default (poi arriverà il terrorismo nucleare).
Basterebbe dare un’occhiata al panorama economico internazionale per capire che le nazioni che se la cavano meglio sono quelle che hanno una propria valuta e la possono svalutare e, nel caso dei paesi scandinavi, non si tirano indietro quando si tratta di condurre politiche fiscali e monetarie espansive.
Dunque la scelta meno distruttiva, per i PIIGS, sarebbe quella di uscire dall’eurozona e svalutare, negoziare un default, istituire politiche protezionistiche per difendere i lavoratori, controllare i flussi di capitale (ora persino il FMI lo consente, dopo i pessimi risultati delle sue precedenti politiche di deregulation), creare un sistema bancario pubblico per tutelarsi dai crolli. Nessuna nazione europea, da sola, potrà farlo. Serve un coordinamento che purtroppo sarà ostacolato in ogni modo, visto che l’obiettivo finale è l’instaurazione degli Stati Uniti d’Europa, costino quel che costino:
Se si realizzasse questo default coordinato i sistemi bancari di Francia, Regno Unito e Germania si vedrebbero inferti colpi durissimi, forse irrimediabili:
Ma l’alternativa è la più sanguinosa rivoluzione della storia umana:
I custodi dell’ortodossia, per qualche curiosa ragione, sono convinti che la privatizzazione di beni pubblici, la riduzione dei consumi, la decrescita economica, la contrazione della produzione industriale e la riduzione del gettito fiscale (ossia le ricette neoliberiste di FMI e BCE avallate dalla Commissione Europea – vedi “capitalismo del disastro”) possano in qualche modo favorire la crescita e quindi accelerare il risanamento (= ripagare i debiti con gli investitori internazionali). Si tagliano i servizi, randellando le famiglie (che la destra esalta come una sacra istituzione), invece di colpire gli evasori.
Due terzi del debito greco sono detenuti dalle banche di tre nazioni: Francia, Svizzera e Germania. In particolare l’ammontare che la Grecia deve alle banche francesi equivale al 3% del PIL francese. La Francia non si può permettere di mollare la presa, deve costringere la Grecia alla resa senza condizioni: per questo Sarkozy è stato inflessibile, il “Torquemada” del terzo millennio. Sa che se i Francesi finiscono sotto pressione, può saltare tutto, com’è successo innumerevoli volte nel passato di quel paese. Perciò la Grecia è diventata un mandarino di cui ciascuno pretende il suo spicchio. I difensori dell’ortodossia, essendo inclini, forse per indole, forse per pigrizia, a trascurare la storia sociale e l’economia politica in favore di alchimie contabili e regole inviolabili, sembrano credere che gli esseri umani siano astrazioni e che la loro sofferenza non conti poi tanto, che siano tutti colpevoli nella stessa misura, che debbano piegarsi senza obiezioni di fronte alla volontà delle autorità, che sono per definizione in buona fede e nel giusto. La credenza che l’autorità sia essenzialmente autorevole è un preconcetto che presumibilmente deriva da una certa forma mentis autoritaria e che non dipende da una percezione oggettiva delle cose. La storia umana dimostra, al contrario, che potere ed integrità morale raramente si coniugano armoniosamente. La stessa crisi economico-finanziaria del nostro tempo ne è l’esempio più eclatante.
I più grossi investitori si comportano con le nazioni come dei predatori nei confronti delle prede. Individuano l’animale più debole, lo separano dal branco, lo circondano, lo abbattono e lo spolpano. C’è un libro che descrive a meraviglia l’ethos di questa mostruosa categoria di esseri umani, s’intitola “Wolfen” di Whitley Strieber e sconsiglio di leggerlo a chi è impressionabile. Si comportano esattamente come degli psicopatici o sociopatici e forse alcuni di loro lo sono:
Altri sono probabilmente narcisisti:
Proprio l’impressionabilità, il timore di scoprire di essere una preda, impedisce a molti di affrontare l’evidenza dei fatti, preferendo bollare tutto quello che diverge dalle loro convinzioni come complottismi indegni della loro attenzione. Sospetto che, in parte, questa rimozione del reale sia dovuta ad un eccessivo amore del quieto vivere, che sfocia nell’angelismo e nella sindrome dei capponi di Renzo Tramaglino:
Per queste persone il fatto che il primo ministro britannico, a dispetto di tutto quel che è accaduto, abbia concesso alle banche fino al 2019 come termine ultimo per autodisciplinarsi (!!!) e che Barroso non abbia mostrato alcuna intenzione di regolare il settore creditizio (diversamente dall’entusiasmo con il quale ha avallato il programma di estradizioni illegali della Guerra al Terrore), non è indicativo di alcunché. Per i politici che ci governano non sono le banche ad essere infantilmente egoistiche nel non volersi accollare il rischio d’impresa, sono i popoli a comportarsi irresponsabilmente. Ci vogliono convincere che gli investitori bancari-finanziari hanno un diritto inalienabile a non subire perdite o comunque a pagare solo in minima parte per i loro errori ed imprudenze. Una situazione insostenibile, che sussiste unicamente perché la finanza è in grado di ricattare gli esecutivi di qualunque paese, Stati Uniti inclusi. In altre parole, le nostre democrazie sono ora, a tutti gli effetti, delle oligarchie in cui la volontà dei cittadini non è tenuta nel minimo conto, di fronte alle priorità dei tecnocrati e degli speculatori.

LO SPAURACCHIO DEL DEFAULT
I PIIGS saranno distrutti se non seguiranno le istruzioni?
Argentina
e Islanda se la stanno cavando molto meglio:
Invece, nonostante le ripetute promesse che l’austerità avrebbe ridotto il debito irlandese, esso è aumentato e lo spread è rimasto alto. I soldi spremuti dai portafogli degli Irlandesi sono entrati nelle tasche dei banchieri. E ogni volta si è detto alla gente: “questo sarà l’ultimo sacrificio!”. Fino alla successiva, immancabile ingiunzione. Alla fine le banche irlandesi che non dovevano fallire hanno chiuso i battenti comunque, ma a spese di tutti i contribuenti, non unicamente di chi si era assunto i rischi, incautamente. L’economia si è contratta lo stesso, la disoccupazione è salita lo stesso; in più l’Irlanda è stata costretta a prendere in prestito 50 miliardi di euro, un quarto del suo PIL annuale ed ora si trova oberata da un debito dieci volte più grande del necessario. E tutto questo solo per salvare speculatori scellerati che non hanno alcun tipo di legame con la nazione in cui operano, essendo operatori transnazionali e globali. I politici che hanno preso queste decisioni, anteponendo gli interessi delle banche e delle istituzioni internazionali a quelli dei cittadini che li hanno eletti e sottomettendo questi ultimi a condizioni di usura, non sono forse colpevoli di alto tradimento?
L’Argentina si è dichiarata insolvente (default) e lo stesso hanno fatto Russia, Islanda, Messico, India ed Ecuador. Le ultime notizie ce le davano come nazioni ancora esistenti. L’Islanda ha un tasso di disoccupazione del 7%, l’Irlanda del 14%. Una commissione per la ristrutturazione del debito dell’Ecuador ha stabilito che una sua grossa porzione era illegale ed immorale e così è stata cancellata. Cosa è accaduto all’Ecuador? È stato forse tagliato fuori dal mercato delle obbligazioni? Assolutamente no, perché gli investitori sono più felici di fare affari con una nazione risanata ed in crescita che con una strangolata da misure draconiane e sull’orlo di una rivoluzione o di una guerra civile. L’avidità degli speculatori prevale sulle considerazioni riguardanti l’onorabilità e la moralità.
Non sia mai però che la cosa possa sollecitare qualche riflessioni innovativa e controcorrente: troppi pezzi grossi traggono vantaggio dal fatto che le cose restino come sono. Molti sanno cosa è successo ad altre due nazioni che hanno imboccato la via del default. La Costa d’Avorio è ora in mano ad un uomo del FMI e della Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale:
I cieli del Pachistan sono invece controllati dai droni statunitensi:
In effetti, fare default può essere suicida, se non si hanno i mezzi per difendersi dall’imperialismo umanitario occidentale. In Libia una delle prime azioni del governo insurrezionale di Bengasi, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta contro Gheddafi (fallito colpo di stato), è stata l’istituzione della Banca Centrale di Bengasi. Anzi, interrogate gli abitanti dello Zambia a proposito dei risultati delle politiche imposte loro dal Fondo Monetario Internazionale: contrazione di un terzo della sua economia, debito esploso al 150% nel rapporto col PIL.
La Grecia deve fare un default perché tanto prima o poi dovrà farlo comunque e quindi è meglio che accada prima che le tasche dei Greci siano completamente prosciugate. Ma Germania e Francia stanno posticipando questo momento, nella speranza che le loro banche si ricapitalizzino e si preparino all’inevitabile impatto, oppure perché sanno che l’anno prossimo Israele farà quel che intende fare e quindi la Guerra Mondiale sistemerà le cose come successe nel 1939-1940, quando evitò agli Stati Uniti di ripiombare nel baratro della Depressione:

domenica 13 novembre 2011

Il protettorato greco, l'11 settembre e la difficoltà di intendersi




Definizione di protettorato: forma di tutela politica e militare esercitata da uno stato su un altro / lo stato sottoposto a questa forma di tutela.   
Di questi tempi alcuni parlano di regole da rispettare e di immaturità/scelleratezza di chi non le rispetta ed altri di regole inique, concepite in modo deliberatamente mostruoso che solo dei fessi con tendenze suicide potrebbero rispettare. Obbedire a tali regole sarebbe autodistruttivo. Mettere al potere un uomo della BCE o del FMI sarebbe un atto suicida, appunto. A mio avviso e di altri che la pensano come me è quel che è successo in Grecia e sta succedendo in Italia.  
I primi discutono partendo dalla premessa che chi ha stabilito le regole lo abbia fatto nell'interesse generale, gli altri partono dalla premessa che chi le ha stabilite abbia come unico obiettivo quello di ridistribuire le risorse dalla base verso la cima della piramide. Dunque agli occhi di questi scettici i regolatori non hanno la benché minima legittimità. Come diceva qualcuno: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» (Mc 2,27). Ossia, le leggi esistono per servire l'umanità, non il contrario.
E' chiaro che, stando così le cose, non esiste un terreno comune in cui raggiungere un'intesa, in cui incontrarsi, in cui comprendersi. Sono posizioni irrimediabilmente inconciliabili. È un po’ quel che accade a proposito dell’11 settembre: una maggioranza di abitanti del pianeta non crede alla versione ufficiale dei fatti ma non riesce a convincere la minoranza che sia il caso di investigare meglio la questione:
Ogni singolo fatto viene letto da prospettive radicalmente diverse.
Sia chiaro, non c'è nulla di male in questo, anzi, è probabilmente così che funziona l'universo (coincidentia oppositorum / unione dei contrari) e non sta a noi modificarlo per compiacere il nostro ego. Immagino che una pluralità di prospettive serva a fare in modo che vita  e creatività non si estinguano.  
Probabilmente la cosa più saggia da fare è perciò quella di mantenere un costruttivo disaccordo e attendere lo sviluppo degli eventi. Non credo che bisognerà pazientare più di tanto: sembra che tutto stia subendo una drammatica accelerazione (es. Berlusconi se n'è andato da poche ore e non c'è neanche il tempo di elaborare il lutto ;oDDD)
Continuiamo dunque a seguire le vicende greche, potrebbero far luce sul nostro futuro.
È nato il Governo di Unità Nazionale, guidato da Lucas Papademos, che era governatore della Banca di Grecia al tempo in cui la Grecia manipolava la sua contabilità per poter accedere (truffaldinamente) all’eurozona, pagando ora lo scotto di quegli inciuci (concordati con Bruxelles?). Ha lavorato per la Federal Reserve di Boston ed è stato vicepresidente della Banca Centrale Europea tra il 2002 ed il 2010. È stato un membro della famigerata Commissione Trilaterale fin dal 1998.
Il nuovo governo targato BCE ha portato al potere l’estrema destra greca, esclusa dal governo dal 1974, l’anno della caduta della dittatura militare (1967-1974):
Tutto questo con la benedizione della chiesa ortodossa (naturalmente!)
Alcuni deputati stanno cercando di far cancellare le elezioni del 19 febbraio, che porrebbero fine a questo governo “transitorio”.  
Quanta parte del permanente bail-out della Grecia arriva in Grecia? Non molta: il 42%. Inoltre, di questo 42%, oltre la metà finisce in tasche non greche (istituti finanziari che sono controllati dalla BCE):  
La Grecia non è più una nazione sovrana, appunto. Avanti il prossimo.



sabato 12 novembre 2011

L'Accordo di Bruxelles, la nave che affonda, l'orchestra che suona





La necessità è l’alibi del tiranno


Affossare le banche o le nazioni?

Al momento la prospettiva sembra essere quella di prosciugare il risparmio privato per salvare un sistema che è già un malato terminale. In pratica una redistribuzione delle ricchezze inversa a quella di Robin Hood: dai molti ai pochi, dai meno benestanti ai molto benestanti. Molti politici e finanzieri sono consapevolmente complici in questa impresa truffaldina. Altri sono dei conformisti che non hanno esaminato la situazione in modo approfondito, specialmente in una prospettiva storica e di economia politica. La conoscenza protegge, l’ignoranza espone ad ogni sorta di pericoli. Per questo è bene educare se stessi, continuativamente. 

Qualche mese fa la Dexia (una grossa banca franco-belga già salvata una volta) aveva superato brillantemente il nuovo stress test, più severo di quello precedente che aveva fatto passare le banche irlandesi, poi collassate.
è stato poi necessario salvare la Dexia con capitali pubblici.

"A stilare la pagella di Dexia a luglio sono stati Eba, Bce e Ue. I grandi censori che da un paio di anni bacchettano Atene per aver sbagliato a calcolare i suoi dati di bilancio. E che in questi giorni, con buona pace dei mercati, stanno lavorando alacremente per mettere a punto l'attesissima fase due dei nuovi stress test".


La Dexia, pur messa male, era messa meglio di: BBVA, La Caixa , Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Bankia e Unicredit.

La sorte della Dexia fa presagire il collasso finale del settore bancario europeo.
L’eurozona è la più grande economia del mondo. Questa è una crisi sistemica che minaccia l’economia globale. Se si arriva ad un crollo (il che è ormai quasi certo) la Germania dovrà dotarsi di una nuova valuta che la spingerà verso la recessione, e con essa il resto del mondo.
Allora gli eurocrati hanno proposta una scelta particolarmente appetibile, chiamata Accordo di Bruxelles: o vi sparate in testa oppure qui c’è il plotone di esecuzione. Per garantirsi, sono arrivate le nomine di Draghi (ex Goldman Sachs), Monti (ex Goldman Sachs), Papademos (ex vicepresidente BCE). L’ansia irritata dimostrata dalle autorità europee indica che sono perfettamente consapevoli che il treno si sta avvicinando rapidamente. Ciò nonostante, l’accordo peggiorerà le cose, invece di migliorarle.
L’Accordo di Bruxelles prevede tre cose: la risurrezione della Grecia, il salvataggio delle banche dell’eurozona, il salvataggio dell’Italia e della Spagna (per bloccare il declino della Francia).

1. RICAPITALIZZAZIONE DELLE BANCHE: la somma allocata è drammaticamente inadeguata rispetto all’obiettivo di raggiungere una capitalizzazione pari ad un rapporto del 9% rispetto alla loro esposizione. Per farcela le banche ridurranno la liquidità sui mercati proprio quando l’eurozona lotta per evitare la recessione.  Qualunque capitale pubblico che si rendesse necessario si aggiungerebbe al già enorme fardello dei debiti pubblici dell’eurozona.

Sta già succedendo:


2. RIPORTARE IN VITA LA GRECIA: si è deciso di tagliare 100 miliardi di euro di debito greco. 30 di questi verranno comunque dalle privatizzazioni (è rimasto ancora qualcosa da privatizzare?) e da ulteriori prestiti erogati dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria. Perciò in realtà il “condono” ammonta a 70 miliardi di euro (-19%). Insomma il debito totale sarà ridotto a 310 miliardi, mentre il PIL greco sarà sceso a 206 miliardi nel 2012. In cambio l’ulteriore appesantimento delle misure di austerità faranno in modo che l’economia greca continui a precipitare in caduta libera. Si tratta di un suicidio. Bene ha fatto Papandreu ad invocare un referendum popolare. L’Accordo di Bruxelles, oltre a dare il colpo di grazia alla Grecia, distruggerà anche la credibilità delle istituzioni europee.

3. EVITARE CHE ITALIA E SPAGNA ESCANO DAL MERCATO DELLE OBBLIGAZIONI: La Germania si è rifiutata di permettere alla BCE di fare come la Federal Reserve, stampando euro a più non posso per fornire liquidità a chiunque ne abbia bisogno, ritenendo che le conseguenze a lungo termine di una tale politica possono essere catastrofiche (potrebbero avere ragione). Tuttavia, a questo punto, il FESF dovrebbe usare 240 miliardi per garantire un buco da 3000 miliardi. Nessun investitore potrebbe prendere sul serio una garanzia del genere e lo dimostrano gli andamenti degli spread italiani e spagnoli. L’Accordo di Bruxelles rappresenta l’ammissione più lampante del fatto che l’Europa non è in grado di aiutare i due paesi. La richiesta di soccorso rivolta all’FMI e alla Cina certificano ulteriormente il fallimento.

In conclusione, gli eurocrati che governeranno Italia e Grecia in questa fase sono dei becchini, non dei salvatori.

FONTE: Yanis Varoufakis, Docente di economia politica all’Università di Atene.

Si veda anche il parere di un premio Nobel per l'Economia:
http://www.soldi-web.com/news-1/protagonisti/rogoff-laccordo-di-bruxelles-e-un-bluff
Il che  conferma le mie previsioni: