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sabato 3 dicembre 2011

Un sentore di infinitezza - la missione di un(a) badante



Esseri luminosi noi siamo, non questa materia grezza.
Yoda

We live our daily lives in a constant exchange with the set of daily appearances surrounding us – often they are very familiar, sometimes they are unexpected and new, but always they confirm us in our lives. They do so even when they are threatening: the sight of a house burning, for example, or a man approaching us with a knife between his teeth, still reminds us (urgently) of our life and its importance. What we habitually see confirms us. Yet it can happen, suddenly, unexpectedly, and most frequently in the half-light of glimpses, that we catch sight of another visible order which intersects with ours and has nothing to do with it. The speed of a cinema film is 24 frames per second. God knows how many frames per second flicker past our daily perception. But it is as if at the brief moments I’m talking about, suddenly and disconcertingly we se between two frames. We come upon a part of the visible which wasn’t destined for us. Perhaps it was destined for — night-birds, reindeer, ferrets, eels, whales… Perhaps it was destined not only for animals but for lakes, slow-growing trees, ores, carbon… Our customary visible order is not the only one: it co-exists with other orders. Stories of fairies, sprites, ogres were a human attempt to come to terms with this co-existence. Hunters are continually aware of it and so can read signs we do not see. Children feel it intuitively, because they have the habit of hiding behind things. There they discover the interstices between different sets of the visible.
Knock! Knock!
Who’s there?
Guess who!
Dogs, with their running legs, sharp noses and developed memory for sounds, are the natural frontier experts of these interstices. Their eyes, whose message often confuses us for it is urgent and mute, are attuned both to the human order and to other visible orders. Perhaps this is why, on so many occasions and for different reasons, we train dogs as guides.
Probably it was a dog who led Sammallahti to the moment and place for taking of each picture. In each one the human order, still in sight, is nevertheless no longer central and is slipping away. The interstices are open.
The result is unsettling for those who are not nomads. There is more solitude, more pain, more dereliction. At the same time, there is an expectancy which we have not experienced since childhood, since we talked to the dogs, listened their secret and kept it to ourselves.
John Berger, “The shape of a pocket”, New York: Vintage: 2001, pp. 4-5 [Sacche di resistenza, Varese: Giano, 2003]

Per Simone Weil l’impersonalità rappresenta ciò che vi è di sacro negli esseri umani. È la trascendenza dell’Io e prima ancora del Noi, giacché l’idolatria del collettivo, osserva la stessa Weil, frustra ogni tentativo di raggiungere l’impersonalità. Subordinato al collettivo – come era consuetudine nell’antichità – l’individuo si vede decurtato di una parte importante dei suoi diritti naturali, assieme alla possibilità di essere separato, fisicamente e mentalmente, anche da sé stesso. Il Noi e l’Ego sono ostacoli lungo la via che conduce a questa condizione di impersonalità, o vero Io, che qualcuno chiamerebbe “coscienza cosmica” e che è una forma di disincarnazione dell’anima (“decreazione” la chiama Weil). Chi scopre dentro di sé questa trascendenza inframondana ama nel modo in cui lo smeraldo è verde, cioè non ne può fare a meno, si emancipa finalmente e definitivamente da quelle istituzioni ed ideologie che promettono una pseudo-immortalità alla propria identità sociale. Inoltre, a differenza di molti gnostici, sente il dovere di salvaguardare la possibilità che anche altri vi possano attingere e di tutelare e valorizzare la dignità di tutti gli esseri umani e del mondo circostante. L’essere umano decreato, impersonale è, per citare il Walt Whitman di Foglie d’Erba, “Dentro e fuori del gioco, osservandolo e meravigliandosi”, non ricerca certezze assolute ma esperienze, il midollo della vita, “per non scoprire in punto di morte di non essere mai vissuto...” (H.D. Thoreau). La mente dell’umano impersonale non si chiude di fronte all’ignoto, all’imprevisto, all’insolito, ma lo brama, perché quello è il combustibile della sua creatività.

Dentro l’uomo c’è l’anima del tutto”, dichiara Emerson. Nessuna personalità contingente e localizzata può contenere l’oceano interiore della coscienza, l’eterno, sublime ed infinito elemento umano. La coscienza aspira a risolversi in una rete di relazioni intersoggettive nella loro forma più alta e nobile, cioè quella di una relazione tra coscienze impersonali, cosmopolite ed interconnesse: “né giudeo, né greco” diceva Paolo di Tarso.

L’individualità democratica anti-conformista predicata dal liberalismo rappresenta solo il primo passo verso l’impersonalità universale, ed è un progetto in corso d’opera, che non è purtroppo quasi mai completato in vita, per ignoranza e per timore. Gli antipodi della coscienza, l’infinito oceano interiore, per la quasi totalità degli esseri umani rimane un miraggio, un territorio vergine. Dogmi, convenzioni, consuetudini e l’ossessione materialista ci sbarrano la strada, ci impediscono di riconoscere la straordinarietà altrui e nostra. “Ciascuno deve assumersi la responsabilità di se stesso – il proprio sé deve diventare un progetto, dobbiamo diventare gli architetti della nostra anima. La nostra dignità risiede nell’essere, in larga misura, la persona che abbiamo scelto di essere, una creazione piuttosto che una creatura o un manufatto socialmente prodotto e determinato” (Kateb, 1984, p. 343). Poi subentra la presa di coscienza della propria natura universale, impersonale appunto, e la disidentificazione, l’acquisizione di una sconfinata molteplicità di identità. Gradualmente, la cura del sé si estende al prossimo ed all’ambiente, per poi prendere la forma della cura del cosmo. È una responsabilizzazione solenne che annienta la vacuità disumana del burocrate à la Eichmann o dell’edonista à la Christian Troy (della serie Nip/Tuck), cioè la funesta disconnessione dalla realtà, intorpidimento morale, assopimento dell’empatia, prioritarizzazione delle regole e degli interessi rispetto agli esseri umani, anticamera della violenza genocida (Hatzfeld, 2003).

L’impersonalità è, al contrario, una condizione di trascendenza della socialità e dell’ego (lo jiva del Vedanta) che pone al centro la sensibilità e la disponibilità del sé (l’atman del Vedanta), poroso, fluido, illimitatamente espandibile, incurante della distinzione tra particolare e generale. È, per i trascendentalisti nordamericani e per George Kateb, uno dei più raffinati filosofi politici dei nostri giorni, la condizione necessaria al sorgere di una vera antropologia dell’individualità, che consideri quest’ultima come preziosa perché insostituibile, e di una vera democrazia dell’interconnessione tra soggetti-cittadini dalle potenzialità largamente inesplorate (la cosiddetta “mutualità tra sconosciuti”).

Antropologia e democrazia, l’umanità possibile, trovano la loro realizzazione finale solo in essa, in questo oceano di potenzialità ancora ignote. Quello che in genere rimane celato ai nostri occhi per via della cristallizzazione delle differenze, delle divisioni e barriere tra gli esseri umani, ossia le varie interfacce con le quali ci relazioniamo verso l’esterno e che tendiamo a feticizzare o idolatrare. Una cristallizzazione (il velo di Maya) che maschera l’eterno mutare della molteplicità del mondo, l’indeterminatezza della vita, ma anche l’unitarietà del suo senso ultimo. Un velo che ci impedisce di comprendere che l’autodeterminazione è la via maestra per rendersi disponibili al prossimo, consci della sua dignità e valore, aperti al nuovo ed all’imprevedibile, a quell’azzardo che è la vita. Le azioni e le parole delle persone che non subiscono abusi, non affrontano un degrado morale e sociale permanente e sono esposte all’influenza della tensione spirituale, cioè quelle persone che si possono permettere di coltivare l’autostima, il rispetto di sé, il senso della misura e, come vedremo, il senso dell’impersonalità o trascendenza, dimostrano che può esistere un mondo migliore. Un mondo in cui tutti quanti meritiamo di vivere. Un mondo che renda possibile l’autocompimento espressivo ed esistenziale per ognuno di noi, lo stesso auspicato dalla filosofa tedesca Edith Stein, che invitava ad attualizzare il proprio potenziale per una vita più intensa, di inesauribile pienezza umana, di infinitezza, di trascendenza della materialità. Il mondo che aveva ammirato Etty Hillesum rivolgendosi alla sua interiorità, prestando orecchio (hineinhorchen) a quel che diceva il suo daimon. Un mondo in cui si riesca a guardare all’altro con occhio benevolo, apprezzandolo e dedicandovi sollecitudine ed attenzione più di quanto l’altro riesca a fare nei confronti di se stesso, senza classificarlo, ridurlo in categorie, asservirlo ad un destino predeterminato o, peggio ancora, renderlo invisibile, irrilevante, inferiore, spregevole (Kateb, 1989; 1992). Un mondo che pretende onestà, trasparenza e genuina autenticità. Non l’autenticità del sangue e del suolo, quella che dissolve l’io in un noi irresponsabile, infantile, barbaro, idolatra ed onnipotente, strumento del potere pastorale denunciato da Foucault, argilla nelle mani di leader narcisisti ed incontinenti nelle loro ambizioni e pretese di riconoscimento pubblico. Quei leader timorosi della vita perché bisognosi di ordine, di controllo, di potenza, di autorità, e perciò inclini al cannibalismo degli altri, in senso naturalmente figurato.

È l’autenticità della voce interiore che conta, quella della propria natura, che assicura l’integrità personale anche nell’impersonalità, che contrasta la necrofilia, l’amore per ciò che non è vivo, per la disgregazione, lo smembramento, la parcellizzazione, l’atomizzazione degli esseri umani. Le contrasta in nome di eros, l’attrazione per il vivente, per l’integrazione e l’unione, ossia per il divino che è nell’umano e che è nella natura e nell’universo (Fromm, 1984; Mancuso, 2008).

Perciò l’impersonalità – la conciliazione di unità e molteplicità – è, in modo apparentemente paradossale, il nostro essere più autentico. Come giustificare questa posizione ontologica che ha messo a dura prova la filosofia occidentale per l’intera sua storia? Non lo posso certo fare chiamando in causa un destino cosmico comune che mi è stato disvelato e contando sulla fiducia dei lettori, che in questo caso sarebbe malriposta. Mi appellerò quindi al buon senso: se i migliori tra noi, esemplari della nostra specie che sono universalmente riconosciuti come maestri di vita, talvolta indipendentemente l’uno dall’altra, hanno creduto di individuare nell’impersonalità la ragion d’essere dell’umanità ed il fine ultimo del processo di maturazione morale della nostra specie, allora dovevano avere delle buone ragioni per farlo.

I maestri di vita e di pensiero in questione sono, tra gli altri, Plotino, Meister Eckart, Jakob Böhme, William Blake, Simone Weil, Etty Hillesum, Jiddu Krishnamurti, Sri Ramakrishna Paramahamsa, San Francesco d’Assisi, Ibn Arabi, Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Carl Gustav Jung, Paolo di Tarso, Siddhārtha Gautama, il pioniere austriaco della meccanica quantistica Erwin Schrödinger, Johann Wolfgang von Goethe, Kahill Gibran, Lao Tzu, Jorge Luis Borges, Empedocle, Socrate, Maometto, Spinoza e Gesù di Nazareth. Quel che li accomuna è, appunto, la sensazione oceanica, cioè un sentimento di espansione compassionevole dei confini del sé fino ad abbracciare l’intera umanità e l’universo materiale, l’oceano come simbolo dell’abbattimento di ogni barriera – del Noi, dell’Io, della specie – e dell’unità nella molteplicità, della coincidentia oppositorum.

Non stiamo parlando della dissoluzione dell’io nel tutto della razza ariana o del popolo fascista, il cui indiscutibile carattere trascendente ha ipnotizzato milioni di persone in passato ma che in realtà è antitetica rispetto ad una genuina sensazione oceanica. Stiamo piuttosto parlando di una facoltà latente nella specie umana, che si esplicita in un’empatia profonda ed inclusiva e nella certezza interiore dell’interconnessione di ogni cosa, dell’illusorietà delle separazioni, della presenza dell’origine della creazione (Tao, o Dio) in ogni istante, in ogni atomo, in ogni luogo, in ciascuno di noi, oltre che del fondamentale contributo di ognuno al Libro della Vita. ”Ero tutto, o piuttosto tutto era in me, inanimato ed animato, le montagne, il verme, e tutte le cose che respirano” (Krishnamurti). “Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio (Plotino, Enneadi IV, 8, 1). “Nell’istante della visione non c’è nulla che si possa chiamare gratitudine, né propriamente gioia. L’anima sollevata al di sopra della passione, contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza indipendente della Verità e dell’Esattezza, e si rasserena nella consapevolezza che tutto procede per il meglio” (Emerson, “Self-Reliance”).

Sigmund Freud rimase affascinato dall’estasi auto-trascendente e, non avendola esperita in prima personala investigò nella sua corrispondenza con Romaine Rolland, il quale si diceva convinto che questa esperienza avesse coinvolto milioni di persone nella storia, pur con diverse sfumature e gradi di intensità, quasi sempre inconsapevoli della natura del fenomeno (Parsons, 1999). Sulla base di quanto appreso dall’amico Rolland, Freud la descrive come “un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno” (Freud, 2003, p. 197).

Plotino avrebbe detto che l’anima, attraverso Amore, si universalizza in un flusso di intuizione che la trasfonde dalla dimensione del parziale, del particolare e del diviso, alla dimensione della totalità indivisa e della verità, della contemplazione anti-narcisistica della propria bellezza come immagine della Bellezza. A partire da questo risveglio, dopo il riconoscimento della propria identità col cosmo e col divino, la persona (o per meglio dire l’anima, lo sfarfallante “fascio di coscienza”, l’Aleph di Borges) irradierà di consapevolezza chi la incontra.

Etty Hillesum se n’era accorta ben presto, notando che la forza elementare che aveva scoperto al centro di se stessa si irradiava attorno a lei (Hillesum, 2008). Mircea Eliade chiamava questa corrispondenza diretta tra macrocosmo e microcosmo macrantropia. L’enfasi sull’unità della diversità, cioè sulla convinzione che la diversità era solo l’espressione di una superiore unità, quella della Persona Cosmica, è molto antica, e risale forse all’età del Bronzo, anche se trova una formulazione più articolata solo nelle Upanisad e nel Timeo platonico (McEvilley, 2002). L’osservazione di Vito Mancuso (2007) che il cosmo è votato alla relazione, “dalle particelle subatomiche fino alla punta dell’anima” e che “io sono anche il mondo: io, micro-cosmo, sono uguale al mondo, macro-cosmo, nel senso che la logica che governa entrambi è la medesima” sarebbe giudicata senz’altro corretta all’interno di quest’ottica. Per Hillesum la diluizione dell’io nell’infinito universale consente di sviluppare una coscienza cosmica che rende la vita più piena, abbondante e meravigliosa, anche nei suoi aspetti apparentemente tragici (Tommasi, 2002). Per il Walt Whitman di “Prospettive democratiche”, l’unica giustificazione adeguata della democrazia “risiede nel futuro, essenzialmente nell’abbondante produzione di indoli perfette tra la gente e nell’avvento di una sana e diffusa religiosità”. Per il poeta e scrittore statunitense il merito della democrazia è stato quello di liberare le persone dai vincoli delle convenzioni tradizionali e di gettare le basi per l’edificazione di “torreggianti personalità…in possesso della nozione di infinito” e in grado di comprendere che una vita morale degna di questo nome è quella che fa riferimento “all’immortale, all’ignoto, allo spirituale, a ciò che è permanentemente reale, ciò che, come l’oceano attende ed accoglie i fiumi, aspetta ciascuno di noi”. Il valore della persona è perciò direttamente legato al potenziale, innato in ogni essere umano, di ergersi al livello dell’individualità impersonale, che Emerson chiama Superanima (Oversoul), della quale noi siamo solo catalizzatori e vettori.

Vivere nella pienezza dell’Essere, per i Trascendentalisti americani come per i mistici di tutto il mondo, significa affidarsi ai propri impulsi fondamentali, all’istinto più profondo, quello del Bene, quello dell’imperativo categorico kantiano, che reprimiamo quando prestiamo ascolto alle sirene della materialità e dei determinismi. Quando rinserriamo noi stessi e gli altri nella falsa sicurezza di un passato e di un futuro già determinati, di un ambiente e di un orizzonte costretti e divisi, ci e li priviamo della possibilità di dare libero sfogo alla naturale tensione verso la libertà più piena e di comprendere che ogni persona ed ogni cosa è solo una particolare inflessione dell’universale, nel presente. “Queste rose sotto la mia finestra non rimandano a rose precedenti o migliori; sono ciò che sono; esistono assieme a Dio nell’oggi. Il tempo non esiste per loro. Vi è semplicemente la rosa: perfetta in ogni momento del suo esistere. Prima che un solo bocciolo si sia dischiuso, la sua intera vita è già in atto; nel fiore pienamente sbocciato non ve n’è di più; nella spoglia radice non ve n’è di meno. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa la natura, in ogni momento, in egual misura. L’uomo invece pospone o ricorda; non vive nel presente, ma con un occhio rivolto alle spalle rimpiange il passato, oppure, incurante delle ricchezze che lo circondano, si solleva sulle punte dei piedi per prendere visionare il futuro. Non potrà essere felice e forte finché non vivrà anche lui con la natura nel presente, al di sopra del tempo” (Emerson, “Self-Reliance”). Questo comporta anche che un elevato livello di educazione non è di per sé indice di saggezza. Anzi, lo zelo con il quale si dedicano ad una specifica direzione del sapere in qualche modo li ostacola. Tant’è che “dobbiamo molte preziose osservazioni a persone che non sono particolarmente perspicaci o profonde, ma che dicono con grande naturalezza quel che volevamo ed eravamo andati invano in cerca per lungo tempo” (Emerson, “The Over-Soul”). Nell’abbandono alla comune ed eterna natura che scorre interiormente, gli esseri umani si de-individualizzano, affinano l’intelletto e distillano i significati apparentemente più reconditi, e pensano, kantianamente, il particolare come contenuto dell'universale. La trama della loro esistenza non si dipana più disordinatamente e discontinuamente, ma nell’armonia della divina unità, nella resistenza alle pressioni conformiste ed alla superficialità dell’io quotidiano.

Ma come possiamo essere certi che la voce della nostra coscienza sia giusta e buona? O, per meglio dire, come si distingue tra la voce di ego e la voce della coscienza? In fondo gli sterminatori degli Einsatzgruppen erano persone comuni, che credevano di difendere la patria, la famiglia, la Cristianità (Browning, 2004). Non era anche quella la voce della coscienza? Lo stesso Hitler dichiarava di condurre la sua esistenza sulla base di intuizioni e dettami provenienti direttamente da Dio e quindi di non poter minimamente ritenere di essere in errore: “E se anche lo fossi, so di aver agito in buona fede” (Hitler, 1941). Riteneva di essere un “Unto del Signore”, emissario di Dio in terra, chiamato a redimere il mondo. La visione emersoniana non può escludere questo tipo di interpretazioni. Emerson stesso non era sempre benevolo nei confronti del “popolo bue” che non sentiva la necessità di riscattarsi spiritualmente, pur avendone i mezzi, e che accettava “cristianamente” l’esistenza dell’istituzione schiavista.

Io penso che la risposta possa essere trovata nella sostanziale univocità delle voci dei maestri di impersonalità, illustri esponenti dell’antropologia perenne, che trova un’eco importante nelle spiegazioni fornite dai Giusti tra le Nazioni a chi li intervistava per capire perché avessero rischiato la loro vita e quella dei propri cari per aiutare dei perfetti sconosciuti quando sarebbe stato più semplice pensare agli affari propri. Non furono molti, ma non furono neppure pochi, forse uno su mille tra chi viveva nell’Europa occupata dai nazisti:


Abraham Maslow (1908-1970), uno dei maggiori psicologi del secolo scorso, ha studiato clinicamente questo fenomeno.

A differenza di Freud, e sulla scia di Wiliam James, lo psicologo statunitense comprese che questo tipo di esperienze non erano di carattere patologico ma, al contrario, rappresentavano i picchi della creatività umana, i record olimpici della coscienza, da additare ad esempio per il resto dell’umanità, in modo che tutti potessero trovare una maniera per esprimere il loro intero potenziale (auto-attualizzazione). Era convinzione di Maslow che una buona parte dei comportamenti devianti che danneggiavano la società fossero causati dalla privazione di mezzi di sostentamento (livello dei bisogni fisiologici), della sensazione di sicurezza (livello della stabilità sociale), dell’affettività e dell’amore (livello dei bisogni affettivi), dello status e dell’amore proprio (livello dell'autostima e del rispetto) e, infine, degli strumenti necessari alla realizzazione personale. In questa prospettiva la soddisfazione dei bisogni primari conduce a maggiori aspettative nei confronti di quelli superiori e così via fino al quinto livello. La relativa insoddisfazione è il motore che ci spinge a chiedere sempre di più da noi stessi. E non c'è nulla di male in questo, sosteneva Maslow, che soleva dire ai suoi studenti che decidere di non diventare quel che si potrebbe essere li avrebbe resi infelici per il resto della loro vita. Il segreto era essere realisti ma puntare in alto: “Quel che un uomo può essere, lo deve essere” (Maslow, 1954, p. 91). Su, fino alle esperienze-picco, i momenti di intensa felicità, beatitudine, illuminazione, contemplazione, estasi. Queste non erano riservate a pochi fortunati ma erano invece nelle corde di ognuno. Ogni qual volta una persona procedeva lungo la strada dell’eccellenza personale, o si muoveva liberamente verso una condizione ideale di giustizia e virtù, era più probabile che si producesse un’esperienza-picco. Si tratta di una forma avanzata di percezione della realtà, quando il mondo e l’umanità appaiono come fondamentalmente buoni, giusti, onesti, completi, semplici ed intensamente vivi. In molti casi la descrizione dell’esperienza non era troppo dissimile da quella delle estasi mistiche e, in seguito a questo tipo di esperienza, proprio come i mistici, molte persone sentivano un intenso, incondizionato, compassionevole, sconfinato amore per il mondo e per il prossimo, scoprivano in se stessi la capacità di accettare con ironico distacco la realtà terrena ed infine avvertivano la necessità di fare qualcosa per gli altri come forma di compensazione per il dono che avevano ricevuto. 

Secondo Maslow gli attributi tipici delle persone psicologicamente e mentalmente auto-attualizzate sono: una più sofisticata percezione della realtà ed una modalità di interazione con essa più costruttiva della media, maggiormente tollerante di ambiguità ed incertezze; una minor sensibilità e vulnerabilità ai sensi di colpa e di vergogna ed all’ansia: sono più spontanei, meno condizionati dai giudizi della gente, più disponibili ad ammettere i propri difetti e a comprendere ed accettare quelli altrui; la relativa assenza di egocentrismo e la disponibilità verso gli altri; l’autonomia e la cura della propria sfera privata: sono meno dipendenti dall’incoraggiamento delle altre persone, più selettivi nelle amicizie, più innovativi e più resistenti alla pressione sociale; la capacità di sorprendersi e di assaporare la quotidianità; la tendenza ad identificarsi con l’intera umanità, pur rimanendo realisticamente consapevoli dei limiti oggettivi della specie; un carattere profondamente democratico, che ignora barriere sociali e culturali; la preferenza per circoli ristretti di intimi con i quali coltivare rapporti più profondi.

Credo che questa sia anche una descrizione piuttosto soddisfacente della personalità dei Giusti e dell’ethos ideale dei badanti e delle badanti. Anche Jung (1959) aveva stilato una lista di tratti ammirevoli di quelle che definiva “persone individuate”. Vediamoli nel dettaglio: vivono la loro vita senza preoccuparsi troppo di conformarsi alle aspettative degli altri e della società; cercano un punto di equilibrio tra l’autenticità e l’adesione a gruppi ed associazioni; sono tendenzialmente solitari ma non reclusi; sono generalmente più tolleranti, profondi, responsabili e comprensivi della media; si aprono agli altri perché non temono di perdere il controllo di se stessi; non sono egocentrici né particolarmente eccentrici, accettano i propri obblighi senza farne un dramma.

Anche qui noto una certa corrispondenza con gli attributi tipici della coscienza transpersonale dei soccorritori di Ebrei durante l’Olocausto. Proprio come i Giusti, queste persone rifiutano ruoli e distinzioni rigide. Come i mistici, le loro esperienze sono all’insegna della privatezza, dell’impersonalità e dell’universalità. Maslow potè trarre un’unica conclusione: “È sempre più evidente che questo fenomeno è una versione, più blanda, più laica e più ordinaria dell’esperienza mistica che è stata descritta così spesso da diventare quella che Huxley ha chiamato la Filosofia Perenne. In culture ed epoche diverse assume colorazioni differenti, eppure la sua essenza è sempre riconoscibile, è la stessa” (Maslow 1973, p. 64).


   

mercoledì 30 novembre 2011

Il sentimento oceanico (Etica per un Mondo Nuovo)




Tutto l’egotismo svanisce; le correnti dell’Essere Universale circolano attraverso di me; io sono parte o particella di Dio.
R.W. Emerson, “Natura”

E infatti la personalità si dissolveva come un grano di sale nel mare; ma nello stesso tempo il mare infinito sembrava essere contenuto nel granello di sale. Il granello non poteva più essere localizzato nel tempo e nello spazio. Era in uno stato in cui il pensiero perdeva la sua direzione e cominciava a girare su se stesso, come l'ago della bussola nelle vicinanze di un polo magnetico; finché si sradicava dal suo asse e cominciava a vagare liberamente nello spazio, come un nodo di luce nella notte; finché sembrava che ogni pensiero e ogni sensazione, ogni dolore e perfino la gioia fossero soltanto le linee dello spettro dello stesso raggio di luce, disintegratesi nel prisma della coscienza.
Arthur Koestler, “Buio a Mezzogiorno”

Sembrava [la moglie del collega Alfred North Whitehead] tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione  che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane.
Bertrand Russell, “The autobiography of Bertrand Russell”, vol. 1, London: Allen and UNwin, 1967.

Io sono l'amante dell'irresistibile ed immortale bellezza
R.W. Emerson, Nature

Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.
Etty Hillesum

I mistici sono accomunati dall’estensività, ossia la capacità di usare l’empatia per decentrarsi, spersonalizzarsi, accogliendo nel proprio Io ogni altro pronome personale. Qui è utile il confronto con uno dei grandi mistici sufi, Mansur al-Hallaj (858-922), la cui vita ha davvero molto in comune con quella di Socrate e di Gesù (Massignon, 1975). Al-Hallaj, dopo aver proclamato la propria consustanzialità con Dio, con il Cosmo e con gli altri esseri umani – al-Haqq, “Io sono il Reale”, “Io sono la Verità”, “Io sono Dio” – si difese dalle accuse dei musulmani ortodossi affermando che “Egli è il tutto in tutto e voi dite che Egli è lontano da me. L’oceano circonfluente non è lontano e non finisce mai” (Elenjimittam, 2001, p. 420). L’idea di individualità impersonale – o sentimento oceanico, o coscienza cosmica, o super-anima, o super-coscienza, o estasi trascendentale, ecc. – è perfettamente espressa da un suo verso: “In quella gloria non c’è ‘Io’ o ‘Noi’ o ‘Tu’. ‘Io’, ‘Noi’, ‘Tu’ e ‘Lui’ sono la stessa cosa” (Nicholson, 1914). La natura umana e quella divina si fondono e mescolano, divenendo indistinguibili: si è totalmente individuati e, al tempo stesso, totalmente partecipi.
I mistici sono in grado di espandere i confini del proprio ego fino ad includere dei totali sconosciuti; una capacità, questa, che sarà gradualmente estesa agli animali ed alle piante, perché il nostro destino, a giudicare dalle lucidissime intuizioni dei mistici, è quello di una totale compartecipazione nell'esperienza della vita sul pianeta e probabilmente nello spazio. Come ha ben illustrato Jiddu Krishnamurti, la divisione ontologico-categoriale, a partire da quella tra Soggetto ed Oggetto, è all’origine della nostra bancarotta morale. In pratica il primo processo necessario allo sviluppo di una coscienza altruistica è la costruzione di un’identità personale forte. Questo perché le persone che non si differenziano dal proprio gruppo di riferimento generano tensioni egocentrizzanti che non solo impediscono il manifestarsi di un altruismo spontaneo ma fomentano atteggiamenti discriminatori. La separazione dell’io dal “noi” è dunque più importante di quella dell’io dal “loro” (Jarymowicz, 1993).
È importante rilevare come l’ottica dell’individualità impersonale caratterizzasse anche alcune delle vittime più illustri dell'Olocausto e della guerra, come Anna Frank, Etty Hillesum, Edith Stein e Simone Weil. In tutte loro non si può fare a meno di notare un sentimento di profonda compartecipazione alle vicende umane nella loro totalità. Ne scaturisce una comprensione e condivisione universale che va oltre i confini del tempo, dello spazio e del giudizio morale sulle motivazioni dei loro stessi carnefici. Umanissime protagoniste della propria e dell’altrui vita, della propria e dell’altrui storia, queste filosofe della vita e dell’amore hanno sconfitto il progetto nazista di deumanizzazione tramite l'irradiamento di un potente narcisismo collettivo ed il sogno hitleriano di imporre una morale pre-moderna, improntata alla durezza egoista e virilista ed all’esclusivismo etnico-razziale.
Il loro maggior merito, a mio parere è stato quello di cogliere il senso più ampio della sofferenza umana, trasformandolo, esorcizzandolo e cercando di arginare nel contempo la disistima dei posteri nei confronti della storia e dell’umanità in generale. In questo senso, l’analisi attenta e perspicace della Shoah fatta da Primo Levi, sopravvissuto per poi morire suicida, risulta probabilmente incompleta senza la loro l’idea di redenzione impersonale e di coscienza cosmica, intese in un’accezione più ampia di quella cattolica. Ma quale accezione? Il punto di partenza è quello dell'accidentalità dell'Io.
È semplicemente ridicolo lasciarsi ossessionare dalle proprie radici quando, per quel che ci è dato di sapere, il nostro luogo e momento di nascita è del tutto casuale. Un mistico come Eckhart aggiungerebbe che è altrettanto sbagliato ignorare il Sé Universale per far confluire tutte le nostre energie in quest'io accidentale e provvisorio che tiranneggia noi e tiene a distanza ciò che ci circonda - tutti avranno notato come cambiano i nostri movimenti ed atteggiamenti se siamo soli o se c’è qualcun altro in una stanza, per quanto disinteressato a quel che facciamo. Per Eckhart solo la morte ci riavvicina alla sorgente originaria della creazione, che è totalmente impersonale, come nel Buddhismo. In vita, possiamo intravedere la nostra condizione oltremondana se ci tuffiamo nell’oceano della supercoscienza, la superanima di Emerson.
È il “sentimento oceanico” che lo scrittore francese Romain Rolland aveva suggerito al suo amico Sigmund Freud di investigare metodicamente, descrivendo questa sensazione come quella di “un’onda in un oceano sconfinato”. Il padre della psicanalisi, però, non potendolo esperire in prima persona, non riuscì mai a classificarlo e razionalizzarlo e lo liquidò alla stregua di una sindrome.
Stando alle descrizioni che ne danno i mistici, tra i quali il già citato Al-Hallaj, si tratta dello stato mentale che segue la parziale o totale soppressione dell'Io o comunque il suo confluire nell'oceano del Sé cosmico (o Dio) e la conseguente sensazione di unità con tutto quello che, in precedenza, si considerava “il resto”. L’oceano interiore, che è l'habitat dell'individualità impersonale, non ha nulla a che vedere con il senso di trascinamento e dispersione nelle folle oceaniche che acclamano i dittatori, se non nel senso che la possibile esistenza nella nostra specie di un meccanismo innato che ci invita alla trascendenza può facilitare la psicologia delle folle (Sironneau, 1982). Per tutto il resto questo fenomeno è diametralmente opposto a quello che mi interessa. Non a caso Emerson amava la solitudine nella natura: “Stando sul nudo terreno... il gretto egotismo svanisce. Divento un occhio trasparente; non sono nulla; vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono parte o particella di Dio ("Nature", 1844). Qui la trascendenza è intesa come la percezione di essere una parte del tutto, il quale sarebbe incompleto senza di noi. Esattamente l’opposto di quel che predicano i totalitarismi, sempre disposti a sacrificare l’individuo a maggior gloria del corpo politico o razziale.
Leggiamo un'altra testimonianza preziosa, quella del filosofo francese Pierre Hadot (2008, p. 9): “Provavo un senso di estraneità, lo stupore e la meraviglia di esserci. Nello stesso tempo, percepivo di essere immerso nel mondo, di farne parte, e che il mondo si estendeva dal più piccolo filo d’erba fino alle stelle. Il mondo mi era presente, intensamente presente. Molto più tardi avrei scoperto che questa presa di coscienza del mio essere immerso nel mondo, questa impressione di appartenenza al Tutto, era ciò che Romaine Rolland ha chiamato il “sentimento oceanico”. […] Solo molto più tardi ho scoperto che molte persone hanno esperienze analoghe, ma non ne parlano”. Persone come Plotino, filosofo e mistico neo-platonico che ricavava dalla sua disponibilità verso il trascendente l’energia e la volontà per rendersi amabilmente e calorosamente disponibile verso gli altri, sostenendo che “la natura di tutti gli esseri va accettata con dolcezza” (Hadot, op. cit. p. 91). Hadot chiama questo atteggiamento “un’aspettativa amorosa nei confronti del mondo” e riferisce che, secondo Plotino, l’essere umano può raggiungere questa condizione quando resta immobile e tutte le cose si volgono verso di lui “come un cerchio si volge verso il centro da cui emanano i raggi”. Questa è un’immagine che riporta alla mente le pratiche meditative asiatiche ma anche, e piuttosto sorprendentemente, il precetto dei Desana della Colombia, che rappresentano il saggio come un uomo ritto in piedi, a fungere da asse cosmico: “Raggiungere questo stato di riflessione, stabilizzazione ed equilibrio è l’ideale degli uomini Desana perché solo allora incontra la sicurezza data dalla comprensione della religione e della sua funzione nella vita della società”. (Sullivan, 1988: p. 382).
E non è ancor più affascinante riscoprire la medesima immagine nei Vangeli e nel “Paradiso Riconquistato” di John Milton?
Una differenza non marginale tra l’antropologia desana e l’antropologia perenne (cf. “filosofia perenne”, Aldous Huxley) per come ha preso forma nel Vecchio Mondo risiede nel fatto che la mistica a noi più familiare è una mistica dell’accoglienza, dell’appartenenza alla comunità umana (koinomia) ed include l’intera specie umana, mentre quella dei nativi americani è più localizzata, per via del relativo isolamento delle tribù indigene rispetto al resto del mondo. Detto questo, è assai probabile che gli sciamani indigeni provino il medesimo “sentimento di coappartenenza essenziale” con l’universo circostante e condividerebbero la descrizione plotiniana di “un’immersione, dilatazione dell’io in un Altro al quale l’io non è estraneo, poiché ne costituisce una parte” (Hadot, 2008, p. 12). Come per i Giusti, anche se in una forma estremamente più intensa,
si verifica un’espansione di sé (io trascendentale) a contenere il mondo circostante, verso l’infinito. Hadot, in sintonia con Simone Weil, che però non cita, suggerisce che non vi possa essere un’autentica preoccupazione per gli altri senza l’oblio del sé (Hadot, ibid., p. 147). Di nuovo il tema dell’individualità impersonale. Vediamo altre citazioni. “Tutto ciò che mi circondava sembrò essersi all’improvviso ritrovato dentro di me. L’universo intero pareva dimorare in me (Forrest Reid, cf. Hulin 2000, p. 47). “Le frontiere tra il mio corpo e il mondo svanivano o, piuttosto, parevano non essere state altro che un’allucinazione della mia ragione che si scioglieva al fuoco dell’evidenza” (ibid., p. 50). “Ero in tutto ciò che è stato, che fu e che sarà; ora mi rendo conto che l’uomo è la misura dello spazio e del tempo, niente esiste prima o dopo, ma tutto è presente simultaneamente” (p. 52). “Io sono una particella dell’universo. L’universo è felice in me” (p. 84). Sento dentro di me e attorno a me una solleticante infinita rispondenza” (p. 88). La testimonianza di un giovane psichiatra che si prestò a fare la cavia in un esperimento clinico sugli effetti dell’LSD ci riporta all’universo morale dei Giusti. Parla della “essenziale bontà presente in ogni individuo” e di una “vasta unità amichevole, calda, protettrice”: “La mia sensazione era che, una volta spogliati delle difese e di tutti i detriti che, per così dire, accumulano nel corso della loro esistenza, gli uomini risultano fondamentalmente fratelli. […]. Mi sembrava che tutti fossero miei amici o, almeno, lo sarebbero stati se avessero potuto spogliarsi delle armature e ridursi al loro nucleo essenziale. […] Questa verità sembrava comunicarmi che in un certo qual modo, un filo, o un pensiero o un legame qualunque collega le nostre persone o, se si vuole, le nostre anime” (p. 116). L’agape, l’amore puro; evocato da Vito Mancuso per onorare un soldato tedesco che si lasciò fucilare assieme a dei civili jugoslavi dopo essersi rifiutato di partecipare al plotone di esecuzione che li doveva massacrare come rappresaglia per l’uccisione di alcuni soldati tedeschi da parte dei partigiani (Mancuso, 2008). Lo stato di perfezione dell’essere umano che, per parafrasare Weil, non può fare a meno di amare, come lo smeraldo non può cessare di essere verde. Una persona che si disidentifica, preparata ad assumere una, nessuna, centomila identità e personalità diverse, senza lasciarsi tiranneggiare dalla sua identità convenzionale. L’impersonalità, o infinitezza, è il segreto per una socialità nella sua forma più alta, per un’umanità possibile: interconnessa e corale, indivisa e completa, compassionevole, equanime e libera. Non le identificazioni totemiche della nazione, del partito, della squadra, dell’etnia o della religione, non l’idolatria tribale dell’amor patrio e dell’amore per un dio creato a propria immagine e somiglianza e non vice versa. Non queste false promesse di immortalità, ma l’abolizione delle stesse. Un’individualità di prima mano, autentica, auto-determinata, decentrata e decreata, non frammentata né soggiogata, prestata, o affidata ad un guru, ad un leader, ad un padre spirituale, alla cieca collettività di un gregge di fedeli, con le relative delimitazioni tra credenti e non credenti ed il codazzo di sospetti, sfiducia, paura, odio, violenza. Un’individualità i cui contorni sono posti in risalto proprio da un vuoto inatteso, causato dall’assenza di considerazioni personali dettate da superficialità, vanità, arroganza, narcisismo e complessi di inferiorità. Questa è la radicale rivoluzione dello spirito che si dovrà intraprendere nel Mondo Nuovo ed è l’unica che può funzionare, perché tutte le altre sono state tentate ed hanno evidentemente e miseramente fallito

L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene

giovedì 3 novembre 2011

Perché sono un anarchico



Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell’interesse generale.
Pierre Joseph Proudhon -"Idée Générale de la Révolution au XIXe Siècle”, 1851.

Non si sente di dire a nessuno di fare come lui. Ognuno ha la sua vita e se la gestisce, per quanto può, come gli sembra giusto. E quando il momento è supremo, di vita o di morte, appunto, meno che mai un parere, un consiglio, può venire da un altro. Meno che mai – certo – un ordine. Di questo, almeno, è sicuro: nessuno può ordinare, comandare, di uccidere un altro. Sarà contro le regole degli eserciti, delle guerre, degli Stati, ma su questo, ripete, non ha dubbi.
Mario Spinella, Lettera da Kupjansk

L’odiosa maschera è caduta, resta l’uomo, senza scettro, libero, senza limiti, uomo soltanto, uguale, senza classi, senza stirpe o nazione, libero da timori, venerazioni, titoli, sovrano di se stesso, giusto, mite, saggio.
Percy Bysshe Shelley

Before our white brothers arrived to make us civilized men,
we didn't have any kind of prison. Because of this, we had no delinquents.
Without a prison, there can be no delinquents.
We had no locks nor keys and therefore among us there were no thieves.
When someone was so poor that he couldn't afford a horse, a tent or a blanket,
he would, in that case, receive it all as a gift.
We were too uncivilized to give great importance to private property.
We didn't know any kind of money and consequently, the value of a human being
was not determined by his wealth.
We had no written laws laid down, no lawyers, no politicians,
therefore we were not able to cheat and swindle one another.
We were really in bad shape before the white men arrived and I don't know
how to explain how we were able to manage without these fundamental things
that (so they tell us) are so necessary for a civilized society.
John (Fire) Lame Deer, Sioux Lakota - 1903-1976

Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un'affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”

Non basta sopravvivere, occorre esserne degni.
Ammiraglio Adamo, Battlestar Galactica

Per anarchismo s’intende la libertà responsabile dell'individuo autonomo/non eterodiretto che, in quanto moralmente/spiritualmente maturo, si autodisciplina.
L’anarchismo è un modello socio-politico che distribuisce il potere politico (stato) ed economico (impresa) tra tutti e pone fine alle ingiustizie. Anarchia è auto-organizzazione, un ordine che nasce dall’autodisciplina, come nelle arti marziali.
Un’altra definizione di anarchismo: agisci in modo tale che non ci sia bisogno di uno stato.

Certi anarchici sono violenti e distruggono la proprietà pubblica e privata, altri, come il sottoscritto, no. Gli anarchici violenti giustificano le loro azioni affermando che le vittime quotidiane dell’attuale sistema sono innumerevoli e che in una società anarchica non ci sarebbe bisogno di distruggere alcunché, mentre la distruzione è costitutiva del modello capitalista. Io ribatterei che la violenza autorizza il potere centrale a prendere misure discrezionali che danneggeranno tutti. Non s’impone l’anarchismo a chi non lo vuole o non è pronto a viverlo e chi vuole imporlo viola lo spirito anarchico: è anti-anarchico tanto quanto la Chiesa è anticristiana.
L’anarchismo privilegia la libertà di tutti, il libertarismo (di destra) solo quella dei ricchi e potenti.
Una società anarchica si fonda su una confederazione di collettivi/comunità e sulla nomina di delegati su base locale, regionale e planetaria. La forza è solo l’extrema ratio. Per migliaia di anni gli esseri umani sono vissuti come cacciatori e raccoglitori, ossia in società essenzialmente anarchiche. Più recentemente ci sono stati esperimenti in Catalogna, durante la guerra civile spagnola, e nel Caucaso durante la Rivoluzione Russa. Esperimenti calpestati dalla furia dei franchisti e soprattutto dei comunisti.
L’anarchico promuove la democrazia diretta (a patto che non si tramuti in tirannia della maggioranza) e lo sciopero come metodo di resistenza nonviolenta (leggi: meno violenta). L’anarchico è contrario alla proprietà privata ma non è a favore del comunismo: difende la proprietà personale, cioè a dire ciascuno dovrebbe possedere le sue cose ma non controllare beni che non usa o che condizionano la vita altrui (proprietà comuni), escludendo gli altri dall’usufrutto.
L’anarchismo condanna il lavoro salariato che attribuisce a qualcuno il controllo delle persone.
Il principio centrale dell’anarchismo è l’assunzione di responsabilità personale ed il ripudio della necessità di controllare il comportamento altrui. Attualmente tutti sembrano più impegnati a predicare bene e razzolare male.
A dispetto di quel che si potrebbe immaginare, l’anarchismo è antropologicamente pessimista almeno quanto è ottimista. Infatti non nutre una fiducia assoluta nella specie umana: proprio per questo cerca di frammentare il potere, in modo da tenerlo meglio a bada. L’idea che un nucleo di illuminati (non delegati) possa gestire il bene comune è anatema: è considerata una sventurata illusione dettata da una drammatica carenza di auto-consapevolezza ed ignoranza delle vicende storiche.  
L’anarchico non crede in un’armonia stabile, ma nella mutevolezza. L’armonia risulta da un continuo aggiustamento e riequilibrio tra una pluralità di forze ed influenze e ciò è più facile che avvenga se il potere non ne privilegia alcuna a discapito delle altre. Le associazioni e i club funzionano PIÙ O MENO come comunità anarchiche.
La figura geometrica che rappresenta l’anarchismo è la sfera, in cui tutti i punti sono equidistanti dal centro (il divino in noi, per chi ci crede – come in un ologramma). La piramide è l’antitesi dell’anarchismo e rappresenta un’organizzazione sinarchica, che è quella dominante su questo pianeta e presumibilmente su milioni di altri pianeti (essendo la più banale: il forte domina).
Sinarchia è, rifacendomi a Nietzsche, aristocrazia dello spirito e del sangue, contro il suffragio universale, è gerarchia dei poteri (morali, mentali e fisici). Ciò che determina il lo status in una sinarchia è l’ammontare di potere che rappresenti e la volontà di potenza: “L’ordine delle caste, la successione gerarchica delle classi, esprime la suprema legge della vita stessa” (L’Anticristo). "Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri"; "la vita vive sempre a spese di un'altra vita; chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l'onestà” ("Volontà di Potenza").
In questo senso Socrate, che contesta un potere fondato sull'ignoranza ma convinto di detenere il sapere ultimo, è anarchico.
La contrapposizione è ben espressa da due massime:
"Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso"
"Look like the innocent flower, But be the serpent under it"
(Shakespeare - Macbeth)
Siate avveduti come serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10: 16)

ORGANIZZAZIONE SOCIALE ANARCHICA
Comunità auto-organizzate, cooperative alimentari, reti di solidarietà, democrazia diretta a livello locale, organizzazioni autonome che coesistono dialetticamente con lo stato. Un esempio sono le autonomie municipali zapatiste nel Chiapas: la popolazione controlla l’area attraverso comunità democratiche, ignorando i consigli municipali o fingendo di riconoscerne l’autorità. Questo tipo di organizzazione, egalitario, orizzontale, consensuale, fornisce alle persone di che vivere ed al tempo stesso è fortemente politico, attivista, sensibilizzatore, partecipante, ostile al capitale ed allo stato perché consapevole delle cause dell’esclusione e della marginalizzazione.
Un altro esempio è l’autogestione operaia delle fabbriche in Argentina.
A Parigi, dove gli affitti sono insostenibili, la gente si appropria degli edifici abbandonati. Servono reti di assistenza e mutualità che consentano alla gente di sopravvivere all’austerità e disoccupazione e focalizzino la loro rabbia contro i responsabili del disastro, non contro dei capri espiatori, come i capponi di Renzo Tramaglino che si beccavano tra loro, senza capire chi fosse il vero nemico.

L’anarchico non aspetta che una nuova disposizione di legge rimedi ai mali della società. Preferisce rimboccarsi le maniche.
L’anarchismo è un’utopia e chi scrive crede che metterlo in pratica di questi tempi sarebbe pura follia 
Tuttavia all’epoca del feudalesimo nessuno si sarebbe immaginato che un giorno ci sarebbero stati democrazia rappresentative a suffragio universale, eppure le abbiamo ottenute. Il futuro non è già stato scritto, tutto è possibile.

ETICA ANARCHICA
Ascoltare quel che diciamo e che dicono gli altri invece di parlare a nome di altri o lasciare che altri parlino a nostro nome. Essere solleciti verso il prossimo non per spirito caritatevole ma perché riconosciamo che facciamo tutti parte di una medesima sfera eco-sociale. Essere il più possibile gentili e tolleranti verso il prossimo non per spirito caritatevole (presunzione) ma perché riconosciamo che siamo tutti qui per imparare e che nessuno può dire cosa noi o chiunque altro sarà in grado di fare.
Simone Weil ha descritto molto bene lo spirito etico dell’anarchismo, parlando di amicizia: una società di uomini liberi, uguali e fratelli, in cui ciascuno ama il prossimo come se stesso – niente è più odioso dell’umiliazione e della degradazione dell’uomo da parte dell’uomo, nulla più dolce e bello dell’amicizia. L’amicizia ha un carattere universale, consiste nell’amare una persona in quella maniera che sarebbe auspicabile nei confronti di ogni anima che costituisce la nostra specie. C’è la volontà di preservare l’autonomia altrui e la nostra. Si mantiene e si rispetta la distanza. Ci si appella al suo consenso, un consenso informato. Il lavoro diventa allora l’azione attraverso cui una persona ricrea la sua vita, ricrea l’universo intorno a se stesso, si libera dai vincoli naturali. Per Weil (e per me) serve una civiltà fondata sulla natura spirituale del lavoro. Non lavoro ma creazione. Una società di persone individualizzate (cf. Jung), mature ed evolute. Al posto dell’autorità si ha un coordinamento sociale, ma non governanti. Il senso del giusto, il senso etico, fuoriesce dall’individuo e permea la società che lo riflette verso l’individuo. L’unica legge è la legge dell’empatia: auto-organizzazione ed energia infinita, armonia spontanea senza un’Intelligenza Artificiale che ne imponga una tipologia specifica; no all’automazione.

ANARCHISMO NEL TRENTINO DEL TERZO MILLENNIO?
In Trentino ci sono tutti gli ingredienti per creare una società anarchica: autonomia, federalismo interno (non ancora ben sviluppato), associazioni di volontariato, casse rurali (meglio quelle di un tempo), sistema cooperativo, società tendenzialmente egalitaria, tradizione dei beni comuni. Il problema è che siamo inseriti in una cornice mondiale sinarchica (gerarchica e centralizzata) e che la natura umana ci impedirà di realizzare una tale società ideale. Possiamo comunque sforzarci di tendere verso questo ideale: come il passato è radicalmente diverso dal presente, non è impossibile che il futuro sia radicalmente diverso dal presente. Si tratta di scegliere: o la via della piramide (gerarchia-centralismo) o la via della sfera (uguaglianza-decentramento). Il Trentino ha gli spigoli molto smussati: promette bene.

CITAZIONI ANARCHICHE
BAKUNIN: “Sono un amante fanatico della libertà, la considero l’unica condizione nella quale l’intelligenza, la dignità e la felicità umana possano svilupparsi e crescere; non la libertà concepita in modo puramente formale, limitata e regolata dallo Stato, un eterno inganno che in realtà non rappresenta altro che il privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù degli altri; non la libertà individualista, egoista, meschina e fittizia esaltata dalla Scuola di J.J. Rousseau e da altre scuole del liberalismo borghese, convinte che lo Stato, limitando i diritti di ciascuno, dia la possibilità di diritti a tutti, un’idea che invece conduce solo alla riduzione a zero dei diritti di ciascuno”.
“Finora la storia umana è stata solo una perpetua e sanguinosa immolazione di milioni di poveri esseri umani in nome di qualche miserabile astrazione: Dio, nazione, potere dello Stato, onore nazionale, diritti storici, diritti giuridici, libertà politica, stato sociale”.
“una persona è forte solo quando si erge sulla propria verità, quando parla e agisce a partire dalle proprie convinzioni. Allora, in qualunque condizione si trovi, saprà sempre ciò che va fatto e detto. Potrà cadere, ma non disonorerà se stesso e le sue cause”.
Il potere del pensiero indipendente è il potere della libertà: non essere ragionevoli, non accettare pedissequamente quel che gli altri dicono, ma pensare ed agire da se stessi.
“Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere gli altri esseri umani? Allora assicurati che nessuno eserciti il potere”.
“Libertà senza socialismo è privilegio ed ingiustizia, socialismo senza libertà è schiavitù e brutalità”.
“La mia libertà è la libertà di tutti, poiché non sono veramente libero nel pensiero e nei fatti, eccetto quando la mia libertà e i miei diritti sono confermati e approvati nella libertà e nei diritti di tutti, che sono miei pari”.
NOAM CHOMSKY: “L’anarchia, a mio modo di vedere, esprime l’idea che la prova di validità debba ricadere sempre su quelli che argomentano che il dominio e l’autorità sono necessari. Nella natura umana ci sono elementi di fondo quali i sentimenti di solidarietà, di mutuo soccorso, di simpatia, di sostegno per gli altri. I kibbutz israeliani, per un lungo periodo, si sono retti su principi anarchici, e cioè: autogestione, controllo diretto dei lavoratori nella gestione dell’impresa, integrazione dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi e partecipazione e prestazione personali nell’autogoverno. Quel che viene chiamato capitalismo è nei fatti un sistema mercantile corporativo, con forti e soprattutto inesplicabili tirannie private che esercitano un vasto sistema di controllo sui sistemi economici, politici, sociali e culturali; tirannie che operano in stretta collaborazione con gli stati più potenti che intervengono massicciamente nell’economia nazionale e nella società internazionale”. “Ogni interazione tra esseri umani che sia più che personale – ossia che assuma una qualche forma istituzionale – nella comunità o sul posto di lavoro, in famiglia, nella più ampia società, qualunque essa sia, dovrebbe essere sotto il controllo diretto dei suoi partecipanti”.
“Se per sinistra si intendesse bolscevismo allora mi dissocerei senza indugio dalla sinistra. Lenin è stato uno dei più grandi nemici del socialismo”.
“Se abbiamo istituzioni che fanno dell’avidità/meschinità l’unica caratteristica distintiva degli esseri umani e la incoraggiano a spese delle altre emozioni ed attaccamenti umani, avremo una società fondata sull’avidità. Una società diversa sarebbe organizzata in modo tale che altre emozioni diventassero dominanti: come la solidarietà, il sostegno, la simpatia”.
Noam Chomsky su anarchismo, democrazia, marxismo e leninismo, capitalismo e il futuro:
ERRICO MALATESTA: l’anarchismo nasce come “rivolta morale contro l’ingiustizia sociale”. “La solidarietà è l’unico ambiente in cui l’uomo può esprimere la sua personalità e realizzare il suo sviluppo ottimale e godere del benessere più ampio possibile”. Questo “ritrovarsi di ciascuno per il benessere di tutti e di tutti per il benessere di ciascuno” dà come risultato “la libertà di ognuno di non essere limitato da, ma completato – anzi, di trovare la necessaria ragion d’essere – nella libertà altrui”.
EMMA GOLDMAN: “l’anarchismo è l’unica filosofia che conduce l’uomo alla coscienza di sé, che afferma che Dio, lo Stato e la società non esistono, che le loro promesse sono spurie e vuote, visto che possono essere mantenute solo attraverso la subordinazione dell’uomo. L’Anarchismo è quindi l’insegnante dell’unità della vita, non solo nella natura, ma anche nell’uomo. Non c’è conflitto tra l’individuo e gli istinti sociali, non più di quel che c’è tra cuore e polmoni: l’uno contiene la preziosa essenza vitale, l’altro l’elemento che mantiene questa essenza pura e forte”.
“Come essere se stessi e nel contempo in unità con gli altri, sentirsi parte di tutti gli essere umani mantenendo però le proprie qualità caratteristiche”. “Una società in cui il potenziale di ogni individuo non sia realizzato a spese degli altri”.
“Non è solo il governo nel senso dello stato che è distruttivo di ogni valore e qualità individuale. È l’intero complessa autorità e dominazione istituzionale che strangola la vita. È la superstizione, il mito, la simulazione/finzione, i sotterfugi e la remissività che supportano l’autorità e la dominazione istituzionale”.
CLIFFORD HARPER: “gli esseri umani sono al loro meglio quando vivono liberi dall’autorità, decidendo le cose tra di loro invece di essere comandati”
PERCY BYSSHE SHELLEY: “L’uomo d’anima virtuosa non comanda né obbedisce: il potere, come una devastante pestilenza, inquina qualunque cosa tocchi mentre l’obbedienza, flagello di ogni genio, virtù, libertà, verità, fa degli uomini schiavi e, del corpo umano, un automa meccanizzato”.
ALEXANDER BERKMAN: “chiunque ti dica che gli anarchismi non credono nell’organizzazione stanno dicendo fesserie. L’organizzazione è tutto e tutto organizzazione. La vita intera è organizzazione, consapevole o meno…Ma c’è organizzazione ed organizzazione. La società capitalista è organizzata così male che i suoi vari membri soffrono: proprio come quando hai un dolore da qualche tua parte, tutto il tuo corpo duole e sei malato…neanche un singolo membro dell’organizzazione o dell’unione può essere discriminato impunemente, soppresso o ignorato. Farlo significherebbe ignorare un dente dolente: ti ammaleresti del tutto”.
ROBERT CHARLES BLACK JR. (BOB BLACK): “Se passi gran parte della tua vita cosciente prendendo ordini e baciando culi, se ti abitui alle gerarchie, diventerai passivo-aggressivo, sado-masochista, servile ed inebetito e porterai con te quel fardello in ogni aspetto della tua esistenza” [Secondo me ogni decisione che ci conduca lontano da questo stato desolante è intrinsecamente virtuosa].
(The Abolition of Work and other essays, pp. 21-2): “sei quello che fai. Se fai un lavoro noioso, stupido e monotono, è probabile che finirai per essere noioso, stupido e monotono. Il lavoro è una spiegazione migliore dello strisciante cretinismo che ci circonda rispetto ai meccanismi rimbambenti della televisione e dell’educazione. Persone che sono state irreggimentate per tutta la vita…sono abituate alla gerarchia ed ad essere psicologicamente servili. La loro attitudine all’autonomia è così atrofizzata che la loro paura della libertà è tra le poche loro fobie che hanno un fondamento razionale. La loro obbedienza sul lavoro si riverbera nelle famiglie che costruiscono,e così riproducono il sistema in più di una maniera, e poi in politica, nella cultura e in tutto il resto. Una volta che prosciughi la vitalità delle persone al lavoro, è probabile che si sottometteranno alle gerarchie ed alla presunta competenza in tutto. Sono abituati a farlo”.
ENRICO PEYRETTI: “Virtù del comando? Macché virtù, comanda­re è un difetto, una carenza. Dove c’è bisogno di coman­do e di obbedienza c’è umanità incompiuta, primitiva. Comando ed obbedienza sono un ritardo di civiltà. Non per nulla comando ed obbedienza sono termini eminen­temente militari, cioè primitivisti. Di comandare, io mi sono sempre vergognato e rifiutato. Facendo l’insegnante, ho dovuto anche proporre con insistenza, all’interno del dialogo, l’esperienza di chi ha lavorato precedentemente e ha sperimentato dei metodi che chi arriva ora può non saper apprezzare adeguatamente subito. Ma imporre mi fa ribrezzo. È degradante per chi impone e per chi subi­sce. Il comando suscita la disobbedienza, come la legge provoca il peccato, dice san Paolo (Romani, 7). Comandare è una concupiscenza anche più avida della sensualità, come dice un colorato proverbio napoletano. Perciò è un peccato, è un’offesa. Un genitore si trova nella necessità di comandare e proibire alcune cose al bambino, ma ap­punto fin quando è bambino, cioè sempre meno. Nessun genitore sensato lo fa con piacere. È dunque una neces­sità primitiva, transitoria, da abbandonare il più presto possibile. Il piacere di comandare è vergognoso più delle porcherie. Fermarsi nel comando è una fissazione, un ar­resto dell’evoluzione umana”.
VOLTAIRINE DE CLEYRE: “L’anarchismo insegna la possibilità di una società in cui i bisogni vitali di tutti sono soddisfatti ed in cui le opportunità per un completo sviluppo della mente e del corpo siano patrimonio di tutti…Insegna che l’organizzazione attuale della produzione e distribuzione della ricchezza è ingiusta e va distrutta e sostituita con un sistema che assicuri a ciascuno la libertà di lavorare, senza prima cercare un padrone al quale sottomettersi”. “Tutto falso e superfluo questo spreco di vita umana, di ossa e tendini, di cervello e cuore, questa trasformazione delle persone in stracci umani, spettri, miserevoli caricature delle creature che dentro di sé hanno il potenziale di essere, dal giorno in cui sono nate; ciò che chiamiamo economia, l’ammassamento di cose, è in realtà la spesa più spaventosa – il sacrificio del creatore alla sua creazione – la perdita di tutti i più fini e nobili istinti in cambio dell’acquisizione di un attributo rivoltante, il potere di contare e di calcolare”.
PETER KROPOTKIN: “Non è per amore del mio vicino che sono spinto ad afferrare un secchio d’acqua ed a lanciarmi nella sua casa in fiamme: è un sentimento molto più largo, benché più vago; un istinto di solidarietà e di socievolezza umana”.
“Come i socialisti, gli anarchici sostengono che la proprietà private della terra, del capitale e della macchine abbia fatto il suo tempo e che sia condannata a scomparire e che tutti i requisiti per la produzione debbano essere e saranno la proprietà comune della società, gestita coordinatamente dai produttori di ricchezza”.
“L’anarchismo aspira alla massima concordia tra individui, società e natura”.
“Sia i governati sia i governanti sono rovinati dall’autorità; sia gli sfruttati sia gli sfruttatori sono rovinati dallo sfruttamento”. “Ogni tiranno nutre risentimento verso i suoi doveri. È relegato a trascinare il peso morto del potenziale creativo dormiente dei sottoposti per tutta la durata della sua escursione gerarchica”.
Difetto più grave dell’individualismo: “l’impossibilità per l’individuo di raggiungere un pieno sviluppo nelle condizioni di oppressione delle masse da parte delle “belle aristocrazie”. Il suo sviluppo rimarrebbe unilaterale”.
“Non continuiamo a dire che l’unico mezzo per rendere uomini e donne meno rapaci ed egoistici, meno ambiziosi e servili allo stesso tempo è eliminare quelle condizioni che favoriscono la crescita dell’egotismo e della rapacità, del servilismo e dell’ambizione?”
PROUDHON: “Il sistema centralizzato va bene per quel che riguarda le dimensioni, la semplicità e la costruzione; ma manca di una cosa: l’individuo non appartiene più a se stesso in questo sistema. Non percepisce il proprio valore, la sua vita e nessun lo tiene nel minimo conto”

OBIEZIONI ALL’ANARCHIA
La gente sarà meno incentivata a lavorare in una società anarchica? L’assenza di governo non farà sì che il più forte domini i deboli? Il processo decisionale democratico non risulterà troppo conflittuale, portando all’indecisione ed al governo della plebe (la regola delle moltitudine)? L’anarchismo richiede esseri umani perfetti per funzionare? La maggior parte della gente non è troppo stupida, ignorante ed egoista per far funzionare una società anarchica?
Tutte queste obiezioni sono fondate.
O si verifica un’apocalisse (“disvelamento”), una Grande Trasformazione della coscienza umana, oppure l’anarchismo resterà un’utopia.

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