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sabato 5 novembre 2011

È tutta una questione di coscienza





Vi erano e vi sono persone che vedono nella cultura la semplice conservazione di determinate tradizioni e che quindi ritengono di dover porre dei limiti al rinnovamento attraverso avvedute manovre di indirizzo. In tutti questi casi si pone la persona in funzione della cultura (invece che il contrario), oppure si abusa della cultura utilizzandola come arma contro la persona. A me pare che in realtà la cultura sia, al pari della maturità, un necessario completamento (compimento?) della personalità, senza il quale responsabilità individuale e democrazia non sarebbero nemmeno pensabili. Cultura è in ultima analisi capacità autonoma di valutare, comprensione di sé e del presente, senso delle cose e della storia, creatività umana, coraggio delle proprie idee e accettazione dei propri limiti. Se la cultura è un valore essenziale per l'umanità, allora a ciascuno dovrà essere data la possibilità di 'fare' cultura, e non di 'essere riempito' di cultura.

Alexander Langer, “Segni dei tempi”, 1967

Di dove sei? Nonostante la domanda mi sia stata rivolta un migliaio di volte non riesco mai a rispondere con prontezza… le mie risposte non sono mai uguali o meglio identiche. Dipende dall'ora, dalla stagione, dalle circostanze e comunque dalla persona che mi  rivolge la domanda... A ciascuno concedo una tessera di un mosaico che forse mi rappresenta, ma del quale so di ignorare la forma definitiva…. Tutto mi sembra irritante delle tre parole che compongono questa domanda “Di dove sei?” irritante, perché la trovo una misura coercitiva di definire quello che non voglio più, mai più definire: una mia identità. Anche linguisticamente la cosa mi disturba. Il genitivo, il “di” significa appartenenza, dipendenza, soggezione. “Di dove mi pare” vorrei rispondere. […]. Forse questo capita solo a me. Per altri il “Di dove sei?” è rassicurante, toglie dall'angoscia di essere di nessun posto, il desiderio di proclamare che in verità si è, cioè si è terminato di migrare, di vagare, si è diventati sedentari. […]. Mia è la speranza di un futuro nel quale si potrebbe rispondere: io sono una forma mutabile nello spazio e nei tempi. E il dove è in me, non io sono di un dove.
Brunamaria Dal Lago Veneri, “Di dove sei? Un problema di identità”

Dall'ondeggiante oceano, la folla, venne teneramente a me una goccia, mormorando Io ti amo, tra non molto morirò ho fatto un lungo viaggio solo per guardati, toccarti, perché non potevo morire sinché non ti avessi parlato, perché temevo di poterti poi perdere. Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi, ritorna in pace all'oceano mio amore, anch'io sono parte di quell'oceano amore, non siamo così separati, considera il grande globo, la coesione del tutto, quanto è perfetta! Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci, e se per un'ora ci tiene lontani, non potrà tenerci lontani per sempre; non essere impaziente - un istante - sappi che io saluto l'aria, l'oceano e la terra, ogni giorno al tramonto per amor tuo, amore.
Walt Whitman, “Foglie d’Erba”

Oggi la civiltà occidentale è riuscita nella mostruosa impresa di ostracizzare la spiritualità dal dibattito pubblico. Quella spiritualità che ha guidato i passi di Dag Hammarskjöld, mistico e segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati consecutivi, tra il 1953 ed il 1961, di Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, mistica e così dotata per la matematica e la statistica da diventare la prima donna ad essere accolta nella Royal Statistical Society e nell’American Statistical Association, di Aung San Suu Kyi, George Washington, James Madison, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln, Martin Luther King, Nelson Mandela, i “nostri” Aldo Moro e Alexander Langer. Siamo arrivati a despiritualizzare Immanuel Kant e Montesquieu, due pensatori mirabili e vivacemente spirituali. Anche l’esoterismo spiritualista di Goethe infastidisce, ma agli artisti si concede molto di più che a tutti gli altri. Si può essere religiosi, ma l'idea di spiritualità è associata irrimediabilmente alla New Age. Questo, purtroppo, è il sintomo del precario stato di salute della civiltà umana - non solo della sua porzione cosiddetta "occidentale" - in una fase declinante del suo percorso.    
I grandi statisti del passato, quelli che ci hanno dato le nostre costituzioni, non erano degli ingenui idealisti. Avevano ben presente l'onnipervasività dell'avidità, dell'ignoranza, della stoltezza, dell'odio, dei pregiudizi, della violenza umana. Per questo crearono dei sistemi che potevano tenere a bada il peggio della natura umana e nel contempo dare l'opportunità ai più ispirati di partire alla ricerca del proprio “Graal”, della crescita spirituale, del “Cristo interiore”, come lo chiamava William Penn, mentre Lincoln preferiva definirli “i migliori angeli della nostra natura”.
Ciò che li accomunava era un’enorme forza di carattere e pochissime pretese di pubblica gratitudine. Queste persone, così intimamente ma profondamente spirituali, hanno cambiato la storia delle loro rispettive società. Erano enormemente interessati alle grandi questioni dell’umanità, non solo all’analisi politica ma anche alle riflessioni filosofiche, esistenziali, spirituali. Erano esseri umani pieni di difetti, ma con uno spessore e si sforzavano di essere obiettivi, di rifuggire la faziosità. Coltivavano l’idea di una nazione esemplare (Stati Uniti), o redenta (Italia), o pacificata (Alto Adige), assieme agli ideali morali, allo sforzo di auto-miglioramento, alla virtuosità, alla ricerca del consenso e del compromesso, alla disponibilità ad ascoltare gli altri. La convinzione che fosse necessario emanciparsi dalla tirannia dei dogmi religiosi non li rendeva meno spirituali e religiosi.
La coscienza non è un'invenzione, non è un prodotto del condizionamento sociale. Esiste dentro di noi, nella nostra psiche, un potere, una forza che ci consente di discernere i valori reali del bene e del male, del giusto e dello sbagliato e che si manifesta attraverso l’empatia. L'egocentrismo neutralizza in parte questa capacità che possediamo fin dalla nascita. Non siamo semplici animali complessi con cervelli complessi, non siamo scimmie nude e chi lo pensa non è in grado di capire la differenza tra un chicco d’uva spremuto e un Barolo. A prescindere dalla difficoltà con la quale possiamo entrare in contatto con la nostra coscienza, è essenziale provare a farlo, come invitavano a fare, tra gli altri, Socrate, Gesù, il Buddha e l’Emerson di “Oversoul”, che si apre con queste parole: “La nostra fede va e viene a momenti; il vizio è un’abitudine. Eppure c’è una profondità in questi momenti che ci obbliga ad attribuire loro maggiore realtà rispetto ad altre esperienze… Sono costretto in ogni momento a riconoscere un’origine più alta della mia volontà”.
Non si può essere spiritualmente liberi se non si è raggiunto un sufficiente livello di comprensione dell’etica, dell’integrità e della giustizia. Chi non compie questo sforzo resterà schiavo dei suoi appetiti (che gli parranno irresistibili e giustificati) e della dominazione altrui (che gli parrà parimenti irresistibile e giustificata). Per questo il principale obiettivo dei dominatori è sempre stato quello di indurre le persone a concentrarsi sulle questioni materiali e superficiali, a detrimento di quelle spirituali, dell’educazione come Bildung, come autorealizzazione integrale, nel corpo e nell’anima (coscienza).
È mia opinione che i nostri problemi, tutti i nostri problemi si risolvono a partire dal basso, dalle coscienze di delle persone ordinarie. Gli interventi dall’alto funzionano solo se esiste già un certo tipo di presa di coscienza di una massa critica di persone. La coscienza è il mezzo con cui comprendiamo il mondo. “Leggiamo” la natura, la società e le motivazioni umane non come sono ma come la coscienza ci permette di interpretarle. Per questo è importante far circolare idee nuove che mettano in discussione ciò che si è dato troppo spesso per scontato e non lo è.
Penso che quasi nessun antropologo contesterebbe l’idea che le culture sono espressione della coscienza umana e che la coscienza umana evolve assieme alle culture. Io mi spingo oltre. Nell’etimologia del termine – dal latino “conscire”, cum+scire, conoscere accuratamente, essere consapevole – va enfatizzata la particella intensiva “cum”, con il significato di “assieme”. Nel senso che gli esseri umani sono diventati coscienti assieme, non per un accidente del caso o un intervento divino, ma perché hanno cominciato a condividere in modo sistematico le loro conoscenze. Gli albori della scienza potrebbero dunque coincidere con la nascita (l’insorgere) della coscienza umana. Grazie all’attenzione, all’introspezione, alla conoscenza ed alla comunicazione ci possiamo interrogare e spesso trovare risposte e trasmetterle agli altri. Solo la specie umana ha raggiunto questo livello di coscienza.
Ma cos’è la coscienza? Come la cultura, è difficile definirla. Grosso modo, equivale alla “presenza di spirito”, ma ciò serve solo a spostare il problema della definizione, non a risolverlo. Agostino di Ippona diceva del tempo: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Dobbiamo dunque rassegnarci?
Il dizionario Devoto-Oli offre questa definizione: “La facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino; consapevolezza valutativa”. Mi pare un po’ riduttivo, troppo facile da confondere con “consapevolezza”. Allora, forse, consapevolezza e coscienza sono sinonimi? La coscienza è una “consapevolezza valutativa”?
Io penso che la consapevolezza sia un attributo della coscienza e che la mente sia un suo sinonimo. Per coscienza, quindi, dovremmo intendere il complesso dell’attività mentale (ragionamento, sensazioni, emozioni ed impressioni, memoria, intenzionalità, immaginazione, giudizio, introspezione, autocontrollo, autocoscienza) di un essere vivente, cioè a dire il nesso tra genotipo, ambiente naturale e contesto socio-culturale. Essa include l’insieme di parametri che definiscono l’esperienza soggettiva, fisica e mentale, della realtà. Se questi parametri fossero modificati, la realtà ci apparirebbe sensibilmente diversa (come quando un miope indossa gli occhiali, o li toglie). Ne consegue che al variare della coscienza varia anche l’auto-percezione e la comprensione di noi stessi e che perciò non esiste alcun sé permanente, a dispetto di quel che scegliamo di credere: è dunque possibile che i buddisti (e neoplatonici) abbiano avuto ragione fin dall’inizio. Ne consegue che è la coscienza a determinare l’identità di una persona e che questa è in costante ricalibrazione (in divenire). È sempre alla coscienza che vanno imputati libero arbitrio (intenzionalità), attenzione e consapevolezza (conoscenza) e condotta morale (etica). Non è certo un caso che in numerose lingue i termini che indicano coscienza, conoscenza e coscienza morale siano morfologicamente interconnessi.
Una coscienza immersa nella realtà non può che essere soggettiva. Solo la misura più ampia possibile di trascendenza – grazie all’empatia, un parziale distacco da me stesso – conferisce obiettività alle mie osservazioni. Allora una coscienza in espansione è più obiettiva di una coscienza costretta. Infatti, come abbiamo visto, la parola “coscienza” deriva dal verbo latino conscire (et. “sapere assieme”, “essere reciprocamente consapevoli”). È perciò la proprietà di una relazione, anzi, è il risultato di una relazione tra l’interno e l’esterno, l’io e l’altro.
Più ampia sarà la conoscenza, più intensa sarà la coscienza, più robusto il libero arbitrio, più consapevoli le nostre decisioni, più morale la nostra condotta. L’ignoranza, al contrario, è come un’amputazione, uno svuotamento di vitalità consapevole (non-meccanica). Essere ignoranti è come avere le batterie quasi scariche. Ci può essere di consolazione il fatto che siamo tutti molto ignoranti, chi più chi meno. Per questo nessun essere umano è pienamente umano. Siamo indeterminati, ossia non c’è alcun modo di valutare in anticipo cosa saremmo in grado di fare, date certe condizioni favorevoli. Paolo scriveva: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1 Corinzi 13, 11-12). È un’ottima descrizione dei un processo di presa di coscienza, ossia di intensificazione della presenza di spirito.
Forse l’unica tipologia umana predeterminata è quella degli psicopatici, che sono esseri umani oberati da un ristretto sviluppo dei centri emotivi dell’empatia, dunque privi di coscienza morale ed integralmente soggettivi, cioè a dire completamente indifferenti al punto di vista altrui, che è meramente strumentale alla realizzazione dei propri fini: la loro “presenza di spirito” è virtualmente nulla, sono esseri umani quasi integralmente meccanici, robotica e neppure se ne rendono conto, poiché presuppongono che tutti gli altri siano come loro. Possono anche essere molto passionali e vivaci, senza essere violenti e non sono così facili da riconoscere. Ma non sono realmente vitali, se non solo esteriormente. Quel che è certo è che sono l’antitesi dell’altruismo, nel senso più proprio, quello di attenzione e sensibilità alle esigenze e prerogative altrui. 
Qui maggiori dettagli:
Fatta questa premessa, vorrei passare ad esplorare le implicazioni dei mutamenti di coscienza. Come una lingua cambia, così cambia anche una coscienza. Nessuno studioso del cervello vi direbbe che si sono solo due modalità di essere al mondo: quella conscia e quella inconscia. Esistono invece livelli di coscienza variabili nella stessa persona in vari momenti della giornata e dell’anno e in diverse fasi della vita. Un bambino non ha lo stesso livello di coscienza di un ragazzo ed un adolescente non lo condivide con gli adulti. L’ontogenesi (bimbo > adolescente > adulto), ricapitola la filogenesi (homo habilis > homo erectus > homo heidelbergensis > homo sapiens) ed il processo di civilizzazione (tribale > rurale > urbano > globale/digitale). Idealmente, l’evoluzione della coscienza si è manifestata come un’amplificazione della mente umana (o della consapevolezza degli altri animali) nel senso di una maggiore estensione, maggiore profondità, maggiore auto-riflessività. La quantità di conoscenza di cui disponiamo è grandemente superiore a quella delle generazioni precedenti, grazie all’alfabetizzazione, alla scolarizzazione, alla circolazione dell’informazione. È evidente a qualunque osservatore obiettivo che chi ha compilato buona parte dell’Antico Testamento non aveva una coscienza interamente moderna. Il suo cervello era anatomicamente moderno ma non la sua coscienza. Il Nuovo Testamento ci sembra molto più moderno (in largo anticipo sui suoi tempi e anche sui nostri, apparentemente).
È impossibile misurare i livelli di coscienza, ma è facile capire la differenza tra un insegnante e la maggior parte dei suoi studenti, o tra nipoti e nonni. Gli indigeni della Papuasia non definirebbero primitivi i loro antenati, perché la loro cultura ed il loro stile di vita, manifestazione di un certo livello di coscienza, non sono troppo dissimili. Naturalmente ciò non significa che, essendo più moderno, un nipote sia qualitativamente superiore rispetto al nonno, in termini di coscienza. La sua è semplicemente una coscienza diversa. Allo stesso modo, sarebbe sbagliato affermare che la coscienza dei cacciatori-raccoglitori sia superiore alla nostra, solo perché erano più rispettosi della natura. L’ignoranza dei dati etnografici e delle reali condizioni di vita delle popolazioni “esotiche” ci spinge ad idealizzare le società tribali, dove infanticidio, sacrifici umani, schiavitù, omicidi, suicidi non mancano.
Siamo diversi: questo è tutto. Un indigeno della Nuova Guinea non sa guidare un’auto, prendere un treno, leggere Dante o Shakespeare, comunicare con persone dall’altra parte del mondo, non ha ascoltato Mozart, non sa nulla della Shoah, non ha sviluppato una particolare visione dei diritti umani, non capirebbe il messaggio contenuto nell’arte di Kendell Geers o nei film di Truffaut. I primi antropologi scoprirono con sorpresa che presso diversi popoli non era chiara la connessione tra copulazione e concepimento. Noi, in cambio, non sopravvivremmo a lungo, al loro posto, e non saremmo in grado di esperire il loro ambiente nella maniera totalizzante che li caratterizza. Allo stesso tempo, mentre uno sciamano ed un accademico hanno un livello di coscienza superiore alla media, ciò riguarda soprattutto un ambito limitato di specializzazione. In altri campi può essere vero l’inverso.
Non si possono stabilire gerarchie proprio perché l'essere umano è l'unico animale indeterminato, in quanto parzialmente non-naturale, cioè frutto dell'interazione di genoma, ambiente naturale ed ambiente socio-culturale. Proprio in questa sua indeterminazione, ossia nell'assenza di confini precisi, risiede la sua dignità intrinseca, che è il fondamento dei diritti umani (nonché il suo libero arbitrio e quindi il senso morale e di responsabilità). Non solo, la sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile (ha un potenziale indeterminabile, insospettabile, appunto) e, poiché è imprevedibile, è anche creativo ed innovativo. L'affinamento morale, civile, scientifico ed artistico derivano dalla porosità di questi confini dell'umano, che si manifestano in una incredibile varietà di sfere di coscienza. In altre parole, come aveva intuito Sartre, gli esseri umani, inclusi i cacciatori della Papuasia, sono sempre più di quel che credono di essere in ogni singolo istante della vita e se scelgono di negarlo, è per mala fede o falsa coscienza.
Ogni persona ha il diritto di scegliere per la sua coscienza dei confini determinati. Questo diritto è irrevocabile e va rispettato fino a quando non comporta la negligenza dei suoi doveri nei confronti del prossimo. Ma nessuno, in nessuna circostanza, può decidere che così debba essere per l’intera specie.
Anche se qualcuno volesse confinare la nostra coscienza, per esempio tramite la somministrazione coatta di psicofarmaci, ad esempio – come nel film “Equilibrium” –, la natura, alla lunga, vi si opporrebbe. Infatti la coscienza prosegue il suo cammino evolutivo, sia filogeneticamente, sia ontologicamente e quella umana evolve molto più rapidamente delle altre (Tattersall, 1998; Keenan, 2003). Animali diversi hanno tipi di coscienza diversa, ma animali dello stesso tipo hanno lo stesso tipo di coscienza. Alcuni animali dello stesso tipo hanno diversi livelli di coscienza. Il che spiega come mai molti cani e gatti si dimostrino più simili all’uomo degli scimpanzé non in cattività, che pure sono biologicamente molto più simili a noi.
È presumibile che, raggiunto un certo livello di coscienza, sia difficile regredire in modo permanente (salvo catastrofi planetarie). È certo che nessun essere umano ha raggiunto la massima estensione di coscienza possibile per la nostra specie, anche se è possibile che alcuni abbiano raggiunto il loro massimo personale, se acconsentono che la loro mente si chiuda irrimediabilmente.
Abbiamo detto che tutti gli esseri umani sono uguali (i processi neurali sono in potenza i medesimi), ma non lo sono per livello o sfera di coscienza. Un bambino ed un anziano parlano la stessa lingua ma i vocaboli sono diversi e la coscienza è diversa. Così in certe lingue mancano delle parole per indicare certi stati d’animo relativi ad una certa sfera di coscienza. Dei bimbi italiani e yanomami non avranno probabilmente livelli di coscienza sensibilmente diversi ma, crescendo, si differenzieranno progressivamente. I ragazzini yanomami, nel lungo periodo, sarebbero perfettamente in grado di incorporare Salgari, Topolino, Gardaland e la playstation nella loro mente e nel loro modello di comprensione dell’universo e della vita, perché il loro cervello ha lo stesso potenziale dei ragazzini italiani. Allo stesso modo i ragazzini italiani potrebbero adattarsi alla realtà amazzonica, se fossero costretti a farlo ed assistiti nel farlo. La differenza è che tanti ragazzini italiani sanno qualcosa dell’Amazzonia e potrebbero forse arrivarci anche da soli. È invece difficile immaginare che un ragazzino yanomami sarebbe capace di fare il suo ingresso a Gardaland: non sarebbe neppure al corrente della sua esistenza, non avrebbe familiarità con il viaggio aereo e in treno e con l’incontro di sconosciuti, non potrebbero pagare. Non avrebbe neppure la curiosità di esplorare il resto del mondo, se non vi ci s’imbattesse accidentalmente. Questo dipende dal suo livello di coscienza (e di conoscenza: i due livelli sono concomitanti ma non direttamente equivalenti). Ma se avesse la possibilità di fare questo viaggio tornerebbe con un livello di coscienza forse persino superiore a quello dei suoi genitori. Lo stesso vale per i ragazzini italiani.
Charles Darwin ci offre un esempio molto interessante di questo tipo di fenomeno. Durante il viaggio del Beagle educò un certo un numero di nativi della Terra del Fuoco a comportarsi come gentiluomini britannici. Quando tornò li ritrovò che vivevano come prima del loro incontro e della loro “istruzione” ma, una volta saliti a bordo, erano ancora capaci di rientrare nella sfera di coscienza degli ospiti.
Livelli diversi di coscienza non comportano livelli differenti di umanità. Più cultura e più conoscenza significano più coscienza ed intelligenza ma non significano maggiore umanità. Per la stessa logica, il fatto che stiamo consumando le risorse naturali pregiudicandone la disponibilità per le generazioni future non implica una nostra involuzione biologica, di specie: l’egoismo è il prodotto di una sfera di coscienza ristretta (non esiste realmente una falsa coscienza, ma solo false nozioni), resa possibile da un certo genere di propaganda consumistica ed edonistica strumentale al successo del modello economico capitalista, dunque provvisoria. Il modello capitalista è, a sua volta, la radicalizzazione della capacità umana di adattare l’ambiente alle sue esigenze e non vice versa, com’è il caso degli altri animali. Si è passati dall’evoluzione biologica all’evoluzione culturale (manifestazione dell’evoluzione della coscienza umana) ma l’educazione (l’immagazzinamento di informazioni), di per sé, non basta a promuovere espansioni di coscienza. Solo l’autentica conoscenza li consente. Per questo possono esistere scienziati colmi di pregiudizi, medici disposti a partecipare a sperimentazioni criminose o sedute di tortura e teorie filosofiche completamente distaccate dalla realtà quotidiana.
La ragione di ciò va ricercata nella tendenza, comune a tutti gli esseri umani, sebbene con diversi gradi di severità, ad operare meccanicamente, spesso reagendo a situazioni nuove in modo ben poco creativo, quasi fossimo prigionieri di schemi consuetudinari fatti di valori, credenze e scopi ormai così rigidi da impedire al cervello di sviluppare tutto il suo potenziale (Peat, 1987). Ancora una volta, vorrei suggerire che questo sia un evento più comune in società dove le identificazioni collettive sono più salde e soffocanti, come l’Alto Adige, appunto o, in misura enormemente più drammatica, nella Germania della transizione verso il nazismo. “Quasi nessuno a Thalburg afferrò in quei giorni quel che stava accadendo; mancò la comprensione vera di quello a cui la città sarebbe andata incontro quando Hitler avesse conquistato il potere; mancò la capacità di capire realmente quel che fosse il nazismo” (Allen, 1994, p. 279). Vi è un ammonimento di Luciano Gallino nell’introduzione all’edizione italiana che deve valere per tutti noi: “non esiste nulla capace di vietare che ciò che è accaduto a Thalburg […] possa prima o poi accadere di nuovo” (ibidem, p. VIII).
Si può insomma vivere nella contemporaneità senza possedere una coscienza “moderna”. Le persone coinvolte nella perpetrazione di genocidi, pulizie etniche, terrorismo, terrore di stato, torture, ecc., non possiedono una coscienza moderna. Un tempo tutte queste pratiche erano considerate naturali,  spiacevoli ma necessarie ed inevitabili. Oggi, invece, suscitano orrore e riprovazione nell’opinione pubblica: la ragione di ciò risiede nell’emergere di una coscienza moderna. Dunque nella Germania nazista c’erano vaste bolle di anti-modernità, a livello di maturità delle coscienze. Lo sviluppo tecnologico o la passione per l'arte non indicano di per sè una qualche sensibilità moderna. E, di contro, non era forse moderna la pulizia etnica romana ai danni dei Cartaginesi o la democrazia imperialista di Pericle?
La tecnologia è espressione della coscienza, ma non coincide con essa. Il secolo scorso è stato segnato dalla crescita rigogliosa del pacifismo, della nonviolenza, dell’ecologismo, della tutela dei diritti umani e dei diritti civili, della lotta per l’abolizione della pena di morte, della tortura, della sperimentazione sugli animali, ecc., ma è anche stato il secolo più orribile della storia umana, per quanto ne sappiamo.
Oggi credo che noi tutti concorderemmo sul fatto che l’Olocausto sarebbe inconcepibile in quasi tutto l’Occidente ed anche altrove. Ci saranno altri genocidi, ma ci risulta difficile credere che possa avvenire secondo quelle modalità, almeno in Europa. Se era già stato difficile tenerlo nascosto allora, ed era servita una guerra per perpetrarlo, figuriamoci adesso. Questa nostra fiducia – non è importante che sia ben riposta, è importante che esista e sia diffusa – è un’indicazione della prevalenza di una sensibilità moderna che deriva da una coscienza moderna. Ciò non significa che tra noi non esistano individui per cui un secondo Olocausto sarebbe concepibile e che sarebbero ben lieti di partecipare a pogrom contro gli Ebrei, i Rom o i musulmani. Per fortuna questa categoria di persone, gravemente ipodotata a livello di coscienza, rappresenta una minoranza. La Shoah è quell’esperienza catastrofica che ha almeno consentito di compiere un salto di qualità collettivo alla coscienza di intere popolazioni. Analogamente la guerra in Vietnam ha creato le premesse per le oceaniche marce pacifiste di quegli e dei nostri anni.
Dopo la guerra, le società dell’Europa occidentali sono diventate gradualmente meno violente ed oggi godono di un livello di aggressività interpersonale relativamente basso. Perché? Perché il livello di coscienza dell’opinione pubblica si è accresciuto fino al punto in cui una maggioranza di persone ha capito che aggressività e violenza sono controproducenti e servono solo ad esacerbare la situazione. Esiste anche un diffuso sospetto nei confronti di chi abusa del proprio potere. Questo rimane vero anche se ci sono poco dubbi sul fatto che, come ogni altro predatore, possediamo un istinto omicida. Tuttavia, a differenza degli altri animali, molti di noi sono perfettamente in grado di controllarlo, come di controllare, più meno efficacemente, tanti altri istinti (sadismo, lussuria, ingordigia, pigrizia, egoismo, ecc.). Per gli altri animali ciò non è possibile. Anche molti umani non sono ancora capaci di farlo e molti non arriveranno a farlo nel tempo loro destinato. Ma ciò è dovuto precisamente alla disparità di livelli di coscienza, non ad una comune natura belluina precariamente contenuta da fragili laccioli socio-culturali.
Ciò che è affascinante è che la specie umana è una specie indefinita in una misura qualitativamente differente rispetto alle altre specie. Ciascun individuo è indefinito, possiede “infinitezza”, per dirla con Emerson. Nessuno può essere definito e delimitato conclusivamente. In questo scarto rispetto agli altri ominidi, come ad esempio i Neanderthal, che rimasero presumibilmente identici a se stessi per tutta la loro storia, risiede la nostra dignità. Siamo dunque giunti a concludere che la dignità umana, che è il fondamento dei diritti umani e quindi della democrazia, ossia tutto ciò che Adolf Hitler odiava visceralmente, è strettamente interconnessa alla nostra coscienza. Più elevata sarà la sfera di coscienza, minore sarà il nostro egoismo e maggiore sarà l’attenzione ed il rispetto tributato alla dignità degli altri. Più lontano sarà il giorno dell’avvento di un nuovo Hitler, sotto mentite spoglie.
In una prospettiva in cui l’antropologo cede il passo al filosofo esistenzialista, bisognerebbe concludere che la condizione (livello, sfera) di consapevolezza è l’elemento chiave dell’esistenza in questo nostro universo. Bisognerebbe altresì concludere che il senso della vita pare essere quello di un’educazione permanente, come se il mondo fosse una grande scuola. Lo pensava anche il grande regista russo Andrei Tarkovsky: “Siamo così pochi. Qualche miliardo in tutto. Una manciata! Forse siamo qui per fare esperienza delle persone come una ragione per amare”.
Bisognerebbe, infine, io credo, concludere che lo strumento principe della nostra maturazione è la relazione: “in principio è la relazione”, dice Martin Buber, la relazione interpersonale è il fondamento della responsabilità e della giustizia, chiosa Lévinas. O, più precisamente, il dialogo socratico, che ci aiuta a diventare meno soggettivi, meno prigionieri dei nostri pregiudizi e preconcetti e meno ingiusti nei confronti del prossimo. Purtroppo il riduzionismo metodologico di tanta parte della scienza più recente nega l’esistenza della coscienza e considera la mente come una mera funzione di processi chimici ed impulsi elettrici che hanno luogo nel vuoto, piuttosto che come l’interfaccia con il resto dell’esistente, com’è invece probabilmente il caso. Fortunatamente il dibattito vede ancora una forte contrapposizione tra riduzionisti (internalisti: la mente emerge dall’interno, dalle attività neuronali) ed esternalisti, ossia coloro i quali contestano l’idea che la coscienza ed il cervello siano la stessa cosa, essendo più propensi a ritenere che il cervello sia solo il mezzo che rende possibile l’espressione della coscienza nella condizione fisica umana (e non solo umana), un canale di trasmissione e ricezione.
È comunque un fatto assodato che la mente umana non è un computer e lo stesso funzionamento di ogni cervello (l’estensione e complessità delle connessioni sinaptiche) dipende dalla sua storia biologica e dalle esperienze della persona che ne fa uso. Questo perché, a differenza di quello degli altri animali, il cervello umano rimane estremamente plastico e continua a crescere ed organizzarsi per un lungo periodo di tempo dopo la nascita. Questo aspetto dello sviluppo umano fa sì che ogni persona abbia modo di differenziarsi dalle altre ed eserciti su ogni società un’influenza che si articola nel senso di una crescente flessibilità e sofisticatezza per poter accogliere la variabilità umana senza soffocarla. Una società chiusa o comunque una società che coltiva le separazioni, le distinzioni, gli incasellamenti  è, per così dire, “innaturale”, perché si pone come ostacolo a quei processi spontanei che meglio ci caratterizzano, quelli cioè che portano all’emersione del sé, alla consapevolezza di essere agenti in un contesto naturale e sociale/simbolico, alla nostra autonoma ri-programmazione. Come chiarisce il celebre paleoantropologo Ian Tattersall, “mentre ogni altro organismo di cui siamo a conoscenza vive in un mondo che gli è stato offerto dalla Natura, gli esseri umani vivono in un mondo che loro stessi trasformano in simboli e ricreano nelle loro menti. È questo che ci rende delle creature affascinanti - e pericolose” (2002, p. 78).
Il livello di coscienza raggiunto dall’essere umano lo rende libero di coltivare la sua incompletezza, l’indeterminatezza (neotenia) necessaria all’apprendimento permanente, di percorrere vie alternative in una società ed in un ambiente aperti, di riprogrammarsi, sperimentando con e su se stesso. Un vantaggio aggiuntivo è che a maggiore eterogeneità e flessibilità corrispondono minori tassi di autoritarismo e di violenza/aggressività (Haslam/Reicher 2007; 2008).
Una ragione in più per mettersi alle spalle ogni genere di segmentazione e concezione gerarchica ed esclusiva della società umana.

LINK UTILI
L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene

domenica 23 ottobre 2011

Violenza e nonviolenza dai Neanderthal agli Extraterrestri




Fra natura e cultura non c’è, nella modernità, semplice distanza, ma salto, e in questo salto (in questa alienazione) si inseriscono quelle categorie che solo nell’artificio divengono naturali (libertà, eguaglianza, fratellanza).

Carlo Galli

L’Uomo Selvaggio è un archetipo mitologico che s’incontra a tutte le latitudini ed in tutte le epoche. Basti pensare ad Enkidu, dell’Epopea sumera di Gilgamesh, ai satiri, a Tarzan, allo Yeti, a Bigfoot ed a Oetzi. È il “doppio” dell’uomo civilizzato, lo specchio che riflette la sua natura ferina, ancora non interamente domata dal processo evolutivo e civilizzatore, a metà strada tra natura e cultura. Come l’extraterrestre rappresenta l’uomo futuro, ultrascientifico, immensamente sapiente ma anche denaturalizzato, asessuato, irriconoscibile, così l’Uomo Selvaggio, angelo e demone, costituisce un modello ideale (il Buon Selvaggio) oppure una figura estranea e sovversiva a causa della sua primitività. L’Alieno e l’Uomo Selvaggio sono entrambi trans-umani ed ibridi, i due estremi dell’evoluzione umana. Questi “doppi” della specie umana assolvono la fondamentale funzione di rassicurarci sul fatto che in fondo non siamo soli, né siamo troppo unici, perché ciò implicherebbe una zavorra di responsabilità morale davvero impressionante. Essa inoltre determina i margini estremi della norma di espressione dell’umano. Dopo aver creato il Mostro ed il Folle per demarcare i limiti della corporeità e dell’intelletto, l’umanità ha creato l’Uomo Selvaggio, come retaggio-monito del suo passato, e l’Extraterrestre, come proiezione di sé stessa nel futuro (Renard 1984). Nell’acceso dibattito sulla validità dell’opzione nonviolenta questa contrapposizione tra passato e futuro gioca un ruolo decisivo: definire la natura umana in un certo modo permette di programmare gli indirizzi di sviluppo della civiltà globale. Se l’umano è naturalmente violento, allora i principi democratici dovranno continuare a piegarsi alle esigenze dell’armonia sociale e della sicurezza, se invece l’umano è naturalmente buono ed è stato il potere a corromperlo, ne consegue che l’attuale assetto sociale, per quanto democratico, non rappresenta il migliore dei mondi possibili, anzi, contribuisce a mantenere gli esseri umani in una condizione di minorità e di perpetua rivalità. Allo stesso tempo, l’adesione ad una prospettiva piuttosto che ad un’altra influenzerà il tipo di rappresentazione di un’eventuale civiltà extraterrestre che dovessimo incontrare. Se prevale l’ottimismo new age, la visione è quella di una civiltà di fratelli cosmici venuti a riscattare l’umanità da una situazione compromessa irreversibilmente. Se prevale il pessimismo di un realismo cinico, la visione sarà quella di una razza di conquistatori e sterminatori che non perderanno tempo in chiacchiere e mireranno al sodo. Come si vede, è del nostro futuro che si sta parlando, anche quando l’oggetto della discussione è l’Altro.
Ma per discettare di natura umana con cognizione di causa è indispensabile rivolgersi all’antropologia, cosa che, purtroppo, accade di rado. Da antropologo, ho sentito la necessità di contestare le mille interpretazioni della nostra umanità che sono sorte per venire incontro più alle preferenze personali che alla realtà dei fatti, o quantomeno alla descrizione della realtà che possiamo desumere dai dati a nostra disposizione. Questo capitolo è una sintesi delle conclusioni alle quali sono giunto in merito al nostro passato. Lascerò invece che siano gli autori i cui scritti prendo in esame nei capitoli successivi ad indicare quali siano gli scenari futuri preferibili e quelli invece da evitare con la massima cura.

Il mito edenico

“Il primo esercito permanente, come organismo specializzato nella violenza, nasce a Babilonia nel momento in cui la società da patriarcale si trasforma in patriarcale. la preistoria non conosceva le guerre anche se esisteva la violenza. la civiltà fondata sul potere ebbe inizio verso il 3000 a.C. Da allora in poi il numero delle guerre e delle loro vittime è aumentato in maniera progressiva […] La trasformazione urbana che accompagnò la rivoluzione neolitica fu caratterizzata dal passaggio da una civiltà matriarcale a una patriarcale”. Questa è una citazione tratta da “Pace e disarmo culturale” di Raimon Panikkar (2003, pp. 17-18), uno dei pensatori della nonviolenza più apprezzati, specialmente in Italia (Peyretti). È emblematico di un certo modo di affrontare il drammatico problema della violenza umana che ritengo tanto nocivo alla ricerca della verità quanto la sua polarità opposta, quella di studiosi come Richard Wrangham, docente all’Università di Harvard, convinto che dentro ciascuno di noi si celi un Uomo Bestiale, un atavismo, un retaggio del nostro passato preistorico che condiziona il nostro comportamento. Secondo lui “se presupponiamo che gli esseri umani siano fondamentalmente simili agli scimpanzé (sic!)…questa intuizione biologica (sic!) ci insegna che gli uomini continueranno a cercare nuove opportunità per massacrare i propri rivali e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. La brutta notizia è che dobbiamo lavorare sodo per impedire agli uomini di coalizzarsi per uccidere gli avversari” (Wrangham/Peterson 1996). Un’affermazione che elude il problema delle considerevoli variazioni nell’incidenza di comportamenti violenti tra individui, tra culture e tra epoche (Kelly, 1995; Thorpe, 2003) ed il dato di fatto che la stragrande maggioranza degli uomini non ha mai assalito, violentato o ucciso qualcuno nella sua intera esistenza. Stando all’evidenza quotidiana, più che una sottile patina, la Cultura e la Civiltà appaiono come una camicia di forza in grado di bloccare quasi sempre la presunta Bestia Interiore che ereditiamo dai nostri antenati. L’idea della Bestia Interiore è un fantasma nietzscheano, un ectoplasma evocato dall’abbrutente cinismo di certi scienziati ed ha la stessa impalpabile consistenza dello spettro del Buon Selvaggio rousseauiano. L’unica tipologia umana che corrisponde quasi perfettamente alla descrizione degli studiosi “nietzscheani” è lo psicopatico, che costituisce un estremo patologico dello spettro di manifestazioni dell’umano, la cui consistenza non eccede il 4-6% della popolazione mondiale, nella peggiore delle ipotesi. D’altro canto di esseri umani realmente nonviolenti non se n’è vista traccia nel mondo: a quanto ci consta non lo erano né Buddha, né Gesù.
Dobbiamo perciò rigettare entrambi gli estremi e prediligere uno schema in cui la variabilità individuale la fa da padrona e la “natura umana” si esprime nelle persone in forme estremamente distinte, tanto che pretendere di collocare questo o quell’altro individuo in una determinata categoria definita è un atto di violenza nei suoi confronti: “la biologia insegna che ogni organismo è un prodotto squisitamente unico dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. Per i genetisti di popolazione, se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione significativa è quella tra individui. Gli studi neurologici dimostrano che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli identici, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Analogamente, le impronte digitali dei gemelli omozigoti sono distinte ed individuali. Infine i linguisti hanno concluso che le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza. Perciò chi vi dice che “è naturale questo” ed è “naturale quello” sbaglia. L’unica cosa “naturale” per un essere umano è quella di differenziarsi dagli altri, di maturare nei suoi modi e nei suoi tempi, di realizzarsi secondo le sue proprie attitudini, valori ed aspirazioni. Il resto sono superstizioni, un corredo di pregiudizi che si affermano su base etnica, religiosa, storica, culturale” (Fait & Fattor, 2010).
Non esiste alcun programma di costruzione di un organismo umano. Gli esseri umani crescono e maturano consapevolmente ed interattivamente, non sono fabbricati sulla base di una serie di istruzioni di montaggio. Ciascun individuo si sviluppa in modo peculiare nel suo ambiente. Perciò non esiste una natura umana che è rimasta intatta nel corso dei secoli. Non sono i geni ad interagire con l’ambiente, è l’organismo a farlo e l’organismo è in costante mutamento, come lo è l’ambiente. Quindi non c’è ragione di fissarsi sui geni e sugli antenati. L’essere umano non può cambiare a nostro piacimento, ma allo stesso tempo non c’è alcuna ragione scientifica per descrivere gli esseri umani indipendentemente da un’immensa pluralità di circostanze storiche ed ambientali nelle quali crescono e vivono la loro vita. Lo Human Genome Project ha speso cifre colossali per sequenziare i geni di un essere umano ideale – una persona universale – che non è mai esistita e mai esisterà, in quanto non esistono attributi che definiscano l’umanità in modo assoluto: ci sarà sempre la possibilità di individuare numerosissime eccezioni, non solo nelle disposizioni e capacità, ma persino nella morfologia (Ingold, 2006).
Sfortunatamente so per esperienza che queste semplici considerazioni di buon senso non convincono tutti, perché molti preferiscono anteporre le proprie predilezioni ed identificazioni alla realtà dei fatti. Perciò in questo capitolo esaminerò una serie di ragioni che mi inducono a concludere che: (a) non è mai esistito un Buon Selvaggio, né una società matriarcale edenica; (b) l’uomo moderno (Homo Sapiens) non è mai stato ferino nel senso wranghamiano di una creatura schiava dei suoi impulsi: fin dal principio ha dimostrato di essere paragonabile a noi, nel bene e nel male; (c) più affine all’Uomo Bestiale fu semmai l’Uomo di Neanderthal, che ci ha trasmesso dei geni, ma che si è estinto.

Generalmente chi studia la violenza e la nonviolenza prende le mosse da un assunto ottimista – l’umanità è tendenzialmente cooperativa – o da uno pessimista – l’umanità è tendenzialmente competitiva. Nel primo caso la nonviolenza sarà considerata una naturale proclività umana che è stata messa a tacere da certe tendenze della civiltà moderna, in particolare quella occidentale. Nel secondo caso è giocoforza concludere che la guerra di tutti contro tutti è la naturale condizione umana. È quantomai frustrante osservare che, quasi mai, questi due assunti si sostengono su una solida base antropologica. È frustrante per due ragioni: perché dimostra che l’antropologia non è una disciplina presa nella giusta considerazione e perché dimostra che non esiste un consenso antropologico su questo tema. È facile spiegare perché le cose stiano così: l’oggetto dello studio dell’antropologia, il fenomeno umano è talmente complesso che gli specialisti di questo campo sono stati costretti ad ammettere di essere profondamente ignoranti al riguardo. È però anche vero che qualcosa siamo arrivati a capire ed alcune circostanziate deduzioni si possono certamente fare.

Gli antropologi non sono in grado di definire univocamente che cosa s’intenda per cultura. Una definizione accettabile, ma vaga, potrebbe essere “il termine con cui si designa l’insieme delle cose materiali ed immateriali create dall’uomo”. Non sanno cosa sia la coscienza, non sanno perché il cervello umano sia così voluminoso (né tantomeno perché lo siano i suoi attributi sessuali, del tutto sproporzionati). Quel che si sa - o si crede di sapere - è che fino a 2 milioni di anni fa le dimensioni erano grosso modo quelle del cervello dei primati attuali, oggi sono tre volte tanto. Non conosciamo il come ed il perché di questa trasformazione. Sappiamo che gli albori della cultura umana, cioè l’apparizione delle prime pietre intenzionalmente scheggiate (e quindi distinguibili dagli oggetti che possono essere impiegati provvisoriamente da altri primati), risalgono a 2 milioni e mezzo di anni fa, quando nel solo Kenya esistevano quattro specie di ominidi che vivevano fianco a fianco. Sappiamo anche che fu solo a partire da 30-40 mila anni fa che la cultura cominciò ad avere un impatto sostanziale sull’evoluzione umana e solo a partire da 10 mila anni fa circa questo impatto è andato incrementandosi esponenzialmente. Cro-Magnon è il primo uomo moderno da un punto di vista delle capacità simbolico-comportamentali ed anatomiche e rappresenta un salto di qualità prodigioso rispetto al passato. Giunge in Europa presumibilmente dall’Africa circa 40mila anni fa con un bagaglio di facoltà e competenze stupefacente. Vivono più a lungo, sono somaticamente indistinguibili da noi ed intellettualmente nostri pari: sono capaci di tessere, dipingono e scolpiscono con stile, immaginazione e grazia, costruiscono strumenti musicali (anche a percussione) e introducono le prime, rudimentali, notazioni musicali, condividono le risorse con la comunità, tengono in gran conto le donne – e non per la loro fertilità, dato che per i cacciatori-raccoglitori non è quasi mai un problema – personalizzano l’architettura delle loro abitazioni, dedicano ricche sepolture ai propri morti, introducono l’arte ceramica già almeno 25mila anni fa (cf. Venere di Dolní Věstonice). Sono sofisticati e creativi innovatori, diversamente dai loro predecessori, i Neanderthal che, nel corso di decine di migliaia di anni, introducono relativamente poche nuove tecniche e tecnologie, quasi sempre solo come reazione alle pressioni climatiche. Le armi da caccia e da pesca introdotte da questi nostri antenati erano di un’efficienza così ottimale da essere impiegate ancora relativamente di recente tra gli Inuit e gli aborigeni australiani. Non si era mai visto nulla del genere su questo pianeta (Tattersall, 1997). Già 20 mila anni prima del loro arrivo in Europa avevano raggiunto l’Australia, dimostrando quindi sorprendenti competenze nautiche. L’enigma della mancata “fioritura” dei Neanderthal indica che non esiste una corrispondenza diretta tra anatomia e comportamento. Qualcosa dev’essere accaduto che ha permesso a potenziali cognitivi inespressi di liberarsi e di fiorire, cioè che ha portato alla nascita della coscienza. Forse fu il linguaggio, perché senza linguaggio è difficile concepire delle modalità di pensiero complesso ed astratto; forse fu qualcos’altro che ci rimane ignoto. La grande rivoluzione che ebbe luogo con l’apparire dell’umanità fu la transizione da un’evoluzione biologica non intelligente e del tutto imprevedibile ad una co-evoluzione culturale e cognitiva, dotata di una certa direzionalità, il risultato dell’insieme di operazioni di numerose intelligenze. Ciò ha virtualmente interrotto la speciazione umana, ossia la trasformazione biologica spontanea della nostra specie. Rispetto ai primati (che costituiscono un diverso genere all’interno della famiglia degli ominidi), gli esseri umani hanno in più la cultura come dimensione esistenziale - non potremmo vivere senza di essa - e quindi più numerose e raffinate capacità, oltre ad una maggiore duttilità e variabilità comportamentale. L’uso sistematico di utensili, l’addomesticamento del fuoco ed il suo uso culinario ed agricolo, la comunicazione simbolica astratta, strutture sociali articolate, un sofisticato culto dei morti, forme organizzate di trasmissione delle conoscenze alle nuove generazioni, la capacità di interpretare e prevedere il comportamento altrui e di immedesimarci nel prossimo, ecc. è possibile che tutti questi tratti siano presenti in alcuni gruppi di primati, ma la differenza quantitativa, e quindi qualitativa, tra lo sviluppo umano e quello degli altri animali è semplicemente incomparabile. I primati hanno avuto tanto tempo quanto ne hanno avuto gli esseri umani per sviluppare una cultura, eppure non hanno fatto alcun passo in avanti, né è prevedibile che ne faranno in futuro, anche con l’aiuto dell’uomo. Per questo non è affatto moralmente, concettualmente o metodologicamente scorretto considerare la cultura come ciò che ci separa nettamente dal resto della natura e ci rende “speciali”, e non mere scimmie nude.
Gli esseri umani apprendono e progrediscono perché sono in grado di capire che il cambiamento è preferibile ad uno stato di ignaro appagamento, che la vita reale non deve necessariamente seguire le istruzioni contenute nel copione della tradizione, perché una vita creativa, innovativa e vibrante, cioè una vita culturale, può essere immensamente più gratificante. La lentissima evoluzione degli scimpanzé, che pure sono geneticamente così prossimi agli esseri umani, è la prova più evidente di questa distinzione di fondo. Ciascun essere umano è votato al cambiamento ed è destinato a contribuire al cambiamento del pianeta; in questo, nessun animale si avvicina anche lontanamente alla condizione umana. La presunta evoluzione culturale degli scimpanzé è così lenta che non hanno ancora raggiunto neppure l’età della pietra e le dimensioni del loro cranio sono rimaste pressoché immutate per milioni di anni, sempre stando a quanto ci è dato di capire al momento attuale. Al contrario i cani, che sono geneticamente più distanti da noi rispetto agli scimpanzé, ma hanno condiviso il nostro ambiente domestico per almeno 10 mila anni e forse molto di più, sono in grado di comunicare con gli esseri umani in modi più complessi cioè, in un certo senso, sono più partecipi della cultura e dell’intelligenza umana.
Sembra che alcuni primatologi, invece di concentrarsi su che cosa renda unici gli scimpanzé, e quindi degni di considerazione in quanto tali, siano ossessionati dall’idea di dimostrare quanto siano simili agli esseri umani, come se questo li rendesse più speciali e più meritevoli di tutela. Un fenomeno analogo concerne gli studiosi dell’Uomo di Neanderthal, di norma molto sensibili ad ogni suggerimento che la distanza tra questi e l’uomo anatomicamente moderno sia estremamente cospicua, a dispetto delle evidenti e straordinarie differenze che li separano. Non c’è nulla di antropocentrico nel sottolineare quel che ci rende unici, cioè un dato di fatto incontrovertibile, così come non sarebbe corretto accusare di bonobocentrismo chi rileva l’unicità degli scimpanzé bonobo o di neanderthalocentrismo chi elogia – molto giustamente – la perizia con cui i Neanderthal riuscirono ad adattarsi al loro ambiente.
Il fatto è che tutto lascia pensare che l’Uomo di Neanderthal non sia un tentativo prematuramente abortito, un uomo incompiuto. L’immagine del Neanderthaliano vestito da uomo contemporaneo che si aggira per le metropoli senza farsi riconoscere è una paura fantasia irrispettosa della sua dignità di Neanderthaliano completo. Sono diversi per la stessa ragione per cui il Barolo non è succo d’uva, anche se entrambi derivano dall’uva. La cultura fa la differenza: senza quel divario culturale le società umane non si differenzierebbero molto da quelle neanderthaliane, né il Barolo dal succo d’uva. Anche se permane una certa propensione a raffigurare l’uomo come “un carciofo da cui puoi togliere le foglie spinose della cultura lasciando solo il nudo cuore tenero dell’uomo naturale” (Marks, 2003: p. 163), va chiarito una volta per tutte che non v’è alcuna natura umana al di fuori della cultura. Natura e cultura non possono essere separate per poter confermare le ipotesi che più ci aggradano.
La questione centrale del dibattito sulla violenza umana risulta quindi essere il ruolo da assegnare alla cultura nello sviluppo umano. Affermare che la cultura sia un fenomeno biologico è un’enorme scempiaggine (Jones, 1993). Nel corso del progresso umano la nostra specie ha completato una transizione essenziale, dal corpo alla mente, e le prodezze della nostra mente trascendono largamente il nostro DNA e, in parte, la nostra corporeità. Esistono certamente numerosi istinti innati, ma la nostra specie, unica fra tutte, non deve per forza sottostarvi. La selezione naturale è stata rimpiazzata da quella artificiale, in un ambiente artificiale che, per definizione, non produce evoluzione nel senso naturalistico del termine. In altre parole l’etica e la cultura sono un prodotto della mente umana in un ambiente antropizzato. Non possiamo ricavare alcuna prescrizione morale dalla natura perché essa è del tutto amorale. La nostra esistenza o l’esistenza di qualunque altra specie vivente le è del tutto indifferente. È questo che ha reso necessaria la nostra fuga dalla natura nella cultura: la natura ci stava ormai stretta. La cultura è dunque a buon diritto quel piedistallo che gli esseri umani si sono costruiti nel corso della loro storia evolutiva e sul quale sono poi saliti: nessuno ci ha messi lì, se non noi stessi e peraltro non senza buone ragioni. A livello cognitivo, non siamo neanche una mera estrapolazione o raffinamento di tendenze precedenti (Tattersall & Schwartz, 2000).
Al contrario una delle lezioni della storia è che proprio la naturalizzazione radicale degli esseri umani è quasi sempre sfociata nel genocidio o nella pulizia etnica. Questo lo aveva ben capito lo stesso Charles Darwin, nel suo “L’origine dell'uomo”, in cui denunciava senza mezzi termini il riduzionismo zoologico degli esseri umani, che imputava il male alla Bestia Interiore (Mayr, 2000). D’altronde il dogma centrale del nazional socialismo era che la lotta per la sopravvivenza è una legge iscritta nella natura che per ciò stesso dev’essere applicata alle società umane. Ciò sancì l’emergere della nozione di comunità biotica (biocrazia), in cui la separazione tra animali ed esseri umani era annullata (riduzionismo zoologico) mentre la linea divisoria tra malati e sani finì per coincidere con quella tra morte e vita (Sax 2000). Solo chi era costituzionalmente sano e razzialmente eletto era degno di prevalere nella lotta per la vita. Il resto della specie umana poteva solo servire o estinguersi. I nazisti rifiutarono la veridicità dell’enunciato, che a noi pare ovvio, che l’etica e la cultura sono un prodotto della mente umana in un ambiente antropizzato e che non si può ricavare alcuna prescrizione morale dalla natura perché essa è del tutto amorale e la nostra esistenza o l’esistenza di qualunque altra specie vivente le è del tutto indifferente. Non si possono ignorare le tragiche conseguenze dell’idolatria di una natura antropomorfizzata e della naturalizzazione degli esseri umani tipiche del nazismo. Come detto, la natura ci stava e ci sta sempre più stretta e così siamo stati costretti a fuggire dalla natura nella cultura. Non c’è nulla di moralmente abominevole in questo.
Solo chi, magari abbagliato da un pregiudizio naturalista o da sentimentalismi malriposti – magari il senso di un’ingiustizia che va sanata – volesse ignorare l’abisso di complessità socio-culturale che ci separa dai Bonobo potrebbe credere di ricavare dal loro comportamento indicazioni utili su come dovrebbero procedere gli affari umani (Goodman et al., 2003). Quarant’anni fa, in piena battaglia per i diritti civili, gli scimpanzé erano trattati dai primatologi alla stregua di “buoni selvaggi”. Divennero poi crudeli predatori dediti all’infanticidio ed al cannibalismo negli anni 80 degli yuppie rampanti à la Gordon Gekko, lo spietato Michael Douglas del celebre “Wall Street”; recentemente sono ridiventati fondamentalmente buoni ma in parte “corrotti” dal contatto con gli esseri umani, in natura come in cattività. La domanda che ci dobbiamo porre è se siano stati loro a cambiare in questi 40 anni oppure gli umori della nostra società. Insomma, sembra di poter dire che il nostro atteggiamento verso gli altri sia determinato in gran parte non tanto dall’identità altrui, ma dalla nostra. Forse la più convincente spiegazione delle variazioni comportamentali dei primati è alquanto semplice: ancora negli anni Venti l’anatomista Solly Zuckerman riferì che i babbuini dello zoo di Londra mostravano elevati livelli di gerarchizzazione ed aggressività. Ma nessuno dei suoi colleghi che lavoravano sul campo, nell’habitat stesso dei babbuini, riuscì a replicare queste osservazioni. Divenne quindi presto evidente che il comportamento dei babbuini di Zuckerman era stato drammaticamente alterato dalla riduzione dello spazio in cui i babbuini si trovavano a vivere. Le restrizioni artificiali imposte da uno spazio chiuso come quello di uno zoo avevano generato dinamiche interne che non potevano esistere all’esterno e quindi le osservazioni di Zuckerman non erano generalizzabili (Rose, 1998). Anche qui, però, occorre una precisazione: la bellicosità delle popolazioni umane non è direttamente correlata alla densità demografica, né alla frequenza degli interscambi (Keeley, 1996). Il che ci aiuta a capire che gli umani sono davvero un caso a parte.
Scartate le spiegazioni etologiche, possiamo cominciare a prendere in esame i dati paleoantropologici. Sono scarse le immagini pittografiche che illustrano scene di violenza contro altri esseri umani, mentre sono numerose quelle ai danni degli animali da preda, com’è naturale in popolazioni di cacciatori. Quel che si può affermare con un certo margine di sicurezza è che non è mai esistita un’età dell’oro. L’idea che siccome gli esseri umani erano pochi e le risorse abbondavano, allora non c’era bisogno di scontrarsi è valida, ma ciò non significa che non esistessero violenze rituali, omicidi d’onore, esecuzioni, faide tra clan, scontri per il controllo di zone d’abbeveraggio degli animali selvatici, dispute territoriali, rapimento di donne, ecc. Una disamina seria della documentazione disponibile mostra che la violenza ha sempre accompagnato le società umane, nel Paleolitico come nel Neolitico, tra i cacciatori-raccoglitori come tra gli agricoltori. È vero che il Neolitico segna un’esplosione dell’evidenza della violenza, che diventa di massa, con fosse comuni per le vittime, ma ciò non indica un suo relativo intensificarsi. Il numero di umani crebbe e così le occasioni di conflitto (Guilane & Zamit, 2002).
Tutto questo non deve sorprenderci. Il nostro è un pianeta violento, dove animali della stessa specie si massacrano e in certi casi praticano persino la tortura, non danno il colpo di grazia, preferendo che l’avversario muoia dolorosamente, combattono in gruppo, com’è il caso degli scimpanzé. Attribuire la colpa alla natura umana o al processo di civilizzazione è un residuo di una mentalità romantica non corroborata dal vaglio empirico. Anzi, i tassi di omicidio tra animali co-specifici sono più alti di quelli delle società umane moderne, ma in linea con quelli delle società di cacciatori-raccoglitori ed orticultori. Quel che cambia, con l’avvento dell’agricoltura e della metallurgia è la scala delle distruzioni, che diventa evidentissima, ma proporzionalmente inferiore, per via, come detto, dell’incremento demografico (Gat, 1999). Gli esseri umani non sono mai stati unici nella loro ferocia contro i consimili (Mattson, 2003) e i nostri antenati non erano troppo diversi da noi, anzi. Coltivatori del Neolitico, indigeni della Nuova Guinea, villaggi cinesi o dello Yucatan, società polinesiane e o delle coste peruviane: in ogni civiltà ci sono segni di fortificazioni. Nella sola Nuova Zelanda sono rimaste le tracce di oltre 4mila forti preistorici (LeBlanc, 2004). Conflitti per le risorse, certo, ma anche per il potere ed il prestigio, per avidità, egoismo, razzismo. In pratica non sono mai esistite delle società pacifiche, o comunque non per lungo tempo ed i conflitti tribali causano un numero di vittime fino a venti volte superiore a quello delle guerre tecnologiche del ventesimo e ventunesimo secolo, in proporzione alla popolazione ed ai combattenti coinvolti (Keeley, 1996; LeBlanc & Register, 2003). L’unica maniera per difendere la tesi che il neolitico fu un’epoca anche solo relativamente pacifica è quella di mal interpretare deliberatamente l’evidenza archeologica, storica ed etnografica e, per quanto la causa della pace e della nonviolenza debba essere prioritaria, occorre sostenerla con argomentazioni solide, non con mitologie romantiche. Parimenti inammissibile è il mito misantropico di una specie umana intrinsecamente malvagia e feroce. Uno studio triennale che ha coinvolto una trentina di specialisti di otto diverse discipline (antropologia, psicologia, archeologia, biologia, sociologia, storia, scienze politiche e scienze religiose), provenienti da tutto il mondo, ha rilevato che “la guerra va compresa come una pratica sociale violenta e collettiva che si fonda sempre su una logica culturale e quindi non può essere spiegata unicamente in relazione alla biologica, alla genetica ed all’evoluzione” (Thrane & Vandkilde, 2006). La questione del potere va collocata in una posizione centrale nell’analisi della guerra. Che si tratti di democrazie o di società autoritarie, è il potere centrale che decide delle sorti di una nazione e solo una cittadinanza consapevole, informata ed attiva – ossia che eserciti un maggior potere, limitando quello dei governanti, in una società meno piramidale e perciò più egalitaria – è in grado di indirizzare il paese verso la pace, in luogo della guerra. Rummel incapsula questo concetto in uno slogan efficace: “il potere uccide, il potere assoluto uccide assolutamente” (Rummel, 1997). E il potere uccide per autoperpetuarsi, perché la guerra pare avere l’effetto di preservare lo status quo, piuttosto che quello di cambiare la società e la casta guerriera appare proprio in concomitanza con un incremento delle disparità sociali e della gerarchizzazione delle comunità dell’età del bronzo (Thrane & Vandkilde, op. cit.). Allo stesso tempo, sono pochissimi quelli che ritengono che la schiavitù sia meglio della libertà e la guerra meglio della pace, ma la guerra e l’asservimento continuano ad esistere. Per Hermann Göring “è ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Ma sono i capi che decidono la politica dei vari stati ed è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”.
Dagli albori della storia dell’uomo e, più in generale, dagli albori della storia della vita, gli organismi che popolano questo pianeta hanno variamente impiegato strategie cooperative, conflittuali e di disimpegno nei confronti dei potenziali rivali, a seconda delle circostanze. Quel che è venuto completamente a mancare, tra gli umani dei nostri giorni, è il rispetto del principio che i conflitti non devono superare quella soglia che compromette gli equilibri dell’ecosfera. Oramai siamo perfettamente in grado di distruggere questo pianeta e noi assieme ad esso, ma la persistenza del paradigma dominante della competizione sregolata e dell’incessante prevaricazione non lascia ben sperare. Un’ulteriore differenza, rispetto a prima, è che nelle piccole comunità nessuno accumula così tanto potere da essere nella posizione di decidere autonomamente ed arbitrariamente se scatenare una guerra. Serve un vasto consenso che viene immediatamente sondato tramite un’assemblea straordinaria ed un leader guerrafondaio può essere rimosso (o addirittura soppresso). Oggi un governo può entrare in guerra senza chiedere il parere del parlamento e senza doverne rispondere.

Il mito del Neanderthal vittima innocente di un’umanità crudele

Nel 2003 Wesley Niewoehner, archeologo alla California State University di San Bernardino, intervistato dalla BBC, spiegava che la ragione dell’estinzione dei Neanderthal andava cercata nell’enigmatica persistenza dell’uso di un repertorio comportamentale che poneva l’accento sulla forza fisica piuttosto che sull’innovazione tecnologica (Briggs, 2003).
La vicenda dei Neanderthal ci pone di fronte ad un vero e proprio mistero. Un essere umano così simile a noi, geneticamente quasi identico, con una massa cerebrale quasi pari alla nostra ed un comportamento così dissimile. Nel corso di ben 200mila anni di esistenza non si segnalano vere e proprie rivoluzioni tecnologiche ed organizzative, ma solo un lentissimo perfezionamento di ciò che già c’era, probabilmente sotto la spinta dei cambiamenti climatici (Mellars, 1996). Le più recenti scoperte evidenziano un quadro affatto diverso da quello ricostruito in precedenza, che dipingeva la situazione pressappoco così: i Neanderthaliani erano degli uomini come i Cro-Magnon, ma più semplici, rozzi e di buon cuore. Sono stati i Cro-Magnon a sterminarli, a causa della loro naturale aggressività, competitività e spietatezza. È chiaro che, se le cose stessero così, ci sarebbe poco da salvare di un’umanità moderna che ha cominciato il suo percorso civilizzatore sterminando un’altra popolazione umana, per di più quasi completamente pacifica, indigena ed interessata unicamente a sopravvivere. Avrebbero ragione i misantropi e questo libro non avrebbe alcuna ragione di essere scritto. Tuttavia le cose non stanno così. Quel che è successo, nel frattempo, è che è stato superato il paradigma UNESCO del politicamente corretto, che ha condizionato le scienze umane per oltre mezzo secolo, imponendo un insensato imperativo dell’assimilazione ed omogeneizzazione delle suddivisioni del genere Homo, per evitare discriminazioni perfino verso esseri umani ormai estinti (Levin, 1998).
Ora sappiamo invece che i Neanderthal erano aggressivi, competitivi e promiscui, probabilmente a causa dell’alta concentrazione di androgeni, come il testosterone. In questo, erano molto più simili agli altri primati che all’uomo moderno (Nelson et al. 2011). Ci viene anche spiegato che “i Neanderthal erano caratterizzati non solo da adattamenti biomeccanici specifici, ma anche da condizioni ormonali che non hanno riscontri nell'essere umano moderno, sia sano che affetto da patologie” (Viegas, 2010). Erano geneticamente quasi indistinguibili da “noi” (99,5%) ma con una scarsa differenziazione genetica tra di loro. Praticavano il cannibalismo (Thompson, 2006; Bryner, 2010), con una particolare predilezione per il midollo e le cervella e senza mostrare alcun particolare rispetto per le vittime della loro antropofagia, trattate alla stregua delle altre prede (Defleur et al., 1999). Erano particolarmente scadenti nella sfera dell’orientamento e per questa ragione i loro campi erano situati vicino ad aree morfologicamente molto riconoscibili (Burke, 2006). L’antenato comune, che non è ancora stato trovato, risale ad almeno mezzo milione di anni fa (Viegas, 2010). Tra l’1 ed il 4% del nostro genoma ha avuto origine dai Neanderthal, indipendentemente dalla popolazione considerata (inglesi o melanesiani che siano). Ma gli Africani non ne possiedono neanche un frammento. Questo significa che la parziale ibridazione avvenne nel Medio Oriente, prima che l’uomo moderno si spingesse in tutto il mondo. Un’ibridazione parziale perché le sequenze genetiche neanderthaliane non si sono replicate nel genoma dell’uomo moderno. Ciascuno si ritrova con un pezzetto di genoma neanderthaliano diverso rispetto a quello altrui (Pääbo, 2010). Pare che le porzioni di genoma neanderthaliano ci abbiano fornito un vantaggio evolutivo in termini di metabolismo, robustezza e cicatrizzazione delle ferite, ma abbiano anche aperto la porta alla schizofrenia ed all’autismo (Green et al., 2010).
È tuttavia improbabile che i responsabili della loro estinzione siano stati gli Homo Sapiens. Infatti nel Caucaso ebbero davvero pochissime chance di coesistere, essendo scomparsi prima che i Cro-Magnon arrivassero ed anche in Europa il periodo di coesistenza sarebbe stato troppo breve per permettere un genocidio (Pinhasi et al., 2011). Perciò, al momento attuale, nessuno dovrebbe permettersi di affermare di conoscere le cause della scomparsa dei Neanderthal, o di saper spiegare l’improvvisa apparizione dei Cro-Magnon. In proposito, non abbiamo le idee molto più chiare rispetto alla fine del secolo scorso (Tattersall, 1992; Walker & Shipman, 1992; Tattersall & Schwartz, 2000). Quel che sappiamo è che legittimo ipotizzare che la più lenta maturazione di Cro-Magnon sia responsabile della sua superiorità intellettuale (Smith et al. 2010), perché il cervello dell’uomo anatomicamente moderno, pur non essendo molto più grande (1490 cc a fronte di un indice medio di 1395 cc per i Neanderthal), era organizzato molto meglio (Gunz et al. 2010). Queste ed altre indicazioni sulla scarsità di comportamenti simbolici tra i Neanderthal, che erano versioni leggermente più sofisticate di quelle dei loro predecessori a differenza della nostra lettura della realtà simbolicamente mediata, ci spingono ad ipotizzare che, a dispetto della somiglianza, le divergenze cognitive fossero colossali e che “non c’è ragione di supporre che senza un’influenza esterna i Neandertal avrebbero sviluppato comportamenti “moderni”. Erano semplicemente degli umani perfettamente adattati al loro ambiente naturale” (DeSalle & Tattersall, 2008, p. 129).

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