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sabato 28 gennaio 2012

Il blog chiude i battenti - commiato ai lettori e un arrivederci






La libertà esiste al di là di quei recinti che ci costruiamo da soli.
Ethan Powell (Anthony Hopkins) – Instinct - Istinto primordiale

Troppo prezioso tutto quel controllo? Troppo alettante essere un dio?
Ethan Powell (Anthony Hopkins) – Instinct - Istinto primordiale

Tutti noi abbiamo l’aria di credere che la democrazia sia un sistema che una volta avviato prosegue indefinitamente, come per inerzia. Dovremmo invece avere ben presente, sempre, che si tratta di un processo precario, di cui ognuno ha una responsabilità  personale e non delegabile. Non esistono democrazie compiute, ma solo democrazie in divenire, la cui qualità dipende da quanto sappiamo farci carico delle nostre competenze di cittadini: informarci, confrontarci, partecipare, protestare. La democrazia non è qualcosa che ci trascende, la democrazia siamo noi: e ogni volta che qualcuno agirà come se funzionasse da sola, qualcun altro avrà l’opportunità di farla funzionare come pare a lui.

Fanatico è chi percepisce la realtà in accordo con i suoi desideri invece che obiettivamente.
Il tempo dirà se questo è stato il blog di un fanatico o di una persona più lucida della media.
Come ha detto qualcuno, se anche solo il 10% di quel che ho scritto è vero, ci dimenticheremo il significato del termine “noia”.
Per il momento, come preannunciato, questo blog chiude i battenti, con 345 articoli al suo attivo (pura casualità, almeno da parte mia! ;o). 
Tra qualche tempo ne nascerà un altro, non su piattaforma google, perché è ora di sanare una contraddizione di fondo:

Ho cercato di comunicare quel che ho imparato in questi anni da svariate fonti, nella convinzione che potrebbe essere utile e che la diffusione di conoscenza sia un dovere, un privilegio ed un vantaggio per chi se ne fa carico. Infatti un’esistenza circondata da persone che usano una giusta misura di discernimento critico nel tenersi informate è un’esistenza ideale.

Se il mondo va come va – centinaia di milioni di persone affamate, disoccupate, sfollate, rifugiate, espatriate, vittimizzate/perseguitate, malate di malattie curabili, sfruttate, schiavizzate – è perché pensiamo di essere più competenti, svegli ed altruisti di quel che realmente siamo.
Siamo malvagi credendo di essere buoni: per questo facciamo danni e, nel cercare di porvi rimedio, li aggraviamo.
Siamo ignoranti credendo di essere savi: per questo edifichiamo sistemi sociali ignoranti ed autolesionistici.
30mila anni di processo civilizzatore e siamo ancora degli infanti, imbelli, pronti ad affidarci alla prima figura genitoriale che ci promette di avere la soluzione a tutti i nostri problemi.
Siamo pigri e meccanici credendo di essere efficaci e riflessivi: per questo non impariamo dai nostri errori e non riusciamo ad esprimere l’enorme potenziale di bene, di “umanità”, che ci contraddistingue.
Viviamo esistenze piagate dalla paura, che non onorano la vita altrui e neanche la nostra, esistenze che depredano le altre per farsi largo, per sopravvivere ad ogni costo.
La paura, l’insicurezza, l’ignoranza e l’inerzia morale e mentale ci consegnano a oligarchi e tiranni travestiti da leader democratici.
La tirannia più terribile non è quella visibile, del genere in voga nelle nazioni apertamente totalitarie, ma quella che subdolamente altera la percezione della realtà dei cittadini al punto che non si rendono conto di non essere più liberi e non possono neppure immaginare di aver perso qualcosa di importante; che là fuori, da qualche parte, c’è qualcosa di diverso e migliore.
Purtroppo tutto ciò che non rispetta ed onora la vita, essendo necrofilo, si scava la propria fossa ed è destinato a crollare in modo spettacolare.
È quel che ci sta succedendo, che ci piaccia o no. Ci sono moltissime persone che non sanno articolare una frase di senso compiuto quando supera un certo livello di difficoltà e, ancora più sconvolgentemente, devono rivolgersi ai commessi nei negozi per farsi calcolare uno sconto del 50% (!!!).
Temo che la maggior parte di noi abbia solo una vaga idea del livello di abissale ignoranza (analfabetismo di ritorno) ed inebetimento raggiunto da una cospicua fetta della specie umana in queste ultime generazioni, abbandonata a se stessa e facile preda per chi la conoscenza la impiega per soggiogare i più deboli, i più ingenui, i più vulnerabili.
Avendo avuto il privilegio di poter espandere le mie conoscenze, ho cercato di fare il possibile per far sì che qualcosa percolasse.
Nel vari post del blog ho cercato di documentare il declino progressivo della civiltà contemporanea, nella speranza che, quando la gente avrà perso tutto, sarà capace di identificare i principali colpevoli del disastro e si solleverà, incluse quelle persone che non avrebbero mai immaginato di poterlo fare e che, così facendo, scopriranno l’incredibile potenziale celato in loro, nella loro forza di volontà.
Ci sono potentati – ad ogni livello – che detestano l’idea che gli esseri umani siano in grado di autodeterminarsi e sono già impegnati a seminare disinformazione, confusione, polarizzazione, violenza, paura – guerre, rivoluzioni, collassi finanziari, ecc. – per ostacolare ogni tipo di trasformazione positiva. Sono così avidi, così tracotanti, che continueranno sulla stessa rotta, fino all’inevitabile naufragio. Titani che si credono dèi e che subiranno le conseguenza della loro hybris/hubris.
Nessuno può prevedere con accuratezza quel che succederà. Negli anni a venire ci saranno certamente dei risvolti inattesi, per via dell’interazione tra forze antagonistiche che dissimulano le loro reali intenzioni. Ma la tendenza generale è a dir poco catastrofica, perché chi vuole mantenere il controllo della popolazione è disperato, non ha più nulla da perdere e fallirà, sviato dalla propensione a scambiare i suoi desideri per la realtà (il fanatismo, appunto).
Il problema è che questi parassiti si batteranno fino all’ultimo, a costo di ferire mortalmente l’organismo che stanno vampirizzando (non sono lungimiranti) e quindi c’è da aspettarsi di tutto: dai falsi attentati terroristici, alle false sollevazioni popolari, alle guerre “umanitarie” su scala globale, alle operazioni di infiltrati ed agenti provocatori, forse persino alla disseminazione di agenti patogeni per sfoltire le masse risentite e vendicative.
Inevitabilmente, però, commetteranno degli errori di valutazione e la gente, improvvisamente, prenderà coscienza di quel che sta realmente accadendo, uscendo dal suo rimbambimento patologico. Le trasformazioni climatiche-ambientali e le catastrofi naturali faranno il resto, sabotando ogni tentativo di imporre un dominio assoluto sui superstiti.

Nei vari post del blog ho anche cercato di indirizzare i lettori verso il tema della coscienza/consapevolezza e lontano dal paradigma corpo-centrico/materialistico/riduzionistico che ci rende egotistici, limitati, infantili, violenti, meschini, superbi e, soprattutto, parziali e faziosi. 
Sono convinto che le prese di coscienza producano effetti insospettabili, ad ogni livello dell’esistenza umana: un semplice battito d’ali di farfalla può creare effetti inauditi. 
Questo mi è stato insegnato: che la questione centrale per tutti noi è l’interpretazione obiettiva della realtà. Per chi non si sforza di essere obiettivo, per chi si fa guidare da preconcetti e pregiudizi, le lezioni karmiche continueranno ad essere molto dolorose ed insistite.
Quanto a questo, un vizio di fondo del blog è che è pervaso dalla sindrome del salvatore. Questa è un’ulteriore ragione per chiudere baracca e burattini. Non sono riuscito a sottomettere il mio narcisismo e la convinzione di avere una missione da compiere, sebbene abbia ben chiaro in mente che, nella Creazione, ognuno se la deve cavare da solo e non c’è nessuno che fa il tifo per me o per gli altri. Ciascuno deve percorrere la sua strada, ricavarsi il proprio percorso. La salvezza deriva unicamente dalla conoscenza (attiva), non dalla grazia (passiva). Non si deve seguire nessun altro: ciascuno è la guida di se stesso. Più si apprende, più si è consapevoli, più si è nella posizione di praticare una vera autodeterminazione, maggior controllo si acquisisce sul proprio destino, meglio ci si sa difendere. Poiché la conoscenza non ha limiti, il suo valore è infinito.
Ho cercato di dare un contributo in questo senso, ma è probabile che, procedendo oltre, i vizi di fondo si acuirebbero, a discapito della qualità del servizio ai lettori.
Serve qualcosa di diverso, un blog in cui si senta molto meno la mia voce e trovino più spazio le voci altrui. Perché solo una pluralità di voci avvicina al vero. Perché, altrimenti, invece di scambiare, comunicare con gli altri, creare una rete, condividere idee e, in questo modo, maturare – l’interazione e lo scambio di informazioni ed emozioni rendono più acuto ed efficace il processo di apprendimento –, ci si fissa su se stessi, si pretende di determinare i bisogni altrui invece di rispettare i loro modi, tempi e sensibilità; si precipita nell’involuzione e nella regressione.
C’è anche una considerazione più prosaica dietro a questa scelta. Se uno presenta quel che sa come farina del suo sacco si espone ad attacchi e reazioni negative da parte di chi ha un disperato bisogno di difendere le sue verità e vede ogni assalto alle sue convinzioni come una pontificazione o un’offesa personale. Purtroppo l’umanità è quella che è, viziata dal risentimento che trae origine dall’egocentrismo e dalla superbia.
Numerosi blogger più svegli di me hanno già capito che la cosa migliore da dire è: “questo è quel  ho letto/sentito – sta a voi decidere se vi garba oppure no”. 
Ci ho messo un po’ a capirlo…Ragione in più per dar spazio a chi è più in gamba di me, in un nuovo blog, in un Mondo Nuovo.

domenica 23 ottobre 2011

Tolleranza, Intolleranza e Politicamente Corretto



Und doch fordert die Welt, in der wir beben, daß die Menschen miteinander, nicht bloß nebeneinander gehe, daß sie zusammen planen und aufbauen, was alle angeht und allen Leben auf dieser Erde sichert. Tendenz zur Einheit: Einheit, die vielleicht oft nicht im entferntesten geahnt oder erstrebt wird, die vielleicht mit Koexistenz oder Toleranz beginnt, die versucht, eine Widerstreit zu mildern (das Problem der "zwei Kulturen" und seine Überwindungsversuche legen Zeugnis ab), die aber unweigerlich in vielen Bereichen heraufzieht
Alex Langer, “Pluralismus und Einheit”, 1965

In questo senso molti integralismi ecologici e molte tecnocrazie dipinte di verde possono assumere un atteggiamento altrettanto ostile e negativo nei confronti degli uomini e degli altri esseri viventi. […]. Oggi, infatti, una parte delle motivazioni che vengono apportate per caldeggiare politiche ecologiste, sono essenzialmente motivazioni per così dire “di paura”. In altre parole è come se si dicesse: “devi smettere di fumare, altrimenti avrai il cancro; devi smettere di bere, altrimenti etc...”. Sono atteggiamenti che poi non tengono: sono poche, infatti, le persone che smettono in tempo di fumare o di bere, perché la paura non è una motivazione che alla lunga tenga. E la paura inoltre come motivazione non appartiene all’atto della generosità, semmai appartiene all’atteggiamento del “si salvi chi può”, e può spesso indurre a comportamenti o a scelte assai egoiste. La paura spesso può essere un utile campanello d’allarme, ma in genere non è una motivazione che con il tempo regge. Anche le motivazioni ecologico-economiche - cioè quelle di chi guarda alla biosfera semplicemente come una dispensa che deve essere amministrata con cura perché deve durare a lungo, e quindi ne ritaglia fettine piccine, molto sottili - potrebbero portare a politiche di razionamento sociale, di amministrazione oculata della scarsità, ma molto difficilmente ad un cambiamento forte di cultura e di atteggiamento verso la vita sociale e personale.
Alexander Langer, "Fare la pace: scritti su "Azione nonviolenta" 1984-1995", 2005, pp. 135-136

Cicerone, Seneca, Epitteto, Marco Aurelio e Gesù il Cristo hanno fatto della tolleranza un valore centrale dei propri sistemi di pensiero. La ragione di questa enfasi risiede nel fatto che la libertà è la condizione che consente agli esseri umani di maturare spiritualmente e civilmente, mentre la tolleranza è il principio e l’atteggiamento che tutelano la libertà e dunque la possibilità di coltivare il proprio potenziale. Come aveva intuito Voltaire, è più facile essere tolleranti quando si è consapevoli della nostra finitezza, dei nostri difetti e della nostra ignoranza. La disposizione d’animo di chi ritiene di poter apprendere dal prossimo è il fondamento della tolleranza, “l’unico principio che si può considerare propriamente laico” (Bobbio, 1994). 
Il bisogno di convertire il prossimo al nostro punto di vista è invece alla radice dell’intolleranza. La persona tollerante è pronta ad includere nel principio di libertà l’altrui espressione anche di idee che personalmente ripudia. La persona intollerante non è meno umana di quella tollerante. È solo meno informata – e quindi tende a giungere a conclusioni errate partendo da premesse incomplete o false –, meno riflessiva e psicologicamente e cognitivamente meno flessibile, essendo incline a ritenere che tutti gli altri dovrebbero pensarla in un dato modo e che chi non lo fa o è in cattiva fede o è un illuso (Stouffer 1966; Peffley/Sigelman, 1990). 
Nella maggior parte delle persone una certa misura di tolleranza coesiste con un esplicito sentimento di superiorità e convincimento della naturale bontà delle proprie aspettative e desideri. Questo è dovuto al fatto che la quasi totalità degli esseri umani tende all’egocentrismo, ad un pigro appagamento e ad un’ingiustificata fiducia nella correttezza della propria visione della realtà che inibisce la curiosità, la volontà di cercare e sperimentare spiegazioni alternative e stili di vita differenti. 
In pratica, l’intolleranza è il prodotto di una valutazione eccessiva delle nostre capacità di discernimento e giudizio, un circuito autoreferenziato in cui continuiamo a riprodurre quegli schemi di lettura della realtà che confermano le nostre convinzioni essenziali. Abbiamo investito troppo in noi stessi, nella nostra autostima, nelle nostre credenze per permettere a qualcun altro di infrangere le nostre certezze. 
Per inibire una reazione intollerante dovremmo guardarci con gli occhi degli altri, distanziarci da noi stessi, fare un passo indietro nel rispetto dell’altro o un passo avanti verso chi ci chiede assistenza, ma per molti è un compito molto arduo. Per questo siamo tutti intolleranti pur non essendone quasi mai consapevoli
Ci è difficile vedere nell’altro una persona di pari dignità e valore, un mondo ampiamente intelligibile, se solo facessimo lo sforzo di accostarcivisi. Peggio ancora, a causa del nostro relativamente basso livello di tolleranza nei confronti della pluralità del reale, in diversi casi ci risulta persino difficile assegnare all’altro un livello di realtà pari al nostro; tendiamo insomma ad astrarlo e spersonalizzarlo, ristrutturandolo in accordo con i nostri preconcetti e pregiudizi. Così definiamo stupidi i ragionamenti di chi non la pensa come noi e ripetiamo all'interlocutore dissenziente che in realtà è lui a non aver capito. Qualche volta è vero, altre volte no, ma è difficile ammetterlo prima di tutto con noi stessi.
Studi comparativi hanno mostrato che più una società valorizza la specificità dei singoli, maggiori sono la tolleranza e fiducia reciproca tra i cittadini e la democraticità dei processi decisionali (Kasser 2002; Houtman 2003; Allik/Realo 2004; Inglehart et al. 2004; Inglehart/Welzel 2005; Marquart-Pyatt/Paxton 2007; Van de Vijver et al. 2008). 
Una società civile vitale non tollera usanze ed idee diverse perché ne è entusiasta, ma semplicemente perché crede nel principio di libertà, colonna portante del vivere democratico. Dunque la tolleranza non si manifesta nell’accentuazione stereotipica della diversità – come fu il caso del Sudafrica, dove la segregazione era giustificata dalla necessità di mantenere cammini di sviluppo civile separati –, ma nella ricerca di un sentimento di umanità condivisa che trascende le differenze superficiali. Sono tollerante con te perché sei umano esattamente come me e non ho ragione di impedirti di esserlo a modo tuo, a patto che tu non mi impedisca di fare lo stesso. Perciò la prassi sociale della tolleranza è, in ultima analisi, l’atteggiamento di chi vede in ogni altra persona un singolo individuo, con tutte le sue peculiarità, e non l’espressione di un fascio di credenze popolari, portatore più o meno sano delle per noi irritanti caratteristiche del suo gruppo di riferimento o di origine.
Ciò comporta la ferma volontà di consentire al mio prossimo di dire ciò che pensa, nella convinzione che le idee possono ferire e mortificare solo chi dà peso a chi le proclama, mentre le azioni possono far male in ogni caso. Si badi bene, non v’è alcun obbligo di rispettarle – e qui sta il vizio di fondo del dogma progressista del politicamente corretto –, ma unicamente quello di tollerarle, nella piena libertà di criticarle anche aspramente. La tolleranza comporta un obbligo morale di far emergere e dar spazio ad una pluralità di opinioni, non di giudicarle tutte ugualmente valide
L’intolleranza è invece quella di chi, da una posizione di pessimismo antropologico e dunque di paternalismo pedagogico, giudica che la soppressione di certe idee sia un atto di carità e tutela nei confronti delle persone volubili, credule ed impressionabili. Nel difendere questa posizione, purtroppo, l’intollerante pregiudica a se stesso molte occasioni di confronto e di crescita personale, condannando molti altri alla stessa sorte. Come c’insegna Norberto Bobbio, “la tolleranza non è indifferenza…Tolleranza significa che è lecito, anzi doveroso il confronto” (Bobbio 1985).
Ciò non significa però che la tolleranza debba essere illimitata. Senza dubbio esiste una soglia oltre la quale una democrazia non può più gestire un eccesso di pluralismo e deve farsi intransigente. Ad esempio il diritto di espressione non implica il mio dovere di fornire a qualcuno i mezzi per amplificare il suo messaggio
Ma più importante ancora è l’esigenza di evitare che la tolleranza divenga un passepartout per il relativismo morale e per il capriccio snob di porre su un piano di equivalenza la crassa ignoranza, la viscida faziosità, la coscienza bigotta di chi opera per costruire una società in cui la tolleranza stessa non sarà più tollerata, dove la libertà d'espressione sarà un ricordo del passato, il diverso sarà considerato inferiore, l'empatia sarà vista come un segno di debolezza e di infantilismo. La retorica della differenza non può e non deve soppiantare quella dell’uguaglianza, perché altrimenti sarà fin troppo facile etichettare la tolleranza come una velleità elitaria, tipica di chi non vive a contatto con la realtà di ogni giorno, se non un tradimento del bene comune. Esistono dei principi non-negoziabili, incastonati nelle nostre costituzioni e nelle convenzioni internazionali, rispetto ai quali facciamo bene a non transigere.
Lo ripeto: permettere ad un’idea di farsi notare non significa doverla rispettare indiscriminatamente. Ci sono pratiche sociali e norme di condotta che sono migliori delle altre ed è opportuno difenderle. In questo senso, il politicamente corretto è una tirannia della mente ed una forma di intolleranza generalizzata ed istituzionalizzata. Originariamente un lodevole sforzo di depurare la lingua e, in prospettiva, il pensiero, da pregiudizi discriminatori, è diventato un filtro censorio ed uno strumento di allineamento conformistico. Questo meccanismo impedisce di poter avere un dibattito serio su certe tematiche, facilita il controllo del dibattito da parte di fanatici, dogmatici e militanti, esiliando gli interlocutori più creativi e lucidi, e cosparge le discussioni di banalità, preconcetti, semplificazioni, eufemismi (surrogati, come etnia al posto di razza) e tabù (il non-detto). Il tutto in una clima farisaico e puritano, alimentato da persone in buona fede ma di scarso discernimento. Si seppellisce l’esperienza, per poi erigervi sopra un nuovo edificio di credenze. Tutto questo è pervicacemente anti-democratico ed una cittadinanza informata e consapevole avrebbe riservato a questa deriva puritana il trattamento che merita: l’irrisione.

Libertà



Frei sein, den eigenen Glauben, die eigene Weltanschauung, die eigene und je gemäße philosophische Richtung und politische Einstellung zu wählen, zu bekennen und zu verwirklichen trachten, ist heute vielleicht einer der wenigen Werte, die von fast allen Strömungen als solche anerkannt werden. Auch erwächst aus dieser Pluralität unleugbar fruchtbare Begegnung, Dialog, der sich zur Dialektik ausweitet und oft vom anfänglichen Gegensatz zu wertvoller Synthese führt.
Alex Langer, Pluralismus und Einheit 1 aprile 1965. Da: skolast Nr. 4-5

Per umiliare qualcuno si dev'essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria. [...] Dappertutto [...] cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell'unico pezzo di strada che ci rimane c'è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. [...] Siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura […] Siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli.
Etty Hillesum

La libertà pone al centro l’individuo come principio e come valore. È uno dei capisaldi del pensiero umanista. “Ti determinerai la tua natura secondo il tuo arbitrio”, scrive Giovanni Pico della Mirandola nell’orazione De hominis digitate (1486). “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa” confermerà Cesare Beccaria, tre secoli più tardi, nel 1764. Infine, nella sua stesura preliminare, l’articolo terzo della Costituzione della Repubblica, ingiungeva: “È compito perciò della società e dello Stato eliminare gli ostacoli di ordine economico-sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza degli individui, impediscono il raggiungimento della piena dignità della persona umana e il completo sviluppo fisico, economico, culturale e spirituale di essa”. Libertà significa libertà da forze e circostanze che oggettificano l’umano, che impongono ad una persona la passività e prevedibilità della materia grezza. Gli oggetti hanno cause, i soggetti hanno motivazioni e ragioni complesse e anche contraddittorie.
Il filosofo russo Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev considerava la libertà un valore aristocratico: “In realtà, la libertà è aristocratica, non democratica. Dobbiamo riconoscere, sconfortati, che la libertà è cara solo a chi pensa creativamente. Non è necessaria per chi non dà valore al pensiero. Nelle cosiddette democrazie, che si fondano sul principio della sovranità popolare, una proporzione considerevole della cittadinanza non possiede ancora la consapevolezza di essere libera, di recare con sé la dignità della libertà” (Regno dello Spirito e Regno di Cesare, 1951).
È difficile dargli torto. È probabile che tante persone che non si curino della libertà di pensiero, di opinione, di associazione e di stampa lo facciano non tanto perché temono il carico di responsabilità implicito in ogni libertà o perché sentono la necessità di una tutela paternalistica ma perché non sanno cosa farsene, non ne vedono l'utilità, perché non hanno nulla di significativo da esprimere e non prestano molta attenzione a ciò che altri potrebbero dire. È un peccato, perché ciascuno di noi è libero solo se si cura di proteggere la libertà altrui e questa libertà, una volta persa, non la si riguadagna facilmente. La storia ne è testimone.
Il libero arbitrio e la libertà d’espressione sono diritti inalienabili perché sono il prodotto della conoscenza di cui disponiamo e costituiscono una forma di libertà spirituale, la libertà di non essere governati da menti altrui. Ogni individuo dovrebbe idealmente godere della medesima libertà interiore e personale. La libertà interiore comprende la dimensione intellettuale e spirituale della vita umana, cioè l’autodeterminazione etica degli esseri umani, la loro capacità di assumersi la responsabilità per le proprie parole, azioni ed esistenze. Cosa sarebbe l’essere umano senza libertà creativa e realizzativa? Un automa, uno strumento. Lo sviluppo dell’immaginazione è accrescimento di vita, mentre la sua limitazione è una riduzione di vita, un impulso di morte. La libertà è la dimensione di apertura illimitata che consente all’essere umano di trascendere la finitezza. È una condizione d’esistenza indispensabile allo sviluppo della psiche e della coscienza, o dell’anima, per chi è credente. Essere libero, libero di essere onesto con me stesso, di pensare senza dovermi chiedere ogni volta cosa gli altri penseranno di me, di vivere pienamente ed abbondantemente.
Non c’è umanità senza libertà di scegliere, non esiste morale e maturazione spirituale se una persona non può essere libera di compiere il male. Quella persona sarebbe un’arancia meccanica, un congegno, non un essere vivente. Per questo nei campi di sterminio il suicidio e lo sciopero della fame erano proibiti e severamente puniti, anche se acceleravano la morte dei detenuti. Ogni atto di autodeterminazione doveva essere severamente punito.
Tutto ciò che penso, che dico, che faccio, ha un significato ed ha un valore perché sono libero. Solo in questa condizione di libertà la mia vita, i miei pensieri, le mie decisioni, i miei sentimenti sono realmente miei. Diversamente, sarei una marionetta. Solo un essere umano traumatizzato sarebbe disposto a rinunciare volontariamente alla libertà. Altrimenti, di norma, chi la sacrifica, ne sacrifica solo una parte, perché non sa cosa farsene dell’altra. Che cosa me ne faccio della libertà di parola se non ho niente da dire?
Ma la libertà è un bene troppo prezioso per sacrificarlo a qualunque astrazione di ordine inferiore. Chi la libertà l’ha persa, come Viktor Frankl, sopravvissuto all’Olocausto, rammenta che la lezione più importante che ne trasse fu che l’uomo ha sempre una scelta: o un’incrollabile, socratica saldezza d’animo, o la sottomissione ad un potere che intende spogliarti della dignità e dell’indipendenza interiore, trasformandoti in un oggetto in balia delle circostanze.
Per essere effettiva, la libertà esige di poter agire in base alla consapevolezza delle alternative reali e delle loro conseguenze. Per diventare realmente consapevoli è indispensabile poter operare in una società dove le informazioni circolino liberamente e dove tutte le idee possano essere dibattute. 
Non si dovrebbe avere paura di questa libertà, che include anche la libertà di non rispettare le idee altrui (pur rispettando l’interlocutore), di canzonare e di rappresentare un inconveniente per le opinioni altrui. Un principio cardine della costituzione come la libertà d'espressione non può essere fatto valere in certi casi ed ignorato in altri, anche perché una parola è una parola e non serve dare alle parole più peso di quel che meritano. Non siamo automi che rispondono meccanicamente a sollecitazioni verbali e le nostre personali credenze non sono tutelate da alcun diritto inviolabile a non essere messe in discussione, con tutto il tatto ed il senso di responsabilità necessari. Sono le parole o gli atti che distruggono le persone e le cose? Un effetto indiretto è moralmente equivalente ad un effetto diretto? Le parole esercitano un’influenza sulle persone solo se queste decidono che così dev’essere, perché attribuiscono credibilità ed autorevolezza a chi le pronuncia e perché vogliono o temono che il messaggio sia vero. Le parole hanno potere solo se chi le ascolta o legge glielo conferisce. Altrimenti sono solo vibrazioni nell’aria. Dunque attribuire uno speciale potere alle parole è una semplice credenza che ciascuno può respingere coscientemente. Se certe parole ci irritano la responsabilità è nostra, perché lasciamo che ciò avvenga. Possiamo forse plasmare il prossimo in modo da costringerlo ad essere più sensibile? Sarebbe giusto? È sbagliato cercare di controllare gli altri, è una forma di manipolazione tanto deprecabile quanto l’uso di parole al fine di ferire la sensibilità altrui. E siccome non è giusto controllare gli altri, non è nemmeno giusto censurare gli altri.
Senza la libertà di dire qualcosa di sconveniente non c’è libertà. Se le mie azioni sono giudicate in base alla sconvenienza, potrò fare solo quello che gli altri mi consentono graziosamente di fare e, poiché moltissimi sono suscettibili e permalosi, ciò decreterebbe la morte della libertà
Le società democratiche sono conflittuali perché sono formate da esseri umani con punti di vista anche molto diversi riguardo alla realtà, ciascuno convinto che il suo sia più fedele al vero. Nessuno di noi è consapevole dell’intera estensione delle sue credenze e convinzioni e ancor meno di quanto unica e peculiare sia la sua percezione della realtà. 
La libertà di espressione consente a superstizioni, preconcetti e pregiudizi di essere vagliati, separati e respinti dal maggior numero possibile di persone, che potranno invece avvalersi delle idee originali e promettenti. È quindi nel nostro stesso interesse rispettare la libertà del nostro prossimo di dire la sua, anche quando ci infastidisce, ci sciocca, c’indigna, ci oltraggia, ci disgusta, ci ferisce. Solo difendendo la libertà altrui posso continuare a difendere la mia, anche se questa libertà sarà da loro impiegata per ridursi in un angolo, per scegliere di condurre una vita convenzionale, di rinunciare ad esercitare i propri diritti, di consegnarsi a rapporti vincolanti, affiliazioni soffocanti, appartenenze totalizzanti. Se la ricerca della verità e dell’autenticità li conduce in quei paraggi, allora hanno la prerogativa di comportarsi di conseguenza senza che una tutela paternalistica li inibisca, senza trattarli come degli infanti plagiabili, plasmabili, eternamente sprovveduti, inculcando in loro il sospetto di esserlo veramente anche quando si tratta di una mera divergenza d’opinioni. Soprattutto, nessuno osi censurare il prossimo per il mero fatto di essersi permesso di esprimere un punto di vista differente. 
La casa comune dell'umanità che verrà, nel Mondo Nuovo dovrà essere tollerante. Se noi stessi decretiamo che un diritto universale non è più universale, ma vale solo quando ci pare a noi, la nostra credibilità ed autorevolezza saranno compromesse, la forza di quel principio sarà compromessa, la possibilità di tutelare le persone vulnerabili in nome di quello stesso principio sarà compromessa. Se la nostra casa comune avrà timore di idee diverse, allora non avrà un futuro. Un soffio e il castello di carte cadrà: “Far apparire come necessario ciò che è assurdo – che si debba difendere il “mondo libero” rendendolo meno libero, salvare la civiltà occidentale minacciando i principi della sua identità –, e dall’altro cerca di rendere credibile ciò che è incredibile, ovvero che si possa diffondere nel mondo la libertà con l’occupazione militare, instaurare la democrazia con la coazione, istituire l’autonomia con l’eteronomia” (Bovero, 2004, p. X).
La libertà che conta è quella da forze e circostanze che trasformano l’uomo in una cosa e la sua vita interiore in un processo meccanico, automatico, prevedibile, inerziale, come la materia stessa. Se la libertà è come un volo, allora più si mozzano le ali per circoscriverla, più basso ed incerto sarà il volo stesso, a discapito dell’intera comunità. Non si può essere sicuri, nel volo, la libertà non è rassicurante, non dà garanzie, ma è l’unico modo che ci è dato di essere autentici (di non limitarci ad essere ciò che gli altri hanno stabilito per noi) e di diventare più vivi (gioia di vivere) e consapevoli, come il prigioniero rilasciato nella parabola della caverna di Platone. A quel punto la sicurezza che si acquista sarà più stabile, più affidabile, ma mai completa.

Democrazia è bello



La democrazia come mezzo importante per la realizzazione della dignità umana di tutti dunque, nonostante le difficoltà che indubbiamente scaturiscono da un atteggiamento intimamente democratico, appunto perché si deve tener conto di tutti. Chiaro che la democrazia come forma culturale è qualcosa di diverso dal semplice prevalere della maggioranza.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”, in “die Brücke”, 1 novembre 1967


Mi piacerebbe pensare che sarà una democrazia dal volto più compassionevole. Una democrazia più gentile...più gentile perché più forte. [...]. Nei regimi autoritari, dove è lecito esprimere solo certe cose, la crescita del talento viene distorta. Non può sbocciare, Come un albero che cresce in una sola direzione perché è costretto: la direzione che aggrada alle autorità. Non potrà mai esservi un’autentica fioritura di talenti e creatività.
Aung San Suu Kyi, "La mia Birmania" 2008.

La democrazia piace a tanti, ma non è eccitante. Non c’è nulla di eroico, seducente, melodrammatico, virile nella democrazia. La democrazia, quella autentica, è mite, pacifica, non esportabile con la forza
Due grandi studiosi, Tzvetan Todorov e Paolo Rossi, hanno definito magnificamente il vero punto debole della democrazia, il suo essere scarsamente elettrizzante, appunto. “Il totalitarismo contiene una promessa di pienezza di vita armoniosa e di felicità. È vero che non la mantiene, ma la promessa perdura e ci si può sempre raccontare che la prossima volta sarà quella buona e che verremo salvati. La democrazia liberale non contiene invece una promessa simile; si impegna soltanto a permettere a ognuno di cercare per proprio conto la felicità, armonia e pienezza” (Todorov, 2001). 
Il filosofo e storico italiano è ancora più tranciante: “Molti si sono resi conto che la democrazia è una forma molto artificiale e assai poco naturale di vita associata. È strutturalmente e non occasionalmente connessa ad una serie di imperfezioni. È una forma di vita sociale che richiede dosi molto alte di disponibilità all’ascolto, molta capacità di sopportazione, una notevole capacità di vivere in assenza di illusioni, dando scarso spazio alle utopie e all’idea di una totale rigenerazione. L’incompatibilità fra i valori proposti rendono inevitabili i conflitti e rendono incoerente, obsoleta e illusoria l’idea di un Tutto Perfetto nel quale coesistano tutte le Cose Buone. La democrazia è prevalentemente legata ad una filosofia (l’empirismo) che non dà i brividi lungo la schiena, che sembra a molti scarsamente eccitante, che è nata in polemica con l’entusiasmo, che insiste sui limiti del possibile, sulla provvisorietà delle soluzioni, sulla loro parzialità e rivedibilità, che preferisce i compromessi alle decisioni carismatiche. Vive perennemente nel contrasto fra la ricerca del consenso e la necessità di misure impopolari, fra la necessità delle competenze (che sono di pochi) e la necessità del controllo dei molti sulle decisioni dei pochi. La rinuncia a identificare l’Avversario con il Nemico, la ricerca di un equilibrio sempre minacciato” (Rossi, 1995). Come se ciò non bastasse, non esiste alcun fondamento ontologico per la democrazia, i principi che stanno alla sua base non sono scientificamente difendibili. “Vive di presupposti di valore che non può produrre direttamente” (Rusconi, 1999).
Eppure, gradualmente, al prezzo di enormi sacrifici, la democrazia è riuscita ad affermarsi e, pur tra mille difficoltà, è probabile che sia qui per restare. È quel che dovremmo augurarci tutti, inclusi molti dei suoi critici. Infatti la democrazia ha successo perché funziona. James Surowiecki, esperto finanziario per il New Yorker, ha raccolto una considerevole mole di dati che sembra dimostrare che mentre l’individuo immerso in una folla disperde il suo discernimento morale ed intellettuale, la sommatoria delle stime di individui inseriti in un gruppo (come, appunto, in una società democratica) si avvicini al valore esatto in misura a dir poco stupefacente (Surowiecki, 2007). Lo aveva già notato lo statistico britannico Francis Galton, cugino di Charles Darwin. Nel 1906 era in visita ad una fiera zootecnica e fu colpito da evento che contraddiceva le sue credenze riguardo alla stupidità del popolino ed all’innata superiorità delle classi altolocate (credenze che lo avevano spinto sulla strada dell’eugenetica e della sterilizzazione degli “inadatti”). La fiera metteva in palio un premio per chi avesse fatto la stima più precisa del peso di un bue, una volta macellato. Galton, che era maniacalmente attratto da tutto ciò che poteva essere ridotto ai suoi dati numerici, osservò che i partecipanti non erano tutti esperti e che il loro insieme poteva essere considerato un campione rappresentativo dell’elettorato di una democrazia. Il valore centrale verso cui tendevano le 787 stime era di 1207 libbre, contro le 1198 effettive; un divario insignificante, inferiore all’1 per cento. La validità del modello democratico trovava dunque una conferma empirica. Un esperimento analogo fu tentato da un docente di economia statunitense Jack Treynor, che chiese ai suoi studenti di indovinare il numero di palline in un vaso di vetro. Il recipiente conteneva 850 palline e la stima del gruppo fu di 871. Soltanto uno dei 56 partecipanti si era avvicinato al numero esatto più del gruppo di studenti preso nel suo insieme. Questi ed altri test indicano che un gruppo, per raggiungere delle valutazioni affidabili, deve soddisfare due requisiti principali: (a) serve una notevole eterogeneità dei suoi componenti, ossia una considerevole diversificazione delle competenze e delle informazioni disponibili; (b) le scelte personali devono essere il più possibile indipendenti. Il grande nemico è il cosiddetto “groupthink” (“pensiero di gruppo”), cioè la ricerca del conformismo e la dissuasione del dissenso, che riducono la varietà di stime e l’efficacia della valutazione finale. Le conclusioni di Surowiecki sono inequivocabili: “Quando i nostri giudizi imperfetti sono aggregati nel modo giusto, la nostra intelligenza collettiva spesso raggiunge livelli di eccellenza”. Di conseguenza, il compito di un leader è quello di fare in modo che il maggior numero di voci trovino ascolto, per poi decidere sulla base di tutti i riscontri.
La democrazia vince ogni forma di governo concorrente anche se posta a confronto coi rivali sulla base dei risultati effettivi. Ciò è dovuto al fatto che la sua ragion d’essere è la divisione dei poteri e la responsabilizzazione di molti più cittadini. Lord Acton soleva dire che “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. Rudolph J. Rummel, professore emerito di scienze politiche all’Università di Hawaii, ha dimostrato, dati alla mano, che “il potere uccide, il potere assoluto uccide assolutamente”. Senza una netta divisione dei poteri, la stessa vita dei cittadini è a rischio. Rummel ha analizzato migliaia di stime sulle vittime di massacri compiuti dai poteri centrali nel corso della storia (non direttamente causati da un conflitto bellico), per un computo totale di 300 milioni di vittime, di cui oltre la metà nel ventesimo secolo, il secolo dei totalitarismi di destra e di sinistra. Un numero astronomico che non include le vittime dei combattimenti e dei bombardamenti. Il risultato delle sue analisi è univoco: l’unica maniera per fermare gli eccidi (li chiama democidi) è istituire delle autentiche democrazie, quelle dove il potere è distribuito e non accentrato ed i cittadini sono liberi. I dati dimostrano ciò che era facilmente intuibile, cioè che più autoritario è un governo, più alta sarà la mortalità dei cittadini per azioni intraprese dal governo stesso. La centralizzazione dei poteri è una minaccia per i cittadini perché rischia di rivoltarsi contro di loro mentre, al contrario, le democrazie raramente entrano in guerra tra loro. Quasi sempre, nel caso di un conflitto internazionale, una delle due nazioni è un governo non-democratico. Questo perché è assai arduo persuadere l’opinione pubblica a scegliere la via della guerra; serve un pretesto. Se non si tratta di una guerra difensiva, in genere, i governi democratici devono ricorrere all’inganno ed alla manipolazione dell’opinione pubblica oppure appoggiano colpi di stato, omicidi politici e guerre per procura. In ogni caso, anche se si opta per la guerra, le democrazie tendono storicamente a limitare la ferocia e la durata del conflitto, perché i governi temono di irritare l’opinione pubblica. Inoltre le democrazie non eliminano i propri cittadini pubblicamente: più deboli sono le democrazie, ossia più oligarchica è la natura del loro potere, maggiore sarà il rischio che ciò avvenga impunemente, specialmente perché il potere attira un certo tipo di personalità autoritaria ed aggressiva. Le atrocità commesse dalle democrazie sono state compiute a dispetto del fatto che erano democrazie, o perché il processo democratico non era in uno stato sufficientemente avanzato. Hanno tradito la loro natura, il loro spirito. Di conseguenza trasparenza, partecipazione della società civile e libertà civili sono la miglior immunizzazione contro la violenza in generale e la guerra in particolare, perché promuovono i principi della negoziazione, del compromesso, dell’associazionismo, della tolleranza delle differenze. Ciò dimostra che la specie umana, di norma, non ama la violenza (e non ama pagare le tasse che servono a perpetrarla). La risposta al perché delle guerre non va cercata nella psiche o nella natura umana, come sono inclini a fare i commentatori di destra, perché non c’è nulla di inevitabile ed irreversibile. Non è neanche un problema riconducibile a fattori economici o alla scelta di pessimi leader: una spiegazione prediletta dai commentatori di sinistra. La chiave è invece la struttura sociale: più la sovranità è condivisa con la società civile, più rare saranno guerre, eccidi e carestie. Infatti, fino al momento attuale, nessuna democrazia ha dovuto fronteggiare una carestia. Altri dati significativi sono che, di norma, le democrazie hanno abbandonato le loro colonie meno violentemente rispetto ai regimi non-democratici e che i tassi di criminalità violenta sono più bassi nelle democrazie, anche se includiamo gli Stati Uniti.
In sintesi, democrazia è bello perché le decisioni sono più ragionate e precise, perché ci sono meno possibilità di lasciarci la pelle e perché c’è maggiore prosperità. Già questo dovrebbe essere sufficiente ad accontentarci. Ci sono però tanti altri vantaggi che forse ormai diamo per scontati. 
Ecco gli assunti fondanti di una democrazia (Merriam, 1938): l’essenziale dignità dell’essere umano; l’importanza di proteggere e coltivare la personalità dei cittadini in un clima di collaborazione e non di divisione (pluralità unitaria); l’eliminazione di privilegi basata su interpretazioni arbitrarie ed esagerate delle differenze tra esseri umani; l’idea che l’umanità possa migliorare; la convinzione che i profitti debbano essere ridistribuiti il più possibile tra tutti ed in tempi ragionevoli; il pari diritto dei cittadini di far sentire la propria voce su questioni delicate (coesistenza del maggior numero possibile di opinioni, o pluralismo) e di decidere autonomamente chi li debba rappresentare; la premessa che i cambiamenti sono normali, possono essere molto vantaggiosi e vanno realizzati tramite processi decisionali consensuali (spirito del compromesso, suffragio universale) e non con la prevaricazione e la forza bruta. Le democrazie non riconoscono l’esistenza di persone comuni e medie, si compongono di persone che hanno valore in quanto tali e che, idealmente, non temono le opinioni altrui, non hanno paura di chi non la pensa come loro e guardano ai propri governanti con una salutare misura di scetticismo.
È forse vero che le democrazie non sono “eccitanti”, ma è anche vero che i regimi più “dinamici” sono spesso anche quelli meno tolleranti, meno flessibili, meno in grado di venire incontro alle necessità di milioni di cittadini. È presumibile che la maggior parte delle persone preferisca una vita serena ad una vita sempre sul chi vive. Ad ogni modo il processo di democratizzazione non è assolutamente concluso, neppure nelle democrazie di lungo corso. Al mondo vi sono molte democrazie formali, ma non c’è nessuna democrazia compiuta, perché nessuna delle premesse sopraelencate è stata soddisfatta. Inoltre milioni di cittadini di società democratiche non hanno sviluppato una propensione democratica, uno stile del vivere e del pensare pienamente democratico. Lo si nota al momento del voto e nelle interazioni quotidiane. C’è ancora molto lavoro da fare. Innanzitutto è necessario che sempre più cittadini comprendano che la coscienza viene sempre prima degli appetiti e delle lealtà collettive. Una lezione che abbiamo ricavato dall’esperienza del nazismo e degli altri totalitarismi ma che non sempre è stata debitamente assimilata. “Lo stato è fatto per l’individuo e non vice versa” (Bobbio, 1999). Sempre Bobbio: “Occorre diffidare di chi sostiene una concezione antiindividualistica della società. Attraverso l’antiindividualismo sono passate più o meno tutte le dottrine reazionarie – assiologicamente, l’individuo è superiore alla società di cui viene a far parte. […]. Non sarà mai sottolineata abbastanza l’importanza storica di questo rovesciamento. Dalla concezione individualistica della società nasce la democrazia moderna, che deve essere correttamente definita non come veniva definita dagli antichi, “il potere del popolo”, ma come il potere degli individui presi uno per uno…La democrazia moderna riposa sulla sovranità non del popolo ma dei cittadini” (Bobbio, 1997). La logica del suffragio universale non può essere malinterpretata: “una testa, un voto è un principio irrinunciabile della democrazia ed estraneo, in principio, allo spirito comunitario ed organicistico, così come a quello corporativo. […] A un sistema laico non si confà il riconoscimento delle comunità, quali che esse siano, come soggetti pubblici nel senso di soggetti che bussano alla porta della rappresentanza politica” (Pavone, 2005).
Perciò si deve concludere che non esiste democrazia senza individualità, ossia la capacità di ragionare con la propria testa e di agire responsabilmente non perché così è richiesto dalla legge ma perché ce lo suggerisce la coscienza, il nostro giroscopio morale. I cittadini non sono mattoni nell’edificio della società, non sono dei mezzi per un fine: sono dei fini in se stessi. La maturazione di una coscienza individuata non porta all’egotismo ma ad un diverso e migliore – più saldo, più profondo, più significativo, più intenso, soprattutto più adulto – rapporto di interconnessione con gli altri (Kateb, 2003). 
Come vi è una fede religiosa matura, così esiste un civismo maturo, basata sull’autonomia dei singoli e l’iniziativa personale e non su routine interiorizzate, convenzioni incontestate, superstizioni ritualizzate, preconcetti fossilizzati e lealtà ascritte, una tesi confortata dai dati empirici raccolti in 90 società tra il 1981 ed il 2007 (cf. Inglehart/Welzel, 2010). 
Il cittadino democratico maturo non necessita di tutele paternalistiche e non delega la propria volontà a qualcun un altro, lasciandosi condurre per mano. “Una democrazia debole ed inefficace non riflette una carenza di disciplina collettiva, di conformità di gruppo e di osservanza delle regole. E' più probabile che l’inadeguatezza della disubbidienza civile e dell’autoespressione dei cittadini facilitino sensibilmente il compito dei governanti autoritari. Non l’acquiescenza ma l’emancipazione rendono le società più democratiche” (Inglehart/Welzel, 2005). 
In una democrazia si parte dal postulato che ciascuno, anche la persona più mediocre, ha qualcosa da esprimere che merita la nostra attenzione, che ha valore di per sé e non in relazione ad un gruppo di appartenenza o riferimento, e che nessuno ha la verità in tasca. Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze. La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e nessuno è un maestro, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso. Ascoltare, dibattere, partecipare, deliberare, acconsentire, mettere in discussione: solo così ogni singolo cittadino acquista valore, “peso”, diventa consapevole del suo ruolo nella società e nel mondo e dell’importanza del parere altrui. Questo perché “la politica democratica come pratica sempre rivedibile comporta un’attenzione particolare alle conseguenze dell’agire. Non è così per i regimi basati sulla verità del bene e del male. La verità assoluta, infatti, non teme le conseguenze. Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus. Lo spirito democratico è invece quello in cui le convinzioni della coscienza e conseguenze dell’agire formano un circolo sempre aperto nel quale si determinano le norme dei soggetti responsabili” (Zagrebelsky, 2007).
Oggi lo spirito democratico evocato da Zagrebelsky non gode di una salute robusta, assediato com’è dalle oligarchie, dai lobbismi delle grandi industrie e dei cartelli finanziari. L’insigne giurista austriaco Hans Kelsen era convinto che le spinte autoritarie fossero anti-moderne, residui di mentalità antiquate. Ciò potrà anche essere vero, ma non pare che si siano affievolite, con il passare del tempo. Tutti sappiamo il peso che hanno esercitato ed esercitano certe aziende sulle decisioni dei governi e dei parlamentari italiani. Altrove le cose non vanno diversamente. La Toyota e la Sony condizionano pesantemente la vita politica giapponese. In Finlandia la Nokia fa in modo che certe misure sulla privacy siano approvate piuttosto che altre. Nel Regno Unito la GlaxoSmithKline, una multinazionale farmaceutica, assume nel direttivo (con un salario di 116.000 sterline all’anno) Sir Roy Anderson, consulente del governo britannico per le emergenze epidemiologiche. Quant’è il peso dell’industria bellica statunitense sulla politica internazionale americana? Lo stesso Obama ha speso oltre mezzo miliardo di dollari per essere eletto. Siamo certi che non debba niente a nessuno, che non ci siano legami particolari tra parte del suo staff e i lobbisti delle multinazionali? I rapporti tra politica ed impresa sono inevitabili e non sono necessariamente nocivi, anzi, lo diventano solo quando il bene pubblico non solo passa in secondo piano, ma viene sacrificato in nome dell’interesse privato del grande capitale. Si chiude un occhio, si permette che il voto di un imprenditore valga migliaia di volte quello di un comune cittadino.
Nel lungo periodo, questo vizio di fondo delle nostre società è pernicioso per la stessa economia, non solo per la democrazia. Incrementa l’entropia nel sistema. Una prospettiva a corto raggio limita i poteri creativi dell’immaginazione degli investitori e dei politici, che rischiano di adagiarsi nel solco di logiche consuete inadatte ad un mondo in rapida trasformazione. Come abbiamo visto, la virtù precipua della democrazia è invece proprio quella di avvalersi del giudizio di molte teste, ciascuna con le sue competenze. La frammentazione in gruppi di pressione identitari, la deindividualizzazione dei cittadini, la salda gerarchizzazione sono tutti indizi che la democrazia formale non si riesce a tradurre in una democrazia sostanziale e che il potere è riuscito a dividere i governati, indebolendoli. Questo è l’obiettivo degli oligarchi. Chi non apprezza la democrazia preferisce cittadini passivi e facili da tenere in pugno. L’oligarchia è una sistema di potere simile a quello aristocratico, ma sorretto dalla ricchezza e non dal lignaggio (il sangue). In termini pratici si tratta di una plutocrazia: i ricchi comandano, i poveri obbediscono. Storicamente è stato l’avversario più acerrimo della democrazia, anche perché non è difficile per dei demagoghi e dei ciarlatani far credere ai cittadini di vivere nella più autentica delle democrazie, di essere loro a scegliere chi li governa, quando invece l’assetto è di stampo oligarchico e non si persegue il bene comune ma quello privatistico. Per riuscirvi è sufficiente controllare l’informazione, la conoscenza dei fatti. L’informazione è potere e la percezione della realtà può essere abilmente manipolata senza che i cittadini se ne rendano conto (specialmente quelli che credono di essere già sufficientemente informati).
Pensiamo all’influenza dei vari tychoon del nostro tempo e, prima ancora, di Henry R. Luce sulla politica estera americana e sul dibattito sui diritti degli americani comunisti (Luce finanziò segretamente il maccartismo). Andrea Barbato ha osservato che “negli anni cruciali prima e durante il maccartismo, la capacità di convinzione dei giornali editi da Luce era incalcolabile, e quasi sempre aveva un effetto deformante sulla verità. Il mitico giornalismo americano, così celebrato per la propria indipendenza, accettava che Henry Luce in persona cambiasse il senso degli articoli inviati dai corrispondenti dall’estero per renderli al massimo antisovietici” (Barbato, 1996). 
Una democrazia non sopravvive se i giornalisti non fanno il loro mestiere di segugi dell’informazione. C’è democrazia solo laddove c’è libero arbitrio ed un libero arbitrio ignorante o disinformato non vale nulla. Nessun essere umano può “funzionare” se il raziocinio è rimpiazzato dagli slogan, dalla retorica, dalla propaganda, dall’attenzione selettiva e distorcente dei mezzi d’informazione, dai clichè e se un doveroso scetticismo verso le esternazioni e promesse dei potenti perde terreno a favore della militanza conformista e dell’accidia.
A quel punto la cittadinanza è completamente inaffidabile e, in un sistema di democrazia diretta, tutto è teoricamente possibile, anche il sovvertimento di tutto ciò che caratterizza come democratica una società. D’altra parte non è certo escludendo i cittadini dai processi democratici che si possono educare alla democrazia. 
La grande scommessa dei nostri tempi sarà dunque quella di respingere gli assalti oligarchici allo stato di diritto ed alle funzioni parlamentari, confidando nel fatto che una maggioranza di cittadini re-imparerà la lezione che, nel tempo, abbiamo scordato.