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domenica 1 gennaio 2012

Reinhold Niebuhr su Governo Mondiale, angelismo, rivoluzione ed imperialismo umanitario




Amo Reinhold Niebuhr. È uno dei miei filosofi preferiti. Da lui ho appreso che esiste un male reale nel mondo e avversità e dolore e che dovremmo essere umili e modesti nella nostra convinzione di poter eliminare queste cose. Ma non dovremmo usarla come scusa per giustificare il nostro cinismo ed inazione. Ho appreso il senso che dobbiamo fare questi sforzi consapevoli che sono ardui, senza oscillare tra l’idealismo ingenuo ed il realismo amaro.
Senatore Barack H. Obama, candidato alle presidenziali statunitensi, 2007

La società occidentale è stata salvata dal destino del “mondo nuovo” descritto da Aldous Huxley da fortunate confusioni della democrazia, da quel poco di buon senso rimasto alla gente comune e dalla sconfitta dei presunti signori della storia nel creare un progetto politico che desse loro quell’onnipotenza che la loro onniscienza sembrava meritare.
Reinhold Niebuhr

Uno dei consigli favoriti degli studiosi di scienze sociali è quello di giungere a un accomodamento. Se due parti sono in conflitto, fatele negoziare, moderare le loro pretese, giungere a un modus vivendi…senza dubbio innumerevoli conflitti possono essere risolti in questo modo. Ma un gruppo diseredato, come per esempio i neri, potrà mai ottenere piena giustizia per questa via? Le sue anche più minime richieste non sembreranno esorbitanti ai bianchi dominanti, solo una piccola minoranza dei quali guarda con un obiettivo senso di giustizia al problema dei rapporti razziali? O come faranno gli operai a seguire questo consiglio quando devono trattare con i proprietari delle industrie, i quali hanno talmente tanto potere da poter uscire vincitori da un dibattito per poco convincenti che siano le loro argomentazioni? Ben pochi sociologi hanno capito che la soluzione – basata su un compromesso tra le parti – di un conflitto sociale causato da uno squilibrio di potere nella società è difficile che sia conforme a giustizia fintanto che tale squilibrio di potere sussiste….La maggior parte degli studiosi delle scienze sociali è costituita da razionalisti talmente convinti da ritenere che gli uomini al potere limiteranno immediatamente il loro sfruttamento e le loro pretese non appena avranno appreso dai sociologi che le loro azioni e i loro atteggiamenti sono antisociali […] . Ciò che manca a questi moralisti, siano essi religiosi o razionalisti, è la comprensione del carattere brutale del comportamento di tutte le collettività umane, e della forza dell’interesse personale e dell’egoismo collettivo in tutte le relazioni tra gruppi….Questi pensatori guardano al conflitto sociale come a un metodo mediante il quale non si possono conseguire dei fini moralmente approvabili, oppure come a un espediente momentaneo che un’educazione più perfetta o una religione più pura renderanno superfluo. Essi non si avvedono che le limitazioni dell’immaginazione umana, e la facile soggezione della ragione ai pregiudizi e alla passione, specialmente nei comportamenti di gruppo, rendono il conflitto sociale un fenomeno inevitabile nella storia dell’uomo, probabilmente fino alla fine di essa.
Reinhold Niebuhr

Affrontare con il riso le delusioni e le frustrazioni, le irrazionalità e le contingenze della vita è una forma di superiore sapienza…Un’accettazione umoristica del destino è veramente espressione di un’alta forma di distacco da se stessi. Se gli uomini non si prendono troppo sul serio, se hanno qualche senso della natura precaria dell’avventura umana, dimostrano che stanno guardando all’intero dramma della vit, non soltanto dal punto di vista limitato dei loro interessi ma da un orizzonte visuale più lontano e superiore.
Reinhold Niebuhr

C’è chi mi ha chiesto quali siano i miei pensatori di riferimento. Io ho moltissimi pensatori di riferimento, perché mi rifiuto di privilegiare un’unica fonte. Devo però dire che ho scoperto, abbastanza recentemente, che c’è un pensatore con cui mi trovo sostanzialmente in accordo su quasi tutto. Questa cosa mi mette un filino a disagio, perché dimostra che non c’è quasi nulla di originale in quello che penso e scrivo. Tanti anni di studi e riflessioni per arrivare a dire cose già dette, scrivere cose già scritte!
A differenza di Obama, Bush aveva dichiarato che il suo filosofo preferito era Gesù Cristo e, durante la sua amministrazione, Niebuhr fu eclissato. Obama ha anche affermato di essere stato influenzato da Friedrich Nietzsche – per il quale Niebuhr coltivava una tenace avversione – e da Paul Tillich, amico personale di Niebuhr. Niebuhr lo aiutò ad emigrare e provò a fare lo stesso con Bonhoeffer (suo allievo tra il 1930 e 1931), il quale prima gli diede ascolto e poi però decise di rientrare in patria e caricarsi sulle spalle la croce del tirannicidio.
Reinhold Niebuhr (1892-1971) è stato uno dei giganti della cultura statunitense del dopoguerra, la cultura egemone a livello globale. Dunque merita la nostra attenzione.
È stato il teologo americano più influente del ventesimo secolo. Non era un biblista, ma un teologo morale e politico che si domandava, molto socraticamente, come ciascuno di noi dovrebbe agire, individualmente e collettivamente, nel mondo post-edenico.
Niebuhr distingueva l’etica dalla politica ma le considerava intrecciate, interpenetrate.
La coscienza e il potere, l’etica e la coercizione, l’idealismo ed il realismo, sono fattori della vita umana che non possono non incontrarsi e che devono coesistere attraverso compromessi per nulla facili, spiegava nel suo testo più noto, intitolato “Moral Man and Immoral Society” (1932). Il realista privo di uno sguardo morale è uno stolto tanto quanto l’idealista che non tiene conto della realtà della vita umana. Abbiamo l’obbligo morale di vedere il mondo come è, non come preferiremmo che fosse e di astenerci dal ricrearlo in funzione dei nostri desideri e valori (che non sono universali).
L’egoismo comunitario è inevitabile e le nazioni sono tenute assieme dal collante della forza e delle emozioni, non dalla ragione, per questo sono essenzialmente egotistiche. Per di più lo Stato conferisce potere agli impulsi collettivi più egotisti e convince l’individuo ad identificarsi sempre più saldamente con essi. Poiché la negatività della nostra natura non si può cancellare, è assurdo pensare di poter pianificare il futuro. Dunque le politiche debbono essere modeste e moderate, se non si vuole rischiare di peggiorare le cose, a causa dei limiti della razionalità umana, dell’incompletezza delle nostre conoscenze e della parzialità del nostro comportamento.
Non si fondano istituzioni globali (governo planetario, nuovo ordine mondiale) finché non esiste una coscienza cosmopolita e questa, finora, è un miraggio.
In breve, questi sono gli elementi chiave dell’approccio niebuhriano alla politica ed alla società:
1. compromesso invece di utopismi e dottrinarismi;
2. Realismo morale;
3. Necessità del potere;
4. Limiti morali all’azione politica;
5. Esigenza di umiltà;
6. Azione politica responsabile;
7. Fermezza realistica e speranza;

NIEBUHR E IL NUOVO ORDINE MONDIALE (GOVERNO GLOBALE) – Niebuhr ravvisa nel racconto futuristico “The shape of things to come” di H.G. Wells (1933) i tratti distintivi di un ipotetico governo globale: “i tecnici moderni, simbolizzati da un gruppo cospiratore di aviatori, avrebbero stabilito un’autorità mondiale sufficientemente potente per imporre i principi della verità universale attraverso un programma educativo destinato a tutta l’umanità. Questo programma educativo avrebbe infine creato la mentalità universale e la cultura globale indispensabile per la stabilità della comunità universale. Il movimento del suo [di Wells] pensiero dalla democrazia alla tirannia è la prova della sua disperazione”.
In “the myth of world government” (“The Nation”, 1946), Niebuhr spiega che, in assenza di una comunità organica mondiale, il governo mondiale diventerebbe una costruzione artificiale priva di alcuna autorità. Incrementerebbe il chaos e l’anarchia nel tentativo di esercitare la propria autorità in un mondo diviso, pieno di disparità, socialmente diversificato, multiculturale e, in breve, plurale, senza un obiettivo comune ed un’identità condivisa. Un tale governo sarebbe o totalmente inefficiente e perciò irrilevante, oppure dispotico, di un dispotismo senza precedenti, una nuova tirannia imperialistica, globale, sanguinaria, totalizzante, distopica e, in ultimo, caotica. L’alternativa quindi sarebbe da un lato l’impotenza, dall’altro la tirannia e il caos.
Senza una comunità organica non si formano istituzioni durevoli. Nel numero di Times che gli dedicò la copertina, un numero importante perché celebrava l’anniversario del suo venticinquesimo anno di pubblicazioni, N. dichiarava: “non si fa un governo mondiale redigendo una splendida costituzione. Lo si fa all’interno di un processo storico, maturando fino ad essere pronti”.
Per N. un tale ordinamento transnazionale sarebbe inevitabilmente caratterizzato da un blando capitalismo, una blanda democrazia, un blando filantropismo ed una religione aristocratica: se a qualcuno tutto questo non bastasse o non stesse bene, sarebbe bollato come minaccia pubblica ed eretico, violatore dei decreti divini.
Un governo globale non potrebbe mai fabbricare dal nulla uno spirito di comunità e quindi, alla lunga, fallirebbe, ma la sua ascesa sarebbe facilitata dalla stupidità (sic!) dell’uomo medio, che assiste l’oligarca nei suoi sforzi di dissimulare i suoi reali intenti. N. pensa che la maggior parte delle persone non sia dotata di quelle capacità intellettuali sufficienti a formarsi dei giudizi autonomi e per questo il conformismo prevale in ogni società.
“L’illusione di un governo mondiale” (da “Christian Realism and political problems”, 1953): “il nostro problema è che la tecnica ha creato un abbozzo di comunità mondiale, ma non l’ha integrata organicamente, moralmente o politicamente; ha creato una comunità di reciproca dipendenza, ma non di reciproca fiducia e rispetto…era probabilmente inevitabile che la condizione disperata del nostro tempo dovesse persuadere alcuni uomini ben intenzionati che le lacune di una comunità tecnicamente integrata, ma politicamente divisa, si potessero colmare con il semplice espediente di stabilire un governo mondiale attraverso il dominio della volontà umana e di creare una comunità mondiale tramite il dominio di un governo mondiale…Purtroppo la nostra precaria situazione non è una prova né della capacità morale di creare un governo mondiale con un atto di volontà, né della capacità politica di un simile governo di integrare una comunità mondiale ancor prima di organizzare una crescita più graduale del “tessuto sociale” di cui ogni comunità ha bisogno ancor più che di un governo…L’apparato per l’applicazione della legge può essere efficace quando la comunità nel suo complesso obbedisce implicitamente alle leggi, cosicché l’applicazione coercitiva può essere limitata a una minoranza riottosa…La falsità implicita nell’idea di governo mondiale si può esprimere con due semplici proposizioni: la prima è che i governi non si creano per decreto (benché talora li si possa imporre con la tirannia), la seconda è che i governi hanno un’efficacia limitata nell’integrare una comunità. I sostenitori del governo mondiale propongono di convocare un’assemblea costituente mondiale, che creerebbe l’apparato per un ordine costituzionale globale e poi inviterebbe le nazioni ad abrogare o ridurre la loro sovranità al fine di dare a questa sovranità universale di nuova istituzione un dominio incontrastato…I governi non possono creare le comunità, per il semplice motivo che l’autorità del governo non è primariamente l’autorità della legge o della forza, ma l’autorità della comunità stessa. Le leggi vengono obbedite perché la comunità le accetta come corrispondenti, nella loro globalità, alla sua idea di giustizia”.
Come dopo di lui Norberto Bobbio, anche Niebuhr si domanda come si possa costituire una forza di polizia fedele a uno stato mondiale
Per Niebuhr la figura allegorica dell’Anticristo è il nume tutelare di questo organismo transnazionale. Cita il Nuovo Testamento: “Poiché molti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”. E ne sedurranno molti” (Matteo 24: 5) – “Perché sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli così da ingannare, se possibile, anche gli eletti” (Matteo 24: 24) – “…Ma sappi questo, che negli ultimi giorni ci saranno tempi difficili. 2 Poiché gli uomini saranno amanti di se stessi, amanti del denaro, millantatori, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, sleali, 3 senza affezione naturale, non disposti a nessun accordo, calunniatori, senza padronanza di sé, fieri, senza amore per la bontà, 4 traditori, testardi, gonfi [d’orgoglio], amanti dei piaceri anziché amanti di Dio, 5 aventi una forma di santa devozione ma mostrandosi falsi alla sua potenza; e da questi allontanati” (2 Timoteo 3:1-5).

NIEBUHR E L’IDEOLOGIA DEL SALVATORE DEL GREGGE UMANO – N. è un severo critico dell’esigenza psicologica umana di attendere che qualcuno – un re o un semidio scomparso ma che ha promesso di tornare dal suo popolo – arrivi a salvarla, sollevandola dalle proprie responsabilità. Trova che questo motivo archetipico sia infantile, indegno di adulti maturi e dignitosi. Perciò mette in guardia i suoi lettori dal cadere nella trappola del “re messianico davidico, il re-pastore, che porterà la rettitudine e la giustizia, che guiderà benevolmente il suo gregge e porterà gli agnelli in seno. In breve, egli unirà amore perfetto e grande potere, risolvendo così la perenne ambiguità morale di tutti i sistemi politici, derivante dal fatto che il potere non è mai perfettamente armonizzato con i fini della giustizia”.

NIEBUHR CONTRO L’ANGELISMO – “se soltanto più gente andasse in chiesa o all’università, i ricchi che ora hanno troppe ricchezze si priverebbero dei loro privilegi e farebbero giustizia tra le nazioni e al loro interno. Questa facile soluzione ai mali del mondo viene proposta nonostante tutta la storia dell’umanità provi il contrario….Esso non affronta il fatto che i gruppi umani, le classi, le nazioni e le razze sono egoisti, indipendentemente dall’idealismo morale degli individui all’interno dei gruppi” – “i figli delle tenebre sono malvagi perché non conoscono altra legge al di là dell’io. Benché malvagi, sono avveduti perché comprendono il potere dell’interesse individuale. I figli della luce sono virtuosi perché hanno una certa comprensione dell’esistenza di una legge superiore alla loro volontà, ma in genere sono stolti perché non conoscono il potere della volontà individuale. Sottovalutano il pericolo dell’anarchia sia nella comunità nazionale sia in quella internazionale” – “si deve comprendere che i figli della luce sono stolti non soltanto perché sottovalutano il potere dell’interesse individuale nei figli delle tenebre, ma perché lo sottovalutano in se stessi. Il mondo democratico è giunto così vicino alla catastrofe non soltanto perché non ha mai creduto che il nazismo possedesse la furia demoniaca che esso dichiarava apertamente: la civiltà ha rifiutato di riconoscere all’interno delle sue comunità il potere degli interessi di classe. Parlava con disinvoltura di coscienza internazionale ma nel frattempo i figli delle tenebre riuscivano abilmente a mettere una nazione contro l’altra”.

NIEBUHR E L’IMPERIALISMO AMERICANO – Per N. il Vietnam è “un esempio dell’illusione di onnipotenza americana”. L’idea di una missione sacra dell’America in difesa dell’umanità e della civiltà è un indice di bancarotta morale: “è intollerabile il pensiero di un’America così potente da essere ritenuta responsabile dei grandi eventi storici in ogni parte del globo, al di là delle sue possibilità di conoscenza e progettualità. Per una nazione potente niente è più pericoloso della tentazione di nascondere i limiti del proprio potere. Sarebbe la nostra rovina se ci ritenessimo i signori della storia contemporanea”.

NIEBUHR E LA RIVOLUZIONE – C’è sempre un gruppo dominante e quelli che prevalgono sono i suoi interessi e la loro massimizzazione. Nessun gruppo dominante rinuncia volontariamente al proprio potere ed al proprio prestigio. Non basta la persuasione razionale e morale, servono pressioni economiche e politiche, proteste e anche rivoluzioni, laddove tutte le altre strade sono state tentate. La ragione è serva, non padrona, dell’interesse personale. Anche laddove uno è smascherato, farà di tutto per mantenere lo status quo, usando una varietà di argomentazioni che ritiene plausibili per giustificare il suo egoismo. La mente affila le unghie del predatore e siccome il predatore umano si nutre di idee e non solo di cibo e la sua immaginazione è sconfinata, il suo istinto predatorio sarà insaziabile.
Ciò detto, le ideologie rivoluzionarie sono autoreferenziate, totalitarie, ricercano il potere assoluto, non possono riconoscere la legittimità di istanze diverse dalle loro.

NIEBUHR SU PACIFISMO E NONVIOLENZA
Rifiutare di usare ogni metodo coercitivo significa che non ci si è resi conto che ognuno li usa continuamente, che tutti viviamo […] in un sistema politico ed economico che mantiene la sua coesione anche con l’uso di varie forme di coercizione politica ed economica.
“Why I leave the FOR”, in “The Christian Century”, LI, 1934, pp. 18-19; p. 18
Il pacifismo è incapace di distinguere tra la pace della capitolazione di fronte alla tirannia e la pace del Regno di Dio.
“Christianity and Power Politics”, New York 1940
Se alla fine Hitler sarà sconfitto, lo sarà perché la crisi ha risvegliato in noi la volontà di conservare una civiltà nella quale la giustizia e la libertà sono delle realtà e ci ha fatto conoscere che per le ambiguità della storia sono necessari metodi ambigui. Coloro che sono disgustati da tali ambiguità abbiano la decenza e la coerenza di ritirarsi in un monastero, dove i perfezionisti medievali trovano il loro rifugio.
“An end to illusions”, in The Nation, CL 1940, p. 779
Crede nel valore del pacifismo assoluto, il pacifismo di testimonianza, che ci ricorda l’esistenza di una dimensione trascendente in cui la legge della nonviolenza è l’unica legge, una testimonianza essenziale per chi non vuole sprofondare nel cinismo che legittima qualunque uso della forza. L’importante è che non ci spinga a rifiutare categoricamente la politica, privilegiando il Regno di Dio.
N. considera deplorevole il pacifismo come strategia per purgare il mondo dai conflitti politici ed internazionali.
Per lui l’unica distinzione significativa è tra nonresistenza e resistenza in tutte le sue forme, che sono tutte violente in quanto coercitive, seppure in diverso grado e vanno valutate a seconda dei loro presumibili effetti. In certi casi la resistenza violenta può essere malauguratamente preferibile, perché produce conseguenze meno dannose e dolorose di quella “nonviolenta”.
Rilassare la tensione tra essere e dover essere, tra reale e ideale, abbracciando un pacifismo assoluto significa commettere il peccato di superbia, credersi Dio, negare la nostra finitezza: “le esigenze etiche esposte da Gesù non possono trovare la loro realizzazione nelle attuali condizioni di esistenza dell’uomo” (“An interpretation of christian ethics”, London, SCM Press, 1936, p. 64).
Contemporaneamente, rilassare la tensione nel senso di concentrarsi sulla corporeità, sulla natura, significa cadere nuovamente, renderci ancora più animali, controllati da istinti ed impulsi, dall’autoconservazione e dal benessere materiale.
In altre parole: non serve attendere il Regno di Dio per usare l’insegnamento di Gesù come bussola morale. Però lo si consideri un esempio, un modello, senza pretendere di emularlo. Lo scimmiottamento è eretico ed autolesionistico, perché rende superbi. È un ideale etico, non una strategia politica e di vita quotidiana. Possiamo farci illuminare, ma non saremo mai la luce, in questo mondo.
Nelle pagine di “Christianity and Society” N. polemizza con Richard Roberts, uno dei più importanti pacifisti canadesi. I pacifisti non paiono essere consapevoli del carattere tragico dell’esistenza, sono inclini a credere che la lotta per il potere possa essere placata rinunciando all’uso dei mezzi violenti di controllo sociale. Partono da un’erronea comprensione della natura e condizione umana. Gesù non ha salvato gli uomini dalla caduta, ha solo mostrato la via della redenzione. La violenza e le guerre non sono accidenti, casualità, sono i sintomi della nostra realtà, dell’inevitabilità storica della conflittualità. Non per questo bisogna abbandonarsi al cinismo: per evitare questo rischio è necessario tenere sempre a mente la sopracitata tensione tra reale ed ideale e ricordarsi anche che il compito del cristiano è quello di difendere e valorizzare la dignità e la giustizia
Chi non vede la differenza tra la barbarie nazista e l’imperialismo britannico e preferisce la remissività nei confronti della tirannia nazista alla guerra lo fa per cecità auto-indotta. In generale, le critiche alla sua posizione insistono sulla speranza di eliminare i conflitti attraverso una sottomissione ancora più radicale alla legge dell’amore. Per lui questo è un argomento scarsamente convincente: senza un’assoluta certezza della sua efficacia si possono solo commetere errori irreparabili, causando danni ingenti a persone incolpevoli.
La natura umana è violenta, votata all’autoperpetuazione, alla sopravvivenza, alla competizione per le risorse. Nessuna teologia cristiana può fingere che non sia mai esistito il peccato originale. Camminiamo su un terreno minato di egoismi, interessi privati, pregiudizi e preconcetti.
N. cita spesso Matteo 13, 24-30: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio“.
E 1 Giovanni 1: 8-10: “Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto, da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo e la sua parola non è in noi”.
Chi ama gli assolutismi non deve entrare nell’arena politica, il terreno dei chiaro-scuri, della sobrietà, dell’attitudine al compromesso, della flessibilità, della tolleranza, della giustizia, ecc. dove un Goebbels è nonviolento ed un Bonhoeffer è un violento, dove si cerca di praticare la giustizia, invece di limitarsi ad attenderla dall’alto.

NIEBUHR, LA MODERNITÀ E LA NATURA UMANA
Non c’è alcun fondamento cristiano nell’industria moderna. È basata su una concezione della vita puramente naturalistica e si fa beffe, cinicamente, di ogni comprensione spirituale degli esseri umani. La cristianità non ha nulla a che fare con l’organizzazione della civiltà industriale (1923).
La modernità vive di due dogmi indiscutibili, l’idea del progresso e l’idea della perfettibilità dell’uomo: “questa religione essenziale della modernità non è meno dogmatica per il fatto di essere implicita anziché esplicita e non è più autentica perché si riveste con tutta l’armatura della scienza”. Il paradosso è che più l’umanità sembra capire la natura, meno sembra capace di comprendere se stessa. Una cosa che proprio non vuole capire è che le possibilità del male crescono assieme a quelle del bene, più cresce l’ordine, più si moltiplicano le occasioni per il caos. L’uomo è una creatura finita che non può fare a meno di vedere il mondo da una prospettiva limitata, in funzione del suo istinto di sopravvivenza, che lo induce a tradurre la sua brama di vivere in brama di potere, per trascendere la sua finitezza, la sua mortalità. Il suo orgoglio gli impedisce di capirlo e lo rende pericoloso. Così, le inconsapevoli illusioni dell’utopia si trasformano nelle consapevoli menzogne, l’idealismo in cinismo. Quando la storia dimostra di non essere in grado di colmare lo scarto tra ciò che l’uomo è e ciò che vorrebbe essere, gli uomini si incaricano di reindirizzarla a loro discrezione.
L’uomo è un essere vivente che sa riconoscere il flusso vitale in cui è immerso. Dunque non vi può appartenere integralmente, pur non essendo completamente al di sopra della natura. La natura non produce individui, ma tipi, specie e generi. L’individualità umana è il frutto della libertà, che a sua volta deriva dallo spirito, l’intelletto puro, che è universale, come la logica e la matematica, che sono i mezzi con cui si esprime. Questo comporta un problema: essendo al tempo stesso fuori e dentro il mondo, l’uomo può cadere vittima della tentazione alla megalomania, a sentirsi un dio al centro dell’universo.

NIEBUHR E LA DEMOCRAZIA
Il sentimento umano di giustizia rende possibile la democrazia; la sua inclinazione all’ingiustizia la rende necessaria.
“The Children of Light and the Children of Darkness” (1944)
Mentre la tirannia amplifica e glorifica la superbia e la brama di potere, la democrazia mitiga questi peccati, pur non potendo eliminarli.
La democrazia permette di controllare il potere, favorisce la libertà e ne limita gli eccessi, ossia il “carattere perenne e persistente dell’egoismo umano”. L’individuo è “morale” solo se è in accordo con gli standard del gruppo, ossia se si sacrifica per esso. Chi dissente di fronte ad un comportamento discriminatorio del proprio gruppo nei confronti di altri, diventa immorale, sebbene da una prospettiva universale sia l’unico la cui condotta sia autenticamente morale (es. Socrate e Gesù morti perché giudicati non sufficientemente altruistici e umili). Tutti i gruppi sono ipocriti perché devono placare gli scrupoli dei loro membri e quindi proclamano di incarnare i più nobili principi e virtù e di perseguire i fini più virtuosi e condivisibili, quando dovrebbe essere chiaro a tutti che gli obiettivi e le motivazioni di ogni gruppo sono egoistiche, gruppo-centriche (egoismo collettivo), perché quella è la sua ragion d’essere. Il sacrificio e l’abnegazione del singolo si prestano ad abusi e condotte immorali da parte della comunità.

NIEBUHR E LA GIUSTIZIA – La giustizia distributiva è il più razionale e supremo obiettivo che una società possa porsi. Non possiamo più permetterci di gratificare i nostri desideri a spese degli altri, al prezzo dell’ingiustizia sociale e globale. L’ordine e la pace borghesi sono incompatibili con il dovere di garantire una minore disparità sociale.
Chi vuole eliminare l’ingiustizia parte svantaggiato, perché viene accusato di mettere a repentaglio la stabilità della società, anche quando usa metodi pacifici. Una passione per la pace che in alcuni è estremamente ipocrita, disonesta ed egoistica ed in altri è coltivata in buona fede, perché chi è privilegiato tende a considerare i suoi privilegi come dei diritti e a trascurare gli effetti delle disparità sociali su quelli che stanno alla base della piramide sociale. Il loro malcontento è ingiustificato e dettato dall’ignoranza, l’gnoranza della violenza coercitiva e della violenza psicologica implicite nel mantenimento dello status quo. Per questo aborrono la violenza dei contestatori e sorvolano, perché non la percepiscono, sulla violenza strutturale della società in cui vivono.

NIEBUHR SUL BENE E SUL MALE
Reputo che il peccato cardinale del liberalismo sia stato quello di conferire all’egoista un’opinione di sé eccessivamente benevola (1930).
La nobiltà degli ideali non implica un’assenza di egoismi ed egotismi. La giustezza della causa non rende automaticamente giusti. Ogni virtù è soggetta a corruzione, il male che mi fanno gli altri non è molto dissimile da quello che faccio agli altri. Tendiamo a malgiudicare chi non è all’altezza dei nostri ideali, senza capire che siamo noi i primi ad esserne distanti. Il problema degli esseri umani è che trasformano in bene infinito il loro ego ed i loro valori soggettivi e parziali: è questo il peccato.
Il male, che è inclinazione ad un eccessivo amore di sé, è negativo e parassitario nella sua origine, è attivo, i suoi effetti possono essere positivi. Il mito biblico del serpente è molto profondo, perché mostra come l’uomo sia stato tradito dalla sua incredulità e dal suo orgoglio.
Il peccato originale risiede nel nostro dualismo: siamo corpo ed anima, immanenza e trascendenza, sentiamo un impulso a trascendere la materia alla ricerca della perfezione, dell’eternità e dell’infinito, ma non possiamo farlo perché siamo finiti e questa conflittualità ci porta a credere di aver ottenuto l’autorità dell’assoluto quando invece la nostra condizione ci permette l’accesso solo a verità molto parziali. Consideriamo i nostri valori assoluti quando sono solo l’espressione dei nostri interessi. Il nostro egoismo ci rende bigotti e smaniosi di imporre la nostra volontà e punto di vista sugli altri. La superbia è un problema spirituale permanente dell’uomo. Il male peggiore proviene dalla furia degli zeloti.
L’uomo è più inumano proprio quando crede che i suoi impulsi naturali ed i suoi valori soggettivi siano al servizio di un bene assoluto.
L’uomo è ignorante, finito e limitato ma immagina di non esserlo, si convince di non esserlo, di poter trascendere i suoi limiti e fare in modo che la sua mente si universalizzi e colga la Verità Assoluta. È il peccato di superbia al servizio della volontà di potenza, che piega e subordina ciò che ci circonda al nostro ego ipertrofico, aggressivamente votato a porsi al centro della Creazione.
L’uomo ama se stesso eccessivamente ma una voce dentro di lui sa che questo abbandonatissimo amore è ingiustificato ed immorale, per questo ciascuno si inventa una tecnica di mimesi per continuare a venerare se stesso anche se all’apparenza ci si vota ad una causa che ci trascende. La prima persona da ingannare con questa manipolazione siamo noi stessi. S’ingannano gli altri per poter ingannare e tacitare meglio la nostra coscienza. Ma se non ci fosse qualcosa di buono in noi, tutto questo non avrebbe senso. Dunque proprio gli sforzi dissimulatori sono la miglior prova del fatto che non siamo radicalmente depravati (cf. “The nature and destiny of man”), che ci vergogniamo del nostro status privilegiato, del nostro benessere, che sentiamo che c’è qualcosa che non va quando costringiamo gli altri ad adeguarsi al nostro volere, anche se per la gran parte del tempo facciamo finta di niente. Solo il dogmatismo, il fanatismo e la frenesia omicida possono sopprimere la voce della coscienza.
Il peccato ci unisce, la colpa ci separa: vi sono essenziali distinzioni tra l’ammontare di responsabilità che spettano a ciascun singolo e ciascun gruppo per il male nel mondo. Bisogna schierarsi con quelli che si debbono far carico del minor fardello di iniquità. Chi esercita maggior potere è anche maggiormente responsabile delle condizioni in cui versa il mondo.
Come Agostino, N. ritiene che uno non scelga volontariamente di peccare ma lo faccia credendo di compiere il bene (anche se in un angolo del cervello sappiamo di aver peccato). Perché siamo liberi ma non riusciamo a non peccare, ad essere meno ostili, violenti, egotisti e più amabili ed amorevoli, pur sapendo che ciò comporta solo guai? Agostino e N. pensano che ci sia un pregiudizio intrinseco, un meccanismo, una forza interiore che fa in modo che si compia più facilmente il male: dunque non siamo completamente liberi, ma non siamo neppure innocenti in quanto completamente subordinati al corpo ed ai suoi bisogni. Infatti, come detto, sentiamo rimorso e vogliamo pentirci.
Un inconscio determinatore delle nostre azioni consapevoli ci rende più insensibili, più egocentrici, più ingiusti ed iniqui di quanto potremmo essere se facessimo attenzione ai nostri gesti ed alle nostre motivazioni. È come se ogni volta che abbassiamo la guardia dessimo il peggio di noi e, una volta causato il danno, ci sforzassimo di giustificare gli errori retroattivamente. Adamo ed Eva sono i simboli di questa condizione umana, non certo gli originatori di un peccato trasmesso ereditariamente. Gli automatismi mentali ci spingono a porci al centro del nostro universo, a credere di dover essere autosufficienti (a spese altrui), per sfiducia nei confronti dell’altro e per via dell’istinto di autoconservazione: per questo siamo cronicamente ingiusti. Idolatriamo il nostro ego attraverso la venerazione di idoli esterni come la patria, la nazione, la classe, la razza, la chiesa, ecc. che ci rendono aggressivi e violenti, ossia malvagi.

NIEBUHR SU NIETZSCHE E NAZISMO
Il moralismo dell’accomodamento immagina che non ci sia un conflitto che non possa essere aggiudicato. Non capisce cosa significhi  incontrare un nemico risoluto che desidera solo la tua distruzione o asservimento
Nietzsche si è fatto veicolo di una religione demoniaca perché non riconosce altra legge che la propria volontà di potenza e non ha altro Dio all’infuori della propria illimitata ambizione. Il nazismo è la radicalizzazione di tendenze intrinseche all’umanità. I nemici del nazismo non sono ai suoi antipodi, sono solo meno estremi, o più moderati. Il nazismo resta un’opzione universale che esisterà finché esisterà l’umanità.

NIEBUHR CONTRO IL PATRIOTTISMOIl patriottismo è solo un particolarismo su più vasta scala, un familismo ipertrofico. “La più decisiva prova del fatto che l’egoismo delle nazioni è una caratteristica della vita spirituale, e non una mera espressione dell’istinto naturale di sopravvivenza, è il fatto che le sue espressioni più tipiche sono la brama di potere, l’orgoglio (incluse le considerazioni di prestigio e “onore”), il disprezzo per gli altri (altra faccia dell’orgoglio e suo necessario fattore concomitante in un mondo in cui l’autostima è costantemente sfidata dai successi altrui), l’ipocrisia (l’inevitabile pretesa di conformarsi a una norma più alta dell’interesse individuale), e infine la pretesa dell’autonomia morale, mediante la quale l’autodeificazione del gruppo sociale viene resa esplicita dal fatto di presentarsi come fonte e fine dell’esistenza…L’orgoglio delle nazioni consiste nella tendenza a porre pretese incondizionate per i loro valori condizionati. Il carattere incondizionato di tali pretese ha due aspetti. La nazione proclama una devozione ai valori che la trascendono più assoluta di quanto venga testimoniato dai fatti, e considera i valori ai quali è fedele come più assoluti di quanto siano realmente… nessuna nazione, razza o classe sacrifica se stessa. I gruppi umani fanno dell’affermazione del proprio interesse una virtù…il meglio che ci si possa aspettare da un gruppo umano è un interesse individuale intelligente anziché stupido. Poiché la maggior parte dei gruppi umano non ha ancora raggiunto questo ideale minimo e il mondo corre il pericolo di sprofondare nel caos perché ogni nazione moderna sta perseguendo l’interesse del momento a discapito di un interesse ultimo più generale che condivide con vicini e nemici”.

NIEBUHR, LE VIRTÙ PRIMARIE E LA LORO PERVERSIONE – gentilezza reciproca, fiducia, sollecitudine, tolleranza, generosità, libertà, cooperazione, responsabilità sono virtù primarie. Ma queste stesse possono essere pervertite e servire a generare superbia, intolleranza, disprezzo e crudeltà verso chi non fa parte del nostro gruppo (che invece si merita una mia condotta in pieno accordo con le suddette virtù).
La reciprocità è la migliore guida etica che abbiamo trovato e che può andar bene per una specie di esseri non innocenti e puri è la reciprocità. Le norme di mutualità, esercitate con spirito di umiltà e giustizia sono il meglio che possiamo fare. Reciprocità significa usare l’empatia per rendersi sensibili, porosi, ricettivi alle esigenze, sentimenti e prospettive altrui. L’umiltà tiene sotto controllo il nostro istinto di dominare chi è più debole di noi, la nostra aggressività e ci permette di raggiungere dei compromessi, nel rispetto degli altri.

LA TEOLOGIA DI NIEBUHR
Il panteismo irrobustisce quelle forze nelle religione che tendono a santificare il reale invece di ispirare l’ideale.
Punto di partenza di N.: gli imperativi di Gesù il Cristo non sono praticabili dagli esseri umani nel mondo decaduto, ma devono servire di ispirazione. Occorre cercare di modellare la propria esistenza in modo che questi ideali impossibili non divengano un pretesto per diventare indifferenti e crudeli nei confronti delle persone in carne ed ossa, con tutte le loro debolezze. La perfezione del Cristo sarà realizzata nel Regno di Dio, dopo l’Apocalisse/Rivelazione che ce lo renderà visibile. N. non reinterpreta Gesù, sa che il Sermone della Montagna ingiunge di comportarsi in ogni circostanza non violentemente: la sua etica è assoluta, intransigente, un’etica universalista e perfezionista. Ma N. ritiene che l’enfasi sul perfezionismo sia relativamente recente, rinascimentale, e che i primi cristiani fossero molto più consapevoli del fatto che la natura umana è difettosa. Gli esseri umani non sono intrinsecamente buoni, ma egoisti, egocentrici, con tutto quel che ne consegue. Pretendere da un essere umano che raggiunga la perfezione significa spingerlo lungo un percorso che lo costringerà a compromettere altre virtù di primaria importanza, il che sarebbe socialmente e moralmente irresponsabile. È assurdo pensare che il peccato originale sia stato cancellato dalla morte sulla croce. Gli esseri umani di oggi non sono migliori di quelli di ieri e di prima della venuta di Gesù il Cristo.
John Haynes Holmes, teologo pacifista, lo attaccò ferocemente: “appare chiaro che la serena fiducia di Gesù nella natura umana, il suo rigido plauso della legge morale, la sua fede assoluta nelle forze spirituali, il suo solare ottimismo, la sua radiosa passione, sarebbero sembrati alquanto ridicoli agli occhi di Niebuhr. Egli non si sarebbe opposto all’Uomo della Galilea, ma lo avrebbe certamente disprezzato. E con quanto sollievo si sarebbe rivolto al cinico e realista Pilato. Pilato: l’uomo del momento”. Niebuhr, prevedibilmente, la prese molto male, parlando di una mostruosa ingiustizia nei suoi confronti. Holmes replicò che, in quanto suo amico, riteneva di doverlo aiutare a “porre rimedio alla sua bancarotta intellettuale e spirituale”. Niebuhr non lo considerava un amico, anzi spiegò ai suoi veri amici che lo disprezzava. Ma su una cosa ammise che i suoi critici avevano ragione: credeva che l’insegnamento di Gesù fosse fondamentale perché indicava l’esistenza di una realtà superiore, di ideali morali autentici, ma non forniva alcuna linea-guida su come affrontare un mondo corrotto fino all’avvento del suo Regno, su come assicurare la giustizia e l’equilibrio dei poteri, su come mantenere sotto controllo la tensione di forze contrastanti, che porta ai confitti, ossia alla violenza. Contestava la credenza del cristianesimo liberale che una società autenticamente cristiana avrebbe mantenuto la pace senza l’uso della forza coercitiva. La loro visione della cristianità si riduce ad una sua interpretazione come predicazione che gli esseri umani non seguono, ma dovrebbero seguire. Un perfezionista morale dovrebbe fare come i francescani, i mennoniti, gli amish, ecc. e ritirarsi da un coinvolgimento attivo nella sfera pubblica. Erano ciechi di fronte “alla tragica inevitabilità dell’esistenza umana, all’irriducibile irrazionalità del comportamento umano, alle tortuosità della storia umana”.
Dopo essersi opposto ai piani di riarmo di Roosevelt, nel 1940 dovette ammettere che il presidente aveva anticipato i rischi del nazismo meglio di chiunque altro e cominciò a sostenere l’idea dell’intervento armato contro la barbarie nazista.  Già nell’aprile dei 1939, l’amico Dietrich Bonhoeffer, il celebre teologo protestante tedesco poi coinvolto nell’attentato ad Hitler del 1944, lo aveva avvertito che negli ambienti militari si parlava di un piano di attacco alla Polonia previsto per l’inizio di settembre. A ottobre, mentre si trovava ad Edinburgo, aerei tedeschi bombardarono una base navale a poche miglia da dove stava esponendo le sue tesi nelle celebri Gifford Lectures intitolate “La natura ed il destino dell’uomo”. In esse criticava il liberalismo cristiano e la sua fissazione per Gesù come “uomo molto, molto, molto buono”. “E se dovesse arrivare una persona ancora più buona?” domandava. I cristiani dovrebbero allora ri-orientare la loro devozione? Il senso dell’ammonimento era quello di non credere di poter trascendere le relatività della storia aumentando il numero di superlativi applicati alla figura di Gesù, che serve solo a svalutarne la rivelazione della possibilità di redimersi dalla caduta nel peccato, causata dalla superbia e dalla brama di potere di ego, che si pone al centro della creazione e subordina inevitabilmente tutto il resto al suo volere, disseminando ingiustizia, perché è finito, non infinito, e quindi accede solo a verità parziali, soggettive, illusorie ed ingannevoli.

BIBLIOGRAFIA
Gary Dorrien, “Social Ethics in the Making: Interpreting an American Tradition”, Chichester: Wiley-Blackwell, 2009.
Langdon Gilkey, “On Niebuhr: A Theological Study”, Chicago and London: University of Chicago Press, 2001.
Menno R. Kamminga, “Standing in the Shadows of Niebuhr: U.S. President Barack Obama and Reinhold Niebuhr’s Christian Realism”. PHILICA.COM Article number 243, 2011.
Eyal Naveh, “Reinhold Niebuhr and Non-Utopian Liberalism: Beyond. Illusion and Despair”, Brighton/Portland, Oregon: Sussex Academic Press, 2002.
Reinhold Niebuhr, “Love and Justice: Selections from the Shorter Writings of Reinhold Niebuhr”, ed. DB Robertson, Philadelphia: Westminster Press, 1957.
Reinhold Niebuhr, “Uomo morale e società immorale”, Milano : Jaca book, 1968.
Reinhold Niebuhr, “The Essential Reinhold Niebuhr: Selected Essays and Addresses”, ed. Robert McAffee Brown, Yale: Yale University Press, 1986.
Reinhold Niebuhr, “Il destino e la storia: antologia degli scritti”, a cura di Elisa Buzzi; traduzione di Antonella Bartoletti, Milano: Rizzoli, 1999.
Massimo Rubboli, “Politica e religione negli USA : Reinhold Niebuhr e il suo tempo (1892-1971)”, Milano: Angeli, 1986.

venerdì 30 dicembre 2011

Arundhati Roy e i gattoni tracotanti




Vorrei capire perché abbiamo fallito; perché, dopo tutti gli scioperi della fame e le iniziative legali, la resistenza nonviolenta è stata repressa con una brutalità pari a quella usata contro la lotta armata. Ci siamo fidati troppo dello stato di diritto? In India i potenti devono prendersi un bello spavento.
Arundhati Roy, impegnata nella lotta contro la diga di Narmada

L'ingiustizia non si può tollerare. Bisogna opporvi resistenza ad ogni costo. La non violenza non diventerà mai una scusa per disertare la lotta contro l'ingiustizia. Forse non abbiamo bisogno di pace in questa società ingiusta; abbiamo bisogno di persone che siano preparate a resistere.
Arundhati Roy

Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano? Armi. Oro. La civiltà stessa. Questo è ciò che dice la guida…Quando le ossa di pietra di questo leone di pietra saranno interrate nella terra inquinata, quando la Fortezza-che-non-è-mai-stata-attaccata sarà ridotta in macerie e la polvere delle macerie avrà formato dei cumuli, chissà che non nevichi di nuovo.
Arundhati Roy, “The Briefing” (Manifesta 7, 2008)

La scrittrice (autrice del celebre “Il dio delle piccole cose”, Guanda 1997) ed attivista indiana, già vincitrice del Sydney Peace Prize nel 2004, dopo aver visto come “la più grande democrazia del mondo” massacra le sue minoranze nell’indifferenza del mondo e come un’abbondanza pressoché illimitata si concentra nelle mani di pochi, mentre centinaia di milioni di concittadini vivono nella più abietta miseria, senza alcuna prospettiva di migliorare la propria condizione, ha ripudiato la nonviolenza.
La democrazia com’è intesa oggi è un conflitto perpetuo tra gatti a cui sono state tagliate le unghie, un male minore. La dittatura è una falsa armonia in cui si strappano le unghie ai gatti “sconvenienti” e si fanno crescere quelle dei gatti ubbidienti e diligenti.
Arundhati Roy ha constatato che nell’uno e nell’altro caso i gatti più forti riescono comunque a trasformare tutti gli altri in topi. Cosa si può fare quando le persone che dissentono pacificamente vengono intimidite, imprigionate o uccise senza che questo sia di ostacolo ai gattoni tracotanti?

In “Listening to grasshoppers. Field notes on democracy” (London: Penguin Books, 2009) la scrittrice spiega che la gente ha bisogno di una visione e nel contempo di assicurarsi che chi pretende democrazia e giustizia sia giusto e democratico. Nel movimento non ci può essere spazio per le ingiustizie ai danni di donne e bambini. Se si lotta per la libertà bisogna anche pensare alla giustizia, anche a costo di alcune sconfitte nel breve. Opportunismo e convenienze particolari non possono compromettere certi principi, altrimenti nulla ci distinguerà dagli avversari. La lotta deve avere un obiettivo collettivo, ogni conquista deve valere per tutti. Non è un teatrino dei buoni sentimenti, una promozione degli interessi personali o di quelli delle ONG, che in troppi casi rendono più dipendenti e meno politicizzate le popolazioni assistite. Bisogna colpire il portafogli – anche perché il potere ha un codazzo di parassiti che pretendono ricompense. Come spiegava Howard Zinn, ribadisce Arundhati Roy, lo stato di diritto serve anche a legalizzare e rafforzare una condizione di privilegio ed iniquità nella distribuzione della ricchezza e del potere.  
Estratti dal discorso di Arundhati Roy a Zuccotti park il 16 novembre 2011 [Arundhati Roy, “Lo chiamano progresso”, The Guardian, Gran Bretagna]:
“Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza.
Oggi l’esercito degli Stati Uniti conduce una guerra di occupazione in Iraq e in Afghanistan. I droni statunitensi uccidono civili in Pakistan e altrove. Decine di migliaia di soldati americani e di squadre della morte stanno entrando in Africa. Se spendere migliaia di miliardi dei vostri dollari per occupare l’Iraq e l’Afghanistan non dovesse bastare, oggi si parla anche di una guerra contro l’Iran. Dai tempi della grande depressione, la produzione di armi e l’esportazione di conflitti sono state gli strumenti fondamentali con cui gli Stati Uniti hanno stimolato la loro economia. L’amministrazione del presidente Barack Obama ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di armamenti per 60 miliardi di dollari.
Gli Stati Uniti sperano di vendere migliaia di bombe antibunker agli Emirati Arabi Uniti. E hanno venduto aerei militari per cinque miliardi di dollari al mio paese, l’India, che ha più poveri di tutti i paesi dell’Africa messi insieme. Tutte queste guerre – dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki al Vietnam, dalla Corea all’America Latina – sono costate milioni di vite umane. E sono state tutte combattute per garantire l’american way of life.
Oggi sappiamo che l’american way of life – il modello a cui dovrebbe aspirare tutto il resto del mondo – ha fatto sì che negli Stati Uniti 400 persone possiedano la ricchezza di metà della popolazione. Ha significato migliaia di persone sbattute fuori dalle loro case e dal lavoro mentre il governo di Washington salvava le banche e le multinazionali: il gruppo assicurativo Aig ha ricevuto, da solo, 182 miliardi di dollari.
Il governo indiano adora la politica economica statunitense. Grazie a vent’anni di economia di libero mercato, oggi i cento indiani più ricchi possiedono beni che valgono un quarto del pil del pae­se, mentre più dell’80 per cento dei cittadini vive con meno di 50 centesimi al giorno.
Duecentocinquantamila agricoltori trascinati in una spirale di morte hanno finito per suicidarsi. L’India lo chiama progresso, e oggi si considera una superpotenza. Come voi, anche noi indiani abbiamo una popolazione ben istruita, bombe nucleari e un livello di diseguaglianza vergognoso.
La buona notizia è che la gente ne ha abbastanza e non vuole più accettare tutto questo. Il movimento Occupy Wall street si è unito a migliaia di altri movimenti di resistenza in tutto il mondo grazie ai quali i più poveri tra i poveri si alzano in piedi per fermare l’avanzata delle multinazionali.
In pochi sognavamo di poter vedere voi – i cittadini degli Stati Uniti che stanno dalla nostra parte – combattere questo sistema nel cuore stesso dell’impero. Non trovo le parole per spiegare quanto tutto questo significhi.
Loro (l’1 per cento) dicono che non abbiamo richieste precise da fare. Non sanno, forse, che la nostra rabbia da sola sarebbe sufficiente a distruggerli.
Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società.
Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema. Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito”.
Traduzione di Giuseppina Cavallo.
Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

lunedì 26 dicembre 2011

La Collera dei Miti - l'immoralità di nonviolenza e pacifismo




Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono.
Proverbio cinese

Allora anche i miti non disdegneranno di uscire dalla loro indole profonda e indossare quella dei loro nemici. Si tratta di combattere una buona battaglia che, nei risultati sperati, non contraddice affatto ma ribadisce la loro fedeltà alla mitezza. Quando ciò accadesse, quando ciò accadrà, bisognerebbe, bisognerà temere l’ira dei miti.
Gustavo Zagrebelsky, “Bobbio: la forza dei miti”, La Stampa, mercoledì 13 ottobre 2010

Arrivano momenti in cui diventa d’obbligo liberare una rabbia che scuota i cieli. Esiste un momento in cui bisogna dar fuoco alle polveri. In risposta a un’offesa grave, contro l’anima o lo spirito. Prima bisogna provare con tutte le altre strade ragionevoli per ottenere un cambiamento, ma se non portano a nulla allora occorre scegliere il momento giusto …giusto, come la pioggia…il momento in cui tirar fuori le viscere, il momento della collera giusta, della rabbia giusta.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta.
Nelson Mandela

Avevo l’impressione che la guerra, pur non potendo mai essere un bene positivo o assoluto, potesse servire come bene negativo nel senso di impedire la diffusione e la crescita di una forza malvagia. per quanto orribile sia, la guerra potrebbe essere preferibile alla resa a un sistema totalitario: nazista, fascista o comunista…Dopo la lettura di Niebuhr, cercai di arrivare a un pacifismo realistico.
Martin Luther King

Il diritto alla tolleranza illimitata favorisce i forti a scapito dei deboli.
Claudio Pavone

Tu puoi essere pacifista fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede, ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011

A proposito del disarmo, cavallo di battaglia dei pacifisti: che io butti via le mie armi non serve a niente. Né serve a qualche cosa che le buttino via tutti tranne uno, perché quest’uno diventerà il padrone della terra. Continuare a dichiarare il proprio pacifismo assoluto serve a salvare la propria anima. Serve anche a salvare il mondo? Alla base del nostro dissenso c’è forse la sua affermazione che le tendenze dominatrici e distruttrici sono patologiche e non fisiologiche nella natura umana. Tanto lei che io sappiamo ben poco della natura umana. Ma dalle testimonianze della storia e dei fatti che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, sarei più prudente, o almeno distribuirei in parti eguali quello che appartiene alla grandezza e quello che appartiene alla miseria dell’uomo.
Norberto Bobbio a Enrico Peyretti (16 agosto 1993)

Brutale, violento, con la clava in mano, Orione appare in tutta la tradizione mitica come un uomo selvaggio, tutto preso dall’inseguimento di belve feroci, che si compiace di uccidere in strage, arrivando al punto di vantarsi di far sparire dalla superficie della terra tutti gli animali che Gaia crea e nutre… Orione non sa che usare loro [le donne] violenza: ha appena visto la figlia del suo ospite a Chio, che la desidera e vuole abusarne; non appena scorge le Pleiadi, si lancia al loro inseguimento.
Marcel Detienne, “Orfeo dalla voce di miele” (N.B. Chi ha orecchi per intendere…)

Sono giunto alla conclusione che l’unica maniera per impedire una guerra che distruggerà decine di milioni di vite ed inquinerà radio-attivamente la nostra aria, il nostro cibo e la nostra acqua, insomma i nostri Beni Comuni:
È una rivoluzione globale:
In altre parole, servirà una grande violenza per fermare una violenza molto più grande. Questo è naturalmente anatema per pacifisti e nonviolenti ed è importante chiarire perché io giudichi sbagliata la loro posizione. Ho già affrontato il drammatico e per nulla scontato problema della scelta tra violenza e nonviolenza in relazione alla tremenda superiorità morale, spirituale e politica della filosofia dell’aikido rispetto alla satyagraha gandhiana:
agli enormi limiti dell’uomo Gandhi:
Alla questione di come si possa essere responsabili in una società patologica e che per ciò stesso moltiplica le patologie:
Ora vorrei completare l’opera, nella speranza di non dovermene mai più occupare.
La violenza non è un terreno neutrale, è il terreno preferito dalle forze dominanti. Ci risucchia in quel tipo di relazioni con il mondo e con gli altri che noi vogliamo e dobbiamo ripudiare: le strutture gerarchiche di dominazione basate sul ricatto, sul timore, sull’ossequio obbligato. La dignità è il nostro terreno e la violenza è la negazione della dignità, indipendentemente da chi la perpetra. La nostra "democrazia" e la nostra "prosperità" dipendono dal rapporto padrone-servo che abbiamo instaurato col resto del mondo. Una sindrome, forse ricorrente nell'universo, che ha come unico strumento la violenza e come unico esito possibile la violenza: come in cielo, così in terra. La violenza è solo un aspetto della maniera in cui lo stato ci risospinge costantemente nei meandri di una certa forma mentis, di un certo modo di fare le cose, di pensare le cose e di organizzarle. Gli stessi monologhi dei politici sono una forma di violenza e rappresentano l’impoverimento della cultura del dialogo (ma non provano vergogna?). È una mentalità incancrenita: non importa quanto ci ripetiamo di essere persone autonome, alla fine ci succede di aspettare che qualcun altro prenda l’iniziativa, che parli, che ci accetti, ci riconosca, ci dia il suo assenso. Alla fine ci dimentichiamo che anche le azioni “benevole” sono violente se manca il consenso informato di chi ne “beneficia”, se si costringe l’altro a mostrarsi grato, anche se questa mia generosità serve in realtà a dimostrare la mia superiorità e sottolinea la vulnerabilità e sprovvedutezza dell’altro:

E poi c’è la guerra, che produce eccitazione, esotismo, squilibri di potere, opportunità di incrementare la propria autostima e status, dà significato ed intensità ad una vita insignificante, uno scopo nell’esistenza, una causa per cui sacrificarsi, ci consente di essere “nobili” ed “eroici”, perfino “epici”. Semplifica la realtà. Così accettiamo e condoniamo la mutilazione ed uccisione del nostro prossimo come un equo prezzo da pagare in cambio di quel che ne ricaviamo. La guerra ed il patriottismo distorcono a tal punto la realtà che persino gli oppositori della terribile giunta militare di Videla (Argentina) appoggiarono la guerra delle Falklands.

Affermare che “la natura umana non è violenta” (cf. Giorgi, 2008) significa proferire una colossale fesseria. Gli esseri umani non amano uccidere, neppure in guerra (cf. Grossman, 2009), ma la nostra specie è sempre stata capace di violenza e pace, di bene e di male, di creazione e distruzione, fin dai suoi albori:

Diceva bene Gurdjieff: ci sono sempre stati pacifisti e questi hanno sempre cercato di fermare la guerra ma le guerre hanno continuato ad esserci e si sono fatte sempre più mostruose. L’idea di una pace universale è un’utopia o un’ipocrisia (la pace totalitaria di un Nuovo Ordine Mondiale?). Quasi tutti gli esseri umani sono troppo pigri ed egoisti per lavorare su se stessi e troppo disposti ad aspettarsi che siano gli altri a conformarsi ai loro desideri. Per questo il movimento pacifista è diviso e segnato da conflitti e controversie. Ci si scontra persino sui modi di raggiungere la pace. Siamo quel che siamo e non possiamo essere diversi, ma quel che possiamo fare è provare a tenere sotto controllo certi nostri impulsi e passioni per la maggior parte del tempo. Anche questo è però un compito difficile, perché facciamo un’immensa fatica ad emanciparci dai nostri idoli, feticci e dipendenze psicologiche. Come possiamo realizzare una modica quantità di autocontrollo se continuiamo a lasciare che siano delle forze esterne, più o meno reali, a controllarci? La violenza nasce dalla compulsione a costringere il prossimo a comportarsi in un certo modo, ad imporre la propria volontà. Paradossalmente, per superare questa compulsione bisogna usare violenza su di sé e contro i propri istinti ed automatismi. C’è bisogno di forza per vincere abitudini mentali, meccanicità ritualizzate, ecc. La violenza rivolta verso l’esterno si cura quando si comincia a vedere in se stessi sempre più gli altri e negli altri sempre più se stessi. 
È un grossolano e pericoloso errore cercare di ragionare con chi ha cattive intenzioni e la patetica figura di Chamberlain alle prese con Hitler dovrebbe averci fatto rinsavire. I bulli interpretano questi sforzi come un sintomo di paura e di debolezza. Magari non è così, ma bisogna tener conto del fatto che la visione del mondo del bullo è estremamente semplificata, meccanica, inelastica:
La materia è il campo di battaglia su cui si confrontano e scontrano due diversi tipi di spiritualità. Ci sono coscienze allineate con le forze che potremmo chiamare “della Creazione” ed altre che invece, per indole e temperamento, scivolano spontaneamente verso le “forze della Distruzione e dell’Entropia” (es. il complesso militare-industriale, gli speculatori che distruggono le vite di milioni di piccoli investitori, i genitori violenti, i preti pedofili, gli psicopatici in genere, ecc.). Ciascuna forza ha un ruolo fondamentale ma non per questo quelle distruttive ed entropiche vanno incoraggiate o lasciate fare. È sbagliato abdicare dal proprio dovere di promuovere la cooperazione, la solidarietà, la compassione, il rispetto, l’altruismo, solo perché tanto Tutto è Uno, Dio non esiste e quindi Bene e Male non esistono. In molti di noi vi è un insopprimibile senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Cerchiamo naturalmente la  giustizia, armonia, la chiarezza, l’obiettività, il libero arbitrio. La conoscenza degli eventi circostanti e mondiali è essenziale per la maturazione morale e spirituale. L’ignoranza equivale ad una tacita accettazione del male e della menzogna (es. le guerre umanitarie) ed un rifiuto di scegliere il bene (l’equilibrio, la giustizia, la verità – es. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Falcone e Borsellino, David Kelly).
Nel nostro mondo vivono anche “vampiri psichici”, chiamati psicopatici/sociopatici, che spesso raggiungono uno status invidiabile in una società all’insegna della forza prevaricatrice. Il loro scopo è quello di confondere, frustrare e scoraggiare. Non vogliono chiarezza e luce, ma oscurità e nervi tesi. Uno può anche cercare di essere ragionevole, diplomatico e rispettoso, ma c’è un limite a tutto e l’unico linguaggio che sembrano intendere è quello della forza, del martello e del chiodo. Se percepiscono una certa sensibilità, la ritorceranno contro come se fosse stupidità o debolezza. È una lotta senza quartiere in cui ogni nostro sforzo di procedere oltre servirà solo per accusarci di maleducazione, rozzezza, arroganza, egoismo, aggressività, ecc. Il tutto al fine di farci stare zitti o farci cambiare argomento. È una perfetta manipolazione: se lasciamo che sia un unico interlocutore (e non la nostra coscienza e non tante altre persone) a stabilire cosa significa essere ragionevoli, se siamo sufficientemente rispettosi nei loro confronti, ecc. diventiamo la loro preda, ci mettono al guinzaglio, ci addomesticano. Sacrifichiamo la nostra autodeterminazione sull’altare di un insensato bisogno di comunicare in qualunque modo con loro. Diamo un dito e loro si prendono il braccio.  
Con loro la diplomazia non funziona: non arresta la loro aggressività, ma li incoraggia. Arriva il momento di capire che bisogna riconoscere il male per quello che è (una brutta bestia) ed affrontarlo di conseguenza, cioè con determinazione (vedendo i suoi bluff e resistendo alle sue aggressioni). È giusto dare una chance al dialogo, all’inizio, ma finché si vede che l’altra parte è realmente interessata al dialogo. Non ci sono garanzie e può fallire. Inoltre dar corda ad un bullo spinge altri potenziali bulli a prendere coraggio ed imitarli (es. USA e Israele).
La spiacevole realtà dei fatti è che ci sono pessime persone in circolazione, persone che non si fanno scrupolo di prendersi tutto quel che desiderano da chiunque lo possegga legittimamente. Non è sufficiente la disapprovazione, non basta chiamarli “personalità dominanti” e poi lasciarli fare perché è nella loro natura comportarsi a quel modo. Non è con le chiacchiere che si risolvono i problemi. Certi dissidi si possono appianare, se c’è buona fede da entrambe le parti. Ma credere che tutti possiedono la coscienza, a dispetto dell’incontrovertibile ed abbondantissima evidenza empirica che dimostra il contrario – ossia tralasciare colpevolmente i dati delle scienze cognitive e psicologiche per amore del politicamente corretto –, e che perciò c’è sempre spazio per una negoziazione risolutiva, non è realistico ed è anche un po’ infantile.
Non ci possiamo permettere di guardare il mondo attraverso delle lenti che lo abbelliscono, specialmente perché la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Perché il male (l’imposizione di uno squilibrio entropico) prevalga è sufficiente che le persone coscienziose se ne stiano ai margini, lasciando fare per amore del quieto vivere. Non è proprio il caso di emulare chi si rifiuta o non è capace di difendersi e di difendere ciò che gli è più caro. L’autodifesa non è solo una virtù, è un imperativo. La pace è la condizione ideale, ma non certo se il prezzo da pagare è la libertà. Chi si approfitta di noi va fermato e negoziare con queste persone serve solo ad incentivarle, a farsi ricattare, a svilirsi. Serve lucidità e servono gli attributi. Chi si sottomette non mette a repentaglio solo la sua libertà ma anche quella di tutti gli altri.
Le persone malvagie sono perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione autocentrante e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se manca la determinazione per limitare i danni da loro causati.
Perciò il pacifismo e la nonviolenza sono uno strumento di iniquità in una società governata da psicopatici. Soffrire e morire in circostanze oppressive senza opporre resistenza, anche violenta, se necessario, non può essere un obbligo morale. Chi si fa martire in nome del principio della nonresistenza passiva e si rifiuta di contenere il male che viene arrecato ad altri (rifiutandosi di impedirlo), abbandona la sfera della morale per entrare in un’altra sfera, del narcisismo amorale.
Molte persone sono bellicose nel cuore. Combattono le persone attorno a loro in molti modi ed allo stesso tempo parlano di pace. Bisogna fare attenzione a chi crede di essere buono: le persone peggiori sono quelle che immaginano di essere buone, pacifiche e nonviolente. Ad ogni buon conto, se le persone sono contro la guerra perché ne hanno paura, la loro resistenza non ha alcun valore, anzi:
Jacques Ellul (“Ce que je crois”) ci ricorda che le azioni di Gesù sulla terra NON sono all’insegna della nonviolenza. Gesù era una persona che si indignava, che perdeva le staffe, che accusava, condannava, non le mandava certo a dire: i mercanti del tempio, gli scribi e i farisei, i ricchi, Corazin e Betsaida ("Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida!” – Matteo 11:21). Non scelse la via della nonviolenza, ma quella dell’astensione dall’uso della forza coercitiva, che pure avrebbe potuto esercitare pressoché illimitatamente. Ronald Niebuhr, il massimo teologo protestante della storia americana, ci ricorda invece che la scelta che dobbiamo compiere non è ciò che è morale e ciò che è immorale, ma tra ciò che è immorale e ciò che lo è di meno. Jiddu Krishnamurti ci ricorda che l’avversario potrebbe essere ignorante e volere lo scontro ad ogni costo. Per questo è giusto accettare lo scontro, ma senza la pretesa di essere retti e virtuosi nella lotta, giacché questo ci rende aggressivi e feroci. Per il teologo americano William Stringfellow essere pacifista comporta il rifiuto di accettare che ogni decisione è assunta in un contesto pregno di ambiguità morale e non può essere predeterminato da strettoie dottrinali. Secondo lui non si può decidere a priori che uno non ricorrerà mai alla violenza, a prescindere dal contesto, e soprattutto non ci si può sentire innocenti di ogni violenza solo perché ci si proclama pacifisti. Questo mondo è violento e siamo tutti complici.
Dietrich Bonhoeffer, mentre si apprestava a cercare di uccidere Hitler, sapeva che quel che stava facendo era male. Il tirannicidio è male. Non si considerava una persona buona, l’utile non giustificava ogni sua azione. Lo considerava un male necessario in virtù del fatto che il cristiano non può rinunciare alla propria responsabilità di fronte al male, non può rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Le critiche di Bonhoeffer e di George Orwell al male sono principalmente tre: (a) il pacifismo aiuta il male; (b) è ipocrita perché si gode i frutti degli sforzi altrui pur condannandoli; (c) è una strategia fallimentare. [Non è vero che il pacifismo non è stato sperimentato sotto il Terzo Reich – solo un fanatico potrebbe non arrivare a capire che chiunque abbia cercato di praticare la resistenza nonviolenta non è durato abbastanza da recare una qualsivoglia testimonianza. Le famose mogli della Rosenstrasse non sarebbero sopravvissute una singola notte se non fosse stato per la catastrofe di Stalingrado e la paura di perdere il controllo della nazione].
Per Orwell il proprio rifiuto di partecipare alla violenza deriva da un immotivato senso di superiorità morale, che non corrisponde necessariamente ad una visione maggiormente obiettiva della realtà e delle azioni che vanno intraprese. La guerra non è un problema intellettuale già risolto. Questo può pensarlo solo chi si trova in una posizione confortevole e sicura, protetto dal sacrificio altrui, dallo sporcarsi le mani di qualcun altro che non vuole che i suoi figli crescano in un regime totalitario. Un’esistenza confortevole ci rende insensibili ai cimenti di chi si trova in una condizione peggiore della nostra, confusi dall’irrealtà della pena, della sofferenza e della morte altrui. La sicurezza è un’illusione borghese di chi dimora su un’isola di privilegi: poiché sono nonviolento e l’argomentazione razionale mi ha convinto della bontà di questa posizione, allora credo che lo stesso valga per tutti. Invece bisogna considerare la realtà nel modo più obiettivo possibile, non desiderare che sia diversa da quel che è. Per Orwell i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica.
Clarissa Pinkola Estés c’insegna che comprendere il predatore ci permette di diventare maturi, meno ingenui, meno inesperti, meno stupidi e perciò meno vulnerabili: “Nel racconto il punto non è la lotta per raggiungere la santità, ma sapere quando agire in un modo integrale e selvaggio. Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno costantemente li minaccia, o li mette alle strette, allora esplodono. Accade di rado, ma la capacità di esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio, e dovrebbe rientrare anche nel nostro. …è un diritto e in certi momenti e in talune circostanze è un dovere morale…La risposta giusta porta comprensione e giuste quantità di compassione e di forza mescolate assieme. L’istinto offeso dev’essere ripristinato stabilendo e facendo rispettare confini ben precisi e dando risposte ferme e, se possibile, generose, ma sempre fondate…A livello psichico, è salutare provare questa collera e usarla per inventare modi di combattere un’ingiustizia e provocare un utile cambiamento…La rabbia collettiva è egregiamente utilizzata quale motivazione per cercare o offrire sostegno, per concepire modi per costringere gruppi o individui al dialogo, o per richiedere responsabilità, progresso, miglioramenti….fa parte della psiche istintuale sana avere reazioni profonde di fronte alla mancanza di rispetto, alla minaccia, all’offesa. […]. Se e quando la rabbia torna a essere uno sbarramento per il pensiero e l’azione creativi, allora dev’essere attenuata o tramutata”. 
In pratica, non ci si comporta affabilmente quando giunge il momento di difendere la propria coscienza/anima. Un sesto senso ci suggerisce che la gentilezza servirà solo ad incitare il predatore. Quando la coscienza/anima è minacciata si deve tracciare una linea invalicabile e ricercare un nuovo equilibrio, laddove l’entropia ha prodotto uno sbilanciamento. [Il Bacio Perugina che ho appena scartato mi consiglia: “La chiarezza è una giusta distribuzione di luce e ombra” – una citazione di J.G. Hamann che cade proprio a fagiolo!]
Ho espresso una posizione analoga riguardo alla vendetta:
Ogni violazione della libertà di un individuo è una forma di violenza. In un mondo ideale le persone sarebbero libere e responsabili. Così non è qui e ora e perciò si impiegano mezzi coercitivi. Siamo, congenitamente, dei manipolatori: alcuni (più spesso gli uomini), usano la minaccia della forza e la violenza verbale, altri (più spesso le donne), usano il vittimismo e il ricatto psicologico. È nostro dovere prendere coscienza di questo terribile aspetto della natura umana, se davvero vogliamo costruire un mondo meno violento. Alcuni gongolano, altri si dolgono di questo stato di cose. Quelli che gongolano sono persone che riconoscono solo il linguaggio della coazione, della predazione, del parassitismo. Sono vuoti dentro e cercano di riempirsi strappando l’altrui pienezza (che non è mai completa). Il nostro mondo è più violento perché nessuno di noi è esente da questa patologia vampirica: tutti tendiamo a prendere dagli altri, anche quando ci convinciamo del nostro genuino altruismo. Nessuno di noi può essere autenticamente altruista, perché viviamo in un corpo finito, separato dagli altri, una monade e la nostra empatia, cioè la nostra capacità di metterci nei panni degli altri – il fondamento della condotta morale – è anch’essa limitata. Non siamo davvero in grado di considerare gli altri come nostri pari. Gli altri avranno sempre un grado di realtà e di dignità inferiore al nostro. È la nostra fisicità, l’istinto di sopravvivenza che ci ostacola, anche nei nostri momenti migliori, quando veramente mostriamo che in noi c’è un qualcosa fatto di un’altra pasta: la coscienza (alcuni la chiamano anima).
Purtroppo viviamo in un mondo in cui essere coscienziosi significa obbedire ed essere virtuosi significa avere successo, ad ogni costo. È ipotizzabile che questo singolare modo di intendere la vita associata sia emerso a causa della crescente egemonia di un tipo umano suo malgrado molto deficitario nel reparto empatia:
La grande questione del 2012 sarà come rimuovere delle classi dirigenti che ci stanno portando al disastro economico:
E verso la guerra più mostruosa che si possa concepire:
Possiamo vivere in silenzio, nel conformismo, nella malafede, nella paura di essere malgiudicati – ricercare la sicurezza alle condizioni imposte dall’attuale sistema: ricattatorio, manipolatore e spietato. Oppure possiamo resistere: è l’unica scelta degna di un essere umano. Per farlo occorre vincere certe inibizioni dovute a: (a) abitudine a non mettere in discussione la legittimità dello status quo e la consueta percezione ed interpretazione della realtà; (b) identificazione psicologica col sistema e senso di un obbligo morale alla mansuetudine insinuato nella mente dei cittadini dallo Stato, dalla Chiesa e dai media; (c) paura di essere puniti e di morire; (d) egoismo; (e) insicurezza, insufficiente auto-stima e sfiducia nelle proprie potenzialità;
Uno dei consigli più validi, in questi casi, è il seguente: se vuoi capire cosa spaventa il tuo nemico, osserva cosa usa per spaventarti. È un po’ quel che intendeva Orwell, citato qualche riga più sopra: “i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica”.
Per il momento i potenti usando la minaccia della violenza ed il terrorismo psicologico. Io sarei molto favorevole a questa opzione del tipo "Spada di Damocle", ma temo che, come detto, il loro piano sia quello di spingerci verso la guerra ed il Terrore Rivoluzionario. Dobbiamo stare molto attenti ad evitare quel tipo di sviluppo. Se si farà la rivoluzione, dovrà essere del tipo "usa e getta": la rivoluzione permanente (Terrore Rivoluzionario) è la loro migliore alleata. Per cambiare le cose basterebbe uno sciopero generale/occupazione generale permanente transnazionale (ossia la resistenza nonviolenta di massa) ma la crisi economica globale (generata, ossia artificiale) e la flessibilità hanno messo in ginocchio milioni di famiglie: sono troppo ricattabili per intraprendere la strada dello sciopero ad oltranza. E ora le élite si stanno per giocare la carta della guerra globale per aggravare lo stato di crisi globale, ad ogni livello.
Solo la rivoluzione può bloccare questa guerra suicida. Come abbiamo detto, però, la rivoluzione, in queste condizioni, rischia di sfociare in una rivoluzione permanente, che conduce invariabilmente al totalitarismo, perché la gente dopo un po' pretende stabilità e ordine e, a mali estremi, estremi rimedi. Dunque la forma della lotta che ci imporranno sarà violenta e la cosa che dobbiamo tenere a mente è che sarà necessario interromperla al più presto, restaurando la democrazia. La mia speranza è che la saggezza prevalga e si capisca che scimmiottare degli psicopatici o lasciare che questi si impadroniscano anche della rivoluzione ci porterà alla rovina.

BIBLIOGRAFIA
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