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domenica 23 ottobre 2011

Tolleranza, Intolleranza e Politicamente Corretto



Und doch fordert die Welt, in der wir beben, daß die Menschen miteinander, nicht bloß nebeneinander gehe, daß sie zusammen planen und aufbauen, was alle angeht und allen Leben auf dieser Erde sichert. Tendenz zur Einheit: Einheit, die vielleicht oft nicht im entferntesten geahnt oder erstrebt wird, die vielleicht mit Koexistenz oder Toleranz beginnt, die versucht, eine Widerstreit zu mildern (das Problem der "zwei Kulturen" und seine Überwindungsversuche legen Zeugnis ab), die aber unweigerlich in vielen Bereichen heraufzieht
Alex Langer, “Pluralismus und Einheit”, 1965

In questo senso molti integralismi ecologici e molte tecnocrazie dipinte di verde possono assumere un atteggiamento altrettanto ostile e negativo nei confronti degli uomini e degli altri esseri viventi. […]. Oggi, infatti, una parte delle motivazioni che vengono apportate per caldeggiare politiche ecologiste, sono essenzialmente motivazioni per così dire “di paura”. In altre parole è come se si dicesse: “devi smettere di fumare, altrimenti avrai il cancro; devi smettere di bere, altrimenti etc...”. Sono atteggiamenti che poi non tengono: sono poche, infatti, le persone che smettono in tempo di fumare o di bere, perché la paura non è una motivazione che alla lunga tenga. E la paura inoltre come motivazione non appartiene all’atto della generosità, semmai appartiene all’atteggiamento del “si salvi chi può”, e può spesso indurre a comportamenti o a scelte assai egoiste. La paura spesso può essere un utile campanello d’allarme, ma in genere non è una motivazione che con il tempo regge. Anche le motivazioni ecologico-economiche - cioè quelle di chi guarda alla biosfera semplicemente come una dispensa che deve essere amministrata con cura perché deve durare a lungo, e quindi ne ritaglia fettine piccine, molto sottili - potrebbero portare a politiche di razionamento sociale, di amministrazione oculata della scarsità, ma molto difficilmente ad un cambiamento forte di cultura e di atteggiamento verso la vita sociale e personale.
Alexander Langer, "Fare la pace: scritti su "Azione nonviolenta" 1984-1995", 2005, pp. 135-136

Cicerone, Seneca, Epitteto, Marco Aurelio e Gesù il Cristo hanno fatto della tolleranza un valore centrale dei propri sistemi di pensiero. La ragione di questa enfasi risiede nel fatto che la libertà è la condizione che consente agli esseri umani di maturare spiritualmente e civilmente, mentre la tolleranza è il principio e l’atteggiamento che tutelano la libertà e dunque la possibilità di coltivare il proprio potenziale. Come aveva intuito Voltaire, è più facile essere tolleranti quando si è consapevoli della nostra finitezza, dei nostri difetti e della nostra ignoranza. La disposizione d’animo di chi ritiene di poter apprendere dal prossimo è il fondamento della tolleranza, “l’unico principio che si può considerare propriamente laico” (Bobbio, 1994). 
Il bisogno di convertire il prossimo al nostro punto di vista è invece alla radice dell’intolleranza. La persona tollerante è pronta ad includere nel principio di libertà l’altrui espressione anche di idee che personalmente ripudia. La persona intollerante non è meno umana di quella tollerante. È solo meno informata – e quindi tende a giungere a conclusioni errate partendo da premesse incomplete o false –, meno riflessiva e psicologicamente e cognitivamente meno flessibile, essendo incline a ritenere che tutti gli altri dovrebbero pensarla in un dato modo e che chi non lo fa o è in cattiva fede o è un illuso (Stouffer 1966; Peffley/Sigelman, 1990). 
Nella maggior parte delle persone una certa misura di tolleranza coesiste con un esplicito sentimento di superiorità e convincimento della naturale bontà delle proprie aspettative e desideri. Questo è dovuto al fatto che la quasi totalità degli esseri umani tende all’egocentrismo, ad un pigro appagamento e ad un’ingiustificata fiducia nella correttezza della propria visione della realtà che inibisce la curiosità, la volontà di cercare e sperimentare spiegazioni alternative e stili di vita differenti. 
In pratica, l’intolleranza è il prodotto di una valutazione eccessiva delle nostre capacità di discernimento e giudizio, un circuito autoreferenziato in cui continuiamo a riprodurre quegli schemi di lettura della realtà che confermano le nostre convinzioni essenziali. Abbiamo investito troppo in noi stessi, nella nostra autostima, nelle nostre credenze per permettere a qualcun altro di infrangere le nostre certezze. 
Per inibire una reazione intollerante dovremmo guardarci con gli occhi degli altri, distanziarci da noi stessi, fare un passo indietro nel rispetto dell’altro o un passo avanti verso chi ci chiede assistenza, ma per molti è un compito molto arduo. Per questo siamo tutti intolleranti pur non essendone quasi mai consapevoli
Ci è difficile vedere nell’altro una persona di pari dignità e valore, un mondo ampiamente intelligibile, se solo facessimo lo sforzo di accostarcivisi. Peggio ancora, a causa del nostro relativamente basso livello di tolleranza nei confronti della pluralità del reale, in diversi casi ci risulta persino difficile assegnare all’altro un livello di realtà pari al nostro; tendiamo insomma ad astrarlo e spersonalizzarlo, ristrutturandolo in accordo con i nostri preconcetti e pregiudizi. Così definiamo stupidi i ragionamenti di chi non la pensa come noi e ripetiamo all'interlocutore dissenziente che in realtà è lui a non aver capito. Qualche volta è vero, altre volte no, ma è difficile ammetterlo prima di tutto con noi stessi.
Studi comparativi hanno mostrato che più una società valorizza la specificità dei singoli, maggiori sono la tolleranza e fiducia reciproca tra i cittadini e la democraticità dei processi decisionali (Kasser 2002; Houtman 2003; Allik/Realo 2004; Inglehart et al. 2004; Inglehart/Welzel 2005; Marquart-Pyatt/Paxton 2007; Van de Vijver et al. 2008). 
Una società civile vitale non tollera usanze ed idee diverse perché ne è entusiasta, ma semplicemente perché crede nel principio di libertà, colonna portante del vivere democratico. Dunque la tolleranza non si manifesta nell’accentuazione stereotipica della diversità – come fu il caso del Sudafrica, dove la segregazione era giustificata dalla necessità di mantenere cammini di sviluppo civile separati –, ma nella ricerca di un sentimento di umanità condivisa che trascende le differenze superficiali. Sono tollerante con te perché sei umano esattamente come me e non ho ragione di impedirti di esserlo a modo tuo, a patto che tu non mi impedisca di fare lo stesso. Perciò la prassi sociale della tolleranza è, in ultima analisi, l’atteggiamento di chi vede in ogni altra persona un singolo individuo, con tutte le sue peculiarità, e non l’espressione di un fascio di credenze popolari, portatore più o meno sano delle per noi irritanti caratteristiche del suo gruppo di riferimento o di origine.
Ciò comporta la ferma volontà di consentire al mio prossimo di dire ciò che pensa, nella convinzione che le idee possono ferire e mortificare solo chi dà peso a chi le proclama, mentre le azioni possono far male in ogni caso. Si badi bene, non v’è alcun obbligo di rispettarle – e qui sta il vizio di fondo del dogma progressista del politicamente corretto –, ma unicamente quello di tollerarle, nella piena libertà di criticarle anche aspramente. La tolleranza comporta un obbligo morale di far emergere e dar spazio ad una pluralità di opinioni, non di giudicarle tutte ugualmente valide
L’intolleranza è invece quella di chi, da una posizione di pessimismo antropologico e dunque di paternalismo pedagogico, giudica che la soppressione di certe idee sia un atto di carità e tutela nei confronti delle persone volubili, credule ed impressionabili. Nel difendere questa posizione, purtroppo, l’intollerante pregiudica a se stesso molte occasioni di confronto e di crescita personale, condannando molti altri alla stessa sorte. Come c’insegna Norberto Bobbio, “la tolleranza non è indifferenza…Tolleranza significa che è lecito, anzi doveroso il confronto” (Bobbio 1985).
Ciò non significa però che la tolleranza debba essere illimitata. Senza dubbio esiste una soglia oltre la quale una democrazia non può più gestire un eccesso di pluralismo e deve farsi intransigente. Ad esempio il diritto di espressione non implica il mio dovere di fornire a qualcuno i mezzi per amplificare il suo messaggio
Ma più importante ancora è l’esigenza di evitare che la tolleranza divenga un passepartout per il relativismo morale e per il capriccio snob di porre su un piano di equivalenza la crassa ignoranza, la viscida faziosità, la coscienza bigotta di chi opera per costruire una società in cui la tolleranza stessa non sarà più tollerata, dove la libertà d'espressione sarà un ricordo del passato, il diverso sarà considerato inferiore, l'empatia sarà vista come un segno di debolezza e di infantilismo. La retorica della differenza non può e non deve soppiantare quella dell’uguaglianza, perché altrimenti sarà fin troppo facile etichettare la tolleranza come una velleità elitaria, tipica di chi non vive a contatto con la realtà di ogni giorno, se non un tradimento del bene comune. Esistono dei principi non-negoziabili, incastonati nelle nostre costituzioni e nelle convenzioni internazionali, rispetto ai quali facciamo bene a non transigere.
Lo ripeto: permettere ad un’idea di farsi notare non significa doverla rispettare indiscriminatamente. Ci sono pratiche sociali e norme di condotta che sono migliori delle altre ed è opportuno difenderle. In questo senso, il politicamente corretto è una tirannia della mente ed una forma di intolleranza generalizzata ed istituzionalizzata. Originariamente un lodevole sforzo di depurare la lingua e, in prospettiva, il pensiero, da pregiudizi discriminatori, è diventato un filtro censorio ed uno strumento di allineamento conformistico. Questo meccanismo impedisce di poter avere un dibattito serio su certe tematiche, facilita il controllo del dibattito da parte di fanatici, dogmatici e militanti, esiliando gli interlocutori più creativi e lucidi, e cosparge le discussioni di banalità, preconcetti, semplificazioni, eufemismi (surrogati, come etnia al posto di razza) e tabù (il non-detto). Il tutto in una clima farisaico e puritano, alimentato da persone in buona fede ma di scarso discernimento. Si seppellisce l’esperienza, per poi erigervi sopra un nuovo edificio di credenze. Tutto questo è pervicacemente anti-democratico ed una cittadinanza informata e consapevole avrebbe riservato a questa deriva puritana il trattamento che merita: l’irrisione.

sabato 22 ottobre 2011

Democrazia diretta - il pessimo esempio elvetico



La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto quel che è ingiusto
Benjamin Constant

Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini?
Norberto Bobbio

L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini
Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta (Università di Ginevra)

Se il problema della democrazia rappresentativa è che non manda al potere i migliori, ma i migliori persuasori, ossia le persone senza scrupolo, perché la democrazia diretta dovrebbe migliorare le cose, invece di peggiorarle? Dopo tutto, nell’Azerbaigian le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1919, in Italia nel 1946 e nella tanto ammirata Svizzera solo nel 1971 (in alcuni cantoni non prima degli anni Novanta).
Esaminiamo allora l’esperienza elvetica, segnata da considerevoli trepidazioni in materia di immigrazione, fede religiosa e forza persuasiva delle narrazioni etnopopuliste-plebiscitarie. Storicamente, la democrazia diretta in Svizzera è servita a rallentare il riconoscimento dei diritti civili universali. Il cantone di Vaud aveva introdotto nel 1959 il voto per le donne ma un referendum federale lo respinse a livello federale. Si dovette attendere fino al 1971 perché la Svizzera facesse il suo ingresso nel consorzio dei paesi civili. Fino al 1971 le cittadine svizzere non ebbero diritto di voto, ultime in Europa ad eccezione del Liechtenstein, anche perché con vari referendum federali la popolazione maschile si oppose alle misure progressiste proposte dai politici che li rappresentavano. In alcuni distretti dell’Appenzell il diritto di voto alle elezioni comunali per le donne non fu concesso fino al 1990. L’effettiva parità tra uomini e donne fu sancita costituzionalmente solo nel 1981 ed il referendum del 1985 sulla modifica del codice civile che stabiliva l’uguaglianza dei diritti tra i sessi all’interno della famiglia passò con 921.743 voti a favore e ben 762.619 voti contrari. Il referendum del 1962 respinse una legge che impediva l’installazione di armi atomiche sul territorio elvetico. Nel giugno del 1970 un referendum che chiedeva l’espulsione di 300.000 lavoratori immigrati legalmente residenti ed impiegati ottenne il 46 per cento dei voti e la maggioranza assoluta nei cantoni più tradizionalisti ed anti-federalisti. Nel novembre del 1972, tra chi andò a votare per ridurre entro cinque anni a 500mila il numero di immigrati residenti in Svizzera, il 34 per cento era favorevole a questo progetto di legge (Steinberg, 1976). In seguito, ed a più riprese, con le varie Ausländerinitiativen, gli elettori svizzeri si sono rifiutati di rendere più facile se non automatica la naturalizzazione dei residenti di terza generazione, che sono spesso indistinguibili da un ipotetico, ma virtualmente inesistente, Svizzero “puro” o “medio”. Leonardo Coen, nella sua sconsolata analisi del voto referendario svizzero sui minareti intitolata “L’orologio a cucù dell’intolleranza” (Repubblica, 30 novembre 2009), scrive: “stimolando la xenofobia e promettendo di esaudire gli interessi immediati (meno tasse, per esempio), il referendum si trasforma in uno strumento assai pericoloso nelle mani dei demagoghi, perché li autorizza poi ad andare sempre più oltre: così si istigano le caccie alle streghe, così si autorizzano le ronde contro gli extracomunitari, così si favoriscono l’intolleranza assoluta, la repressione, l’odio nei confronti degli oppositori, la censura, il pensiero “unico”; così diventa prassi l’idiosincrasia nei confronti dei diritti e della dignità umana, della libertà di stampa e di quella politica”. Anche il commento di Renzo Guolo insiste sul valore paradigmatico di quel referendum (“Adesso l'Europa teme il contagio”, 30 novembre 2009): “Battaglia che la destra xenofoba e nazionalista svizzera e le correnti evangeliche più legate al cosiddetto "sionismo cristiano", movimento diffuso negli Usa che nell'islam vede un ostacolo alla realizzazione messianica della loro apocalittica dottrina, conducono in nome di un identità cristiana iperpolitica, che prescinde dalle posizioni delle leadership delle confessioni maggioritarie. Tanto che mentre i proponenti chiedevano di inserire il divieto in Costituzione, come misura “atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose”, le altre confessioni osteggiavano apertamente tale indicazione. La stessa Chiesa cattolica giudicava la vittoria del “sì” un ostacolo sulla via dell'integrazione e del dialogo. Icona di un cristianesimo senza Cristo, quella veicolata dalla destra cristiana xenofoba, in Svizzera come altrove, che tende a impugnare la Croce sottraendola alle Chiese, accusate di non interpretare il vero “sentire del popolo”. (…). L’oggetto non era tanto, o solo, l’immigrazione proveniente dai paesi islamici, il 5% della popolazione, circa quattrocentomila persone, ma la rigerarchizzazione delle culture e delle religioni per via politica”. Nella stessa occasione gli Svizzeri hanno respinto una proposta che ingiungeva alla Confederazione di sostenere gli sforzi per il disarmo e controllo degli armamenti. Buon l'ultimo il referendum del febbraio del 2011, che ha preservato il diritto di tenersi in casa le armi automatiche fornite dall'esercito. Oltre il 56% degli elvetici ha rifiutato il bando del fucile d’assalto militare dalle case (63,5% nel Canton Ticino). In cambio nessun referendum ha mai intaccato lo strapotere del sistema bancario elvetico, che non è mai stato costretto a redistribuire i suoi proventi o a votarsi ad una maggiore trasparenza.
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In Svizzera, come nel New England, le due patrie della democrazia diretta, le assemblee popolari non si fecero scrupolo di bruciare centinaia di streghe, mentre invece nei paesi cattolici dominati dall’autorità monarchica e pontificia i processi alle streghe furono sporadici. Più recentemente, la Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera sul ruolo della Confederazione nella Seconda Guerra Mondiale (Bergier et al. 2002) ha concluso che: “L’evidente giro di vite imposto nel 1938 alla politica svizzera nei confronti dei profughi non faceva che segnare una recrudescenza dell’ostilità verso certe persone e gruppi sociali che, delineatasi sin dall’inizio del Novecento, era andata rinforzandosi negli anni Venti. In concreto, tale sviluppo si manifestò nel trattamento riservato a rom, sinti e jenische, cui a partire dal 1926 vennero sistematicamente sottratti i figli. Questo ed altri fatti contraddicono l’immagine che, dall’Ottocento in poi, pone la Confederazione in una tradizione umanitaria, la quale cristallizzatasi nell’idea di sé del popolo svizzero, si prestava a legittimare moralmente la neutralità del paese. […] Nel suo atteggiamento verso i profughi la neutrale Svizzera non solo venne meno ai suoi propri parametri, ma violò pure elementari principi di umanità”.
La crescente aggressività ed intolleranza delle scelte referendarie elvetiche nasce dal fatto che la costruzione dell’identità nazionale svizzera non si è fondata solo sul rispetto per la diversità ma anche sull’estirpamento di certe differenze giudicate non-elvetiche o anti-elvetiche attraverso la mobilitazione di determinati “discorsi identitari” – la storia che un popolo ama raccontare di se stesso – e non altri (Mottier, 2009). Sono queste storie che marcano i confini del noi e dell’altro-da-noi e possono escludere quel che fino a prima era parte di noi decretandone o accentuandone l’alterità. È perciò falsa l’autopercezione svizzera di essere una nazione particolarmente accomodante nei confronti delle differenze. Questo è vero solo in parte: la coesione sociale fu conquistata ai danni di chi non era ritenuto degno di partecipare alla comunità, come gli Ebrei, gli Jenisch, i malati mentali e le persone “inadatte a procreare” (Kreis, 1992; Heller, Jeanmonod, Gasser, 2002; Gerodetti, 2005).
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Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta dell’Università di Ginevra è scettico e, nel marzo del 2007, concludeva il suo intervento alla Conferenza Internazionale per la Democrazia Diretta tenutasi a Buenos Aires invitando i promotori della democrazia diretta ad una maggiore sobrietà e realismo: “L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini”. Yanina Welp e Nina Massüger, due studiose di democrazia diretta all'Università di Zurigo, rilevano invece come i quesiti referendari trattino sempre più di questioni estremamente delicate da un punto di vista sia giuridico sia etico, come quella della carcerazione a vita per reati sessuali di soggetti giudicati irrecuperabili (2004), delle naturalizzazioni (2008), dell'edificazione di minareti (2009), dell'espulsione di delinquenti di origine straniera (2010). Più recentemente, è stata interrotta spontaneamente un’iniziativa che mirava ad introdurre la pena di morte per omicidio con abuso sessuale. Questo genere di consultazioni sono in grado di “mettere radicalmente in discussione l’ordine costituzionale” (Kiener/Krüsi, 2009) e sono in contrasto con diverse convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani: "a parte il fatto che tra queste iniziative, diverse perseguono obiettivi quantomeno discutibili, non c'è dubbio che al giorno d'oggi la crescente internazionalizzazione del diritto e la crescente importanza della tutela dei diritti umani impongono limiti all'impiego dei meccanismi della democrazia diretta", specialmente dato l’elevato astensionismo che li caratterizza (Welp/ Massüger, 2010). Le due ricercatrici segnalano anche la medesime problematica messa in luce dai colleghi statunitensi: la democrazia diretta costa e “i gruppi meglio organizzati sono avvantaggiati al momento di convocare un referendum, giacché gli interessi più generali e quelli dei meno privilegiati non troveranno un’adeguata rappresentanza” (Welp/ Massüger, ibidem). La requisitoria di Regina Kiener e Melanie Krüsi prende le mosse dalla constatazione che negli ultimi anni, in Svizzera, si è diffusa l’ideologia secondo cui la sovranità popolare è assoluta e la sua forza deliberativa deve prevalere anche sui principi sanciti dalla costituzione federale e dalle convenzioni internazionali per i diritti umani. La democrazia diretta deve perciò configurarsi come il valore fondativo dello Stato. Le due giuriste elvetiche imputano questa deriva al potere propagandistico della demagogia che separa tassativamente il “proprio” dall’”altrui”, il dentro e il fuori e che in nome dell’esclusività e dell’esclusione nega il principio delle democrazie moderne per cui non esiste alcuno stato di diritto senza democrazia e non esiste alcuna democrazia se lo stato di diritto non viene rispettato. Mentre nell’America della Guerra al Terrore le più gravi ferite allo stato di diritto sono state inflitte dalla Casa Bianca e dal Congresso, in Svizzera un processo analogo si sta verificando dal “basso”, attraverso iniziative popolari che compromettono l’edificio costituzionale difeso dalle autorità (Langer, 2010).
È tuttavia importante capire che questo non è uno sviluppo imprevisto, essendo perfettamente in linea con le xenofobiche “misure contro la snazionalizzazione” (Massnahmen gegen die Überfremdung), promulgate nel periodo fra le due guerre, quando alcuni sostenevano che altrimenti gli svizzeri sarebbero diventati minoranza nel loro paese entro il 1997, allo stesso modo in cui la destra xenofoba e populista dei nostri giorni dichiara che se non si interviene la svizzera sarà islamizzata entro il 2035. Fu in quelle circostanze che le iniziative popolari furono usate per la prima volta per proteggere la purezza e l’autenticità dell’identità elvetica, nonché la sua prosperità, anche sulla pelle di chi fuggiva dai totalitarismi (Kury, 2003).

L’analisi esemplare che Lorenz Langer, ricercatore svizzero presso la facoltà di legge di Yale, fa delle implicazioni, ripercussioni e insegnamenti che si possono trarre dalla vicenda dei minareti (Langer, 2010), vale non solo per la Svizzera, ma anche per l’Alto Adige. I paralleli sono numerosi ed estremamente istruttivi. La messa al bando della costruzione di ulteriori minareti è inconciliabile con la Convenzione Europea per i Diritti Umani ed il Patto internazionale sui diritti civili e politici e questo ci deve far riflettere sulla eccessiva disinvoltura con la quale si ritiene che la democrazia diretta sia un bene assoluto e non una possibile fonte di rischi derivati dall’eterogenesi dei fini, ossia la tendenza dimostrata dalle attività umane a non svolgersi quasi mai secondo le modalità desiderate e nella direzione programmata. Langer domanda ai lettori: la vox populi dovrebbe godere di un’autorità assoluta oppure i voti andrebbero non solo contati ma anche soppesati, in relazione alle norme internazionali che proteggono le minoranze? L’impiego dello strumento referendario per strumentalizzare delle legittime preoccupazioni di fronte alla caparbietà con cui certi musulmani si rifiutano di venire incontro agli usi locali, usandole per imporre l’assimilazione o l’esclusione, in luogo dell’integrazione, non dovrebbe indurre gli Svizzeri a moderare il loro entusiasmo nei confronti della democrazia diretta? Magari spingendoli a rendere più selettive le operazioni di formulazione, approvazione ed implementazione delle iniziative popolari, come succede negli Stati Uniti, che pure hanno preso a modello proprio la Svizzera, ma hanno stabilito che i principi fondamentali sono intangibili, per metterli al riparo della faziosità e delle eccitazioni occasionali? Non è forse tempo di disintossicarsi dalla dipendenza dalla democrazia diretta, che offre fasi di grande esaltazione e piacere, seguite dai postumi della sbornia e da un’escalation di smania referendaria?
Langer osserva che il dogma dell’infallibilità popolare è così radicato in Svizzera che persino gli oppositori al bando non se la sono sentita di condannare la decisione dei cittadini, mentre i vincitori – la destra xenofoba ed etnonazionalista – hanno denunciato come anti-democratica ogni critica e condannato l’imperialismo del diritto internazionale negli affari interni alla Svizzera, che impone dei vincoli irragionevoli alle iniziative popolari in un paese che è connaturatamente democratico e quindi non potrebbe mai violare i diritti umani di chi vi risiede. Questo dogma è il prodotto di un mito identitario necessario al ricompattamento di quelle popolazioni eterogenee che istituirono la confederazione elvetica. Il mito dell’autarchia, dell’autosufficienza, del contadino libero ed ugualitario, naturalmente democratico. Un mito, quello del Sonderfall Schweiz, che, come tutti i miti, contiene un fondo di verità, ma rimane nel complesso fallace. Langer ci ricorda che fino all’invasione francese del 1798 quasi tutti i cantoni erano delle vere e proprie oligarchie rette da aristocratici, corporazioni o clan facoltosi ed una buona parte della popolazione non era libera. Perciò lo stato federale nato nel 1848 non fu il culmine di una tradizione secolare di governo a democrazia diretta di stampo schilleriano (cf. Guglielmo Tell e la sua libera fratellanza) ma fu una costruzione artificiale, “uno Stato in cerca di una nazione”. Tra i tratti genuinamente tradizionali che conservò ci furono l’avversione nei confronti di leggi e magistrati stranieri e l’interpretazione collettivista del concetto di libertà ed uguaglianza, che privava i singoli di alcune prerogative sancite dalle costituzioni di altri paesi. Così, in un discorso del 2007, un ministro della giustizia elvetico si rivolse al pubblico stigmatizzando il diritto internazionale e paragonandolo alle leggi asburgiche delle quali gli Svizzeri erano riusciti a liberarsi, sostituendole con le “leggi del popolo”, perché il popolo deve sempre avere l’ultima parola. Così facendo, reiterò l’idea che la confederazione è nata grazie ad un’ispirazione esclusiva, e non inclusiva, con l’atto di espulsione dei non-Svizzeri. Precisa Langer: “lo scetticismo verso l’altro è una parte integrante del sistema”. Non che questo sia un tratto distintivo tipicamente elvetico, ma va anche detto che la Francia, che ha una popolazione islamica molto più grande, deve limitarsi a “tollerare” la presenza di una decina di minareti e il bando alla costruzione di minareti è passato solo grazie al voto delle aree rurali: nei maggiori centri e nei cantoni più urbanizzati (Ginevra, Basilea, Neuchâtel e Vaud), quelli dove la popolazione è a quotidiano contatto con i musulmani, ha vinto il no, ossia l’apertura alla diversità, al pluralismo. Langer legge questa preoccupante deviazione della democrazia diretta in Svizzera attraverso la lente della “fallacia patetica”; un’espressione coniata dal poeta inglese John Ruskin (1819-1900) per indicare l’ingannevole antropomorfizzazione delle cose e di tutto quel che non è umano (es. “oceano crudele”) che tende ad farci perdere il contatto con la realtà, introducendo la menzogna, l’irrazionalità e l’auto-inganno nella nostra percezione del mondo, nelle impressioni che ci formiamo delle interrelazioni tra le cose e le persone, specialmente quando siamo in preda alla nostra emotività: se siamo spaventati o aggressivi tendiamo a proiettare i nostri stati d’animo su tutto ciò che ci circonda, distorcendolo. In una fase storica in cui le persone temono di perdere il controllo delle loro vite, il proibire l’edificazione di una struttura architettonica, fornisce l’illusione di poter tenere a distanza un mondo ostile, di preservare il proprio beato isolamento. Langer chiede agli Svizzeri di mettere da parte le loro ipocrisie; se preferiscono una società più uniforme non sono obbligati a perorare la causa dell’uguaglianza e della libertà: “numerose nazioni non approvano la tutela della libertà di culto ed altri diritti civili e politici, ma un paese non può compiacersi della propria tolleranza istituzionalizzata e contemporaneamente concedere la propria tolleranza selettivamente” (Langer, ibidem).

È necessario affrontare la realtà dei fatti, non continuando a cullarci nelle nostre illusioni. I demagoghi amano la democrazia diretta perché è il loro habitat naturale. I demagoghi sono specialisti nel divinizzare il proprio popolo e demonizzare gli oppositori (che non sono mai un popolo): vox populi, vox Dei. Accusano gli altri di essere ciò che in realtà caratterizza la loro personalità e stile di fare politica: intolleranti, elitari, autoritari, moralmente opachi, incompetenti, anti-patriottici, attentatori delle libertà civili, statalisti, culturalmente egemonici. Sono leader carismatici di movimenti al tempo stesso reazionari e modernisti e promotori di una concezione plebiscitaria della democrazia in cui l’investitura per acclamazione del leader gioca un ruolo centrale e la “democrazia diretta” è vista come un valido strumento per neutralizzare gli intollerabili formalismi e le “vergognose garanzie” della democrazia liberale rappresentativa. Una democrazia diretta può funzionare laddove una frazione sufficientemente vasta della cittadinanza è in grado di esercitare un consenso o un dissenso informato e consapevole. Ma, ammettiamolo una buona volta, siamo tutti, in generale, molto ignoranti in molti ambiti e gli ignoranti sono inclini a fare scelte stupide. Ad esempio eleggono politici egoisti e superbi e continuano a votarli ad ogni tornata elettorale. Quei politici non sono sbucati dal nulla, una maggioranza di votanti li ha voluti, come vorrebbe disfarsi di vari vincoli e laccioli che lo stato di diritto impone all’intera cittadinanza e quest’ultima subisce. Quale miglior opportunità di un referendum che quantifichi e faccia pesare la volontà popolare? Un cittadino maturo, cioè pronto per la democrazia diretta, deve chiedersi perché troppe volte essa non funziona, perché diventa uno strumento di ingiustizia, autoritarismo e xenofobia. Un cittadino maturo non crede alla democrazia diretta a prescindere, perché non la idolatra, non ne fa un culto laico. Per far crescere e maturare i cittadini c'è già la democrazia ed esistono già i referendum e sicuramente qualche passo in avanti nel dopoguerra lo abbiamo fatto, ma pensare che dopo soli sessant’anni di vita repubblicana la popolazione sia pronta a decidere su certe questioni importanti, che sono anche le più complesse – come complessi erano i quesiti sulla privatizzazione dell’acqua, a dispetto di quel che molti hanno creduto, sbagliando – è ingenuo ed irresponsabile. Il solo fatto che l’elettorato non sia capace di mandare a casa dei demagoghi incapaci di gestire la cosa pubblica e sfacciatamente maldisposti verso la Costituzione è la prova migliore del fatto che la maggior parte dei cittadini non è pronta per la democrazia diretta e che sarebbe meglio che la Svizzera restasse un caso più unico che raro.

giovedì 20 ottobre 2011

L'innocenza del male - uno che voleva solo essere lasciato in pace




L’innocente sarà sempre puro ed incolpevole. Qualunque cosa faccia, è nel giusto.
Graham Greene

Meravigliarsi della mancanza di una coscienza colpevole negli altri, mentre si accetta la propria innocenza come un dato di fatto, riflette perfettamente una certa mentalità moderna.
J. Glenn Grey

Liberamente ispirato a “La Caduta” di Albert Camus, a “Un americano tranquillo” di Graham Greene e a “Memorie dal sottosuolo” di Fëdor Michailovič Dostoevskij.

“Un tempo c’era meno violenza e più solidarietà. La gente si aiutava, era creativa, non pretendeva che tutti la pensassero allo stesso modo come invece vogliono i Globalisti. Eravamo in armonia con la natura e non c’era crudeltà in noi, ma sollecitudine verso il prossimo e verso l’ambiente. Poi qualcosa è andato storto, sono arrivati sempre più forestieri e l’armonia è finita. Sono arrivati il conflitto, il crimine, la violenza e il disordine ed abbiamo dovuto far fronte comune contro la minaccia, costruendo muri e divisorie per fermare questa gente, per proteggerci dalle loro menzogne, dalla loro cattiveria, dalla loro maleducazione. Non abbiamo mai voluto fare del male a nessuno: è che le cose cambiavano e nessuno ha chiesto il nostro parere. Però la chiamavano democrazia, i politici!
La gente si chiedeva: perché proprio a noi? Ci abbiamo provato a tenerli a distanza, ma era come una marea, un fiume in piena che portava corruzione, violenza e falsità. Il nostro piccolo mondo tranquillo stava per essere devastato dalla loro negatività e così siamo stati costretti a prendere in mano la situazione e ripulire la comunità, restituirla alla sua innocenza. Eravamo fiduciosi che il bene alla fine avrebbe trionfato.
Nessuno di noi voleva che tutto si guastasse, che arrivassero qui persone crudeli ed egoiste, che imponessero il loro sistema di ingiustizia perpetua. Non penso che sia così difficile da capire. Lei crede forse che sia giusto consentire che le persone buone ed innocenti vengano distrutte dagli altri solo perché si ritiene che sia sbagliato usare la violenza per contrastarli? Allora bisognerebbe vietare a voi poliziotti di usare la forza contro i criminali, non crede? Combattere il crimine è forse sbagliato?
Se uno sceglie consapevolmente di arrecare danno ad un innocente, da quel momento in poi non è più innocente e ha meno valore di chi ancora lo è. A quel punto è doveroso esercitare il proprio diritto di combatterlo e punirlo e non si perderà un filo di innocenza nel farlo. Al contrario, sarebbe sbagliato non farlo. Lasciarsi sottomettere significa agevolare chi è dalla parte del torto. Dovevamo farlo. A volte, per ottenere ciò che si vuole, si deve fare l’opposto di ciò che si vorrebbe.
Se ci pensate, è normale amare gli innocenti ed odiare i malvagi. Se una cellula sana uccide una cellula malata, quello non è omicidio, è un atto di eroismo. È meglio prevenire che curare, evitare la metastasi con ogni mezzo. Se il bene non è libero di distruggere il male, le cose non cambieranno mai. Non c’è bisogno di violenza se il malvagio riconosce i suoi errori ed impara la lezione. Un sistema immunitario non può essere cattivo, però distrugge i nemici del corpo e chi non ha un sistema immunitario muore. Per vivere bisogna distruggere il male e questo non ci rende malvagi: uccidere dei batteri non ci trasforma in batteri; semmai il contrario.
Dunque, a ben guardare, ciò che rende malvagi è non distruggere il male. Di conseguenza non mi ritengo colpevole, mi reputo innocente. Abbiamo fatto quel che andava fatto: abbiamo difeso i confini della nostra comunità dagli invasori, proprio come fa il sistema immunitario. L’ordine ed il benessere di un organismo esigono separazioni, confini, distinzioni nette. Confusioni, mescolanze, ibridazioni non hanno mai apportato alcun beneficio, ma solo anarchia e patimenti. Contaminazione è quando prendi due cose che non dovrebbero stare assieme e le mischi. La salute di un essere umano e quella di una nazione richiedono purificazioni. La vita stessa si basa su questo processo. Per bere l’acqua di mare bisogna farla evaporare. Il mio fegato e i reni filtrano, purificano il mio corpo, che poi espelle le impurità. Non c’è ordine senza purificazione, non c’è vita senza di essa. Dunque se vogliamo più vita dobbiamo ottenere più purezza e bandire le contaminazioni. La contaminazione porta solo miseria, malattia e morte. Questo vale anche per la natura, per la morale e per la nostra comunità.
Siamo tutti separati e differenti e non vedo come la separazione possa essere una brutta cosa. Se non sei diverso da qualcun altro che senso ha cooperare? Però quando la diversità è dannosa, quando gli altri sono come una malattia altamente infettiva, bisogna agire con determinazione. Bisogna odiare il male ed amare l’innocenza: questa è la cosa giusta da fare e la menzogna non è mai innocente. Uccidere qualcuno che è malvagio e infetta una comunità è un atto innocente, è come asportare un tumore.
Il mondo purtroppo non tollera quest’odio buono, tollera solo l’odio cattivo, quello dei forti contro i deboli, quello di chi minaccia le nostre comunità. Solo una volta nella storia l’odio buono ha quasi trionfato ed è servito a migliorare un po’ le cose, purificando le persone e le nazioni e garantendo la pace. Sì, lei sa di cosa sto parlando. Purtroppo si sono lasciati prendere la mano ed il progetto è fallito, ma nessuno c’impedisce di sperare che prima o poi qualcuno raccolga quel testimone. L’odio aiuta la mente a ripulirsi dalle menzogne e dalla negatività, brucia tutto ciò che c’è di male, mantiene più sani, forti e giovani. L’odio va lasciato fluire, non lasciarlo fluire e trattenerlo significa commettere un crimine contro l’odio e contro il bene. Contro Dio!
Non puoi far scomparire i virus in un computer solo desiderandolo, devi studiarli, capire come tenerli lontani ed eliminarli. Chi dice che distruggere il male ti rende malvagio dice una scemenza. Se non lo distruggi ti convertirà, ti divorerà, ti distruggerà. Quindi, come ho già detto, non annientarlo è male. Uccidere unilateralmente un altro essere umano è un omicidio ed è un reato che andrebbe punito con la morte, ma uccidere per proteggere la propria comunità o per salvare il pianeta è un obbligo sociale ed un imperativo morale.
Non c’è vita senza la morte: ogni giorno, per vivere, distruggiamo la vita altrui. Mors tua vita mea, dicevano i Romani. Anche per noi era una questione di vita o di morte: la nostra comunità era minacciata da forze maligne, lo sapete bene anche voi. Era sull’orlo della disintegrazione, sommersa da una massa informe di forestieri, come cavallette venute a consumare lo sforzo di tutti questi anni di lavoro e sacrifici. Chi li aveva invitati? Dio non aveva fosse posto un suo angelo con una spada infuocata a guardia del Paradiso Terrestre? Noi siamo stati come quell’angelo, abbiamo impedito che si diffondesse la promiscuità sudicia e volgare che, altrove, è penetrata dappertutto senza trovare resistenza e dalla quale si ha il dovere di proteggersi.
Adesso siamo vittime di una persecuzione, della calunnia organizzata. Ci chiamano mostri, ma prima erano tutti d’accordo con noi e strillavano perché le cose non erano come sarebbero dovute essere. Ci chiamano peccatori, ma prima ci ammiravano e chiamavano così i nostri nemici comuni: come possiamo essere peccatori se abbiamo difeso la vera fede? Abbiamo agito secondo le più nobili aspirazioni ed inoppugnabili principi: perché ci condannano? Forse perché non avevano gli attributi per farlo loro? Ipocriti ed invidiosi!
Noi abbiamo la coscienza pulita e proviamo anche un certo orgoglio. Orgogliosi di uccidere? No, ma sapete come si dice: a mali estremi, estremi rimedi. Abbiamo scelto il male minore, un male necessario ed inevitabile e quando una cosa è necessaria non è né giusta né sbagliata: è come è.
E poi, è forse malvagio un fuoco o uno smottamento? Era malvagio il Dio dell’Antico Testamento, quando faceva massacrare i nemici di Israele? “E votarono allo sterminio tutto ciò che era nella città, passando a fil di spada uomini e donne, fanciulli e vecchi e persino buoi, pecore e asini” (Giosuè 6, 21). Fu proprio Dio in persona a volerlo: “Era infatti l'Eterno stesso che induriva il loro cuore perché facessero guerra contro Israele, affinché Israele li votasse allo sterminio senza usare alcuna pietà verso di loro, ma li annientasse come l'Eterno aveva comandato a Mosè” (Giosuè 11, 20). Noi siamo stati come una forza della natura, uno strumento della Provvidenza: non è stata una vera scelta, sono stati loro a forzarci la mano, sono stati loro a venire qui e a rovinare tutto, a pervertire la nostra Israele, con il loro cuore indurito.
Ciò che era giusto prima deve continuare ad esserlo anche adesso e per sempre. Non si può pensare di arrivare e mischiare le carte in tavola come se niente fosse. La nostra è la civiltà della fede, della sincerità, delle buone maniere, della rettitudine, della carità, dell’onore, della pietà. Siamo gente di sani principi, il fine era giusto e noi ci siamo sacrificati per evitare ad altri di doverlo fare. Se non fossimo stati noi l’avrebbe dovuto fare qualcun altro. Siamo capri espiatori, ma il nostro sacrificio non è stato vano: il messaggio è arrivato forte e chiaro ed abbiamo costretto tutti a pensare. Nessuno potrà mai più dare nulla per scontato ed altri prenderanno il nostro posto. Non ci ringrazieranno mai pubblicamente, ma non importa, perché sappiamo che molti in cuor loro lo stanno già facendo.
Siamo degli idealisti. L’abbiamo fatto per amore, perché amiamo la nostra comunità sopra ogni cosa e per questo i nostri principi morali sono così puri: il nostro più grande desiderio è che la nostra gente sia felice e la comunità resti virtuosa.
Volevamo solo essere felici ed essere lasciati in pace”.

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