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venerdì 20 gennaio 2012
Socrate e l'illusorietà della morte
Nella tradizione orfico-pitagorica la morte non è una cosa brutta ma un momento di purificazione, il trionfo dello spirito sulla materia che lo imprigiona, dell’eterno sul transeunte. Il sapiente deve capovolgere il suo giudizio sul vivere e sul morire. Ecco cosa ne pensa Socrate.
– Credi tu che la morte sia qualche cosa?
– Certo – rispose Simmia.
– E non crediamo noi che essa altro non sia che la separazione dell’anima dal corpo? E l’esser morto non consiste proprio in questo: nello stare l’anima e il corpo separati tra loro e ciascuno per conto proprio? Che altro è la morte se non questo?
– Nient’altro che questo, infatti – rispose Simmia.
– E allora osserva attentamente, o amico, se tu hai la stessa opinione che ho io, poiché solo così potremo meglio comprendere ciò di cui discutiamo. Pare a te che sia da vero filosofo darsi cura dei piaceri, come, per esempio, del mangiare e del bere?
– Niente affatto, Socrate – confermò Simmia.
– E dei piaceri d’amore?
– Neppure.
– E così tutte le altre cure del corpo, come l’acquisto di lussuoso vestiario, di magnifiche calzature e di ogni altro ricercato ornamento, pare a te che il filosofo abbia in pregio più di quel tanto che la necessità lo costringa a farne uso?
– A me pare che il vero filosofo disprezzerà tutto questo.
– Non ti sembra allora che l’attività di un tale uomo non sia per nulla rivolta al corpo, da cui anzi si allontana più che sia possibile, ma invece sia tutta dedita all’anima?
– Certamente.
– E quindi è chiaro che in tutte queste cose il filosofo, a preferenza di ogni altro uomo, cerca più che può di liberare l’anima da ogni comunanza col corpo. Non è forse vero?
– Pare di sì.
– Ed è per questo o Simmia, che il volgo crede che colui il quale non prova alcuno di questi piaceri, e non vi partecipa, non meriti neanche di vivere; poiché tende ad essere come un morto chi non si cura dei piaceri che derivano dal corpo.
– Dici proprio la verità.
– E che diremo dell’acquisto della sapienza? Credi tu che nella ricerca della verità ci sarà o no di impedimento il corpo? Intendo dire questo: il senso della vista e dell’udito, ad esempio, danno a noi certezza assoluta, oppure hanno ragione i poeti quando continuamente ci dicono che noi non udiamo, né vediamo nulla di preciso? E se questi sensi non sono né sicuri, né precisi, che cosa dovremmo dire degli altri ancora più manchevoli di questi? Non ti pare?
– Certamente – disse.
– Quando, dunque – continuò Socrate – l’anima riesce ad attingere il vero? Perché se essa si accinge a ricercare la verità con l’aiuto del corpo, è evidente che sarà da questo tratta in inganno.
– Proprio così.
– Non è forse nella pura attività di ragione che si rende a lei manifesta la verità?
– Certamente.
– E questa attività non si esplica ancor meglio quando l’anima non è conturbata da nessuna di tali sensazioni, né dalla vista, né dall’udito, né dal dolore, né dal piacere, ma tutta in sé raccolta, abbandonando completamente il corpo, senza più alcuna comunanza né contatto con esso, tende solamente alla verità?
– Dici proprio bene.
– Non è questa, allora, la ragione per la quale l’anima del filosofo disprezza profondamente il corpo e rifugge da esso e aspira a rimanere sola, tutta in sé raccolta?
– Certamente.
– Ma v’è ancora un altro argomento, o Simmia. Affermiamo noi l’esistenza di un “giusto in sé”, o no?
– Certo che lo affermiamo, per Zeus.
– E di un “bello in sé”, di un “buono in sé”?
– Pure.
– Or bene, vedesti tu mai con gli occhi del corpo il “Giusto”, il “Bello”, il “Buono”?
– No, mai – rispose quegli.
– E li hai mai conosciuti con qualche altro senso del corpo? E non parlo solamente di questi, ma ancora della “Grandezza”, della “Salute”, della “Forza”, in una parola di tutto ciò che realmente è. E credi tu che si conosce la realtà in sé delle cose per mezzo dei sensi del corpo, oppure reputi che colui il quale si propone di conoscere il vero per mezzo dell’attività pura di ragione si avvicinerà più di ogni altro alla perfetta conoscenza di esso?
– È proprio così.
– E a questa perfetta conoscenza può pervenire soltanto colui che alla verità si volge con la sola mente, e non sorregge la sua ragione con alcun senso del corpo, ma solo in sé e puro, con la mente pura, cerca di attingere il vero, astraendosi, più che sia possibile, dagli occhi, dagli orecchi, dal corpo tutto, poiché questo sconvolge l’anima e non le permette di acquistare verità e sapienza. Non è forse quest’uomo, o Simmia, colui che potrà, più di ogni altro, cogliere la realtà?
– Tu dici il vero, o Socrate – rispose Simmia.
– Dunque – seguitò Socrate – tutte queste considerazioni devono formare nei veri sinceri filosofi un’opinione tale da indurli a ragionare pressappoco così: pare che ci sia come un sentiero a guidarci verso la verità, perché fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo. Infatti il corpo ci dà infinite brighe per la necessità del nutrimento; e se poi esso si ammala, nuovi impedimenti si frappongono alla nostra ricerca del vero. È ancora il corpo che ci riempie di amori, di passioni, di terrori, di immaginazioni, di vanità infinite, per cui non ci riesce di fermare il pensiero su cosa alcuna finché siamo in sua balìa. E le guerre, le rivoluzioni, le battaglie, chi le produce se non il corpo e le sue passioni? Le guerre, infatti, scoppiano per la brama di ricchezze, e queste noi siamo stretti a procurarcele per il corpo, incatenati come siamo al suo servizio, per cui non abbiamo più tempo di dedicarci alla filosofia. Il peggio è poi che se per un momento riusciamo ad essere liberi dal suo servizio e ci proponiamo di meditare su qualche cosa, ecco che tutto d’un tratto si pianta nel mezzo della nostra meditazione e tutto turba e scompiglia disanimandoci, così che per causa sua non siamo più in grado di contemplare la verità. Resta, quindi, dimostrato che, se noi vogliamo pervenire alla visione più pura del vero, dobbiamo distaccarci dal corpo e contemplare la verità con la sola anima. Allora soltanto, quando saremo morti, e non da vivi, come il ragionamento ci costringe ad ammettere, noi potremo possedere ciò di cui ci professiamo amanti: la Sapienza, cioè. […] Bisogna riconoscere, dunque, o Simmia, che tutti coloro i quali rettamente filosofano è come se si esercitassero a morire; perciò a loro la morte fa molto meno paura che agli altri.
Platone, "Fedone", Armando Editore, Roma 2007.
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lunedì 26 dicembre 2011
La Collera dei Miti - l'immoralità di nonviolenza e pacifismo
Tutti vedono la violenza
del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono.
Proverbio cinese
Allora anche i miti non
disdegneranno di uscire dalla loro indole profonda e indossare quella dei loro
nemici. Si tratta di combattere una buona battaglia che, nei risultati sperati,
non contraddice affatto ma ribadisce la loro fedeltà alla mitezza. Quando ciò
accadesse, quando ciò accadrà, bisognerebbe, bisognerà temere l’ira dei miti.
Gustavo Zagrebelsky,
“Bobbio: la forza dei miti”, La Stampa, mercoledì 13 ottobre 2010
Arrivano momenti in cui
diventa d’obbligo liberare una rabbia che scuota i cieli. Esiste un momento in
cui bisogna dar fuoco alle polveri. In risposta a un’offesa grave, contro
l’anima o lo spirito. Prima bisogna provare con tutte le altre strade
ragionevoli per ottenere un cambiamento, ma se non portano a nulla allora
occorre scegliere il momento giusto …giusto, come la pioggia…il momento in cui
tirar fuori le viscere, il momento della collera giusta, della rabbia giusta.
Clarissa Pinkola Estés,
“Donne che corrono coi lupi”
È sempre l’oppressore, non
l’oppresso, che determina la forma della lotta.
Nelson Mandela
Avevo l’impressione che la
guerra, pur non potendo mai essere un bene positivo o assoluto, potesse servire
come bene negativo nel senso di impedire la diffusione e la crescita di una
forza malvagia. per quanto orribile sia, la guerra potrebbe essere preferibile
alla resa a un sistema totalitario: nazista, fascista o comunista…Dopo la
lettura di Niebuhr, cercai di arrivare a un pacifismo realistico.
Martin Luther King
Il diritto alla tolleranza
illimitata favorisce i forti a scapito dei deboli.
Claudio Pavone
Tu puoi essere pacifista
fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede,
ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua
fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che
io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema
violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?
Gustavo Zagrebelsky, “La
felicità della democrazia: un dialogo”, 2011
A proposito del disarmo,
cavallo di battaglia dei pacifisti: che io butti via le mie armi non serve a
niente. Né serve a qualche cosa che le buttino via tutti tranne uno, perché
quest’uno diventerà il padrone della terra. Continuare a dichiarare il proprio
pacifismo assoluto serve a salvare la propria anima. Serve anche a salvare il
mondo? Alla base del nostro dissenso c’è forse la sua affermazione che le
tendenze dominatrici e distruttrici sono patologiche e non fisiologiche nella
natura umana. Tanto lei che io sappiamo ben poco della natura umana. Ma dalle
testimonianze della storia e dei fatti che abbiamo tutti i giorni sotto gli
occhi, sarei più prudente, o almeno distribuirei in parti eguali quello che
appartiene alla grandezza e quello che appartiene alla miseria dell’uomo.
Norberto Bobbio a Enrico
Peyretti (16 agosto 1993)
Brutale, violento, con la
clava in mano, Orione appare in tutta la tradizione mitica come un uomo
selvaggio, tutto preso dall’inseguimento di belve feroci, che si compiace di
uccidere in strage, arrivando al punto di vantarsi di far sparire dalla
superficie della terra tutti gli animali che Gaia crea e nutre… Orione non sa
che usare loro [le donne] violenza: ha appena visto la figlia del suo ospite a
Chio, che la desidera e vuole abusarne; non appena scorge le Pleiadi, si lancia
al loro inseguimento.
Marcel Detienne, “Orfeo
dalla voce di miele” (N.B. Chi ha orecchi per intendere…)
Sono giunto alla
conclusione che l’unica maniera per impedire una guerra che distruggerà decine
di milioni di vite ed inquinerà radio-attivamente la nostra aria, il nostro
cibo e la nostra acqua, insomma i nostri Beni Comuni:
È una rivoluzione globale:
In altre parole, servirà una
grande violenza per fermare una violenza molto più grande. Questo è
naturalmente anatema per pacifisti e nonviolenti ed è importante chiarire
perché io giudichi sbagliata la loro posizione. Ho già affrontato il drammatico
e per nulla scontato problema della scelta tra violenza e nonviolenza in
relazione alla tremenda superiorità morale, spirituale e politica della
filosofia dell’aikido rispetto alla satyagraha gandhiana:
agli enormi limiti
dell’uomo Gandhi:
Alla questione di come si
possa essere responsabili in una società patologica e che per ciò stesso
moltiplica le patologie:
Ora vorrei completare
l’opera, nella speranza di non dovermene mai più occupare.
La violenza non è un
terreno neutrale, è il terreno preferito dalle forze dominanti. Ci risucchia in
quel tipo di relazioni con il mondo e con gli altri che noi vogliamo e dobbiamo
ripudiare: le strutture gerarchiche di dominazione basate sul ricatto, sul
timore, sull’ossequio obbligato. La dignità è il nostro terreno e la violenza è
la negazione della dignità, indipendentemente da chi la perpetra. La nostra
"democrazia" e la nostra "prosperità" dipendono dal
rapporto padrone-servo che abbiamo instaurato col resto del mondo. Una
sindrome, forse ricorrente nell'universo, che ha come unico strumento la
violenza e come unico esito possibile la violenza: come in cielo, così in
terra. La violenza è solo un aspetto della maniera in cui lo stato ci
risospinge costantemente nei meandri di una certa forma mentis, di un certo
modo di fare le cose, di pensare le cose e di organizzarle. Gli stessi
monologhi dei politici sono una forma di violenza e rappresentano
l’impoverimento della cultura del dialogo (ma non provano vergogna?). È una
mentalità incancrenita: non importa quanto ci ripetiamo di essere persone
autonome, alla fine ci succede di aspettare che qualcun altro prenda
l’iniziativa, che parli, che ci accetti, ci riconosca, ci dia il suo assenso.
Alla fine ci dimentichiamo che anche le azioni “benevole” sono violente
se manca il consenso informato di chi ne “beneficia”, se si costringe l’altro a
mostrarsi grato, anche se questa mia generosità serve in realtà a dimostrare la
mia superiorità e sottolinea la vulnerabilità e sprovvedutezza dell’altro:
E poi c’è la guerra, che
produce eccitazione, esotismo, squilibri di potere, opportunità di incrementare
la propria autostima e status, dà significato ed intensità ad una vita
insignificante, uno scopo nell’esistenza, una causa per cui sacrificarsi, ci
consente di essere “nobili” ed “eroici”, perfino “epici”. Semplifica la realtà.
Così accettiamo e condoniamo la mutilazione ed uccisione del nostro prossimo
come un equo prezzo da pagare in cambio di quel che ne ricaviamo. La guerra
ed il patriottismo distorcono a tal punto la realtà che persino gli oppositori
della terribile giunta militare di Videla (Argentina) appoggiarono la guerra
delle Falklands.
Affermare che “la natura umana non è
violenta” (cf. Giorgi, 2008) significa proferire una colossale fesseria. Gli
esseri umani non amano uccidere, neppure in guerra (cf. Grossman, 2009), ma la
nostra specie è sempre stata capace di violenza e pace, di bene e di male, di
creazione e distruzione, fin dai suoi albori:
Diceva bene Gurdjieff: ci
sono sempre stati pacifisti e questi hanno sempre cercato di fermare la guerra
ma le guerre hanno continuato ad esserci e si sono fatte sempre più mostruose.
L’idea di una pace universale è un’utopia o un’ipocrisia (la pace
totalitaria di un Nuovo Ordine Mondiale?). Quasi tutti gli esseri umani
sono troppo pigri ed egoisti per lavorare su se stessi e troppo disposti ad
aspettarsi che siano gli altri a conformarsi ai loro desideri. Per questo il
movimento pacifista è diviso e segnato da conflitti e controversie. Ci si
scontra persino sui modi di raggiungere la pace. Siamo quel che siamo e non
possiamo essere diversi, ma quel che possiamo fare è provare a tenere sotto
controllo certi nostri impulsi e passioni per la maggior parte del tempo. Anche
questo è però un compito difficile, perché facciamo un’immensa fatica ad
emanciparci dai nostri idoli, feticci e dipendenze psicologiche. Come
possiamo realizzare una modica quantità di autocontrollo se continuiamo a
lasciare che siano delle forze esterne, più o meno reali, a controllarci? La
violenza nasce dalla compulsione a costringere il prossimo a comportarsi in un
certo modo, ad imporre la propria volontà. Paradossalmente, per superare questa
compulsione bisogna usare violenza su di sé e contro i propri istinti ed
automatismi. C’è bisogno di forza per vincere abitudini mentali, meccanicità
ritualizzate, ecc. La violenza rivolta verso l’esterno si cura
quando si comincia a vedere in se stessi sempre più gli altri e negli altri
sempre più se stessi.
È un grossolano e
pericoloso errore cercare di ragionare con chi ha cattive intenzioni e la
patetica figura di Chamberlain alle prese con Hitler dovrebbe averci fatto
rinsavire. I bulli interpretano questi sforzi come un sintomo di paura e
di debolezza. Magari non è così, ma bisogna tener conto del fatto che
la visione del mondo del bullo è estremamente semplificata, meccanica,
inelastica:
La materia è il campo di
battaglia su cui si confrontano e scontrano due diversi tipi di spiritualità.
Ci sono coscienze allineate con le forze che potremmo chiamare “della
Creazione” ed altre che invece, per indole e temperamento, scivolano
spontaneamente verso le “forze della Distruzione e dell’Entropia” (es. il
complesso militare-industriale, gli speculatori che distruggono le vite di
milioni di piccoli investitori, i genitori violenti, i preti pedofili, gli
psicopatici in genere, ecc.). Ciascuna forza ha un ruolo fondamentale ma non
per questo quelle distruttive ed entropiche vanno incoraggiate o lasciate fare.
È sbagliato abdicare dal proprio dovere di promuovere la cooperazione, la
solidarietà, la compassione, il rispetto, l’altruismo, solo perché tanto Tutto
è Uno, Dio non esiste e quindi Bene e Male non esistono. In molti di noi vi
è un insopprimibile senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di
fronte ad infamie ed ingiustizie. Cerchiamo naturalmente la giustizia,
armonia, la chiarezza, l’obiettività, il libero arbitrio. La conoscenza degli
eventi circostanti e mondiali è essenziale per la maturazione morale e
spirituale. L’ignoranza equivale ad una tacita accettazione del male e della menzogna
(es. le guerre umanitarie) ed un rifiuto di scegliere il bene (l’equilibrio, la
giustizia, la verità – es. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Falcone e Borsellino,
David Kelly).
Nel nostro mondo vivono
anche “vampiri psichici”, chiamati psicopatici/sociopatici, che spesso
raggiungono uno status invidiabile in una società all’insegna della forza
prevaricatrice. Il
loro scopo è quello di confondere, frustrare e scoraggiare. Non vogliono
chiarezza e luce, ma oscurità e nervi tesi. Uno può anche cercare di essere
ragionevole, diplomatico e rispettoso, ma c’è un limite a tutto e l’unico
linguaggio che sembrano intendere è quello della forza, del martello e del
chiodo. Se percepiscono una certa sensibilità, la ritorceranno contro come se
fosse stupidità o debolezza. È una lotta senza quartiere in cui ogni nostro
sforzo di procedere oltre servirà solo per accusarci di maleducazione,
rozzezza, arroganza, egoismo, aggressività, ecc. Il tutto al fine di farci
stare zitti o farci cambiare argomento. È una perfetta manipolazione: se
lasciamo che sia un unico interlocutore (e non la nostra coscienza e non tante
altre persone) a stabilire cosa significa essere ragionevoli, se siamo
sufficientemente rispettosi nei loro confronti, ecc. diventiamo la loro preda,
ci mettono al guinzaglio, ci addomesticano. Sacrifichiamo la nostra
autodeterminazione sull’altare di un insensato bisogno di comunicare in
qualunque modo con loro. Diamo un dito e loro si prendono il braccio.
Con loro la diplomazia non
funziona: non arresta la loro aggressività, ma li incoraggia. Arriva il momento
di capire che bisogna riconoscere il male per quello che è (una brutta bestia)
ed affrontarlo di conseguenza, cioè con determinazione (vedendo i suoi bluff e
resistendo alle sue aggressioni). È giusto dare una chance al dialogo,
all’inizio, ma finché si vede che l’altra parte è realmente interessata al
dialogo. Non ci sono garanzie e può fallire. Inoltre dar corda ad un bullo
spinge altri potenziali bulli a prendere coraggio ed imitarli (es. USA e
Israele).
La spiacevole realtà dei
fatti è che ci sono pessime persone in circolazione, persone che non si fanno
scrupolo di prendersi tutto quel che desiderano da chiunque lo possegga
legittimamente. Non è sufficiente la disapprovazione, non basta chiamarli
“personalità dominanti” e poi lasciarli fare perché è nella loro natura
comportarsi a quel modo. Non è con le chiacchiere che si risolvono i
problemi. Certi dissidi si possono appianare, se c’è buona fede da entrambe
le parti. Ma credere che tutti possiedono la coscienza, a dispetto
dell’incontrovertibile ed abbondantissima evidenza empirica che dimostra il
contrario – ossia tralasciare colpevolmente i dati delle scienze cognitive
e psicologiche per amore del politicamente corretto –, e che perciò c’è sempre
spazio per una negoziazione risolutiva, non è realistico ed è anche un po’
infantile.
Non ci possiamo permettere
di guardare il mondo attraverso delle lenti che lo abbelliscono, specialmente
perché la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Perché
il male (l’imposizione di uno squilibrio entropico) prevalga è sufficiente che
le persone coscienziose se ne stiano ai margini, lasciando fare per amore del
quieto vivere. Non è proprio il caso di emulare chi si rifiuta o non è
capace di difendersi e di difendere ciò che gli è più caro. L’autodifesa
non è solo una virtù, è un imperativo. La pace è la condizione ideale, ma non
certo se il prezzo da pagare è la libertà. Chi si approfitta di noi va fermato
e negoziare con queste persone serve solo ad incentivarle, a farsi ricattare, a
svilirsi. Serve lucidità e servono gli attributi. Chi si sottomette non mette a
repentaglio solo la sua libertà ma anche quella di tutti gli altri.
Le persone malvagie sono
perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione
autocentrante e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo
termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se
manca la determinazione per limitare i danni da loro causati.
Perciò il pacifismo e la
nonviolenza sono uno strumento di iniquità in una società governata da
psicopatici. Soffrire e morire in circostanze oppressive senza opporre
resistenza, anche violenta, se necessario, non può essere un obbligo morale.
Chi si fa martire in nome del principio della nonresistenza passiva e si
rifiuta di contenere il male che viene arrecato ad altri (rifiutandosi di
impedirlo), abbandona la sfera della morale per entrare in un’altra sfera, del narcisismo
amorale.
Molte persone sono bellicose
nel cuore. Combattono le persone attorno a loro in molti modi ed allo stesso
tempo parlano di pace. Bisogna fare attenzione a chi crede di essere buono: le
persone peggiori sono quelle che immaginano di essere buone, pacifiche e
nonviolente. Ad ogni buon conto, se le persone sono contro la guerra
perché ne hanno paura, la loro resistenza non ha alcun valore, anzi:
Jacques Ellul (“Ce que je crois”) ci
ricorda che le azioni di Gesù sulla terra NON sono all’insegna della
nonviolenza. Gesù era una persona che si indignava, che perdeva le
staffe, che accusava, condannava, non le mandava certo a dire: i mercanti del
tempio, gli scribi e i farisei, i ricchi, Corazin e Betsaida ("Guai a te,
Corazin! Guai a te, Betsàida!” – Matteo 11:21). Non scelse la via della
nonviolenza, ma quella dell’astensione dall’uso della forza coercitiva, che
pure avrebbe potuto esercitare pressoché illimitatamente. Ronald Niebuhr, il massimo teologo
protestante della storia americana, ci ricorda invece che la scelta che
dobbiamo compiere non è ciò che è morale e ciò che è immorale, ma tra ciò
che è immorale e ciò che lo è di meno. Jiddu Krishnamurti ci
ricorda che l’avversario potrebbe essere ignorante e volere lo scontro ad ogni
costo. Per questo è giusto accettare lo scontro, ma senza la pretesa di
essere retti e virtuosi nella lotta, giacché questo ci rende aggressivi e
feroci. Per il teologo americano William Stringfellow essere
pacifista comporta il rifiuto di accettare che ogni decisione è assunta
in un contesto pregno di ambiguità morale e non può essere predeterminato da
strettoie dottrinali. Secondo lui non si può decidere a priori che uno
non ricorrerà mai alla violenza, a prescindere dal contesto, e soprattutto non
ci si può sentire innocenti di ogni violenza solo perché ci si proclama
pacifisti. Questo mondo è violento e siamo tutti complici.
Dietrich Bonhoeffer, mentre
si apprestava a cercare di uccidere Hitler, sapeva che quel che stava facendo era male.
Il tirannicidio è male. Non si considerava una persona buona, l’utile non
giustificava ogni sua azione. Lo considerava un male necessario in virtù del
fatto che il cristiano non può rinunciare alla propria responsabilità di fronte
al male, non può rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Le critiche di
Bonhoeffer e di George Orwell al male sono principalmente tre: (a) il
pacifismo aiuta il male; (b) è ipocrita perché si gode i frutti degli sforzi
altrui pur condannandoli; (c) è una strategia fallimentare. [Non è vero
che il pacifismo non è stato sperimentato sotto il Terzo Reich – solo un
fanatico potrebbe non arrivare a capire che chiunque abbia cercato di praticare
la resistenza nonviolenta non è durato abbastanza da recare una qualsivoglia
testimonianza. Le famose mogli della Rosenstrasse non sarebbero sopravvissute
una singola notte se non fosse stato per la catastrofe di Stalingrado e la
paura di perdere il controllo della nazione].
Per Orwell il proprio
rifiuto di partecipare alla violenza deriva da un immotivato senso di
superiorità morale, che non corrisponde necessariamente ad una visione
maggiormente obiettiva della realtà e delle azioni che vanno intraprese. La
guerra non è un problema intellettuale già risolto. Questo può pensarlo solo
chi si trova in una posizione confortevole e sicura, protetto dal sacrificio
altrui, dallo sporcarsi le mani di qualcun altro che non vuole che i suoi figli
crescano in un regime totalitario. Un’esistenza confortevole ci rende
insensibili ai cimenti di chi si trova in una condizione peggiore della nostra,
confusi dall’irrealtà della pena, della sofferenza e della morte altrui. La
sicurezza è un’illusione borghese di chi dimora su un’isola di privilegi:
poiché sono nonviolento e l’argomentazione razionale mi ha convinto della bontà
di questa posizione, allora credo che lo stesso valga per tutti. Invece bisogna
considerare la realtà nel modo più obiettivo possibile, non desiderare che sia
diversa da quel che è. Per Orwell i tiranni temono solo quel che prediligono,
perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica.
Clarissa Pinkola Estés c’insegna che comprendere
il predatore ci permette di diventare maturi, meno ingenui, meno inesperti,
meno stupidi e perciò meno vulnerabili: “Nel racconto il punto non è la
lotta per raggiungere la santità, ma sapere quando agire in un modo
integrale e selvaggio. Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono
difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno costantemente li minaccia,
o li mette alle strette, allora esplodono. Accade di rado, ma la capacità di
esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio, e dovrebbe rientrare anche
nel nostro. …è un diritto e in certi momenti e in talune circostanze è un
dovere morale…La risposta giusta porta comprensione e giuste quantità di
compassione e di forza mescolate assieme. L’istinto offeso dev’essere
ripristinato stabilendo e facendo rispettare confini ben precisi e dando
risposte ferme e, se possibile, generose, ma sempre fondate…A livello psichico,
è salutare provare questa collera e usarla per inventare modi di combattere
un’ingiustizia e provocare un utile cambiamento…La rabbia collettiva è
egregiamente utilizzata quale motivazione per cercare o offrire sostegno, per concepire
modi per costringere gruppi o individui al dialogo, o per richiedere
responsabilità, progresso, miglioramenti….fa parte della psiche istintuale sana
avere reazioni profonde di fronte alla mancanza di rispetto, alla minaccia,
all’offesa. […]. Se e quando la rabbia torna a essere uno sbarramento per il
pensiero e l’azione creativi, allora dev’essere attenuata o tramutata”.
In pratica, non ci si
comporta affabilmente quando giunge il momento di difendere la propria
coscienza/anima. Un sesto senso ci suggerisce che la gentilezza servirà solo ad
incitare il predatore. Quando la coscienza/anima è minacciata si deve tracciare
una linea invalicabile e ricercare un nuovo equilibrio, laddove l’entropia ha
prodotto uno sbilanciamento. [Il Bacio Perugina che ho appena scartato
mi consiglia: “La chiarezza è una giusta distribuzione di luce e ombra” – una
citazione di J.G. Hamann che cade proprio a fagiolo!]
Ho espresso una posizione
analoga riguardo alla vendetta:
Ogni violazione della
libertà di un individuo è una forma di violenza. In un mondo ideale le persone
sarebbero libere e responsabili. Così non è qui e ora e perciò si impiegano
mezzi coercitivi. Siamo, congenitamente, dei manipolatori: alcuni (più spesso gli
uomini), usano la minaccia della forza e la violenza verbale, altri (più spesso
le donne), usano il vittimismo e il ricatto psicologico. È nostro dovere
prendere coscienza di questo terribile aspetto della natura umana, se davvero
vogliamo costruire un mondo meno violento. Alcuni gongolano, altri si dolgono
di questo stato di cose. Quelli che gongolano sono persone che riconoscono solo
il linguaggio della coazione, della predazione, del parassitismo. Sono vuoti
dentro e cercano di riempirsi strappando l’altrui pienezza (che non è mai
completa). Il nostro mondo è più violento perché nessuno di noi è esente da
questa patologia vampirica: tutti tendiamo a prendere dagli altri, anche quando
ci convinciamo del nostro genuino altruismo. Nessuno di noi può essere
autenticamente altruista, perché viviamo in un corpo finito, separato dagli
altri, una monade e la nostra empatia, cioè la nostra capacità di metterci nei
panni degli altri – il fondamento della condotta morale – è anch’essa limitata.
Non siamo davvero in grado di considerare gli altri come nostri pari. Gli altri
avranno sempre un grado di realtà e di dignità inferiore al nostro. È la nostra
fisicità, l’istinto di sopravvivenza che ci ostacola, anche nei nostri momenti
migliori, quando veramente mostriamo che in noi c’è un qualcosa fatto di
un’altra pasta: la coscienza (alcuni la chiamano anima).
Purtroppo viviamo in un
mondo in cui essere coscienziosi significa obbedire ed essere virtuosi
significa avere successo, ad ogni costo. È ipotizzabile che questo singolare
modo di intendere la vita associata sia emerso a causa della crescente egemonia
di un tipo umano suo malgrado molto deficitario nel reparto empatia:
La grande questione del
2012 sarà come rimuovere delle classi dirigenti che ci stanno portando al
disastro economico:
E verso la guerra più
mostruosa che si possa concepire:
Possiamo vivere in
silenzio, nel conformismo, nella malafede, nella paura di essere malgiudicati –
ricercare la sicurezza alle condizioni imposte dall’attuale sistema:
ricattatorio, manipolatore e spietato. Oppure possiamo resistere: è l’unica
scelta degna di un essere umano. Per farlo occorre vincere certe inibizioni
dovute a: (a) abitudine a non mettere in discussione la legittimità dello
status quo e la consueta percezione ed interpretazione della realtà; (b)
identificazione psicologica col sistema e senso di un obbligo morale alla
mansuetudine insinuato nella mente dei cittadini dallo Stato, dalla Chiesa e
dai media; (c) paura di essere puniti e di morire; (d) egoismo; (e)
insicurezza, insufficiente auto-stima e sfiducia nelle proprie potenzialità;
Uno dei consigli più
validi, in questi casi, è il seguente: se vuoi capire cosa spaventa il
tuo nemico, osserva cosa usa per spaventarti. È un po’ quel che intendeva
Orwell, citato qualche riga più sopra: “i tiranni temono solo quel che
prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica”.
Per il momento i potenti
usando la minaccia della violenza ed il terrorismo psicologico. Io sarei molto
favorevole a questa opzione del tipo "Spada di Damocle", ma temo che,
come detto, il loro piano sia quello di spingerci verso la guerra ed il Terrore
Rivoluzionario. Dobbiamo stare molto attenti ad evitare quel tipo di
sviluppo. Se si farà la rivoluzione, dovrà essere del tipo "usa e
getta": la rivoluzione permanente (Terrore Rivoluzionario) è la loro
migliore alleata. Per cambiare le cose basterebbe uno sciopero
generale/occupazione generale permanente transnazionale (ossia la resistenza
nonviolenta di massa) ma la crisi economica globale (generata, ossia
artificiale) e la flessibilità hanno messo in ginocchio milioni di famiglie:
sono troppo ricattabili per intraprendere la strada dello sciopero ad oltranza.
E ora le élite si stanno per giocare la carta della guerra globale per
aggravare lo stato di crisi globale, ad ogni livello.
Solo la rivoluzione può
bloccare questa guerra suicida. Come abbiamo detto, però, la rivoluzione, in
queste condizioni, rischia di sfociare in una rivoluzione permanente, che
conduce invariabilmente al totalitarismo, perché la gente dopo un po' pretende
stabilità e ordine e, a mali estremi, estremi rimedi. Dunque la forma della
lotta che ci imporranno sarà violenta e la cosa che dobbiamo tenere a mente è
che sarà necessario interromperla al più presto, restaurando la democrazia. La
mia speranza è che la saggezza prevalga e si capisca che scimmiottare degli
psicopatici o lasciare che questi si impadroniscano anche della rivoluzione ci
porterà alla rovina.
BIBLIOGRAFIA
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does not work”, International Security, Vol. 31, No. 2 (Fall 2006), pp.
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“Donne che corrono coi lupi”, Milano: Frassinelli, 2009.
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domenica 18 dicembre 2011
Quel che i politici altoatesini non vogliono che si sappia in giro
Sulla base delle diverse
condizioni di base e dei fattori strutturali, a Nord e a Sud del Brennero si è
sviluppata una cultura della vita privata e pubblica molto diversa. […] il
Tirolo ha potuto e voluto rimanere attaccato alla sua tradizione.
Presumibilmente non c’è stata la necessità di ridefinire la propria identità.
Invece nel Trentino Alto Adige la situazione è diversa. Questa Regione si è in
parte integrata nella cultura italiana, ma in parte ha percorso nuove strade.
Nel Trentino Alto Adige, con la spinta generata dalla posizione geopolitica e
dall’obbligo di inventare un sistema di convivenza plurietnico è sorta la
necessità di creare una nuova identità culturale e sociale.
Hermann Denz
Un egoismo e un
provincialismo tramandati da generazioni - e che spesso si travestito da
indifferenza - restringe talmente la visuale da limitare la vista a
piccolissimi ambiti delle molteplici questioni che ci riguardano. Non c'è
dunque da meravigliarsi se i tirolesi non vedono oltre i confini del Tirolo e
gli svizzeri appena un po' oltre i confini del rispettivo cantone! Sino a
quando non ci abitueremo a considerare i nostri problemi nell'ottica più ampia
del contesto mondiale continuerà a mancarci il senso storico del tempo e degli
avvenimenti. Nessuno può più permettersi di far finta di abitare su un'isola.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”.
Pius Leitner, consigliere
provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la
discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per
legge - l'ingresso in Alto Adige di immigrati anziani e bambini immigrati
malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera
agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni
di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale
di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate
nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di
costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di
banalizzazione appunto del Male.
Luigi Gallo, assessore del comune di Bolzano
Un sondaggio condotto nel
Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck
nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei
Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die
Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta
superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe
(48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il
Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga
così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di
25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti
per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2%
considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare
pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht)
e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la
maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto
di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle
leggi locali), ma per il 56,3% non occorre erigere alcun minareto (“Minarette
in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio Elisabeth Donat,
ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti
una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue
e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7%
considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat e una
percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio
telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di
uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am
Bergisel“), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti.
Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai
valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai
separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler
Freiheit – come una conferma
della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per
riunificare il Tirolo.
La più recente rilevazione
delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a
cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (Ausserbrunner /
Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) offre molti spunti
di riflessione e diversi motivi di sorpresa.
Ponendo a confronto i dati
del 2004 (riportati nella medesima analisi) con quelli del 2009, notiamo che,
alla domanda “Cosa ti piace molto dell’Alto Adige?”, l’autonomia riscuote
sorprendentemente solo il 43-44% dei consensi, un dato che purtroppo non è
stato approfondito dai ricercatori. Forse è ormai un’istituzione che si dà per
scontata, nonostante tutti i sacrifici che sono stati fatti per ottenerla. Tra
il 2004 ed il 2009, la “tradizione” scende dal 33% al 30% e la possibilità di
convivere tra diversi gruppi linguistici è in flessione di ben sette punti
percentuali, dal 36% al 29%. I problemi principali
presenti in Alto Adige, dal punto di vista dei giovani dai 14 anni in su
includono: tossicodipendenza ed alcolismo (oltre il 70%); immigrazione (in
salita dal 63% al 67% tra 2004 e 2009); l’estremismo di destra e la violenza
(52%), la scarsa democrazia e possibilità di partecipazione ai processi
decisionali (che sale dal 21% ad oltre il 37%!), mentre la criminalità è in
discesa (dal 35% al 31%), come la divisione dei gruppi linguistici, che è vista
come un problema da poco meno del 43%, rispetto al 44% del 2004.
L’immigrazione è perciò decisamente un problema di forte rilevanza. Gli stranieri in Alto
Adige, provenienti da oltre 126 paesi del mondo, hanno superato la soglia dei
40mila residenti e si avviano a costituire il 10% della popolazione
complessiva, anche grazie al basso tasso di mortalità (sono, di norma, giovani)
ed all’alto tasso di natalità. Per un utile confronto, in Trentino, al 1
gennaio 2010, gli stranieri erano oltre 46mila e costituivano l’8,8% della
popolazione totale. In Veneto la percentuale ha già superato la soglia del 10%
della popolazione totale, come nel comprensorio trentino della Valle
dell’Adige. In Alto Adige, come in Trentino,
gli stranieri risiedono prevalentemente nei centri urbani.
È chiaro che un fenomeno di
queste dimensioni non può lasciare indifferenti ed è altrettanto chiaro che
chiunque abbia a cuore le sorti di questi esseri umani migranti, dovrebbe
augurarsi che il loro numero si riduca e rimangano solo i migranti per scelta,
non per necessità. Una speranza che mal si concilia con le dinamiche del
modello capitalista globalizzato.
Così, nell’odierno Alto
Adige, anche tra le persone che non considerano
l’immigrazione un problema, quasi un 37% pensa ci siano troppi immigrati e, sia
tra quelli che la considerano un problema sia tra quelli che l’accettano, vi è
una fortissima richiesta (oltre il 70%) di intervento affinché i paesi di
provenienza degli immigrati siano aiutati a sistemare i rispettivi problemi. È
interessante notare che, tra quelli che vedono l’immigrazione come un problema,
oltre un quarto è d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati costituiscono
un arricchimento culturale per la nostra provincia” e quasi la metà sottoscrive
l’affermazione che “gli immigrati sono indispensabili per l’economia della
nostra provincia”. La xenofobia in Alto Adige esiste ed è in crescita, perché
“perfino fra i giovani/le giovani che segnalano il problema
dell’estremismo di destra e della violenza in provincia di Bolzano, coloro che
considerano un arricchimento culturale la presenza degli stranieri in provincia
non rappresentano la maggioranza”, ma non è
endemica.
In un paese come l’Italia
dove l’ignoranza viene sbandierata ai più alti livelli istituzionali, è
importante rilevare il dato che “i giovani provenienti da famiglie in cui né il
padre né la madre hanno un titolo di studio superiore alla scuola dell’obbligo,
ravvisano nell’immigrazione un grave problema con una frequenza quasi doppia
(29,5%) rispetto ai giovani appartenenti al ceto medio o alto. Appare evidente
che questo gruppo di giovani ha maggiori problemi nell’affrontare culture
diverse o persone di lingua diversa dalla propria”.
Quanto alla separazione dei
gruppi linguistici, si tratta di un fenomeno avvertito maggiormente dai
residenti urbani. È possibile che, al di fuori dei centri urbani, il contatto
con l’altro gruppo linguistico si sia ridotto. In una diversa rilevazione,
risalente al 2006 ed effettuata sull’intera popolazione residente, emergeva
chiaramente che “sono gli italiani a sentire maggiormente la problematicità
della divisione dei gruppi linguistici: il 30,8% ritiene che sia un problema
molto presente e il 41,8% che sia presente; per i tedeschi, invece, tali
percentuali sono rispettivamente dell’8,5% e del 24,7%”. “La maggior parte
degli intervistati (54,4%) ritiene che la situazione sia rimasta invariata
rispetto a cinque anni fa” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). Com’era
prevedibile, sono più frequenti i rapporti amicali con gli altri membri del
proprio gruppo (67,3%), ma oltre un terzo frequenta giovani di un altro
gruppo linguistico (35,0%) e quasi un quarto ha stretto amicizia con degli
stranieri (24,5%). All’aumentare dell’età cresce l’eterogeneità degli amici.
Le differenze tra gruppi
linguistici sono quasi certamente di natura geografica-demografica: “i giovani
di lingua tedesca sono quelli che maggiormente tendono a rimanere fra di loro:
il 72,3% ha solo amici ed amiche dello stesso gruppo linguistico. Nei ladini la
relativa quota è pari al 74,2%, nel gruppo linguistico italiano si registra il
45,8%”, mentre “le amicizie interculturali si riscontrano invece soprattutto
fra i giovani di lingua italiana: il 42,6% ha anche amici/amiche appartenenti
ad altre nazionalità/culture. Negli altri gruppi linguistici è circa il 20% a
dare tale risposta”. È chiaro che chi vive in città ha semplicemente più
opportunità di incontrare e frequentare persone di altra lingua e cultura non
presenti su base esclusivamente stagionale. In molti comuni rurali questa è
un’eventualità remota. Lo dimostra il fatto che le percentuali di giovani che
parlano di un eccesso di immigrati non si discostano molto tra altoatesini
(62,1%), sudtirolesi (66,4%) e ladini (71,2%). Le distanze sono più marcate tra
chi è in disaccordo con l’affermazione che “sarebbe meglio che gli immigrati
tornassero a casa loro”: sono assolutamente contrari il 39,6% dei giovani di
lingua italiana, ma solo il 18,3% dei giovani sudtirolesi ed il 15,2% dei
ladini. Ma è anche vero che, tra chi è molto d’accordo, le percentuali sono del
tutto analoghe: il 12,4% dei sudtirolesi e l’11,8% degli altoatesini (il 16,2%
per i ladini). Dunque le divergenze esistono, ma non sono di natura
etnico-linguistica.
Il senso dell’obbligo di assistenza
nei confronti dei migranti è purtroppo diminuito marcatamente negli ultimi
dieci anni, immagino essenzialmente a causa della crisi economica: si è passati
da un eccellente 68,0% del 1999, ad un ottimo 62,6% nel 2004, fino ad un
mediocre 49,4% dei nostri giorni. Molto positivo è quel 34,8% degli
intervistati che considera la presenza degli stranieri come un arricchimento
culturale, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto al 1999, a
dimostrazione del fatto che, per molte persone, la conoscenza reciproca attenua
sfiducia e sospetto ed incrementa il senso di apertura all’altro. Ancora una
volta il luogo di residenza – centri urbani o centri rurali – è decisivo. Gli
“xenofili” sono proporzionalmente più numerosi tra gli altoatesini (56,1%) che
negli altri gruppi linguistici (poco meno del 30%). I ricercatori dell’ASTAT
confermano che vi è “una correlazione significativa fra il grado di ostilità ed
i contatti con i concittadini stranieri: i ragazzi e le ragazze che più si
dimostrano ostili nei confronti degli stranieri sono coloro che più
frequentemente hanno solo amici/amiche all’interno del loro gruppo linguistico.
I giovani ostili verso gli stranieri hanno molto meno contatti personali con
cittadini stranieri. In presenza, invece, di contatti con altre culture o
nazioni, l’atteggiamento ostile si attenua sensibilmente. […]. I giovani che
hanno amici stranieri dimostrano una maggiore apertura culturale, pretendono in
misura minore che gli stranieri si adeguino al mondo culturale locale ed infine
tendono meno ad affermazioni negative riguardo ai cittadini stranieri” (pp.
49-51). In piena corrispondenza con questa valutazione, l’estremismo di destra
è meno un problema a Bolzano e in Ladinia che nel resto dell’Alto Adige, dove
sfiora o supera abbondantemente il 50%. A dispetto dei proclami ufficiali e con
buona pace di chi difende la segmentazione etnica, quest’ultima rappresenta
perciò una minaccia per la coesione sociale e per la sicurezza dei cittadini.
Un dato che dovrebbe far riflettere, in una società normale.
Passando quindi alla
politica, il coinvolgimento è molto basso ed in calo rispetto al 2004. Solo la
metà degli intervistati ha partecipato ad uno sciopero o ad una manifestazione
politica. In un mondo integralmente globalizzato, sorprende che ben due terzi
dei giovani altoatesini/sudtirolesi si interessino poco o niente delle vicende
politiche internazionali. Non a caso, solo il 35,4% degli intervistati è
curioso di conoscere il mondo, in flessione dal 36,1% del 2004. Il maggior polo
di attrazione, la politica provinciale (che batte quella comunale) attira
comunque poco più di un 40% di interesse. Ciò che dovrebbe preoccupare è che la
democrazia rappresentativa risulta completamente screditata: oltre l’80% dei
giovani è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi
personali. Non bisognerebbe però tacciare di qualunquismo i giovani dell’Alto
Adige. Contrariamente a quanto si aspetterebbero i cinici, “colpisce il fatto
che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui
politici, come pure l’opinione secondo cui i giovani si interessano di temi
politici” (p. 118). È vero che il materialismo sembra dominare l’orizzonte di
ciò che è considerato “in”, ma è anche vero che il volontarismo e la solidarietà
sono ben radicati e che in testa alla classifica c’è, a pari merito con “avere
un bell’aspetto”, anche la voce “viaggiare”. Inoltre trovo molto incoraggiante
il fatto che una prospettiva quasi unanimemente condivisa rimanga quella di
“metter su famiglia” e che tra i fattori che fanno funzionare un matrimonio al
primo posto ci siano lealtà, fedeltà, rispetto e stima reciproci (oltre il 90%)
e comprensione e tolleranza reciproche (oltre l’80%) ed agli ultimi posti la
“stessa provenienza culturale” (12,6%) e lo “stesso gruppo linguistico” (8,6%).
La mia opinione coincide
con quella di Aung San Suu Kyi: “Non trovo niente di sbagliato nelle persone
che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è
una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è
niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine,
né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri
contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il
pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine
ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli,
anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se
si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far
del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa,
due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte
persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto
aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro” (Aung San Suu Kyi,
2008, p. 220).
Le notizie veramente cattive provengono dalla sezione
dedicata alla violenza, che indica un’allarmante escalation di propensione all'uso della forza rispetto a solo cinque anni fa: “è quasi raddoppiata la quota di giovani
altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i
propri interessi (dal 12,2% di chi nel 2004 si dichiarava “totalmente
d’accordo” o “d’accordo” al 21,2% del 2009). […]. Nel 2009 il 31,4% dei maschi
approva il ricorso alla forza fisica, contro il 17,9% del 2004” (p. 148).
Persino tra le ragazze che, di norma, rimangono in favore della nonviolenza e
timorose di ogni violenza, la percentuale di contrarietà all’uso di metodi
violenti è scesa dal 76,9% del 2004 al 69,3% del 2009. Quest’inclinazione
diminuisce all’aumentare dell’età, ma rimane piuttosto alta anche nella classe
23-25 anni (16,6%), dove è più che triplicata (!) rispetto al 2004 (raddoppiata
tra i 20-22enni). L’ineludibile constatazione degli analisti è che “anche il
solo fatto di approvare un comportamento violento è in crescita tra gli
adolescenti: coloro che pur non adoperando mai la forza fisica, ritengono
comunque giusto che ci siano persone che mettono a posto le cose in questo
modo, sono passati dal 18,6% del 2004 al 23,2% del 2009, mentre rimane
sostanzialmente stabile la quota di coloro che reputano normale l’uso della
forza fisica nel genere umano per imporsi (dal 14,8% al 15,0%)”. Si sottolinea
infine che chi ha ricevuto un’educazione violenta tende a comportarsi in modo
più violento e chi ha avuto genitori più propensi al dialogo sceglierà la
nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Quello della violenza è il
problema centrale della nostra specie e della nostra civiltà. Non siamo miti,
tendiamo all’egoismo, all’egocentrismo ed alla sopraffazione e per di più
abbiamo raggiunto un livello di avanzamento della nostra tecnologia bellica e
neurocognitiva che garantisce la nostra autoestinzione o la nostra riduzione in
un asservimento inebetito. È dunque quanto mai stupefacente che, sul tema della
violenza domestica ed extra-domestica, gli autori dell’indagine sugli stili di
vita e orientamenti di valore in provincia di Bolzano del 2006 abbiano dovuto
rimarcare come “la decisione di effettuare questo sondaggio è legata alla
scarsità dei dati disponibili in questo ambito. Finora in Alto Adige sulle
cause e le conseguenze della violenza in famiglia non esistono dati rappresentativi”
(Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 154). È ancora più paradossale che ciò
avvenga proprio in Alto Adige, una regione con una storia di violenza politica
da una parte e dall’altra del crinale etnico-linguistico ed in cui il conflitto
permanente tra gruppi umani è stato istituzionalizzato.
È plausibile che ciò sia
avvenuto perché, dato il robusto sostrato autoritario di entrambe le culture
dominanti (quella di lingua tirolese-tedesca e quella di lingua italiana – si
vedano i dati che seguono), la ragionevole definizione di “violenza” adottata
dai ricercatori dell’ASTAT – “ogni azione compiuta (oppure la relativa
minaccia) da una persona per recare danno ad un’altra persona o per
costringerla a fare (o non fare) qualcosa, senza tener conto o violando la
volontà dell’altra persona” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 153) –
sarebbe rigettata categoricamente anche da molti esponenti politici. Nel
Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva,
esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro
la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni
atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa
avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica
per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione
arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella
vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questa definizione, che
condivido, Gandhi e Tolstoj, due apostoli della nonviolenza, erano estremamente
ed intollerabilmente violenti nei confronti delle loro famiglie. Quasi tutte le
loro biografie fanno riferimento non solo all’occasionale impiego della forza
contro le rispettive mogli ma anche ai ricatti psicologici più feroci, all’uso
del digiuno (Gandhi) e del vittimismo (Gandhi e soprattutto Tolstoj) come arma
di coercizione. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, ma deve solo aiutarci a
capire che siamo tutti, inevitabilmente violenti. Non c’è una Bestia Interiore
pronta a scatenarsi su tutto e tutti, ma non siamo neppure degli angeli
storditi da una cultura della violenza: siamo contemporaneamente angelici e
demonici e forse proprio questa interazione ci consente di maturare
spiritualmente, apprendendo dai nostri errori e imparando ad essere tolleranti
verso le manchevolezze altrui, che quasi sempre sono anche le nostre.
Perciò Gandhi e Tolstoj non
potevano che essere violenti, a dispetto delle loro migliori intenzioni, perché
solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci
escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non
siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni – quelle
giustamente esaltate dai due suddetti maestri spirituali. L’esistenza stessa di
questi aneliti dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da
determinismi e vizi innati e cronicizzati – e indica la possibilità che
esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali
forse qualcuno proviene e dove forse qualcuno è diretto, come si augurava
Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato
ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere
mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931). Un’utopia, ma
un’utopia da impiegare come riferimento ultimo.
Alla luce di quanto detto, il sistema di proporzionale etnica è un
vero e proprio atto di violenza ai danni di chi non vuole essere incasellato
per la sua intera esistenza a beneficio di una minoranza di militanti
dell’etnia. In altre parole, l’attuale sistema è un apparato di legittimazione di una violenza psicologica e spirituale,
“giustificato” dalle violenze (anche fisiche) del passato e da quelle che
potrebbero insorgere negli anni a venire. Purtroppo però, come dimostrano
questi studi empirici, è proprio la sua attuale conformazione ad assicurare che
rimangano alti il livello della tensione e la possibilità che questa stessa
tensione sfoci nella violenza. Che questo dato di fatto non sia riconosciuto
come tale non sorprende, proprio alla luce del fatto che il tema delle violenze
domestiche è stato metodicamente trascurato per così a lungo e che molte altre
forme di violenza, dal ricatto, alla minaccia, al controllo coercitivo, allo
stalking (pedinamento/persecuzione), alla privazione del sonno, al
sconfinamento in casa, alla distruzione di oggetti di valore affettivo,
all’istinto di possesso, alla gelosia maniacale, alla critica distruttiva,
all’umiliazione non sono probabilmente identificate come tali.
Riguardo alla violenza
fisica, i dati indicano che 13 donne su 100 e 5 uomini su 100 hanno subito
nella loro infanzia/gioventù violenza sessuale in una forma qualsiasi, quasi
mai da sconosciuti (6,6%). “Il 7,2% degli uomini e l’8,2% delle donne afferma
di avere subito dal partner attuale una qualche forma di violenza fisica.
Includendo anche i partner precedenti, la percentuale sale complessivamente al
9,0%”. Il 30% di chi chiede aiuto è un uomo e si registra una “forte
correlazione tra uso di stupefacenti e maggior ricorso alla violenza”. Dopo il
Meridione d’Italia, la maggior concentrazione di denunce per violenze
domestiche si registra in Friuli ed in Alto Adige. C’è ragione di credere che l’omertà
diffusa celi un considerevole numero di abusi, ma va anche detto che è
altrettanto possibile che questi valori indichino invece una maggior
propensione alla denuncia, rispetto ad altre aree (Savona/Caneppele, 2006).
La ricerca demoscopica del
2006 (pubblicata nel 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di
(in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie
dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente
d’accordo con la condotta severa della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità,
mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non
bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i
giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe maggiore tolleranza
ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano
sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni
sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che
l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli
adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo
endemica. Questa mia impressione è confortata dal 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro
un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come
se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e
punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini
tra i 14 e i 25 anni
(Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010).
Cosa ci dicono invece le
due indagini sul ruolo e la condizione delle donne? Ci dicono che permangono
idee spiccatamente tradizionali: oltre
il 40% di uomini e donne ritiene che le donne dovrebbero lavorare solo se
costrette da necessità economiche e,
mentre “le donne continuano ad accollarsi la maggior parte dei compiti
domestici” e subiscono violenze domestiche con una frequenza considerevole,
oltre il 75% degli intervistati non crede che la discriminazione contro le
donne sia un vero problema (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). La situazione
non migliora tra i giovani, tra i quali, “La discriminazione della donna o
dell’uomo sono considerati problemi di lieve entità da tutti i gruppi
socio-demografici, non raggiungendo la soglia del 10%”
(Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). Ci sarebbe
di che rimanerne sbigottiti, se non fosse un risultato tristemente scontato in
una società pronunciatamente patriarcale (Fait/Fattor, 2010).
Infine la fede. La Chiesa è
ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma
dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni
anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo
sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo
condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54
anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei
giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali
in genere. La laicità, ossia la
tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale
della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della
laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di
chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla
Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di
pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma:
“L’Ebreo Gesù non
appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i
suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi
del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi
sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla
intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza
leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato,
ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello
politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a
Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché
ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo,
sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie
politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla
soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua
pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso,
libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante,
stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici,
quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei
diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri,
l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63).
Il quadro che ne ricaviamo
è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa,
suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è
uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man mano che si
passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità
territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che
diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato
al sentimento etnico” (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, p. 20-21).
Il problema è che, di
norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il
ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore
che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente,
inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a
questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad
accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo,
in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà “di frontiera”, non è
strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e
dell’abuso, che è anche più forte e tenace in società come quelle dalle quali
provengono tanti immigrati.
Lo scontro di paradigmi
reazionari potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di
“democrazie” populiste – come in Israele e nell’Est Europa –, legate ai valori
dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente
unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita
invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di
farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a
mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di
scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità,
neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente
oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.
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