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martedì 15 novembre 2011

La paura della morte non dovrebbe esistere





In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito.

Giovanni 3, 1-8

La crisi, il default, i Maya, le catastrofi naturali, le schermaglie medio-orientali, la guerriglia urbana, il cambiamento climatico, gli ordini della troika finanziaria: tutto ci fa pensare alla morte, più o meno consciamente.

“E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha studiato la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile, tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Perfino avere un blog può far sentire più vivi, più significativi. Il blog, come tante altre attività umane, è un progetto di immortalità, un qualcosa che nega alla morte – alla prospettiva di morire – il potere che esercita su di noi. Il culto delle celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. Chi ha paura di morire, di norma, è egoista ed aggressivo: mors tua, vita mea. La paura ci impedisce di praticare, per quanto è possibile la nonviolenza e la solidarietà. Ci rende sociopatici, anche se in condizioni normali non lo saremmo. Ci rende pecore in un gregge, desiderose di essere guidate dal pastore (e costrette a crederlo buono).

Occorre tenere a bada questa paura di morire, se vogliamo conservare la dignità, il contegno, l’onore, l’autostima, una coscienza/anima che non sia deturpata dal Male.

Occorre capire di che vita stiamo parlando.

Il credente può restare interdetto nel leggere certi passi evangelici che riguardano la vera vita. Gesù si dichiara un irriducibile amante della vita, ma non di quella vita organica che la Chiesa sembra voler difendere oltre ogni ragionevole aspettativa. Gesù insegna che esiste un’altra vita, una vita sensibilmente più importante di questa, tanto che “chiunque è vivo per colui che vive non vedrà la morte” (Tommaso, 111). È beato chi “si è impegnato ed ha trovato la vita" (Tommaso, 58), ma il compito non è per niente facile: “stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” (Matteo 7:14). È come inoltrarsi in un labirinto, ma è necessario farlo, perché “chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Matteo 16: 25). Sarà una vita vera ed eterna, non come quella del presente, che equivale ad una morte vivente: “Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5:24). Il corpo di carne, infatti, è il fardello della caduta e Gesù non sa che farsene: “È lo spirito quel che vivifica; la carne non giova nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Giovanni 6, 63). Il suo piano è incentrato proprio sul dono della vera vita: “io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). Questo l’ha ben compreso Paolo di Tarso, che rincara: “Perché ciò a cui la carne ha l’animo è morte, ma ciò a cui lo spirito ha l’animo, è vita e pace” (Romani 8:6).

“Nirvana” era originariamente il termine che indicava la condizione spirituale di chi si è liberato dall’identificazione con ego e con l’universo materiale. La traduzione come “vuoto” o “nulla” ha stravolto orribilmente il suo significato. Il fine del Buddha non era certo il raggiungimento di uno stato di “non-esistenza” ma semmai il contrario, ossia uno stato di piena, consapevole, obiettiva percezione della realtà.

Passiamo ora alla fisica quantistica, con una serie di citazioni:

“Nulla esiste finché non è misurato” (Niels Bohr, Nobel 1922).

“Un elettrone è una potenzialità immateriale finché non viene osservato” (Max Born, Nobel 1954).

“Se non sono disturbati dall’osservatore, gli elettroni non sono cose, non esistono nello spazio e nel tempo, la loro esistenza è meramente potenziale. Emergono in una condizione di esistenza reale ma provvisoria nell’atto di misurazione che è quindi un atto creativo” (Erwin Schrödinger, Nobel 1933).

“Per ciò che riguarda le particelle che costituiscono la materia, non sembra esserci alcuno scopo nel considerarle come composte di qualche materiale. Sono, in un certo senso, pura forma, nient’altro che forma; ciò che si manifesta di volta in volta in osservazioni successive è questa forma, non uno specifico frammento di materia” (ancora Erwin Schrödinger).

“Le più piccole unità di materia non sono, di fatto, oggetti fisici nel senso ordinario della parola; sono forme, strutture o, nell’accezione platonica, Idee, di cui si può parlare in modo non ambiguo solo nel linguaggio della matematica” (Werner Heisenberg, Nobel 1932).

“La gente pensa sempre che, quando si dice “realtà”, si sta parlando di qualcosa di chiaramente noto a tutti, mentre invece per me il più importante e più arduo compito del nostro tempo è lavorare alla costruzione di una nuova idea di realtà” (Wolfgang Pauli, Nobel 1945, lettera a Markus Fierz, 1948).

“Gli elementi costitutivi del mondo fisico sono quelli che chiamiamo eventi. Un evento non persiste e non si sposta come un pezzo di materia tradizionale: esiste semplicemente per un suo breve attimo e poi cessa” (Bertrand Russell, “L’ABC della relatività”).

“Se si era inizialmente creduto che nel corso del progresso delle scienze tutto ciò che è ‘trascendentale’ sarebbe stato progressivamente soppresso, perché in ultima analisi si poteva ricondurre tutto ad una spiegazione razionale, si dovette poi ammettere che il mondo materiale che per noi è così tangibile, si dimostra invece sempre più simile ad apparenza e si dissolve in una realtà che non è fatta di cose e di materia, ma di forme che predominano. [...] La fisica quantistica ci ha confermato ancora una volta che la nostra esperienza scientifica, la nostra conoscenza del mondo, non rappresenta la realtà ultima ed intrinseca, qualunque significato si voglia attribuire a queste espressioni” (Hans-Peter Dürr, fisico nucleare e quantistico tedesco, 1986).

“Se l’universo è vivo, le emozioni possono avere un significato cosmologico” (Shimon Malin, fisico teorico, Colgate University, 2011).

Infine, una riflessione di un biochimico belga, Christian De Duve, Nobel per la medicina nel 1974:

“Ora sappiamo che l'immagine del mondo offerta dai nostri organi di senso, che pure funziona perfettamente nella vita di ogni giorno, ha poco a che fare con la realtà. Ciò che ci sembra solido e impenetrabile è perlopiù vuoto [...]. Di conseguenza, la nostra definizione intuitiva della materia è completamente distorta dai filtri che i nostri organi di senso interpongono fra un oggetto e noi. Si tratta di una definizione essenzialmente pragmatica, basata sul genere di informazioni che si sono rivelate più utili nella ricerca del cibo, nella lotta contro i predatori e per il successo riproduttivo. Come strumenti di conoscenza, queste informazioni sono quasi prive di valore” (De Duve, 2002, pp. 292-293).

Cosa significa tutto questo? Significa che l’elettrone esiste solo come campo di potenzialità, potenzialità di diventare una cosa (o per meglio dire un evento), con certe proprietà che possono essere misurate. Solo l’atto di misurazione trasforma il potenziale in effettivo. Protoni e neutroni, che formano l’atomo, assieme agli elettroni, si comportano allo stesso modo. Questi sono gli elementi costitutivi della materia che forma tavoli, sedie, libri ed esseri viventi. Continuiamo a chiamarli particelle anche se non lo sono, per mancanza di un termine migliore. Sono eventi: ergo, solo la coscienza dell’osservatore rende reale ciò che non lo è (Malin, 2011).

Ciò vale per gli atomi come per ogni elemento della realtà che vediamo. Questa conclusione alla quale sono giunti molti dei fondatori della fisica quantistica è in linea non solo col buddismo e con il neo-platonismo, ma anche con il pensiero di David Hume e George Berkeley – “esse est percipi”: essere significa essere percepiti. Solo ciò che è percepito è reale. Non sorprende quindi che Werner Heisenberg, Albert Einstein, Wolfgang Pauli, Arthur Eddington, Alfred North Whitehead, David Bohm ed Erwin Schrödinger fossero affascinati dal neoplatonismo, dal pitagorismo, o dal buddismo; per loro i determinismi potevano essere trascesi. Pauli, nelle sue conversazioni con Jung, ipotizzava addirittura che gli archetipi potessero strutturare la materia. Se la psiche e la materia sono un’espressione di un ordine retrostante, comune ed obiettivo, allora l’archetipo è come uno specchio che si manifesta come riflesso nella psiche e nella materia. Ciascuno si deve perciò assumere la responsabilità di ciò che crea ad ogni livello (Gieser, 2005). 

Ma anche se ignorassimo questa branca della fisica e continuassimo a credere all’interpretazione materialista-riduzionista della realtà, resta il fatto che la materia è fatta di atomi e gli atomi sono virtualmente vuoti (al 99,9 periodico percento), tanto che se si togliesse lo spazio tra elettroni e nucleo la Terra si ridurrebbe ad una palla da baseball. Un altro esempio: se un atomo fosse grande come il Meazza, il nucleo sarebbe più piccolo di un pisello a centro campo. Dunque la tastiera con cui scrivo queste parole è sostanzialmente vuota, come chi scrive, come ciascuno dei lettori. Il mio fondoschiena non è a contatto con una sedia ma è sostenuto, nel vuoto, dalla resistenza elettromagnetica alla compressione degli elettroni (le particelle con la stessa carica si respingono).

Anche il granito delle nostre montagne è vuoto. Se lo percepiamo come “granitico” è solo perché i nostri sensi non ci consentono di cogliere la natura quasi illusoria della materia. I nostri sensi sono materiali e quindi accettano l’illusione di solidità di ciò che li circonda, che è prodotta dal moto rapidissimo delle particelle atomiche, allo stesso modo in cui i raggi di una ruota di bicicletta che gira sembrano formare un solido ed uniforme disco di metallo, sebbene la ruota sia in gran parte vuota. 

Dunque, se persino ciò che il nostro cervello percepisce come indiscutibilmente solido, pieno, stabile, permanente, tangibile, ecc. non lo è, risulta ancor meno sensato badare a quegli spettri impalpabili ed evanescenti che sono i nostri spauracchi e i nostri idoli e miti, tutto ciò che abbiamo inventato per riuscire a soddisfare il nostro duplice bisogno sado-masochista di venerare noi stessi e contemporaneamente prostrarci. Queste finzioni sono ombre o riflessi delle interazioni umane. Il mondo reale non è una collezione di oggetti e la questione dell’identità, dell’essere identici a se stessi, dell’essere vivi, corporalmente, non ha alcun senso. Ogni evento è reale e unico, separato e distinto da ogni altro. Non esiste alcuna entità che rimanga identica da un momento all’altro, il mondo è sempre nuovo, non si muore mai veramente. Panta rei, tutto scorre, come dicevano i Greci ben prima di Eraclito, al quale l’aforisma è stato erroneamente attribuito.

Noi ci formiamo un’illusoria impressione di identità nel corso del tempo solo perché entità sempre nuove continuano a creare schemi che ci appaiono come analoghi, incessantemente. In questo senso la fisica quantistica è in piena sintonia con i dati delle altre scienze che abbiamo citato nell’introduzione a “Contro i miti etnici” (Fait/Fattor, 2010, p. 12): “la biologia insegna che ogni organismo è un prodotto squisitamente unico dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. Per i genetisti di popolazione, se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione significativa è quella tra individui. Gli studi neurologici dimostrano che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli identici, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Analogamente, le impronte digitali dei gemelli omozigoti sono distinte ed individuali. Infine i linguisti hanno concluso che le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza”.

Il fatto concreto non è l’esistenza del mondo fenomenico, ma l’esperienza che ne facciamo. La vera vita risiede nell’esperienza della nostra coscienza, che non è materiale. La stessa materia di cui è costituito l’universo è l’insieme delle esperienze e potenzialità di esperienza che si influenzano reciprocamente. Perciò anche le identità personali sono illusorie, sono eventi quantistici. Un essere umano, considerato nella sua vicenda totale, è un flusso di esperienze, di occasioni d’esperienza, o di “occasioni viventi”, come le definisce Alfred North Whitehead, il grande filosofo e matematico britannico.

Se ogni evento è inestricabilmente legato all’esperienza di una data coscienza, allora per alcuni una sinfonia di Mozart sarà un’esperienza più reale e più profonda di una canzone di Lady Gaga, così come il Barolo avrà un livello di esistenza più intenso rispetto al succo d’uva. Søren Kierkegaard, nel “Don Giovanni, la musica di Mozart e l’eros”, scrive: “Mozart immortale! A te devo tutto, è per te che ho perso il senno, che il mio spirito è stato colpito da meraviglia ed è stato scosso nelle sue profondità; devo a te se non ho trascorso la vita senza che nulla fosse capace di scuotermi”.

Ciò che conta è allora il potenziale di indurre in un essere senziente esperienze più profonde. Per alcuni l’arte più sublime è più alta, più reale dell’atto di leggere un quotidiano e un sacrificio solidale come quello del poliziotto che muore nel tentativo di salvare un aspirante suicida è più vero di un linciaggio tra tifosi. Mi auguro che ciò valga per una maggioranza di persone, ma sicuramente non lo sarà per tutti. Perché? Perché, come abbiamo già visto, esistono livelli di coscienza diversi tra gli esseri umani. Il livello di coscienza di un Eichmann o di un fondamentalista non è paragonabile a quello di un Martin Luther King o di una Aung San Suu Kyi. Il processo dialettico attraverso cui un individuo si vede simultaneamente come oggetto e come soggetto consente un ampliamento ed un approfondimento della coscienza umana; uno sforzo, questo, grandemente facilitato dalla possibilità e disponibilità a costruire ponti invece di erigere muri. Il “segreto”, dunque, è la curiosità. Essere curiosi significa cercare di informarsi, stare attenti a ciò che si fa e ciò che fanno gli altri, cercare di capire le motivazioni dietro le proprie e le altrui azioni e parole. Più limpida è la conoscenza, più limpida è l’esistenza, più vera è la conoscenza, più vera sarà la vita. È il senso dell’aforisma di Bruce Lee, che sarebbe piaciuto molto a Socrate: “Conoscere sé stessi è studiarsi mentre si agisce con l'altro”.

Se si riuscisse a metterlo in pratica gran parte dei problemi del mondo troverebbe una soluzione.

In che modo? La via è già stata tracciata dai trascendentalisti statunitensi, R.W. Emerson (1803-1882), Walt Whitman (1819-1892) e H.D. Thoreau (1817-1862) e riproposta, più recentemente, dalla politologa Nadia Urbinati e dal filosofo politico statunitense George Kateb (Kateb, 1992, 2002; Urbinati, 1997). È una via che giudico ineludibile perché attualmente non viviamo in società autenticamente democratiche, ma piuttosto in democrazie formali che sono a tutti gli effetti oligarchie sostanziali. La chiave per una riforma del nostro vivere associato che non passi per la rivoluzione – uno strumento di crudeltà ed oppressione come pochi altri – è l’individualità democratica.

Ecco cosa intendevano i trascendentalisti americani per individualità democratica: vivere deliberatamente, pronti a cogliersi in errore, a ridurre le distanze rispetto al prossimo, se questi lo desidera; “al tempo stesso dentro e fuori dal gioco, osservandolo e meravigliandosene” (Whitman). La capacità di identificarsi nel prossimo, trascurando ego, grazie al coraggio morale, alla compassione ed alla generosità, ad una diversa concezione del nostro stare al mondo, all’insegna dell’unità della vita nella diversità delle sue espressioni, la comprensione del nostro essere partecipi di un ciclo cosmico, una danza rigeneratrice in cui un albero ha valore in quanto tale, non perché fornisce ossigeno e legname, ed in cui quel che si consuma va restituito in qualche forma, cioè possibilmente non accumulando rifiuti ed appestando l’aria. Un sentimento di co-appartenenza che suscitava l’entusiasmo di J. L. Borges nella sua prolusione all’edizione in spagnolo di “Foglie d’Erba”: “In Whitman possiamo anche vedere tutta la vicenda del vivere; in Whitman soffia anche la gratitudine miracolosa per i modi concreti, tattili e multicolori in cui esistono le cose…Whitman, con impetuosa umiltà, vuole assomigliare a tutti gli uomini”.

Ne fece esperienza diretta anche l’ateo Bertrand Russell, durante una trance catalettica causata dall’esperire empaticamente la sofferenza della moglie di Alfred North Whitehead (Russell, 1967):

“Sembrava tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane”.

È un sentimento che nasce da uno sguardo dall’esterno o dall’alto, da una prospettiva sovrastante, remota, estraniante, esotica, come quella degli astronauti di varie nazionalità che, nell’ammirare la Terra, si sono resi conto della ristrettezza di vedute di chi attribuisce importanza a frontiere e barriere. Riporto alcune delle loro riflessioni perché varrebbe la pena rileggersele, quando ripiombiamo nei nostri particolarismi e piccinerie egocentriche:

“Volare nello spazio significa vedere la realtà della Terra, solitaria. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e il mio modo di vedere la vita stessa” (Roberta Bondar).

“Man mano che ci allontanavamo, la Terra si restringeva. Alla fine si ridusse alle dimensioni di una biglia, la più bella che uno potesse immaginare. Quell’oggetto così bello, caldo e vivo sembrava così fragile, così delicato, che se lo si fosse toccato con un dito si sarebbe infranto. Vedere una cosa così ti cambia per forza la vita” (James B. Irwin).

“ La Terra era piccola, azzurra, e così pateticamente sola…la nostra casa va protetta come una sacra reliquia” (Aleksei Leonov).

Nello spazio sviluppi istantaneamente una coscienza globale, un comportamento prosociale, un’intensa insoddisfazione per come vanno le cose nel mondo ed un desiderio irrefrenabile di fare qualcosa per cambiarle. Vista da lassù, dalla luna, la politica internazionale sembrava così insignificante” (Edgar Mitchell).

Per chi ha visto la Terra dallo spazio, e per le centinaia e forse migliaia di persone che seguiranno, è un’esperienza che cambia la tua prospettiva sulle cose. Ciò che ci accomuna è molto di più di quel che ci divide” (Donald Williams).

Per i trascendentalisti l’individualità democratica comporta il legarsi al particolare, provvisorio e precario, nella piena consapevolezza di dover comunque raggiungere una realtà che fonda, permea o travalica il particolare, provvisorio e precario. Per loro non c’è vera democrazia senza questa individualità impersonale. Emerson spiega che osservare usi e costumi obsoleti disperde le nostre energie, ci fa sprecare tempo ed offusca l’impressione del nostro carattere. Una vita in funzione dei giudizi e delle comprensioni altrui è mal spesa e, in un certo senso, quasi cessiamo di esistere. Come si può pretendere che le persone foggino la loro identità, condotta, mentalità e strutturino il loro pensiero su un passato ed un futuro determinati, un ambiente ed un orizzonte limitati? Premiando il conformismo si umiliano la creatività, l’imprevedibilità e la specialità dei singoli, trasformandoli da soggetti in oggetti, da cause in effetti, in luogo delle irripetibili rivelazioni dell’eternità e dell’infinitezza, irriducibili e per questo preziose alterità che in realtà sono. Eventi quantistici: è quello che siamo, non fasci di appartenenze. Non è dissolvendosi e dissipandosi verso l’esterno che si consolida la propria personalità. Una forte personalità autocentrata (self-reliance, la chiama Emerson) permette invece di mettere da parte ego e di coltivare una genuina sollecitudine nei confronti del prossimo.

Così ci si lasciano alle spalle il narcisismo letargico (egotismo) e l’altruismo compulsivo (assenza di personalità, alienazione del sé) che, dopo la crudeltà, sono i peggiori vizi dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo serve un intelletto critico e indipendente che sappia infrangere le convenzioni quando la coscienza – il severo scrutinio delle proprie intenzioni e premesse – lo imponga, ossia quando sono ingiuste o malvagie; che non s’inchini di fronte a nomi e costumanze. “Gli uomini sono diventati strumenti dei loro strumenti”, si lamenta Thoreau in “Walden” (1854). Il valore materiale supera quello umano e la vita spirituale si ritrae. È il risultato della devozione ai falsi idoli, ai golem.

Perciò l’individualità democratica è la premessa dell’assunzione di responsabilità, non della deresponsabilizzazione, come erroneamente alcuni hanno creduto, confondendo il trascendentalismo americano con l’egoismo aristocratico del romanticismo europeo. Emerson e Whitman si spesero in prima persona nella battaglia per i diritti civili ed il secondo, ultraquarantenne, si offrì volontario come infermiere in vari ospedali da campo per gli ultimi tre anni di guerra civile.

Demandare e delegare alle autorità comunitarie ed alle convenzioni è irresponsabile nonché pericoloso. Le convenzioni congelano la metamorfosi del sé, l’affinamento del proprio stare al mondo. Solo chi pensa e decide con la sua testa è un cittadino democratico responsabile. La democrazia e la coscienza morale fioriscono nell’autoconsapevolezza, non nell’infantilismo e nella tutela genitoriale dei golem, degli idola tribus, ossia delle astrazioni che creiamo perché ci soggioghino, spaventati come siamo dalla libertà, dalla responsabilità, dalla vita e dalla morte. La democrazia è la manifestazione dello sforzo secolare di alimentare la vita sociale in buona fede e non superstiziosamente. Dunque l’individualità democratica, cioè a dire l’autonomia personale, è un acido che corrode la mistica dell’autorità non solo nella sfera politica ma anche in quella sociale, consentendo ai cittadini di giudicarsi di dignità e valore pari agli altri, non intrinsecamente inferiori o superiori, non giustificati nella loro ossessione per i propri bisogni, i propri desideri, le proprie smanie, o nella predilezione per le categorizzazioni spersonalizzanti dell’umano. È un fattore di progressiva democratizzazione di tutti i rapporti interpersonali, di dispiegamento dell’empatia, la disposizione a vedere nell’altro un altro sé, invece che un altro da sé

Nel suo “Democratic Vistas” Whitman sostiene che l’unica ampia e soddisfacente giustificazione della democrazia risiede nella prospettiva di riuscire a generare un copioso numero di caratteri esemplari tra la gente, in un contesto di sana e piena religiosità, intesa come spiritualità, non come la cieca fede delle religioni monoteiste. Per Thoreau la democrazia, invece di elevare un gruppetto di nobili sopra le masse, rende possibile l’esistenza di “nobili villaggi d’uomini”. Secondo Emerson l’individualità, a differenza dell’individualismo, lungi dal rappresentare una minaccia per la libertà e la società, ne è invece la base morale più salda ed irrinunciabile.

Unità ed uguaglianza nella diversità, non appiattimento nell’uniformità omologante del gruppo un meccanismo infernale che produce invariabilmente oligarchie, dai paesi rurali ai grandi stati nazionali. In questo modo ci si vaccina contro il livellante zelo comunitarista, la perniciosa xenofobia, la mortificante idolatria del proprio gruppo di appartenenza, la disumana, bestiale dissoluzione nella massa.

La riforma da realizzare è in ciascuno di noi, prim’ancora che nelle istituzioni. Queste ultime cambiano solo dopo che i cittadini sono cambiati.

VEDI ANCHE:

L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene

domenica 23 ottobre 2011

fisica quantistica e trascendenza



Secondo voi un albero saprebbe distinguere una folata di vento dallo sfiorare dei suoi rami da parte di un cerbiatto di passaggio? Potete escludere recisamente che l'ombra o lo scintillio che scorgete con la coda dell'occhio non sia un'entità per voi quasi interamente invisibile?

"sono emersi anche punti di vista radicali, come quello del fisico Julian Barbour, che ritiene l’esistenza del tempo un’illusione causata dai nostri filtri percettivi, ma assente in una descrizione oggettiva della natura. E qui potrebbe entrare in gioco ciò che le neuroscienze stanno scoprendo a proposito della relazione tra la nostra mente e il tempo. Le nostre memorie sono una costruzione tanto quanto la nostra immaginazione del futuro: i due processi attivano le stesse aree cerebrali, e i pazienti con amnesie da trauma hanno anche difficoltà a prefigurare ciò che deve ancora accadere. Il neuroscienziato David Eagleman ha mostrato come il tempo mentale non sia un concetto unitario, ma sia in realtà frammentato in diverse componenti, legate al tipo di stimolo che il cervello si trova a processare. Anche la sensazione dello scorrere del tempo è influenzata dal contesto (per esempio da una situazione di rischio). Il nostro tempo interiore, dunque, è in definitiva il risultato di una complessa elaborazione degli stimoli esterni. Ed è possibile, come sottolineato dal fisico Paul Davies, che non solo il tempo, ma persino le stesse leggi della fisica, siano proprietà “emergenti”, piuttosto che caratteristiche fisse e preesistenti della realtà".http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2011/10/14/tempo-fuor-di-sesto/.

- “nulla esiste finché non è misurato” (Niels Bohr, Nobel danese 1922);

- “un elettrone è una potenzialità immateriale finché non viene osservato” (Max Born, Nobel tedesco 1954);

- “se non sono disturbati dall’osservatore, gli elettroni non sono cose, non esistono nello spazio e nel tempo, la loro esistenza è meramente potenziale. Emergono in una condizione di esistenza reale ma provvisoria nell’atto di misurazione che è quindi un atto creativo” - “per ciò che riguarda le particelle che costituiscono la materia, non sembra esserci alcuno scopo nel considerarle come composte di qualche materiale. Sono, in un certo senso, pura forma, nient’altro che forma; ciò che si manifesta di volta in volta in osservazioni successive è questa forma, non uno specifico frammento di materia” (Erwin Schrödinger, Nobel austriaco 1933);

- “le più piccole unità di materia non sono, di fatto, oggetti fisici nel senso ordinario della parola; sono forme, strutture o, nell’accezione platonica, Idee, di cui si può parlare in modo non ambiguo solo nel linguaggio della matematica” (Werner Heisenberg, Nobel tedesco 1932);

- “la gente pensa sempre che, quando si dice “realtà”, si sta parlando di qualcosa di chiaramente noto a tutti, mentre invece per me il più importante e più arduo compito del nostro tempo è lavorare alla costruzione di una nuova idea di realtà” (Wolfgang Pauli, Nobel austriaco 1945, lettera a Markus Fierz, 1948);

- “gli elementi costitutivi del mondo fisico sono quelli che chiamiamo eventi. Un evento non persiste e non si sposta come un pezzo di materia tradizionale: esiste semplicemente per un suo breve attimo e poi cessa” (Bertrand Russell, “L’ABC della relatività”).

Cosa vuol dire tutto questo? Significa che l’elettrone esiste solo come campo di potenzialità, potenzialità di diventare una cosa (o per meglio dire un evento), con certe proprietà che possono essere misurate. Solo l’atto di misurazione trasforma il potenziale in effettivo. Protoni e neutroni, che formano l’atomo, assieme agli elettroni, si comportano allo stesso modo. Questi sono gli elementi costitutivi della materia che forma tavoli, sedie, libri ed esseri viventi. Continuiamo a chiamarli particelle anche se non lo sono, per mancanza di un termine migliore. Sono eventi. Ergo, solo la coscienza dell’osservatore rende reale ciò che non lo è (!!!!). Questo vale per gli atomi come per i miti etnici.

Questa conclusione della meccanica quantistica è in linea non solo col buddismo e con il neo-platonismo, ma anche con David Hume e George Berkeley – “esse est percipi”: essere significa essere percepiti. Solo ciò che è percepito è reale.

Per questo Werner Heisenberg, Albert Einstein, Wolfgang Pauli, Arthur Eddington, Alfred North Whitehead, David Bohm ed Erwin Schrödinger erano o neoplatonici, o neopitagorici o buddisti. In ogni caso, ed è questo che conta, erano trascendentalisti ed anti-materialisti. Se anche continuassimo a credere all’interpretazione materialista della realtà, resta il fatto che la materia è fatta di atomi e gli atomi sono virtualmente vuoti (al 99,9 periodico percento), tanto che se si togliesse lo spazio tra elettroni e nucleo la Terra si ridurrebbe ad una palla da baseball e se un atomo fosse grande come lo stadio San Siro, il nucleo sarebbe più piccolo di un pisello a centro campo. Dunque questo tavolo è sostanzialmente vuoto, come chi vi parla, come ciascuno di voi. Il mio sedere non è a contatto con una sedia ma è sostenuto, nel vuoto, dalla resistenza elettromagnetica degli elettroni alla compressione (le particelle con la stessa carica si respingono). Solo l’esistenza di un qualcosa capace di trascendere l’universo quantistico e di fungere da osservatore cosciente darebbe un senso ad un vocabolo così sdrucciolevole come quello di “identità”.

“L’universo prospettato dalla quantistica viola tutte le leggi della fisica classica: la materia si comporta sia come un’onda che come una particella e la trasmissione dell’onda esprime la sovrapposizione della totalità delle probabilità relative a spazio e tempo; il movimento è casuale ed indeterminato; gli eventi sono acausali e privi di localizzazione, perché i quanti non esistono indipendentemente gli uni dagli altri, ma sono in grado di interagire tra loro, a qualsiasi distanzia siano posti. La visione atomistica e meccanicistica appare dunque totalmente inadeguata per interpretare questa nuova realtà, la quale richiede piuttosto un approccio olistico che includa nella propria analisi l’oggetto osservato, il contesto di osservazione e l’osservatore. Infatti, è solo in seguito all’osservazione che l’oggetto acquisisce il suo stato definitivo. Alla luce di tutto questo, il ruolo della coscienza umana si trasforma radicalmente; l’osservatore non è più un essere indipendente e distaccato, che vaga per l’universo fisico, valutando e registrando i fenomeni, ma piuttosto qualcuno che partecipa attivamente e che interagisce col mondo esterno. […]. Pur comprendendone il funzionamento, i fisici ancora stentano ad afferrarne il significato. […]. Poiché in ultima analisi qualsiasi oggetto può essere ridotto al livello subatomico, interpretabile sulla base della teoria dei quanti, la materia deve essere considerata come indeterminata, acausale e non localizzata. In altre paorle, il mondo è in realtà regolata da principi diametralmente opposti a qualli suggeriti dal senso comune. […]. È probabile che la sete di conoscenza non rappresenti solo una caratteristica intrinseca della natura umana, ma sia altresì un requisito fondamentale affinché le probabilità della realtà dei quanti si realizzino nella realtà materiale, con la quale l’uomo è in grado di interagire” (Helen Morgan, “la nuova fisica attraverso la prospettiva junghiana”).

* "We seem to be faced with the necessity of deep conceptual changes ... especially as to the nature of space and time." (David Gross, Nobel per la Fisica, 2004)

* "Even though the phenomena encountered in quantum physics are only indirectly visible, it has been tempting to depict the quantum world in graphical form. An electron for example, may be imagined as a praticle orbiting the atomic nucleus. Wolfgang Pauli (Nobel austriaco, 1945) maintained, however, that since we have no visual clues, it is only with mathematics that such a process can be described. Extending Jung's definition of a symbol to the realm of quantum physics, Pauli saw mathematics as providing a symbolic representation of the quantum reality, which in itself is beyond physical representation" ("Pauli & Jung: The Meetings of Two Great Minds," David Lindorff, IL, Quest Books, 2004, pp. 246-47)

* "se si era inizialmente creduto che nel corso del progresso delle scienze tutto ciò che è "trascendentale" sarebbe stato progressivamente soppresso, perché in ultima analisi si poteva ricondurre tutto ad una spiegazione razionale, si dovette poi ammettere che il mondo materiale che per noi è così tangibile, si dimostra invece sempre più simile ad apparenza e si dissolve in una realtà che non è fatta di cose e di materia, ma di forme che predominano. [...] La fisica quantistica ci ha confermato ancora una volta che la nostra esperienza scientifica, la nostra conoscenza del mondo, non rappresenta la realtà ultima ed intrinseca, qualunque significato si voglia attribuire a queste espressioni".
Hans-Peter Dürr, fisico nucleare e quantistico tedesco, "Physik und Transzendenz", Scherz Verlag, 1986.

"Perhaps we are actually 4-D beings and our physical bodies are only a 3-D cross section of our full bodies, but it cannot be said that there is anyconvincing evidence of this. Convincing evidence would consist of some consistent and plausible extension of our present theory of physics that would assume the four-dimensionality of ordinary physical bodies and predict verifiable experimental resulsts. As long as there is no good theory of astral bodies, psychic phenomena and so on, no experiment can be really convincing". ("Geometry, relativity, and the fourth dimension", Rudy von Bitter Rucker, 1977, p. 41)

"But the equations of physics will never take wings and fly for they are simply mathematical descriptions, abstractions in thought. Suppose, however, that these laws are themselves the mathematical manifestations of something which has hitherto only been dimly graspd. What if the laws of nature - the ones that really fly - are not simply abstractions of experience but are the realization, within the world of mind, of something that lies beyond mathematics, language, and thought? [...] For the present, it will be refered to as na "objective intelligence" or "creative ordering" that manifests itself in both the mental and the physical realms" (p. 88)

"Just as no one can step into the same river twice so too can no one think the same thought twice. For the act of thinking changes the thinker. Indeed, just as there is an irreducible link between observer ad observed in the quantum theory, so, within consciousness is there an irreducible link between the thinker and the thought" (p. 109).
F. David Peat (fisico), "Synchronicity: The Bridge Between Matter and Mind", 1987, Bantam, NY-London)

"There is no sun or moon unless a conscious mind perceives them, for both are constructs of consciousness, icons in a species-specific user interface. To some this seems a patent absurdity, a reductio of the position, readily contradicted by experience and our best science. But our best science, our theory of the quantum, gives no such assurance. And experience once led us to believe the earth flat and the stars near. Perhaps, in due time, mind-independent objects will go the way of flat earth".

DONALD HOFFMAN, Cognitive Scientist, UC, Irvine.

Christian De Duve, biochimico belga, Nobel per la medicina nel 1974: "Ora sappiamo che l'immagine del mondo offerta dai nostri organi di senso, che pure funziona perfettamente nella vita di ogni giorno, ha poco a che fare con la realtà. Ciò che ci sembra solido e impenetrabile è perlopiù vuoto [...]. Di conseguenza, la nostra definizione intuitiva della materia è completamente distorta dai filtri che i nostri organi di senso interpongono fra un oggetto e noi. Si tratta di una definizione essenzialmente pragmatica, basata sul genere di informazioni che si sono rivelate più utili nella ricerca del cibo, nella lotta contro i predatori e per il successo riproduttivo. Come strumenti di conoscenza, queste informazioni sono quasi prive di valore".
(De Duve, 2002, Come evolve la vita, Milano: Cortina, p. 292-293)

Da: "Neuropsicologia dell’esperienza religiosa", di Franco Fabbro.

Issues in Quantum Mechanics
By Casey Blood

I would like to present a point of view on the relation between science and religion, particularly the mystical aspect of religion. My scientific background is that of a physicist who has investigated the interpretation of the mathematics of quantum mechanics for three decades.

To explain the point of view, suppose that each of us still exists after we die; that is, we can still perceive, act, and experience emotions (although not physically). That would imply there is a nonphysical component to existence. This raises the question of whether science -- primarily quantum mechanics -- is consistent with there being both a physical and a nonphysical component to existence. The further question is whether or not we can glean information on the nature of the nonphysical component, assuming there is such, from the structure of quantum mechanics. In my opinion, finding answers to these questions is the primary reason for studying the relation between science and mysticism. I will outline my answer to the first question.

1. The Wave Function and Particles in Quantum Mechanics. In trying to understand how the mathematics of quantum mechanics relates to what we perceive, it is usually assumed that the wave function describes the behavior of objectively existing particles. It can be shown, however, that there is no way to PROVE that particles -- electrons, protons, atoms -- objectively exist. Based in the current experimental evidence and mathematical formulations, it is just as likely that only the wave functiion exists as it is that particles exist. We are therefore free to assume that only the wave function exists.

2. Classical vs Quantum. Determinism vs Many Possible Futures.

2A. In classical mechanics, there is an objectively existing world. In the mathematics of the classical world, the future is completely determined by the present (or past) state of matter. There is no room for choice or creativity of any kind.

2B. By contrast, in the MATHEMATICS of quantum mechanics, there is no reference to an objectively existing world composed of particles; the mathematics applies solely to the wave function. It is nearly always assumed, for obvious reasons, that the properties of the wave function refer to or describe the properties of an objectively existing world. But that assumption is indeed just an assumption; it cannot be proven.

2C. From the mathematics of quantum mechanics, we know that the wave function can contain, at a given time, many "branches" which correspond to different possible futures. For example, if one has (the wave function for) a radioactive atom, the wave function contains, at any given instant, one part in which the atom has radioactively decayed, and another part in which it has not decayed. Thus if one sticks strictly to the accepted mathematics of the wave function (and excludes both the conjectured existence of particles and the conjectured collapse of the wave function), there is no unique, objective world. Instead, there are many "potential versions" of physical existence at a given instant.

3. Perception.

3A. We know from experience that only one version of the physical world is perceived. But it is not necessary to draw the conclusion that there is a single, objectively existing physical world.

3B. Instead, it could be that only one version of the physical world (that is, one branch of the wave function) is PERCEIVED.

3C. We assume that that is the case; a unique physical world is perceived, not because there is a unique, objectively existing world, but because only one branch of the wave function is perceived.

4. The Perceiving Aspect.

4A. If only one branch of the wave function is perceived, there must be some "aspect" of each of us that perceives it.

4B. If one describes physical existence as everything that is described by the wave function, then one can prove that the perceiving part or aspect must be outside physical existence. It cannot be part of the brain wave function, for example.

4C.Thus we have arrived at the conclusion that the mathematics of quantum mechanics and our perceptions of the physical world are compatible with a thoroughgoing dualism in which there is both a physical and a nonphysical aspect to existence. The physical aspect is the wave function with its many branches, and the nonphysical aspect (VERY roughly, our "soul") is that which perceives one of the branches.

5. Future Discussions. The justification of the first point (on the nonexistence of particles), as well as the further implications of the dualistic conclusion (for nonphysical intelligence and emotions, for free will and the role of the brain, and for the nature of mysticism and th goals of the mystics) will be left to other communications, if there is interest in pursuing this line of reasoning.

Casey Blood
Physics Dept
Rutgers University, Camden

e se l'universo fosse un ologramma? Sull'esperimento di Alain Aspect a Parigi
Is Our Universe a Hologram? In 1982 a Litttle Known but Epic Event Occured at the University of Pari
http://www.dailygalaxy.com/my_weblog/2011/09/is-our-universe-a-hologram-in-1982-a-litttle-known-but-epic-event-occured-at-the-university-of-paris.html.
"Sostanzialmente Aspect con la sua apparecchiatura verifica, nella pratica, il "legame" che unisce indissolubilmente, e "in tempo reale", i fotoni delle coppie correlate ... Allorquando infatti, il fotone del Settore A devia in seguito all'attraversamento del Cristallo Birifrangente verso il rivelatore c, ISTANTANEAMENTE anche il fotone del Settore B "devia" verso il rivelatore in d!
La sfida tra EPR e Bohr (resa possibile dai lavori di Bell e Aspect) finiva così a favore del fisico danese.
Per le sue dirompenti conseguenze, il non-localismo rappresenta (a giudizio unanime di fisici ed epistemologi) una delle tappe più sconvolgenti e per certi versi imbarazzanti nell'intera storia della scienza".
[appunti del corso "Fondamenti concettuali ed implicazioni epistemologiche della Teoria Quantistica" del prof. Tiziano Cantalupi].
http://xoomer.virgilio.it/paaccom/Teorema_Bell.htm.
E tanti saluti al paradigma riduzionist-materialista!


LE STRINGHE SONO UN VICOLO CIECO


* The problem with string theory isn’t the lack of experimental evidence, it’s the lack of any predictions about any experiments, and, worse than that, the lack of any plausible idea of how one is ever going to get such a prediction, despite more than 20 years of trying.

* String theorists: We've got the Standard Model, and it works great, but it doesn't include gravity, and it doesn't explain lots of other stuff, like why all the elementary particles have the masses they do. We need a new, broader theory.
Nature: Here's a great new theory I can sell you. It combines quantum field theory and gravity, and there's only one adjustable parameter in it, so all you have to do is find the right value of that parameter, and the Standard Model will pop right out.
String theorists: We'll take it.
String theorists (some time later): Wait a minute, Nature, our new theory won't fit into our driveway. String theory has ten dimensions, and our driveway only has four.
Nature: I can sell you a Calabi-Yau manifold. These are really neat gadgets, and they'll fold up string theory into four dimensions, no problem.
String theorists: We'll take one of those as well, please.
Nature: Happy to help.
String theorists (some time later): Wait a minute, Nature, there's too many different ways to fold our Calabi-Yao manifold up. And it keeps trying to come unfolded. And string theory is only compatible with a negative cosmological constant, and we own a positive one.
Nature: No problem. Just let me tie this Calabi-Yao manifold up with some strings and branes, and maybe a little duct tape, and you'll be all set.
String theorists: But our beautiful new theory is so ugly now!
Nature: Ah! But the Anthropic Principle says that all the best theories are ugly.
String theorists: It does?
Nature: It does. And once you make it the fashion to be ugly, you'll ensure that other theories will never beat you in beauty contests.
String theorists: Hooray! Hooray! Look at our beautiful new theory.

* How can 30 years go by and nothing in particle physics theory is remotely Nobel-worthy? How can the two most important experimental results (non-zero neutrino masses and a positive cosmological constant) catch string theory by such surprise?

* there is ZERO PHYSICAL EVIDENCE of 11 dimensions, branes, parallel universes and ANYTHING that string theory proposes;

* Unfortunately String Theory cannot be falsified because it makes no predictions. The author writes, "A scientific theory that makes no predictions and therefore is not subject to experimentation can never fail, but such a theory can never succeed either"
The real strength of science is its ability to self correct. Unfortunately when a theory is non-falsifiable arguing against it can be like trying to box smoke;

* One thing is clear from this great and brave effort from within the same mansion of theoretical physics and it is that modern physics is in such a trouble because it followed the exclusive lead of Albert Einstein, and his obssesion with the gravitational field, and so with the concept of particle. "These people(Einstein included) worked as if Plank, Bohr, Heisenberg and Schrodinger had never existed. They were living after the quantum mechanical revolution but pretending to work in an intelectual universe in which that revolution never occurred. The Trouble with Physics. Pag52.
This confirms my suspicion and gives me a good reason of my surprise when I found that, there had been for a long time, just one reviewer of The Interpretation of Quantum Mechanics by Erwin Schrodinger, where he wrote in 1952:
"Let me say at the outset, that..., I am opposing not a few special statements of quantum mechanics held today, I am opposing as it were the whole of it, I am opposing its basic views that have been shaped 25 years ago...Pg19 ... To me this alone suffices, to strongly question the adequacy of the concept of particle...Pag21.

* A major part of "the trouble with physics" is what can only be called the "Kaluza-Klein cu de sac," or better yet the "Kaluza-Klein runaway train to nowhere."

* As one of its pioneers, Daniel Friedan, later wrote, "String theory cannot give any definite explanations of existing knowledge of the real world and cannot make any definite predictions. The reliability of string theory cannot be evaluated, much less established. String theory has no credibility as a candidate theory of physics."

* unlike them he remains a realist assuming that physical theories can actually apprehend Reality as it is. As part of the philosophical questioning necessary to re-examine near-universal assumptions, Smolin fails to recognise the errors in Galileo's notion of primary and secondary qualities. As Schrodinger and Husserl etc. recognised, primary measurable qualities actually presuppose a conscious observer to determine them. Thus Galileo began the "despiritualization" of Nature by abstraction of measurable quantities.
Whereas Smolin points to the Cartesian representation of Time as a frozen dimension as possibly the big mistaken assumption of physics, the likes of Heisenberg and Schrodinger were far more philosophically profound than would-be "seer" Smolin. So too was David Bohm whom Smolin's greatest hero Einstein befriended at Princeton. Smolin would do well to ask why Schrodinger was an advocate of Vedanta (Brahmanism), why Heisenberg said that Indian philosophy subconsciously influenced his physics ideas, why Bohm was a friend of Krishnamurti, and Pauli with Carl Jung. As Heisenberg said, it came as a great help to him to discover than an entire civilisation already subscribed to a view that resembled that of the new Quantum Mechanics which had so shocked the Western Mind (from Capra: Uncommon Wisdom). Heisenberg even checked the chapter on QM in "The Philosophy of Space and Time and the Inner Constitution of Nature" by mathematical physicist and Sanskrit-literate mystic Michael Whiteman in which Whiteman argued for a Universal Consciousness. All these mathematical theories simply explore the realm of possibilities or archetypes well known to mystics. The true Reality lies beyond such ideational realms in the distinctionless Ground of Universal Consciousness whose energetic vibrations manifest the phenomenal universe. Physics cannot even account for the most basic fact of our existence, our consciousness.

Resources and Problems in Whitehead's Metaphysics
By William Grassie

In 1927, British mathematician and philosopher Alfred North Whitehead was asked to give the prestigious Gifford Lectures on Natural Theology at the University of Edinburgh. His talks were published two years later as Process and Reality, the book that introduced Whitehead's process philosophy to the world and secured him a place in the canon of Western metaphysics. Today, Whitehead’s influence has not abated. One sees this, for instance, in the reliance on Whitehead’s thought by many of the luminaries in the field of religion and science including Ian Barbour, Holmes Rolston, and John Haught.1 Indeed, Whitehead’s signature can even be traced in the very name of Metanexus Institute. The key to Whitehead’s lasting consequence is that his process relational metaphysics solves many philosophical problems in understanding and interpreting contemporary science. However, I will argue that Whitehead’s process metaphysics tends to 1) depersonalize God to the extent of rendering theism irrelevant and 2) naturalize moral evil in the service of evolution. Once these points are established, it is then possible to seek a partial solution to these problems by synthesizing Whitehead’s thought with that of his successors.

A Review of Process and Reality

When revisiting my studies of Whitehead from my days in graduate school at Temple University, I was quickly reminded of how difficult it can be to penetrate Whitehead’s language, especially in Process and Reality (1929), but also how rewarding the effort. Much of what I discuss below are well-worn arguments and have been written and debated many times by philosophers, theologians, and scholars. It is nevertheless useful and necessary to revisit such debates, so we do not forget the recurrence of problems and the reincarnation of ideas in our contemporary discourse.

Alfred North Whitehead (1861–1947) created a comprehensive metaphysical system for understanding science, society, and self. 2 Whitehead refers to this project as “speculative philosophy,” which he defines as,

the endeavor to frame a coherent, logical, necessary system of general ideas in terms of which every element of our experience can be interpreted. By this notion of “interpretation” I mean that everything of which we are conscious, as enjoyed, perceived, willed, or thought, shall have the character of a particular instance of the general scheme. Thus the philosophical scheme should be coherent, logical, and in respect to its interpretation, applicable and adequate…(Process and Reality, 3)

An adequate metaphysics, then, must apply in general terms to the whole of reality, including all human subjective experiences. Whitehead’s metaphysics is especially constructed with reference to the emerging objective scientific worldview, but not to the neglect of subjective human experience. Indeed, the metaphysics is such that the normal uses of the terms subjective and objective no longer apply. "Nothing must be omitted,” writes Whitehead, “experience drunk and experience sober" (Adventures of Ideas, 226). It is not adequate to construct a metaphysics that renders the full spectrum of the emotional and imaginative life invisible or insignificant. Whitehead warns that "[p]hilosophy may not neglect the multifariousness of the world—the fairies dance, and Christ is nailed to the cross" (Process and Reality, 338). Note that while Whitehead references fantastic inventions of human imagination, his objective is objectivity. A general description of reality is the goal.

What is fundamentally real, says Whitehead, are not things but events. All events are relational. They have causal antecedents and causal consequences in webs of varying complexity, significance, and intensity. All events also exhibit some modicum of internal self-creative freedom that is not fully determined by their causal antecedents nor is it predictable in their causal consequences.

Whitehead’s process metaphysics does not rely on the usual dualisms that have vexed previous metaphysical systems. We no longer need to be troubled about the distinctions between matter and mind, animate and inanimate, created and evolved, nature and nurture, or reductionism and emergence. The difference between atoms, animals, artifacts, and humans is in the degrees of complexity, the intensity of causal relationships, and the extent of self-creative freedom integrated in these various phenomena. The differences are not in any essentialized notions of natural kinds. Most philosophical problems in the metaphysics of contemporary science disappear with Whitehead’s event-centered process philosophy.

God is a category that Whitehead feels compelled to invoke in his process philosophy of every “actual occasion,” but it is God of all past realities and all future possibilities. The incarnate God is determined by the sum of all past actualities, and the transcendent God is limited within a matrix of future possibilities. Whitehead’s God also functions as a persuasive telos that draws the universe toward greater complexity, greater integration of these complexities in communion, and greater co-creative freedom within those relational webs. For Whitehead, the one become many and the many one as the universe and God evolve together. The goal of this evolution is realized beauty.

God in Whitehead’s view can be understood as the set of all relationships and all processes. In that sense, Whitehead’s God is radically transcendent and radically incarnate at the same time. Indeed, we might call it “god-in-universe” or “universe-in-god,” remembering that this is a gerund and not a noun, a verb and not a thing. God-in-universe is a complex distributed system. The technical term used is panentheism, to be distinguished from pantheism. Whiteheadean process metaphysics has given rise to various schools of process theology that have found devotees in numerous seminaries and departments of religion.3 Indeed, Whitehead can be seen as one of the patron saints of the modern dialogue between science and religion.

In Whitehead’s view, all being is causally related becoming. This does not mean all beings are equivalent in a flat, relativistic monism without significant distinctions, because being is spun within a web of asymmetrical, multivariable, hierarchically layered, and differentially valued relationships. While Whitehead does not develop an explicit epistemology to go along with his ontology, we may infer that all knowing is also causally related knowing within a web of asymmetrical, multivariable, hierarchically layered, and differentially valued relationships.

Whitehead’s process metaphysics can be understood as reviving Aristotle’s notion of natural kinds, albeit in a changing evolutionary context. A nexus of complexity, be it a proton, a protein, or a person, has a temporal “personality” that persists and thus achieves an emergent identity, a temporary “essence.” He combines this evolutionary Aristotelianism with a Platonic notion of an ideal horizon toward which all events tend in the complexification of the universe. This is the persuasive telos of god-in-universe. Finally, Whitehead adopts a Hegelian notion of history’s movement as a kind of progressive incarnation of spirit.

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L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene

David Foster Wallace
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/la-coscienza-dal-buddha-david-foster.html.