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mercoledì 30 novembre 2011

Étienne de La Boétie - un uomo pericolosamente sano di mente


Étienne de La Boétie: giurista, filologo, traduttore dal greco, consigliere al Parlamento di Bordeaux durante le guerre di religione tra cattolici e ugonotti, grande amico di Michel de Montaigne che dedica virtualmente un capitolo degli Essais alla loro amicizia: «Da quando lo persi non faccio che trascinarmi languente; e perfino i piaceri che mi si offrono, invece di consolarmi, mi raddoppiano il dolore della sua perdita... Se confronto la mia vita, tutta quanta, ai quattro anni in cui mi è stato dato di godere della dolce compagnia e familiarità di quell'uomo, essa non è che fumo, non è che una notte oscura e noiosa» scrive nel primo libro degli "Essais"], nasce il 1° novembre 1530 a Sarlat, cittadina del Périgord. Rimane orfano molto presto e viene allevato dallo zio. Si dimostra abilissimo nella mediazione riconciliativa tra cattolici e protestanti, molto apprezzato dalla Corona francese. Muore a 33 anni.

Il breve scritto generalmente noto sotto il titolo di “Discorso sulla servitù volontaria” e diffuso in ogni ambiente anti-tirannico europeo e non solo, apprezzato dagli Illuministi, dai socialisti, dai comunisti, dagli anarchici e dai cattolici progressisti, da figure illustri come Félicité De Lamennais, Lev Tolstoj, Thoreau, Ralph Waldo Emerson, Gandhi. Per molti versi il pensiero di Étienne de La Boétie si contrappone al “Principe” di Machiavelli, ma ancor più significativa è la divergenza rispetto a Nietzsche e a Rousseau, entrambi partiti dalla medesima premessa, la necessità di restituire all’uomo la sua libertà, per giungere a soluzioni autoritarie (la casta tirannica ed imperialista in Nietzsche, lo stato etico-pedagogico in Rousseau). La Boétie, come Bartolomé de Las Casas, annuncia l’era del suffragio universale, della democrazia costituzionale e della divisione dei poteri. Montaigne ricorda che il suo amico era contro le rivoluzioni e gli spargimenti di sangue, avendo dedicato la sua vita alla riconciliazione.
Come Socrate, de La Boétie è un "rifiutista": per lui occorre astenersi dal diventare complici nell’oppressione degli innocenti.
Il rifiuto dello scandalo di una servitù volontaria, appunto, ossia non dovuta a forme di coercizione esterna ma ad un acconsentimento interiore di una vittima che diviene complice del tiranno. Il rifiuto della compiacenza di entrambe le parti, dove l’una domina, l’altra subisce. Il rifiuto dell'impostura della sottomissione necessaria, quando invece manca qualunque reale legittimità.
Ecco esposto il suo pensiero, per sommi capi:
La responsabilità del servaggio non ricade solo sul carnefice, ma anche su una disposizione volontaria delle vittime ad accettarlo. L’unico potere dei tiranni è quello che gli è concesso dalle loro vittime [“è davvero sorprendente, e tuttavia così comune che c’è più da dispiacersi che da stupirsi nel vedere milioni e milioni di uomini servire miserevolmente, col collo sotto il giogo, non costretti da una forza più grande, ma perché sembra siano ammaliati e affascinati dal nome solo di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, visto che è solo, né amare le qualità, visto che nei loro confronti è inumano e selvaggio”];
• il tiranno in generale è un ometto debole, privo di forza interiore e senza talenti che lo rendano speciale rispetto alla media dei suoi sudditi [«Va aggiunto inoltre che non c'è bisogno di combattere questo tiranno, di toglierlo di mezzo; egli viene meno da solo, basta che il popolo non acconsenta più a servirlo. Non si tratta di sottrargli qualcosa, ma di non attribuirgli niente; non c'è bisogno che il paese si sforzi di fare qualcosa per il proprio bene, è sufficiente che non faccia nulla a proprio danno. Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o meglio, si fanno incatenare, poiché col semplice rifiuto di sottomettersi sarebbero liberati da ogni legame; è il popolo che si assoggetta, si taglia la gola da solo e potendo scegliere fra la servitù e la libertà rifiuta la sua indipendenza, mette il collo sotto il giogo, approva il proprio male, anzi se lo procura. Se gli costasse qualcosa riacquistare la libertà non continuerei a sollecitarlo; anche se riprendersi i propri diritti di natura e per così dire da bestia ridiventare uomo dovrebbe stargli il più possibile a cuore. Tuttavia non voglio esigere da lui un tale coraggio; gli concedo pure di preferire una vita a suo modo sicura anche se miserabile ad una incerta speranza in una condizione migliore. Ma se per avere la libertà è sufficiente desiderarla con un semplice atto di volontà si troverà ancora al mondo un popolo che la ritenga troppo cara, potendola ottenere con un desiderio? Può esistere un popolo che non se la senta di riavere un bene che si dovrebbe riscattare a prezzo del proprio sangue, un bene la cui perdita rende insopportabile la vita e desiderabile la morte, almeno per chi ha un minimo di dignità? Come il fuoco che da una piccola scintilla si fa sempre più grande e più trova legna più ne brucia, ma si consuma da solo, anche senza gettarvi sopra dell'acqua, semplicemente non alimentandolo, così i tiranni più saccheggiano e più esigono, più distruggono e più ottengono mano libera, più li si serve e più diventano potenti, forti e disposti a distruggere tutto; ma se non si cede al loro volere, se non si presta loro obbedienza allora, senza alcuna lotta, senza colpo ferire, rimangono nudi e impotenti, ridotti a un niente proprio come un albero che non ricevendo più la linfa vitale dalle radici subito rinsecchisce e muore»];
le vittime si conquistano quotidianamente il loro diritto di restare soggiogati – accanto all’anelito libertario coesiste nell’umanità un desiderio di sottomissione, il tipo di servilismo che denunciò Erich Fromm in “Fuga dalla Libertà” [“Chiameremo questa vigliaccheria? Diremo che coloro che servono sono codardi e deboli? Se due, tre o quattro persone non si difendono da un’altra, questo è strano, ma tuttavia possibile; si potrà ben dire giustamente che è mancanza di coraggio. Ma se cento, mille sopportano uno solo, non si dovrà dire che non vogliono, che non osano attaccarlo, e che non è vigliaccheria, ma piuttosto spregevolezza ed abiezione? […] Dunque quale vizio mostruoso è mai questo che non merita nemmeno il nome di vigliaccheria, e per il quale non si trova un termine sufficientemente offensivo, che la natura rinnega di aver generato e la lingua rifiuta di nominare?”];
senza la possibilità di ricorrere alla violenza il re è nudo, ma lo è anche se la violenza non ottiene risultati [«Colui che tanto vi domina non ha che due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di più dell’uomo meno importante dell’immenso ed infinito numero delle nostre città, se non la superiorità che gli attribuite per distruggervi. Da dove ha preso tanti occhi, con i quali vi spia, se non glieli offrite voi? Come può avere tante mani per colpirvi, se non le prende da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, da dove li ha presi, se non da voi? Come fa ad avere tanto potere su di voi, se non tramite voi stessi? Come oserebbe aggredirvi, se non avesse la vostra complicità? Cosa potrebbe farvi se non foste i ricettatori del ladrone che vi saccheggia, complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi?»];
tiranno è qualunque corpo politico che imponga ai cittadini la propria volontà ed i propri interessi invece di perseguire il bene comune. Un iniziale suffragio popolare non lo rende meno tirannico: “Chi ha ricevuto il potere dello Stato dal popolo […] è strano di quanto superino gli altri tiranni in ogni genere di vizio e perfino di crudeltà, non trovando altri mezzi per garantire la nuova tirannia che estendere la servitù ed allontanare talmente i loro sudditi dalla libertà, che, per quanto vivo, gliene si possa far perdere il ricordo”;
chi si rifiuta di servire è libero, perché siamo nati per essere liberi e fratelli e quello è il nostro destino [«credo che sia fuori dubbio che, se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e secondo gli insegnamenti che ci rivolge, saremmo naturalmente obbedienti ai genitori, seguaci della ragione e servi di nessuno. […] di sicuro, se mai c’è qualcosa di chiaro ed evidente nella natura, che è impossibile non vedere, è che la natura, ministro di Dio, la governatrice degli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma, e come sembra, allo stesso stampo, perché possiamo riconoscerci reciprocamente come compagni o meglio come fratelli. E se, dividendo i doni che ci faceva, ha avvantaggiato nel corpo o nella mente gli uni più degli altri, non ha inteso per questo metterci al mondo come in recinto da combattimento, e non ha mandato quaggiù né i più forti né i più furbi come briganti armati in una foresta, per tiranneggiare i più deboli. Ma, piuttosto, bisogna credere che la natura dando di più agli uni e di meno agli altri, abbia voluto lasciar spazio all’affetto, perché avesse dove esprimersi, avendo gli uni potere di dare aiuto, gli altri bisogno di riceverne. […] non bisogna dubitare che siamo naturalmente liberi, perché siamo tutti compagni, e a nessuno può venire in mente che la natura abbia messo qualcuno in servitù, dopo averci messo tutti insieme. […] Se ne deve concludere che la libertà è un dato naturale, e per ciò stesso, a mio avviso, che non solo siamo nati in possesso della nostra libertà, ma anche con la volontà di difenderla. […]. Il bue stesso sotto il giogo si lamenta e geme l'uccellin rinchiuso in gabbia».
le persone si fanno schiavizzare con la forza o con l’inganno [«certamente tutti gli uomini, finché conservano qualcosa di umano, se si lasciano assoggettare, o vi sono costretti o sono ingannati];
se succede con l’inganno è perché si sono raggirati da soli (non hanno riconosciuto la realtà per come era, hanno preferito scambiare i loro desideri per la realtà): “Per inganno gli uomini perdono sovente la loro libertà; in questo un poco sono sedotti da altri, spesso però accade che siano loro stessi ad ingannarsi»;
Mundus vult decipi, ergo decipiatur: le persone sembrano credere con più facilità a chi li inganna deliberatamente, come se necessitassero di farsi circuire [“Il popolino non è mai tanto asservito come quando ci si burla di lui”].
le persone nate schiave considerano la loro condizione come naturale [“È vero che, all’inizio, si serve costretti e vinti dalla forza, ma quelli che vengono dopo servono senza rimpianti e fanno volentieri quello che i loro predecessori avevano fatto per forza. È così che gli uomini che nascono sotto il giogo, e poi allevati ed educati nella servitù, senza guardare più avanti, si accontentano di vivere come sono nati, e non pensano affatto ad avere altro bene né altro diritto, se non quello che hanno ricevuto, e prendono per naturale lo stato della loro nascita”];
le consuetudini, le usanze e gli abiti mentali mantengono le persone asservite [«La natura dell’uomo è proprio di essere libero e di volerlo essere, ma la sua indole è tale che naturalmente conserva l’inclinazione che gli dà l’educazione. […]. Ma è anche vero che la consuetudine, la quale ha un grande influsso su tutte le nostre azioni, esercita il suo potere soprattutto nell'insegnarci a servire, e come Mitridate che si abituò a bere il veleno, ci rende alla fine assuefatti a trangugiare normalmente il veleno della servitù senza sentirne l'amaro. Certamente nel tendere verso il bene o verso il male gioca in gran parte la natura che ci spinge dove vuole; ma bisogna ammettere che essa ha meno potere su di noi di quanto non l'abbia la consuetudine, perché la nostra indole, per quanto possa essere buona, va persa se non si cerca di mantenerla.»].
chi perde la sua libertà perde anche la sua forza interiore, il coraggio morale, il valore [È incredibile come il popolo, appena è assoggettato, cade rapidamente in un oblio così profondo della libertà, che non gli è possibile risvegliarsi per riottenerla, ma serve così sinceramente e così volentieri che, a vederlo, si direbbe che non abbia perduto la libertà, ma guadagnato la sua servitù];
i tiranni ipnotizzano le loro vittime con l’intrattenimento e piaceri effimeri [«i teatri, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, le bestie esotiche, le medaglie, i quadri ed altre simili distrazioni poco serie, erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannia. Questi erano i metodi, le pratiche, gli adescamenti che utilizzavano gli antichi tiranni per addormentare i loro sudditi sotto il giogo. Così i popoli, istupiditi, trovando belli quei passatempi, divertiti da un piacere vano, che passava loro davanti agli occhi si abituavano a servire più scioccamente dei bambini che vedendo le luccicanti immagini dei libri illustrati, imparano a leggere»];
la gente si accontenta di poco, senza rendersi conto di essere stata derubata di molto più di quelle briciole che riceve: «I tiranni elargivano un quarto di grano, un mezzo litro di vino ed un sesterzio; e allora faceva pietà sentir gridare: “Viva il re!” Gli zoticoni non si accorgevano che non facevano altro che recuperare una parte del loro, e che quello che recuperavano, il tiranno non avrebbe potuto dargliela, se prima non l’avesse presa a loro stessi»;
si spacciano per uomini superiori, dotati di poteri virtualmente magici, taumaturgici, ma sono tutte «belle favole». Il problema del potere va fatto risalire alla viltà ed inerzia di chi lo subisce, non in una supremazia di chi lo esercita. Quest’ultimo, poi, non è più libero dei suoi sottoposti. Infatti «Non ci può essere amicizia dove si trovano crudeltà, slealtà, ingiustizia; e quando i malvagi si ritrovano tra loro non vi è compagnia ma complotto, non sono amici ma complici». La tirannia distrugge la libertà di tutti, anche di chi si trova al vertice della piramide, condannato a distribuire prebende ai suoi ambiziosi e sleali servitori. Anche per il tiranno vale la verità che “quanti più padroni si hanno tanto più sventurati ci si trova». Infatti, «In tutta coscienza va considerata una tremenda sventura essere soggetti ad un signore di cui non si può mai dire con certezza se sarà buono poiché è sempre in suo potere essere malvagio, secondo il proprio arbitrio»;
• si circondano degli scarti della società, persone debole di carattere (“vigliacchi e rammolliti”), che offrono servilismo in cambio di ricchezze immeritate e si organizzano gerarchicamente, come in una piramide: “Non basta che eseguano gli ordini del tiranno: devono compiacerlo in tutto faticando e distruggendosi fino alla morte nel curare i suoi interessi; inoltre devono godere dei suoi piaceri, abbandonare i propri gusti per i suoi, andar contro il proprio temperamento fino a spogliarsene del tutto. Sono obbligati a misurare le parole, la voce, i gesti, gli sguardi; devono avere occhi, piedi, mani sempre all'erta a spiare ogni suo desiderio e scoprire ogni suo pensiero. E questo sarebbe un vivere felice? Si può chiamare vita codesta? C'è al mondo qualcosa che risulti essere più insopportabile di una simile situazione non dico per una persona di nobili origini ma semplicemente per chiunque abbia un po' di buon senso o quantomeno un'ombra di umanità? Quale condizione è più miserabile di questa, in cui non si ha niente di proprio ma tutto, benessere, libertà, perfino, la vita stessa, viene ricevuto da altri?" […]. Ma anche supponendo che questi adulatori riescano a sfuggire alle mani del loro padrone, in ogni caso non si salvano mai dal re che viene dopo: se è un buon sovrano devono rendergli conto di tutto e comportarsi secondo ragione; se invece è malvagio come il precedente avrà anch'egli i suoi favoriti che solitamente non si accontentano di prendere a loro volta il posto degli altri ma vogliono anche ottenerne i beni e in molti casi la vita stessa. Com'è dunque possibile che ci sia qualcuno che in mezzo a tanti rischi e con ben poche garanzie voglia prendere questo sciagurato posto e servire un padrone così pericoloso? Che tormento, che martirio è mai questo, buon Dio? Essere occupato giorno e notte a compiacere uno e tuttavia avere più timore di lui che non di qualsiasi altro uomo, stare sempre all'erta con l'occhio e l'orecchio tesi a spiare da dove verrà l'attacco, a scoprire gli agguati, leggere nel cuore dei compagni, denunciare chi sta per tradire, sorridere a tutti e fidarsi di nessuno, non avere né nemici dichiarati né amici sinceri, col sorriso sulle labbra e il gelo nel cuore, non riuscire ad essere lieto e non poter mostrarsi scontento”.
• finché hanno buone ragioni per obbedire: «non lo si crederà immediatamente, ma certamente è vero: sono sempre quattro o cinque che sostengono il tiranno, quattro o cinque che mantengono l’intero paese in schiavitù. È sempre successo che cinque o sei hanno avuto la fiducia del tiranno, che si siano avvicinati da sé, oppure chiamati da lui […]. Questi sei ne hanno seicento che profittano sotto di loro, e fanno con questi seicento quello che fanno col tiranno. Questi seicento ne tengono seimila sotto di loro, che hanno elevato nella gerarchia, ai quali fanno dare o il governo delle province, o la gestione del denaro pubblico […]. Da ciò derivano grandi conseguenze, e chi vorrà divertirsi a sbrogliare la matassa, vedrà che, non seimila, ma centomila, milioni, si tengono legati al tiranno con quella corda […]. Insomma che ci si arrivi attraverso favori o sotto favori, guadagni e ritorni che si hanno sotto i tiranni, si trovano alla fina quasi tante persone per cui la tirannia sembra redditizia, quante quelle cui la libertà sarebbe gradita».
• la codardia, la remissività, l'acquiescenza, il conformismo, la pigrizia: “Davanti ad esempi tanto evidenti e ad un pericolo così incombente è dunque davvero pietoso che nessuno voglia diventare saggio a spese altrui, che tanta gente si dia da fare per star vicina al tiranno e che non ce ne sia neppure uno che abbia l'avvedutezza e il coraggio di dir loro ciò che in un apologo famoso la volpe rinfaccia al leone che si finge ammalato: «Verrei volentieri a farti visita nella tua tana; purtroppo vedo molte tracce di animali che vanno verso di te, ma non ne scorgo neppure una nella direzione contraria».
ma rimangono sempre persone che sono indomabili, che sarebbero in grado di reinventare la libertà anche se fosse soppressa. Il loro problema è che non si conoscono tra loro. Se avessero modo di incontrarsi, formerebbero società di amici [sul modello delle comunità pitagoriche, NdA], fondate sui principi di libertà, uguaglianza e fratellanza. L’amicizia garantirebbe il massimo grado di uguaglianza possibile unitamente al massimo grado di libertà possibile;
NONVIOLENZA: Se il popolo ritira il suo sostegno al tiranno, questo cade sotto il peso della sua corruzione «Non voglio che scacciate il tiranno e lo buttiate giù dal trono; basta che non lo sosteniate più e allora lo vedrete crollare a terra per il peso e andare in frantumi come un colosso a cui sia stato tolto il basamento»;
VIOLENZA E TERRORE RIVOLUZIONARIO: i rivoluzionari di professione, i tirannicidi, i terroristi vanno contrastati, non sostenuti, perché le loro iniziative «non furono altro che congiure di gente ambiziosa, la quale non deve certo essere compianta per gli inconvenienti cui andò incontro, essendo a tutti evidente che desideravano semplicemente far cadere una corona, non togliere il re, cacciare sì il despota, ma tenere in vita la tirannide. Riguardo a costoro sarei dispiaciuto se fossero riusciti nel loro scopo, e sono ben contento che oggi possano essere portati a dimostrazione del fatto che non bisogna abusare del santo nome della libertà per compiere imprese malvagie.


LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/il-gesu-poderosamente-nonviolento-di.html

domenica 6 novembre 2011

Dominio Mercenario




Fanno libagioni in onore di Baalí, cioè dell’idolo peculiare di quanti si comportano in quel modo e che li domina, li tiene in soggezione e li possiede; è questo, in altre parole, il desiderio di dominare, la smisurata ambizione di ricchezze che non è mai sazia e mai finisce, e che è anch’essa idolatria. Perché – secondo san Girolamo – Baalí significa il mio idolo, colui che mi possiede. Tutto ciò si addice a ogni ambizioso, o avido o avaro e, in particolare a simili predicatori, o piuttosto a questi miserabili e infelici tiranni.
Bartolomé de Las Casas, “De unico vocationis modo omnium gentium ad veram religionem” (Dell’unico modo di condurre alla religione tutte le genti).

Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la tua offerta di pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si trova pagherà i tributi e ti servirà. Ma se non vuole far pace con te e ti vuole far guerra, allora la stringerai d’assedio. Quando poi l’Eterno il tuo Dio, te la darà nelle mani, passerai tutti i maschi a fil di spada; ma le donne i bambini, il bestiame e tutto ciò che sarà nella città, tutto quanto il suo bottino, li prenderai come tua preda; e mangerai il bottino dei tuoi nemici che l'Eterno, il tuo Dio, ti ha dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni.
Deuteronomio, 20: 10-15.

La multinazionale dei mercenari Xe Services (ex Blackwater Worldwide), ha assunto come consulente etico (!!!) John Ashcroft, in virtù della sua “esperienza, incomparabile reputazione di persona integra e moralmente impegnata, per la sua trasparenza ed eccellenza”.  Così recita il comunicato ufficiale.
Sembra una barzelletta e invece è la verità. 
John Ashcroft, così descritto da Michael Moore in Fahrenheit 9/11: “Ecco a voi John Ashcroft. Nel 2000 si era ricandidato senatore nel Missouri, contro un uomo che morì un mese prima del voto. Gli elettori preferirono il morto. Così George W. Bush nominò Ashcroft ministro della Giustizia. Prestò giuramento su una pila di bibbie, perché se non sei nemmeno capace di battere un morto, è meglio che vai sul sicuro”.
John Ashcroft, che rivelò pubblicamente agli Americani che “non riconosciamo alcun sovrano a parte Dio, nessun re, tranne Gesù” [“We recognize no sovereign but God and no king but Jesus!”] e che ''Unica fra le nazioni, l'America riconosce un origine del proprio carattere divina ed eterna, non civile e temporale''.
Quest’uomo, di convinzioni teocratiche, è stato Ministro della Giustizia (Attorney General) nell’amministrazione George W. Bush, tra il 2001 ed il 2005 e ora la sua società di consulenza lavora per Oracle, per le Israel Aerospace Industries e per l’industria militare americana.

Che sta succedendo?

Negli ultimi decenni ogni sondaggio effettuato negli Stati Uniti indica che oltre il cinquanta per cento dei cittadini americani crede nella veridicità della visione contenuta nell’Apocalisse di Giovanni.
La politica mediorientale degli ultimi anni è stata fortemente condizionata dall’attesa dell’Armageddon, del ritorno del Cristo o del Mahdi e dell’instaurazione del suo Regno. “Fedele alle dottrine apocalittiche dell’ayatollah Mesbah Yazdi, il presidente [Ahmadinejad] si dice convinto che l’era dell’ultimo Imam, il dodicesimo Imam messianico, il Mahdi occultato da Dio per oltre 1100 anni sia prossima, con il ritorno del Mahdi. Tutte le apocalissi, anche quelle ebraiche e cristiane, sono rivelazioni che presuppongono tempi torbidi, in cui il male s’intensifica. Anche per la scuola Hakkani, che Yazdi dirige e cui appartengono gli Hezbollah iraniani, il male va massimizzato per produrre il Bene finale. L’ayatollah ha insegnato a Ahmadinejad l’uso del messianesimo a fini politici, non teologici. I politici messianici in genere parlano di Apocalisse non perché credono nella Rivelazione, ma perché nell’Apocalisse il dialogo con Dio è diretto (nell’Apocalisse di Giovanni scompaiono i templi) e il capopopolo non ha più bisogno del clero come intermediario. L’apocalisse serve a escludere il clero dalla politica e forse anche la religione” (Barbara Spinelli, 2009).
Un analogo messianismo, formalmente cristiano ma nei fatti anti-cristiano, ha dominato la destra americana dai tempi della prima guerra nel Golfo ed è andato al potere con George W. Bush. È piuttosto curioso che gli Stati Uniti siano attualmente l’unico paese al mondo assieme all’Iran sciita dove sia sorto un millenarismo di massa (Tonello, 1996). Ma non sorprende che siano anche la nazione, assieme alla Germania, dove la caccia alle streghe è stata più intensa e dove il maccartismo è riuscito per un attimo a far precipitare una democrazia trionfante in una società di delatori, persecutori e vittime.
Nella sua forma più virulenta, chiamata Dominionismo, quest’ideologia intollerante e radicale si affanna a conquistarsi margini di potere politico ed economico sempre più ampi, fino a trasformare gli Stati Uniti, per il momento uno stato laico, in una “nazione cristiana” – una sorta di “democrazia Herrenvolk”, della stirpe eletta –, modello per tutte le altre nazioni, in cui ogni istituzione sarà governata in accordo con le Sacre Scritture, o comunque con un’interpretazione dominante delle stesse. Al momento attuale oltre 35 milioni di Americani (più di uno su dieci), aderiscono al “cristianesimo dominionista”, un’escatologia che insegna che il mondo si riscatta “sporcandosi le mani” con la politica, cioè prendendo il potere, prima dell’arrivo del Cristo. L’elezione di George W. Bush ha rappresentato per la Teologia del Dominio un segno del favore divino, il primo di una serie di presidenti che, da “ministri di Dio in terra”, avrebbe preparato l’America al ritorno del Cristo. Gli obiettivi di questa teologia politica non hanno quasi nulla a che fare con quello che molti pensano sia l’insegnamento di Gesù il Cristo. Si parla di edificare una teonomia (ossia non una teocrazia ma una repubblica governata non direttamente da Dio, ma secondo le sue leggi), di sopprimere sindacati, diritti civili, lo stato sociale (perché ci si deve rivolgere a Dio, non a Washington), le scuole non-religiose, di punire i nemici dell’America, che sono per definizione nemici di Dio, di ridimensionare l’influenza delle donne nella sfera pubblica americana, negare la cittadinanza ai non-Cristiani, discriminare gli omosessuali. È bene segnalare che la presidenza di Ronald Reagan fu caratterizzata dalla sensazione di un imminente Armageddon, tanto che il movimento ecologista si sentì rispondere che non aveva senso preoccuparsi dell’ambiente visto che il mondo sarebbe terminato prima che le sue risorse si fossero esaurite. Sono gli stessi argomenti messi in campo negli ultimi anni dai Dominionisti che, anzi, si augurano che la crisi ecologica globale riduca i tempi di attesa del Regno di Dio (Hendricks, 2005).
Il bersaglio è la società laica, che “facilita l’opera di Satana”. Abbatterla significa fornire assistenza a Gesù, che presto tornerà a regnare e si aspetta che la Nuova Israele sia governata secondo le leggi bibliche e gli editti cristiani – Sola scriptura, Sola gratia, Sola fide, Solus Christus, Soli Deo Gloria, cioè i cinque “sola” della riforma protestante – del nuovo presidente, come da ingiunzione di San Paolo nella Lettera ai Romani (13: 1-6): “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza”.
I Dominionisti, che organizzano campi di addestramento per giovani militanti e milizie di mercenari come la famigerata Blackwater (oggi Xe Services LLC) ed approvano le tesi dei teorici della tortura giustificata e della Guerra al Terrore permanente, appoggiano con tutta la loro forza mediatica e lobbistica ogni pretesa sionista. Questo perché credono che il loro “Cristo-Rambo” vendicativo e giustiziere non possa tornare sulla terra prima che si compia la profezia dell’Apocalisse e si verifichi l’Armageddon, la distruzione di Israele, un secondo Olocausto in seguito al quale i veri Cristiani ascenderanno al cielo (The Rapture) e siederanno al fianco di Dio (assieme agli Ebrei che si saranno sinceramente convertiti e dunque si salveranno prima della loro eliminazione). È decisamente sorprendente che la destra sionista israeliana accolga con favore questo sostegno, un vero e proprio Cavallo di Troia.
Il Dio compassionevole e benevolo che parla per bocca del Cristo nel Discorso della Montagna è eclissato, esiliato. Non c’è posto per miti e mansueti, per giusti e misericordiosi, per puri di cuore e pacifisti. Oggi come ai tempi della Conquista, quando Hernán Cortés, citato da Sepúlveda nella sua Cronica Indiana, si rivolgeva alle sue truppe con queste parole: “Spesso io stesso ho rimuginato nei miei pensieri tali difficoltà e confesso che alcune volte questo pensiero mi rendeva vivamente inquieto. Però riflettendo da un altro punto di vista, mi vengono in mente molte cose che mi rianimano e mi stimolano. In primo luogo, la nobiltà e la santità della causa; infatti combattiamo per la causa di Cristo quando lottiamo contro gli adoratori degli idoli, che proprio per questo sono nemici di Cristo, dal momento che adorano demoni malvagi invece del Dio della bontà e onnipotenza, e facciamo la guerra sia per castigare coloro che continuano nella loro ostinazione, come per permettere la conversione alla fede di Cristo di coloro che hanno accettato l’autorità dei cristiani e del nostro Re”. 


Qui un approfondimento della dimensione politica della questione: 
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/fascismo-cristianista-il-quarto-reich.html


Altri si accontentano di guerreggiare per denaro, come i mercenari di Erik Prince, rampollo di una famiglia di industriali di origini olandesi, fondatore della già citata Blackwater/Xe e fondamentalista cristiano dominionista.
“È proprio ad Abu Dhabi che Prince - per mezzo di una joint venture chiamata Reflex Responses – ha firmato, il 13 luglio del 2010, un primo contratto da 529 milioni di dollari per portare i suoi servizi allo sceicco "progressista" Mohamed bin Zayed al-Nahyan. L’idea è stata dello stesso Zayed. […]. Prince vuole i battaglioni di mercenari colombiani e del Centro America. […]. L’agenda dell’esercito dei mercenari elenca tutto quello che si può desiderare; possono essere coinvolti in operazioni speciali dentro e fuori gli Emirati Arabi; nelle "guerriglie urbane"; nella gestione della "sicurezza dei materiali nucleari e radioattivi"; nelle "missioni umanitarie" (?); nella difesa delle condotte per il petrolio e delle luccicanti torri di vetro contro gli "attacchi terroristici "; e, cosa ancora più importante, nelle "operazioni di controllo degli assembramenti", dove le persone "non hanno armi da fuoco ma possono creare un rischio con l’utilizzo di armi improvvisate [mazze e pietre]". In parole povere, repressione interna in tutto il Golfo Persico, così come avvenuto contro i tentacolari campi di lavoro che ospitavano le centinaia di migliaia di lavoratori dal Sud Est asiatico, oppure nel caso che i cittadini degli Emirati dovessero contrarre la stessa febbre per la democrazia che ha colpito il Bahrein. La scusa per tutte queste operazioni speciali non potrebbe essere più originale: lo spauracchio iraniano, l’"aggressione".

Un'industria di guerra privatizzata e ancor più sviluppata avrebbe preso forma per sostenere l'esercito di base. Blackwater, il cui compito originario era di fornire guardie del corpo per l'inviato statunitense Paul Bremer, assunse presto altre funzioni, incluso l'ingaggio nella battaglia con l'esercito del Mahdi nel 2004. […]. Gli agenti della Blackwater hanno aperto il fuoco su piazza Nisour a Baghdad nel 2007 uccidendo 17 persone”.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA NICHELLI

“Le imprese militari (military contractors) sono la forza paramilitare del regime. I mercenari della Blackwater, molti dei quali addestrati nei più orribili stati polizieschi dell’America Latina, hanno operato in Iraq al di fuori di ogni controllo da parte della legge irachena, americana e militare, assassinando un numero imprecisato di iracheni innocenti con totale impunità. In patria, il contratto con la Blackwater ha fornito centinaia di guardie armate della sicurezza sull’onda dell’uragano Katrina a New Orleans, e ci sono prove che essi hanno sparato sui civili. Il piano di affari della Blackwater prevede nel futuro, con il sostegno dei più grossi gruppi di pressione, l’impiego in disastri ed emergenze in tutti gli Stati Uniti”.
Fonte: Michelle Roberts, "Nearly 800 Contractors Killed in Iraq," Associated Press, 23 February 2007.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ADELINA BOTTERO

Nel frattempo, in Italia, il Corriere della Sera, ossia il maggior quotidiano nazionale, dedicava un lungo articolo a Antonio Marrapese, “casertano di origine, formazione internazionale, rappresentante legale per l' Italia di Defence security training service corporation (la numero due al mondo nel settore della sicurezza dopo il gigante Blackwater)”:

mercoledì 21 marzo 2007

Slavery and the Constitution


Chattel slavery is the extension of market relations to the human person, as a marketable property and human commodity (res commerciabilis) or legal tender, outside the domain of mutual obligation.

In 1550, Spanish emperor Charles V called a halt to military operations in the New World, until the status of Native Americans, together with the morality and legality of the Spanish conquest, had been thoroughly debated. A group of theologians and jurists was convoked in Valladolid, to listen to the arguments of Bartolomé de Las Casas and Juan Ginés de Sepúlveda and settle this question once and for all.

The bull “Sublimis Deus”, issued in 1537 by Pope Paul III, had already clarified the Holy See’s official position on the subject. The Pope condemned slavery and the portrayal of Indians as “dumb brutes created for our service”, incapable of exercising self-government, free will, and rational thinking, and therefore of receiving the message of Christ. Las Casas, elaborating on this bull and on the writings of Francisco de Vitoria, a Dominican professor at the prestigious university of Salamanca, decried the barbarity of Spaniards by contrasting it with the meekness, humbleness and good-heartedness of the Indians. Sustained by an unswerving faith in the essential unity of humankind and by his conviction that a commitment to global justice was a moral imperative, he argued that Indians were fully capable of governing themselves and were entitled to certain basic rights, regardless of the nature of their practices and beliefs, which should anyhow be understood from an indigenous point of view.

Sepúlveda, who knew very little of the Spanish colonial subjects, drew on the doctrine of natural law and on pragmatic realism to marshal most of the arguments which would be later deployed by American anti-abolitionists. He explained that, given their innate physical and intellectual inferiority, Indians should be assimilated to Aristotle’s “natural slaves.” In consequence of their being ruled by passions rather than reason, Indians were born to be slave. As men ruled over women, and adults ruled over children, so inferior races should be subordinated to the will of superior races. This allowed for the enslavement of indigenous people and Africans.

Puritan settlers in North America took the same stance as Sepúlveda, and resorted to natural laws to validate the claim that religious conversion could not change the legal status of African slaves or Indians. Their status would instead be anchored to biological, and thus inalterable, attributes, which justified hereditary slavery and perpetual bondage for African-Americans and Native Americans. Because their status was equivalent to that of domestic animals or infants, slaves enjoyed no legal protection: only their commercial value shielded them from the structural violence of a society that regarded them as less than human. Slavery was described as a necessary evil, not the result of greed, callousness, and “human parasitism.”

In 1700, Indians accounted for one fourth of all South Carolina’s slaves and in 1790, when the Naturalization Act was introduced, which restricted American citizenship to “free white persons,” nearly one third of the people living in the American South were black slaves. The paradox of a society fighting for freedom and for pre-social individual rights and granting juridical personality to corporations, ships and states, but at the same time tolerating that 20 percent of the population was subject to chattel slavery, is epitomized by John Adams’ protest against the English yoke, in 1765: “We won’t be their Negroes.”

Even though they may have expressed doubts about the morality of slave ownership, George Washington, James Madison, and Thomas Jefferson profited from it and were evidently prepared to live with it. When southern delegates refused to support a government and a Constitution hostile to their economic and political interests, northern delegates sought all sorts of compromises to avoid conflict. Abolitionist William Lloyd Garrison called the final draft of the Constitution “a covenant with death, and an agreement with hell.” Indeed, consensus was bought at the highest price: the constitutional sanctioning of slavery, an institution irreconcilable with the libertarian spirit of the Constitution, but not with its protection and promotion of private property and enterprise.

Also, the “Fugitive slave clause” of Article IV of the Constitution prevented fugitive slaves who had reached an abolitionist state from being freed. What is more, the southern delegates managed to persuade their northern equivalents to include slaves in the determination of the apportionment of the members of the House of Representatives. Irrespective of their status as property, each slave would be counted as three-fifths of a free man, thus greatly augmenting the political power of the Southern States. As a result, twelve out of the first sixteenth American presidents were Southern slaveholders although, by 1804, slavery had been substantially abolished in the Northern states, where an inclusive civic nationalism had taken root.

Thus, for all intents and purposes, it may be said that the American Constitution protected the peculiar institution and the Southern caste society until the outbreak of the Civil War. In Dred Scott v. Sandford 60 U.S. (19 How.) 393 (1857), Roger Brooke Taney (1777-1864), Chief Justice from 1836 until his death in 1864, a Catholic and a former slave-owner, played a significant role in furthering the sectional interests of those who interpreted the meaning of the Constitution as precluding the federal government from applying restrictions to the citizens’ right to property. This would include the property of slaves, which was protected by the due process clause of the Fifth Amendment. Echoing Sepulveda’s arguments, he maintained that, in 1787, blacks were not expected to become citizens and to exercise the associated rights, for they were considered as “a subordinate and inferior class of beings, who had been subjugated by the dominant race, and, whether emancipated or not, yet remained subject to their authority, and had no rights or privileges but such as those who held the power and the government might choose to grant them.” This infamous, though formally and historically not incongruous, decision, which foreshadowed a future Supreme Court ruling nullifying the abolition of slavery in the North, strengthened the resolve of abolitionists. Eight years and over 600,000 casualties afterwards, institutional racial slavery and involuntary servitude officially ended with the passage of the Thirteenth Amendment.

Juan Ginés de Sepúlveda


Sixteenth-century Spanish humanist theologian. He pursued theological, philosophical and juridical studies in Córdoba, Alcalá de Henares and Bologna, where he developed a keen interest in the philosophy of Aristotle.
Appointed royal chaplain, court historiographer, and tutor of Philip II by the Spanish emperor Charles V in the mid-1530s, his reactionary views drew him into numerous disputations, in which he sought to safeguard orthodoxy and stifle ecclesiastic reforms.
Besides those of Erasmus and Luther, he most famously attacked the progressive and humanitarian views of the Dominican friar Bartolomé de las Casas (1474–1566), the most outspoken advocate of indigenous rights in the Americas. Opposed to the so-called New Laws (1542), which banned slavery and regulated the encomienda, a neo-feudal institution that granted free Indian labour to Spanish landowners, Sepúlveda persuaded the emperor to revoke them. Las Casas, one of the inspirers of the New Laws, immediately sailed back to Spain to repel the assault of those, among the Spanish intelligentsia, who sided with the Conquistadors and justified the killing and oppression of the Indians.
Sepúlveda was one of them. A self-appointed champion of the interests of slavers and landowners, he had authored a treatise entitled “Concerning the Just Cause of the War Against the Indians” (1547) to provide solid philosophical underpinnings for Spanish imperialism and just war theory. In doing so, he treaded dangerously close to heresy. His heterodox outlook, tinged with naturalistic paganism and militaristic chauvinism, alienated him from the most significant academic circles of Spain. Even so, thanks to his impressive scholarship and to the support of economic potentates, he retained much of his influence.
These two intellectual giants were thus set on a collision course. In 1550, Charles V called a halt to military operations in the New World, until the status of Native Americans, together with the morality and legality of the Spanish conquest, had been thoroughly debated. A group of theologians and jurists (junta) was convoked in Valladolid, to listen to the arguments of Las Casas and Sepúlveda and settle this question once and for all. This dispute is of paramount importance because it constituted the first major articulate attempt on the part of Europeans to understand and define human variability and cultural diversity, and marked the crucial universalist/racialist bifurcation of anthropological philosophy at the dawn of modernity.
The bull “Sublimis Deus”, issued in 1537 by Pope Paul III, had already clarified the Holy See’s official position on the subject. The Pope condemned slavery and the portrayal of Indians as “dumb brutes created for our service”, incapable of exercising self-government, free will, and rational thinking, and therefore of receiving the message of Christ.
Las Casas, elaborating on this bull and on the writings of Francisco de Victoria, a Dominican professor at the prestigious university of Salamanca, as well as one of the precursors of international law and human rights theory, decried the barbarity of Spaniards by contrasting it with the meekness, humbleness and good-heartedness of the Indians. Sustained by an unswerving faith in the essential unity of humankind and by his conviction that a commitment to global justice was a moral imperative, he argued that Indians were fully capable of governing themselves and were entitled to certain basic rights, regardless of the nature of their practices and beliefs, which should anyhow be understood from an indigenous point of view.
While Las Casas, who had spent most of his life in the colonies, sided with the poor and disenfranchised, Sepúlveda, who knew very little of the Spanish colonial subjects, drew on the doctrine of natural law and on pragmatic realism to marshal most of the arguments which would be later deployed by anti-abolitionists, segregationists and imperialists. He explained that, for all intents and purposes, given their innate physical and intellectual inferiority, Indians should be assimilated to Aristotle’s “natural slaves.” For Sepúlveda, Christian blood was the only vessel of reason, therefore Indians were naturally impervious to conversion. In consequence of their being ruled by passions rather than reason, Indians were actually born to be slave and should actually be grateful that, in spite of their sinfulness, barbarism, licentiousness, and relative indifference to the institute of private property, their new masters acted as God’s instrument of redemption and regeneration. Finally, as men ruled over women, and adults ruled over children, so inferior races should be subordinated to the will of superior races. This line of reasoning clearly allowed for the virtual enslavement of indigenous people, and authorised the violent reprisals whenever the Indians refused to accept Spanish rules.
Officially, neither Las Casas nor Sepúlveda won the dispute, but the monarchy made common cause with the Church against the encomenderos, for there was a growing concern that the power of colonial landowners was rising disproportionately, and that their unwillingness to re-invest their considerable revenues was harming the Spanish economy. It is also fair to say that the Crown was motivated by sincere moral qualms.
With the benefit of the hindsight, we now know that Sepúlveda’s theses were both modern – as when he implied that the spheres of politics and religion should be kept separate and that law should reflect the reality of actual human relationships (legal realism) – and anachronistic, given that he relied on the notion of a natural causation of society and politics that was already obsolete at the time. Consequently, his propositions could not be reconciled with Spanish legal thinking, which had already taken a clear anti-slavery position, and consistently refused to sanction the exploitation of American natives under the guise of outmoded and undignified medieval contracts.
Nevertheless, exploitation and abuse continued, in Potosì as in Mexico, because the cold logic of pragmatism and greed prevailed. Only those natives who learned to avail themselves of colonial laws and acted as their own attorneys could successfully fight their exploiters.