Tutti
noi abbiamo l’aria di credere che la democrazia sia un sistema che una
volta avviato prosegue indefinitamente, come per inerzia. Dovremmo invece avere
ben presente, sempre, che si tratta di un processo precario, di cui ognuno ha
una responsabilità personale e non delegabile. Non esistono democrazie
compiute, ma solo democrazie in divenire, la cui qualità dipende da quanto
sappiamo farci carico delle nostre competenze di cittadini: informarci, confrontarci,
partecipare, protestare. La democrazia non è qualcosa che ci trascende, la
democrazia siamo noi: e ogni volta che qualcuno agirà come se funzionasse da
sola, qualcun altro avrà l’opportunità di farla funzionare come pare a lui.
Fanatico è chi percepisce la
realtà in accordo con i suoi desideri invece che obiettivamente.
Il tempo dirà se questo è stato
il blog di un fanatico o di una persona più lucida della media.
Come ha detto qualcuno, se anche
solo il 10% di quel che ho scritto è vero, ci dimenticheremo il significato
del termine “noia”.
Per il momento, come
preannunciato, questo blog chiude i battenti, con 345 articoli al suo attivo (pura casualità, almeno da parte mia! ;o). Tra qualche tempo ne nascerà un
altro, non su piattaforma google, perché è ora di sanare una contraddizione di
fondo:
Ho cercato di comunicare quel
che ho imparato in questi anni da svariate fonti, nella convinzione che
potrebbe essere utile e che la diffusione di conoscenza sia un dovere, un
privilegio ed un vantaggio per chi se ne fa carico. Infatti un’esistenza
circondata da persone che usano una giusta misura di discernimento critico nel
tenersi informate è un’esistenza ideale.
Se il mondo va come va –
centinaia di milioni di persone affamate, disoccupate, sfollate, rifugiate,
espatriate, vittimizzate/perseguitate, malate di malattie curabili, sfruttate,
schiavizzate – è perché pensiamo di essere più competenti, svegli ed altruisti
di quel che realmente siamo.
Siamo malvagi credendo di essere
buoni: per questo facciamo danni e, nel cercare di porvi rimedio, li
aggraviamo.
Siamo ignoranti credendo di
essere savi: per questo edifichiamo sistemi sociali ignoranti ed
autolesionistici.
30mila anni di processo
civilizzatore e siamo ancora degli infanti, imbelli, pronti ad affidarci alla
prima figura genitoriale che ci promette di avere la soluzione a tutti i nostri
problemi.
Siamo pigri e meccanici credendo
di essere efficaci e riflessivi: per questo non impariamo dai nostri errori e
non riusciamo ad esprimere l’enorme potenziale di bene, di “umanità”, che ci
contraddistingue.
Viviamo esistenze piagate dalla
paura, che non onorano la vita altrui e neanche la nostra, esistenze che
depredano le altre per farsi largo, per sopravvivere ad ogni costo.
La paura, l’insicurezza,
l’ignoranza e l’inerzia morale e mentale ci consegnano a oligarchi e tiranni
travestiti da leader democratici.
La tirannia più terribile non è
quella visibile, del genere in voga nelle nazioni apertamente totalitarie, ma
quella che subdolamente altera la percezione della realtà dei cittadini al
punto che non si rendono conto di non essere più liberi e non possono neppure
immaginare di aver perso qualcosa di importante; che là fuori, da qualche
parte, c’è qualcosa di diverso e migliore.
Purtroppo tutto ciò che non
rispetta ed onora la vita, essendo necrofilo, si scava la propria fossa ed è
destinato a crollare in modo spettacolare.
È quel che ci sta succedendo,
che ci piaccia o no. Ci sono moltissime persone che non sanno articolare una
frase di senso compiuto quando supera un certo livello di difficoltà e, ancora
più sconvolgentemente, devono rivolgersi ai commessi nei negozi per farsi
calcolare uno sconto del 50% (!!!).
Temo che la maggior parte di noi
abbia solo una vaga idea del livello di abissale ignoranza (analfabetismo di
ritorno) ed inebetimento raggiunto da una cospicua fetta della specie umana in
queste ultime generazioni, abbandonata a se stessa e facile preda per chi la
conoscenza la impiega per soggiogare i più deboli, i più ingenui, i più
vulnerabili.
Avendo avuto il privilegio di
poter espandere le mie conoscenze, ho cercato di fare il possibile per far sì
che qualcosa percolasse.
Nel vari post del blog ho
cercato di documentare il declino progressivo della civiltà contemporanea,
nella speranza che, quando la gente avrà perso tutto, sarà capace di
identificare i principali colpevoli del disastro e si solleverà, incluse quelle
persone che non avrebbero mai immaginato di poterlo fare e che, così facendo,
scopriranno l’incredibile potenziale celato in loro, nella loro forza di
volontà.
Ci sono potentati – ad ogni
livello – che detestano l’idea che gli esseri umani siano in grado di
autodeterminarsi e sono già impegnati a seminare disinformazione, confusione,
polarizzazione, violenza, paura – guerre, rivoluzioni, collassi finanziari,
ecc. – per ostacolare ogni tipo di trasformazione positiva. Sono così avidi,
così tracotanti, che continueranno sulla stessa rotta, fino all’inevitabile
naufragio. Titani che si credono dèi e che subiranno le conseguenza della loro
hybris/hubris.
Nessuno può prevedere con
accuratezza quel che succederà. Negli
anni a venire ci saranno certamente dei risvolti
inattesi, per via dell’interazione tra forze antagonistiche che dissimulano le
loro reali intenzioni. Ma la tendenza generale è a dir poco catastrofica,
perché chi vuole mantenere il controllo della popolazione è disperato, non ha
più nulla da perdere e fallirà, sviato dalla propensione a scambiare i suoi
desideri per la realtà (il fanatismo, appunto).
Il
problema è che questi parassiti si batteranno fino all’ultimo, a costo di
ferire mortalmente l’organismo che stanno vampirizzando (non sono lungimiranti)
e quindi c’è da aspettarsi di tutto: dai falsi attentati terroristici, alle
false sollevazioni popolari, alle guerre “umanitarie” su scala globale, alle
operazioni di infiltrati ed agenti provocatori, forse persino alla
disseminazione di agenti patogeni per sfoltire le masse risentite e
vendicative.
Inevitabilmente,
però, commetteranno degli errori di valutazione e la gente, improvvisamente,
prenderà coscienza di quel che sta realmente accadendo, uscendo dal suo
rimbambimento patologico. Le trasformazioni climatiche-ambientali e le
catastrofi naturali faranno il resto, sabotando ogni tentativo di imporre un
dominio assoluto sui superstiti.
Nei
vari post del blog ho anche cercato di indirizzare i lettori verso il tema
della coscienza/consapevolezza e lontano dal paradigma
corpo-centrico/materialistico/riduzionistico che ci rende egotistici, limitati,
infantili, violenti, meschini, superbi e, soprattutto, parziali e faziosi.
Sono
convinto che le prese di coscienza producano effetti insospettabili, ad ogni
livello dell’esistenza umana: un semplice battito d’ali
di farfalla può creare effetti inauditi.
Questo mi è stato insegnato: che la questione centrale per tutti noi è
l’interpretazione obiettiva della realtà. Per chi non si sforza di essere
obiettivo, per chi si fa guidare da preconcetti e pregiudizi, le lezioni
karmiche continueranno ad essere molto dolorose ed insistite.
Quanto
a questo, un vizio di fondo del blog è che è pervaso dalla sindrome
del salvatore. Questa è un’ulteriore ragione per chiudere baracca e burattini.
Non sono riuscito a sottomettere il mio narcisismo e la convinzione di avere
una missione da compiere, sebbene abbia ben chiaro in mente che, nella
Creazione, ognuno se la deve cavare da solo e non c’è nessuno che fa il tifo
per me o per gli altri. Ciascuno deve percorrere la sua strada, ricavarsi il
proprio percorso. La salvezza deriva unicamente dalla conoscenza (attiva), non
dalla grazia (passiva). Non si deve seguire nessun altro: ciascuno è la guida
di se stesso. Più si apprende, più si è consapevoli, più si è nella posizione
di praticare una vera autodeterminazione, maggior
controllo si acquisisce sul proprio destino, meglio ci si sa
difendere. Poiché la conoscenza non ha limiti, il suo valore è infinito.
Ho cercato di dare un contributo
in questo senso, ma è probabile che, procedendo oltre, i vizi di fondo si
acuirebbero, a discapito della qualità del servizio ai lettori.
Serve qualcosa di diverso, un
blog in cui si senta molto meno la mia voce e trovino più spazio le voci altrui.
Perché solo una pluralità di voci avvicina al vero. Perché, altrimenti, invece
di scambiare, comunicare con gli altri, creare
una rete, condividere idee e, in questo modo, maturare – l’interazione e lo scambio di informazioni ed
emozioni rendono più acuto ed efficace il processo di apprendimento –, ci si
fissa su se stessi, si pretende di determinare i bisogni altrui invece di
rispettare i loro modi, tempi e sensibilità; si precipita nell’involuzione e
nella regressione.
C’è
anche una considerazione più prosaica dietro a questa scelta. Se uno presenta
quel che sa come farina del suo sacco si espone ad attacchi e reazioni negative
da parte di chi ha un disperato bisogno di difendere le sue verità e vede ogni
assalto alle sue convinzioni come una pontificazione o un’offesa personale.
Purtroppo l’umanità è quella che è, viziata dal risentimento che trae origine
dall’egocentrismo e dalla superbia.
Numerosi
blogger più svegli di me hanno già capito che la cosa migliore da dire è:
“questo è quel ho letto/sentito –
sta a voi decidere se vi garba oppure no”.
Ci ho messo un po’ a capirlo…Ragione
in più per dar spazio a chi è più in gamba di me, in un nuovo blog, in un Mondo Nuovo.
Ogni individuo ha
il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non
essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza
riguardo a frontiere.
Art. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”
Tutti hanno
diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo
scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Art. 21 della Costituzione
“La legge punisce con un
anno di carcere e 45 mila euro di ammenda chi nega uno dei due genocidi
riconosciuti dalla legge francese (quello ebraico e, dal 2001, l'armeno)”: http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=160943
Argomenti contro questa legge:
-Rendere illegale un’idea è
orwelliano;
-È controproducente perché suscita
il sospetto che si voglia difendere un interesse particolare ed occultare una
verità sconveniente;
-Priva l’opinione pubblica della
possibilità di ascoltare una pluralità di voci, impedisce la circolazione di
idee;
-Introduce dogmi e tabù
all’interno della storiografia;
-Rende concepibile il proposito di
stabilire per legge la verità dei fatti;
-Nega il dato di fatto che la
storiografia, per poter esistere, dev’essere revisionista. Lo storico cerca
nuove prove, formula nuove ipotesi, accantona teorie superate, non sottosta ad
un’unica verità imposta dall’alto;
-Nega la possibilità che si
possano commettere degli errori, nega il diritto di essere intellettualmente
disonesti (il che si potrebbe ritorcere contro i politici);
-Come si fa a stabilire un confine
tra opinione e falsità?
-Una democrazia che teme idee
diverse non ha futuro;
-Una società che tratta i suoi
cittadini come degli infanti che vanno protetti dalle “cattive influenze” e
decide per loro a quali idee possano essere esposti o meno non è democratica, è
autoritaria;
Ergo, la Francia, ufficialmente, non è più una democrazia.
1. Partiamo
subito dal suo libro. E’ felice autore di “Oligarchie per popoli superflui”
della casa editrice Koinè. In che senso superflui? Almeno detengono qualche
minimo potere?
R. – Che potere
vuole che detengano i popoli, dato che gran parte delle decisioni importanti
sono prese a porte chiuse, che gran parte della ricerca scientifica,
tecnologica e militare si fa in segreto, che la metà della popolazione non è in
grado di capire un articolo di giornale di media difficoltà, che sì e no il 7%
della gente legge libri, e forse l’1% si documenta in qualche modo sui fatti
economici e geostrategici rilevanti? E che dire dell’Italia, che ha un livello
culturale particolarmente basso e una scuola particolarmente degradata?
Il potere
reale è in mano ai grandi cartelli della moneta, del credito, delle materie
prime, dell’informazione, della tecnologia. E’ sociologicamente acquisito,
oltreché empiricamente evidente, che non esistono e non sono mai esistiti,
nelle società strutturate, sistemi di potere governati dal basso, ossia
sostanzialmente (e non solo formalmente) democratici. Negli USA, ad esempio, il
potere è in mano a quella che la sociologia definisce power élite, formata dai
vertici della finanza, della politica e delle forze armate. In essa si entra
soltanto per cooptazione. Gli atti e i programmi di questo potere vengono
decisi dietro porte chiuse, non pubblicamente, e sovente nemmeno in forma
scritta. Tra il luglio 2003 e il luglio 2007 la Fed ha creato liquidità per
16.000 miliardi di dollari senza nemmeno dirlo (Audit GAO 2011).
[qui è
possibile che ci sia un errore cronologico. Rimando alla nota a conclusione dell'articolo perché la questione è particolarmente interessante e a dir poco sconvolgente*]
La BCE non
rilascia il dato sui prestiti che concede. Nelle elezioni popolari, solo
piccole frazioni di potere reale vengono messe in gioco. Le decisioni di
politica economica, i grandi indirizzi, le grandi manovre che interessano la
vita della gente, sono stabilite segretamente e portate avanti da organismi non
elettivi, non responsabili, non trasparenti, come i direttorii delle banche
centrali, i vari G2, G7, G8, G20. O i Gatt e Gats, il FMI, il WTO…
Ciò premesso,
nel corso dell’ultimo centennio è avvenuto un cambiamento fondamentale nel
sistema di potere: oggi, il potere non è più suddiviso tra molte oligarchie
nazionali e territoriali, ma concentrato in poche organizzazioni globali,
monopolistiche di risorse primarie, come la moneta, il credito, le commodities.
Non è più legato a territori specifici o popoli specifici, ma è extraterritoriale,
smaterializzato, informatizzato, finanziarizzato. Non ha più bisogno di grandi
masse di combattenti, agricoltori, operai, coloni, elettori. In questo senso, i
popoli sono divenuti superflui, sostituibili, expendable [sacrificabili]. Anzi,
sono un problema ecologico, in termini di inquinamento ed esaurimento delle
risorse, ma anche di instabilità, dovuta ai conflitti per il possesso dell’acqua
e di altre risorse sempre più scarse.
2. Crisi di
liquidità: Lei dichiara che gli interventi montiani significano fare un
salasso a una persona che sta morendo di anemia. Afferma che
questa sia prodotta in modo mirato e strategico manovrando le leve del rating
etc. Per fare cosa? Quale è il fine?
R.
Effettivamente il sistema-paese sta collassando, economicamente, non per
mancanza di fattori di produzione, ma perché gli è stata deliberatamente
tolta liquidità attraverso la restrizione dei criteri del credito, la
politica riduttiva dei redditi, gli alti tassi di interesse, la pressione degli
interessi passivi e delle tasse, che in buona parte pure vanno a pagare il
servizio del debito pubblico, e ovviamente i tagli della spesa pubblica. Carenza
di liquidità che produce anche carenza di investimenti, quindi di
infrastrutturazione e aggiornamenti necessari a mantenere la competitività.
Ciò premesso, da più parti si fa notare che la recente manovra del governo va
nel senso di aggravare tale situazione di “anemia”, perché drena la poca
liquidità residua nel sistema aumentando le tasse, colpendo le pensioni, i
consumi, mettendo in fuga i capitali verso l’estero; inoltre colpisce duramente
il settore dell’edilizia, che è quello che innesca le fasi di recupero nel
ciclo economico, e ha depresso il morale della popolazione e la sua propensione
agli acquisti: già a natale abbiamo avuto un crollo.Rispetta
invece tutte le rendite parassitarie, i privilegi e gli sprechi di politica e
amministrazione, mentre programma grandi acquisti di cacciabombardieri, a
vantaggio degli industriali stranieri che li costruiscono. Il recente
rifinanziamento delle pericolanti banche italiane, peraltro dovuto più a Draghi
che a Monti, non sta apportando credito nell’economia reale, anche perché il
governo, nel concedere loro la sua garanzia, non le ha vincolate ad immettere
moneta nel sistema. Le misure per il rilancio della fase due appaiono
semplicemente derisorie. Insomma, il governo sembra far di tutto per
impedire una ripresa economica, limitandosi ad aggiustare i conti sulla
carta nel brevissimo termine, ma a spese della possibilità di recupero dell’economia
reale, le cui prospettive a 3 anni e oltre sono perciò valutate negativamente
dai mercati finanziari (aste 28-29.12.11), sui quali lo spread del btp rimane
altissimo.
La storia
economica recente ha, del resto, ripetutamente mostrato che le politiche
di tagli e tasse, giustificate con l’affermazione di voler risanare i conti,
hanno prodotto, nel giro di qualche anno, effetti contrari, con aumento del
debito pubblico, recessione, avvitamento fiscale. Così pure sta
avvenendo in Grecia, e il FMI ha sostanzialmente ammesso l’errore della ricetta
imposta a quel paese. In base a tali osservazioni sorge il legittimo
quesito: perché mai Monti fa tutto ciò, dato che non può non sapere che
gli effetti di ciò che fa saranno controproducenti, tale da produrre una crisi
recessiva, occupazionale, sociale? In che strategia si colloca la sua azione?
Persegue forse un fine più ampio, sacrificando ad esso l’economia nazionale,
perlomeno nel breve e medio termine? E nell’interesse di chi? Forse dei
poteri forti finanziari, di cui Monti nega di essere emissario?
In realtà Monti
non ha introdotto una variazione di rotta, ma solo un’accelerazione, con in più
una tutela specifica per gli interessi delle banche. La sua politica
non è una cosa nuova, ma sta semplicemente continuando ciò che i precedenti
governi hanno fatto in Italia, e non solo in Italia. Le accuse mosse a Monti e
al suo governo di essere emanazioni dei poteri forti che si sono impadroniti,
con essi, dello stato, non considerano che Monti, in sostanza, fa quello che
han fatto gli altri. Sul piano oggettivo, infatti, la storia italiana, da
un trentennio circa, è caratterizzata da un grande ed evidente processo,
che avanza su due gambe.
La prima è la
sistematica cessione (con la giustificazione della riduzione del debito
pubblico e della maggiore efficienza della gestione privata) degli assets
strategici (grandi mercati, grande industria, industria capace di ricerca e
alta formazione, banche strategiche, servizi pubblici con connesse posizioni di
monopolio) a potentati finanziari privati, quasi interamente stranieri.
La seconda è il
trasferimento di poteri politici, delle funzioni sovrane, compresa la sovranità
monetaria, comprese le funzioni di bilancio, compresa la politica fiscale),
compresi – per finire – i cordoni della borsa, a organismi decisionali
tecnocratici, che fanno capo alla BCE e al sistema bancario, quindi sempre ai
predetti potentati finanziari privati.
La prima gamba
viene presentata come processo di liberalizzazione, ma si è risolta sinora in privatizzazioni
di posizioni monopolistiche o simili; la seconda come processo di
integrazione europea, ovviamente, quegli organismi di europeo hanno solo il
nome, essendo essenzialmente “apolidi” e non solidali coi popoli.
Giuseppe De
Rita, nel suo recentissimo saggio L’eclissi della borghesia, spiega che le
privatizzazioni delle industrie di stato sono state controproducenti anche al
fine di ridurre il debito pubblico, perché hanno fruttato 147 miliardi che sono
stati usati per pagare interessi passivi, e sono costate perdite di posti di
lavoro, di centri di ricerca e di formazione sia tecnica che manageriale unici
in Italia, quindi un decadimento delle competenze, oltre a un incremento della
dipendenza strutturale dal capitale straniero. Una nuova stagione di
tali privatizzazioni servirebbe solo a completare la riduzione dell’Italia in
una condizione di totale asservimento e subordinazione anche culturale e
manageriale.
Il risultato
tendenziale dell’avanzata di queste due gambe, è il superamento dello
stato nazionale, la riorganizzazione del sistema di potere reale a livello
soprannazionale, tendenzialmente globale, con lo svuotamento dello stato
nazionale, sia come organismo politico, sia come sistema-paese, di ogni sua
autonomia (monetaria, finanziaria, economica, politica, giuridica), e la sua
sottoposizione, quale provincia privata di autonomia e dipendente per tutto, a
gestori sovrannazionali. Questi organismi-gestori hanno carattere
tecnocratico, autoreferenziale, non trasparente, non “accountable”, non
partecipato dal basso, esente da controlli e condizionamenti da parte di
organismi rappresentativi della popolazione, non sottoponibili nemmeno al
controllo giudiziario.
Gli statuti
della BCE, della BIS, del MES sono chiarissimi esempi di ciò. Si unificano gli
stati, riducendoli a province senza autonomia, e sottoponendoli a un governo
centralizzato. Questo processo, che realizza operativamente il primato
della finanza speculativa sull’economia reale, e si accompagna all’eliminazione
della classe intermedia nonché a una graduale ma profonda
attenuazione dei diritti partecipativi, politici e civici, compresi quelli
afferenti alla privacy e alla condizione di lavoratori, di contribuenti, di
utenti dei pubblici servizi.
Il progetto in
esame, avviato negli anni ’80, col programma di privatizzazione della sovranità
monetaria e di finanziarizzazione dei debiti pubblici, è in fase avanzata di
realizzazione. Maastricht, la BCE, Lisbona ne sono state ulteriori tappe
importanti. Per far accettare ai vari popoli, sindacati, partiti
politici, i vari passaggi, sempre più dolorosi e compressivi, di questa via
crucis – la perdita di indipendenza, di diritti, di sicurezze, di reddito, di
dignità – sembra che si stia ricorrendo a una serie incalzante e incessante di
crisi, shock, allarmi, creati ad hoc, che rendono i popoli stessi più
arrendevoli e malleabili, come spiegato da Monti stesso nella famosa intervista
alla Luiss:
dove afferma
che abbiamo bisogno delle crisi per far progredire il processo di
integrazione – ovviamente, un progetto generato e deciso dall’alto, non dal
basso, democraticamente. Anzi, neanche reso noto al popolo su cui esso
si compie.
Ecco allora
che anche la crisi, l’emergenza, verso cui le politiche lacrime e sangue, tagli
e tassi, portano non solo l’Italia ma anche altri paesi, possono avere questa
funzione: vincere le resistenze. Questa può essere una spiegazione del
perché mai si fanno manovre che avranno, con virtuale certezza, un effetto
recessivo sull’economia, e che quindi produrranno crisi, allarme, emergenza. Si
tratta di applicazione del metodo shock-and-awe, che trovate
analizzato nel saggio mio e di Paolo Cioni sulla manipolazione mentale, Neuroschiavi
[libro che consiglio di leggere].
La gente non
ci pensa, i mass media non lo mettono in evidenza, ma proprio adesso si
sta procedendo alla sottrazione ai singoli paesi dei poteri di bilancio, di
politica economica, di imposizione tributaria e al loro conferimento ad
organismi autocratici, non eletti, non responsabili – quindi con caratteri
contrari alla civilizzazione europea, e tipici piuttosto delle autocrazie
asiatiche. Organismi che fanno gli interessi dei soggetti più forti, a
spese degli altri.
Tra questi organismi
spicca il MES, o Meccanismo Europeo di Stabilità (controllare per
credere il sito:
in corso di approvazione dai vari parlamenti, nel totale silenzio dei media –
silenzio quanto mai opportuno, perché il MES costa moltissimo: l’Italia dovrà
sborsare circa 130 miliardi, che verranno prelevati con prossime manovre, e poi
sarà il MES a fare le manovre fiscali, dal prossimo Marzo. Vi è un altro
aspetto, concernente quella che ho definito “la prima gamba”: il decreto “Salvitalia”,
come ha giustamente detto Piergiorgio Odifreddi il 28.12, intervistato da
RaiNews 24 a Cortina Incontra, porterà l’Italia in condizioni di dover
vendere o svendere, per far cassa e ottenere aiuti ottemperando a “condizionalità”,
il patrimonio pubblico e i servizi pubblici al capitale privato di quella
grande finanza – nel che qualcuno potrebbe ravvisare conflitti di interessi del
governo dei banchieri, del tipo di quelle che si rimproveravano a Berlusconi in
relazione alle sue aziende.
3. Ma la
classe politica italiana, che può fare, in questo contesto?
R. I partiti
politici possono esigere che il governo “tecnico”, in cambio del loro voto che
gli dà la necessaria copertura “democratica”, non tocchi le loro clientele, le
loro poltrone e prebende (compreso il finanziamento pubblico), che non faccia
la spending review e non introduca le best practices, ma che riempia la loro
mangiatoia di soldi spremuti con le nuove tasse. La Chiesa può esigere che, in
cambio dei voti che controlla, e del controllo delle coscienze che le rimane,
il governo non tocchi i suoi privilegi fiscali, l’otto per mille, i sussidii.
Le mafie possono esigere che il governo non metta in vendita i 25 miliardi di
beni confiscati loro dallo Stato, e che non disturbi troppo i loro traffici con
droga, immigrazione e appalti. Berlusconi può esigere che il governo, in cambio
del suo sostegno, mantenga i privilegi di Mediaset. I parlamentari nominati
possono dirgli: “Noi ti diamo il voto, se tu non tocchi i nostri stipendi di
16.000 Euro al mese anche se la gente protesta.”I banchieri possono
semplicemente dire: “Bravo, continua così!”. Insomma, si può realizzare
un’alleanza degli interessi delle caste nazionali e di quelli del grande
capitale internazionale.
4.
Monti-Napolitano. Lei ci ha visto un asse…
R. Si potrebbe
dire, per battuta, che Napolitano collabora a quel piano di dissoluzione dello
stato nazionale italiano proprio mentre assai enfaticamente ne celebra il
centocinquantenario della nascita. Ma non dobbiamo vedere le scelte
politiche di questo o quel governo o capo di stato come frutto di iniziative di
Napolitano od Obama o Berlusconi o Sarkozy o Draghi o, in generale, di persone
specifiche. Non vi sono iniziative e responsabilità personali, o di una
maggioranza di governo, perché non vi è libertà di scelta politica di
fondo, nell’area del Dollaro e del FMI. Né, ancor prima, di modello
macroeconomico di riferimento. Oramai la politica economica, quindi la
politica tout court, è unificata, dettata dal cartello mondiale monopolista
della moneta, e guidata dal medesimo modello mondializzato, quello della
grande finanza, del Bilderberg, della Trilateral, della Goldman Sachs.
Nella
costituzione reale dell’Italia, che non è ovviamente quella formale e
dichiarata, ma che regola innanzitutto il ruolo e gli obblighi dell’Italia come
paese vinto e tributario, sottomesso al vincitore, quindi a sovranità
limitata, con oltre 130 basi americane – in questa costituzione reale, il
capo della stato può avere la funzione di assicurare (usando i suoi fortissimi
poteri di pressione, legittimazione, delegittimazione) che il governo e il
parlamento italiani ottemperino alle richieste della potenza dominante, persino
partecipando alle sue guerre, problematicamente rispetto all’art. 11 della
Costituzione. La potenza dominante, vincitrice dell’ultima guerra
mondiale, è il cartello finanziario angloamericano, quello che ha imposto
Bretton Woods, il Gatt, il Gats e molte altre cose, in primis il modello
interpretativo generale dell’economia, quello della Scuola di Chicago.
Però il
superstato europeo è così radicalmente non-europeo, proprio perché autocratico,
simile alle autocrazie orientali di cui l’Europa ha sempre avuto un profondo
orrore e disprezzo, che non è nemmeno detto che riesca a imporsi o che resista.
La sua minaccia, ormai percepita, può risvegliare proprio quello spirito di
lotta per la libertà, tipicamente europeo, che ripetutamente ha vinto contro
forze immensamente superiori: lo spirito che ritroviamo nelle Guerre Persiane
narrate da Erodoto, nell’impresa di Leonida cantata da Simonide, nella morte di
Socrate, Zenone, Seneca, o recentemente in quella di Ian Palak; nella lenta
resurrezione del pensiero critico, filosofico, scientifico dai secoli di
repressione dogmatica da parte di un’istituzione religiosa pure profondamente
asiatica per origini e ordinamento. E ancora nella lotta degli empiristi e dei
Lumi contro l’assolutismo, nella rivoluzione francese, nella resistenza
liberale ai tre totalitarismi del secolo scorso. Il risveglio di questo spirito
coraggioso e libertario sarà vieppiù probabile, se il superstato europeo sarà
percepito come un Quarto Reich germanico.
5. Quali le
differenze tra Berlusconi e Monti e tra il governo Berlusconi e il governo
Monti?
R. Poche,
oggettivamente. Monti, Tremonti, Berlusconi, Merkel, Sarkozy e molti altri –
praticamente tutto il mondo che sta nel sistema del Dollaro, come ho già detto –
hanno il medesimo modello macroeconomico di riferimento, neomonetarista,
neoliberista, finanziarizzante. Quindi anche ricette simili. Che non hanno
affatto prodotto i vantaggi promessi, ossia l’ottimale distribuzione delle
risorse e dei redditi assieme alla prevenzione o al rapido riequilibrio delle
crisi, bensì hanno prodotto fortissimi vantaggi per una ristretta élite,
impoverimento e insicurezza per gli altri. In quanto alle manovre, come già
detto, si sono rivelate recessive, distruttive per le capacità industriali,
peggiorative per i conti pubblici, per il rating, per la borsa, e foriere di
avvitamento fiscale. Ciò che è cambiato nel passaggio da Berlusconi a
Monti e al suo governo di banchieri, è che adesso il cartello bancario sta
mettendo la faccia nel governo del paese, ossia assume direttamente, attraverso
i suoi uomini, il governo del paese. Così anche in Grecia, col passaggio da
Papandreou a Papademos. E che sta accelerando il collasso del paese.
6. Si può
pensare di uscire dall’euro? O è meglio resistere?
R. Da
quest’anno siamo tenuti, secondo le norme “europee”, a ridurre lo stock di
debito pubblico di 45 miliardi ogni anno – cosa non fattibile, che
comporterebbe una recessione mortale.
Pensate invece
a un’Italia che poteva essere, e a cui si è rinunciato. A un’Italia
pre-1983, pre-divorzio tra lo stato e Bankitalia. Libera da Maastricht, con
un debito pubblico non finanziarizzato, quindi non ricattabile. Il debito
pubblico italiano esplose dopo quel divorzio e proprio per effetto della
finanziarizzazione, che ci rende ricattabili sia dai baroni-predoni della
finanza internazionale che da modesti politici borniert e bornés,
elettoralmente perdenti. Potevamo continuare col mix del successo italiano
(compresi deficit vantaggiosamente finanziato da Bankitalia e ampia evasione
fiscale che manteneva il frutto del lavoro nel circuito produttivo anziché in
quello sterile dello stato), aggiornandolo con più ricerca e innovazione
tecnologica. Vi immaginate quante imprese avremmo attirato, di quelle che dall’Europa
occidentale sono emigrate a Est e a Sud? E quante imprese italiane sarebbero
ancora vive e in Italia? Oggi potremmo entrare nell’eurosistema dettando le
condizioni, anziché subirle e finire in una posizione di subordinazione e
sfruttamento. Era il vecchio sistema, che consentiva allo stato di farsi
propulsore e protagonista dell’economia, quindi permetteva all’Italia di
crescere e di vivere bene, pur avendo un meridione e un apparato statale molto
inefficienti e costosi. Dopo la finanziarizzazione del debito pubblico, la
globalizzazione, le privatizzazioni, i vincoli di bilancio, la cessione della
moneta e della sovranità, non è più possibile perseguire lo sviluppo. I
settori produttivi non riescono più a sostenere il resto del paese. Si può solo
prelevare con le tasse la ricchezza accumulata e usarla per far quadrare i
conti ancora per un anno o due, fino ad esaurimento, senza prospettive. Si
diceva che i vincoli di bilancio e la moneta unica avrebbero costretto l’Italia
ad adeguarsi all’efficienza e alla correttezza europee, ponendo fine agli
sprechi e alla corruzione. Così non è stato e non poteva essere, perché il
clientelismo, il parassitismo, è una mentalità, un’abitudine sociale
inveterata, che non si cambia se non in diverse generazioni oppure attraverso
sconvolgimenti radicali. I governi italiani hanno approfittato dei primi
anni dell’Euro, in cui si pagavano bassissimi interessi sul debito pubblico e
non vi era l’attacco speculativo, non per ridurre lo stock di debito pubblico e
fare investimenti, ma per alimentare la spesa clientelare e a spreco, perché è
da essa che i partiti traggono consenso, potere e profitti.
Dopo questo
fallimento, come si può credere che un paese efficiente come la Germania,
capace di integrare la DDR, capace di crescere nella crisi mondiale, rispettoso
delle regole, accetti di integrarsi con un paese come l’Italia, da quasi vent’anni
in declino, retto da una partitocrazia incompetente e corrotta, permanentemente
incapace di correggere le proprie storture, di cui un’ampia parte sopravvive
grazie a sussidii e non è nemmeno in grado di smaltire i rifiuti solidi urbani?
Fare sacrifici per integrarsi con la Germania è assurdo: quell’integrazione
non avverrà mai. La Germania punta a neutralizzare l’Italia come concorrente sui
mercati internazionali, e a liberarsi dal debito pubblico italiano. Leggete
Sommella a pag. 3 di MF del 3 Gennaio: lo spiega benissimo. Monti è l’uomo
che la Merkel ha voluto a questo scopo, dopo che le banche tedesche avevano
provocato l’impennata dello spread vendendo massicciamente i btp.
Uscire dai trattati istitutivi dell’eurosistema è
giuridicamente possibile, e secondo me è meglio uscire sia da esso che dall’UE,
che continuare su questa strada, per diverse ragioni, e non solo per il fatto
che il prezzo che dobbiamo pagare, per restarci, e sempre più alto, sia in
termini economici, sia di perdita di libertà rispetto al sistema bancario e
alle sue emanazioni politiche come le c.d. istituzioni europee e i governi
commissariali. Sempre più alto, e non si vede limite al suo innalzamento, che
sembra prodotto artatamente, per prenderci tutto, emergenza dopo emergenza,
senza nulla dare, se non boccate d’aria per proseguire su quel cammino di
assoggettamento.
Ulteriori
ragioni per uscire dall’eurosistema sono che la BCE non è una banca
centrale, perché non è autorizzata ad assicurare l’acquisto dei titoli del
debito pubblico dei paesi aderenti in modo idoneo a sottrarli all’aggiotaggio
dei grandi predoni finanziari. Se avessimo una vera banca centrale, questa
potrebbe farlo, come fa la Fed, la banca centrale nipponica, quella britannica.
E come la Banca d’Italia prima del 1981! Se la massa monetaria dell’euro
deve essere coperta da titoli americani, dollar-backed, allora la BCE è come
uno switch-board sottoposto alla Fed, non una banca centrale di emissione al
servizio dell’Europa, bensì un qualcosa di imposto imperialisticamente per
impedire che gli europei abbiano una banca centrale effettiva propria, in modo che
l’euro dipenda dal dollaro e non gli contenda il ruolo di moneta
internazionale. Inoltre, l’euro non è una moneta, ma un insieme di cambi fissi,
analogo al già fallito SME, tra monete nazionali che sostanzialmente ancora
esistono in relazione ai rispettivi e separati debiti sovrani. Aree che hanno
livelli di produttività-competitività molto diversi, hanno quindi bisogno di
monete diverse, di cambi diversi, per poter esportare, attrarre investimenti e
turismo, crescere e infrastrutturarsi, mentre confini nazionali e monetari
dovrebbero circoscrivere aree di produttività simile. Altrimenti si ha che le
aree più forti approfittano del loro dominio sul comune sistema monetario per
usarlo a proprio vantaggio e a danno dei paesi più deboli, come la classe dirigente
della Germania fece con lo SME e come sta facendo ora con l’euro, in modo
imperialistico e violento, e in minor misura lo fa la Francia. Per esempio:
le banche tedesche e francesi prendono denaro al 2% grazie al loro rating, e
lo usano per comperare btp italiani che rendono il 6-7%. In questo modo, vampirizzano l’Italia, in quanto
da un lato si procurano liquidità per finanziare le loro economie, dall’altro
sottraggono liquidità dall’economia italiana, cioè sottraggono i mezzi sia per
gli investimenti che per i pagamenti, e spingono in su i tassi dei prestiti
bancari.
Quale capo
della BCE, Mario Draghi si è messo a finanziare, con la BCE, le banche italiane
affinché comperino il debito pubblico italiano, togliendo il boccone a quelle
francesi e tedesche – che quindi ora rischiano il downgrading, e le economie
francese e tedesca avranno meno facilità a finanziarsi. Ma la BCE presta alle
banche all’1% il denaro che queste usano per comperare btp al 7%! Perché allora
la BCE non compera il btp al 2%? Per fare gli interessi delle banche private,
che lucrano il 5% dalle tasche dei contribuenti? O perché la Fed non permette
che, nella sua area, vi sia una banca centrale concorrente? Come che sia, da
quanto sopra dovremmo imparare che i
nostri vicini europei e i nostri liberatori USA non sono amici, ma perlopiù
avversari controinteressati e sfruttatori, e che non c’è nulla di più stupido
che trasferire i poteri politici, soprattutto in materia finanziaria, ad
organismi dominati da loro, perché li usano per sfruttarci, approfittando del
fatto di essere assai più forti.
7. In
relazione alla decisione di Draghi che ha menzionato ora, ritiene che la
situazione potrebbe cambiare, che la BCE potrebbe iniziare ad agire nell’interesse
dell’Europa, dell’Italia?
[...]
8. Destra
contro sinistra è una vecchia storia. La nuova politica potremmo pensarla così:
mondialisti contro nazionalisti, ultraliberisti contro sociali. E’ d’accordo?
R. Le etichette “destra” e “sinistra” fanno ancora
presa sulla mente popolare, quindi si usano nella propaganda. Le etichette si
usano perché funzionano, non perché veridiche. Molti oggettivi
conflitti tra classi, culture, interessi persistono come in passato, ma è
divenuto primario il conflitto di
interessi tra, da un lato, l’oligarchia globale, che dispone di strumenti,
reti, monopoli globali, e soprattutto dispone del monopolio della moneta e del
credito, quindi del potere politico e militare; e, dall’altro lato, la società
che produce la ricchezza reale (lavoratori autonomi, dipendenti, imprenditori),
le popolazioni nazionali, regionali, locali, che dipendono sempre più da questi
strumenti, reti, monopoli, e che quindi sono sempre più dominate, sfruttate,
schiacciate, violentate – anche attraverso l’imposizione di emigrare in massa o
di accettare immigrazioni di massa tali da alterare la composizione e gli
equilibri dei corpi sociali.
Il conflitto
di classe, oggettivamente, non è tra imprenditore e prestatore d’opera, i quali
entrambi sono esposti alla concorrenza e producono ricchezza reale; ma tra essi
e il monopolista della moneta e del credito, e lo speculatore finanziario, i
quali si prendono ricchezza dalla società senza produrne e darne in cambio,
anzi arrecandole molti danni e togliendole libertà e sicurezza. In Italia, i
partiti della sinistra c.d. moderata si sono alleati con gli interessi della
grande finanza e apportano all’agenda politica di questa il consenso del loro
elettorato, in danno di questo stesso. Vi è però anche una sinistra
vera, quella di un Paolo Ferrero e di un Marco Ferrando, che cerca di
diffondere la consapevolezza del vero conflitto di classe.
[...]
11. Ci
descriva un possibile scenario nazionale, politico ed economico, tra 10 anni,
se si continuerà lungo questa strada…
R. Previsioni
a dieci anni non sono possibili perché il divenire storico è legato a fattori
impredicibili, come le innovazioni tecnologiche, che hanno ripercussioni molto
vaste e profonde, come potrebbe averne il raggiungimento dei limiti fisici
dello sviluppo (esaurimento delle risorse, squilibri ecologici). Ipotizzando che i fattori non cambino, mi
aspetto che l’Italia, tra un decennio, sia una provincia impoverita di uno
stato mondiale orwelliano, con qualche autonomia politica di facciata, ma
strettamente diretta da organismi sovrannazionali autocratici. Priva o quasi di
una classe dirigente e tecnico-scientifica qualificata, è gestita
prevalentemente da managers stranieri per capitali stranieri.
La gente è
incalzata dalle esigenze pratiche quotidiane, partecipa pochissimo alla vita
politica. Lavora per le necessità primarie (compresi i servizi pubblici) e per
pagare gli interessi sul debito pubblico e privato accumulato dalle precedenti
generazioni, e lo trova normale, perché ha introiettato questo compito come
scontato, e perché la controinformazione è repressa come crimine di
sedizione. Il cittadino-consumatore-lavoratore-contribuente-utente non ha quasi
più possibilità di negoziare con le sue controparti: deve accettare salari,
tariffe, tasse come gli sono fissati. Il metodo contributivo viene esteso
alla sanità pubblica: ti curano fino all’esaurimento dei tuoi versamenti per la
salute. Gli strumenti informatici consentono alla classe dirigente parassitaria
di conoscere e aggredire capillarmente i redditi e i risparmi dei cittadini col
prelievo fiscale.
A mio avviso, invece, le cose andranno molto diversamente:
* Della Luna indica il periodo
2003 – 2007 che però è quello in cui Alan Greenspan ha gettato le basi
dell’attuale crisi, fingendo di credere che le bolle si possano sanare con
altre bolle (più grandi e più numerose) e decidendo di tenere i tassi di
interesse artificiosamente bassi. L’esempio negativo della banca
centrale giapponese doveva mostrargli che la cosa non poteva funzionare;
quindi, siccome è tutt’altro che un imbecille, le sue reali intenzioni dovevano
erano diverse da quelle da lui espresse pubblicamente.
Qui ci sono diversi pareri sulle
sue responsabilità:
Il periodo che va dal 2007 al 2010 è
invece quello in cui si può collocare la cifra astronomica di16.000
miliardi di dollari, pari all’ammontare di una possibile (molto probabile) megatruffa internazionale ordita dalla
Federal Reserve e denunciata da quattro parlamentari statunitensi:
Janteloven (la “Legge di Jante”) dal
nome di una cittadina rurale immaginaria che compare in un racconto dello
scrittore danese Aksel Sandemose del 1933. Oggi la Janteloven si riferisce alla
tendenza, rilevata in Scandinavia, ma già presente nella democrazia ateniese e
nelle assemblee vichinghe, e probabilmente generalizzabile all’intero arco
alpino – pur con mille eccezioni –, a non pensare in termini di libertà
personale ma di libertà di gruppo: della famiglia, delle comunità, delle etnie;
non in termini di diritti umani, ma di diritti collettivi di
autodeterminazione. Non in termini di confronto aperto, ma di comunione
spirituale che possa rendere superflua la mediazione. La suddetta legge si può
applicare a tutte quelle società agrarie che si fondano
sull’assolutizzazione dei principi di equità, stabilità ed uniformità e che per
questo sono funestate da invidie, gelosie e livelli soffocanti di controllo
sociale, che escludono ogni istanza pluralista e liberale. Queste sono le
10 regole della legge di Jante, che sono imposte e fatte rispettare dalle
stesse vittime della loro tirannia, cioè i membri della comunità:
Non penserai mai di essere
speciale;
Non penserai mai di avere
la nostra stessa dignità;
Non penserai mai di essere
più sveglio di noi;
Non immaginarti migliore di
noi;
Non penserai mai di sapere
più cose di noi;
Non penserai mai di essere
più importante di noi;
Non penserai mai di
distinguerti per bravura in qualche cosa;
Non riderai di noi;
Non penserai che qualcuno
si preoccupi per te;
Non penserai che ci
puoi insegnare qualcosa.
Come si vede la prima
preoccupazione è quella di mantenere un forte spirito comunitario, a qualunque
costo. Anche a costo di sacrificare l’originalità, la varietà, l’ambizione
e l’iniziativa personale, in breve, il benessere. L’uguaglianza delle
opportunità perde di senso, non esistendo alcun criterio meritocratico. Non è
forse un caso che due società geograficamente molto distanti come la Svezia
ed il Giappone abbiano analoghi sistemi di coercizione (förbudsstat
in svedese) e corporativismo sociale, una simile esaltazione
dell’armonia e mortificazione della tradizione liberale ed un presente ancora
in parte segnato dalla medesima retorica delle tradizionali virtù contadine (nōhonshugi). In Svezia, come nel
resto della Scandinavia, en god uppväxtmiljö, cioè un ambiente adatto
alla crescita dei bambini, dev’essere armonioso, privo di conflitti e dispute.
L’egalitarismo (jämlikhet) e la giusta misura (lagom) sono i
principi trainanti di una società che esteriormente appare smaccatamente
moderna, ma il cui cuore batte per un romantico comunitarismo organicistico à
la Tönnies. In svedese lagom, come in lagom är bäst, vale a
dire “lagom è il meglio”, indica il giusto mezzo, ciò che è appropriato
quantitativamente, qualitativamente e moralmente – un concetto presente anche
nelle altre lingue scandinave. L’accezione non è però quella della giusta
misura, o almeno non laddove conta. Pare che il termine derivi
dall’espressione ga laget om, che significa “fare un giro (di birra)”. Essere
lagom significa essere uno del gruppo, uno che vale né più né
meno degli altri. In Svezia, tradizionalmente (ora le cose stanno
cambiando), quando si
beve con gli amici da un recipiente comune nessuno può bere più degli altri o meno degli altri, men
che meno rifiutarsi di bere perché non ne ha voglia: chi viola questa norma non
scritta infrange lo spirito comunitario. Questo dettaglio rivela delle
insospettabili analogie con la cultura collettivista giapponese. In
Giappone se si esce a cena con amici bisogna bere e mangiare quel che prende il
gruppo. Chi non lo fa è considerato estremamente maleducato, perché prende
pubblicamente le distanze dal gruppo con cui si accompagna. La società
giapponese non è per nulla egalitaria, essendo organizzata in senso
gerarchico-verticale, ma finge di esserlo. Analogamente, il principio
d’ordine della società svedese, come di quelle alpine, è l’equità (rettferd)
che si realizza nell’esigenza di evitare che qualcuno sorpassi gli altri per
status o proprietà. Ovviamente ciò è virtualmente impossibile. In Giappone si
riscontra la stessa logica nel famoso detto deru kugi wa utareru, “il
chiodo che sporge va ribattuto”.
L’origine
di questa ideologia non è difficile da individuare. È la teoria del gioco a
somma zero: alla fine della partita la vincita di un giocatore equivale
alla perdita dello sconfitto. Non v’è alcun afflusso di beni dall’esterno, se
non per grazia divina, né una parte viene distrutta. Nella realtà questo può
solo accadere in un’economia chiusa, come quella dei paesi contadini appunto.
Il mio successo deve per forza essere ottenuto a spese del resto della
comunità, il che è inaccettabile in termini di coesione sociale. Per questo
ancora oggi in Trentino può accadere che un paesano di successo sia
costretto a nascondere il miglioramento delle sue condizioni di vita, per
evitare ritorsioni collettive. Questo significa anche che la
competizione è intrinsecamente immorale, perché crea vincitori e vinti, cioè
disarmonici squilibri sociali ed infelicità. Inoltre non è lecito far
trasparire la propria felicità. In una società fatalistica essere
fortunati attira il rischio di una qualche calamità, magari invocata da chi
nutre invidia. Essere felici significa sottolineare l’infelicità altrui e quindi
generare ulteriore invidia.
In Giappone
si è risolto questo problema tramite l’usanza di elogiare gli altri e
biasimare se stessi. Una falsa umiltà di rara ipocrisia ma utilissima in
una società conformista e prepotentemente gerarchica. La legatura dei piedi
o il bonsai sono efficaci metafore di queste restrizioni auto-imposte per non
risaltare troppo nella massa. Essere diversi, pensare con la
propria testa, è visto come una minaccia.
Anche
l’Italia rinascimentale era vittima di questa sindrome livellatrice. Allora si
chiamava sprezzatura, da cui “disprezzare”, ed era una
forma di dissimulazione. Non potendo impegnarsi per essere migliore, la persona
di talento – in generale il nobiluomo – doveva fingere di eccellere in modo
disinvolto, come se non potesse farci niente: “Ce l’ha nel sangue,
non è certo colpa sua”. Una predisposizione così dirompente che uno non può
tenerla sotto controllo è un dono divino e la comunità se ne fa una ragione;
anzi si può arrivare ad ammirare questa specialità, perché non è acquisita in
cattiva fede o togliendo qualcosa a qualcun altro. Non è inappropriato
suggerire che i leader populisti siano dispensati dalle norme comunitarie
proprio come effetto di questo stesso tipo di meccanismo psicologico. Sono gli
eroi palingenetici, toccati dalla Provvidenza ed inviati a rigenerare e
rinnovare una società in frantumi.
Quante
possibilità ci sono di fare strada in una società del genere? Se sai che il tuo
successo dipende in ogni caso dal fallimento di qualcun altro, allora non sarai
mai privo di sensi di colpa, e ti sentirai sempre in debito. Sarai caritatevole
verso i bisognosi non in maniera disinteressata ma per non incorrere in qualche
sciagura karmica/divina riequilibrante; non semplicemente perché è giusto così,
perché è bello poter fare qualcosa di buono per qualcuno che ne ha bisogno.
Come
detto, la legge di Jante opera in tutto il mondo, non solo negli ambienti
rurali. In fondo il condominio altro non è che un villaggio ricontestualizzato.
Pensiamo a come il gruppo schernisce uno dei suoi membri perché “si sente
speciale”, “si sente migliore di noi”, “adesso si è montato la
testa”, invitandolo a “scendere prima di farsi male”, ecc. Oppure
quando i lettori delle riviste si deliziano nell’apprendere delle ultime
scelleratezze dei vip e delle star, augurandosi in cuor loro che siano
riportati tra i mortali, se possibile con una caduta fragorosa. È quel che in
tedesco si chiama Schadenfreude, “piacere nelle altrui sventure”.
Nei paesi anglosassoni si chiama tall poppy syndrome, dal racconto
liviano di come Tarquinio il Superbo insegnò al figlio Sesto Tarquinio
come domare i Gabii: decapitandone i capi come il padre aveva reciso i papaveri
più alti.
A
dimostrazione della sua universalità ed antichità, essa è presente anche tra
gli Oroikava della Nuova Guinea: “Gli uominibianchi non sembrano essere
soggetti alla normale economia morale delle relazioni interpersonali, quella
per cui la vista della ricchezza fa crescere negli altri il desiderio e la
cupidigia, mettendo in azione quei processi che fanno decrescere la ricchezza,
o distribuendone una parte a chi l’ha vista, come forma di compensazione, o
altrimenti generando dei sentimenti negativi di desiderio frustrato e gelosia
che spingono le persone a contraccambiare distruttivamente, con un atto
criminale oppure con un sortilegio” (Bashkow, 2006, p. 209).
Esiste
naturalmente nelle valli alpine e, guarda caso, si accompagna ad una maggiore
certezza etica e ad una minore disponibilità al cambiamento ed all’accoglienza
degli immigrati (Gubert e Pollini, 2006). Nel suo "Ilpane di ieri”,
Enzo Bianchi, pur ammettendo che la vita nelle campagne del Monferrato
poteva essere un incubo per donne, minori e non-conformisti, non si avvede che
le virtù contadine che vorrebbe preservare come “magistero umano” sono al fondo
del suo autoritarismo e soffocante moralismo. Per il priore della comunità
monastica di Bose, Fa’ el to duvèr, cherpa ma va’ avanti!,è “una
sorta di traduzione popolare dell’imperativo categorico kantiano: fare il
proprio dovere a costo di crepare è il fondamento dell’etica individuale”. A
dire il vero è una massima perfettamente compatibile con
l’interpretazione che Adolf Eichmann – “Agisci come se il principio delle tue
azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo Paese” – e il
giurista nazista Hans Frank – “Agisci in maniera tale che il Führer, se
conoscesse le tue azioni approverebbe” – hanno dato della medesima. In
altre parole obbedire alla legge significa allinearsi di buon grado alla
volontà della comunità. L’è question ‘d nen pièssla, “Si tratta di non
prendersela”, la seconda massima, sembra invece esprimere l’ideologia
dell’armonia e della conformità assoluta. La terza massima, Mesciùma
nenta el robi!, “Non mescoliamo le cose!” è corredata da un ambiguo
commento del priore: “Principio minimo di ordine che successivamente, durante i
miei studi, ho scoperto essere alla base delle prescrizioni bibliche contenute
nella tradizione sacerdotale sulla «purità». Non mescolare le cose – «non
adulterare» recita letteralmente il comandamento biblico di solito tradotto con
un improbabile «non fornicare» o con un sessuofobo «non commettere atti impuri»
– è principio di ordine che esige trasparenza di pensiero, chiarezza del
discorso, rettitudine nell’agire. […]. Nessun ibrido, nessun sconfinamento di
campo, nessun appiattimento in un magma indefinito, ma il sapore schietto di un
vino non tagliato”. O il sapore schietto dell’ossessione per la Terra e per
il Sangue (Blut und Boden), per la razza pura e l’Heimat (patria)
incontaminata da elementi esterni. Infine Esagerùma nenta! “Non
esageriamo!”, che equivale al lagom svedese ed al deru
kugi wa utareru giapponese.
Nel
Monferrato, come altrove, la ricerca (estorsione) del consenso è sempre
stato uno dei valori imperanti.
Risulta
difficile da un lato accettare il disaccordo e lo scostamento dal codice etico collettivo,e dall’altro
dare il giusto peso alle istanze private che abbiano una rilevanza generale,
laddove la nozione stessa di sfera privata è quantomai precaria ed il
livellamento sociale è la norma (cf. studi di Piero S. Colla sulla società
svedese http://books.google.it/books/about/Per_la_nazione_e_per_la_razza.html?id=sAkVAAAACAAJ&redir_esc=y).
Da
ciò deriva la forte staticità della società e l’indolenza nel provvedere a
distinguere tra gruppo di appartenenza ed individui, questi ultimi
inchiavardati in un destino predefinito ed incapaci di percepire se stessi come
possessori di un’identità separata dalla società nella quale vivono. La
rimozione di ogni discrimine tra i vari membri della comunità tradizionale
significa in ultima analisi che non possono esistere interessi qualitativamente
differenti dei quali è necessario tener conto: “Se siamo tutti uguali, non
c’è ragione di prendere sul serio delle differenze solo apparenti”. Un
compromesso, per quanto insoddisfacente, rimane un’opzione preferibile rispetto
alla collisione di posizioni contrapposte che impediscono di tutelare il
sistema di reciprocità (do ut des) che regge le sorti degli agglomerati
rurali.
Questo
tipo di società, che ricalca come detto il modello Gemeinschaft di
Ferdinand Tönnies, è totemizzato: la sua rappresentazione simbolica coincide
con i legami di lealtà, alleanza e mutualità tra i suoi membri. Questi vincoli
costituiscono un quadro di riferimento assoluto che è raramente messo in
discussione, perché la totemizzazione conferisce alla società stessa la sua
legittimità e ragion d’essere e permette di venerarla. La condizione di
estrema prossimità dei suoi membri fa sì che, anche se nessuno crede davvero di
essere uguale al vicino, ognuno senta il dovere di dar mostra di credere di non
essere migliore degli altri, per non diventare il bersaglio dell’invidia
sociale. Questa finzione di massa permette alla comunità di conservare intatti
ed immutati i rapporti, i ruoli, la serialità dei comportamenti e delle
relazioni e soprattutto le norme tradizionali e quindi le ragioni della propria
identità. In cambio chi non è parte della comunità è virtualmente inesistente,
perché la funzione totemica è intrinsecamente esclusivista: non avrai altra
comunità all’infuori di me. Questa è la sostanza di cui sono fatti gli incubi
del fondamentalismo religioso e del totalitarismo politico.
Quel che si perde in questo genere di assetto sociale
“permeante”, fondato sulla solidarietà organica, è il valore dei singoli – che
risulta derivato, mai originario – e la funzione e l’importanza del conflitto.
Non un conflitto fine a se stesso, non una divisione permanente, che sarebbe
autolesionistica. Ma l’antagonismo come corollario del pluralismo, che genera
quei legami che mantengono coese le democrazie. Una società che non è
capace di superare l’autoreferenzialità e di comprendere ed assorbire ciò che
le manca non è sana. È una distopia falsamente egalitaria che abolisce ciò che
potrebbe distinguere una persona dall’altra, sancendo che il mero atto di far
valere la propria personalità, anche senza causare danno alcuno agli altri, è
intrinsecamente sbagliato e disdicevole; in altre parole, che qualcosa è andato
storto nell’evoluzione umana.