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martedì 15 novembre 2011

Premiata Ditta Goldman Sachs



I'm a banker doing God's work
Lloyd Blankfein, 8 novembre 2009


Il potere non concede nulla senza che sia preteso. Non lo ha mai fatto e non lo farà mai. Si scopra semplicemente quel che il popolo accetterà di subire e si scoprirà l’esatta quantità di ingiustizia e di malefatte che gli sarà imposta; e ciò continuerà fino a quando non vi sarà opposta resistenza con le parole o con i fatti, o con entrambi. I limiti dei tiranni sono quelli stabiliti dalla sopportazione di coloro che essi opprimono.
Frederick Douglass, 1857

La banca d’affari Goldman Sachs è stata il maggiore finanziatore della campagna elettorale di Barack H. Obama, dopo l’Università della California (che include una giga-colletta tra i suoi quasi 200mila dipendenti), con poco meno di 1 milione di dollari di contributi:

È possibile restare insensibili ed imparziali di fronte ad una cifra del genere? No.
Questa è una lista dei membri dell’amministrazione Obama che hanno avuto legami con la Goldman Sachs:
Un’analisi dettagliata di come la presidenza Obama è stata presa in ostaggio da G-S - Fonte: Matt Taibbi, “Rolling Stones” (originale inglese non più reperibile sul sito del Rolling Stones, qui un estratto: http://www.huffingtonpost.com/edward-harrison/matt-taibbi-on-obamas-big_b_388594.html)

In Europa non siamo messi meglio. Nel giro di pochi giorni gli eurocrati hanno sostituito due primi ministri democraticamente eletti e collocato al loro posto due loro uomini, un ex commissario europeo già impiegato dalla Goldman Sachs (e dalla Coca Cola) e un ex vicepresidente della BCE, anche lui con un passato alla Goldman Sachs. Arriva il rilievo di nientedimeno che Le Monde:
“Che cosa hanno in comune Mario Draghi, Mario Monti e Lucas Papademos? Il nuovo presidente della Banca Centrale Europea, il presidente designato del Consiglio italiano e il nuovo Primo Ministro greco appartengono a livelli diversi del "governo Sachs" europeo. La banca di affari americana ha tessuto in Europa una rete di influenza che si è sedimentata da molto tempo grazie a una stretta tessitura, sconosciuta al grande pubblico. Per avere una collaborazione completa, ci vuole una gerarchia. Il primo della lista è sicuramente Mario Draghi, vicepresidente di Goldman Sachs per l'Europa tra il 2002 e il 2005. Diventato associato, venne incaricato delle "imprese e dei paesi sovrani." A questo titolo, una delle sue missioni fu quella di vendere i prodotti finanziari "swap", consentendo di dissimulare parte del debito sovrano che permise di truccare i conti greci. Poi viene Mario Monti, consigliere internazionale dal 2005. In terza posizione troviamo Lucas Papademos, che è appena stato nominato Primo Ministro della Grecia e fu governatore della Banca Centrale ellenica tra il 1994 e il 2002, dove partecipò all’operazione di falsificazione dei conti perpetrata da GS. Il gestore del debito greco è un certo Petros Christodoulos, un ex trader della compagnia. Due altri pesi massimi hanno le carte in regola per la defenestrazione dell'euro, Otmar Issing, ex presidente di Bundesbank, e Jim O'Neill, l'inventore del concetto dei BRICS, l'acronimo che designa i mercati emergenti a forte potenziale di crescita (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Ex presidente di Goldman Sachs International di cui è rimasto uno degli amministratori, l'irlandese Peter Sutherland ha giocato un ruolo chiave nel salvataggio dell'Irlanda [delle banche irlandesi, NdR]. Infine, Paul Deighton che ha trascorso ventidue anni da Goldman Sachs, è direttore generale del comitato organizzatore delle Olimpiadi di Londra nel 2012. È il fanalino di coda, perché tutti sanno che lo sport, come l'amicizia, è fuori concorso. Ma, al di là delle apparenze, la rete di influenza che aveva ben costruito il suo potere ha perso efficacia durante la tormenta politica finanziaria del 2008. Infatti, le vecchie complicità, scambiate dagli esperti banchieri centrali che tenevano le fila, si sono rivelate meno utili quando i politici sono diventati coscienti dell'impopolarità goduta dai professionisti della finanza, ritenuti responsabili della crisi. Mentre prima Goldman Sachs poteva facilmente esercitare il proprio tornaconto, una serie di accadimenti - la Grecia, la speculazione contro l'euro, lo scandalo Abacus nel quale è stato coinvolto il goldmaniano francese Fabrizio Tourre - gli hanno messo contro l’opinione pubblica. La rubrica telefonica è utile, ma non è più sufficiente in un pianeta finanziario complesso e tecnico, di fronte a una nuova generazione di industriali meno plasmati dal rispetto per l'establishment. I padroni europei partiti alla conquista dal mondo si sono emancipati dai crociati dell'alta finanza stile Goldman Sachs. Le richieste di valorizzazione delle azioni, le esigenze di trasparenza dei conti e l’obbligo dell'espansione all'estero hanno smussato l’"effetto rete". Infine, diventati più esigenti sulla qualità e l'indipendenza del mestiere di consulente, i clienti europei, ma non solo, pretendono ora il rispetto di un minimo di etica. È qui arrivano i problemi per Goldman Sachs. Perché la banca ama posizionare i propri uomini senza mai lasciar cadere la propria maschera. Questo perché i suoi incaricati, sempre ligi, nascondono questa affiliazione quando concedono un'intervista o sono in missione ufficiale (come fu il caso di Monti, che nel 2010 si vide incaricare di uno studio sul mercato unico europeo dal presidente della Commissione, José Manuel Barroso). Mario Draghi ha dichiarato che, essendo entrato in funzione nel 2002, non ha avuto niente a che fare col trucco dei conti greci orchestrato due anni prima dalla banca. Aveva dato le dimissioni nel 2005, l’anno precedente alla vendita degli swap di Goldman Sachs alla Banca Nazionale della Grecia, la prima banca commerciale del paese, diretta da un vecchio goldmaniano, Petros Christodoulos, oggi responsabile dell'organismo che gestisce il debito greco”.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

L’articolo di Le Monde è una mezza denuncia ed una mezza difesa. Di fronte all’evidenza dei fatti, non potendola negare, si suggerisce che in fondo l’influenza di Goldman Sachs non è più così marcata. Adriano Sofri ha compiuto la stessa operazione sulla Repubblica (in buona fede? In mala fede?). Pare che i lettori di Le Monde non abbiano comunque abboccato. Consiglio di dare un’occhiata al tenore pressoché unanime dei loro commenti: rabbia, frustrazione, oltraggio, desiderio di vendetta e di giustizia:

Tira una brutta aria per i cosiddetti “padroni dell’universo”:
“I «padroni dell'universo». Un soprannome modesto per gli uomini di punta di Goldman Sachs (GS). Una banca d'affari con 142 anni di vita, più volte sull'orlo del baratro, da sempre creatrice di conflitti di interesse terrificanti, da far impallidire - per dimensione e pervasività - quelli berlusconiani. Famosa per «prestare» i propri uomini alle istituzioni…È la banca che ha inventato (subito copiata dalle altre) i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo. Che ha aiutato i conservatori greci a nascondere lo stato reale dei conti pubblici davanti alla Ue. Che ha mandato l'amministratore delegato Henry Paulson, nel 2006, a fare il ministro del tesoro di Bush figlio. Dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp: 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa. GS riuscì in quel caso a intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio di Aig, gruppo assicurativo”.

“Lucas Papademos, è diventato nel 1994 governatore della Banca centrale di Grecia, incarico retto fino al 2002: ha guidato l'ingresso della dracma nell’euro, avvenuto tra la fine del 2001 e l'inizio del nuovo anno, quando il governo greco e la Goldman Sachs stipularono un accordo che finanziava la sanità greca con derivati che occultarono di fatto, in un sol colpo, debiti passati, contemporanei e perdite nei forecast futuri. Nessuno li chiamò con questo nome, debiti, e si parlò solo poi di conti dello Stato truccati. Ne avrà saputo nulla di tutto questo il governatore della Banca di Grecia al settimo anno di incarico? Viene male solo a fare della ironia. Ma non è finita. Anzi arriva il bello. Tra il 2001 e il 2002, quando il colpo alla Grecia e all'Europa, con il debito greco truccato, è stato assestato, si verifica un bel tourbillon. Papademos dalla Banca di Grecia passa alla vice-presidenza della Banca centrale europea (Bce), sotto Jean-Claude Trichet. Quindi,  proprio dopo aver chiuso l'operazione, ne diventa il controllore. Chi viene scelto per gestire il dopo-accordo con il governo greco? Alla Goldìman Sachs va Draghi, poi Governatore della Banca d'Italia. Sembrano le frecce tricolari, piroetta, doppia capriola e all'inizio di novembre 2011 si ritrovano insieme ad essere di nuovo promossi: Mario Draghi presidente della Bce, Papademos capo del governo greco. Insomma alla Bce l'uomo che garantì la potente merchant bank americana dopo gli accordi spericolati con la Grecia, al governo greco quello che per i greci avallò quei conti impropri. Sono gli uomini che dovrebbero tutelare i cittadini greci e rassicurarli sul futuro da gestire in loro nome e non secondo gli interessi della banche e degli oligopoli finanziari.
In Italia arriva Mario Monti, commissario europeo, liberista convinto, sacerdote dell'intangibilità dei mercati. Il rilievo accademico, scientifico e il suo percorso istituzionale è di spessore enorme. Inutile dilungarsi. Berlusconi lo fece fuori da commissario alla concorrenza nel pasticcio che produsse l'approdo e la ricusazione fulminea di Rocco Buttiglione. Ma le note relative alla sua formazione in ambito finanziario sono davvero illuminanti. Nel 2002 l'affaire governo greco e Goldman Sachs si compie. La merchant bank comincia a mettere in piedi, (con i profitti di quella grande speculazione, che ha creato dubbi, indagini e scandalo) la nuova strategia. E attacca con le sue manovre speculative il debito greco. Scandalo nello scandalo.  Certo, decisione del vertice assoluto della merchant bank in nome del Dio profitto. E chi è dal 2005, anno in cui parte la grande operazione internazionale contro la Grecia, l'International advisor per Goldman Sachs? Mario Monti, presidente del consiglio italiano in pectore . Non solo: conquista - oltre ad una carriera politico-istituzionale brillantissima che non stiamo a ripetere - il ruolo di presidente europeo della Commissione Trilaterale, il braccio armato del neoliberismo finanziario, voluta a suo tempo da Rockfeller. Poi è anche membro autorevole del Gruppo Bilderberg, un'elite politico finanziaria internazionale che, quando si riunisce, non lascia mai trapelare nulla e non produce nessuno scritto che possa chiarire per quale motivo eccellenti finanzieri, capi di stato, grand commis e teste coronate si siedano periodicamente attorno ad un tavolo”.

lunedì 14 novembre 2011

Il default come male minore (di Guido Viale)






«Un default azzererebbe il risparmio che i singoli cittadini/lavoratori, direttamente o indirettamente, hanno affidato allo stato, anche a fini pensionistici (...). Riguarderebbe anche le istituzioni del welfare, cioè il sistema pensionistico obbligatorio, gli ammortizzatori sociali e l'assistenza, il sistema sanitario nazionale, l'istruzione (...). Si estenderebbe alle banche e sarebbero colpiti anche i singoli correntisti (...). Priverebbe il sistema produttivo non solo del risparmio nazionale, ma anche del suo sistema bancario, con l'effetto di estendere la crisi all'economia reale (occupazione, consumi, prestazioni sociali, ecc) (...). Genererebbe seri rischi di altri fallimenti a catena nell'economia europea e mondiale. L'euro e la stessa Unione europea avrebbero molte difficoltà a sopravvivere (...). Bisognerebbe mettere in conto inevitabili reazioni, rivalse e un grave deterioramento delle relazioni internazionali (...). Sarebbe poi pressoché impossibile praticare politiche autonome che privilegiassero obiettivi sociali e ambientali».
Queste frasi, estratte da un articolo di Felice Roberto Pizzuti sul manifesto del 4 novembre, vorrebbero scongiurare il rischio di un default; e persino diffidare dal parlarne troppo, per paura che l'idea si diffonda per contagio. L'autore non sembra rendersi conto che quello che prospetta come conseguenza di una scelta politica per lui da evitare (blocco del welfare, paralisi di scuola e sanità, contrazione del circuito economico, disoccupazione, isolamento internazionale, azzeramento delle politiche ambientali, ecc.) non è molto diverso da quello che succede in Grecia con le misure imposte dalla cosiddetta troika. O dalla strada che l'Italia è destinata a percorrere se darà attuazione alle prescrizioni di Draghi e Trichet. Tutti sanno che la Grecia non si risolleverà per anni dallo stato di prostrazione economica e civile a cui la condannano quelle misure: la aspetta come minimo un «ventennio perso», come quello che il Fmi aveva imposto ai paesi dell'America latina alla fine del secolo scorso - e dal quale si sono risollevati solo quando ne hanno rigettato le prescrizioni.
Che l'Italia abbia molto da imparare da quelle vicende è comprovato dalla loro somiglianze con la nostra situazione: ci accomunano la «tutela» del Fmi, una politica deflazionistica e la corsa alla privatizzazione, cioè all'esproprio per «conto terzi», dei servizi pubblici e dei beni comuni: misure da cui non è mai nato alcuno «sviluppo»; ma ci accomunano anche altri indicatori da «Terzo mondo»: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi - e soprattutto di grandi multinazionali basate all'estero - il dilagare dalle corruzione; una classe dirigente priva di autonomia e di orgoglio; il controllo, il servilismo e l'ipocrisia di tutti, o quasi, i mezzi di informazione; le fughe dei capitali (protetti dagli scudi fiscali); un'espansione urbana incontrollata; il degrado del territorio e persino la sua militarizzazione per imporre alla popolazione qualche grande opera devastante (invece della cura dei territori con mille piccole opere gestite da chi vi ha un interesse diretto).
Quando il governo che succederà a Berlusconi avrà fatto l'inventario, se mai avrà il coraggio e la capacità di farlo, di questi 17 anni della sua egemonia - esercitata sia dal governo che dall'opposizione - si troverà di fronte un deserto: uno «spirito civico» devastato in tutti i gangli dell'apparato istituzionale e in tutte le strutture imprenditoriali (corruzione ed evasione fiscale hanno ben lavorato...); un razzismo di stato ormai consolidato, che rende improbo ricreare le condizioni di una convivenza civile; scuola, università e ricerca alle corde; un tessuto industriale ridotto ai minimi termini da chiusure, delocalizzazioni, lavoro nero; tre dei maggiori gruppi industriali (Fiat, Finmeccanica e Fincantieri) in via di smantellamento, e impegnati a «recuperare» produttività con licenziamenti, chiusure e ritmi di lavoro insostenibili; le maggiori catene distributive in mani estere, a fare acquisti lontano dai produttori italiani; un'agricoltura che non esiste più; e pochi settori che ancora esportano, ma ormai incapaci di fare da traino al sistema.
Che cosa significa «crescita» in queste condizioni? E di che crescita si parla? Tornare a produrre tante automobili Fiat (suv, soprattutto), portando via quote di mercato a Volkswagen? O tanti elettrodomestici Merloni a spese di Elettrolux? O tante navi da guerra, missili e carri armati in Fincantieri e Finmeccanica? O tante arance commercializzate da mafia e 'ndrangheta? O tanti visitatori stranieri nei nostri musei chiusi e dissestati o nei nostri alberghi formato rapina? O tanti Tav e Ponti e Mose da affidare in concessione, sacrificando la salvaguardia del territorio? O tanti palazzi, e uffici, e condomìni formato Ligresti sui terreni che l'expo avrà «liberato» dall'agricoltura? E può esserci una «crescita» dell'economia italiana, e tale da rimettere in sesto i conti, in un contesto in cui tutti i paesi dell'Occidente, e in parte anche quelli emergenti, prevedono un rallentamento, una stasi o un arretramento della loro? E perché chi continua a vedere nel ritorno alla crescita «la soluzione» non affronta mai queste questioni? Che sono in realtà quelle di una radicale conversione ecologica dell'apparato produttivo, degli stili di vita, della cultura.
È il pensiero unico, la fiducia nei «mercati», la convinzione che «non c'è alternativa», a spingere tutti a pensare che, una volta rimesso in moto il motore (con il taglio della spesa, delle pensioni, dei salari, dell'occupazione, dei servizi pubblici, della ricerca, dell'istruzione e, magari, con qualche miliardo da iniettare in un piano, possibilmente europeo, di «Grandi opere») il mercato, anzi, «i mercati», ci faranno ritrovare la strada della crescita. E a esentare tutti, quindi, dal pensare che cosa occorra veramente per promuovere, stabilizzare e qualificare l'occupazione, salvare il tessuto industriale, le professionalità e le competenze ancora esistenti, restituire fertilità ai suoli e sostenibilità all'assetto idrogeologico; contribuire a salvare il pianeta Terra dagli imminenti sconvolgimenti climatici. La crisi finanziaria ha distolto le menti da questi problemi - soprattutto dall'ultimo, che è il più grande e urgente: non solo in Italia ma in tutto il mondo che fa della crescita il suo feticcio: tanto che a Durban, dove sta per aprirsi la Cop 17, ultima occasione per prendere impegni contro il riscaldamento della Terra, non si concluderà, per l'ennesima volta, niente. Perché il problema, ora, è evitare il default. Ma che cosa significa?
La Grecia è in default conclamato: in base ai criteri delle agenzie di rating, il dimezzamento - o anche solo la riduzione del 20 per cento - del valore dei suoi bond configura un default. Ma nessuno lo dice, altrimenti le banche, soprattutto statunitensi, che hanno emesso Cds (cioè assicurazioni senza copertura) sul debito greco dovrebbero mettere mano al portafoglio. E neanche chi avrebbe titolo al rimborso si fa avanti: verosimilmente per paura che venga scoperchiata la pentola dei debiti insolubili che bollono nella finanza europea e mondiale. Perché a essere ben instradate sulla via di un default non sono solo Grecia, Italia, o gli altri Pigs; è tutto il sistema finanziario mondiale a ritrovarsi di nuovo sull'orlo di un baratro, in una catena che stringe indissolubilmente banche e stati, stati e banche. E allora, perché dovremmo «impiccarci» per rimandare un disastro che riguarda tutti?
Certo un default non si può affrontare a cuor leggero: parlare di «diritto al default» è come invocare un «diritto al disastro». Perché un default è un disastro. Ma imboccare quella strada potrebbe evitare disastri maggiori (come aprire una chiusa e allagare un territorio per evitare danni molto più gravi a valle); soprattutto se si cerca di farlo per via negoziale. C'è un punto di forza nel fatto che un default italiano incontrollato «genererebbe - come scrive Pizzuti - seri rischi di altri fallimenti a catena nell'economia europea e mondiale. L'euro e la stessa Unione europea avrebbero molte difficoltà a sopravvivere». D'altra parte, si può cercare di dosare il danno. Le soluzioni oggetto di un negoziato sono tante; e non tutte si escludono tra loro: moratoria sul pagamento degli interessi, prolungamento delle scadenze del rimborso; dimezzamento del valore dei bond (come in Grecia; ma prima di imboccare la strada senza ritorno di Papandreou); azzeramento del debito con franchigia fino a una soglia data - come per i conti correnti delle banche fallite - riduzione selettiva per tipologia di creditore; sterilizzazione di una quota di debito di tutti i paesi dell'eurozona con i fatidici eurobond (ma senza finanziarli con nuovo debito; bisogna cominciare a sgonfiare la bolla della finanza mondiale); ecc.
Tutto è meglio della deriva di rimpiazzare Berlusconi per portare a termine quello che lui non ha saputo o voluto fare: cioè assumere la lettera di Draghi (ormai senza Trichet) come programma di governo. Che è un po' come mettersi nelle mani di Goldman Sachs. Certo, parlare di cose del genere oggi è quasi impossibile; anche perché non ci sono economisti impegnati sul merito tecnico - e sulla valutazione delle conseguenze economiche - delle diverse opzioni. Ma un grande audit sul debito pubblico italiano, sulle sue origini, i suoi detentori, le conseguenze di un default selettivo, potrebbe sopperire a questa debolezza. E rilanciare un vero dibattito - oggi inesistente per via dei «vincoli» finanziari - sul «che fare?». Un punto imprescindibile di un programma di governo: per l'Italia e per l'Europa".

“Il default è un disastro ma è il male minore”, di Guido Viale, da “il Manifesto”, 11 novembre 2011.


Super Mario e il Mago - lo spauracchio del default e l'erosione della democrazia



Quando il FMI arriva in un paese è interessato ad una sola cosa: come ci assicuriamo che le banche e le istituzioni finanziarie siano pagate?...è il FMI che mantiene in attività gli speculatori. Non è interessato allo sviluppo, in ciò che può aiutare una nazione a lasciarsi alle spalle la povertà
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001 ed ex vicepresidente della Banca Mondiale.

La dottrina in questione consiste nell’asserzione che, in seguito ad una crisi finanziaria, le banche devono essere soccorse a spese dei cittadini. Così una crisi provocata dall’assenza di regole diventa un pretesto per muoversi ancora più a destra: una fase di disoccupazione di massa, invece di stimolare il settore pubblico per creare nuovi posti di lavoro, diventa un’epoca di austerità in cui gli investimenti statali ed i programmi sociali sono cancellati. Si è fatto inghiottire questa dottrina all’opinione pubblica sostenendo che non c’erano alternative – che i salvataggi e i tagli erano necessari per soddisfare i mercati finanziari – e che l’austerità fiscale creerà lavoro. L’idea era che i tagli alle spese avrebbero infuso fiducia nei consumatori e negli imprenditori e che questa stessa fiducia avrebbe incentivato gli investimenti privati, riequilibrando più che abbondantemente gli effetti depressivi dei tagli governativi. Alcuni economisti non si sono lasciati convincere. Una critica tagliente equiparava i pretesi effetti espansivi dell’austerità alla credenza in una “fatina della fiducia”. Beh, era una mia critica…Ma qualcosa accadde sulla strada dell’Armageddon economico: la disperazione islandese rese impossibile attenersi alle convenzionali norme di condotta e premise alla nazione di violare le regole. Mentre altrove si salvarono le banche con soldi pubblici, l’Islanda lasciò che le banche fallissero ed estese la rete della sua sicurezza sociale. Laddove tutti gli altri erano ossessionati dall’idea di placare gli investitori internazionali, l’Islanda impose controlli temporanei sul movimento dei capitali per concedersi spazi di manovra. E come stanno andando le cose? L’Islanda non è riuscita ad evitare seri danni alla sua economia ed un calo significato dello stile di vita dei suoi cittadini. Ma è riuscita a limitare la crescita della disoccupazione e i patimenti dei cittadini più vulnerabili; il welfare è sopravvissuto intatto, come l’integrità morale della società. “Poteva andar peggio” può non essere lo slogan più galvanizzante che si possa immaginare, ma quando tutti si attendevano un disastro, equivale ad un trionfo politico-amministrativo. E qui c’è una lezione per tutti noi: le sofferenze alle quali vengono sottoposti così tanti cittadini non sono inevitabili. Se questa è un’epoca di incredibile afflizione e durezza, lo è per delle precise scelte che sono state fatte. Nulla di tutto questo era ed è inevitabile.
Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008.

Tutta quest’idea di infliggere enormi sacrifici per generare un surplus con cui ripagare i creditori stranieri e conservare intatto l’euro è una politica economica assolutamente folle…le nazioni che incorreranno in un default tecnico come la Grecia, il Portogallo o la Spagna si ritroveranno con un debito ancora maggiore rispetto a quel che sarebbe successo se fossero state liberate prima dalle catene dell’euro.
Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998.

…il Thomas Mann del racconto, spesso citato ma pochissimo letto, “Mario e il mago”, dove si narra di uno spettacolo allucinatorio, ambientato nell’atmosfera di una vacanza in Versilia del 1930, durante il quale un ciarlatano, torbido manipolatore delle coscienze, conquista il pubblico ipnotizzandolo e costringendolo, ma col suo consenso, anzi con la sua adesione, a ballare al sibilo del suo scudiscio. è descritto un impasto di identificazione di massa, violenza psicologica, adesione fanatica, coscienze pervertite che si offrono al seduttore senza sapersi sottrarre all’illusione perché il risveglio è più doloroso della soggezione: un impasto che sfocia nella tragedia.  
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”

Giucas Casella, nel corso di una popolare trasmissione della domenica, ha esclamato, rivolgendosi ad un’anziana signora: “quando le toccherò la gola lei non potrà parlare, non potrà pronunciare neppure il suo nome”. La signora ha mugolato qualcosa per un istante e poi, ad alta voce: “non ce la faccio, non ce la faccio!”. Così l’ingenuità di una coscienza innocente ha rivelato al pubblico la prosaica realtà delle cose.  

I media italiani celebrano l’avvento dei “magici” Super Mario Bros.: Mario Draghi e Mario Monti.
Io al contrario mi domando perché qualcuno dovrebbe ancora fidarsi di “esperti” ed “autorità’” che: non hanno previsto la crisi; non ne hanno limitato l’impatto; non sembrano avere le idee chiare su come affrontarla ma le hanno invece molto chiare su chi se la deve cavare a buon mercato.
Sembra incredibile che ci possano essere persone che fanno fatica a capire che individui ed organizzazioni che lucrano enormemente sullo status quo e detengono un enorme potere hanno tutto l’interesse a convincere la gente a credere ad una visione della realtà che li avvantaggia. Succede quotidianamente, eppure milioni di persone non riescono a capacitarsi del fatto che i potenti che determinano il fato di milioni di persone possano comportarsi allo stesso modo, se non peggio. È una forma di rimozione psicologica di una verità spiacevole che mette a repentaglio l’ordine delle cose in cui vogliono continuare fermamente a credere, avendo una bassa soglia di tolleranza per l’incertezza, la confusione, l’ambiguità e l’opacità del reale. La storia, purtroppo per loro, quasi certamente dimostrerà che si compiranno immensi e dolorosi (ma non certo per i potentati) sforzi per puntellare un sistema insostenibile, finché i medesimi potentati non saranno certi di averla fatta franca. L’attuale strategia è quella di usare lo spauracchio del default (poi arriverà il terrorismo nucleare).
Basterebbe dare un’occhiata al panorama economico internazionale per capire che le nazioni che se la cavano meglio sono quelle che hanno una propria valuta e la possono svalutare e, nel caso dei paesi scandinavi, non si tirano indietro quando si tratta di condurre politiche fiscali e monetarie espansive.
Dunque la scelta meno distruttiva, per i PIIGS, sarebbe quella di uscire dall’eurozona e svalutare, negoziare un default, istituire politiche protezionistiche per difendere i lavoratori, controllare i flussi di capitale (ora persino il FMI lo consente, dopo i pessimi risultati delle sue precedenti politiche di deregulation), creare un sistema bancario pubblico per tutelarsi dai crolli. Nessuna nazione europea, da sola, potrà farlo. Serve un coordinamento che purtroppo sarà ostacolato in ogni modo, visto che l’obiettivo finale è l’instaurazione degli Stati Uniti d’Europa, costino quel che costino:
Se si realizzasse questo default coordinato i sistemi bancari di Francia, Regno Unito e Germania si vedrebbero inferti colpi durissimi, forse irrimediabili:
Ma l’alternativa è la più sanguinosa rivoluzione della storia umana:
I custodi dell’ortodossia, per qualche curiosa ragione, sono convinti che la privatizzazione di beni pubblici, la riduzione dei consumi, la decrescita economica, la contrazione della produzione industriale e la riduzione del gettito fiscale (ossia le ricette neoliberiste di FMI e BCE avallate dalla Commissione Europea – vedi “capitalismo del disastro”) possano in qualche modo favorire la crescita e quindi accelerare il risanamento (= ripagare i debiti con gli investitori internazionali). Si tagliano i servizi, randellando le famiglie (che la destra esalta come una sacra istituzione), invece di colpire gli evasori.
Due terzi del debito greco sono detenuti dalle banche di tre nazioni: Francia, Svizzera e Germania. In particolare l’ammontare che la Grecia deve alle banche francesi equivale al 3% del PIL francese. La Francia non si può permettere di mollare la presa, deve costringere la Grecia alla resa senza condizioni: per questo Sarkozy è stato inflessibile, il “Torquemada” del terzo millennio. Sa che se i Francesi finiscono sotto pressione, può saltare tutto, com’è successo innumerevoli volte nel passato di quel paese. Perciò la Grecia è diventata un mandarino di cui ciascuno pretende il suo spicchio. I difensori dell’ortodossia, essendo inclini, forse per indole, forse per pigrizia, a trascurare la storia sociale e l’economia politica in favore di alchimie contabili e regole inviolabili, sembrano credere che gli esseri umani siano astrazioni e che la loro sofferenza non conti poi tanto, che siano tutti colpevoli nella stessa misura, che debbano piegarsi senza obiezioni di fronte alla volontà delle autorità, che sono per definizione in buona fede e nel giusto. La credenza che l’autorità sia essenzialmente autorevole è un preconcetto che presumibilmente deriva da una certa forma mentis autoritaria e che non dipende da una percezione oggettiva delle cose. La storia umana dimostra, al contrario, che potere ed integrità morale raramente si coniugano armoniosamente. La stessa crisi economico-finanziaria del nostro tempo ne è l’esempio più eclatante.
I più grossi investitori si comportano con le nazioni come dei predatori nei confronti delle prede. Individuano l’animale più debole, lo separano dal branco, lo circondano, lo abbattono e lo spolpano. C’è un libro che descrive a meraviglia l’ethos di questa mostruosa categoria di esseri umani, s’intitola “Wolfen” di Whitley Strieber e sconsiglio di leggerlo a chi è impressionabile. Si comportano esattamente come degli psicopatici o sociopatici e forse alcuni di loro lo sono:
Altri sono probabilmente narcisisti:
Proprio l’impressionabilità, il timore di scoprire di essere una preda, impedisce a molti di affrontare l’evidenza dei fatti, preferendo bollare tutto quello che diverge dalle loro convinzioni come complottismi indegni della loro attenzione. Sospetto che, in parte, questa rimozione del reale sia dovuta ad un eccessivo amore del quieto vivere, che sfocia nell’angelismo e nella sindrome dei capponi di Renzo Tramaglino:
Per queste persone il fatto che il primo ministro britannico, a dispetto di tutto quel che è accaduto, abbia concesso alle banche fino al 2019 come termine ultimo per autodisciplinarsi (!!!) e che Barroso non abbia mostrato alcuna intenzione di regolare il settore creditizio (diversamente dall’entusiasmo con il quale ha avallato il programma di estradizioni illegali della Guerra al Terrore), non è indicativo di alcunché. Per i politici che ci governano non sono le banche ad essere infantilmente egoistiche nel non volersi accollare il rischio d’impresa, sono i popoli a comportarsi irresponsabilmente. Ci vogliono convincere che gli investitori bancari-finanziari hanno un diritto inalienabile a non subire perdite o comunque a pagare solo in minima parte per i loro errori ed imprudenze. Una situazione insostenibile, che sussiste unicamente perché la finanza è in grado di ricattare gli esecutivi di qualunque paese, Stati Uniti inclusi. In altre parole, le nostre democrazie sono ora, a tutti gli effetti, delle oligarchie in cui la volontà dei cittadini non è tenuta nel minimo conto, di fronte alle priorità dei tecnocrati e degli speculatori.

LO SPAURACCHIO DEL DEFAULT
I PIIGS saranno distrutti se non seguiranno le istruzioni?
Argentina
e Islanda se la stanno cavando molto meglio:
Invece, nonostante le ripetute promesse che l’austerità avrebbe ridotto il debito irlandese, esso è aumentato e lo spread è rimasto alto. I soldi spremuti dai portafogli degli Irlandesi sono entrati nelle tasche dei banchieri. E ogni volta si è detto alla gente: “questo sarà l’ultimo sacrificio!”. Fino alla successiva, immancabile ingiunzione. Alla fine le banche irlandesi che non dovevano fallire hanno chiuso i battenti comunque, ma a spese di tutti i contribuenti, non unicamente di chi si era assunto i rischi, incautamente. L’economia si è contratta lo stesso, la disoccupazione è salita lo stesso; in più l’Irlanda è stata costretta a prendere in prestito 50 miliardi di euro, un quarto del suo PIL annuale ed ora si trova oberata da un debito dieci volte più grande del necessario. E tutto questo solo per salvare speculatori scellerati che non hanno alcun tipo di legame con la nazione in cui operano, essendo operatori transnazionali e globali. I politici che hanno preso queste decisioni, anteponendo gli interessi delle banche e delle istituzioni internazionali a quelli dei cittadini che li hanno eletti e sottomettendo questi ultimi a condizioni di usura, non sono forse colpevoli di alto tradimento?
L’Argentina si è dichiarata insolvente (default) e lo stesso hanno fatto Russia, Islanda, Messico, India ed Ecuador. Le ultime notizie ce le davano come nazioni ancora esistenti. L’Islanda ha un tasso di disoccupazione del 7%, l’Irlanda del 14%. Una commissione per la ristrutturazione del debito dell’Ecuador ha stabilito che una sua grossa porzione era illegale ed immorale e così è stata cancellata. Cosa è accaduto all’Ecuador? È stato forse tagliato fuori dal mercato delle obbligazioni? Assolutamente no, perché gli investitori sono più felici di fare affari con una nazione risanata ed in crescita che con una strangolata da misure draconiane e sull’orlo di una rivoluzione o di una guerra civile. L’avidità degli speculatori prevale sulle considerazioni riguardanti l’onorabilità e la moralità.
Non sia mai però che la cosa possa sollecitare qualche riflessioni innovativa e controcorrente: troppi pezzi grossi traggono vantaggio dal fatto che le cose restino come sono. Molti sanno cosa è successo ad altre due nazioni che hanno imboccato la via del default. La Costa d’Avorio è ora in mano ad un uomo del FMI e della Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale:
I cieli del Pachistan sono invece controllati dai droni statunitensi:
In effetti, fare default può essere suicida, se non si hanno i mezzi per difendersi dall’imperialismo umanitario occidentale. In Libia una delle prime azioni del governo insurrezionale di Bengasi, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta contro Gheddafi (fallito colpo di stato), è stata l’istituzione della Banca Centrale di Bengasi. Anzi, interrogate gli abitanti dello Zambia a proposito dei risultati delle politiche imposte loro dal Fondo Monetario Internazionale: contrazione di un terzo della sua economia, debito esploso al 150% nel rapporto col PIL.
La Grecia deve fare un default perché tanto prima o poi dovrà farlo comunque e quindi è meglio che accada prima che le tasche dei Greci siano completamente prosciugate. Ma Germania e Francia stanno posticipando questo momento, nella speranza che le loro banche si ricapitalizzino e si preparino all’inevitabile impatto, oppure perché sanno che l’anno prossimo Israele farà quel che intende fare e quindi la Guerra Mondiale sistemerà le cose come successe nel 1939-1940, quando evitò agli Stati Uniti di ripiombare nel baratro della Depressione:

domenica 23 ottobre 2011

Indignamoci! / Indigniamoci!



Stéphane Hessel - "Indignez-vous!"


Innanzitutto, diamo un'occhiata al famoso pamphlet di Stéphane Hessel.
Credo abbia ormai 94 anni, ma non ha perso la combattività del suo passato partigiano. Nella prima parte, Hessel, in buona sostanza, dice: vi ricordate tutti i nobili principi che ci hanno aiutato a sconfiggere il nazismo? Li avete lasciati per strada? Non vi accorgete che sono stati traditi, che l’intolleranza, la xenofobia, l’autoritarismo, l’edonismo, la sperequazione, i monopolismi, l’attacco al welfare, la propaganda mediatica, hanno avuto la meglio? Perché non mostrate gli attributi e vi riprendete ciò che vi spetta? Ci si deve indignare e resistere di fronte alla falsità di una società in cui ci dicono che mancano i soldi per sostenere le conquiste del passato anche se la ricchezza nazionale è senza precedenti nella storia. Recuperate il lascito della Resistenza e dei suoi ideali contro la dittatura dei mercati finanziari che minacciano la pace e la democrazia. I diritti sono universali e se incontrate qualcuno che non ne ha beneficiato dovete protestare ed aiutarlo a conquistarseli.
Hessel sottolinea che per loro resistere era più facile, si trattava di contrastare un’occupazione straniera, di non accettare la sconfitta: era semplice come semplice fu combattere per la decolonizzazione (dice lui). Hessel precisa anche che lui si è sempre indignato nel corso della sua vita, ma per ragioni che avevano poco a che fare con l’emotività: era la volontà di impegnarsi che lo motivava [« Ma longue vie m’a donné une succession de raisons de m’indigner. Ces raisons sont nées moins d’une émotion que d’une volonté d’engagement »], un impegno nel nome della responsabilità che ciascun essere umano deve esercitare [« il faut s’engager au nom de sa responsabilité de personne humaine »]. L’atteggiamento peggiore, quello più disumanizzante e disumano, è quello del disimpegno, dell’indifferenza e dell’apatia, quello di chi dice : “non ci posso far niente, me la caverò” [« je n’y peux rien, je me débrouille »].
Hessel non aggira il problema della violenza. Da sempre critico dell’imperialismo sionista / colonialismo israeliano, così giudica il lancio di missili sui civili israeliani: “non servono alla causa ma si possono comprendere alla luce dell’esasperazione degli abitati di Gaza: in questo concetto di esasperazione si deve intendere la violenza come una conclusione spiacevole di situazioni inaccettabili per chi le subisce. Si può dunque affermare che il terrorismo è una forma di esasperazione e che questa esasperazione è un termine negativo. Allora non si dovrà esa-sperare, ma sperare. L’esasperazione è la negazione della speranza. È comprensibile, direi quasi naturale, ma non per questo accettabile. Perché non consente di ottenere i risultati che può produrre la speranza” [cf. B.H. Obama, “The Audacity of Hope” – NdR].
Sulla nonviolenza, scrive: “Sono persuaso che il futuro appartiene alla non-violenza, alla conciliazione delle diverse culture. È questa la via che l’umanità dovrà seguire per superare la sua prossima tappa. E qui, tornando a Sartre, non possiamo scusare i terroristi che lanciano le bombe, possiamo solo comprenderli. Nel 1947 Sartre scrive che la violenza, in qualunque forma si manifesti, è una sconfitta. Ma, dice, si tratta di una sconfitta inevitabile, perché il nostro è un universo di violenza. E se è vero che il ricorso alla violenza contro la violenza rischia di perpetuarla, è ugualmente vero che è l’unico mezzo per farla cessare. Ma io aggiungerei che la non-violenza è un mezzo più sicuro per farla cessare. Non possiamo appoggiare i terroristi come Sartre ha fatto in nome di questo principio durante la guerra d’Algeria, o in occasione dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, commesso contro degli atleti israeliani. Non è efficace, e lo stesso Sartre alla fine della propria vita arriverà a interrogarsi sul senso del terrorismo e a dubitare della sua ragion d’essere. Dirsi «la violenza non è efficace» è di gran lunga più importante che sapere se bisogna o no condannare coloro che la praticano. Il terrorismo non è efficace. La nozione di efficacia deve contenere una speranza non-violenta”. Più oltre: “Dobbiamo renderci conto che la violenza volta le spalle alla speranza. Le dobbiamo preferire la fiducia, la fiducia nella non-violenza. È questa la strada che dobbiamo imparare a percorrere. Tanto da parte degli oppressori che da quella degli oppressi, bisogna arrivare a una trattativa per cancellare l’oppressione; e questo porterà alla scomparsa della violenza terrorista. Perciò non dobbiamo lasciare che si accumuli troppo odio. In un mondo che ha superato il confronto delle ideologie e il totalitarismo conquistatore, il messaggio di uomini come Mandela, o Martin Luther King, è assolutamente attuale. Il loro è un messaggio di speranza, speranza che le società moderne sappiano superare i conflitti attraverso una comprensione reciproca e una pazienza vigile. Per riuscirci occorre basarsi sui diritti; e la violazione di questi, non importa per mano di chi, deve provocare la nostra indignazione. Su questi diritti non si transige”.
Sull’insurrezione contro lo status quo e sul concetto di limite, scrive : “Il pensiero produttivistico promosso dall’Occidente ha trascinato il mondo in una crisi per uscire dalla quale è necessario rompere radicalmente con la vertigine del «sempre di più», sia in ambito finanziario sia in quello delle scienze e della tecnica. È ormai tempo che etica, giustizia ed equilibrio duraturo diventino preoccupazioni prioritarie. Perché i rischi cui siamo esposti sono gravissimi, e potrebbero mettere fine all’avventura umana su un pianeta che diventerebbe inabitabile”.
Così, infine, conclude: “In occasione del sessantesimo anniversario del programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, l’8 marzo 2004, noi veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera (1940-1945) dicevamo che certo «il nazismo è sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni Unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non è del tutto scomparsa, e la nostra rabbia contro l’ingiustizia è rimasta intatta». No, questa minaccia non è del tutto scomparsa. E allora, continuiamo a invocare «una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti». A quelli e quelle che faranno il XXI secolo, diciamo con affetto: «creare è resistere. Resistere è creare».


IL PROBLEMA DELLA PASSIONE IN POLITICA


Quando si parla di passione giovanile nell’arena politica credo sia bene tenere a mente che la leadership nazista era formata da appassionati trentenni, che assieme maturarono la loro “coscienza” e ideologia politica e assieme cercarono di distruggere tutto ciò che era ad essa antitetico, in quella che continuarono a chiamare Rivoluzione Nazional-Socialista fino alla fine. E se questo esempio può sembrare troppo estremo, al limite del caricaturale, aggiungerò allora che i fautori del Terrore che annientò quel che di ottimo c’era nella Rivoluzione Francese, ossia Robespierre, Danton e Saint-Just, erano molto giovani. I primi due erano trentenni e Saint-Just aveva 22 anni allo scoppio della Rivoluzione. Ghigliottinarono migliaia di critici per “salvare” la Rivoluzione che stavano uccidendo. Negli anni precedenti Robespierre era stato un vigoroso paladino del pacifismo, dell’abolizione della pena di morte, della tolleranza, della libertà di espressione e della democrazia (!!!). Tutto questo per dire che è nell’interesse di chi incarna lo status quo e lo vuole difendere fare in modo che certe passioni esasperate s’incanalino in certe direzioni piuttosto che in altre, direzioni che in genere sortiscono l’effetto contrario a quello previsto dai sinceri rivoluzionari con o senza il virgolettato. Non vedo perché stavolta le cose dovrebbero andare diversamente. Anzi, il rischio è ancora più grave, in quanto la scala è planetaria.

Quando dico che è nell’interesse dei paladini dello status quo incanalare le passioni in una certa direzione, mi riferisco alla direzione della violenza e dell’odio.
Per esempio la violenza e l’odio di Ernesto Che Guevara, quando dichiara, il 16 aprile 1967: “L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così. Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale”.
O la violenza e l’odio di Suong Sikouen, assistente di Pol Pot, che ricorda: “la rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità”.
O la violenza e l’odio del summenzionato Robespierre, che fu responsabile della morte di circa 2600 uomini e donne, giustiziati tra il 1792 e il luglio del 1794, 2217 dei quali morirono nel corso dei suoi ultimi cinque mesi di vita. Questi morti non sono un dettaglio storiografico.
L'uso pubblico della storia e della memoria salvaguardano il pluralismo, pluralismo che, peraltro, non stava particolarmente a cuore ai giacobini, o a Machiavelli.
Il Terrore è stato il vero nemico della Rivoluzione, un fantastico regalo alle forze della reazione: non sono pochi gli studiosi che sospettano infiltrazioni mirate ad ottenere quel tipo di risultato. Sono cose già successe al tempo delle battaglie per i diritti civili e del terrorismo. Torneranno a succedere: Machiavelli docet!

Nonviolenza e autodifesa(aikido-style)


Per abbattere il sistema iniquo, predatorio e sfacciatamente parassitario nel quale viviamo occorre evitare una deriva violenta (se non per autodifesa) ed autoritaria del movimento degli indignati, perché questo allontanerebbe quei milioni di persone – donne, anziani, famiglie – che hanno tutto da perdere da quel tipo di svolta e del cui appoggio non si può fare a meno, perché alienerebbe qualunque potenziale simpatia da parte di chi, per il momento, si trova dall’altra parte della barricata, un po’ incerto sul da farsi, oltre, infine, a fornire mille pretesti per imporre misure draconiane di ordine pubblico.


Realismo: capacità di discernere la realtà dei fatti


Per evitare queste “complicazioni” serve realismo (realismo, non cinismo). Le passioni devono essere temperate dal raziocinio e dal discernimento, non certo eccitate dalle nostalgie leniniste, da passioni incontrollate o dal bisogno psicologico di riuscire ad ogni costo laddove altri hanno fallito. L’idealismo/ottimismo è autolesionistico, perché per sua natura non è obiettivo e chi trascura l’obiettività è sconfitto in partenza e porterà alla distruzione chi lo segue. Realismo significa anche capire che le idee piacciono molto agli intellettuali, che vivono in un mondo di idee (la noosfera), ma che la maggior parte delle persone, per fortuna, non ha bisogno di una grandiosa narrazione per poter vivere dignitosamente ed abbondantemente. Si accontenta di una ragionevole misura di libertà, sicurezza e giustizia e merita comunque il nostro rispetto, anche se ci sta un po’ o molto stretto. Questa sobrietà è un antidoto capace di contenere le pulsioni più distruttive dell’uomo, che sono amplificate proprio dalla mancanza di un saldo legame con la realtà (e dall’edonismo/narcisismo dei nostri tempi).

Quando le masse si muoveranno...

Finora la gente non si è ancora mossa, sono solo pochi ad essersi svegliati. Quando si muoverà non sarà difficile notarlo. Quando si muoverà sarà perché avrà capito che non ha più nulla da perdere, che lo status quo non offre più quel minimo di libertà, sicurezza e giustizia sociale che ritiene indispensabile. A quel punto tutto sarà possibile, nel bene e nel male.

Fase epocale della storia umana - sommersi o salvati?

Io nutro una grande fiducia in questo movimento: sono orgoglioso ed onorato di avere il privilegio di essere qui, oggi, in questa incredibile fase della storia umana, ma so anche che le “forze oscure” che controllano l’alta finanza e una buona fetta dell’informazione e della politica hanno un potere senza precedenti e che c’è bisogno di sangue freddo, circospezione e discernimento: non tutti gli amici sono sinceri (Soros/Krugman/Draghi/Barroso ecc. si schierano con Occupy Wall Street: è bene, è male?), non tutti i nemici sono avversari.
Come diceva qualcuno: “semplice come una colomba, ma astuto come un serpente”. Altrimenti finirà molto, ma molto male. La storia è lì a testimoniarlo.