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domenica 18 dicembre 2011

Ambientalismo per un Mondo Nuovo



La tutela ecologista della comunità, con la valorizzazione delle risorse naturali, elevate ad un tratto distintivo dell’identità territoriale, rappresenta una delle bandiere dei Freiheitlichen […] La piccola patria si caratterizza per la coscienza nazionale e la tutela della natura, per il rapporto mistico con il mondo della flora e della fauna, che unisce i Tedeschi fin dai primordi.
Bruno Luverà

Il mostro del sangue e del suolo, del primato dell’etnia scagliato contro l’altro da sé, un primato del locale rancoroso, che coniuga modernamente arcaismi ed etno-ecologia nella magica esaltazione della “montagna incantata” come luogo contrapposto allo spazio globale.
Aldo Bonomi

Noi che ci preoccupiamo di preservare le specie animali, affinché non scompaiano gli elefanti dall'Africa, i leoni, gli ippopotami dal Nilo, dobbiamo rallegrarci che il governo si preoccupi di accogliere degli esseri umani
Temistio, IV secolo d.C.

In una recente indagine sui valori dei giovani altoatesini e sudtirolesi (Ausserbrunner / Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) emerge che tra i principali problemi presenti in provincia di Bolzano la crescente urbanizzazione figura al terzo posto dopo alcolismo ed immigrazione. Questo è un problema segnalato anche da quella grande rassegna di studi sull’ambiente altoatesino che s’intitola “Alto Adige: un paesaggio al banco di prova” (Kreisel/Ruffini/Reeh/Pörtge, 2010). Leggiamo nel saggio introduttivo dei curatori dell’opera che nel corso della transizione da “povera regione di montagna” a “regione moderna e prospera”, qualcosa è andato storto: “durante l’ultimo decennio sono stati ripetutamente violati “tabù” fino ad ora resistenti, nel rapporto tra l’esigenza di uso turistico, insediativo o produttivo da un lato e la tutela del paesaggio, dall’altro”. In che maniera, in che misura? “La corsa continua verso la realizzazione di infrastrutture sempre più moderne e prestanti…si associa spesso alla perdita di valori paesaggistici e ad un appiattimento culturale”.
Il problema, sottolineano gli autori, è che “i principi della creazione e del mantenimento di un bel paesaggio e della conservazione della biodiversità non sono mai stati prioritari nello sfruttamento del territorio; da sempre ha prevalso la regola dello sfruttamento economico”. Si continua a costruire imperterriti e negli ultimi anni “il volume edificabile concesso sulle zone di verde agricolo ha superato quello concesso sulle zone residenziali”. Il che rende ormai improcrastinabile una seria revisione del modello di crescita adottato in Alto Adige. Conclusioni di notevole rilevanza in una provincia che si compiace delle sue bellezze naturali e del suo folklore per definizione ecosostenibile.
Si tratta di capire perché abbia prevalso la logica dello sfruttamento. Io credo che il primo indizio lo si possa rinvenire nelle due prefazioni a questo imponente volume, quella di Luis Durnwalder e quella di Michl Laimer, assessore all’urbanistica, ambiente ed energia, che forniscono utili in merito a come le autorità percepiscano la relazione tra società ed ambiente naturale, come del resto ricordato dagli stessi autori, quando precisano che “il paesaggio, il suo aspetto e la sua qualità sono anche espressione del modo in cui una società affronta e vive il concetto di patria”. 
Ho già evidenziato gli innumerevoli difetti della mentalità patriottica nell’opera precedente (Fait/Fattor, 2010) e questo è un tema che non intendo riesaminare in questa sede. Tuttavia, quando le cose non funzionano, è sempre necessario problematizzare ciò che si tende a dare per scontato, perché è assai probabile che alcun aspetti del senso comune non si configurino come buon senso, ma come dannoso preconcetto. È presumibilmente il patriottismo che fa dire a Durnwalder, in contrasto con i rilievi critici espressi dagli autori, che “oggi l’Alto Adige è una regione esemplare” e che “i fattori di successo del “modello Alto Adige” vanno ricercati nel suo sviluppo sostenibile e armonico”. Laimer esorta tutti a “cercare un rapporto sostenibile con il paesaggio”, una prassi che ha molto a che fare con la cultura, con il rispetto e, aggiunge con grande perspicacia, “con il modo in cui la società altoatesina affronta il concetto di appartenenza”. L’assessore prosegue poi in termini più che condivisibili: “dobbiamo riuscire a sviluppare la capacità di percepire e di apprezzare in modo più profondo il paesaggio, la sua storia e la sua estetica. Dobbiamo diventare consapevoli del valore del nostro paesaggio e dunque del nostro habitat”. Conclude infine: “in questo modo il paesaggio può anche contribuire a creare l’identità”.
Queste due prefazioni esplicitano due problemi. Il primo è la fallace certezza di aver operato al meglio, il secondo è il rapporto tra identità collettiva ed ambiente naturale. La tensione tra modernità e tradizione si può rintracciare anche nelle osservazioni conclusive di una commissione parlamentare svizzera del 1929 secondo cui “una Svizzera senza un popolo montanaro forte e sano, moralmente e fisicamente, non sarebbe più la Svizzera nel senso storico del termine”.
La pessima prova che ha dato di sé la Provincia di Bolzano nel mercimonio che ha visto il voto di fiducia al governo Berlusconi ripagato con la snazionalizzazione del parco dello Stelvio, spezzettato tra Trento, Bolzano e Lombardia. Questo il commento di Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera ("Lo Stelvio, i Favori e lo Spezzatino", 23 dicembre 2010):

Soltanto uno sprovveduto potrebbe non cogliere la relazione fra questo grosso favore agli autonomisti e il grosso favore che i due deputati della Südtiroler Volkspartei Siegfried Brugger e Karl Zeller hanno fatto a Berlusconi contribuendo al salvataggio del governo con l’astensione al voto di fiducia del 14 dicembre. Ma la politica, in Italia, è diventata anche questo. Il problema è semmai che fatti del genere scandalizzano sempre meno. Anche quando diventa merce di uno scambio inconfessabile un parco naturale: l’ultima cosa che dovrebbe fare le spese delle beghe della politica.

Mauro Fattor, sull’Alto Adige (“Le manovre sul parco, 23 dicembre 2010), riepiloga i precedenti non particolarmente beneauguranti:

E così può accadere che qualcuno ti faccia un chilometro e mezzo di strada forestale camionabile dentro un parco naturale – come è accaduto al Parco dello Sciliar due anni fa – e che l’unica reazione ammessa da parte dell’Ufficio Parchi sia quella di dire: ohhhhh!!
Oppure può accadere, come accade al Parco del Monte Corno, che con il bilancio del parco si faccia la manutenzione ordinaria di strade private che per legge spetterebbe ai proprietari dei fondi. Piccoli piaceri, si intende. Un’operazione simpatia. Per inciso: i soggetti terzi in questione sono forestali e cacciatori, che dipendono direttamente da Durnwalder.
Scriveva Antonio Cederna che sarà la stupidità della burocrazia ad uccidere il parco nazionale dello Stelvio. Si sbagliava: ci ha pensato molto prima il cinismo della politica. Perché le aree protette, i parchi nazionali, sono beni pubblici, e in quanto pubblici – in una concezione distorta e blasfema della res publica – di nessuno. Per questo diventano facile merce di scambio.

E questo è proprio il punto. Se è res publica, non è reclamabile come proprietà dell’Heimat e del popolo. Ha una sua dignità inalienabile, una fruibilità universale che va garantita anche per le generazioni future. Al di là delle parole di circostanza, quest’idea fa fatica a prendere piede nelle società non “primitive” (che potrebbero rivelarsi più civili di tante altre società “moderne”). In genere, “qui da noi”, si tende a vedere la natura come un qualcosa di diverso, di altro, che può ed occasionalmente deve essere sottomesso. Questo è un tipo di mentalità che abbiamo sviluppato con l’agricoltura e che si è irrobustito con la diffusione del radicale dualismo gnostico-cartesiano tra ego e natura che ormai è diventata la nostra modalità standard di comportamento verso la natura. Utili riflessioni su questo tema possono essere trovati nel pensiero di Hans Jonas e in particolare nella sua disamina del modo in cui ci siamo estraniati dal mondo e dalla trascendenza, diventando integralmente alienati, suscettibili di depressione cronica, fuga dalla realtà e megalomania, a seconda dei casi.
Tra i popoli di cacciatori e raccoglitori vi era una genuina gratitudine nei confronti di Madre Natura e dell’animale che nutriva la comunità con la sua carne. Nessuno avrebbe mai immaginato di poter sbocconcellare, raschiare o bruciare il corpo della madre che lo nutre. La nostra hybris, la nostra pretesa di poter e dover trasformare questo pianeta affinché si adatti lui a noi e non noi a lui, nasce con l'agricoltura. Persino a livello mitologico si vede la differenza di atteggiamento nei confronti del cosmo e dei rapporti interpersonali con la transizione da un modello all'altro. Nella caccia e raccolta predomina ancora l'idea che siamo ospiti e che non dobbiamo abusare dell'ospitalità, con l'agricoltura trionfa l'idea che il pianeta è casa nostra e ne facciamo quel che ci pare. Sono due paradigmi antitetici e il secondo, spiace dirlo, è tagliato su misura per dei briganti.
Una diversa prospettiva ecologica è quella dell’interconnessione, dell’interdipendenza di tutta la vita organica e di tutta la coscienza che supera lo scisma tra materia e spirito, senza negarlo (panenteismo), e che trova tra i suoi forse più noti esponenti Teilhard de Chardin, Alfred North Whitehead e, credo di poter dire, Vito Mancuso. Infine c’è l’ecologismo profondo che non considera l’umano come una dimensione in alcun modo speciale rispetto al resto della natura (panteismo) ma, anzi, tende alla misantropia e a concepire gli esseri umani come dei parassiti. Al giorno d’oggi l’approccio dualista-riduzionista sta segnando il passo sia perché l’abbruttimento del paesaggio è un qualcosa che non può essere in alcun modo smentito, sia perché lo sfruttamento e spreco delle risorse è percepito come un tipo di condotta che non è più sostenibile e moralmente accettabile. L’approccio dell’ecologismo profondo è così radicale che troppo spesso i suoi esponenti non sanno nascondere un certo piacere nel contemplare i disastri naturali che umiliano la superbia umana.
Il più radicale tra tutti gli ecologisti estremi fu Adolf Hitler. Il seguito del Mein Kampf – il cosiddetto Zweites Buch, scritto nel 1928, rimasto inedito in seguito ad una cocente sconfitta elettorale, riscoperto nel dopoguerra e pubblicato solo nel 1961 – contiene anche un esame del valore della vita come potere immanente sia agli individui sia ai popoli. Hitler ne deduce alcune conclusioni: il valore assoluto del concetto di vita organica e della sua estetica; il principio che le stesse leggi che determinano la vita degli individui sono valide anche per i popoli e quindi l’esistenza di leggi della vita dei popoli (Lebensgesetze für die Völker); la conseguente inevitabilità della lotta per la vita (Lebenskampf); la storia come progressione dei popoli nella loro lotta per la sopravvivenza e per lo spazio vitale (Lebensraum). È in questo magma dottrinale che affonda le radici l’ecologismo nazista (e neonazista). Il Terzo Reich dimostrò una sensibilità verso gli animali e la natura inversamente proporzionale a quella dimostrata verso gli esseri umani. Le leggi sulla sperimentazione sugli animali e sul loro trasporto e la normativa per la tutela delle foreste e della biodiversità erano all’avanguardia nel mondo, tanto che alcune di esse rimangono in vigore ancora oggi (Pois, 1986; Sax, 2000). Forse l’incapacità di amare gli esseri umani potrebbe in parte spiegare la sproporzionata passione per gli animali – sproporzionata in relazione alla loro misantropia: amare gli animali non è mai un male, ovviamente – e la glorificazione nazista delle leggi di natura. Il nazismo formulò una filosofia del vivente (Lebensphilosophie), non dell’umano. Non serviva alcuna antropologia, perché la specie umana era sussunta nello schema del vivente, non v’era nulla di riconoscibilmente speciale negli esseri umani nel panteismo nazista. In un discorso tenuto a Norimberga nel 1938, Hitler, comunicò al popolo l’essenza di questo suo panteismo: “Noi veneriamo esclusivamente la cura di ciò che è naturale, e di conseguenza, in quanto naturale, voluto da Dio. La nostra umiltà si afferma nella sottomissione incondizionata alle leggi divine dell’esistenza per come noi uomini riusciamo a comprenderle”.
I tempi sono cambiati ma rimane, sotto traccia, in tutti i movimenti di rivitalizzazione etnica, una mistica della naturale e salvifica autenticità e purezza dell’Alpe (o della foresta, o della prateria, o dell’ambiente marino) come via di fuga dalla metropoli corruttrice e tentacolare, dalle sue manipolazioni, contaminazioni ed imbastardimenti. Nello specchio dell’Alpe il cittadino vede il riflesso idealizzato e nostalgico di un’identità più sincera e genuina. In questo modo la natura viene nazionalizzata, la nazione si naturalizza e la Naturschutz finisce per coincidere con la Heimatschutz. Quand’era in vita, le performance alpinistiche dell’imprenditore Haider evidenziavano il nesso tra la sacralità della montagna, l’intento di generare un’adesione essenzialmente emotiva al movimentismo anti-istituzionale e l’idealizzazione nazionalista della sfida esistenziale dell’individuo, che è rappresentante del suo popolo sulle pareti rocciose come sui mercati finanziari. In questo senso, esistevano delle evidenti analogie simboliche ed ideologiche tra Haider e due intellettuali filo-nazisti come Julius Evola e Marc Augier (Saint-Loup), entrambi provetti alpinisti, sciatori e promotori di una mistica naturalista e neo-pagana rivolta ai giovani, potenziali fautori della palingenesi europea. Augier, oltre ad essere attivo nella promozione della rete di ostelli della gioventù francese fu anche un teorico dell’Europa delle patrie carnali (patries charnelles) in cui veniva enfatizzata la componente biologica dell’etnicità.
Il connubio di ruralismo, tradizione, ansia etnica e modernismo è puramente strumentale. Esso produce un’identità collettiva fittizia utile a superare, provvisoriamente, il disincanto della modernità, grazie alla reintroduzione del sacro, del mistico e del trascendente – vale a dire del sublime – in una società che ha in parte ripudiato la presenza del divino. Il modello etnoambientalista “Heimat und Umwelt” non è un ritorno al passato ma un’alternativa all’idea piuttosto caricaturale di una modernità appiattente incarnata dallo spauracchio McWorld. In questa prospettiva l’identità del singolo è inscindibile dalla valorizzazione delle risorse naturali e culturali della sua piccola patria. Il paesaggio, i riti, il folklore, certe convenzioni ed intimità offrono un saldo ancoraggio per chi non è aduso ai continui riorientamenti identitari imposti dalle metropoli multietniche.
Gli eco-etnopopulisti dimostrano grande abilità nello sfruttare quest’aspetto dell’immaginario popolare, puntando su una formula in cui ogni offesa o aggressione alla natura diviene un’offesa alla cultura ed all’identità etnica ed individuale, e vice versa. L’Heimat, come proiezione a livello regionale dell’istituzione familiare e del confortevole ambiente domestico (Heim) diventa un bastione di solidarietà per una società gelosamente chiusa in se stessa, uno scudo che protegge aspetti della tradizione che non si vogliono annacquati dalla mondializzazione e dal cosiddetto turbocapitalismo.

Resta comunque il fatto che ciascuno di noi è un ospite di questo pianeta, un ospite da un altro mondo, ed è tenuto a far sì che chi verrà dopo possa fruire della medesima ospitalità, o magari di un livello anche superiore. Dunque si deve pur trovare la maniera di amare l’ambiente senza volerlo possedere, senza considerarlo “cosa nostra”, senza piegarlo ai nostri desideri per ricavarne maggior piacere.
In questo capitolo la mia guida sarà Ralph Waldo Emerson, il nume tutelare della letteratura americana, l’intelletto che ha meglio saputo distillato il sogno di un’umanità migliore in un mondo migliore, insomma il sogno americano delle origini. Nel suo manifesto del trascendentalismo, Emerson reputava che l’approccio utilitaristico alla natura fosse deleterio non solo per la natura ma anche per la vita della nostra mente e molti escursionisti o valligiani capiranno molto bene il significato delle sue parole (Nature 1836-1844/2010):

Vi è qui come una sacralità che mette in imbarazzo le nostre religioni e una verità che potrebbe discreditare i nostri più acclamati eroi. Qui riscopriamo come la natura sia la realtà che fa rimpicciolire, al confronto, ogni altra realtà, e come essa giudichi simile a un dio ogni uomo che venga a lei. Siamo sgusciati via dalle nostre chiuse, affollate dimore, nella notte e al mattino, ed eccoci ad ammirare da quali maestose bellezze siamo quotidianamente circondati e fasciati. Come vorremmo sfuggire alle tante barriere che ce le rendono intanto, almeno in parte, inoperanti, come vorremmo sfuggire a sofismi e riserve mentali, come vorremmo compenetrarci nella natura! La temperata luce dei boschi è come un perpetuo mattino, è stimolante, eroica. S'insinuano dentro di noi le antiche magie di questi luoghi. I fusti dei pini, degli abeti, delle querce brillano come ferro davanti all'occhio infiammato. E i muti alberi cominciano a persuaderci che meglio sarebbe vivere con loro e abbandonare questa nostra vita fatta di solenni futilità. Qui non vi è storia, non vi è chiesa o stato che si sovrappongano, come un'interpolazione, al cielo divino e al grande anno immortale. […]. Le città non concedono spazio sufficiente ai sensi umani. E sia di giorno 'che di notte ci tocca andar fuori a nutrirci gli occhi di orizzonti e a richiedere la nostra parte di spazio, così come abbiamo bisogno dell'acqua per lavarci. […]mi distacco dalle beghe e dalle personalità del luogo: sì, e dall'intero mondo di piccoli centri e di personalità, e mi trasferisco in un delicato reame di tramonti e di pleniluni, troppo splendido, forse, per quell'essere contaminato che è l'uomo, e perché vi si possa accedere senza una qualche forma di noviziato e di accettazione. […]. Quelli che lamentano come morbosa la separazione fra la bellezza della natura e le cose che devono esser fatte, devono considerare che questo nostro andare a caccia del pittoresco è inseparabile dalla nostra protesta nei riguardi delle falsità sociali. L'uomo è caduto; la natura è sempre in piedi e fa da termometro differenziale rivelando la presenza o l'assenza di sentimento divino nell'uomo. Ed è per colpa della nostra insipienza e del nostro egoismo che ci rivolgiamo alla natura; ma quando saremo sulla via della guarigione, sarà la natura a rivolgersi a noi. Guardiamo con un senso di compunzione il ruscello che spumeggia; ma se la nostra vita scorresse con la sua giusta carica di energia, sarebbe il ruscello a sentire vergogna.

E qui c’è un passaggio importante, nell’economia del discorso che ho impostato in questo capitolo

Questa ingegnosità con cui è fatto il mondo si travasa anche nella mente e nel carattere delle persone. Nessuno è perfettamente bilanciato; ognuno ha una vena di insania nella sua costituzione, una leggera pressione del sangue alla testa per far si che egli resti saldamente legato a un qualche particolare punto che la natura abbia preso a cuore.

Emerson sta provando ad emanciparci dall’incubo di un universo morto ed indifferente a noi ed a tutto il resto e, contemporaneamente, dalla credenza veterotestamentaria in un dio vanaglorioso, capriccioso ed irascibile. Ecco un altro significativo passo del “manifesto”:

Attraversando un terreno brullo all’imbrunire, tra pozzanghere di neve, sotto un cielo nuvoloso e senza alcun particolare motivo di ottimismo nei miei pensieri, ho goduto di un momento di perfetta euforia. Sono così contento da averne quasi paura. Anche nel bosco l’uomo si libera dei propri anni come un serpente della sua pelle e, a qualunque età, è sempre un bambino. Nei boschi è l’eterna giovinezza. All’interno di queste piantagioni di Dio regnano decoro e sacralità, qui una festa perenne è allestita, e l’ospite non vede come potrà mai stancarsene, passassero anche mille anni. Nei boschi torniamo alla ragione e alla fede. Lì sento che niente può accadere alla mia vita: nessuna disgrazia o calamità (purché mi si lascino gli occhi) che la natura non possa sanare. In piedi sulla nuda terra – con la testa inondata dall’aria gioiosa e sollevata verso lo spazio infinito – ogni egoismo meschino svanisce. Divento una pupilla trasparente; non sono niente, vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono una parte o una particella di Dio. Il nome dell’amico più caro suona allora estraneo e accidentale: essere fratelli o semplici conoscenti, padroni o servi, è una quisquiglia e un impiccio. Sono l’amante della bellezza incontenibile e immortale. Nella natura selvaggia trovo qualcosa di più caro e congeniale che non nelle strade o nei villaggi. Nel paesaggio placido, e soprattutto nella lontana linea dell’orizzonte, l’uomo scorge qualcosa di altrettanto bello della sua stessa natura. II piacere più grande che i campi e i boschi procurano è l’indizio di una relazione nascosta tra l’uomo e il regno vegetale. Non sono solo e irriconosciuto. Esso mi fa cenni e io ricambio. L’ondeggiare dei rami nella tempesta è per me nuovo e antico a un tempo. Mi coglie di sorpresa ma non mi è sconosciuto. Il suo effetto è simile a quello di un pensiero più elevato o di un’emozione migliore che mi investono quando credevo di pensare in modo giusto e di agire rettamente.

Pare che i suoi sensi siano più affinati della media. Forse li usa meglio, forse è semplicemente più attento. È possibile che chi è incline a percorrere questo “sentiero” sia coinvolto in un processo di progressiva identificazione con una sfera sempre più vasta del mondo, proprio a partire dalla natura. La mistica naturalista dei trascendentalisti non è animista, è trascendente, appunto. Emerson dichiara che “ogni fatto naturale simboleggia un fatto spirituale”. La Natura è, in ultimo, Spirito. Ricordo una frase di Dale Cooper, in Twin Peaks: “la vita ha un senso qui, ogni vita. Ci sono valori che credevo scomparsi, ma mi sbagliavo, li ho ritrovati a Twin Peaks”. In questa serie un merlo si chiama Waldo, forse un omaggio a R.W. Emerson. Ben diversa, dualistica, è la comprensione delle forze naturali dell’Immanuel Kant della “Critica del giudizio”, che pure mostra qualche traccia di una possibile, remota convergenza:

Le rocce che sporgono in alto e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo fra lampi e tuoni, i vulcani che scatenano tutta la loro potenza distruttrice, e gli uragani che si lasciano dietro la devastazione, l’immenso oceano sconvolto dalla tempesta, la cataratta di un gran fiume, riducono ad una piccolezza insignificante il nostro potere di resistenza, paragonato con la loro potenza. Ma il loro aspetto diventa tanto più attraente per quanto più è spaventevole, se ci troviamo al sicuro; e queste cose le chiamiamo volentieri sublimi, perché esse elevano le forze dell’anima al di sopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, la quale ci dà coraggio di misurarci con l'apparente onnipotenza della natura.

Per i trascendentalisti il bello e il sublime eccedono l’ordinarietà dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e ci infondono un’immensa gioia e anelito verso l’alto e verso l’interiorità. Ciò che ascende, converge, come ciò che esplora le profondità dell’anima. Il senso della meraviglia, del sentirsi infinitamente minuscoli ed infinitamente vasti, proiettati verso un interesse morale superiore, che è poi quello della coscienza. Nessuna persona potrebbe commettere un crimine trovandosi in una tale condizione dell’anima, che purtroppo per noi è solamente passeggera.
I trascendentalisti dei nostri tempi abitano molto più vicino. Uno di loro è il celebre Mauro Corona (2005, p. 271), non certo per caso un ammiratore di un altro grande trascendentalista, Walt Whitman:

Mi escono battute sarcastiche quando leggo o sento definire la montagna assassina. La montagna non è assassina, se ne sta lì e basta. Siamo noi i killer di noi stessi, che non sappiamo vivere, che usiamo il profumo per l’uomo che non deve chiedere mai, che abbiamo dimenticato la carità, la riconoscenza, il rispetto, che distruggiamo la natura. La vita è un segno di matita, curvo e sottile, che finisce ad un certo punto. Per molti è lungo, per altri corto, per altri non parte nemmeno. La gomma del tempo verrà poi a cancellare quel segno. Di noi non resterà nemmeno il ricordo. È giusto così. E allora perché sgomitare tanto?…Vivere è come scolpire, occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro. La montagna mi ha insegnato anche questo.

Ne “Il volo della martora” (1997, p. 62), uno dei suoi pensieri più belli:

Le voci della primavera sono il diluente che impedisce alle scorie dei fallimenti, delle delusioni, del pessimismo di occludere il minuscolo passaggio verso quel magico luogo, verso quella terra lontana e ancora pulita, sempre così difficile da raggiungere, dove trovano rifugio i sentimenti buoni quando noi li rincorriamo per ucciderli.

Un altro è il meno noto Mario Martinelli (2007, p. 68), trentino della Vallarsa:

E Luino distingueva chiaramente ora, nell’opaca tenebra, come l’equilibrio con la natura fosse la cosa più importante per assaporare completamente il ricco e impagabile cammino dell’uomo. La solitudine siderale poteva raggiungere momenti d’intensa spiritualità che mettevano i brividi sulla pelle e, subito dopo, la certezza di essere uniti a tutti gli elementi del creato conferiva un’euforia che abbisognava dell’intero universo per espandersi.

I trascendentalisti, vecchi e nuovi, ci stanno dicendo che una buona parte della nostra aggressività non è un tratto costitutivo della nostra natura, è il risultato di una concatenazioni di scelte sbagliate, a loro volta causate dalla nostra immaturità. L’esito è stato una dipendenza psicologica autodistruttiva, il bisogno di consumare letteralmente il nostro prossimo, l’altro da noi, per espandere il nostro ego, personale e collettivo (patria, etnica, civiltà, culto, ecc.), che necessita di confini e barriere che mantengano ben distinti il mio dal tuo, il soggetto dall’oggetto. Così siamo diventati materialisti, avidi, competitivi, violenti, razzisti, sessisti, omofobi, insicuri, narcisisti, ossessivi, anempatici (freddi, disabituati alla compassione), moralmente intorpiditi (indifferenti, relativisti, nichilisti, egotisti) ed in ultimo autolesionistici. E il punto non è che dobbiamo cambiare per ragioni morali, non c’è un imperativo etico che ci deve costringere a pensare e vivere diversamente; la cosa è molto più semplice: i trascendentalisti ci offrono uno squarcio nel tipo di esperienza di vita che sprechiamo, di cui ci priviamo, ci rivelano cosa perdiamo quando viviamo un’esistenza indurita intorno ad un ego pietrificato, ad identità sociali inflessibili, intransigenti e soprattutto monistiche a pratiche sociali di sfruttamento, strumentalizzazione e manipolazione che ormai diamo per scontate, che non consideriamo nemmeno più problematiche.
Dobbiamo accettare, una buona volta, che non siamo onnipotenti, che non siamo qui per soggiogare l’universo alla nostra volontà di potenza, che la natura è indifferente alle nostre pretese ad ai significati che le attribuiamo. La radice di tutti i nostri mali, della convergenza di crisi in quest'epoca oscura, è questa nostra superbia, la superbia del moltiplichiamoci, popoliamo il pianeta (come se non fosse già popolato da altre specie) e trasformiamo l'universo in accordo con le nostre preferenze. L'intera nostra civiltà è fondata su questo assurdo paradigma che ci sta portando alla rovina. Dobbiamo riscoprire e valorizzare l’umiltà e il rispetto per ciò che è altro da noi.
Lo illustra magnificamente David Foster Wallace, nel suo breve scritto “Questa è l’acqua” (2009):

Ogni cosa, nella mia esperienza immediata, conferma la mia profonda convinzione che sono io il centro assoluto dell’universo, la persona più reale, vivida e importante che esista. Raramente parliamo di questa sorta di egocentrismo naturale, di base, perché ispira una forte repulsione sociale, ma in fondo lo stesso vale per ognuno di noi. È la nostra configurazione standard, quella che ci ritroviamo installata nei nostri circuiti a partire dalla nascita. Pensateci: nessuna delle esperienze che avete vissuto era incentrata su qualcuno che non foste voi stessi. Il mondo di cui fate l’esperienza è proprio di fronte a voi, o dietro di voi, o alla vostra sinistra, o alla vostra destra, sul vostro teleschermo, sul vostro monitor, o quel che è. I pensieri e i sentimenti degli altri vi devono essere comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali - ci siamo capiti…Non è una questione di virtù - è una questione di scegliere se impegnarmi a modificare o a liberarmi dalla mia conformazione standard, naturale, impiantata nei circuiti, che consiste nell’essere profondamente e letteralmente incentrato su di me, nell’osservare ed interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. […]. Se imparate davvero come pensare, a cosa prestare attenzione, scoprirete che ci sono altre opzioni. Avrete il potere di vivere una situazione affollata, rumorosa, lenta, da inferno del consumatore, non soltanto come dotata di significato, ma anche sacra, animata dalla stessa forza che accende le stelle – compassione, amore, l’unità profonda di tutte le cose. […]. Nelle trincee quotidiane della vita adulta, l’ateismo non esiste. È impossibile non venerare qualcosa. Tutti venerano. L’unica scelta che possiamo fare è cosa venerare. E un’ottima ragione per scegliere di venerare qualche specie di divinità o di ente spirituale - Gesù Cristo o Allah, Jahvè o la dea-madre di Wicca, le Quattro Nobili Verità o un qualche insieme infrangibile di principi etici – è che praticamente qualunque altra cosa voi veneriate finisce per mangiarvi vivi. Se venerate i soldi e gli oggetti - se è in essi che riponete il vero significato della vita -, non ne avrete mai abbastanza. Non sentirete mai di averne abbastanza. Questa è la verità. Venerate il vostro stesso corpo, la vostra bellezza e il vostro fascino, e vi sentirete sempre brutti, e quando il tempo e l’età inizieranno a farsi notare, morirete un milione di volte prima che essi vi abbandonino davvero. Venerate il potere - vi sentirete deboli e impauriti, e avrete bisogno di un potere sempre maggiore sugli altri per tenere a distanza la paura. Venerate la vostra intelligenza, la vostra brillantezza - finirete col sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere smascherati.. La cosa insidiosa di queste forme di culto non è il fatto che siano malvagie o peccaminose; è che sono inconsapevoli. Sono configurazioni standard. Sono quel tipo di culto nel quale scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi riguardo a quello che osservate e al modo in cui misurate il valore, senza mai essere pienamente consapevoli che lo state facendo. E il mondo non vi impedirà di operare secondo la vostra configurazione standard, perché il mondo degli uomini e del denaro e del potere procede piuttosto gradevolmente con il carburante della paura e del disprezzo e della frustrazione e della bramosia e del culto di sé. […]. La libertà che davvero conta richiede attenzione, e consapevolezza, e disciplina, e sforzo, e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi. Questa è la vera libertà. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la configurazione standard, la “corsa di topi” - la costante e divorante sensazione di aver posseduto e perduto qualcosa di infinito.

martedì 15 novembre 2011

La paura della morte non dovrebbe esistere





In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito.

Giovanni 3, 1-8

La crisi, il default, i Maya, le catastrofi naturali, le schermaglie medio-orientali, la guerriglia urbana, il cambiamento climatico, gli ordini della troika finanziaria: tutto ci fa pensare alla morte, più o meno consciamente.

“E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha studiato la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile, tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Perfino avere un blog può far sentire più vivi, più significativi. Il blog, come tante altre attività umane, è un progetto di immortalità, un qualcosa che nega alla morte – alla prospettiva di morire – il potere che esercita su di noi. Il culto delle celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. Chi ha paura di morire, di norma, è egoista ed aggressivo: mors tua, vita mea. La paura ci impedisce di praticare, per quanto è possibile la nonviolenza e la solidarietà. Ci rende sociopatici, anche se in condizioni normali non lo saremmo. Ci rende pecore in un gregge, desiderose di essere guidate dal pastore (e costrette a crederlo buono).

Occorre tenere a bada questa paura di morire, se vogliamo conservare la dignità, il contegno, l’onore, l’autostima, una coscienza/anima che non sia deturpata dal Male.

Occorre capire di che vita stiamo parlando.

Il credente può restare interdetto nel leggere certi passi evangelici che riguardano la vera vita. Gesù si dichiara un irriducibile amante della vita, ma non di quella vita organica che la Chiesa sembra voler difendere oltre ogni ragionevole aspettativa. Gesù insegna che esiste un’altra vita, una vita sensibilmente più importante di questa, tanto che “chiunque è vivo per colui che vive non vedrà la morte” (Tommaso, 111). È beato chi “si è impegnato ed ha trovato la vita" (Tommaso, 58), ma il compito non è per niente facile: “stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” (Matteo 7:14). È come inoltrarsi in un labirinto, ma è necessario farlo, perché “chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Matteo 16: 25). Sarà una vita vera ed eterna, non come quella del presente, che equivale ad una morte vivente: “Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5:24). Il corpo di carne, infatti, è il fardello della caduta e Gesù non sa che farsene: “È lo spirito quel che vivifica; la carne non giova nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Giovanni 6, 63). Il suo piano è incentrato proprio sul dono della vera vita: “io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). Questo l’ha ben compreso Paolo di Tarso, che rincara: “Perché ciò a cui la carne ha l’animo è morte, ma ciò a cui lo spirito ha l’animo, è vita e pace” (Romani 8:6).

“Nirvana” era originariamente il termine che indicava la condizione spirituale di chi si è liberato dall’identificazione con ego e con l’universo materiale. La traduzione come “vuoto” o “nulla” ha stravolto orribilmente il suo significato. Il fine del Buddha non era certo il raggiungimento di uno stato di “non-esistenza” ma semmai il contrario, ossia uno stato di piena, consapevole, obiettiva percezione della realtà.

Passiamo ora alla fisica quantistica, con una serie di citazioni:

“Nulla esiste finché non è misurato” (Niels Bohr, Nobel 1922).

“Un elettrone è una potenzialità immateriale finché non viene osservato” (Max Born, Nobel 1954).

“Se non sono disturbati dall’osservatore, gli elettroni non sono cose, non esistono nello spazio e nel tempo, la loro esistenza è meramente potenziale. Emergono in una condizione di esistenza reale ma provvisoria nell’atto di misurazione che è quindi un atto creativo” (Erwin Schrödinger, Nobel 1933).

“Per ciò che riguarda le particelle che costituiscono la materia, non sembra esserci alcuno scopo nel considerarle come composte di qualche materiale. Sono, in un certo senso, pura forma, nient’altro che forma; ciò che si manifesta di volta in volta in osservazioni successive è questa forma, non uno specifico frammento di materia” (ancora Erwin Schrödinger).

“Le più piccole unità di materia non sono, di fatto, oggetti fisici nel senso ordinario della parola; sono forme, strutture o, nell’accezione platonica, Idee, di cui si può parlare in modo non ambiguo solo nel linguaggio della matematica” (Werner Heisenberg, Nobel 1932).

“La gente pensa sempre che, quando si dice “realtà”, si sta parlando di qualcosa di chiaramente noto a tutti, mentre invece per me il più importante e più arduo compito del nostro tempo è lavorare alla costruzione di una nuova idea di realtà” (Wolfgang Pauli, Nobel 1945, lettera a Markus Fierz, 1948).

“Gli elementi costitutivi del mondo fisico sono quelli che chiamiamo eventi. Un evento non persiste e non si sposta come un pezzo di materia tradizionale: esiste semplicemente per un suo breve attimo e poi cessa” (Bertrand Russell, “L’ABC della relatività”).

“Se si era inizialmente creduto che nel corso del progresso delle scienze tutto ciò che è ‘trascendentale’ sarebbe stato progressivamente soppresso, perché in ultima analisi si poteva ricondurre tutto ad una spiegazione razionale, si dovette poi ammettere che il mondo materiale che per noi è così tangibile, si dimostra invece sempre più simile ad apparenza e si dissolve in una realtà che non è fatta di cose e di materia, ma di forme che predominano. [...] La fisica quantistica ci ha confermato ancora una volta che la nostra esperienza scientifica, la nostra conoscenza del mondo, non rappresenta la realtà ultima ed intrinseca, qualunque significato si voglia attribuire a queste espressioni” (Hans-Peter Dürr, fisico nucleare e quantistico tedesco, 1986).

“Se l’universo è vivo, le emozioni possono avere un significato cosmologico” (Shimon Malin, fisico teorico, Colgate University, 2011).

Infine, una riflessione di un biochimico belga, Christian De Duve, Nobel per la medicina nel 1974:

“Ora sappiamo che l'immagine del mondo offerta dai nostri organi di senso, che pure funziona perfettamente nella vita di ogni giorno, ha poco a che fare con la realtà. Ciò che ci sembra solido e impenetrabile è perlopiù vuoto [...]. Di conseguenza, la nostra definizione intuitiva della materia è completamente distorta dai filtri che i nostri organi di senso interpongono fra un oggetto e noi. Si tratta di una definizione essenzialmente pragmatica, basata sul genere di informazioni che si sono rivelate più utili nella ricerca del cibo, nella lotta contro i predatori e per il successo riproduttivo. Come strumenti di conoscenza, queste informazioni sono quasi prive di valore” (De Duve, 2002, pp. 292-293).

Cosa significa tutto questo? Significa che l’elettrone esiste solo come campo di potenzialità, potenzialità di diventare una cosa (o per meglio dire un evento), con certe proprietà che possono essere misurate. Solo l’atto di misurazione trasforma il potenziale in effettivo. Protoni e neutroni, che formano l’atomo, assieme agli elettroni, si comportano allo stesso modo. Questi sono gli elementi costitutivi della materia che forma tavoli, sedie, libri ed esseri viventi. Continuiamo a chiamarli particelle anche se non lo sono, per mancanza di un termine migliore. Sono eventi: ergo, solo la coscienza dell’osservatore rende reale ciò che non lo è (Malin, 2011).

Ciò vale per gli atomi come per ogni elemento della realtà che vediamo. Questa conclusione alla quale sono giunti molti dei fondatori della fisica quantistica è in linea non solo col buddismo e con il neo-platonismo, ma anche con il pensiero di David Hume e George Berkeley – “esse est percipi”: essere significa essere percepiti. Solo ciò che è percepito è reale. Non sorprende quindi che Werner Heisenberg, Albert Einstein, Wolfgang Pauli, Arthur Eddington, Alfred North Whitehead, David Bohm ed Erwin Schrödinger fossero affascinati dal neoplatonismo, dal pitagorismo, o dal buddismo; per loro i determinismi potevano essere trascesi. Pauli, nelle sue conversazioni con Jung, ipotizzava addirittura che gli archetipi potessero strutturare la materia. Se la psiche e la materia sono un’espressione di un ordine retrostante, comune ed obiettivo, allora l’archetipo è come uno specchio che si manifesta come riflesso nella psiche e nella materia. Ciascuno si deve perciò assumere la responsabilità di ciò che crea ad ogni livello (Gieser, 2005). 

Ma anche se ignorassimo questa branca della fisica e continuassimo a credere all’interpretazione materialista-riduzionista della realtà, resta il fatto che la materia è fatta di atomi e gli atomi sono virtualmente vuoti (al 99,9 periodico percento), tanto che se si togliesse lo spazio tra elettroni e nucleo la Terra si ridurrebbe ad una palla da baseball. Un altro esempio: se un atomo fosse grande come il Meazza, il nucleo sarebbe più piccolo di un pisello a centro campo. Dunque la tastiera con cui scrivo queste parole è sostanzialmente vuota, come chi scrive, come ciascuno dei lettori. Il mio fondoschiena non è a contatto con una sedia ma è sostenuto, nel vuoto, dalla resistenza elettromagnetica alla compressione degli elettroni (le particelle con la stessa carica si respingono).

Anche il granito delle nostre montagne è vuoto. Se lo percepiamo come “granitico” è solo perché i nostri sensi non ci consentono di cogliere la natura quasi illusoria della materia. I nostri sensi sono materiali e quindi accettano l’illusione di solidità di ciò che li circonda, che è prodotta dal moto rapidissimo delle particelle atomiche, allo stesso modo in cui i raggi di una ruota di bicicletta che gira sembrano formare un solido ed uniforme disco di metallo, sebbene la ruota sia in gran parte vuota. 

Dunque, se persino ciò che il nostro cervello percepisce come indiscutibilmente solido, pieno, stabile, permanente, tangibile, ecc. non lo è, risulta ancor meno sensato badare a quegli spettri impalpabili ed evanescenti che sono i nostri spauracchi e i nostri idoli e miti, tutto ciò che abbiamo inventato per riuscire a soddisfare il nostro duplice bisogno sado-masochista di venerare noi stessi e contemporaneamente prostrarci. Queste finzioni sono ombre o riflessi delle interazioni umane. Il mondo reale non è una collezione di oggetti e la questione dell’identità, dell’essere identici a se stessi, dell’essere vivi, corporalmente, non ha alcun senso. Ogni evento è reale e unico, separato e distinto da ogni altro. Non esiste alcuna entità che rimanga identica da un momento all’altro, il mondo è sempre nuovo, non si muore mai veramente. Panta rei, tutto scorre, come dicevano i Greci ben prima di Eraclito, al quale l’aforisma è stato erroneamente attribuito.

Noi ci formiamo un’illusoria impressione di identità nel corso del tempo solo perché entità sempre nuove continuano a creare schemi che ci appaiono come analoghi, incessantemente. In questo senso la fisica quantistica è in piena sintonia con i dati delle altre scienze che abbiamo citato nell’introduzione a “Contro i miti etnici” (Fait/Fattor, 2010, p. 12): “la biologia insegna che ogni organismo è un prodotto squisitamente unico dell’interazione dei geni con l’ambiente in ogni istante della vita di ciascuna persona. Per i genetisti di popolazione, se c’è da fare una suddivisione della specie umana, l’unica distinzione significativa è quella tra individui. Gli studi neurologici dimostrano che non esistono due cervelli che siano identici, neppure tra gemelli identici, perché le variazioni microscopiche di ogni cervello sono enormi. Analogamente, le impronte digitali dei gemelli omozigoti sono distinte ed individuali. Infine i linguisti hanno concluso che le parole e le frasi, nella loro struttura e significato, hanno una storia che varia a seconda dell’esperienza e del contesto di ciascuna persona. Insomma, l’evidenza empirica demolisce ogni tentativo di essenzializzare e negare la straordinaria diversità dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni, cioè il suo fascino e bellezza”.

Il fatto concreto non è l’esistenza del mondo fenomenico, ma l’esperienza che ne facciamo. La vera vita risiede nell’esperienza della nostra coscienza, che non è materiale. La stessa materia di cui è costituito l’universo è l’insieme delle esperienze e potenzialità di esperienza che si influenzano reciprocamente. Perciò anche le identità personali sono illusorie, sono eventi quantistici. Un essere umano, considerato nella sua vicenda totale, è un flusso di esperienze, di occasioni d’esperienza, o di “occasioni viventi”, come le definisce Alfred North Whitehead, il grande filosofo e matematico britannico.

Se ogni evento è inestricabilmente legato all’esperienza di una data coscienza, allora per alcuni una sinfonia di Mozart sarà un’esperienza più reale e più profonda di una canzone di Lady Gaga, così come il Barolo avrà un livello di esistenza più intenso rispetto al succo d’uva. Søren Kierkegaard, nel “Don Giovanni, la musica di Mozart e l’eros”, scrive: “Mozart immortale! A te devo tutto, è per te che ho perso il senno, che il mio spirito è stato colpito da meraviglia ed è stato scosso nelle sue profondità; devo a te se non ho trascorso la vita senza che nulla fosse capace di scuotermi”.

Ciò che conta è allora il potenziale di indurre in un essere senziente esperienze più profonde. Per alcuni l’arte più sublime è più alta, più reale dell’atto di leggere un quotidiano e un sacrificio solidale come quello del poliziotto che muore nel tentativo di salvare un aspirante suicida è più vero di un linciaggio tra tifosi. Mi auguro che ciò valga per una maggioranza di persone, ma sicuramente non lo sarà per tutti. Perché? Perché, come abbiamo già visto, esistono livelli di coscienza diversi tra gli esseri umani. Il livello di coscienza di un Eichmann o di un fondamentalista non è paragonabile a quello di un Martin Luther King o di una Aung San Suu Kyi. Il processo dialettico attraverso cui un individuo si vede simultaneamente come oggetto e come soggetto consente un ampliamento ed un approfondimento della coscienza umana; uno sforzo, questo, grandemente facilitato dalla possibilità e disponibilità a costruire ponti invece di erigere muri. Il “segreto”, dunque, è la curiosità. Essere curiosi significa cercare di informarsi, stare attenti a ciò che si fa e ciò che fanno gli altri, cercare di capire le motivazioni dietro le proprie e le altrui azioni e parole. Più limpida è la conoscenza, più limpida è l’esistenza, più vera è la conoscenza, più vera sarà la vita. È il senso dell’aforisma di Bruce Lee, che sarebbe piaciuto molto a Socrate: “Conoscere sé stessi è studiarsi mentre si agisce con l'altro”.

Se si riuscisse a metterlo in pratica gran parte dei problemi del mondo troverebbe una soluzione.

In che modo? La via è già stata tracciata dai trascendentalisti statunitensi, R.W. Emerson (1803-1882), Walt Whitman (1819-1892) e H.D. Thoreau (1817-1862) e riproposta, più recentemente, dalla politologa Nadia Urbinati e dal filosofo politico statunitense George Kateb (Kateb, 1992, 2002; Urbinati, 1997). È una via che giudico ineludibile perché attualmente non viviamo in società autenticamente democratiche, ma piuttosto in democrazie formali che sono a tutti gli effetti oligarchie sostanziali. La chiave per una riforma del nostro vivere associato che non passi per la rivoluzione – uno strumento di crudeltà ed oppressione come pochi altri – è l’individualità democratica.

Ecco cosa intendevano i trascendentalisti americani per individualità democratica: vivere deliberatamente, pronti a cogliersi in errore, a ridurre le distanze rispetto al prossimo, se questi lo desidera; “al tempo stesso dentro e fuori dal gioco, osservandolo e meravigliandosene” (Whitman). La capacità di identificarsi nel prossimo, trascurando ego, grazie al coraggio morale, alla compassione ed alla generosità, ad una diversa concezione del nostro stare al mondo, all’insegna dell’unità della vita nella diversità delle sue espressioni, la comprensione del nostro essere partecipi di un ciclo cosmico, una danza rigeneratrice in cui un albero ha valore in quanto tale, non perché fornisce ossigeno e legname, ed in cui quel che si consuma va restituito in qualche forma, cioè possibilmente non accumulando rifiuti ed appestando l’aria. Un sentimento di co-appartenenza che suscitava l’entusiasmo di J. L. Borges nella sua prolusione all’edizione in spagnolo di “Foglie d’Erba”: “In Whitman possiamo anche vedere tutta la vicenda del vivere; in Whitman soffia anche la gratitudine miracolosa per i modi concreti, tattili e multicolori in cui esistono le cose…Whitman, con impetuosa umiltà, vuole assomigliare a tutti gli uomini”.

Ne fece esperienza diretta anche l’ateo Bertrand Russell, durante una trance catalettica causata dall’esperire empaticamente la sofferenza della moglie di Alfred North Whitehead (Russell, 1967):

“Sembrava tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane”.

È un sentimento che nasce da uno sguardo dall’esterno o dall’alto, da una prospettiva sovrastante, remota, estraniante, esotica, come quella degli astronauti di varie nazionalità che, nell’ammirare la Terra, si sono resi conto della ristrettezza di vedute di chi attribuisce importanza a frontiere e barriere. Riporto alcune delle loro riflessioni perché varrebbe la pena rileggersele, quando ripiombiamo nei nostri particolarismi e piccinerie egocentriche:

“Volare nello spazio significa vedere la realtà della Terra, solitaria. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e il mio modo di vedere la vita stessa” (Roberta Bondar).

“Man mano che ci allontanavamo, la Terra si restringeva. Alla fine si ridusse alle dimensioni di una biglia, la più bella che uno potesse immaginare. Quell’oggetto così bello, caldo e vivo sembrava così fragile, così delicato, che se lo si fosse toccato con un dito si sarebbe infranto. Vedere una cosa così ti cambia per forza la vita” (James B. Irwin).

“ La Terra era piccola, azzurra, e così pateticamente sola…la nostra casa va protetta come una sacra reliquia” (Aleksei Leonov).

Nello spazio sviluppi istantaneamente una coscienza globale, un comportamento prosociale, un’intensa insoddisfazione per come vanno le cose nel mondo ed un desiderio irrefrenabile di fare qualcosa per cambiarle. Vista da lassù, dalla luna, la politica internazionale sembrava così insignificante” (Edgar Mitchell).

Per chi ha visto la Terra dallo spazio, e per le centinaia e forse migliaia di persone che seguiranno, è un’esperienza che cambia la tua prospettiva sulle cose. Ciò che ci accomuna è molto di più di quel che ci divide” (Donald Williams).

Per i trascendentalisti l’individualità democratica comporta il legarsi al particolare, provvisorio e precario, nella piena consapevolezza di dover comunque raggiungere una realtà che fonda, permea o travalica il particolare, provvisorio e precario. Per loro non c’è vera democrazia senza questa individualità impersonale. Emerson spiega che osservare usi e costumi obsoleti disperde le nostre energie, ci fa sprecare tempo ed offusca l’impressione del nostro carattere. Una vita in funzione dei giudizi e delle comprensioni altrui è mal spesa e, in un certo senso, quasi cessiamo di esistere. Come si può pretendere che le persone foggino la loro identità, condotta, mentalità e strutturino il loro pensiero su un passato ed un futuro determinati, un ambiente ed un orizzonte limitati? Premiando il conformismo si umiliano la creatività, l’imprevedibilità e la specialità dei singoli, trasformandoli da soggetti in oggetti, da cause in effetti, in luogo delle irripetibili rivelazioni dell’eternità e dell’infinitezza, irriducibili e per questo preziose alterità che in realtà sono. Eventi quantistici: è quello che siamo, non fasci di appartenenze. Non è dissolvendosi e dissipandosi verso l’esterno che si consolida la propria personalità. Una forte personalità autocentrata (self-reliance, la chiama Emerson) permette invece di mettere da parte ego e di coltivare una genuina sollecitudine nei confronti del prossimo.

Così ci si lasciano alle spalle il narcisismo letargico (egotismo) e l’altruismo compulsivo (assenza di personalità, alienazione del sé) che, dopo la crudeltà, sono i peggiori vizi dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo serve un intelletto critico e indipendente che sappia infrangere le convenzioni quando la coscienza – il severo scrutinio delle proprie intenzioni e premesse – lo imponga, ossia quando sono ingiuste o malvagie; che non s’inchini di fronte a nomi e costumanze. “Gli uomini sono diventati strumenti dei loro strumenti”, si lamenta Thoreau in “Walden” (1854). Il valore materiale supera quello umano e la vita spirituale si ritrae. È il risultato della devozione ai falsi idoli, ai golem.

Perciò l’individualità democratica è la premessa dell’assunzione di responsabilità, non della deresponsabilizzazione, come erroneamente alcuni hanno creduto, confondendo il trascendentalismo americano con l’egoismo aristocratico del romanticismo europeo. Emerson e Whitman si spesero in prima persona nella battaglia per i diritti civili ed il secondo, ultraquarantenne, si offrì volontario come infermiere in vari ospedali da campo per gli ultimi tre anni di guerra civile.

Demandare e delegare alle autorità comunitarie ed alle convenzioni è irresponsabile nonché pericoloso. Le convenzioni congelano la metamorfosi del sé, l’affinamento del proprio stare al mondo. Solo chi pensa e decide con la sua testa è un cittadino democratico responsabile. La democrazia e la coscienza morale fioriscono nell’autoconsapevolezza, non nell’infantilismo e nella tutela genitoriale dei golem, degli idola tribus, ossia delle astrazioni che creiamo perché ci soggioghino, spaventati come siamo dalla libertà, dalla responsabilità, dalla vita e dalla morte. La democrazia è la manifestazione dello sforzo secolare di alimentare la vita sociale in buona fede e non superstiziosamente. Dunque l’individualità democratica, cioè a dire l’autonomia personale, è un acido che corrode la mistica dell’autorità non solo nella sfera politica ma anche in quella sociale, consentendo ai cittadini di giudicarsi di dignità e valore pari agli altri, non intrinsecamente inferiori o superiori, non giustificati nella loro ossessione per i propri bisogni, i propri desideri, le proprie smanie, o nella predilezione per le categorizzazioni spersonalizzanti dell’umano. È un fattore di progressiva democratizzazione di tutti i rapporti interpersonali, di dispiegamento dell’empatia, la disposizione a vedere nell’altro un altro sé, invece che un altro da sé

Nel suo “Democratic Vistas” Whitman sostiene che l’unica ampia e soddisfacente giustificazione della democrazia risiede nella prospettiva di riuscire a generare un copioso numero di caratteri esemplari tra la gente, in un contesto di sana e piena religiosità, intesa come spiritualità, non come la cieca fede delle religioni monoteiste. Per Thoreau la democrazia, invece di elevare un gruppetto di nobili sopra le masse, rende possibile l’esistenza di “nobili villaggi d’uomini”. Secondo Emerson l’individualità, a differenza dell’individualismo, lungi dal rappresentare una minaccia per la libertà e la società, ne è invece la base morale più salda ed irrinunciabile.

Unità ed uguaglianza nella diversità, non appiattimento nell’uniformità omologante del gruppo un meccanismo infernale che produce invariabilmente oligarchie, dai paesi rurali ai grandi stati nazionali. In questo modo ci si vaccina contro il livellante zelo comunitarista, la perniciosa xenofobia, la mortificante idolatria del proprio gruppo di appartenenza, la disumana, bestiale dissoluzione nella massa.

La riforma da realizzare è in ciascuno di noi, prim’ancora che nelle istituzioni. Queste ultime cambiano solo dopo che i cittadini sono cambiati.

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