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mercoledì 28 dicembre 2011

Hofer contro Napoleone




Per Luis Durnwalder, l’attuale presidente della Provincia di Bolzano, “l’idealismo di Andreas Hofer è un esempio sublime che ha segnato la storia della nostra terra”. Quello di Hofer è un esempio “anche per le future generazioni che non debbono mai scordare né l’ottimismo nell’impegno quotidiano a difesa degli ideali e dell’Heimat, né il coraggio della fede che deve restare un riferimento chiaro e incancellabile della cultura cristiana di questa nostra terra” (“Schützen e Svp più vicini: è il «miracolo» della Heimat”, Alto Adige, 20 febbraio 2006). Il sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, ha dichiarato che: “Andreas Hofer è un mio eroe fin da quando ero bambino” (“Anche il sindaco di Bolzano commemora Hofer”, Alto Adige, 20 febbraio 2011).
La beatificazione laica della quale è stato oggetto Andreas Hofer, “Eroe della Fede” e Guglielmo Tell-Braveheart tirolese, nel corso delle celebrazioni per il bicentenario dell’insurrezione da lui guidata, ha sollevato delle perplessità. Stiamo infatti parlando di un capopopolo con il vizio del bere che si oppose valorosamente all’imperialismo napoleonico, pur sapendo che Vienna l’aveva ormai abbandonato al suo destino. La sua rivolta di popolo – al grido di Dio, Patria e Famiglia – doveva però fungere da baluardo contro l’avanzare dell’idea di diritti civili, per gli individui, per le donne, per i bambini e per le minoranze religiose ed etniche (Ebrei, Protestanti, Karrner, Rom e Sinti, ecc.), e poi del diritto internazionale, della separazione tra Stato e Chiesa, dello smantellamento del monopolio delle corporazioni, dell’obbligatorietà delle vaccinazioni antivaiolose, ecc. Gli obiettivi dei patrioti tirolesi erano tanto angusti quanto le valli dalle quali provenivano, ma gli obiettivi dell’imperialismo umanitario e civilizzatore franco-bavarese non erano meno rovinosi. È qui che vanno trovate le radici dell’attuale impasse.
A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, i conservatori austriaci che contavano, riuniti in un’alleanza che abbracciava clero, nobiltà e proprietà fondiaria, reagirono all’assalto liberale e del cristianesimo sociale usando le celebrazioni hoferiane come nucleo centrale di un programma di mobilitazione politica che comprendeva tre strategie: manipolare il culto del Sacro Cuore di Gesù a fini politici, incoraggiare lo spirito patriottico localistico con la glorificazione di Andreas Hofer e finanziare le milizie locali (Schützenvereine) per rinsaldare i legami di lealtà tra popolino e dinastia imperiale. Il tutto “für Gott, Kaiser, und Vaterland” (Cole, 2000). L’obiettivo era quello di dar vita ad una vera e propria teologia politica di militanti cattolici e di fare in modo che la religione cattolica fungesse da unica guida morale per la vita politica e sociale tirolese, respingendo il liberal-progressismo cattolico e laico come si era fatto con le armate franco-bavaresi.
Lo storico britannico Laurence Cole ha descritto molto accuratamente la dimensione politica del culto del Sacro Cuore di Gesù, un fenomeno religioso quintessenzialmente barocco, ma decisivo per il trionfo della Contro-Riforma nel Tirolo, grazie alla sua “rappresentazione sensuale del legame personale tra il credente e il Cristo Redentore”, che serviva a sostenere un “ordinato mondo patriarcale dove ciascuno era collocato al suo posto, come decretato da Dio” (Cole, 2001, p. 83). Così, paradossalmente, l’invocazione del sacro nome di Gesù ad intercedere tra il credere e Dio era accostata al “sacrosanto” diritto di portare armi e a preservare il sistema patriarcale della primogenitura, un diritto in palese contraddizione con l’egalitarismo nonviolento predicato da Gesù il Cristo. Contemporaneamente, il tradimento, la passione ed il sacrificio di Andreas Hofer per l’imperatore, la chiesa e la patria furono sciaguratamente accomunati a quelli di Gesù il Cristo, mentre il contrasto con il neonato stato italiano spinse gli elaboratori della novella ideologia a riconfigurare l’insurrezione hoferiana come “una ribellione contro tutto ciò che era Welsch”
La costruzione di una particolare interpretazione egemonica dell’identità tirolese, a beneficio di certi gruppi di interesse, passò anche per l’estensione dell’antisemitismo tradizionale, che assunse i contorni dell’antisemitismo xenofobico, politico ed economico scagliato contro le varie manifestazioni della modernità (liberalismo, capitalismo, socialismo, cosmopolitismo, ecc.). Ci fu anche un uso politico dell’Herz-Jesu-Kult in forma difensiva, nel quadro di una retorica emergenziale che dipingeva quell’epoca come una fase cruciale dello scontro tra il Bene e il Male in cui i Tirolesi erano il Popolo Eletto destinato a fungere da scudo della vera fede. Queste non furono iniziative intraprese dal basso. Furono il risultato di un disegno politico molto ben pianificato dagli ambienti conservatori più influenti, che riuscirono a manovrare come un burattino quello che era un eroe popolano, plasmandolo a guisa di campione inconsapevole della loro causa (Cole, 2000).

Fin dalle prime battute le manifestazioni sono organizzate secondo i canoni dei processi di nazionalizzazione delle masse. Nel nostro caso si tratta della nazione tirolese, della sua unità, che viene ricercata nell’identità culturale. Siamo in linea con l’idea völkish: si afferma cioè l’unità di un Volk non solo nella sua lingua, ma anche nella sua visione del mondo. Si è tirolesi perché si è religiosi, perché non si concepisce una comunità che non sia permeata di religiosità; si è tirolesi perché si mantengono i legami con la civiltà preindustriale, con il mondo contadino, con le corporazioni artigiane. In questo quadro assume forza e carattere il concetto di autonomia del Tirolo e si definisce il profilo della “libertà” tirolese che non va confuso con quello cosmopolita della migliore tradizione borghese e liberale. La figura di Andreas Hofer diventa il veicolo di questa Weltanschauung… 
(Claudio Nolet, cf. Faustini, 1985, pp. 6-7).

Un metodo che funziona ancora oggi. Questo perché gli esseri umani sono animali simbolici; non viviamo in una nicchia ecologica, viviamo in una nicchia simbolica, immersi in simbologie di ogni tipo. Leggiamo le realtà simbolicamente, usiamo un linguaggio che è essenzialmente simbolico, compiamo azioni simboliche, cerchiamo di conferire alle nostre esistenze un valore simbolico. Dalla scelta del capo firmato, a quella dell’anello, dell’auto, dell’emblema del partito, della chiesa, della squadra, della nazione, ecc. quasi ogni momento della nostra giornata è simbolicamente pregnante. Perciò chi controlla i simboli controlla gli esseri umani. 
Ciò che avvenne in Tirolo fu che la simbologia legata all’identità contadina, al folklore rurale, all’immagine dell’idillio bucolico – descritto come una ridotta alpina in grado di reggere agli assalti rivoluzionari –, alla fede e liturgia cattolica ed alla figura dell’eroe-martire fu artatamente manipolata in modo tale da far credere alle “immorali masse di lavoratori” di essere le vere beneficiarie della sua mobilitazione, quando invece il fine era quello di conservare il più a lungo possibile la struttura piramidale della società tirolese, con i suoi monopoli corporativi, l’ignoranza, la bigotteria, la sanità arretrata, la discriminazioni di donne, bambini, omosessuali e non-cattolici, la sua scarsa mobilità sociale e la soppressione del criterio meritocratico (Cole 2000, 2001; Cole/Heiss 2007). La retorica del popolo puro, autentico e moralmente ineccepibile, custode di un’era pre-industriale, imprigionato (ewiggestrig) nel ciclo dell’eterno ritorno, attirava i turisti in cerca di esotismi e tacitava ogni forma di dissenso, immediatamente catalogato come anti-sistemico, anti-edenico (Götz 2001; Dann/Hroch, 2003).

In questa insurrezione hoferiana v’è un aspetto che merita di essere rilevato: manca, pressoché del tutto, la componente socioeconomica della lotta di classe…Anche il popolo minuto del Trentino che si batteva per la conservazione di un ordine sociale nel quale si trovava pesantemente penalizzato rispetto ai ceti privilegiati per poteri e per ricchezza...rare le manifestazioni di aspirazioni ugualitarie sul piano politico-giuridico e rare anche quelle sul piano economico per una redistribuzione della ricchezza da ottenersi con provvedimenti normativi o con la violenza di moti di piazza (Corsini, 1991, p. 221).

Andreas Hofer è, ieri come oggi, suo malgrado, il simbolo della polarità dell’integralismo intollerante, di una fede arrabbiata che non ammette repliche, antitetica alla laicità democratica, che tutela i credenti dai noncredenti e vice versa. Il simbolo di chi confonde potere e virtù, di chi crede di essere dalla parte di Dio e che la sua missione consiste nel realizzare una Società Cristiana in terra, di chi crede che il fuoco si combatta col fuoco, che per difendere i propri valori si possano compiere azioni che li tradiscono, che è giusto costringere gli altri a credere nelle stesse cose, negli stessi principi, nella stessa missione, per il loro bene. Il simbolo dei patrioti senza se e senza ma, dell’assenza di autocritica, dei tabù contro il contagio di idee sovversive (Peterlini, 2010). Nel 1896, il deputato tirolese Franz v. Zallinger esclamava orgogliosamente: “Quella tirolese è un’alleanza registrata formalmente e non una semplice consacrazione al Sacro Cuore. Il Tirolo è l’unica regione d’Europa che ha stretto un’alleanza col Sacro Cuore di Gesù attraverso i suoi rappresentanti giuridici” (Romeo, 1996). Il patto è stato rinnovato fino ai nostri giorni, tanto che gli Schützen sudtirolesi intendevano marciare con una corona di spine (!) in occasione del bicentenario della morte di Andreas Hofer ma, a causa della contrarietà dei commilitoni tirolesi, si sono dovuti accontentare di ricoprirla di rose rosse.
Ho scritto, “suo malgrado”, perché “Andreas Hofer (1767-1810). Dalle fonti alla storia” (Oberhofer, 2010), uno studio sapiente e circostanziato degli scritti del patriota tirolese (680 documenti tra lettere, appunti ed atti), ad opera di un ricercatore dell’Università di Innsbruck, Andreas Oberhofer, tratteggia la figura di un uomo semplice, di buon cuore, retto e sincero, modesto e di grande abnegazione, di discreta cultura (parlava trentino, veneziano, tirolese e tedesco, sapeva leggere e se la cavava con la scrittura), generalmente sollecito nei confronti degli altri, anche dei nemici, certamente non una testa calda e con un temperamento tutt’altro che brutale. Un uomo che, in altre circostanze, avrebbe optato, mitemente, per il motto “vivi e lascia vivere” e gioito di ciò che la vita gli avrebbe riservato, apprezzando il buon cibo, il buon bere e la buona compagnia. Era però anche un uomo ingenuo, vulnerabile, superstizioso, estremamente insicuro, impulsivo, tormentato dall’insicurezza economica, non particolarmente coraggioso (almeno fino al momento dell’esecuzione, dove invece tirò fuori l’eroe che c’era in lui). Era una personalità facilmente manipolabile che “non aveva il minimo orgoglio e lasciava che gli altri gli dessero consigli e istruzioni”, che “deve sempre porsi dalla parte di chi, del suo entourage, lo mette in buona luce”, cosicché  “chi sapeva colpire il suo cuore aveva gioco facile”. Questa, a grandi linee, era anche l’opinione che si era fatta di lui lo storico trentino Umberto Corsini. Il 2 novembre 1809, quando le cose volgevano decisamente al peggio, Hofer inviò due delegati per trattare la resa e chiedere perdono, ma pochi giorni dopo si contraddisse, lanciando un appello che incitava la popolazione ad una rivolta permanente e suicida. A chi lo interrogava, l’oste rispondeva: “Sono sopraggiunti dei mascalzoni da Bressanone che mi hanno obbligato a lanciare un nuovo appello al popolo. A lungo ho opposto resistenza, ma dovevo farlo altrimenti mi avrebbero ucciso”. Lo storico austriaco osserva che le sue missive diventano progressivamente confuse e contorte e che è lecito supporre che alcune lettere ed atti gli siano stati estorti ed altri falsificati.
Così c’è un Hofer che predica la clemenza e la compassione verso i prigionieri, da trattare “secondo il diritto delle genti”, ed un Hofer che esorta al linciaggio di chi, tra gli stessi Tirolesi, “non si adopera per la nostra giusta causa” e perciò “non va risparmiato, giacché il nostro agire è cristiano”. C’è un Hofer che invoca la giustizia sociale e l’uguaglianza, ma poi scrive: “combattiamo solo per Dio e per la fede, non per il paese e la gente”. C’è un Hofer che raccomanda di rispettare gli Ebrei ed un Hofer che li discrimina. A questo proposito, Oberhofer suggerisce che questi proclami vessatori “possono essere stati prodotti del tutto liberamente dai consiglieri”. E dunque? Abbiamo forse celebrato il bicentenario di un incolpevole burattino, vittima della più bieca Realpolitik?

venerdì 16 dicembre 2011

Michele Nardelli sulla Salva-Italia e sulla crisi globale




Sono molto d'accordo con quel che scrive Michele Nardelli
in occasione della discussione sulla Legge Finanziaria 2012.

Un solo appunto: la decrescita e la sobrietà non dovrebbero essere intese a scapito dell'espansione. L'umanità ha dimostrato nella storia evolutiva di essere spiritualmente espansiva, ma si è persa per strada (simbolicamente: la Caduta/Cacciata di Adamo ed Eva) e ha deciso di espandersi fisicamente (dominio sul creato e obesità).
Un discorso sul contenimento di noi stessi e sui limiti dovrebbe prima di tutto enfatizzare il punto che è un appello ad evolvere nella direzione giusta, non a devolvere/involvere, perché altrimenti l'istinto umano rifiuterà il messaggio (molto giustamente ed assennatamente).

Ritorno alla Terra - Intervento di Michele Nardelli
"L'autonomia come prerogativa per abitare i processi globali. La crisi finanziaria, demografica, ecologica. La crisi della politica. La necessità di un cambio di approccio nel pensiero come nei comportamenti. Ritornare alla terra. La declinazione del concetto di sobrietà. 

Nel suo celebre romanzo "Per chi suona la campana" Ernst Hemingway cita i famosi versi di "Nessun uomo è un'isola" di John Donne. John Donne era un poeta e religioso inglese vissuto fra la fine del 1500 e l'inizio del 1600, in tempi dunque piuttosto lontani dai nostri. 


Nessun uomo è un'isola

Nessun uomo è un'isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l'Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

Se non lo è un uomo, figuriamoci se il Trentino è un'isola. Il Trentino è parte integrante dei processi nel quale è immerso, come parte di una comunità globale sempre più segnata dall'interdipendenza. Questo spiega - ed è naturale che sia così - perché il confronto sulla finanziaria della Provincia Autonoma di Trento assuma in questo contesto un profilo che va oltre in nostri piccoli confini. A testimonianza del fatto che oggi la dimensione sovranazionale e quella locale sono insieme decisive: per questo l'Europa è la nostra prospettiva politica.
E dovrebbe aiutarci a capire l'importanza di uno sguardo sul mondo. A che cosa servono le relazioni internazionali se non a questo? Lo dico a chi, in questa sede, si è chiesto a che cosa servono gli 11 milioni che investiamo nel capitolo sulla solidarietà internazionale. Anche se talvolta non ci riusciamo, perché piuttosto che "lo sguardo sul mondo" prevale la logica dell'aiuto per quanto importante...
Accanto a ciò ci dovrebbe aiutare a dotarci di una visione attenta verso gli effetti dell'interdipendenza sul nostro territorio. Non solo per i tagli, ma perché la crisi non conosce confini (ne abbiamo parlato pochi giorni fa nel confronto sul tema della presenza della criminalità organizzata in questa terra). E che ci deve far considerare l'autonomia come prerogativa, come strumento per abitare i processi globali, come occasione per costruire relazioni.
Costruire relazioni... Ad ottobre sono stato invitato a Casablanca a parlare della nostra autonomia, come spunto per affrontare la questione del Sahara Occidentale dilaniato da mezzo secolo di guerra. Di fronte ad un auditorio di oltre 200 persone - recentemente il Marocco ha introdotto l'autonomia nella sua nuova carta costituzionale - ho spiegato che l'autonomia non è un espediente per aggirare il problema, che l'autonomia (l'autogoverno) è più, non meno, dell'indipendenza (nel senso che si può avere l'indipendenza ma non l'autogoverno).
In questo quadro l'autonomia ci aiuta a stare al mondo, per conoscerci meglio e per comprendere lo straordinario valore di quel che abbiamo, che dobbiamo coltivare e studiare piuttosto che considerare una rendita di posizione o, peggio, una sorta di privilegio. E diventare cultura, una forma mentis, un approccio ai problemi.
All'inizio della sua relazione il presidente Dellai parla della crisi e dice "La crisi globale non è solo finanziaria ed economica. Si intreccia con un deficit complessivo di valori, di cultura, di politica, effetto di quel pensiero unico nel quale il successo senza condizioni e la forza senza limiti costituivano i riferimenti fondamentali".
Sono molto d'accordo. Abbiamo infatti a che fare con almeno tre aree di crisi, che dovremmo saper guardare come intrecciate fra loro.

1. La crisi finanziaria

Se ne parla molto, qualche volta vanvera. Tanto che ne abbiamo sottovalutato la natura, prima nell'incertezza di non averla saputa vedere per tempo, poi nell'averla letta come una crisi congiunturale, e non invece come la fine di un ciclo. Quel ciclo che ha prodotto la finanziarizzazione dell'economia, lo strapotere della finanza sull'economia, dell'economia di plastica sull'economia vera. E che ci affida un compito: quello di riportare la finanza alla sua funzione tradizionale. E' il tema che si sono posti gli indignados nel loro presidio simbolico di Wall Street, è lo stesso tema che si è posto e si pone Barack Obama ed è quello che ci poniamo quando facciamo appello ai soggetti della finanza trentina per far fronte al sostegno dell'economia del nostro territorio (e di cui parlo in uno degli ordini del giorno che mi vedono primo firmatario). Fin quando la dimensione finanziaria garantirà rendite notevolmente maggiori del profitto che può venire dal lavoro nessuno investirà sulle produzioni, sull'innovazione, sulla ricerca.

2. La crisi demografica

Una notizia è passata inosservata. Abbiamo raggiunto i 7 miliardi di esseri umani sul pianeta. E' nata Danica ed è paradossale che la disputa sia se il settemiliardesimo abitante della terra ha visto la luce a Manila o in un villaggio indiano e non ci si interroghi invece sulla prospettiva, visto che prima del 2030 saremo in 9 miliardi sul pianeta(soglia considerata il limite di sostenibilità agroalimentare). Ci vogliamo interrogare sul serio sulla sostenibilità? Sulla limitatezza delle risorse, sul fatto che si stanno compromettendo gli equilibri del pianeta, che stiamo tagliando la foresta amazzonica per produrre soia e carne? Vogliamo prendere atto che, a prescindere dalla crisi finanziaria, tutti dobbiamo fare un passo indietro? O pensiamo che ci siano al mondo persone che hanno fra loro diritti diversi?

3. La crisi ecologica

Perché non ci interroghiamo su come sta cambiando il clima? Non serve essere esperti, lo possiamo vedere, se lo vogliamo, nelle alluvioni della Liguria e della Sicilia. Il cambiamento del clima sulla Terra è vecchio quanto il pianeta: 4 miliardi e mezzo di anni, ma è nel XX secolo che si sono prodotti i cambiamenti ambientali più radicali ed è la prima volta che se ne ha la percezione nel corso della vita di una persona. Per rendersene conto basterebbe osservarli secondo il noto gioco di simulazione compiuto da un astronomo che ha provato a comprimere la storia del pianeta terra - 4 miliardi e mezzo di anni - sulla scala di un anno.

"Secondo questa simulazione, se a gennaio, su un braccio esterno della via lattea, si forma il Sole, a febbraio si forma la Terra, ad aprile i continenti emergono dalle acque, a novembre appare la vegetazione, a Natale si estingue il regno dei grandi rettili, alle 23 del 31 dicembre compare l'uomo di Pechino, a mezzanotte meno dieci l'uomo di Neanderthal, nell'ultimo mezzo minuto si svolge l'intera storia umana conosciuta, nell'ultimo secondo di questo mezzo minuto gli uomini si moltiplicano per tre o quattro volte e consumano quasi tutto quello che si era accumulato nei millenni precedenti".

C'è in realtà una quarta crisi, forse meno importante, ed è quella della politica. Il fatto che la politica ha smarrito la propria capacità di visione, la capacità di elaborare nuovi pensieri complessi dopo la fine delle ideologie novecentesche. La crisi della politica non è solo crisi della forma partito, è i n primo luogo crisi di pensiero e di visione. Zygmunt Bauman a Trento, nella sua Conservazione sull'educazione e nel suo confronto con alcuni studenti del Da Vinci ammoniva - di fronte alla grande massa di informazioni - sulla necessità di mettere a fuoco gli avvenimenti. E' il tema della formazione e della promozione delle nuove classi dirigenti, che non è un problema di rottamazione generazionale ma di elaborazione della storia, del recente passato, e del nostro predisporsi a passare la mano.
La politica (e non solo la politica) continua invece a rincorrere gli avvenimenti, come si trattasse di emergenze. Lo abbiamo visto anche nel 2011 quando abbiamo guardato al Mediterraneo senza comprendere quel che stava avvenendo, quella primavera che vedeva come protagonisti giovani, colti, senza simboli del ‘900. Il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani che ho l'onore di presiedere ha seguito passo passo, accompagnando la primavera in un cambiamento del Mediterraneo che riguarda anche noi, che ha coinvolto anche noi, perché il Mediterraneo è anche la nostra storia.

Si guarda il dito, non la luna. Tanto che affrontiamo anche la crisi finanziaria come un'emergenza, quando invece occorrerebbe un cambio di approccio. In questo senso non c’entra Berlusconi (che ha altre responsabilità ...): se è crisi strutturale, non sarà certo una manovra da 30 miliardi (venti netti) a salvare l'Europa. So bene che il quadro parlamentare è quello di prima, ma mi sarei aspettato qualcosa di diverso dal Governo Monti, il taglio ai 16,5 miliardi dei cacciabombardieri F35 ad esempio, e più fantasia.
Occorre qualcosa di più profondo della manovra attuale, bisogna aggredire i nodi che portano alla crisi. Non è nemmeno solo la Tobin tax (quello 0,1% di tassa sulle transazioni finanziarie che porterebbe un'entrata di 166 miliardi di dollari) che pure va fatta.
E' necessario in primo luogo una grande alleanza dell'economia reale ed è questo il tratto sul quale voglio insistere in questo intervento. Un'alleanza che vorrei prendesse il nome di "Ritorno alla terra". S'intitola così l'ultimo libro di Vandana Shiva, la cui prefazione di Carlo Petrini, l'inventore di Terra Madre, insiste sull'economia della natura. E' quello di cui parla Giuseppe De Rita, presidente del Censis, laddove ci parla di cultura terranea. Ed è quello che ci ha lasciato come testamento politico Andrea Zanzotto, il grande poeta da poco scomparso, quando ammoniva la sua terra, il Veneto, da cui si staccava con fatica pur essendo chiamato in ogni parte del mondo, quando accusava la sua terra di aver annientato la propria tradizionale cultura contadina.

Qui non si tratta di tornare al passato, bensì di ripensare lo sviluppo e soprattutto di pensare alla ricerca e alla tecnologia come fonte di liberazione dall'assoggettamento dell'uomo alla cosa.
Dobbiamo finalmente far nostra la cultura del limite. Lo dico anche ricordando che nel 2012 saranno passi quarant'anni dal rapporto "I limiti dello sviluppo" del Club di Roma. Quegli scienziati vennero allora accusati di catastrofismo e oggi li dovremmo riconoscere nella loro lungimiranza.
Dobbiamo ristrutturare il pensiero e ripensare i comportamenti. Tutti oggi parlano di sobrietà. Vorrei provare a declinare questa parola tanto di moda per riportarla al suo vero significato. Parlo della limitatezza delle risorse e dei beni comuni, di biodiversità (pensiamo alla scomparsa delle colture autoctone, delle specie animali e vegetali...), degli stili di vita e consumi, di etica nella ricerca (fin dove ci si può spingere ...), di nuova declinazione dei diritti in un contesto globale, di impronta ecologica e impatto ambientale  (penso al peso della CO2 nelle filiere lunghe), della natura dei confini e della conoscenza dell'altro, del conflitto generazionale, del limite come consapevolezza della finitezza delle nostre vite e infine della pace declinabile nella sobrietà (penso alla guerra del petrolio, dell'acqua, della terra).

In genere si associa la sobrietà alla povertà o alla miseria. Personalmente la voglio associare all'eleganza, allo stile e alla misura, alla bellezza. Una cultura, quella della sobrietà, che è peraltro connaturata a questa terra, tradizionalmente povera, che è stata di emigrazione. Una comunità tradizionalmente sobria e aperta, che ha nella sua storia tradizioni culturali importanti. Penso al diritto alla preghiera, ad esempio. Visto che si fa sempre riferimento alle tradizioni di questa terra, lo sapevate che nei primi anni del ‘900 durante l'impero austroungarico c'era a Trento una moschea con la quale si garantiva il diritto di culto ai soldati bosniaci di fede islamica?
Dobbiamo imparare a vivere in un contesto in cui ricominciamo a dare valore alle cose vere piuttosto che all'effimero, imparare a conoscere la storia (il secondo odg di cui sono primo firmatario sul polo archivistico), apprendere per conoscere, per il piacere di conoscere.
Ritornare alla terra, non vuol dire solo agricoltura che pure dobbiamo rimettere al centro della nostra economia, ma valorizzare le vocazioni del territorio. Molto è stato fatto, molto si deve fare. A cominciare dall'avere la consapevolezza del valore della nostra diversità che viene da tre aspetti:
in primo luogo dall'autonomia;
in secondo luogo dalla diversità della struttura economica (la cooperazione trentina come secondo soggetto economico dopo la PAT stessa);
in terzo luogo dalla coesione sociale che ci ha messi al riparo dallo spaesamento.

Al tempo stesso, non possiamo permetterci di vivere di rendita. Ritorno alla terra significa avere a cuore le vocazioni del territorio (storia), la coesione sociale (fare sistema nei territori, cosa non facile e vero ostacolo alla valorizzazione delle filiere corte; ma anche rimotivazione delle persone nel loro lavoro, a cominciare dalla pubblica amministrazione), la conoscenza (investimento sul sapere e sull'innovazione): sono queste le tre parole chiave del "ritorno alla terra". Investono il lavoro, la difesa del reddito, la tutela del territorio, la riforma della pubblica amministrazione, le nuove cittadinanze (su questo aspetto ho voluto riprendere in un apposito ordine del giorno l'appello del presidente Giorgio Napolitano quando ha parlato di mettere fine all'ingiustizia di quei bambini e ragazzi figli di genitori stranieri che sono nati in Trentino - e in Italia - ai quali non viene riconosciuta la cittadinanza).

L'anima di questa finanziaria? si chiedeva il consigliere Morandini. Rispondo con le parole di Massimo Cacciari: "Che cos'è fare politica se non dire al prossimo tuo che non è solo?".
Farlo con impegno, responsabilità, serietà, originalità di pensiero. Certo, c'è un quarto aspetto che ha contribuito a fare diverso il Trentino: se questa terra ha saputo essere diversa lo si deve anche alla sperimentazione politica che abbiamo saputo realizzare in questi anni. E che, personalmente, non considero un capitolo affatto chiuso".

martedì 6 dicembre 2011

Moschee tra meli e vigneti - Islamofobia



Io rifiuto questo ordine costituito e questa pace sociale frutto della falsità, della viltà, della paura e del cedimento agli estremisti ed ai terroristi islamici. Io condanno questa classe di politicanti ignoranti, vili, egoisti, miopi e suicidi. Io ho orrore di questa sedicente civiltà laicista, relativista, negazionista, nichilista, multiculturalista, disfattista, che all’insegna dell’islamicamente corretto si è arresa all’ideologia della morte e ci sta trascinando nell’era dell’oscurantismo e della barbarie.
Magdi Allam

Magdi “Cristiano” Allam, come troppi altri “cristiani”, era distratto, in classe, quando insegnavano la tolleranza. Ma si può sempre rimediare: la vita è una grande lezione.

Da alcuni anni in Europa è in corso un intenso dibattito sull’impatto dell’immigrazione di massa e dell’Euroislam. Si tratta di un evento epocale ed il problema è reale: quanti immigrati musulmani sono davvero disposti ad integrarsi? La risposta dipende naturalmente da come i nuovi residenti percepiscono il luogo in cui vivono. Se si troveranno bene, metteranno su famiglia e se i loro figli decideranno di porre il Trentino, per fare un esempio, al centro del loro progetto di vita, allora saranno a tutti gli effetti Trentini. Tuttavia alcuni Trentini si oppongono alla costruzione di moschee sul “sacro suolo trentino”, paventando l’avvento di una fantomatica Eurabia, un presunto complotto finanziato dai petrolieri mediorientali intenzionati ad imporre un Califfato sul nostro continente. Altri più semplicemente giudicano l’Islam incompatibile con la democrazia o con l’identità trentina. Eppure per lungo tempo ci si è chiesti se lo stesso Cattolicesimo fosse compatibile con la democrazia, citando ad esempio i colpevoli silenzi ed i taciti assensi del Vaticano nei confronti delle politiche più reazionarie ed autoritarie, in Europa come in America Latina. Una parte importante della Chiesa Cattolica, dalla Rivoluzione Francese in poi, si convinse che la democrazia era il primo passo verso il relativismo, la laicità, il materialismo, l’agnosticismo, l’ateismo ed il comunismo. Per evitare questi sviluppi, si poteva e si doveva ricorrere al pugno di ferro di un regime autoritario (Corrin, 2002) anche se ciò significava essere fin troppo compiacenti nei confronti delle dittature nazi-fasciste (Portelli, 2001) e negare alle minoranze confessionali ed in particolare agli Ebrei i diritti civili sanciti dalle costituzioni europee (Dietrich, 2002), magari tenendoli rinchiusi nei ghetti, in modo da evitare che contagiassero i Cristiani con i loro ideali di modernità cosmopolita e liberal-democratica (Kertzer, 2001).
Non è difficile notare le similarità tra il senso di coinvolgimento in una battaglia cosmica tra Bene e Male che caratterizzò la Chiesa dell’Ottocento e del Novecento e la sensazione di molte guide spirituali musulmane che la modernità consumistica e secolarizzante euro-americana, dopo aver indebolito la cristianità, stia aggredendo i fondamentali dell’Islam, anche tramite l’occupazione militare dei suoi luoghi sacri. Quando questa convinzione si fa strada, la via è aperta per l’uccisione di innocenti in nome della sopravvivenza dell’Istituzione e dei valori dei quali essa si fa portavoce. Non è una questione di fede, ma di identificazione simbolica collettiva e di appartenenza. D’altra parte in numerosi casi solo una minoranza di credenti è d’accordo con certe posizioni ufficiali del Vaticano. Non sarebbe dunque ragionevole concludere che le opinioni di alcuni imam, tra migliaia di imam, non debbano per forza rappresentare né verosimilmente rappresenteranno mai il punto di vista maggioritario dei musulmani e specialmente degli euromusulmani?
C’è chi denuncia l’assenza di chiese nei paesi musulmani per concludere che questa è una ragione sufficiente per impedire la costruzione di moschee in Trentino. Queste obiezioni ignorano il fatto che l’unico paese al mondo a maggioranza musulmana dove non si possono costruire chiese è una teocrazia alleata di ferro dell’Occidente Giudeo-Cristiano, ossia l’Arabia Saudita, per volontà della famiglia reale. Per di più questo ragionamento lascia intendere che abbassarsi al livello di una teocrazia islamista è perfettamente legittimo, anzi auspicabile. Si regredisce agli albori della filosofia morale, alla legge del taglione. Negli altri paesi musulmani esistono chiese, scuole e strutture ospedaliere e caritatevoli cristiane. Quindi, anche solo in nome della reciprocità, per non parlare dell’obbligo di tutela dei diritti civili dei nostri concittadini di religione musulmana, sarebbe giusto e doveroso consentire che sorgano istituzioni musulmane in Italia ed in Trentino. Infine, come ignorare il dato storico che la libertà di professare la propria fede, un motivo di vanto delle culture europee, è stato conquistata a dispetto dell’opposizione della Chiesa Cattolica? Sono argomentazioni di buon senso che non smuoveranno però le coscienze di chi non vuole lasciarsi convincere né dai laici, né dai parroci (definiti “comunisti”!), né dalla posizione ufficiale del papa stesso, che ad Istanbul ha pregato assieme al Gran Muftì in direzione della Mecca. Evidentemente, agli occhi di questi fanatici di casa nostra, anche il Sommo Pontefice sbaglia, sviato dai traditori della cristianità, la quinta colonna di Eurabia in Europa. Questi fondamentalisti identitari temono che tra alcuni anni l’identità europea e quella trentina saranno rese irriconoscibili, anche se nessun Trentino saprebbe individuare una definizione condivisa di identità trentina.
Il buon senso è inviso a chi ha già stabilito preventivamente la colpevolezza di imputati che non hanno ancora neppure compiuto un reato, se non quello di essere nati in una famiglia musulmana o di esserlo diventati.
Oggi si attaccano i musulmani in nome della libertà d’espressione, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze patite dai musulmani moderati che si trovano tra i due fuochi dell’estremismo cristiano ed islamico, accusati da entrambi di essere nascostamente in combutta con i rispettivi nemici. La destra anti-islamica si trova in una posizione di forza proprio perché, dichiarando di essere scesa in campo a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza e del fondamentalismo, impiega il linguaggio dei diritti civili, storicamente avversato dalla destra stessa, ma ampiamente condiviso dall’opinione pubblica, come un’arma moralmente incontestabile. Di contro la sinistra si trova spiazzata, perché pur condividendo la lealtà ai principi costituzionali, teme che schierandosi a difesa della minoranza islamica rischierebbe di indebolirli o comunque di tradirne lo spirito. Come condannare certe pratiche musulmane senza portare acqua al mulino della destra? Così quest’ultima continua a mantenere l’iniziativa, mentre le iniziative della sinistra denotano chiari segni d’impotenza. Una sinistra che perde consensi e, non intervenendo perentoriamente, permette ai rivali politici di trasformare gli ideali universalistici dell’Illuminismo in pilastri del nazionalismo xenofobo, in un “fondamentalismo illuminista” – che però non deve intaccare le “radici cristiane” dell’Europa – all’insegna della contrapposizione tra i “nostri valori” ed i “loro valori”. Questo, naturalmente, è il più indecente tradimento dello spirito dell’Illuminismo, che valorizzava sopra tutto il resto il diritto di ciascuno di scegliere il proprio percorso esistenziale e spirituale, a patto che non si violasse il diritto altrui di fare lo stesso.
Tuttavia un vasto consenso su che cosa s’intenda per violazione è difficile da individuare, così la mera esistenza di una consistente minoranza di non-cristiani è additata come una minaccia per il diritto dei Cristiani di professare la propria fede. Le obiezioni della sinistra sono respinte come l’ennesima manifestazione di debolezza ed arrendevolezza, in contrasto con la schietta e virile franchezza realistica della destra, che ha il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, facendosi portavoce della gente comune.
Così si glissa convenientemente sul fatto che la sinistra è parimenti contraria all’estremismo e si batte da sempre per i diritti dei membri più vulnerabili della società e sul fatto che l’Illuminismo era e rimane una battaglia contro ogni dogmatismo, perché lo zelo ideologico quasi sempre distorce e compromette anche i valori più condivisibili. Nel caso del “fondamentalismo illuminista” messo in campo dalla destra, l’individualismo etico promosso dai pensatori illuministi, ossia il principio secondo cui ogni essere umano è autonomo e viene prima delle collettività, evapora di fronte alla conclamata e categorica lealtà alla Patria, alla Civiltà Europea ed alla Cristianità, ed all’imperativo della lotta contro il Velo, la Tradizione Coranica , la Cultura Musulmana ed il Fondamentalismo, la radice di ogni male.
Il fatto che l’Islam e le sue pratiche siano estremamente eterogenei al loro interno, come dovrebbe risultare evidente a chiunque consideri la sua estensione geografica (che ora include anche l’Europa e gli Stati Uniti) e la varietà degli accadimenti storici e dei mutamenti sociali che ne hanno segnato l’evoluzione, è un aspetto che non viene preso nella giusta considerazione. È molto più semplice adattare i fatti alle idee piuttosto che fare il contrario. In questo modo è anche più facile mobilitare tutte le forze disponibili in una guerra combattuta contro un Nemico Assoluto e Monolitico, piuttosto che contro una realtà sfaccettata e contraddittoria.
Questo modo di interpretare la realtà odierna e le sue sfide altro non è se non l’ennesima variazione sul tema del fondamentalismo culturalista. Ciò è testimoniato dal fatto che se esponenti della Chiesa Cattolica rendono pubbliche le proprie opinioni omofobiche o misogine, la reazione non è mai scomposta come quando le stesse affermazioni provengono da un musulmano. Niente di cui sorprendersi, visto che il problema che fronteggiamo non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è forte in società come quelle dalle quali provengono la maggior parte degli immigrati, musulmani e non, che si sono attardate sulla strada dell’emancipazione degli individui, ma che è tutt’altro che assente nella nostra.
Se ci lasceremo sommergere da questo tipo di retorica, gli effetti non potranno che convergere verso l’istituzione di una “democrazia” populista, legata ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita di minoranze e soprattutto individui che si facciano sentire e si facciano valere, in funzione di stimolo al confronto, e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze. Questo è quel che si è fatto in Canada e negli Stati Uniti, dove la forte minoranza musulmana (circa 8 milioni di praticanti) non ha mai costituito un problema, né prima né dopo l’11 Settembre; un po’ com’era il caso degli euromusulmani prima di quella fatidica data. È anche quel che si cerca di fare in India, con i suoi 150 milioni di musulmani, in Indonesia, la democrazia musulmana più popolosa del mondo ed in Bangladesh, un’altra democrazia dove l’85 per cento della popolazione è musulmano.
Che ci piaccia o no i Musulmani sono ormai parte dell’Europa e del Trentino e l’unica reale minaccia al nostro stile di vita ed ai valori democratici proviene da noi stessi. Il panico esistenziale che si è impadronito di molti Trentini è infondato, ma è un’evoluzione naturale ed inevitabile della trasformazione che sta subendo la società trentina e che fa temere a molti che le loro stesse vite saranno sommerse e dominate da dei forestieri, che saranno esautorati della propria identità, spinti lungo la china dell’estinzione. È la stessa paranoia che tormenta i sonni di molti Sudtirolesi di lingua tedesca e che giustificava, ai loro occhi, gli attentati dinamitardi contro i simboli dell’italianità. La paura, il sospetto ed il desiderio di separazione fisica contribuiscono ad impedire ai nostri concittadini di religione musulmana di sentirsi davvero a casa, cioè di integrarsi. Le moschee, come le chiese, fanno respirare aria di casa a milioni di persone, quindi è bene che ci siano. Un attacco generalizzato all’Islam può solo estraniare quella maggioranza moderata che è la nostra naturale alleata. Se ce la rendiamo ostile sarà solo colpa nostra.

lunedì 28 novembre 2011

Le virtù trentino-tirolesi alla prova del Terzo Reich



Ho appena finite di leggere il rapporto del Gauleiter Frauenfeld sul Sudtirolo. Propone che i Sudtirolesi siano trapiantati in massa in Crimea e penso sia un’idea eccellente. Ci sono pochi altri luoghi su questo pianeta in cui una razza possa avere più successo nel conservare la sua integrità per secoli e secoli. I Tartari ed i Goti ne sono la prova vivente. Anch’io penso che la Crimea sarà climaticamente e geograficamente ideale per i Sudtirolesi e, se paragonata alla loro attuale situazione, sarà un paradiso di latte e miele. Il loro trasferimento in Crimea non presenta alcuna difficoltà fisica o psicologica. Tutto quel che devono fare è navigare un corso d’acqua tedesco, il Danubio, e saranno arrivati.
Adolf Hitler, luglio 1942 (Hitler, 2010)

“…la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. […] tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo”.
Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”

Come si comporterebbero Trentini e Sudtirolesi nell’evenienza di un loro inglobamento in un regime totalitario? Se i precedenti sono un’indicazione, allora è bene preoccuparsi, perché quel che si ricava dalla lettura di “La zona d'operazione delle Prealpi nella seconda guerra mondiale”, atti di un convegno di studi tenutosi nel 2006 e curati da Andrea Di Michele e Rodolfo Taiani (FMST, 2009), è un quadro a dir poco sconfortante.
Quello nazista era un ordine fondato non sul diritto del più forte, un diritto che è intrinsecamente transitorio, ma su quello metafisico e metastorico della purezza e preziosità del Sangue, della Razza e dello Spirito della Stirpe, un criterio così radicale, assoluto ed inesorabile da non sembrare neppure di origine umana. Tuttavia, mentre la fascistizzazione di entrambe le province fallì, l’occupazione nazista fu un successo. Lo pone in evidenza lo storico Luigi Ganapini, riepilogando i punti salienti dei vari contributi e citando “l’ambiguo comportamento del prefetto de Bertolini”, “il contributo sostanzioso allo sforzo bellico tedesco” da parte del Trentino Alto Adige, “i semi di conflittualità interetnica seminati a piene mani dagli studiosi”, “la scelta estrema del Corpo di Sicurezza Trentina”, la “guerra civile latente” in Alto Adige, l’immenso divario morale tra il vescovo di Belluno, monsignor Bortignon – salito su una scala per baciare i partigiani impiccati davanti ai loro carnefici – e quella del principe vescovo pangermanista di Bressanone Johannes Geisler, che si limitò a predicare disciplina ed obbedienza, in contrasto con il basso clero, schierato contro il neo-paganesimo razzista. Il ruolo dell’élite scientifica è stato esaminato da Michael Wedekind nel suo bel contributo ed in un articolo più esteso, intitolato “Le sporadi tedesche: comunità germanofone dell’Alta Italia come oggetto dell’etnoscienza ed etno-politica tedesche”, pubblicato quasi contemporaneamente nell’ultimo numero di Archivio Trentino (2/2008). Lungi dall’attenersi a criteri di obiettività e rigore, gli etno-antropologi di lingua tedesca che operarono nella nostra regione e che sono stati riscoperti ed in qualche misura “sdoganati” negli ultimi anni [cf. capitolo sull’Ahnenerbe in questo stesso volume], dimostrarono “affinità ideologiche” col regime, una “bizzarra mancanza di aderenza alla realtà”, una “visione del mondo etnocentrica radicalizzata” ed una manifesta “disponibilità a partecipare al nuovo ordine europeo nazista”. Lorenzo Baratter ci ricorda che oltre 3000 Trentini, dovendo scegliere tra la prigionia in Germania assieme ad altri 600mila militari italiani, il lavoro nella Todt e il Corpo di Sicurezza Trentino, scelsero di indossare un’uniforme tedesca e di partecipare alle rappresaglie contro altri Trentini ed Italiani. Al contrario, il Corpo di Sicurezza Bellunese non prese mai forma. L’ambiguità degli obiettivi e la ristrettezza delle visioni sembrano aver sabotato il movimento resistenziale trentino. Alberto Vadagnini riporta che a fine 1944 Walter Pienagonda (“Rado”) scrive ad Andrea Mascagni che “il CLN trentino è bloccato da inerzie, beghe di partito, interessi personali, egoismi, invidie e da una visione troppo localista”. Bizantinismi morali che, secondo lo storico altoatesino Andrea Di Michele, si fanno evidenti nelle scelte postbelliche dell’SVP che, dovendo presentarsi come partito di raccolta etnico, accolse un po’ tutti, “dai più aperti oppositori al nazismo fino a coloro che vi avevano collaborato attivamente. Ciò significò anche tacere le voci degli ex resistenti in quanto scomodi testimoni di una profonda divisione che non si voleva mostrare verso l’esterno”.
Contraddizioni che, com’è noto, sono riemerse di recente in tutta la loro virulenza con il rifiuto del vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta di partecipare alle commemorazioni al lager di via Resia e con certe sue esternazioni che rivelano che lui considera l’incorporazione dell’Alto Adige nel Terzo Reich come un intervallo di libertà dall’occupante italiano. Dunque si rifiuta di riconoscere come un problema la deportazione e sterminio degli Ebrei residenti nell’area o la partecipazione ad un progetto efficacemente ricapitolato dalle considerazioni dei due massimi esponenti del nazismo, Martin Bormann, leader del partito nazista e segretario personale del Führer, e Adolf Hitler. Sul destino di milioni di Europei orientali: “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Martin Bormann, Memorandum, 1942). Sulle politiche demografiche del Reich: “Il soggiogamento di 350.000 Eloti da parte di 6000 Spartani fu possibile solo grazie alla superiorità razziale degli Spartani che a sua volta era il risultato di una preservazione razziale sistematica. Quello Spartano fu il primo stato razziale. La distruzione dei bambini malati, deformi e fragili dimostrava una grande dignità ed era mille volte più umana della patetica infermità dei nostri tempi che tiene in vita i malati cronici e impedisce la nascita dei sani tramite l’aborto e l’uso dei metodi anticoncezionali” (Adolf Hitler, 1928/1961). Più importante di tutto, per Ellecosta, è l’integrità dell’Heimat e la possibilità di tornare a parlare liberamente la propria lingua. L’etnia viene prima della libertà e della democrazia. Dall’altra parte c’è comunque chi, come Giorgio Holzmann, omaggia Ettore Tolomei, il campione della fascistizzazione e pulizia etnica dell’Alto Adige. Per entrambi, valgono le parole di Di Michele: “Io credo che su questio­ni così delicate e centrali non si debba transigere. Di fronte a una data che segna per tutti noi, italiani, tede­schi e ladini, la fine della dit­tatura e il ritorno alla demo­crazia, il riconoscimento de­ve essere esplicito e privo di ambiguità. Per questo, an­che nella nostra provincia, combatterono e morirono uomini sia di lingua italia­na che di lingua tedesca, ma­gari divisi sul destino che il Sudtirolo avrebbe dovuto conoscere dopo la guerra, ma consapevoli che la pri­ma cosa da fare era quella di dare il proprio contributo per sconfiggere le dittature. […]. Non è questione di essere italiani, tedeschi o ladini, ma di credere sinceramente nei valori della democrazia. Non ci possono essere ambi­guità nella condanna a fasci­smo e nazismo e va detto chiaramente che sono stati due Stati democratici, Italia e Austria, a trovare una so­luzione al problema sudtiro­lese” (Alto Adige, 28 aprile 2009).  
Quali dunque le cause della remissività, che a volte sconfinava nella duplicità, se non in un tacito e dissimulato collaborazionismo con l’orrore nazista da parte della popolazione trentino-tirolese? Ragioni storiche e politiche, certamente; la paura, comprensibilmente. Ma forse anche una sorta di “teutonofilia”, ossia il desiderio di essere tedesco, o come i tedeschi, o dalla parte dei tedeschi, a prescindere dai frangenti; e l’amore per tutto ciò che proviene dal mondo nordico, al punto da associare perizia tecnica e competenza morale e politica. Purtroppo quanto più un paese è ben organizzato, tanto più facile è sfruttarlo e tanto più arduo è trovare modi di interferire con gli obiettivi dell’occupante. In Trentino, la propaganda nazista si avvalse della stampa locale per lanciare il suo appello al tradizionale senso di lealtà e rispetto verso le istituzioni e l’autorità costituita, alla pazienza, concordia, disciplina, operosità, generosità, parsimonia, diligenza, sobrietà, cortesia ed allo spirito di sacrificio “tipicamente” trentini per garantire la pace sociale nelle retrovie alpine (Baggiani, 2010). Adolfo De Bertolini, nominato Commissario Prefetto dal Gauleiter Hofer, si era fatto interprete della diffusa volontà trentina di evitare il peggio e, nell’annunciare la costituzione del Corpo di Sicurezza Trentino, che indossava uniformi tedesche e doveva prestare un giuramento di fedeltà ad Hitler, ripropose alcuni dei motivi retorici più triti ma forse anche più rassicuranti per una popolazione angosciata: “Si tenderanno qui la mano i figli dei patrizi e quelli del popolo, i giovani avviati agli studi con quelli che devono guadagnarsi la vita con la forza delle loro braccia; tutti però animati da un medesimo slancio; quello di trovare in un lavoro disciplinato il fermento di una più utile esistenza, a vantaggio della collettività sociale. […]. Essa impedirà che la collettività provinciale possa essere sommersa da elementi estranei, conserverà al Paese la sua impronta locale tramandata dai padri; eviterà allo sfregio di quell’onesto costume che ha fatto in passato della gente trentina, più che un popolo, una famiglia”. L’allora vescovo di Trento, monsignor Carlo De Ferrari, una figura che non si distinse per audacia, nell’appello ai fedeli della Vigilia di Natale del 1943 li esortò a “proseguire sulla giusta via nella fede dei Padri che si tempra alle prove nell’austera disciplina che é obbedienza alle Autorità e alle leggi, per giungere così alla carità che é amor patrio e amore ai fratelli, secondo l’insegnamento di Paolo”. Il riferimento all’insegnamento paolino è quantomai significativo, perché ricorre frequentemente nei memoriali di chi denuncia le forme di collaborazionismo più o meno dell’Europa occupata dai nazisti. L’epistola ai Romani (13, 1-6) è di particolare interesse: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio”. Dietrich Bonhoeffer si interrogò a lungo sul senso e sulla validità di questo tipo di sollecitazioni in un mondo alle prese con un potere malvagio come quello nazista.
I partigiani non avevano dubbi: non esistono spazi per alcun compromesso con il Male ed un regime che stermina le popolazioni ed intende conquistare il mondo è l’incarnazione terrena del Male. Perciò il giudizio dei pochi partigiani trentini sulle presunte virtù trentine fu ben diverso: mentalità arretrata e reazionaria, clericalismo antimodernista, passività ed arrendevolezza, pavidità, scarsa lungimiranza, concretezza meschina ed ipocrita, chiusura mentale. Vi era la sensazione, peraltro non troppo distante dal vero, che la principale preoccupazione fosse quella di preservare la buona amministrazione, la coesione sociale ed un forte spirito comunitario, a qualunque costo. Come per tutta la storia trentina, le poche ribellioni non smossero più di tanto le acque e, nei fatti, i rapporti, i ruoli, la serialità dei comportamenti e delle relazioni rimasero quasi intatti ed immutati. In linea con l’antica tradizione secondo cui “il singolo era una creatura imperfetta che aveva bisogno della perfezione di una comunità per operare come cittadino” (Lo Preiato, 2009).
Maria Garbari (1984, p. 60) constata che lo scopo della retorica dell’occupante era quello di “associare il localismo con la visione della sicurezza, del benessere, dello starsene fuori dalla mischia, di evocare antiche tradizioni legate alla stabilità ed all’ordine: in nome di questo mondo fatto di conservazione e valorizzazione degli occupanti, si sarebbero potuti smussare alcuni angoli di frizione fra le popolazioni locali ed i nazisti ed evitare che la gente di montagna ed i contadini passassero nel campo dell’opposizione, magari attraverso la cerniera della chiesa e del clero minuto”. La Gleichschaltung nazista - allineamento coordinato e sincronizzato dell’intera società - fu senza alcun dubbio facilitato dalla tendenza locale ad esaltare il modello sociale ed amministrativo germanico e disprezzare quello italiano: “Sono questi dei luoghi comuni, che naturalmente solo parzialmente corrispondevano a verità, ma ebbero molto peso sulla mentalità locale e condizionarono senz’altro le scelte in certi momenti. Era difficile scindere l’ammirato stile di vita del mondo austro-tedesco dal nazismo di Hitler con i mezzi di informazione di cui allora si disponeva perlomeno nelle piccole comunità rurali, era difficile in quel momento ammirare il popolo tedesco e condannarne il regime del quale non si conoscevano ancora le atrocità (Palla, 2003, p. 219). Di conseguenza ogni forma di resistenza che mettesse a repentaglio lo spontaneo fluire della quotidianità era visto come il fumo negli occhi, “in quanto sinonimo in generale di disordine, di violenza gratuita, di rottura di tutte le regole e quindi del venir meno di ogni moralità e legalità” (Palla, ibidem).
Per ciò stesso i partigiani godevano di pessima fama ed erano assimilati a rubagalline, a briganti, a predoni che usavano gli slogan socialisti per appropriarsi della “roba” altrui. Invece il miraggio del completo autogoverno delle popolazioni autoctone giustificava ogni connivenza, costituendo “la più insidiosa, la più subdola, la più temibile delle prospettive che Franz Hofer è riuscito a far credere alla popolazione trentina nella prima fase del suo governo sulla regione, prima cioè di dare il via alla seconda fase che è stata quella della più feroce, efficiente, spietata repressione poliziesca” (Agostini & Romeo, 2002, p. 71). I Trentini non si lasciarono nazificare, come non si erano lasciati fascistizzare. Tirarono semplicemente a campare, attendendo l’arrivo degli Alleati. Ma è proprio il prevalere della filosofia del “Ha da passa' 'a nuttata” che rappresenta il trofeo più ambito per un esercito occupante: è sufficiente convincere la popolazione che se non ci saranno motivi di irritazione tutto si risolverà per il meglio e poi attendere gli effetti della Sindrome di Stoccolma, quella del rapito che si allea col rapitore contro i soccorritori, reintepretando in modo radicale la sua situazione, per difendere la sua psiche.
Diversa fu la reazione era la situazione in Alto Adige, dove molti video i nazisti come dei liberatori, tanto che vi trovarono rifugio ed assistenza, tra gli altri, persino dei mostri come Adolf Eichmann (al convento dei Francescani di Bolzano), Franz Stangl (Castel Labers), Josef Mengele (Vipiteno e Termeno), Gerda Bormann, la fanatica moglie di Martin Bormann (Merano) ed Erich Priebke (via Leonardo da Vinci, a Bolzano) (cf. Steinacher, 2010). Anche a questo proposito Francesco Comina scrive “pare che buona parte degli uomini sia senz’altro pronta ad adeguarsi ai poteri ed alle ideologie imperanti se ciò consente loro di perseguire i loro scopi e valori prettamente materialistici. Il mascheramento di tale comportamento con un folclore tinto di toni religiosi risulta fastidioso all’osservatore che viene da fuori e fa sì che gli spiriti più critici si allontanino da questa patria e dal consorzio culturale così pomposamente dichiarati” (2000, p. 11). Io credo che la sua valutazione del comportamento sudtirolese sia incompleta. Accanto ai motivi pratici ed al desiderio di continuare a vivere costi quel che costi, magari approfittando delle circostanze eccezionali per arricchirsi a spese degli altri, c’era un’adesione sincera ad un certo ruolo dell’individuo nella società. In Alto Adige, come in Trentino, gli individui erano “come organi in un corpo” (Lo Preiato, 2009). Non potevano esistere interessi qualitativamente differenti dei quali tener conto, in un quadro di riferimento assoluto in cui la sudditanza nei confronti del potere non poteva essere messa in discussione. “I cittadini erano sottoposti alla potestà di un padre sui figli con un obbligo di fedeltà assoluto, perpetuo e generale” (Lo Preiato, ibidem). Obbedire senza porsi troppe domande era considerata una virtù. E ciò dà conto del comportamento delle popolazioni locali che, come annota Armando Vadagnini, si dimostrò “priva di senso rivoluzionario”, “apatica”, “fredda e indifferente” (Di Michele / Taiani, 2009). Nel Bellunese, dove le autorità ecclesiastiche e civili erano apertamente critiche nei confronti del Terzo Reich, dove centinaia di partigiani emiliani erano affluiti per combattere sulle Alpi e dove permaneva la memoria della lotta contro il nemico austriaco, le cose andarono diversamente e la prospettiva localista non esaurì l’interpretazione degli eventi degli autoctoni. L’orientamento trentinistico riemergerà invece nel dopoguerra in seno all’autonomismo trentino, che ebbe due anime: una progressista e cosmopolita, sinceramente ispirata al federalismo di Carlo Cattaneo e di Altiero Spinelli, ed una più chiusa, localista e xenofoba. Di questa corrente faceva parte chi vedeva nell’unificazione con l’Italia la minaccia di “un progressivo decadimento economico, morale e culturale della nostra regione”, chi deplorava l’abrogazione delle “chiare leggi austriache che esercitavano una profonda distinzione del male e del bene” e “l’incontrollato afflusso dal sud di gente di ogni risma, pronta al raggiro e ad ogni mezzo di corruzione”. Il Movimento Separatista era addirittura pronto a riprendere in mano le armi nel 1945 qualora ci fosse stata la necessità di un’immediata azione di forza per richiamare l’attenzione internazionale (Baratter, 2009, p. 37).
La teutonofilia indusse molti ad anteporre a valori primari quali la dignità, l’onestà, il rispetto, l’attenzione verso il prossimo, il libero arbitrio, la compassione, la giustizia e la solidarietà, quei valori secondari come la diligenza, l’obbedienza, l’efficienza, la dedizione, la coesione e l’ordine che già godevano peraltro di uno status immeritato – se fini a se stessi – in questa regione. Immeritato perché le tradizionali virtù trentine o teutoniche sono virtù secondarie, funzionali al buon governo di una popolazione, non al buon governo delle coscienze. Vediamo perché. Giamblico di Calcide, rifacendosi a Pitagora, distingueva le virtù teoriche, che sono le virtù dell’anima che ha già abbandonato se stessa e si volge verso l’alto, dalle virtù civiche. Mentre queste riguardano la ragione che si dirige verso ciò che è inferiore a se stessa, le prime traggono origine dallo sforzo della ragione verso ciò che è superiore ad essa. Pur prescindendo dalle premesse metafisiche di Giamblico, ritengo che questa divisione tra virtù primarie e secondarie sia affatto plausibile.
Le virtù primarie comprenderebbero unità, armonia, pace, equilibrio, saggezza/sapienza, amore, fede, speranza, compassione, tenacia, calore umano, coraggio, umiltà, gratitudine, benevolenza. Quasi tutte queste virtù possono essere pervertite conducendo a: assimilazione, obbedienza supina, apatia, indifferenza, ordine, fanatismo, dipendenza psicologica, anticipazioni irrealistiche, manipolazione emotiva, rigidezza mentale, facili entusiasmi, sconsideratezza, auto-svalutazione, indebitamento perpetuo, sfruttamento.
Le virtù secondarie includono competenza, efficienza, senso del dovere, puntualità, lindore, diligenza, obbedienza, efficienza, dedizione, coesione, ordine, disciplina, parsimonia, utilità, mansuetudine, accuratezza, rapidità, prevedibilità, precisione, celerità, continuità, unità, rigorosa subordinazione, riduzione degli attriti, massimizzazione, ecc. Tutte qualità generalmente associate alle macchine. Sono utili per il vivere associato perché ci aiutano a vivere in maniera organizzata ed efficiente. Ma sono strumenti in vista di un fine e non devono diventare un fine in se stesse. In quel caso possono finire per formare gli anelli di una catena di male che termina in luoghi come Auschwitz. Infatti, essere un eccellente cittadino dotato di virtù civiche non significa essere un eccellente essere umano dotato di virtù umane. In molte società le due cose divergono. Riferendosi ai meriti di Danesi ed Italiani nel salvataggio di Ebrei durante l’Olocausto, Hannah Arendt, in “Eichmann a Jerusalem”, scriveva: “Ciò che in Danimarca fu il risultato di un autentico senso politico, una congenita comprensione dei requisiti e delle responsabilità della cittadinanza e dell’indipendenza…in Italia ebbe origine da una quasi automatica umanità generale di un popolo antico e civile” (Arendt, 2009). Questa generalizzazione va presa con le molle, perché le virtù italiane giacevano e giacciono in una matrice di vizi mal sopportabili, come il disordine, la disobbedienza, il menefreghismo, la malizia, la corruzione ed il pressappochismo che peraltro intralciarono, loro malgrado, la macchina dello sterminio. Resta però il fatto che la disumanità nazista si espresse al meglio proprio in quel sistema di virtù secondarie che sono da sempre esaltate da patrioti e riformatori sociali. A questo punto, prima di procedere, è bene ammonire il lettore a non identificare nazismo e “germanità”. Norvegia, Danimarca e Olanda sono nazioni nordiche che hanno dimostrato livelli di umanitarismo pari se non superiori a quelli italiani, mentre non dobbiamo mai dimenticarci degli eccidi commessi dagli Italiani, fascisti o meno, in Africa e nei Balcani e dalla prontezza con la quale molti Italiani hanno chiuso gli occhi di fronte alla sorte dei Sudtirolesi. È bene non indulgere nell’autostereotipizzazione degli “Italiani, brava gente”.
Lo storico Jonathan Steinberg (Steinberg 1997) ha evidenziato l’uniformità della brutalità nell’esercito tedesco, la virtuale assenza di espressioni di umanità nella corrispondenza privata e nei documenti pubblici. Non si parla mai di esseri umani (Menschen), ma solo di materiale, forniture, roba. Apparentemente tra le mansioni del soldato tedesco non era contemplato il comportarsi umanamente: termini come morale ed etico non trovavano posto nei manuali degli ufficiali. Invece i soldati italiani facevano riferimento alle virtù cristiane in pubblico ed in privato, al retaggio dei codici di condotta cavallereschi, mostrando una forte consapevolezza dei dettami dell’onore ed un impegno a proteggere i deboli e gli oppressi. Perché una tale divergenza tra due paesi che appartengono alla medesima tradizione europea? Jonathan Steinberg ipotizza una biforcazione nella concezione stessa dell’umano e cita l’autore satirico Kurt Tucholsky che, nel 1928, scrisse un brillante pamphlet intitolato “Das Menschliche” (l’umano) in cui spiegava che “Das Menschliche” è un qualcosa che altrove è auto-evidente ma non in tedesco, dove rischia spesso di decadere nella categoria di “ciò che è al servizio” o, peggio ancora, di “ciò che è una cosa”. Tucholsky concludeva che questo è ciò che rende la mentalità tedesca così difficile da far intendere altrove. Nella Germania del tempo – ossia quella che stava per cedere alla seduzione nazista, non esistendo una Germania eternamente nazificabile – l’umano era strettamente associato al disordine, all’impertinenza, al caos incontrollabile…”das Menschliche” è tutto ciò che rimane dopo che il danno è fatto”. Come antropologo devo obiettare ad ogni essenzializzazione di una cultura così ricca e variegata. È evidente che milioni di Tedeschi, anche sotto il nazismo, non smarrirono i sentimenti umanitari. Ma non c’è alcun dubbio che la teologia politica nazista aveva come fine prioritario quello di de-umanizzare i nemici e robotizzare i seguaci, o per meglio dire adepti (perché di veri e propri fedeli parliamo, non di simpatizzanti), magnificando le virtù secondarie ed emarginando quelle primarie, le uniche che potevano interferire con i piani hitleriani.
A me pare che Emmanuel Levinas abbia colto con estrema acutezza e perspicacia la vera essenza del nazismo. Riporto qui di seguito una lunga citazione tratta da “Emmanuel Levinas” di Giuliano Sansonetti e che concerne la libertà dello spirito rispetto alla materia, un pilastro del pensiero filosofico occidentale (ma anche orientale): “Tale libertà si esprime nell’estraneità dell’anima che, senza comportare una fuga dal mondo, si distanzia da esso fondando così la propria trascendenza. È questa libertà sostenuta dal cristianesimo ad aver ispirato i movimenti profondi della storia, anche quelli, come il marxismo, che si sono posti in alternativa al cristianesimo. Rispetto a tale tradizione, l’hitlerismo costituisce una vera e propria rottura, un radicale rovesciamento di prospettiva. Lo specifico di questo movimento infatti Levinas lo individua nell’incatenamento dello spirito al corpo, per cui il biologico, con tutto ciò che comporta di fatalità, più che un oggetto della vita spirituale, ne diviene il cuore. Donde le misteriose voci del sangue, i richiami dell’eredità e del passato, ai quali il corpo serve da enigmatico veicolo. Ne deriva che l’essere dell’uomo non è più nella libertà ma in una specie d’incatenamento. Sul piano dei rapporti sociali, non è l’accordo libero della volontà a costituire l’elemento unificante, bensì la consanguineità, per cui se la razza non esiste, bisogna inventarla. Ogni comunione di spiriti che non sia fondata sulla consanguineità non può che apparire sospetta. Anche questa idea ha bisogno di affermarsi come universale, ecco allora che il razzismo deve far posto all’idea di espansione; quest’idea, però, a differenza delle altre, non lascia la libertà di accoglierla o meno, ma si trasforma in politica di potenza. Con l’hitlerismo, in sostanza, non è messo in discussione questo o quell’aspetto della civiltà occidentale, ma l’umanità stessa dell’uomo” (Sansonetti, 2009, pp. 42-43). Il nazismo è prima di tutto la negazione della dignità, la principale virtù umana, che dipende dalla capacità dell’individuo di continuare ad essere un soggetto dotato di volontà, di autogovernarsi, un attributo che si applica ai singoli esseri umani, non alle collettività. La seconda virtù primaria negata dal nazismo è quella della giustizia che, secondo Simone Weil, consiste nel comportarsi esattamente come se ci fosse uguaglianza quando uno è più forte in un rapporto diseguale. Per Pitagora il principio di giustizia determina la relazione reciproca e bilanciata tra eguali e deve stare alla base di ogni attività umana. È l’incontro di mutualità e giustizia che genera l’altra virtù primaria che è l’uguaglianza. Un’ulteriore virtù primaria oggetto delle attenzioni naziste è la mitezza, che Bobbio definiva “la più impolitica delle virtù” e che non va confusa con la passività mansueta. Sempre per Bobbio, il mite non è remissivo davanti alla soperchieria, anzi è baluardo contro l’arroganza (l’opinione eccessiva di sé che giustifica la sopraffazione), la protervia (l’ostentazione dell’arroganza) e la prepotenza (l’abuso di potere ostentato e praticato). Come William Blake, Bobbio era fautore di una civiltà fondata sulla dolcezza e sulla “parte migliore dell’io”, anatema per ogni autentico nazista.
I nazisti avevano una valida ragione a sostegno delle loro pretese: l’inesistenza di una morale obiettiva. In un mondo in cui ha valore solo ciò che è misurabile e computabile non possono esistere valori spirituali che non necessitino di una qualche giustificazione razionale. La scienza nazista era perfettamente in grado di avvalorare le intuizioni del Führer, se necessario anche falsando i dati. C’erano dei fatti che la scienza tedesca sotto il nazismo aveva il compito di tradurre in dogmi utili al riformismo politico hitleriano. L’esistenza della razza, la perpetuazione del genotipo (allora si chiamava plasma germinale) dai primordi fino al Terzo Reich, la determinazione genetica del temperamento e delle facoltà intellettuali, la causazione naturale della Storia e dell’evoluzione sociale. Questi erano tutti fatti “scientificamente dimostrati”. Essi comprovavano implacabilmente la validità della teoria dell’Ahnenerbe (eredità ancestrale), che definiva l’individuo e la sua spiritualità come il mero epifenomeno di linee genealogiche perpetue. In pratica i tratti caratteriali e le facoltà intellettive di ogni individuo erano il portato di un lungo processo di trasmissione del patrimonio germinale a partire dai suoi antenati, processo che non poteva essere influenzato da alcun fattore ambientale. Secondo questa teoria le popolazioni e le razze sarebbero fasci di linee germinali e gli esseri umani anelli di una catena genealogica millenaria che determinerebbe chi siamo, in cosa crediamo e come agiamo.
Questo sistema di coordinate faceva sì che le virtù preferite dai nazisti trovassero un ancoraggio nella Natura – trasformata in un idolo da venerare e in un agente cosmico schierato dalla parte del Terzo Reich –, e quindi nell’evoluzione universale. La spiritualità materialista dell’hitlerismo implicava il collettivismo identitario e quindi il rigetto di ogni concettualizzazione degli individui quali soggetti autonomi ed indipendenti. Questa logica classificatoria imputava a tutti i membri di una razza, ad esempio gli ebrei, le colpe di alcuni ed attribuiva a tutti gli ariani i meriti di alcuni presunti ariani. Vi era poi la pretesa che chi fosse stato identificato come membro di una razza dovesse allinearsi alle pratiche e prescrizioni ad essa associate, accettando l’appiattimento della sua identità sulla categoria bio-sociale assegnatagli fin dalla nascita. Il danno in termini di dignità umana e realizzazione delle proprie potenzialità si estendeva anche al nazista, che non si rendeva conto di sconfessare la propria individualità e di condurre un’esistenza moralmente parassitaria, a rimorchio della sua razza ed ideologia di riferimento, narcisisticamente convinto di condividere le virtù del Volk e del Geist. Questo senso di impeccabilità e di intangibilità morale è alla base del comportamento osservato e denunciato dal grande alpinista Tita Piaz in Val di Fassa nel periodo dell’occupazione nazista (Palla, cf. Di Michele/Taiani, 2009): “Due giorni fa si flagellò uno di Campestrin perché non voleva ammettere di essere ebreo! Pare che la civilizzazione presso certi popoli sia passata attraverso i secoli senza lasciar traccia di sé. Se le cose venutemi a conoscenza questi ultimi tempi mi fossero state raccontate alcuni mesi fa mi sarei decisamente rifiutato di crederle non foss’altro che per rispetto della natura umana. Ma dunque siamo ritornati ai primordi della vita, retrocesso nel tempo delle scure profondità dell’essere? E l’uomo immagine di Dio dov’è ora?” (p. 349). E ancora, riguardo al mercanteggiamento dei beni delle vittime da parte delle guardie: “Capisco come i soldati romani abbiano diviso le misere vesti di Cristo che era un ribelle estraendole a sorte, ma non riesco a trovare una scusa per questi miserabili pigmei e questi quadrati egoisti che non arrossiscono punto di vendere il più piccolo favore al miglior offerente, che speculano sulle sventure delle vittime che sono loro fratelli” (p. 352). È interessante notare che Piaz impiega il termine “fratelli”. Nessun aguzzino avrebbe mai visto nell’altro un fratello, che è invece un concetto centrale dell’etica umanistica e cristiana.
Chi sostiene l’etica umanista-cristiana tanto aborrita dai nazisti ritiene che le virtù primarie ed i valori centrali definiti dalle carte costituzionali non abbiano bisogno di una qualche giustificazione razionale o di un ancoraggio naturalistico-evolutivo. Ritiene che non sia davvero necessario dimostrare scientificamente l'utilità di amore, amicizia, familiarità, comunanza, collegialità, fraternità, buon vicinato, dignità umana e solidarietà. Che per i diritti umani non siano richieste verifiche di autenticità e che principi ed intuizioni extra-scientifiche non siano il prodotto di superstizioni o di emozioni inaffidabili ma di semplice buon senso. Torniamo a toccare il nodo irrisolto del senso ultimo dei nostri ragionamenti morali. Possiamo fare a meno di ricercare in motivazioni che eccedono la nostra umanità le ragioni per comportarci decentemente, equanimemente ed affettuosamente nei confronti del prossimo? Dobbiamo chiedere a Dio o alla Scienza di spiegarci perché non si debbano fare certe cose? Oppure siamo giustificati nel sostenere che la madre di tutte le regole, “tratta gli altri come loro vorrebbero essere trattati”, esaurisce ogni discussione in merito al perché ed al percome uno debba agire in un modo piuttosto che in un altro? Personalmente credo che sia questo il caso e che la nostra umanità ci obblighi ad intervenire quando ci si chiede di alleviare le sofferenze altrui. Rimarranno comunque persone che non la riterranno un’argomentazione soddisfacente e vorranno risalire ancora più a monte, sostenendo magari che quelle centrate sull’empatia ed il buon senso (intuizioni morali) siano confuse pretese argomentative e che la comune condizione di vulnerabilità della nostra specie – nell’infanzia, nella malattia e nella senilità – non possa dar conto dell’esistenza dei sentimenti del rispetto, della gentilezza, dell’amore e della compassione. Questi critici sono liberi di pensare come credono, a patto che non cerchino di imporre all’intera collettività il loro riduzionismo epistemologico ed etico.