Visualizzazione post con etichetta Abu Ghraib. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Abu Ghraib. Mostra tutti i post

mercoledì 23 novembre 2011

In Italia la tortura non è un reato (e presto non lo sarà negli USA)




Nessun individuo dovrà essere sottoposto a tortura o trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti
Articolo 5, Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948.

È giusto riconoscere che qualcuno sbagliò commettendo degli eccessi. Lo afferma la sentenza 57 della Prima Corte di Assise di Milano del 1964. Chi lo nega, o è in malafede o è ignorante. Credo piuttosto che ogni atto di violenza debba essere denunciato e condannato, anche in rispetto di tutti coloro che sono morti in quegli anni e che hanno onorato la divisa con spirito di sacrificio. Non vorrei che i Consiglieri Urzì e Seppi, e quei pochi accoliti che li seguono come scodinzolatori professionisti, giustificassero gli atti di violenza, perché con questo metro di giudizio giustificherebbero anche gli attentatori.
Mauro Minniti (PDL), presidente del Consiglio della Provincia autonoma di Bolzano.

Per alcuni politici la tortura è quasi un gioco, una cosa da poco. In Italia la tortura non è un reato, in particolare per l'opposizione della Lega Nord
Nel dibattito tra i candidati repubblicani alle presidenziali statunitensi del novembre 2012 Michelle Bachmann hanno sostenuto la legittimità della tortura, definendola una “tecnica di interrogatorio potenziata” (enhanced interrogation technique). Gli assistenti di Mitt Romney, il candidato favorito, nonché il più moderato, hanno spiegato alla CNN che neanche lui considera il waterboarding (annegamento controllato) come una tortura. Il presidente Obama ha replicato che il waterboarding è tortura e che chiunque si sia informato e abbia compreso di cosa si tratta la chiamerebbe tortura, “e questa non è una cosa che noi facciamo. Punto e basta”.
È curioso che dei possibili futuri presidenti degli Stati Uniti non considerino tortura la stessa tecnica usata dai Giapponesi ai danni dei prigionieri di guerra americani e per cui i leader militari giapponesi furono condannati e giustiziati in quanto criminali di guerra. D’altra parte l’annegamento controllato fu sdoganato già al tempo dell’amministrazione Bush-Cheney, da John Yoo. Se avessero perso una guerra sarebbero stati giudicati come criminali di guerra. Invece sono a piede libero: Yoo insegna diritto a Berkeley! Obama ha scelto di non aprire un’inchiesta. David H. Petraeus, già comandante dello U.S. Central Command, che prevede la responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale, e attuale direttore della CIA, la pensa come Cain, Bachmann e Romney. Fino all’anno scorso lo si riteneva un virtuale candidato repubblicano alla presidenza. Dunque pare che, tra i Repubblicani, per poter essere un valido candidato alla presidenza degli Stati Uniti, si debba per forza essere favorevoli alla tortura.

Ho già scritto altrove cosa penso della tortura:
Qui mi limito a ricapitolare le riflessioni di Jeremy Waldron, docente di giurisprudenza alla New York University School of Law e di teoria politica e sociale a Oxford, contenute in un suo scritto intitolato “Torture and Positive Law: Jurisprudence for the White House”, che potete leggere qui:
Per Waldron la proibizione della tortura è un archetipo legale, ossia una misura che esemplifica una più generale vocazione alla non-brutalità nell’ambito del sistema legale e che comprende considerazioni di onorabilità. Abu Ghraib ha disonorato gli Stati Uniti nel 2004, come li ha disonorati la rivelazione che quelle pratiche non erano limitate a quel carcere. La tortura è tornata tra noi a distanza di un secolo dall’edizione del 1911 dell’Enciclopedia Britannica, che descriveva la tortura come “un argomento che ha unicamente un interesse storico per quanto concerne l’Europa”. Finora è rimasta relegata alle colonie: Algeria (Francia), Irlanda del Nord (Regno Unito), Territori Occupati (Israele), Iraq, Afghanistan e Guantánamo (Stati Uniti). Ma la paura, una paura acuta, palpabile, permanente, è tornata ad essere la forma più comune di controllo sociale [cf. Judith Shklar, The Liberalism of Fear in “Liberalism and the moral life”, a cura di Nancy Rosenblum, 1989]
John Yoo, docente a Berkeley, è l’autore di un memorandum del gennaio 2002 che razionalizzava la violazione delle Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. Alan Dershowitz insegna alla Harvard Law School ed ha pubblicato due libri in cui sdogana la tortura. Jay Bybee era professore di diritto alla Louisiana State University ed alla University of Nevada. [Ora è un giudice federale!]. Tra il 2001 ed il 2003 era direttore dell’Office of Legal Counsel al Dipartimento di Giustizia e scrisse a sua volta un memorandum in cui restringeva la definizione di tortura per poterla rendere legittima.
Sono esperti che hanno scelto deliberatamente di derubricare la tortura come reato. Su quali basi? Il positivismo giuridico insegna che la legge va rivista a seconda delle circostanze. Però, si chiede Waldron, come mai sentiamo che c’è qualcosa di sacro che viene violato dalle considerazioni di Bybee, Yoo e Dershowitz? Che significato possiamo attribuire alla nozione di “sacralità” in una civiltà principalmente laica? Nei lavori preliminari della Convenzione Europea sui Diritti Umani, nel 1949, il delegato britannico, Seymour Cocks, propose l’approvazione della seguente mozione: “L’assemblea consultiva coglie l’opportunità per dichiarare che tutte le forme di tortura…sono incompatibili con una società civile, sono offese al cielo ed all’umanità e vanno proibite. Dichiara altresì che questa proibizione deve essere assoluta e che la tortura non può essere autorizzata in nessun caso, né per estrarre informazioni, né per salvare vite e neppure per la sicurezza dello Stato. Essa ritiene che sarebbe meglio che una società perisse piuttosto che consentire a questo residuo di barbarie di continuare ad esistere”. A titolo personale, Cocks aggiunse: “è un crimine contro il cielo e contro lo spirito santo nell’uomo. Affermo che sia un peccato contro lo Spirito Santo per cui non si può essere perdonati”. Queste sue parole non furono inserite nella stesura finale del rapporto, perché non conforme al linguaggio giuridico.
Purtroppo la nostra società non è più in grado di concepire alcun assoluto morale. Diamo per scontato che quando il gioco si fa realmente duro e c’è moltissimo in ballo certe inibizioni morali devono essere tralasciate. Le situazioni estreme ci fanno sembrare ridicoli certi assoluti morali e nessuno di noi vuol sembrare ridicolo. Ma a quel punto possiamo giustificare tutto ricorrendo ad un semplice computo aritmetico che dipinga la situazione nei toni più catastrofistici possibili. Al cospetto di una catastrofe sufficientemente grande, ogni azione di governo sarebbe implicitamente permessa. Se il numero di vite che può essere salvato è il doppio di quello dei torturati, perché limitarsi alle tecniche di tortura non-letale? Perché non stupri legalizzati e persino azioni terroristiche? Siamo davvero sicuri che delle autorizzazioni alla tortura [le richiede Dershowitz] non sarebbero abusate, che nessuno mentirà sulla disponibilità di informazioni e sulla drammaticità della situazione, che certe pratiche non si applicheranno più estesamente di quel che era stato preventivato, che non nascerà una categoria di torturatori professionisti interessati a trovare un pronto impiego? Esistono chiare indicazioni storiche del carattere metastatico della tortura, che si espande come un tumore maligno in un corpo altrimenti sano. Basti pensare ad Abu Ghraib, dove non esistevano le condizioni minime per alcuna autorizzazione ufficiale e non ufficiale a torturare i prigionieri.
Quello della tortura non è un ambito in cui ci si possa fidare delle motivazioni umane. Sadismo, dispotismo, brama di potere, godimento nelle altrui umiliazioni vengono amplificate in circostanze dominate dalla paura, dalla rabbia, dallo stress, dal pericolo, dal panico e dal terrore.
Ci sono cose che possiamo immaginare di giustificare in teoria ma che, se permesse, avrebbero un impatto devastante sul sistema giuridico tale da indurci a non imboccare quella strada.
Cosa intende Waldron per “archetipo giuridico”? Una disposizione che ha un significato che va ben oltre il suo contenuto normativo perché illumina ed incapsula un principio o un’intera area giuridica. Nel caso della tortura la funzione archetipica della sua proibizione definisce il concetto chiave che la legge non è brutale nelle sue applicazioni, la legge non è selvaggia, non umilia, non terrorizza, non mutila la dignità degli esseri umani. L’idea è che anche laddove si impiega la forza, anche laddove la gente è costretta a fare delle cose contro la sua volontà e soggiornare in luoghi spiacevoli, gli uomini non vanno trattati come bestiame, non vanno domati, picchiati, trattati come corpi da manipolare.
Secondo Waldron il rischio è quello del piano inclinato a rovescio: il problema non è che se si rendono flessibili i principi costituzionali si apre la strada all’abominio della tortura, ma che se si consente la tortura sarà poi difficile difendere i divieti che ci sembrano meno stringenti, come frustare i carcerati, estorcere confessioni, brutalizzare un delinquente. Siamo contrari a certe pratiche perché la loro malvagità ed immoralità è resa manifesta nella tortura. Quel che è sbagliato nella tortura ci aiuta a capire cosa sia sbagliato in altre pratiche, è un punto di riferimento morale importante, il nord della nostra bussola morale. È lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki che ci ha scioccato a tal punto da farci interrogare, ex post, a proposito della liceità di radere al suolo Dresda e Tokyo con le bombe incendiarie.
Il potere ci corrompe, dobbiamo essere scettici e circospetti, dobbiamo temere il peggio dagli esseri umani, perché la storia ci ha insegnato che a misura che il potere si accentra, si moltiplicano gli abusi, le infamie e le atrocità. Lo Stato, nel ventesimo secolo e ora nel ventunesimo secolo, ha dimostrato che, appena può, non esita a seviziare e far scomparire i suoi nemici interni. Lo Stato fa paura perché dispone di un potere immenso e solo le norme a tutela delle dignità umana possono inibire il pieno impiego di tale potere nella direzione della barbarie, della bestialità e del terrore. Si ripudia la brutalità per dare un esempio al mondo, per rendere il mondo meno disumano.

domenica 23 ottobre 2011

Socrate - un compendio con alcuni distinguo




Dignità ed integrità socratica

Meglio sarebbe suonare su di una lira scordata, che stonato fosse un coro da me diretto, che la maggioranza degli uomini non fosse d'accordo con me, e dicesse il contrario di quel che penso io, piuttosto che essere in disaccordo e in contraddizione con me stesso
Gorgia

Ma infine, Socrate, dicci in quale modo dobbiamo seppellirti?”, incalzano i discepoli. “Come volete”, rispose. E, ridendo tranquillamente, proseguì: “O amici, io non riesco a persuadere Critone che io sono questo Socrate, che ora discute e ordina ogni sua argomentazione: egli crede che io sia quello che tra poco vedrà cadavere e perciò mi chiede come deve seppellirmi. Ciò che da un pezzo vado ampiamente dicendo, cioè che, dopo aver bevuto il veleno, non resterò più con voi, ma me ne andrò a raggiungere la felicità dei beati, queste per lui, mi pare, non sono che inutili parole per confortare voi e insieme me stesso. […] Sappi, mio buon Critone, che l’inesattezza di linguaggio non solo è una scorrettezza in se stessa, ma fa anche male alle anime. Bisogna, quindi, aver coraggio e dire che è il mio corpo che seppellisci e seppellirlo come ti piace e soprattutto come consideri più conforme alle usanze”
Fedone (115d-e).

Non pretese mai di essere maestro…ma, solo mostrando il suo esempio, faceva sperare a quanti lo frequentavano che, imitandolo, sarebbero diventati come lui.
Senofonte

Socrate è il filosofo che scopre l’individuo, autocosciente, dissenziente, consapevole che, pensando con la sua testa, si pone come obiettivo primario quello di non diventare uno strumento d’ingiustizia, piuttosto che quello di difendere la tradizione, il tratto distintivo dell’Antigone di Sofocle. Il nucleo centrale del suo sistema teorico è l’idea dell’equivalenza dello status di tutti gli esseri umani. Con Socrate si diffonde il precetto che tutti gli esseri umani hanno un medesimo valore, pari dignità intrinseca, ossia il principio su cui si fondano lo stato di diritto, le carte costituzionali di tutti i paesi democratici, le convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani, insomma tutto ciò che ci separa dalla barbarie. Socrate oltrepassa i confini categoriali che di solito ostacolano il riconoscimento del nostro prossimo come un essere umano pari in dignità rispetto a noi perché si dice certo che la condizione dell’anima ci accomuna e con essa la ricerca della virtù e della felicità: chi sbaglia direzione lo fa perché s’inganna, non perché sia privo della possibilità di vivere rettamente o perché le direzioni giuste siano molteplici – tutte le direzioni portano a destinazione, ma alcune sono tortuose e dolorose, anche se in apparenza sembrano agevoli, altre sono più lineari, anche se in apparenza paiono più gravose. Nel Menone leggiamo che “Tutti gli uomini, allora, sono buoni nello stesso modo, perché diventano buoni per le stesse cose, ma non sarebbero certo buoni nello stesso modo, se non avessero la stessa virtù”
Socrate è convinto che sopravvivere non sia abbastanza, occorre esserne degni e devono essere presenti quelle precondizioni essenziali, senza le quali la vita non è tollerabile e perde il suo valore specifico, riducendosi ad un concetto astratto. Sopravvivere senza una coscienza integra è peggio che morire. La vita del corpo non è il valore precipuo. C’è un confine che molti esseri umani, come Socrate, non osano oltrepassare, ci sono azioni che queste persone non commetterebbero mai, indipendentemente dagli ordini che vengono loro impartiti o da quanto disperata sia la loro situazione. Questo perché sentono, istintivamente, che varcata quella linea, non potrebbero più tornare indietro, non ci sarebbe più un punto ulteriore dove marcare il confine del nec plus ultra (non oltre). Una tale azione, se compiuta, causerebbe un danno irreparabile dentro di loro, distruggerebbe qualcosa che vale più della loro stessa vita. Eseguito un certo comando, diventerebbe impossibile rifiutarsi di eseguirne altri, di ancora più discutibili e riprovevoli. Dunque ogni persona “socratica” ha un preciso dovere, quello di non agire in contrasto con la voce della coscienza, a prescindere dai suoi timori e dalle conseguenze che dovrà subire. L’integrità morale è più preziosa della vita. Ma da dove proviene la voce della coscienza? È pre-razionale, eppure non è emotiva. Nel Simposio Socrate si apparta per ascoltare il suo daimon. Rimane immobile per ore. Lo aveva già fatto nell’accampamento militare a Potidea, dove salvò la vita di Alcibiade. Il daimon che interloquisce con Socrate è un istinto più profondo, che non ha nulla in comune con la natura egoistica degli istinti basilari e delle emozioni superficiali. È un autoesame, un’autocritica continua, un’incessante conversazione tra sé e sé (il suo demone): si spezza in due, osservatore ed osservato; la voce interiore della coscienza gli impedisce di agire in certi modi.
La soddisfazione con cui persone dalla coscienza assopita si prestano ad ogni tipo di servizio corrisponde al patimento di chi quella coscienza ce l’ha ben desta e non si rassegna all’idea di eseguire certi ordini. Per questo Socrate affronta a testa alta un processo ingiusto, per insegnare a tutti che il valore etico fondativo delle nostre società è la dignità, non la forza, il giudizio di chi vince le elezioni, la presunta sovranità popolare incarnata nel capo.
Oggi il concetto di dignità ha subito un’evoluzione, è diventato più sofisticato, ma si riconosce ancora la fisionomia socratica. A cosa ci si appella quando si parla di dignità, odiernamente? Qual è la sua rapporto con la nozione di diritti? Che cosa fonda i principi morali, che cosa conferisce loro la forza che esercitano su di noi? Il filosofo politico statunitense George Kateb (2011) ritiene che la dignità sia un valore esistenziale relativo all’identità di una persona come essere umano. Nuocere o tentare di rimuovere la dignità di qualcuno significa trattarlo come se fosse non completamente umano, uno strumento o una creatura subumana. Il concetto di dignità può essere esteso anche alla specie umana nel suo complesso, in virtù della sua unicità. L'essere umano è l'unico animale indeterminato, in quanto parzialmente non-naturale, cioè frutto dell'interazione di genoma, ambiente naturale ed ambiente culturale. Proprio nella sua indeterminazione, ossia nell'assenza di confini precisi, risiede la sua dignità intrinseca, che è il fondamento dei diritti umani (nonché il suo libero arbitrio e quindi il senso morale e di responsabilità). Non solo, la sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile: ha un potenziale indeterminabile, insospettabile, appunto. E poiché è imprevedibile, è anche creativo ed innovativo. L'affinamento morale, civile, scientifico ed artistico derivano dalla porosità di questi confini dell'umano. In altre parole, come aveva intuito Sartre, gli esseri umani sono sempre più di quel che credono di essere in ogni singolo istante della vita e se scelgono di negarlo, è per mala fede o falsa coscienza. A dispetto di tutto, la natura sarebbe impoverita se venissimo a mancare. La specie umana è infatti solo parzialmente naturale, rappresenta uno scarto rispetto alla natura. Questo la rende la più speciale tra le specie, ciascuna a suo modo speciale. L’umanità è la parte più interessante della natura, nel bene e nel male, l’unica che può aiutare la natura a riflettere su stessa. Come Adamo, l’essere umano può tornare ad essere il giardiniere, il guardiano e l’amico dell’ecosfera.
Socrate crede nell’uguaglianza degli esseri umani e perciò non crede che il ruolo e la funzione definiscano una persona. Il potenziale di ciascuno si può esprimere in modalità imprevedibili, specialmente se ci liberiamo dalle catene che ci trattengono nella caverna dove tendiamo a credere che le ombre riflesse siano la realtà. Ma questo significa che nessuno avrebbe più diritto di altri ad essere convocato per rappresentare la specie umana in un ipotetico congresso delle specie che popolano la nostra galassia. Oggi si direbbe che non si può stabilire chi sia eugeneticamente più idoneo a rappresentarci tutti. Le potenzialità della specie non dipendono dal suo corredo genetico o configurazione biologica; non si raggiungerà mai il punto in cui si potrà dire: ecco, questo è il meglio che può dare l’umanità. Socrate chiede ai suoi interlocutori di sviluppare le proprie potenzialità invece di lasciarle latenti, di resistere alla tentazione di imitare gli altri o conformarsi in modo irriflessivo alle usanze, mode e mentalità prevalenti, resistere alla tentazione di fingere di essere ciò che non si è, ecc. Socrate crede che ciascuno possieda dentro di sé una quantità illimitata di informazioni e che domandare ad altri di rispondere ai propri interrogativi, attendere che siano altri a fare il lavoro al posto nostro, sminuisce e svilisce ciò che siamo, compromettendo il nostro libero arbitrio, deteriorando la nostra forza volontà e perciò esponendoci alla subordinazione passiva, infantile, all’altrui volere. Socrate ripete continuamente quest’idea che non dovrebbe essere lui a far procedere i ragionamenti, ma dovrebbe essere l’interlocutore che, spontaneamente, lascia che il suo intelletto prenda il volo, confidando nelle sue capacità. Per questo si definisce una levatrice. “È piuttosto chiaro che quel che hanno imparato non l’hanno appreso da me. Le magnifiche scoperte a cui hanno dato vita sono opera loro. A me ed al dio devono solo il parto” (Teeteto). Recentemente pare che la ricerca scientifica abbia confermato l’intuizione socratica. Uno studio degli indios amazzonici che ha coinvolto il CNRS francese, il Collège de France, tre università parigine e l’università di Harvard ha mostrato che non è solo il postulato maieutico ad essere corretto, ma anche il metodo dimostrativo di Socrate, che invita uno schiavo di Menone completamente a digiuno di geometria a dimostrare il Teorema di Pitagora: “tutti gli esseri umani potrebbero avere la capacità di dimostrare intuizioni geometriche. Questa capacità potrebbe però emergere solo dopo il raggiungimento dei 6, 7 anni di età. Potrebbe essere innato oppure acquisito nell’infanzia quando i bambini diventano consapevoli dello spazio che li circonda” (Izard et al., 2011)
La deontologia della levatrice prescrive che l’altro non sia creta da modellare ma un fiore che deve essere aiutato a sbocciare. Socrate si limita a mettere in dubbio le certezze del senso comune, nella speranza che chi dialoga con lui rifletta, analizzi ed espanda la sua conoscenza, ossia migliori la sua vita, divenga una persona più forte, più consapevole e più felice. Perché la felicità autentica dipende dalla crescita spirituale e quindi dal consolidamento della conoscenza. Nel fare tutto questo, Socrate assume per sé un unico compito, quello di insegnare agli altri come si insegna a se stessi, ad avere fiducia in sé e non nella volontà di una maggioranza, solo perché è una maggioranza. Tenta di convincere il prossimo a porsi delle domande, studiarle ed arrivare a delle risposte, autonomamente anche quando si confronta con le prospettive altrui (alle quali non si deve subordinare passivamente), perché è nelle sue corde farlo, se veramente lo vuole, perché le risposte sono già dentro di lui/lei e perché una vita ben spesa è una vita esaminata, una vita dedicata all’apprendimento, coralmente. Nel preludio all’esecuzione, i musicisti riscaldano ed accordano gli strumenti, suonando scale, arpeggi, o “soli”. In questa fase si deve porre attenzione al proprio strumento se si vuole creare della buona musica. Se invece si passa il tempo ascoltando ciò che fanno gli altri orchestrali, non sarà possibile ricavare della musica autentica dallo strumento che suoniamo.
Ciò che è strumento di conoscenza è anche strumento di liberazione. Allora il dialogo esiste solo per distruggere la falsa conoscenza. Fatto salvo per le catastrofi naturali, i pericoli reali nel mondo nascono da dentro noi stessi. Perciò l’autoesame e la contemplazione dello svolgersi delle vicende umane è essenziale per la sopravvivenza della nostra stessa specie. È fin troppo facile esaminare e giudicare il mondo esterno. È doloroso esaminare se stessi. Per questo troppi non cominciano neppure a farlo. Eppure l’unica maniera per capire se la rozza mappa che stiamo usando per navigare nella vita sia almeno vagamente utile è metterla a confronto con altre mappe. Ciò è indispensabile perché nessun essere umano agisce direttamente nel mondo. Ciascuno si deve prima creare una rappresentazione del mondo in cui vive, una mappa, un modello da usare per navigare nella realtà. Questa rappresentazione della realtà determinerà in buona misura la nostra esperienza del mondo (percezione della natura umana, aspettative nei confronti del prossimo, tipo di scelte che riteniamo siano disponibili ed accettabili) e perciò anche il nostro comportamento. La coscienza è il mezzo con cui comprendiamo il mondo. Leggiamo la natura, la società e le motivazioni umane non come sono ma come la coscienza ci permette di interpretarle. L’errore che generalmente commettiamo è quello di scambiare la mappa per il territorio e di fossilizzarci su di essa, scambiando i nostri desideri e pregiudizi per la realtà. Questa tendenza è alla base di gran parte dei mali della nostra società. L’enorme merito di Socrate è stato quello di aver scovato una tecnica che consente di ovviare a questo problema, con perseveranza e pazienza. Invece di aspettare che siano gli altri a fornirci le risposte e le soluzioni e invece di credere di avere già in tasca le soluzioni adatte agli altri, dobbiamo concentrarci sull’oscurità ed ignoranza che ci avvince e fare luce da dentro, a beneficio di tutti. È un po’ quello che consigliava di fare Aleksandr I. Herzen, uno dei grandi pensatori russi del diciannovesimo secolo: “Se la gente cercasse, anziché di salvare il mondo, di salvare se stessa, anziché di liberare l’umanità, di liberare se stessa, avrebbe fatto molto per salvare il mondo e liberare l’umanità”. Accumulare conoscenza senza pregiudizi rende umili. L’umiltà, combinata con la conoscenza, inevitabilmente conduce alla conoscenza di sé. L’importante, ci insegna Socrate, è restare integri, cioè essere presenti a noi stessi e nel mondo, mostrare presenza di spirito, di carattere, agire in accordo con la propria coscienza, non inconsciamente, meccanicamente, per imitazione. Socrate chiede sempre ai suoi interlocutori di lasciar da parte quel che hanno sentito e di argomentare con la loro testa. Fare affidamento sulla propria coscienza anziché su quella altrui è un segno di maturità, o almeno un segno che una coscienza la si possiede – avere il proprio sistema di riferimento dentro di se, nella propria coscienza e non fuori, nelle regole imposte da altri, nei pregiudizi e nelle opinioni preconfezionate. Non egocentrismo ma coscienza di sé, cioè coscienza reale delle proprie potenzialità e dei propri limiti, integrità, una cosa ben diversa dalla mania di protagonismo. Socrate è un modello di integrità perché afferma di non sapere nulla. Naturalmente è un modo di dire. Socrate sa probabilmente molte più cose di tutti i suoi concittadini messi assieme, se non altro perché, a differenza di altri, è consapevole del fatto che quel che sa è una particella infinitesima di quel che si potrebbe sapere. Nelle parole dell’Apologia: “Certo sono più sapiente io di quest'uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo proprio un bel niente; soltanto che lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, se non so niente, ne sono per lo meno convinto, perciò, un tantino di più ne so di costui, non fosse altro per il fatto che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo” (Socrate, Apologia).
Democrito diceva che “bisogna sforzarsi di capire molto, non di avere una molteplice erudizione”. Socrate sa cos’è l’ingiustizia, ma non cosa sia un’eccellenza virtuosa, una vita migliore. Per questo invece di insegnare agli altri come comportarsi agisce astenendosi, evitando, negandosi, ignorando le ingiunzioni. La sua integrità, la sua piena presenza a se stesso ed agli altri, la sua attenta concentrazione, gli consentono di affermare di essere riuscito ad evitare gli errori più comuni e prevalenti. Si sforza di mostrare integrità e purezza nel suo agire, nella sua condotta, e di aiutare gli altri rendendosi disponibile per delle conversazioni, per far pensare gli altri e se stesso. Ne è convinto anche il dostoevskijano padre Zosima: solo quando uno conosce se stesso e si confronta a viso aperto, onestamente, può arrivare ad amare il prossimo e Dio. Senofonte ci tramanda il pensiero di Socrate su questo punto fondamentale: “Quelli che conoscono se stessi sanno ciò che loro conviene e discernono quel che possono e quel che non possono; facendo quel che sanno si procurano ciò di cui hanno bisogno ed agiscono bene, astenendosi da quel che non sanno, non sbagliano ed evitano di agir male”. In un altro passo: “Non gli premeva di rendere i suoi amici abili a parlare, ad agire e fronteggiare una situazione: riteneva che, prima, dovessero avere un retto sentire. Infatti, quanti, privi del retto sentire, erano in grado di far tutto ciò, riteneva fossero più ingiusti e più abili a compiere il male”.

Socrate e il Male

E non è dunque chiaro che non desiderano le cose cattive quelli che non le riconoscono come tali, ma che desiderano quelli che ritengono essere buone, e che, viceversa, sono cattive? Cosicché, quelli che non le conoscono come cattive e reputano che siano buone, appare evidente che desiderano le cose buone. O non è così? […] Nessuno, dunque, o Menone, desidera le cose cattive, se non vuole essere siffatto. Che altro significa essere infelice, se non desiderare e procurarsi cose cattive? […]Dunque, in termini generali, le cose che l'anima intraprende e nelle quali persevera, quando il senno fa da guida, vengono portate ad un felice compimento ; quando invece a fare da guida é la dissennatezza, terminano esattamente al risultato opposto.
Menone

Non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di alcun’altra cosa prima e con maggior impegno che dell’anima in modo che diventi buona il più possibile.
Apologia

Socrate spiega agli Ateniesi che non durerebbe un giorno se, da politico, si opponesse al volere delle moltitudini ed impedisse loro di commettere ingiustizie ed illegalità. In una società ingiusta il giusto non partecipa alla vita politica. Nell’Apologia Socrate spiega che se ne rimane nella sfera privata perché solo lì può combattere per ciò che è giusto. Chi vuole veramente combattere contro le ingiustizie deve farlo come privato cittadino, non come funzionario pubblico. Si parte dal basso, con Socrate, dalla quotidianità. Il filosofo ateniese si limita a fare in modo che le persone capiscano che danneggiando il prossimo danneggiano anche se stessi. Nel farlo rivela che, troppo spesso, a quel tempo come nel nostro tempo, il “processo “civilizzatore” si oppone alla crescita interiore perché si fonda su valori materialistici, illusioni spirituali, eccitazioni, trepidazioni, e tutto ciò che spinge l’uomo ad identificarsi con gli aspetti animali e meccanici di sé. Il benessere di questi aspetti produce odio, ingiustizia, violenza, guerra, in una cornice di moralismo integralista che Socrate contrasterà fino alla sua morte. I vizi mantengono l’uomo in schiavitù, bisogna combatterli per salvare la propria libertà. Socrate è libero, per quanto è possibile, da convenzioni, paura, brame materiali, gerarchie sociali. Rifiuta le passioni in nome della libertà. Sa che chi non teme la sofferenza e la morte è libero: nessuno potrà costringerlo a fare qualcosa. Sono la paura ed il desiderio che ci privano della libertà. Nella sua visione trascendentalista, che sarà poi fatta propria dai filosofi neoplatonici, ogni vizio ed ogni brama inchiodano l’anima al corpo ed alla materialità. “E pensi che tutti questi piaceri diano tanta gioia quanto il pensiero di diventar migliore tu stesso e di acquistare amici migliori? Per me, è il pensiero che ho sempre” – afferma il Socrate di Senofonte – che poi aggiunge: “Non aver bisogno di niente è divino, di pochissimo è vicinissimo al divino”. Che credesse in una vita dopo la morte è testimoniato dal fatto che nel Fedone egli afferma che l'unico suo desiderio è quello di morire, perché soltanto la morte gli consentirà di raggiungere la piena autenticità del proprio essere. Questo desiderio presuppone ovviamente la fiducia nell’immortalità dell’anima, un’anima che si corrompe, perde progressivamente la sua integrità se ego la ignora. Il Fedone è, a tutti gli effetti, una guida al misticismo occidentale (McEvilley, 2002): l’anima deve ritrarsi dai sensi, concentrarsi su se stessa, diventare quieta ed immutabile per arrivare a conoscere ciò che è quieto ed immutabile, separatamente dal corpo (Fedone, 64-67). Nel Sofista (248a), Socrate spiega che “interagiamo con gli altri attraverso l’anima, per riflesso ed il vero essere si trova sempre in uno stato di immutabilità”. Quel che manca, per Socrate, è la consapevolezza di questo processo ed è quest’ignoranza che ci fa sbagliare. Lo ripete o vi allude un gran numero di volte: non si compie il male consapevolmente. Nessuno pensa di essere un malvagio. Gli inquisitori spagnoli erano convinti di salvare delle anime dall’inferno. Hitler era convinto di salvare il mondo dalla piaga ebraica. La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ognuno ritiene di fare la cosa giusta, ma confonde il bene col male. Aristotele aggiunge il cruciale fattore della razionalizzazione utilitaristica del male: si compie il male ben sapendo che non è il bene ma nella prospettiva di un bene maggiore. In genere è solo per nascondere appetiti e brame irresistibili ed una generale debolezza di carattere. Un malvagio non si rende minimante conto del fatto che danneggia prima di tutto se stesso. Non c’è dunque malvagità senza ignoranza e debolezza morale, che comporta l’incapacità di tener testa ai propri appetiti. Il male è perciò un deficit caratteriale, è assenza di una corretta armonizzazione, sintonizzazione delle proprie disposizioni, eccesso, sproporzione, esagerazione nelle brame, indomabili, incontrollate. Se facciamo qualcosa di sbagliato è perché per un momento, oppure permanentemente, abbiamo perso di vista il nostro vero bene, visto che non ha senso ritenere che uno scelga deliberatamente di danneggiare se stesso (eccetto in casi patologici). Sbagliamo perché scegliamo quel che riteniamo sia meglio per noi nel breve termine invece di abbracciare una prospettiva di più ampio respiro. Meglio (per l’anima) sarebbe coltivare la virtù e difendere la propria integrità morale. Non saremo mai in grado di usare bene status, potere e denaro se la nostra anima non è in buone condizioni. Per amare bisogna sapere, e sapere significa essere illuminati, ed essere illuminati significa amare e conoscere è amare e così via. Il filosofo non si accontenta della molteplicità degli individui e dell’apparenza ma cerca la conoscenza della vera natura di ogni essenza, perché conoscere la virtù significa comparteciparne, diventare la virtù. La conoscenza riorganizza una persona dall’interno, il suo intero essere (Repubblica 490a-b). Un sistema morale basato su adesioni emotive è illusorio ed ingannevole. L’ideale morale, la sapienza purificano da questa emotività. L’anima è distaccata dall’emotività del corpo e conosce tutte le cose (Fedone 69). “Sappi, insomma, che la vera virtù non è mai disgiunta dalla Sapienza, si accompagnino o meno alla virtù piaceri, terrori e altre siffatte passioni. In una parola, tutto ciò che è da lei separato e oggetto di mutuo cambio, non è vera virtù, ma scenario dipinto, cosa ignobile e servile che non presenta nulla di sano e di vero. Penso che proprio il purificarsi da tutte queste passioni costituisce la temperanza, la giustizia e la fortezza, e che il sapere stesso è un mezzo di purificazione” (Platone, 2007). Il piacere ed il dolore mettono l’anima ai ceppi del corpo. Ogni piacere serve a convincere l’anima che il punto di vista del corpo è quello giusto.
Gli archetipi platonici formano il mondo, manifestandosi nel tempo, ma rimanendo fuori dal tempo. Ciò che è bello lo è perché è partecipe della forma assoluta del Bello. Socrate crede che la conoscenza della virtù è necessaria per una vita virtuosa e concetti universali obiettivi di giustizia e bontà sono indispensabili per un’etica autentica. Senza queste costanti immutabili che trascendono i capricci e le stravaganze umane e delle loro istituzioni non ci sarebbe alcun fondamento utile per discernere i veri valori e si sprofonderebbe nel relativismo amorale. L’universale è superiore rispetto al particolare e non cambia, dunque è più reale. Solo la conoscenza che deriviamo dalle Idee è infallibile, solo quella è vera conoscenza. Le cose del mondo non esistono realmente, perché tutto è in un costante stato di trasformazione in qualcos’altro. Fortunatamente la mente umana è attrezzata per capire l’universale, essendo ordinata secondo le stesse strutture ed essenze archetipiche. È nella natura degli esseri umani la ricerca della felicità, ma la felicità si ottiene quando si vive un’esistenza in armonia con le esigenze dell’anima. Ricchezza, potere, fama nulla possono se la vita non è adatta all’anima (Tarnas, 1991).
Per vedere le cose come sono (e non come sembrano essere o come desideriamo che siano) occorre disciplina mentale e forza caratteriale. Ci si deve distanziare dall’oggetto per impedire alle nostre paure, fantasie ed affetti di interferire con la nostra obiettività. Gli egoisti ed egocentrici – e lo siamo tutti, sebbene in misura diseguale – sono incapaci di sviluppare se stessi e l’obiettività poiché ciò risulta dall’espandersi all’esterno non dal ritrarsi all’interno. La loro sorte è miserevole, diventano simultaneamente servi e tiranni. Infatti chi è tiranno non ha mai amici, è sempre signore di qualcuno e servo di qualcun altro. In genere è associato alle persone peggiori, agli sleali ed ai sicofanti.
C’è uno spettro di umanità che va da un basso livello di sviluppo emotivo, caratteristico di quelle persone che vivono essenzialmente per soddisfare i propri bisogni primari istintuali ed automatici e per l’auto-preservazione, ad un elevato tasso empatico che in alcuni casi arriva ad incorporare l’intera ecosfera e l’universo: i mistici e presumibilmente, a giudicare dalle sue parole, anche Socrate. Senza l’aiuto del prossimo, che fa le veci di Socrate, gli esseri umani non sono strutturalmente capaci di pensare in modo obiettivo, ma solo per approssimazione, mentre la pace, l’amore e la ricerca della verità e della felicità richiedono equanimità ed obiettività. Per Socrate, come per Camus, il peggior fallimento di una persona è quello di ingannare se stessi e vivere nella menzogna, in cattiva fede. Si rispettano gli dèi, ma si venera la verità, si usano parole giuste e veritiere, si agisce senza arroganza e superbia, senza pretendere necessariamente favori e contraccambi. Menzogna è parlare di cose che non si sanno e che persino non si possono sapere come se si sapessero e si potessero sapere. Spesso si accompagna alla generazione di scenari immaginari, che ci piacciono, completamente avulsi dalla realtà obiettiva. Si finisce per credere che sia reale e vero ciò che non lo è.

La violenza, la non-violenza e la non-resistenza al male in Socrate

Nemmeno se ci viene fatta ingiustizia si deve rendere ingiustizia, come invece pensa la maggior parte della gente. […] Dunque né si deve rendere ingiustizia di ricambio né far male a nessuno degli uomini, neanche se si sia patito qualche male da costoro
Critone

È più vergognoso compiere ingiustizia che riceverla
Gorgia

La miglior illustrazione socratica dell’origine della violenza umana e delle tecniche che ci possono consentire di mitigarne gli effetti, se non proprio di tenrla a bada tutto il tempo si trova nel Fedone. Socrate, dopo aver dialogato con Simmia, conclude: “Dunque tutte queste considerazioni devono formare nei veri sinceri filosofi un’opinione tale da indurli a ragionare pressappoco così: pare che ci sia come un sentiero a guidarci verso la verità, perché fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo. Infatti il corpo ci dà infinite brighe per la necessità del nutrimento; e se poi esso si ammala, nuovi impedimenti si frappongono alla nostra ricerca del vero. È ancora il corpo che ci riempie di amori, di passioni, di terrori, di immaginazioni, di vanità infinite, per cui non ci riesce di fermare il pensiero su cosa alcuna finché siamo in sua balìa. E le guerre, le rivoluzioni, le battaglie, chi le produce se non il corpo e le sue passioni? Le guerre, infatti, scoppiano per la brama di ricchezze, e queste noi siamo stretti a procurarcele per il corpo, incatenati come siamo al suo servizio, per cui non abbiamo più tempo di dedicarci alla filosofia. Il peggio è poi che se per un momento riusciamo ad essere liberi dal suo servizio e ci proponiamo di meditare su qualche cosa, ecco che tutto d’un tratto si pianta nel mezzo della nostra meditazione e tutto turba e scompiglia disanimandoci, così che per causa sua non siamo più in grado di contemplare la verità. Resta, quindi, dimostrato che, se noi vogliamo pervenire alla visione più pura del vero, dobbiamo distaccarci dal corpo e contemplare la verità con la sola anima. Allora soltanto, quando saremo morti, e non da vivi, come il ragionamento ci costringe ad ammettere, noi potremo possedere ciò di cui ci professiamo amanti: la Sapienza, cioè. […] Bisogna riconoscere, dunque, o Simmia, che tutti coloro i quali rettamente filosofano è come se si esercitassero a morire; perciò a loro la morte fa molto meno paura che agli altri” (Platone, 2007).
È possibile che l’anima ricerca disperatamente la via del ritorno all’origine, cioè alla destinazione e, nella sua disperazione, affanno e sviamento, cozza contro tutto e tutti, nella speranza di trovare un passaggio, una via di fuga da una realtà implacabile e densa. Questo lo pensava Diotima, la maestra di Socrate (Simposio, 210) e non è un’idea estranea all’Immanuel Kant della “Critica del Giudizio”: “la sublimità dunque non sta in nessuna cosa della Natura, ma solo nell'animo nostro, in quanto noi possiamo riconoscerci superiori alla Natura”. L’anima riflette meglio quando si libera dalle distrazioni corporali, quando ignora il corpo. Il corpo è solo un’interferenza nella contemplazione del vero. Nel Simposio Socrate parla di Eros, la guida per la crescita spirituale e spiega che si comincia con l’amore per i bei corpi, che può essere di stimolo, ma quasi sempre conduce alla gelosia, alla possessività, invidia, egotismo, ecc. Questo è seguito dall’amore per tutti i bei corpi, che è più distaccato, non legato ad un corpo specifico ad esclusione di tutti gli altri. È più difficile mantenere un senso di possesso: si passa da “è mio!” a “sono anche miei”. Il terzo stadio è quello in cui si amano non i bei corpi ma le belle anime. Succede allora che l’anima, guardando nelle altrui anime, comincia a (ri)conoscersi (Alcibiade 133b). Al quarto stadio c’è l’amore per le leggi giuste che preservano l’armonia nella comunità, allontanandosi sempre di più dalla sfera materiale. Al quinto l’amore comincia ad ammirare i principi universali dietro ad ogni fenomeno particolare. Nell’ultimo stadio c’è la visione della bellezza universale che sostiene l’universo, la mente ha raggiunto un completo distacco dal corpo, raggiungendo la conoscenza e la virtù assolute e diventa immutabile. È utile porre a confronto questa ricostruzione del processo di conscientizzazione con gli stadi di maturazione cognitiva, morale e spirituale proposti dagli psicologi e pedagogisti Jean Piaget (1896–1980) e Lawrence Kohlberg (1927–1987).
È con il Critone che apprendiamo la filosofia socratica dell’astensione dal rendersi complici di iniquità. Il messaggio centrale di questo dialogo giovanile è che l'importante non è vivere, ma vivere bene. Il discepolo Critone vuole che Socrate si metta in salvo prima dell’arrivo di una nave sacra che segnerà il suo destino, l’esecuzione della sua condanna a morte. È preoccupato perché teme che la gente finisca per schernire i discepoli e gli amici di Socrate che non l’hanno tratto in salvo quando potevano. Che esempio darebbero? Socrate replica che non ci si deve preoccupare delle opinioni di chi, come non è capace di commettere grandi iniquità non è neppure in grado di fare del gran bene. Ci si cura solo dell’opinione delle persone assennate: “se fosse vero, Critone, che i più siano capaci di fare i mali più grandi, per essere anche capaci di fare i beni più grandi, sarebbe una bella cosa. Ma in realtà non sono capaci né di una cosa né dell’altra; perché non hanno la possibilità di rendere nessuno né saggio né stolto, ma fanno quel che capita” (44d). Critone assicura Socrate che chi gli vuole bene è pronto a mettere a sua disposizione tutto quel che serve per salvargli la vita: non bisogna darla vinta ai nemici e poi il maestro ha ancora molto da insegnare. Socrate non è turbato dall’idea di morire: ha sempre ribadito che il corpo è molto meno importante dell’anima e per questa ragione il semplice vivere è di valore secondario: ciò che deve importare è vivere bene, ossia secondo giustizia. “Se, per prestare ascolto all’opinione degli incompetenti, rovineremo quella parte che è resa migliore da ciò che è salutare ed è corrotta da ciò che è malsano, potremo ancora vivere quando essa sarà corrotta? Questa parte è il corpo: non è così? […] Potremo vivere quando sia corrotta quella parte che è rovinata dall’ingiustizia e avvantaggiata dalla giustizia? O pensiamo che sia da meno del corpo questa parte…?” (47d-e) Socrate spiega che quella, l’anima, è la parte più pregevole e poi continua: “esamina se anche questo ci rimane assodato o no: se ciò che si deve apprezzare di più non sia il vivere, ma il vivere bene”. Critone risponde: “Rimane assodato”. Al che Socrate insiste: “E che il vivere bene è la stessa cosa che vivere onestamente e giustamente, rimane assodato o no?”. Critone conferma: “rimane assodato” (48b).
È quindi giusto o no mettersi in salvo? Socrate è dell’idea che non si debba mai commettere un’ingiustizia, neppure per ricambiarne una che si è subita. “Noi diciamo che in nessun modo si deve commettere volontariamente ingiustizia o che in qualche modo si può e in un altro no? Il commettere ingiustizia non è come spesso anche in passato abbiamo ammesso mai e in nessun modo né buono né bello? …sia che i più lo riconoscano sia che no, sia che dobbiamo subire mali ancor più gravi di questi o meno gravi, la cosa sta proprio come dicevamo allora, cioè che in ogni modo il commettere ingiustizia è, per chi la commette cosa brutta e cattiva? Lo diciamo o no? […] Dunque neppure se si subisce ingiustizia, bisogna ricambiarla, come credono i più, perché non bisogna commettere ingiustizia in nessun modo. […] Dunque non si deve né ricambiare l’ingiustizia né far male a nessuno degli uomini qualunque cosa si subisca da essi. […] Tra quelli che sono di questo parere e quelli che non lo sono, non è possibile una decisione comune, anzi necessariamente si disprezzano reciprocamente vedendo le rispettive decisioni. Perciò osserva anche tu molto attentamente se ti associ e condividi la mia opinione: in tal caso cominciamo a decidere partendo da questo punto, che non è mai cosa retta né commettere ingiustizia né contraccambiarla né, quando si subisce un danno, vendicarsi ricambiandolo” (49).
Ma se le leggi sono ingiuste? Non è forse giusto violare delle leggi ingiuste che oltraggiano il buon senso e la moralità dei cittadini? La fuga non è dunque una forma di disubbidienza civile, un gesto di condanna dell’iniquità? Socrate – curiosamente, dato che per tutta la vita sceglieva di dibattere con persone in carne ed ossa e non con astrazioni prive della facoltà di esprimersi –s’immagina che le leggi parlino con lui e gli domandino ragione del suo comportamento e delle sue intenzioni. Il suo giudizio complessivo nei loro confronti non è troppo dissimile da quello espresso da Paolo nella lettera ai Romani (13, 1): le leggi e le autorità vanno rispettate comunque. È vero che c’è la scelta tra ignorarle emigrando e osservarle restando ma Socrate è sempre rimasto al suo posto, dimostrando il suo attaccamento alla polis e di conseguenza alle sue leggi. Infrangerebbe un tacito accordo. Non sono le leggi che l’hanno offeso, ma i giudici e non c’è ragione di temere la “giustizia” di esseri umani privi di lucidità, di una polis che non è stata all’altezza dei suoi migliori principi.
Eppure questo stesso Socrate fu di uno dei primi esempi di disobbedienza civile a noi pervenuti. Nel 404 a.C. i Trenta Tiranni gli avevano ingiunto di arrestare Leone di Salamina, ma lui aveva deliberatamente ignorato l’ordine, ritenendo che la fonte dell’autorità fosse illegittima, come le sue disposizioni.
Giovanni Reale definisce Socrate un rivoluzionario. Ma in che senso? Nel senso nonviolento, perché si fa strumento della persuasione e della disobbedienza (Reale, 2001). Ma il Socrate del Cratilo sembra più simile al Gesù del “porgi l’altra guancia” ed al Tolstoj fautore della non-resistenza di fronte al male.
Nel Gorgia, Socrate discute con Polo dell’ingiustizia e di come essa corrompa l’anima. Socrate paragona gli effetti dell’ingiustizia sull’anima a quelli della povertà per il corpo. Ma il male dell’anima è il peggiore e “deve la sua superiorità a qualcosa di straordinario, ad un grande danno o ad un male portentoso, dal momento che non la deve al dolore”. L’ingiustizia, come l’intemperanza è un male massimo. Perciò la colpa massima ricade su chi sfugge ad un giusto verdetto e la sua anima sarà la più corrotta, ma non potrò accorgersene, perché sarà troppo ignorante per poterlo fare: “vedono il suo aspetto doloroso, ma restano ciechi di fronte alla sua utilità e ignorano quanto sia più infelice vivere con un’anima malata che con un corpo malato, cioè con un’anima corrotta, ingiusta ed empia. Per questo fanno ogni tentativo per non scontare la pena e non essere liberati dal massimo male, si procurano ricchezze e amici e cercano di diventare il più persuasivi possibile nel parlare”. Se ne deduce allora che commettere un’ingiustizia non è il male principale, quello più terribile. Peggiore ancora è lo sfuggire alla giusta sanzione. Tuttavia non era questa la condizione di Socrate, anzi. Socrate, usando il sofisma del colloquio con le leggi, accetta un’ingiusta condanna, emessa da un tribunale ingiusto, sulla base di accuse ingiuste e, nel farlo, sceglie di essere un cattivo esempio per chi, nella comunità, lo ha ammirato e ha cercato di emularlo. Infatti, da quel momento in poi, nessuno potrà più dire che subire un’ingiustizia passivamente sia sbagliato, mentre sottrarsi all’iniquità diventerà un atto di viltà ed una mancanza di rispetto verso leggi che non hanno colpa per la loro malinterpretazione da parte degli uomini. Questo tipo di comportamento da parte della cittadinanza di una democrazia non potrà che incrementare il tasso di iniquità ed ingiustizia in seno alla polis, esattamente l’opposto del risultato che si prefiggeva Socrate. Per ben due volte, nel 406 a.C. e nel 404 a.C. Socrate si era rifiutato di eseguire degli ordini per non commettere ingiustizie. Non era forse tenuto a farlo una terza volta, per non commettere un’ingiustizia nei confronti del suo insegnamento? Chi scrive non reputa che questo messaggio sia coerente con lo spirito di quanto affermato da Socrate nel corso della sua esistenza e si domanda se Platone abbia descritto i fatti come avvennero o abbia voluto “interpretarli” per armonizzarli con il suo temperamento chiaramente anti-democratico.
È lecito, tra l’altro, domandarsi come il Socrate del Gorgia si sarebbe comportato nella Russia sovietica, nella Germania nazista, nella Cina dei nostri giorni o nell’America della Guerra al Terrore, quella dei “danni collaterali”, degli “omicidi extra-giudiziari”, dei “metodi d’interrogatorio più aggressivi” e delle “tecniche avanzate di interrogatorio” (leggi: tortura), delle “consegne straordinarie” (extraordinary renditions, cioè deportazioni illegali), dei “combattenti nemici illegali” (leggi: :inapplicabilità delle convenzioni di Ginevra), del Patriot Act, di Guantánamo, di Abu Ghraib, Abu Selim e delle altre prigioni segrete. Forse, in tali frangenti, Socrate avrebbe condiviso la critica rivolta dal saggio scita Anacarsi a Solone: “Si racconta che Solone abbia accolto amichevolmente Anacarsi, e che l’abbia ospitato a casa propria per qualche tempo, quando già aveva intrapreso la sua attività pubblica e andava compilando le sue leggi. Quando Anacarsi lo venne a sapere, derise l’impegno di Solone: egli credeva di trattenere le ingiustizie e le violenze dei suoi concittadini tramite degli scritti che non differivano in nulla dalle ragnatele; come le ragnatele, essi avrebbero trattenuto, fra chi vi incappava, i deboli e gli umili, mentre i potenti e i ricchi le avrebbero spezzate. Ma Solone – si racconta – gli rispose che gli uomini rispettano quei patti che a nessuno dei contraenti conviene trasgredire, e che egli rendeva le sue leggi adeguate ai concittadini, in modo da mostrare a tutti che agire rettamente era meglio che andare contro la legge. Tuttavia, i fatti si svolsero come Anacarsi aveva immaginato, più che come aveva sperato Solone” (Plutarco, Vita di Solone, 5, 3-6).

giovedì 20 ottobre 2011

Da Katzenau a Guantánamo, a...teniamoci stretta la democrazia!




Voglio dirvi, camerati, come sarà l’ordine sociale del futuro: ci sarà un ceto di dominatori, composto degli elementi più diversi selezionati attraverso la lotta, un ceto che è frutto della storia. Ci sarà un numeroso gruppo di membri del partito strutturato in modo gerarchico; essi costituiranno il nuovo ceto medio. E ci sarà una gran massa di anonimi, la collettività dei servitori, degli eterni minorenni, non importa se provenienti dalle file della vecchia borghesia e dei grandi proprietari terrieri, od operai e artigiani. La posizione economica e il ruolo sociale ricoperti nel passato non avranno più il minimo significato. Queste differenze ridicole verranno sciolte e annullate in un processo rivoluzionario mai visto prima. Inoltre ci sarà altresì il ceto dei sottomessi di origine straniera, che possiamo tranquillamente definire gli schiavi dell’età contemporanea. […]. Ci sarà una specifica educazione per ogni ceto e all’interno di ciascuno di essi per ogni specifico gradino. La completa libertà d’istruzione è privilegio dell’élite e di quanti essa decide in via straordinaria di promuovere […]. E noi dovremo essere coerenti fino in fondo e lasciare alla grande massa del ceto inferiore il beneficio dell’analfabetismo.
Adolf Hitler

- Quando io uso una parola, - disse Unto Dunto in tono d'alterigia, - essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
- Si tratta di sapere, - disse Alice, - se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
- Si tratta di sapere, - disse Unto Dunto, - chi ha da essere il padrone... Questo è tutto.
Lewis Carroll, “Attraverso lo specchio”

"Signor Marks, in nome della sezione Precrimine di Washington la dichiaro in arresto per il futuro omicidio di Sarah Marks e Donald Dubin, che avrebbe dovuto avere luogo oggi 22 Aprile alle ore 8 e 04 minuti". È la sbalorditiva frase che accompagna un arresto in una società futura in cui è possibile prevedere l’avvenire. La scena è tratta dal film “Minority Report” (a sua volta basato su un racconto breve del celebre scrittore di fantascienza Philip K. Dick). Come in “Minority Report”, anche nell’impero austro-ungarico la prima guerra mondiale significò un’intensa attività di “prevenzione del crimine”. Prevenzione che fu attuata tramite la segregazione di migliaia di Trentini in una terra di nessuno, dove gli internati avrebbero potuto diventare “nuda vita”, esseri umani de-umanizzati, privati dei più elementari diritti. Ciò, fortunatamente, non accadde in Austria, che era più che altro interessata a mettere nelle condizioni di non nuocere i suoi stessi cittadini, sospettati di slealtà. Mancava la volontà di estirpare il problema alla radice. Il potenziale, però, c’era. Germano Cetto, consigliere del Tribunale di Trento, attribuisce al barone Gustav Reicher, comandante del campo di internamento/concentramento di Katzenau, alla periferia di Linz, questa dichiarazione: «Gott sei Dank! Wir haben keine Gesetze hier!» “Ringraziando Dio, qui non abbiamo leggi!”. Una considerazione che ricorda un po’ la risposta del guardiano di Auschwitz a Primo Levi: „hier ist kein warum!“ (“qui non ci sono perché”). I diari degli internati testimoniano lo scarso amor patrio nei confronti dell’Italia. “La patria è dove si sta bene e non si patisce la fame”, osserva sapientemente Ambrosi. “Franza o Spagna, purché se magna”, e chi scrive non ci trova nulla da eccepire: il patriottismo è stato l’alibi di troppe tragedie della storia per meritare carta bianca e l’ideologia più in generale è importante per i militanti, mentre la sua presa sulla popolazione è intermittente. Quel che fa la differenza per una popolazione sono i traumi, la paura, la demoralizzazione, la disperazione. Gli intellettuali, essendo abituati a lavorare con le idee, inferiscono erroneamente che tutti gli altri hanno, come loro, bisogno di un qualche profondo significato da attribuire alla vita, di una grande, splendida narrazione. Il che è pietosamente falso. Per moltissime persone è sufficiente vivere dignitosamente e poter dare un qualche senso anche non troppo elaborato alla sua esistenza. Questo istintivo amore per il quieto vivere, mentre purtroppo non favorisce la giustizia sociale, almeno serve a contenere l’aggressività umana, e quindi ha dei meriti indiscutibili.
Hermann Göring aveva certamente ragione nel puntualizzare che “è ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Ma sono i capi che decidono la politica dei vari stati ed è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”. Sta di fatto che le condizioni di vita del campo di Katzenau non furono disumane. Lo storico Claudio Ambrosi rileva che se si patì la fame fu perché in tutto l’impero si pativa la fame. Chi riuscì a fuggire si rese presto conto che non sarebbe stato per nulla facile rientrare a casa e fece ritorno al campo. Quel che mi interessa sottolineare non sono le analogie tra le condizioni di vita nei vari campi di concentramento, ma la corrispondenza dei processi logici retrostanti, della razionalizzazione del male. Un male che fu banale solo dal punto di vista di chi lo commise, non certo da quello di chi lo subì, strappato alla sua casa ed ai suoi affetti e rinchiuso in un luogo di desolazione, senza poter immaginare se e quando sarebbe riuscito a fare ritorno. Un male che si radicò nell’impero dopo l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, a Sarajevo. Tra il 25 luglio e il 1 agosto del 1914 furono promulgati 32 decreti di emergenza che instauravano una dittatura militare de facto nell’impero. La guerra fu dichiarata il 28 luglio 1914, a distanza di un mese dall’attentato. Il Patriot Act, un’analoga misura di emergenza che comprime fortemente i diritti civili dei cittadini americani e conferisce poteri straordinari al presidente ed all’intelligence, è stato controfirmato il 26 ottobre del 2001, a circa un mese dall’attentato alle Torri Gemelle e poco più di due settimane dopo l’attacco americano all’Afghanistan. I pretesti addotti per deportare circa duemila prigionieri politici trentini furono eterogenei, ma in molti casi furono contraddistinti da una kafkiana insensatezza. Erano giudicati politicamente inaffidabili (“politisch unverlässlich”) persone che non avevano esposto la bandiera imperiale, persone denunciate da vicini invidiosi o da coniugi esasperati, insegnanti che si erano rifiutate di consegnare le chiavi della scuola a degli ufficiali che vi volevano organizzare un ballo, donne sospettate di prostituzione clandestina, uomini accusati di “vagabondaggio sospetto, ovvero sospetto spionaggio”. Ambrosi annota: “Scorrendo questa documentazione ci si rende subito conto che molto si basò effettivamente solo su sospetti, delazioni o espressioni di simpatia politica al limite della legalità, forse, ma di fatto non perseguibili… […]. Il tutto sembrava così assumere i contorni solo della ricerca di un pretesto in grado di giustificare un provvedimento che sembrava coinvolgere delle persone scomode, più che politicamente, socialmente” (pp. 24-28).
La violazione dei diritti fondamentali di migliaia di cittadini da parte dello Stato fu resa possibile dalla colpevole deferenza dell’opinione pubblica nei confronti delle autorità che etichettarono le poche obiezioni come anti-patriottiche e sovversive. La storia delle deportazioni dei prigionieri politici trentini rivela l’accecamento ideologico di chi non era disposto a fare auto-critica, a porsi degli interrogativi che non fossero solo di ordine meramente tecnico-burocratico, o anche solo ad ascoltare le ragioni degli altri. Ma rivela anche il moralismo di una comunità che si sentiva custode delle virtù collettive e che per questo accondiscese all’istituzione di uno stato di polizia che praticò, tra le altre cose, una vera e propria caccia alle streghe tra cittadini considerati inaffidabili, volubili, asociali, incompetenti, troppo diversi dai cittadini irreprensibili, industriosi, ordinati, coscienziosi, insomma ben irreggimentati di una società “ideale”. L’impero austro-ungarico usò la guerra per mettere in ordine la vita, per costruire una società forte ed eminentemente razionale.
Katzenau è anche il simbolo di una colonizzazione dell’inconscio dei non-internato, intorno ai quali fu creato un cordone sanitario, per tenerli alla larga dalle cattive influenze dei dissenzienti ed eterodossi, un cordone fatto di anestetizzazione delle facoltà critiche, omogeneizzazione delle strutture mentali ed intellettuali, regolamentazione della quotidianità, contingentamento della diversità. Chi rimase fu comunque assoggettato ad una libertà condizionata, privato di una buona porzione dell’arbitrio soggettivo. Non fu più possibile affermare valori divergenti e visioni del bene confliggenti. Così i cittadini austriaci trentini non poterono beneficiare di un giusto processo e furono rastrellati nell’indifferenza dei loro concittadini (Ambrosi, 2008). La fassana Maria Dezulian, pur essendo stata assolta da ogni accusa da un tribunale di Linz, dopo una custodia preventiva di due mesi, fu comunque deportata. I “si dice”, l’avere delle sorelle o fratelli sposati con cittadini italiani richiamava su di sé la condanna di slealtà, che comportava il proprio internamento, anche quando non esisteva il benché minimo riscontro di un’attività spionistica. Corinna Hafner di Rovereto fu internata per aver ricevuto una cartolina dal marito al fronte che aveva aggiunto “Italia” all’indirizzo di Rovereto. Luigi Anesi, cieco, fu comunque internato per aver detto pubblicamente che gli Italiani avrebbero vinto. Maria Fontanari fu condannata a dieci mesi di carcere e successivo internamento per aver suggerito che l’imperatore si infilasse le sue mine laddove non batte il sole. Nel frattempo, furono duemila i morti trentini in tre anni, sommando le vittime dei campi di prigionia e dei campi per sfollati, colà relegati per proteggerli dalla guerra.
Ambrosi introduce l’opera con una lucida ed importante considerazione sulle relazioni che sussistono tra questi eventi del passato e quelli della contemporaneità, come ad esempio i “Centri di Permanenza Temporanea”: “Sono questi luoghi della sospensione del diritto con cui l’Italia ha disegnato all’interno del proprio territorio spazi detentivi d’eccezione, che non rientrano nel diritto penale. […]. Se lo studio e la conoscenza della storia possono servire, il mio augurio è che insegnino ai figli di tutti gli oppressi di ieri a non essere oppressori oggi” (Ambrosi, 2008, p. 6). Io vorrei solo aggiungere che è necessario tenere sempre bene a mente che, prima o poi, il vento cambia e chi non si preoccupa degli estranei oppressi potrebbe scoprire che quella stessa sorte, o addirittura una peggiore, sta toccando a lui. A questo proposito, valgono le riflessioni, amare ma purtroppo corrispondenti al vero, del filosofo politico Luigi Alfieri (Alfieri, 2003, pp. 216): “l’uomo non ha diritti. Non più di quanti ne abbiano le rane, le zanzare o i funghi. Dalla sua mera esistenza biologica non risulta nient’altro se non necessità e contingenza. Né possiamo illuderci di ottenere risultati più esaltanti ricorrendo alla retorica della razionalità o della spiritualità dell’uomo. […]. Trovo, purtroppo, disperata la posizione dei tanti che pensano che Auschwitz sia “contro la morale”, e che dunque basti essere morali per essere contro Auschwitz, e per impedire Auschwitz. No: Auschwitz è il frutto rigoroso e coerente di una morale, quella morale secondo cui gli uomini debbono essere liberati dal parassitismo infettante e corruttore degli Unmenschen. Per amore degli uomini. In nome di qualcosa che potremmo benissimo chiamare “diritti umani”. E si potrebbe aggiungere che non è affatto un caso eccezionale. Si può benissimo essere il comandante di una nave negriera o il proprietario di una piantagione di cotone in Virginia ed essere un uomo onesto e timorato di Dio, se i Neri non sono uomini. Si può essere un santo (magari regolarmente canonizzato: ci sono esempi) e mandare al rogo eretici e streghe, se eretici e streghe sono esseri umani corrotti e pervertiti, di cui magari proprio il rogo può salvare l’anima. Purtroppo, e temo che non ci sia niente da fare a questo proposito, ogni morale storica distingue gli uomini veri e giusti dagli uomini solo apparentemente o imperfettamente tali, e ritiene del tutto conforme ai diritti umani che gli Unmenschen o Untermenschen siano sterminati (o ridotti in schiavitù o convertiti, o civilizzati)…Auschwitz è molto antica: Auschwitz, in forme diverse, è esistita prima di Auschwitz…funziona ancora, e non ha neanche ridotto i propri ritmi (pensiamo all’immenso genocidio per incuria, indifferenza ed egoismo che si sta consumano in Africa)”.
I primi campi di concentramento, chiamati “di riconcentramento”, furono istituiti a Cuba dal generale spagnolo di origine prussiana Valeriano Weyler y Nicolau, nominato governatore nel 1896, con l’incarico di sedare la rivolta sull’isola, che ormai si prolungava da un anno. Furono decine di migliaia i Cubani che morirono per gli stenti e le malattie, in poco più di un anno. Nel 1898, a Mindanao, gli Americani costruiscono campi di concentramento sul modello spagnolo, quello messo in opera dal generale Weyler y Nicolau per sedare la rivolta cubana del 1896 e che furono uno dei pretesti per il loro interventismo “umanitario” a Cuba. La motivazione di questo loro sorprendente voltafaccia fu: "per proteggere la popolazione civile non combattente delle Filippine”. Morirono dodicimila filippini, con tassi di mortalità del 20 per cento. Quasi trentamila, in gran parte donne e bambini, furono le vittime dei campi inglesi in Sudafrica, durante la guerra boera, tra il 29 Novembre del 1900 ed il 31 Maggio 1902. I campi di concentramento sono dunque elementi costitutivi, non collaterali, della spinta totalitaria alla subumanizzazione di certe popolazioni da parte di certe altre.
Fu però in Germania, all’inizio del secolo scorso, che questa tendenza si radicalizzò, gettando le basi per lo sterminio di milioni di ebrei, nomadi e prigionieri di guerra. Lo storico polacco Andrzej J. Kaminski, sopravvissuto a Gross-Rosen e Flossenburg, ha dedicato una tragica ed erudita disquisizione al tema dei campi di concentramento (Kaminski, 1998), descrivendo la sinistra deriva integralista del nazionalismo pangermanista. Ernst Hasse (1846-1908), era un parlamentare tedesco ed un docente di statistica a Lipsia, nonché presidente della famigerata Alldeutscher Verband (Lega Pangermanica), un’associazione pangermanista che comprendeva una parte significativa dell’élite germanofona e che all’inizio del secolo scorso contava oltre 22mila membri. Nel 1905 l’Alldeutscher Verband contava 150mila aderenti, se si includono le organizzazioni associate alla Lega, con 30 parlamentari. Dopo la sconfitta nella Grande Guerra la Lega Pangermanica fece una strenua propaganda contro la repubblica di Weimar e in favore della dittatura, a partire dal 1919. Nei circoli della Lega Pangermanica si impiegavano termini che risulteranno familiari a tutti quelli che hanno studiato la propaganda nazista, quali Herrenvolk, Lebensraum, Drang nach Osten, Rassenfremde e Volksfremde (estranei alla razza ed all’etnia), Feinde ringsum (“i nemici ci circondano”), la “soluzione del Problema Giudeo” e Rassenhygiene (eugenetica ed eutanasia praticate su base razziale, selettiva). Per Hasse “germanizzare è un diritto” e “l’unica cosa che rimane stabile flusso dei millenni è il Volk”. Per tale ragione, nella prima parte della sua opera intitolata “Deutsche Politik” e rimasta incompiuta, scrisse: “se si vuole fare del Reich tedesco uno Stato nazionale bisogna rendersi conto che è necessario abolire il principio di parità. […] Una certa formazione intellettuale mal si accorda con l’attenzione esclusiva a un lavoro meccanico, pesante e sporco, che mortifica lo spirito” (Kaminski, 1998, p. 48). Come ci si doveva muovere per realizzare questo obiettivo? Hasse vedeva due possibili opzioni: “la prima è mantenere una certa parte del nostro popolo al più basso livello dell’organizzazione produttiva della società, ma in tal caso anche della cultura, rinunciando alla crudeltà di dare a questa parte un’istruzione scolastica superiore che desterebbe l’esigenza di un tenore di vita più elevato. In uno Stato le cui frontiere sono chiuse all’immigrazione, questa soluzione è quella più auspicabile dal punto di vista della razza. Ma accetterà una parte del nostro popolo tedesco la condizione di ilota? Non ha forse, per origine e storia, lo stesso diritto di appartenenza al popolo dominatore tedesco?”. Questa soluzione andava dunque scartata. Sarebbe stato meglio avvalersi di polacchi, cechi, ebrei e italiani, che dovevano essere condannati alla condizione di iloti: “la cosa si può fare, se si riesce a mantenere per sempre in quella condizione gli individui e le generazioni”. In soldoni, li si mantiene ignoranti della lingua e cultura tedesca, perché altrimenti pretenderanno lo stesso tenore di vita dei Tedeschi, pur non essendo tali. Hasse sottolineava comunque il rischio permanente che “la parte più debole degli stranieri si fonda con il ceppo razziale e, poiché è la più debole, corrompa la razza germanica” (ibidem, p. 49). Il generale Eduard von Libert, membro della direzione centrale dell’Alldeutscher Verband, pubblicò un opuscolo in cui proponeva l’abolizione della scuole dell’obbligo per i bambini di lingua polacca che non conoscevano già il tedesco e l’abolizione del servizio di leva, in modo da impedire che ricevessero un addestramento militare prussiano. Questo, a suo dire, sarebbe stato il modo migliore di produrre iloti. L’antropologo Otto Ammon proponeva come terza soluzione quella americana dell’importazione di lavoratori immigrati ai quali assegnare i compiti più ingrati, per paghe da fame, in modo da impedire che si integrassero. Nel 1905, Josef Ludwig Reimer, lo scrittore viennese socialista che metteva la questione razziale e social-darwinista al centro del riscatto del proletariato, pubblicò un volume che, per lo storico polacco Stojanowski, rappresenta la “fonte della dottrina nazionalsocialista”. Chiede che si conceda ad una limitata percentuale di “non-germani” di insediarsi tra i Germani in veste di “coloni lavoratori”, con cittadinanza limitata, senza la possibilità di sposarsi e di procreare: “la cosa decisamente più semplice sarebbe che, sul suolo del Reich, alla moltiplicazione (espansione) dei germani facesse da contraltare la scomparsa (estinzione) dei non germani”. Nel “Mein Kampf”, Hitler effettuava un’ampia revisione della storia tedesca, spiegando che “senza la possibilità di servirsi di esseri umani inferiori l’ariano non avrebbe mai potuto compiere i primi passi verso la sua cultura successiva. […]. Per la formazione delle culture superiori la disponibilità di esseri umani inferiori costituisce una delle precondizioni essenziali, dato che permette di far fronte alla mancanza di strumenti tecnici, in assenza dei quali ogni ulteriore sviluppo è impensabile. Sicuramente le prime culture si basarono meno sull’addomesticamento degli animali e molto più sull’impiego di schiavi. Soltanto dopo che le razze umane di minor valore furono ridotte in schiavitù la stessa sorte cominciò a investire anche gli animali, e non viceversa […] Perciò prima fu aggiogato all’aratro il nemico sconfitto e solo dopo di lui il cavallo”. Nel suo secondo libro, rimasto inedito fino al dopoguerra, il Führer scriveva: “il soggiogamento di 350.000 Eloti da parte di 6000 Spartani fu possibile solo grazie alla superiorità razziale degli Spartani che a sua volta era il risultato di una preservazione razziale sistematica. Quello Spartano fu il primo stato razziale. La distruzione dei bambini malati, deformi e fragili dimostrava una grande dignità ed era mille volte più umana della patetica infermità dei nostri tempi che tiene in vita i malati cronici e impedisce la nascita dei sani tramite l’aborto e l’uso dei metodi anticoncezionali”. A dire il vero il numero di Spartiati scese in 200 anni da 8000 cittadini a 1500 nel 371 a.C. Il che non era di buon auspicio per i sogni hitleriani riguardo alle popolazioni slave, che non dovevano essere educate, ma dovevano restare analfabete, al massimo in grado di leggere i cartelli stradali. Non avrebbero avuto accesso alle città dei signori, se non durante delle visite-premio, per tormentarli con l’esperienza di un’esistenza ideale che a loro non sarebbe mai stato concessa (Hitler, 2010).
Lo storico tedesco Eugen Kogon, sopravvissuto ai campi di concentramento per diventare uno dei padri della Repubblica Federale Tedesca, ha riferito di un colloquio che ebbe nel 1937 con un ufficiale delle SS, che gli descrisse il futuro che avevano in mente: “ciò che noi, educatori delle nuove leve del Führer, vogliamo, è una moderna statualità articolata secondo il modello delle città-Stato elleniche. Bisogna pensare a queste democrazie strutturate aristocraticamente, con la loro larga base economica di iloti, come ai maggiori risultati culturali dell’antichità. Il cinque-dieci per cento della popolazione, i migliori accuratamente selezionati, devono comandare, il resto deve lavorare e obbedire. Soltanto così sarà possibile raggiungere quelle alte mete che proponiamo a noi stessi e al popolo tedesco” (Kaminski, 1998, p. 138). Infine, in un memorandum del 1942 approntato dal delfino di Hitler, Martin Bormann, leggiamo: “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico. Per quanto riguarda il cibo, non devono riceverne più del necessario: noi siamo i padroni, ci siamo prima noi” (citato in Gilbert, 2005, p. 261).
Per un’enciclopedica e scrupolosa trattazione del reticolo di rapporti tra i maggiori esponenti del razzismo nazionalista pangermanista e gli ispiratori del nazional-socialismo e di come il peggio del Nietzsche più retrivo e intollerante venne impiegato per edificare una dottrina totalitaria ancor prima dell’avvento di Hitler, rimando i lettori agli eccellenti studi di Richard Hinton Thomas (1983) e Peter Emil Becker (1990).
Spiace dire che non fu solo nella “civile” Europa che si fece esperienza dell’universo concentrazionario. In Russia e Cina i dissidenti morirono a centinaia di migliaia, In Nord America, invece, la situazione rassomigliava molto da vicino quella dei Trentini a Katzenau, ma su più vasta scala. Nel 1942, in conseguenza dell’attacco a Pearl Harbor ed in virtù degli ordini esecutivi 9066, 9095 e 9102, oltre 120mila residenti giapponesi negli Stati Uniti, due terzi dei quali erano cittadini americani, furono deportati ed internati in nove diversi campi di concentramento, pur non avendo commesso alcun crimine, non essendo stati sottoposti ad alcun processo, non avendo ricevuto alcuna condanna. Furono costretti a vendere immediatamente le loro proprietà e una parte dei loro beni fu confiscata. Dal canto suo, il Canada internò 23mila Giapponesi residenti in Canada, l’80% dei quali possedeva la cittadinanza giapponese. Furono costretti ai lavori forzati per sostituire la manovalanza spedita al fronte. Tra questi vi era il celebre genetista ed ecologista David Suzuki. Al termine del conflitto 4mila canadesi di etnia giapponese furono deportati in un Giappone affamato annichilito dai bombardamenti alleati, una terra che in moltissimi casi non avevano neppure mai visto.
Negli Stati Uniti lo status dei cittadini di etnia giapponese era quello di “prigionieri politici”. Nessuno impiegò mai ufficialmente il termine “campi di concentramento”, sebbene nei fatti i campi in cui furono rinchiusi, come quello di Manzanar, nel deserto californiano, lo fossero, come lo è ogni luogo in cui si concentrano delle persone dietro del filo spinato e con guardie armate di sorveglianza nelle torrette. Come spesso avviene, invece dei vocaboli più appropriati, si impiegarono eufemismi come “evacuazione”, “trasferimento” e “non-stranieri”, come se si trattasse di un’operazione di salvataggio di cittadini colpiti da una catastrofe naturale, per il loro bene. L’espressione “non-stranieri” (“non-alien”) è particolarmente rivelatrice e rimanda alla sorte dei Trentini deportati a Katzenau. Cosa può voler dire “non-straniero”? Nel gergo eufemistico e manipolatore della burocrazia statale, sempre attenta ad evitare di offrire appigli agli avvocati dei deportati, “non-stranieri” erano i cittadini americani dell’etnia “sbagliata”, come nell’Impero Asburgico erano i cittadini austriaci di lingua italiana. L’intento era quello di spogliarli dei loro diritti costituzionali e per farlo non potevano ribadire il loro status di cittadini statunitensi, con pari diritti rispetto a tutti gli altri. Analogamente, Alcide Degasperi allora deputato trentino al Parlamento di Vienna, a proposito delle deportazioni subite dai Trentini, protestò per la violazione della legge 66, del 5 maggio 1869 e della legge fondamentale dello stato del 21 dicembre 1867, n. 142, che regolano “le conseguenze della sospensione dei diritti generali dei cittadini in caso di guerra, o di imminenti imprese belliche. Secondo la detta legge, nei casi ora accennati, vien data facoltà di sfrattare da luoghi e distretti che non siano quelli di pertinenza; mentre nessuna legge concede all’autorità il diritto di allontanare i cittadini a suo piacimento, o di cacciarli ove vuole, e molto meno di rinchiuderli in campi di concentramento” (citato in Ambrosi, 2008, p. 11, nota 3). Come i cittadini americani di etnia giapponese, i cittadini austriaci di etnia trentina furono bollati come politisch unverlässlich (politicamente infidi, inaffidabili), il “sospetto vagabondaggio” divenne “sospetto spionaggio”. Nella Germania nazista i campi di concentramento e sterminio furono chiamati “campi di transito”, “campi di custodia protettiva”, “campi di accoglienza” “campi di lavoro”, “centri di raccolta” e “centri di trasferimento”.
In tutti questi casi gli eufemismi legalistici sono serviti a neutralizzare possibili rilievi di incostituzionalità, preservarono una facciata di moralità e decenza, indussero i deportati a collaborare volontariamente e tacitarono eventuali scrupoli dei burocrati che organizzarono la deportazione e delle forze dell’ordine che la misero in atto. In tutti questi casi le leggi fondamentali dello stato e i diritti fondamentali dei cittadini furono ignorate, come se non fossero mai esistite, come se fossero delle finzioni, buone solo in tempo di pace.
Queste azioni devono restare un monito per tutti noi, che viviamo in un’epoca in cui la linea separatoria tra campo profughi, campo di internamento e campo di prigionia è diventata nuovamente molto, ma molto labile e i diritti inalienabili sono diventati nuovamente alienabili, come se i totalitarismi e le dittature militari del secolo scorso non ci avessero insegnato nulla. In particolare, è bene elucidare la questione del linguaggio ingannevole, perché i confini del mondo umano, della sfera socioculturale, sono stabiliti dal linguaggio che impieghiamo. Siamo animali simbolici e le parole influenzano il modo in cui percepiamo la realtà ed interagiamo con essa, meccanicamente ed inconsciamente: la forma può alterare il contenuto. Per questo George Orwell, in “1984”, enfatizza molto il ruolo della “Neolingua” nell’addomesticamento della popolazione ad una realtà totalitaria, ma che non deve apparire come tale: “Fine della Neolingua non era soltanto quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero…un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso…La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero” (Orwell, 1984, pp. 315-316). Così, in “1984”, i quattro ministeri di Oceania hanno nomi opposti alla loro vera natura, cioè il Ministero della Pace si occupa di guerra, quello dell'Abbondanza dispensa carestia, quello della Verità falsifica la storia, e quello dell'Amore è il luogo delle più terribili torture. Il potere malevolo e non benevolo dipende specialmente dalle parole e dalla disponibilità della popolazione a prenderle per buone ed assecondarle. Parole, frasi fatte, metafore più o meno dissimulate, simbologie e strutture linguistiche in generale possono servire ad incantare, ad alterare la nostra percezione del cosmo (per associazione condizionata, ossia reazione meccanica) e dunque controllare l’umanità, instillando la propensione a comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. Se manca un termine di paragone, la gente non si rende neppure conto di essere oppressa. Il potere sfrutta questa propensione umana operando anche attraverso l’edificazione e preservazione di epistemologie del vero e di illusioni di scelta che mascherano l’assenza di una scelta autentica. Ragionamenti formalmente raffinati occultano premesse insostenibili e legittimano finalità riprovevoli. Tra chi esercita il potere ci sono anche i maestri della manipolazione del linguaggio e della relativizzazione della morale. Travestimenti, fantasie mimetiche, metamorfosi sono i ferri del mestiere che consentono di dissimulare la realtà, di camuffare da legittimi imperativi i suoi istinti irrefrenabili, scelleratezze e trasgressioni. Proviamo a riflettere su questo aspetto particolarmente visibile della cultura contemporanea, l’uso metodico di eufemismi, sofismi e trappole semantiche come “missione di pacificazione” e “missione di pace” (invasione e guerra), “supporto aereo” (bombardamento), “proteggere la nostra libertà” (guerra preventiva), “l’amore vince sull’odio” (conversione), “il prezzo della libertà” (sacrificio dei diritti), “guerra al terrore” (terrorismo psicologico), “danni collaterali” (per fare una frittata bisogna rompere le uova), “trasferimento di profughi” (deportazione), “difesa aggressiva” (attacco), “cambio di regime” (colpo di stato), “omicidio extra-giudiziario” (esecuzione, omicidio eccellente), “metodi d’interrogatorio più aggressivi” e “tecniche avanzate di interrogatorio” (tortura), “consegne straordinarie” (extraordinary renditions, deportazioni illegali), “combattenti nemici illegali” (inapplicabilità della convenzione di Ginevra). “Capacità difensiva dinamica” è l’eufemismo con cui il governo giapponese ha aggirato la costituzione consentendo all’esercito nipponico, che può essere solo difensivo, ad intervenire globalmente ed attaccare preventivamente. Il partito turco responsabile del genocidio armeno si chiamava Comitato per l’Unione ed il Progresso. Gli slogan nazisti apposti all’ingresso dei campi di sterminio sono di una spudoratezza nauseante: “Arbeit Macht Frei” (“il lavoro rende liberi”, ad Auschwitz) e “Jedem das Seine” (“a ciascuno il suo”, a Buchenwald).
In certi casi ed in certe forme l’effetto può essere paragonabile ad un’induzione ipnotica e può rendere concepibile ed accettabile ciò che prima non lo era. Non bisogna dunque sottovalutare il potere che il linguaggio esercita su di noi. Sfruttando ritmi, allusioni, ambivalenze, toni perentori ed apodittici, ambiguità e reiterazioni insistite, analogie, metafore, allegorie, acronimi, eufemismi, slogan, parole-chiave, tormentoni, gergalità, l’associazione e la risonanza psicologica e simbolica di certe espressioni comuni può acquisire delle dimensioni nuove e subdole. In questo modo la comunicazione linguistica può essere pervertita per generare confusione, o una falsa consapevolezza, in modo da prendere per mano il cittadino e fargli accettare idee che non avrebbe mai accettato se fossero state presentate con un’esposizione chiara e responsabile. Purtroppo il nostro cervello non è sempre in grado di individuare affermazioni contraddittorie ed incoerenti perché tende a completare frasi e pensieri e correggere errori in modo da dare loro un senso, come quando vediamo un’insegna luminosa con la scritta “mtel” e sappiamo che significa “motel”. Esiste un’umana inclinazione alla proiezione che ci spinge ad attribuire a qualcuno le sensazioni che suscita in noi. Se la forma è bella e piacevole, allora lo sarà anche la sostanza. Se il lupo si traveste da agnello, noi pensiamo che sia mansueto, perché la sua lana è morbida. Oltre a ciò tendiamo a credere di aver capito qualcosa se siamo capaci di affibbiargli un nome o un’etichetta. Per questo motivo è importante capire che la propaganda, la mimesi del potere, non inganna le persone, le aiuta ad ingannarsi.
George Orwell ammoniva che la cosa peggiore che si può fare con le parole è arrendervisi, lasciare che esse controllino i nostri pensieri. Dobbiamo fare attenzione alle parole che ci piovono addosso per evitare che divengano mantra capaci di ottundere la nostra capacità di discernimento. Si controbatte questa strategia continuando a ricontestualizzare ogni cosa, evento, fenomeno che ci risulta familiare. Osservare da molteplici punti di vista per vincere i legami della convenzionalità, l’inscatolamento di cose, persone e situazioni, la catalogazione arbitraria ed artificiale della realtà in cassettini simili a quelli dell’erborista. Occorre essere semplici come la colomba, prudenti come il serpente, soprattutto perché la storia dell’universo concentrazionario non si è conclusa con la sconfitta dei totalitarismi.
In questo momento, negli Stati Uniti, è ancora in corso un processo - Turkmen v. Ashcroft - che si protrae dall’aprile del 2002 e che riguarda la costituzionalità del prelevamento clandestino e detenzione senza accusa e senza termini definiti di quei cittadini stranieri residenti sul suolo americano dopo l’11 settembre e il cui permesso di soggiorno era scaduto (sono quasi 12 milioni negli Stati Uniti). In una radicale inversione del diritto dei paesi democratici, migliaia di persone sono state considerate colpevoli finché non hanno potuto dimostrare la loro innocenza. Nessuno dei 6mila arrestati è stato condannato per un reato legato al terrorismo. Se l’azione collettiva (class action) a tutela dei loro diritti non dovesse avere successo, i futuri governi americani si vedrebbero riconosciuto il diritto di radunare in centri di detenzione speciali i cittadini di un’etnia maggioritaria in nazioni con cui dovesse entrare in guerra (o da cui dovessero provenire dei terroristi) e che fossero senza un permesso di soggiorno valido. L’etnia è diventata un’indicazione di potenziale colpevolezza che rende soggetti alla perdita dei diritti fondamentali. Potrebbe succedere ai musulmani, o agli ebrei (nel caso di una qualche iniziativa sconsiderata da parte di un governo israeliano), agli hindu, ai latinos, a chiunque sia associabile a gruppi terroristici o sovversivi o a nazioni responsabili di danneggiare gli interessi americani. Nessuna nazione è immune dal rischio della sospensione dei diritti umani. Abu Ghraib e Guantánamo sono dei moniti, come lo è il carcere di Abu Selim, dove nel 1996 Gheddafi fece trucidare un migliaio di detenuti tra i quali molti islamisti reduci dall’Afghanistan, che avevano organizzato un gruppo di resistenza contro il regime. Né gli Europei, né gli Americani protestarono ufficialmente. Quello stesso carcere fu successivamente impiegato da Gheddafi, sotto la supervisione americana, come “filiale di Guantanamo” nella Guerra al Terrore contro gli stessi fondamentalisti islamici afgani e pachistani. Nel 2011, dopo l’inizio dell’insurrezione di Bengasi e Misurata, è diventato un importante casus belli dell’operazione “Alba di un’Odissea”, patrocinata dall’ONU con la risoluzione 1973.
Quel che noi, persone comuni, cerchiamo di rimuovere dalla nostra consapevolezza, per protegge la nostra psiche, per non dover affrontare le nostre paure, è l’esistenza di quelle forze titaniche quanto perfido sinistre che sono all’opera nella storia moderna e che minacciano tutti gli esseri umani, non solo gli Ebrei o altre minoranze (Rubenstein, 2001). Bisogna restare sempre vigili e circospetti, non credere mai che qualcosa appartenga definitivamente al passato. Nessun Ebreo dell’Europa occidentale si aspettava di finire vittima di giganteschi pogrom. Nessun nomade magiaro si sarebbe aspettato di dover sottostare a normative ferocemente discriminatorie da un governo che fa parte dell’Unione Europea, come sta accadendo in questi mesi.
Esiste una continuità nella storia dell’istituzione sociale chiamata schiavismo, che oggi si ripropone in nuove forme: vortice dell’indebitamento nazionale, prostituzione tramite tossicodipendenza, indebitamento e violenza coercitiva o minaccia di ritorsione contro parenti rimasti in patria; racket delle elemosine, traffico di organi, sfruttamento ed abuso di minori nella pedopornografia, tratta di immigrati. Auschwitz è solo il culmine di queste tendenze. Mentre nei sistemi semi-feudali l’essere umano era trattato come una cosa ma parzialmente considerato un essere umano, nei sistemi capitalistici si tende ad enfatizzare soprattutto la sua dimensione di oggetto e merce. I lager dovevano servire a smaltire l’eccesso di slavi quando l’industria bellica non avesse più saputo che farne e i piani di sterilizzazione di massa non erano indirizzati solo agli slavi ma anche ai latini e mediterranei.
La democrazia serve ad evitare che la rimozione consegua all’abbondanza di manodopera, che si applichino le regole della zootecnia all’umanità e non solo al bestiame. Le dichiarazioni di una parte dell’intelligentsia euro-americana del dopoguerra in favore della pena di morte, delle sterilizzazioni e castrazioni di massa degli indesiderabili, della necessità di plasmare la specie umana, stanno lì a testimoniarne l’importanza (Fait, 2008).
I campi di internamento e forse persino quelli di sterminio possono tornare ad essere un modello di ordine sociale futuro e nessuno di noi se lo può permettere. Teniamoci stretta la democrazia!