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lunedì 26 dicembre 2011

La Collera dei Miti - l'immoralità di nonviolenza e pacifismo




Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono.
Proverbio cinese

Allora anche i miti non disdegneranno di uscire dalla loro indole profonda e indossare quella dei loro nemici. Si tratta di combattere una buona battaglia che, nei risultati sperati, non contraddice affatto ma ribadisce la loro fedeltà alla mitezza. Quando ciò accadesse, quando ciò accadrà, bisognerebbe, bisognerà temere l’ira dei miti.
Gustavo Zagrebelsky, “Bobbio: la forza dei miti”, La Stampa, mercoledì 13 ottobre 2010

Arrivano momenti in cui diventa d’obbligo liberare una rabbia che scuota i cieli. Esiste un momento in cui bisogna dar fuoco alle polveri. In risposta a un’offesa grave, contro l’anima o lo spirito. Prima bisogna provare con tutte le altre strade ragionevoli per ottenere un cambiamento, ma se non portano a nulla allora occorre scegliere il momento giusto …giusto, come la pioggia…il momento in cui tirar fuori le viscere, il momento della collera giusta, della rabbia giusta.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”

È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta.
Nelson Mandela

Avevo l’impressione che la guerra, pur non potendo mai essere un bene positivo o assoluto, potesse servire come bene negativo nel senso di impedire la diffusione e la crescita di una forza malvagia. per quanto orribile sia, la guerra potrebbe essere preferibile alla resa a un sistema totalitario: nazista, fascista o comunista…Dopo la lettura di Niebuhr, cercai di arrivare a un pacifismo realistico.
Martin Luther King

Il diritto alla tolleranza illimitata favorisce i forti a scapito dei deboli.
Claudio Pavone

Tu puoi essere pacifista fino all’estremo ed essere disposto al martirio per testimoniare la tua fede, ma ti sentiresti di rimanere inerte quando altri che non partecipano della tua fede sono esposti alla violenza? Ti sentiresti di dire loro: in nome di ciò che io credo, tu lasciati massacrare? Non sarebbe questa, a sua volta, un’estrema violenza, per di più rivestita di buoni sentimenti?
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011

A proposito del disarmo, cavallo di battaglia dei pacifisti: che io butti via le mie armi non serve a niente. Né serve a qualche cosa che le buttino via tutti tranne uno, perché quest’uno diventerà il padrone della terra. Continuare a dichiarare il proprio pacifismo assoluto serve a salvare la propria anima. Serve anche a salvare il mondo? Alla base del nostro dissenso c’è forse la sua affermazione che le tendenze dominatrici e distruttrici sono patologiche e non fisiologiche nella natura umana. Tanto lei che io sappiamo ben poco della natura umana. Ma dalle testimonianze della storia e dei fatti che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, sarei più prudente, o almeno distribuirei in parti eguali quello che appartiene alla grandezza e quello che appartiene alla miseria dell’uomo.
Norberto Bobbio a Enrico Peyretti (16 agosto 1993)

Brutale, violento, con la clava in mano, Orione appare in tutta la tradizione mitica come un uomo selvaggio, tutto preso dall’inseguimento di belve feroci, che si compiace di uccidere in strage, arrivando al punto di vantarsi di far sparire dalla superficie della terra tutti gli animali che Gaia crea e nutre… Orione non sa che usare loro [le donne] violenza: ha appena visto la figlia del suo ospite a Chio, che la desidera e vuole abusarne; non appena scorge le Pleiadi, si lancia al loro inseguimento.
Marcel Detienne, “Orfeo dalla voce di miele” (N.B. Chi ha orecchi per intendere…)

Sono giunto alla conclusione che l’unica maniera per impedire una guerra che distruggerà decine di milioni di vite ed inquinerà radio-attivamente la nostra aria, il nostro cibo e la nostra acqua, insomma i nostri Beni Comuni:
È una rivoluzione globale:
In altre parole, servirà una grande violenza per fermare una violenza molto più grande. Questo è naturalmente anatema per pacifisti e nonviolenti ed è importante chiarire perché io giudichi sbagliata la loro posizione. Ho già affrontato il drammatico e per nulla scontato problema della scelta tra violenza e nonviolenza in relazione alla tremenda superiorità morale, spirituale e politica della filosofia dell’aikido rispetto alla satyagraha gandhiana:
agli enormi limiti dell’uomo Gandhi:
Alla questione di come si possa essere responsabili in una società patologica e che per ciò stesso moltiplica le patologie:
Ora vorrei completare l’opera, nella speranza di non dovermene mai più occupare.
La violenza non è un terreno neutrale, è il terreno preferito dalle forze dominanti. Ci risucchia in quel tipo di relazioni con il mondo e con gli altri che noi vogliamo e dobbiamo ripudiare: le strutture gerarchiche di dominazione basate sul ricatto, sul timore, sull’ossequio obbligato. La dignità è il nostro terreno e la violenza è la negazione della dignità, indipendentemente da chi la perpetra. La nostra "democrazia" e la nostra "prosperità" dipendono dal rapporto padrone-servo che abbiamo instaurato col resto del mondo. Una sindrome, forse ricorrente nell'universo, che ha come unico strumento la violenza e come unico esito possibile la violenza: come in cielo, così in terra. La violenza è solo un aspetto della maniera in cui lo stato ci risospinge costantemente nei meandri di una certa forma mentis, di un certo modo di fare le cose, di pensare le cose e di organizzarle. Gli stessi monologhi dei politici sono una forma di violenza e rappresentano l’impoverimento della cultura del dialogo (ma non provano vergogna?). È una mentalità incancrenita: non importa quanto ci ripetiamo di essere persone autonome, alla fine ci succede di aspettare che qualcun altro prenda l’iniziativa, che parli, che ci accetti, ci riconosca, ci dia il suo assenso. Alla fine ci dimentichiamo che anche le azioni “benevole” sono violente se manca il consenso informato di chi ne “beneficia”, se si costringe l’altro a mostrarsi grato, anche se questa mia generosità serve in realtà a dimostrare la mia superiorità e sottolinea la vulnerabilità e sprovvedutezza dell’altro:

E poi c’è la guerra, che produce eccitazione, esotismo, squilibri di potere, opportunità di incrementare la propria autostima e status, dà significato ed intensità ad una vita insignificante, uno scopo nell’esistenza, una causa per cui sacrificarsi, ci consente di essere “nobili” ed “eroici”, perfino “epici”. Semplifica la realtà. Così accettiamo e condoniamo la mutilazione ed uccisione del nostro prossimo come un equo prezzo da pagare in cambio di quel che ne ricaviamo. La guerra ed il patriottismo distorcono a tal punto la realtà che persino gli oppositori della terribile giunta militare di Videla (Argentina) appoggiarono la guerra delle Falklands.

Affermare che “la natura umana non è violenta” (cf. Giorgi, 2008) significa proferire una colossale fesseria. Gli esseri umani non amano uccidere, neppure in guerra (cf. Grossman, 2009), ma la nostra specie è sempre stata capace di violenza e pace, di bene e di male, di creazione e distruzione, fin dai suoi albori:

Diceva bene Gurdjieff: ci sono sempre stati pacifisti e questi hanno sempre cercato di fermare la guerra ma le guerre hanno continuato ad esserci e si sono fatte sempre più mostruose. L’idea di una pace universale è un’utopia o un’ipocrisia (la pace totalitaria di un Nuovo Ordine Mondiale?). Quasi tutti gli esseri umani sono troppo pigri ed egoisti per lavorare su se stessi e troppo disposti ad aspettarsi che siano gli altri a conformarsi ai loro desideri. Per questo il movimento pacifista è diviso e segnato da conflitti e controversie. Ci si scontra persino sui modi di raggiungere la pace. Siamo quel che siamo e non possiamo essere diversi, ma quel che possiamo fare è provare a tenere sotto controllo certi nostri impulsi e passioni per la maggior parte del tempo. Anche questo è però un compito difficile, perché facciamo un’immensa fatica ad emanciparci dai nostri idoli, feticci e dipendenze psicologiche. Come possiamo realizzare una modica quantità di autocontrollo se continuiamo a lasciare che siano delle forze esterne, più o meno reali, a controllarci? La violenza nasce dalla compulsione a costringere il prossimo a comportarsi in un certo modo, ad imporre la propria volontà. Paradossalmente, per superare questa compulsione bisogna usare violenza su di sé e contro i propri istinti ed automatismi. C’è bisogno di forza per vincere abitudini mentali, meccanicità ritualizzate, ecc. La violenza rivolta verso l’esterno si cura quando si comincia a vedere in se stessi sempre più gli altri e negli altri sempre più se stessi. 
È un grossolano e pericoloso errore cercare di ragionare con chi ha cattive intenzioni e la patetica figura di Chamberlain alle prese con Hitler dovrebbe averci fatto rinsavire. I bulli interpretano questi sforzi come un sintomo di paura e di debolezza. Magari non è così, ma bisogna tener conto del fatto che la visione del mondo del bullo è estremamente semplificata, meccanica, inelastica:
La materia è il campo di battaglia su cui si confrontano e scontrano due diversi tipi di spiritualità. Ci sono coscienze allineate con le forze che potremmo chiamare “della Creazione” ed altre che invece, per indole e temperamento, scivolano spontaneamente verso le “forze della Distruzione e dell’Entropia” (es. il complesso militare-industriale, gli speculatori che distruggono le vite di milioni di piccoli investitori, i genitori violenti, i preti pedofili, gli psicopatici in genere, ecc.). Ciascuna forza ha un ruolo fondamentale ma non per questo quelle distruttive ed entropiche vanno incoraggiate o lasciate fare. È sbagliato abdicare dal proprio dovere di promuovere la cooperazione, la solidarietà, la compassione, il rispetto, l’altruismo, solo perché tanto Tutto è Uno, Dio non esiste e quindi Bene e Male non esistono. In molti di noi vi è un insopprimibile senso di indignazione, di oltraggio, di risentimento di fronte ad infamie ed ingiustizie. Cerchiamo naturalmente la  giustizia, armonia, la chiarezza, l’obiettività, il libero arbitrio. La conoscenza degli eventi circostanti e mondiali è essenziale per la maturazione morale e spirituale. L’ignoranza equivale ad una tacita accettazione del male e della menzogna (es. le guerre umanitarie) ed un rifiuto di scegliere il bene (l’equilibrio, la giustizia, la verità – es. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Falcone e Borsellino, David Kelly).
Nel nostro mondo vivono anche “vampiri psichici”, chiamati psicopatici/sociopatici, che spesso raggiungono uno status invidiabile in una società all’insegna della forza prevaricatrice. Il loro scopo è quello di confondere, frustrare e scoraggiare. Non vogliono chiarezza e luce, ma oscurità e nervi tesi. Uno può anche cercare di essere ragionevole, diplomatico e rispettoso, ma c’è un limite a tutto e l’unico linguaggio che sembrano intendere è quello della forza, del martello e del chiodo. Se percepiscono una certa sensibilità, la ritorceranno contro come se fosse stupidità o debolezza. È una lotta senza quartiere in cui ogni nostro sforzo di procedere oltre servirà solo per accusarci di maleducazione, rozzezza, arroganza, egoismo, aggressività, ecc. Il tutto al fine di farci stare zitti o farci cambiare argomento. È una perfetta manipolazione: se lasciamo che sia un unico interlocutore (e non la nostra coscienza e non tante altre persone) a stabilire cosa significa essere ragionevoli, se siamo sufficientemente rispettosi nei loro confronti, ecc. diventiamo la loro preda, ci mettono al guinzaglio, ci addomesticano. Sacrifichiamo la nostra autodeterminazione sull’altare di un insensato bisogno di comunicare in qualunque modo con loro. Diamo un dito e loro si prendono il braccio.  
Con loro la diplomazia non funziona: non arresta la loro aggressività, ma li incoraggia. Arriva il momento di capire che bisogna riconoscere il male per quello che è (una brutta bestia) ed affrontarlo di conseguenza, cioè con determinazione (vedendo i suoi bluff e resistendo alle sue aggressioni). È giusto dare una chance al dialogo, all’inizio, ma finché si vede che l’altra parte è realmente interessata al dialogo. Non ci sono garanzie e può fallire. Inoltre dar corda ad un bullo spinge altri potenziali bulli a prendere coraggio ed imitarli (es. USA e Israele).
La spiacevole realtà dei fatti è che ci sono pessime persone in circolazione, persone che non si fanno scrupolo di prendersi tutto quel che desiderano da chiunque lo possegga legittimamente. Non è sufficiente la disapprovazione, non basta chiamarli “personalità dominanti” e poi lasciarli fare perché è nella loro natura comportarsi a quel modo. Non è con le chiacchiere che si risolvono i problemi. Certi dissidi si possono appianare, se c’è buona fede da entrambe le parti. Ma credere che tutti possiedono la coscienza, a dispetto dell’incontrovertibile ed abbondantissima evidenza empirica che dimostra il contrario – ossia tralasciare colpevolmente i dati delle scienze cognitive e psicologiche per amore del politicamente corretto –, e che perciò c’è sempre spazio per una negoziazione risolutiva, non è realistico ed è anche un po’ infantile.
Non ci possiamo permettere di guardare il mondo attraverso delle lenti che lo abbelliscono, specialmente perché la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Perché il male (l’imposizione di uno squilibrio entropico) prevalga è sufficiente che le persone coscienziose se ne stiano ai margini, lasciando fare per amore del quieto vivere. Non è proprio il caso di emulare chi si rifiuta o non è capace di difendersi e di difendere ciò che gli è più caro. L’autodifesa non è solo una virtù, è un imperativo. La pace è la condizione ideale, ma non certo se il prezzo da pagare è la libertà. Chi si approfitta di noi va fermato e negoziare con queste persone serve solo ad incentivarle, a farsi ricattare, a svilirsi. Serve lucidità e servono gli attributi. Chi si sottomette non mette a repentaglio solo la sua libertà ma anche quella di tutti gli altri.
Le persone malvagie sono perfettamente in grado di seminare distruzione, ma sono per definizione autocentrante e quindi incapaci di definire una strategia che, nel lungo termine, non sia autodistruttiva. Possono trionfare nel breve, ma solo se manca la determinazione per limitare i danni da loro causati.
Perciò il pacifismo e la nonviolenza sono uno strumento di iniquità in una società governata da psicopatici. Soffrire e morire in circostanze oppressive senza opporre resistenza, anche violenta, se necessario, non può essere un obbligo morale. Chi si fa martire in nome del principio della nonresistenza passiva e si rifiuta di contenere il male che viene arrecato ad altri (rifiutandosi di impedirlo), abbandona la sfera della morale per entrare in un’altra sfera, del narcisismo amorale.
Molte persone sono bellicose nel cuore. Combattono le persone attorno a loro in molti modi ed allo stesso tempo parlano di pace. Bisogna fare attenzione a chi crede di essere buono: le persone peggiori sono quelle che immaginano di essere buone, pacifiche e nonviolente. Ad ogni buon conto, se le persone sono contro la guerra perché ne hanno paura, la loro resistenza non ha alcun valore, anzi:
Jacques Ellul (“Ce que je crois”) ci ricorda che le azioni di Gesù sulla terra NON sono all’insegna della nonviolenza. Gesù era una persona che si indignava, che perdeva le staffe, che accusava, condannava, non le mandava certo a dire: i mercanti del tempio, gli scribi e i farisei, i ricchi, Corazin e Betsaida ("Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida!” – Matteo 11:21). Non scelse la via della nonviolenza, ma quella dell’astensione dall’uso della forza coercitiva, che pure avrebbe potuto esercitare pressoché illimitatamente. Ronald Niebuhr, il massimo teologo protestante della storia americana, ci ricorda invece che la scelta che dobbiamo compiere non è ciò che è morale e ciò che è immorale, ma tra ciò che è immorale e ciò che lo è di meno. Jiddu Krishnamurti ci ricorda che l’avversario potrebbe essere ignorante e volere lo scontro ad ogni costo. Per questo è giusto accettare lo scontro, ma senza la pretesa di essere retti e virtuosi nella lotta, giacché questo ci rende aggressivi e feroci. Per il teologo americano William Stringfellow essere pacifista comporta il rifiuto di accettare che ogni decisione è assunta in un contesto pregno di ambiguità morale e non può essere predeterminato da strettoie dottrinali. Secondo lui non si può decidere a priori che uno non ricorrerà mai alla violenza, a prescindere dal contesto, e soprattutto non ci si può sentire innocenti di ogni violenza solo perché ci si proclama pacifisti. Questo mondo è violento e siamo tutti complici.
Dietrich Bonhoeffer, mentre si apprestava a cercare di uccidere Hitler, sapeva che quel che stava facendo era male. Il tirannicidio è male. Non si considerava una persona buona, l’utile non giustificava ogni sua azione. Lo considerava un male necessario in virtù del fatto che il cristiano non può rinunciare alla propria responsabilità di fronte al male, non può rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Le critiche di Bonhoeffer e di George Orwell al male sono principalmente tre: (a) il pacifismo aiuta il male; (b) è ipocrita perché si gode i frutti degli sforzi altrui pur condannandoli; (c) è una strategia fallimentare. [Non è vero che il pacifismo non è stato sperimentato sotto il Terzo Reich – solo un fanatico potrebbe non arrivare a capire che chiunque abbia cercato di praticare la resistenza nonviolenta non è durato abbastanza da recare una qualsivoglia testimonianza. Le famose mogli della Rosenstrasse non sarebbero sopravvissute una singola notte se non fosse stato per la catastrofe di Stalingrado e la paura di perdere il controllo della nazione].
Per Orwell il proprio rifiuto di partecipare alla violenza deriva da un immotivato senso di superiorità morale, che non corrisponde necessariamente ad una visione maggiormente obiettiva della realtà e delle azioni che vanno intraprese. La guerra non è un problema intellettuale già risolto. Questo può pensarlo solo chi si trova in una posizione confortevole e sicura, protetto dal sacrificio altrui, dallo sporcarsi le mani di qualcun altro che non vuole che i suoi figli crescano in un regime totalitario. Un’esistenza confortevole ci rende insensibili ai cimenti di chi si trova in una condizione peggiore della nostra, confusi dall’irrealtà della pena, della sofferenza e della morte altrui. La sicurezza è un’illusione borghese di chi dimora su un’isola di privilegi: poiché sono nonviolento e l’argomentazione razionale mi ha convinto della bontà di questa posizione, allora credo che lo stesso valga per tutti. Invece bisogna considerare la realtà nel modo più obiettivo possibile, non desiderare che sia diversa da quel che è. Per Orwell i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica.
Clarissa Pinkola Estés c’insegna che comprendere il predatore ci permette di diventare maturi, meno ingenui, meno inesperti, meno stupidi e perciò meno vulnerabili: “Nel racconto il punto non è la lotta per raggiungere la santità, ma sapere quando agire in un modo integrale e selvaggio. Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno costantemente li minaccia, o li mette alle strette, allora esplodono. Accade di rado, ma la capacità di esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio, e dovrebbe rientrare anche nel nostro. …è un diritto e in certi momenti e in talune circostanze è un dovere morale…La risposta giusta porta comprensione e giuste quantità di compassione e di forza mescolate assieme. L’istinto offeso dev’essere ripristinato stabilendo e facendo rispettare confini ben precisi e dando risposte ferme e, se possibile, generose, ma sempre fondate…A livello psichico, è salutare provare questa collera e usarla per inventare modi di combattere un’ingiustizia e provocare un utile cambiamento…La rabbia collettiva è egregiamente utilizzata quale motivazione per cercare o offrire sostegno, per concepire modi per costringere gruppi o individui al dialogo, o per richiedere responsabilità, progresso, miglioramenti….fa parte della psiche istintuale sana avere reazioni profonde di fronte alla mancanza di rispetto, alla minaccia, all’offesa. […]. Se e quando la rabbia torna a essere uno sbarramento per il pensiero e l’azione creativi, allora dev’essere attenuata o tramutata”. 
In pratica, non ci si comporta affabilmente quando giunge il momento di difendere la propria coscienza/anima. Un sesto senso ci suggerisce che la gentilezza servirà solo ad incitare il predatore. Quando la coscienza/anima è minacciata si deve tracciare una linea invalicabile e ricercare un nuovo equilibrio, laddove l’entropia ha prodotto uno sbilanciamento. [Il Bacio Perugina che ho appena scartato mi consiglia: “La chiarezza è una giusta distribuzione di luce e ombra” – una citazione di J.G. Hamann che cade proprio a fagiolo!]
Ho espresso una posizione analoga riguardo alla vendetta:
Ogni violazione della libertà di un individuo è una forma di violenza. In un mondo ideale le persone sarebbero libere e responsabili. Così non è qui e ora e perciò si impiegano mezzi coercitivi. Siamo, congenitamente, dei manipolatori: alcuni (più spesso gli uomini), usano la minaccia della forza e la violenza verbale, altri (più spesso le donne), usano il vittimismo e il ricatto psicologico. È nostro dovere prendere coscienza di questo terribile aspetto della natura umana, se davvero vogliamo costruire un mondo meno violento. Alcuni gongolano, altri si dolgono di questo stato di cose. Quelli che gongolano sono persone che riconoscono solo il linguaggio della coazione, della predazione, del parassitismo. Sono vuoti dentro e cercano di riempirsi strappando l’altrui pienezza (che non è mai completa). Il nostro mondo è più violento perché nessuno di noi è esente da questa patologia vampirica: tutti tendiamo a prendere dagli altri, anche quando ci convinciamo del nostro genuino altruismo. Nessuno di noi può essere autenticamente altruista, perché viviamo in un corpo finito, separato dagli altri, una monade e la nostra empatia, cioè la nostra capacità di metterci nei panni degli altri – il fondamento della condotta morale – è anch’essa limitata. Non siamo davvero in grado di considerare gli altri come nostri pari. Gli altri avranno sempre un grado di realtà e di dignità inferiore al nostro. È la nostra fisicità, l’istinto di sopravvivenza che ci ostacola, anche nei nostri momenti migliori, quando veramente mostriamo che in noi c’è un qualcosa fatto di un’altra pasta: la coscienza (alcuni la chiamano anima).
Purtroppo viviamo in un mondo in cui essere coscienziosi significa obbedire ed essere virtuosi significa avere successo, ad ogni costo. È ipotizzabile che questo singolare modo di intendere la vita associata sia emerso a causa della crescente egemonia di un tipo umano suo malgrado molto deficitario nel reparto empatia:
La grande questione del 2012 sarà come rimuovere delle classi dirigenti che ci stanno portando al disastro economico:
E verso la guerra più mostruosa che si possa concepire:
Possiamo vivere in silenzio, nel conformismo, nella malafede, nella paura di essere malgiudicati – ricercare la sicurezza alle condizioni imposte dall’attuale sistema: ricattatorio, manipolatore e spietato. Oppure possiamo resistere: è l’unica scelta degna di un essere umano. Per farlo occorre vincere certe inibizioni dovute a: (a) abitudine a non mettere in discussione la legittimità dello status quo e la consueta percezione ed interpretazione della realtà; (b) identificazione psicologica col sistema e senso di un obbligo morale alla mansuetudine insinuato nella mente dei cittadini dallo Stato, dalla Chiesa e dai media; (c) paura di essere puniti e di morire; (d) egoismo; (e) insicurezza, insufficiente auto-stima e sfiducia nelle proprie potenzialità;
Uno dei consigli più validi, in questi casi, è il seguente: se vuoi capire cosa spaventa il tuo nemico, osserva cosa usa per spaventarti. È un po’ quel che intendeva Orwell, citato qualche riga più sopra: “i tiranni temono solo quel che prediligono, perché lo ritengono efficace, ossia la forza fisica”.
Per il momento i potenti usando la minaccia della violenza ed il terrorismo psicologico. Io sarei molto favorevole a questa opzione del tipo "Spada di Damocle", ma temo che, come detto, il loro piano sia quello di spingerci verso la guerra ed il Terrore Rivoluzionario. Dobbiamo stare molto attenti ad evitare quel tipo di sviluppo. Se si farà la rivoluzione, dovrà essere del tipo "usa e getta": la rivoluzione permanente (Terrore Rivoluzionario) è la loro migliore alleata. Per cambiare le cose basterebbe uno sciopero generale/occupazione generale permanente transnazionale (ossia la resistenza nonviolenta di massa) ma la crisi economica globale (generata, ossia artificiale) e la flessibilità hanno messo in ginocchio milioni di famiglie: sono troppo ricattabili per intraprendere la strada dello sciopero ad oltranza. E ora le élite si stanno per giocare la carta della guerra globale per aggravare lo stato di crisi globale, ad ogni livello.
Solo la rivoluzione può bloccare questa guerra suicida. Come abbiamo detto, però, la rivoluzione, in queste condizioni, rischia di sfociare in una rivoluzione permanente, che conduce invariabilmente al totalitarismo, perché la gente dopo un po' pretende stabilità e ordine e, a mali estremi, estremi rimedi. Dunque la forma della lotta che ci imporranno sarà violenta e la cosa che dobbiamo tenere a mente è che sarà necessario interromperla al più presto, restaurando la democrazia. La mia speranza è che la saggezza prevalga e si capisca che scimmiottare degli psicopatici o lasciare che questi si impadroniscano anche della rivoluzione ci porterà alla rovina.

BIBLIOGRAFIA
Max Abrahms, “Why terrorism does not work”, International Security, Vol. 31, No. 2 (Fall 2006), pp. 42–78.
Rab Bennett, “Under the Shadow of the Swastika: The Moral Dilemmas of Resistance and Collaboration in Hitler's Europe”, New York: New York University Press, 1999.
Albert Camus, “Mi rivolto dunque siamo”, Milano: Elèuthera, 2008.
Marcel Detienne, “Orfeo dalla voce di miele”. In: Musica e mito nella Grecia antica, a cura di Donatella Restani, Bologna: Il Mulino, pp. 331-345, 1995
Jacques Ellul, “Ce que je crois”, Paris: Grasset, 1987.
Piero P. Giorgi, “La violenza inevitabile: una menzogna moderna. Le origini culturali della violenza e della guerra”, Milano: Jaca book, 2008.
Dave Grossman, “On Killing. The psychological cost of learning to kill in war and society”, New York: Little, Brown and Company, 2009.
Adrian Karatnycky, Peter Ackerman How Freedom is Won: From Civic Resistance to Durable Democracy. (Washington, DC: Freedom House, 2005).
Enrico Peyretti, “Dialoghi con Norberto Bobbio: su politica, fede, nonviolenza”, Torino: Claudiana, 2011.
Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi”, Milano: Frassinelli, 2009.
Arundhati Roy, “Listening to grasshoppers. Field notes on democracy”, London: Penguin Books, 2009
Maria J. Stephan and Erica Chenoweth, “Why civil resistance works. The strategic logic of nonviolent conflict”, International Security, Vol. 33, No. 1 (Summer 2008), pp. 7–44.

martedì 22 novembre 2011

Estetica del Terrore e della Morte - Perché la violenza ci fa stare bene?




Sta' a sentire, Ettore, fratello, il fatto è che non si può né prendere per giusto solo ciò, quello solo, che va a finire bene, né andare di colpo giù di morale perché Cassandra è matta. Non c'è sua crisi che possa intaccare la bontà di una lotta che è sacra perché ci impegna fino in fondo nell'onore.
William Shakespeare, “Troilo e Cressida”, (II, 2)

Il bene assoluto richiede che il male assoluto sia completamente estirpato. In nome del bene, è dunque lecito e doveroso fare ogni possibile male a chi non vuole il bene. Il bene assoluto richiede dunque in maniera del tutto cogente lo sterminio delle differenze…C'è sempre, anche in colui che compie consapevolmente qualcosa di proibito, di disapprovato, qualcosa che lui stesso negli altri respinge e disapprova, la convinzione che per lui, in quel momento, compiere quell'atto sia giustificato da qualche valore o qualche necessità. Per quanto mostruosa sia un'azione, nessuno che non sia folle la compie sentendosi un mostro e volendo essere un mostro.[…]. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l'incertezza. Per il tentativo. Per l'esperimento. Per l'avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all'avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c'è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all'imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall'11 settembre)”, 2002.

Gli eroi maschili delle fiabe e dei film sono quasi sempre belli (e virili), buoni e sinceri. Sono giusti e sono nel giusto. La funzione dell’eroe nella mitologia e nell’arte è quella di permettere allo spettatore e fruitore di realizzare un’immedesimazione spontanea. Poi ci sono i militanti, che non ne hanno bisogno, perché sono già impregnati di estetica eroica. I patrioti terroristi e torturatori fanno parte di questa categoria, quella dell’intossicazione estetica, della visione allucinatoria di una realtà fantastica che vogliono sovrapporre a quella vera. Il problema è che queste persone non sono consapevoli di essere prigioniere dei loro estetismi (ulteriori golem, cf. Fait/Fattor 2010) e quindi si sentono innocenti. L’unico loro obiettivo è quello di tenere in vita la loro fantasia, quella che dà senso alla loro esistenza, come i protagonisti de “I Demoni” di Dostoevskij. La bellezza della fantasia – una bellezza fatta di coerenza, ordine, unitarietà, freschezza, purezza, nettezza, dualismo, vitalità, forza di volontà, appropriatezza e, soprattutto, significato – maschera la malvagità delle loro azioni e la meschinità delle loro intenzioni ed emozioni. Una fantasia iperattiva, ipercinetica genera una realtà fittizia laddove non c’è – “il popolo è con noi” – e simultaneamente oblitera la realtà effettiva delle cose – “siamo dalla parte del giusto, gli altri stanno dalla parte del torto”. Una fantasia ipoattiva, letargica, impedisce invece di mettersi nei panni degli altri e di riflettere su ciò che si sta facendo e sulle conseguenze di ciò che si intende fare. Nel complesso, il risultato è che questi patrioti non vedono quel che sta davanti ai loro occhi e credono sia reale quello che immaginano (Kateb, 2006).
Adolf Eichmann aveva questo tipo di personalità ed era questo a renderlo pericoloso, non certo la sua banalità. Se Hannah Arendt avesse fatto il suo dovere e fosse rimasta al suo posto fino alla fine del processo, invece di usare le prime impressioni per ricavarne un ritratto che aveva già tratteggiato nelle opere precedenti, ora la scempiaggine della “banalità del male” non infesterebbe i nostri quotidiani e periodici, nonché le nostre menti, inducendoci a credere che abbiamo già capito tutto quel che c’era da capire, che ogni nuovo “mostro” in fondo è banale come noi, che esiste un Eichmann in ciascuno di noi. Per la verità la stessa Arendt fu costretta a negare di aver mai detto o pensato qualcosa del genere, precisando di aver sempre odiato quell’ingiustificata semplificazione (Assy, 2003).
I patrioti torturatori (italiani) e i patrioti terroristi (sudtirolesi) dell’epoca delle bombe in Alto Adige non erano banali. Penso che l’analisi Hans Karl Peterlini (Peterlini, 2010) sia molto ben indirizzata, ma lo studioso non ha forse colto appieno la potenza dell’intossicazione estetica. Gli uni e gli altri erano persone malate nella coscienza, se non nella psiche, malate di fanatismo, dell’ossessione di difendere ad ogni costo la loro visione immaginifica e tremenda del mondo, dell’altro da sé. Troppo carenti in curiosità e sensibilità per essere capaci di vedere se stessi e gli altri dalla distanza, dall’alto, da un punto di vista diverso da quello consueto. Troppo legati al loro cultismo per accorgersi di aver imboccato un sentiero che conduceva lontano dalla vera bellezza, quella della giustizia, della dignità, della verità e dell’irreversibile, incontenibile pluralità del reale. Il sentiero della razionalizzazione dell’immoralità nel nome della conservazione di uno stile di vita e della liberazione di un popolo che non era oppresso; o nel nome dello Stato, dell’orgoglio patrio e, chissà, forse anche della memoria di Mussolini per gli uni e Hitler per gli altri. Dietro tutto questo c’è un’estetica del sublime, del mito, dell’ideale, della lotta, del sacrificio, del martirio, la ricerca estetica di chi si fa dio e provvede a modificare una creazione che giudica insoddisfacente – con l’esplosivo, o con la tortura – in modo che essa si avvicini alle sue preferenze estetiche, alla sua gerarchia delle forme, alla sua intolleranza dell’imprevedibile e dell’eterogeneo.
L’estetizzazione della lotta, della distruzione, della sofferenza e della morte è il culmine dell’assorbimento nel proprio narcisismo, nei propri vizi e nell’estasi del potere. Io so cos’è giusto per tutti e so come ottenerlo. Se la gente non approva è solo perché è troppo ignorante e stolta per capirlo. Compio il male, ma sono fondamentalmente innocente. Ciò che è bello ed è giusto non può essere malvagio. Questa estetica malevola, ma che è creduta benevola, è inconciliabile con la dignità umana e, al contrario, calza come un guanto alla logica dell’utilitarismo. L’utile ed il bello sono indifferenti alla diminuzione e degrado della dignità. Va tutto bene finché l’obiettivo è la felicità ed il piacere di un maggior numero di persone, che saranno certamente contente di abitare una realtà più consona, più autentica, più armoniosa, in poche parole, più bella.
L’utile, allora, fornisce anche una giustificazione teorica alla scelta di infliggere della sofferenza ad una minoranza di persone per il bene di una maggioranza, maggioranza che, “certamente”, patisce in questo mondo così discordante rispetto ai desideri di noi militanti. Le atrocità, il male, sono accettabili se sono un prerequisito necessario per aumentare il piacere e diminuire la sofferenza. Dunque una minoranza dell’una e dell’altra parte può e deve rinunciare ai suoi diritti, a beneficio dell’utile sociale (la libertà, la sicurezza). Possono essere falciati dai proiettili, fatti saltare in aria, torturati a morte, perire in circostanze non chiarite. L’estetica maligna e l’utilitarismo fioriscono rigogliosi nelle condizioni emergenziali, giustificano la sospensione dei diritti civili e umani, la loro rivedibilità, la loro provvisorietà. L’intera popolazione diventa un ostaggio, uno strumento nelle mani di questi “fini” esteti e freddi calcolatori, che in realtà hanno soprattutto paura di affrontare la putredine che li divora (Marco Deriu, 2005, p. 34):

In realtà combattiamo non contro l’altro ma per continuare a rimuovere l’altro. Si combatte per la propria immagine. In questo senso questa non è solamente la guerra delle immagini, ma la guerra per l’immagine. Noi vogliamo fondamentalmente aver confermata la rappresentazione che abbiamo di noi stessi: la democrazia, i diritti umani, l’umanitario, il potere buono che trionfa sul male. Abbiamo bisogno della maschera, dello stereotipo dell’altro, del fanatico, del terrorista, del male, della sua immagine in negativo per poter sostenere ancora la nostra immagine in positivo. Dobbiamo tenere l’altro a distanza in tutti i modi perché se venisse troppo vicino, farebbe specchio a noi stessi e distruggerebbe irrimediabilmente quella auto-rappresentazione positiva che stiamo proteggendo. Tragicamente la nostra paura non è veramente paura dell’altro. O meglio la paura dell’altro è uno schermo dietro al quale c’è una paura molto più profonda. Quella di incontrare veramente noi stessi. […]. Tutta questa miseria e angoscia che non vogliamo assolutamente guardare negli occhi, è in realtà il pozzo oscuro che fatalmente ci terrorizza. Da questa parte oscura vogliamo difenderci a tutti i costi. Credo sia fondamentale capire questo aspetto, che siamo in presenza di un meccanismo di rimozione profondo che ci riguarda intimamente”.

Il punto è che non esiste una coscienza morale collettiva, esistono solo le coscienze individuali. Dunque qualunque entità sovraindividuale è amorale e necessita di una meticolosa e rigida regolamentazione per tenere sotto controllo il suo egoismo e la sua distruttività. Alla stessa conclusione sono giunti indipendentemente, tra gli altri, Socrate, Gesù, Simone Weil, Carl Jung ed il maggiore teologo della storia americana, Ronald Niebuhr. Mentre la virtù individuale è ardua, quella comunitaria è impossibile (Niebuhr, 1968). Questo per una serie di ragioni: non esiste e non può esistere una coscienza unificata e che trascenda i singoli e il gruppo; c’è sempre un gruppo dominante e quelli che prevalgono sono i suoi interessi e la loro massimizzazione; l’individuo è “morale” solo se è in accordo con gli standard del gruppo, ossia se si sacrifica per esso. Chi dissente di fronte ad un comportamento discriminatorio del proprio gruppo nei confronti di altri, viene etichettato come immorale, sebbene da una prospettiva universale sia l’unico la cui condotta è autenticamente morale (es. Socrate e Gesù, uccisi perché non sufficientemente remissivi). Inoltre tutti i gruppi sono ipocriti perché devono placare gli scrupoli dei loro membri e quindi proclamano di incarnare i più nobili principi e virtù e di perseguire i fini più virtuosi e condivisibili, quando dovrebbe essere chiaro a tutti che gli obiettivi e le motivazioni di ogni gruppo sono auto-referenziate (egoismo collettivo), perché la sua ragion d’essere è continuare ad esistere. Così il sacrificio e l’abnegazione del singolo si prestano ad abusi e condotte immorali della comunità. Gli esseri umani sono infatti più inumani proprio quando credono che i loro impulsi naturali e valori soggettivi siano al servizio di un bene assoluto. Siamo ignoranti, finiti, limitati, ma immaginiamo di non esserlo, ci convinciamo di non esserlo, di poter trascendere i nostri limiti e fare in modo che la nostra mente si universalizzi e colga la Verità Assoluta. Purtroppo quello della coscienza è solo un potenziale, oltre ai mistici, nessuno è in grado di realizzarlo. A tutti gli altri resta solo il compito di ricavare, tramite la conoscenza, una migliore, più obiettiva comprensione delle cose, nella consapevolezza che siamo fallibili, che errare è umano.
Diversamente, si commette il peccato di superbia, al servizio della volontà di potenza, che piega e subordina ciò che ci circonda al nostro ego ipertrofico, aggressivamente votato a porsi al centro della Creazione. L’essere umano ama se stesso eccessivamente ma una voce dentro di lui sa che questo abbondantissimo amore è ingiustificato ed immorale, per questo ciascuno si inventa una tecnica di mimesi per continuare a venerare se stesso anche se all’apparenza ci si vota ad una causa che ci trascende. La prima persona ingannata da questa manipolazione siamo noi stessi. Inganniamo gli altri per poter mettere a tacere la nostra coscienza. Ma se non ci fosse qualcosa di buono in noi, tutto questo non avrebbe senso. Dunque proprio gli sforzi dissimulatori sono la miglior prova del fatto che non siamo radicalmente depravati, che ci vergogniamo del nostro status privilegiato, del nostro benessere, che sentiamo che c’è qualcosa che non va quando costringiamo gli altri ad adeguarsi al nostro volere, anche se per la gran parte del tempo facciamo finta di niente.
Solo il dogmatismo, il fanatismo e la frenesia possono sopprimere la voce della coscienza e questi sono vizi che si gonfiano nel gruppo, assieme alla confusione compiaciuta di chi perde di vista il fatto di essere quel che è, e s’immagina di essere più vasto (non interiormente, ma psicologicamente, ossia nella direzione sbagliata), di riuscire ad introiettare il gruppo, ad incorporarlo senza però modificare il suo aspetto, per arrivare a venerare se stesso nello specchio della realtà plasmata a sua immagine e somiglianza.
Poi c’è il cattivo estetismo, cioè la semplificazione ingiustificata della realtà, la categorizzazione degli individui in gruppi chiaramente definiti, la spettacolarizzazione dei rapporti tra le categorie simboliche che può causare insensate rivalità e scontri, in cui non c’è simpatia verso il diverso da sé ma competizione e diffidenza e che spesso sfocia nel tribalismo armato.
Il frivolo e narcisistico amor proprio (talora indiretto ed inconsapevole), per cui si ritiene di essere immuni da narcisismo in quanto votati al gruppo, laddove invece l’orgoglio per il prestigio e lo status del gruppo è in realtà una dissimulazione dei propri impulsi narcisistici. Un amor di sé patologico perché invisibile dietro la finzione della virtù dell’attaccamento e lealtà al gruppo, della completa identificazione con l’immagine del proprio paese, della religione, del gruppo etnico o della classe sociale. Tanto che se qualcuno la minaccia o la calunnia diventa un fatto personale.
La disonestà sfrontata di chi si inorgoglisce per meriti non propri. Un ebreo si sente più brillante perché Einstein e tanti altri geni erano ebrei, un nero si sente vincente perché Obama è mezzo nero. Veniamo esortati a tornare alle radici come se vivere per interposta persona o gruppo fosse un titolo di merito e non una patetica carnevalata, come se uno potesse sentirsi speciale per un’identità ereditata prima ancora che per i suoi successi.
L’auto-mistificazione che causa l’indebolimento o addirittura la scomparsa dell’idea che ogni essere umano è contingente ma anche infinito, che ognuno è unico ma allo stesso tempo condivide una comune umanità con gli altri esseri umani. Non ci si cura di capire che il fatto di essere nati a Trento o Bolzano piuttosto che a Dacca è del tutto accidentale e quindi non ha senso sentirsi specialmente in debito o devoti verso chi vive in Trentino o in Alto Adige e che le differenze tra i gruppi sono meno curiose e stimolanti di quelle tra i membri di uno stesso gruppo o tra chi non si riconosce in nessun gruppo in particolare.
L’auto-inganno di ogni gruppo, che fonda la propria identità su delle finzioni storicamente smascherabili e sul tacito accordo tra i suoi aderenti che di certe cose non si deve parlare in modo da poter continuare a credere a tali falsità (Kateb, 2006).
La solidarietà di gruppo significa che io aiuto automaticamente tutti i suoi membri e che i bisogni di chi non vi appartiene non mi riguardano direttamente. La solidarietà intesa come mutuo soccorso non fa che intensificare l’interesse personale: all’egoismo si sostituisce ciò che Primo Levi chiama il “noismo”, l’egoismo del noi. A quel punto la violenza, psicologica e fisica, non può che moltiplicarsi.

La seconda dimensione dell’estetica del terrore, dopo quella narcisistica, è esistenziale.
Chi ha paura di morire non si cura della sorte del prossimo, non si cura della pace. “E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. L’ex agente dell’organizzazione clandestina Gladio Vincenzo Vinciguerra ha rivelato la natura della strategia volta all’annichilimento dell’empatia, ossia la disseminazione della paura di morire: “Si dovevano attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da ogni disegno politico. La ragione era alquanto semplice: costringere ... l’opinione pubblica a rivolgersi allo stato per chiedere maggiore sicurezza”. La paura opera al meglio solo se la parte “sana” della popolazione teme di morire e perciò si aggrappa ai golem, ai miti etnici, alle identificazioni collettive forti (cf. Fait/Fattor 2010), per fare in modo che la propria estinzione non sia priva di significato. La gente ha un’enorme paura della propria insignificanza, della propria fragilità e vulnerabilità. Troppe persone non vedono l’egocentrismo come un problema perché sono ossessionate dalla sopravvivenza personale, che rimane l’obiettivo primario della nostra componente animale. Abbiamo paura di morire ed il modo migliore di controllarci è attraverso il terrore (ed il senso di colpa). Tutti noi ci troviamo a lottare per conciliare la realtà della nostra mortalità fisica e la speranza (o fede) nell’immortalità dello spirito, in modo da riaffermare il significato della nostra esistenza in un universo apparentemente assurdo. I golem sono dei crudeli tiranni che produciamo per aprirci un varco di senso in un cosmo apparentemente indifferente alle vicende umane e soprattutto per sottrarci all’oblio che segue il decesso di chi non ha lasciato un segno indelebile nella storia (Alfieri, 2008, p. 79).
Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha esaminato questo secondo fattore, la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile. Tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Scrivere un libro di successo può essere un buon modo di placare l’ansia esistenziale, ma in generale si opta per la fusione delle identità personali in miti collettivizzanti – progetti d’immortalità – che negano la morte: l’ossessione per l’estinzione della propria cultura ed identità di popolo coincide con l’ossessione per la propria morte e per la possibile mancanza di significato della propria esistenza e dell’ordine cosmico.
Il culto delle celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. E allora è guerra.

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