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domenica 18 dicembre 2011

Quel che i politici altoatesini non vogliono che si sappia in giro




Sulla base delle diverse condizioni di base e dei fattori strutturali, a Nord e a Sud del Brennero si è sviluppata una cultura della vita privata e pubblica molto diversa. […] il Tirolo ha potuto e voluto rimanere attaccato alla sua tradizione. Presumibilmente non c’è stata la necessità di ridefinire la propria identità. Invece nel Trentino Alto Adige la situazione è diversa. Questa Regione si è in parte integrata nella cultura italiana, ma in parte ha percorso nuove strade. Nel Trentino Alto Adige, con la spinta generata dalla posizione geopolitica e dall’obbligo di inventare un sistema di convivenza plurietnico è sorta la necessità di creare una nuova identità culturale e sociale.
Hermann Denz

Un egoismo e un provincialismo tramandati da generazioni - e che spesso si travestito da indifferenza - restringe talmente la visuale da limitare la vista a piccolissimi ambiti delle molteplici questioni che ci riguardano. Non c'è dunque da meravigliarsi se i tirolesi non vedono oltre i confini del Tirolo e gli svizzeri appena un po' oltre i confini del rispettivo cantone! Sino a quando non ci abitueremo a considerare i nostri problemi nell'ottica più ampia del contesto mondiale continuerà a mancarci il senso storico del tempo e degli avvenimenti. Nessuno può più permettersi di far finta di abitare su un'isola.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”.

Pius Leitner, consigliere provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per legge - l'ingresso in Alto Adige di immigrati anziani e bambini immigrati malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di banalizzazione appunto del Male.
Luigi Gallo, assessore del comune di Bolzano

Un sondaggio condotto nel Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe (48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di 25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2% considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht) e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle leggi locali), ma per il 56,3% non occorre erigere alcun minareto (“Minarette in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio Elisabeth Donat, ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7% considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat e una percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am Bergisel“), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti. Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler Freiheit – come una conferma della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per riunificare il Tirolo.

La più recente rilevazione delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (Ausserbrunner / Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) offre molti spunti di riflessione e diversi motivi di sorpresa.
Ponendo a confronto i dati del 2004 (riportati nella medesima analisi) con quelli del 2009, notiamo che, alla domanda “Cosa ti piace molto dell’Alto Adige?”, l’autonomia riscuote sorprendentemente solo il 43-44% dei consensi, un dato che purtroppo non è stato approfondito dai ricercatori. Forse è ormai un’istituzione che si dà per scontata, nonostante tutti i sacrifici che sono stati fatti per ottenerla. Tra il 2004 ed il 2009, la “tradizione” scende dal 33% al 30% e la possibilità di convivere tra diversi gruppi linguistici è in flessione di ben sette punti percentuali, dal 36% al 29%. I problemi principali presenti in Alto Adige, dal punto di vista dei giovani dai 14 anni in su includono: tossicodipendenza ed alcolismo (oltre il 70%); immigrazione (in salita dal 63% al 67% tra 2004 e 2009); l’estremismo di destra e la violenza (52%), la scarsa democrazia e possibilità di partecipazione ai processi decisionali (che sale dal 21% ad oltre il 37%!), mentre la criminalità è in discesa (dal 35% al 31%), come la divisione dei gruppi linguistici, che è vista come un problema da poco meno del 43%, rispetto al 44% del 2004.
L’immigrazione è perciò decisamente un problema di forte rilevanza. Gli stranieri in Alto Adige, provenienti da oltre 126 paesi del mondo, hanno superato la soglia dei 40mila residenti e si avviano a costituire il 10% della popolazione complessiva, anche grazie al basso tasso di mortalità (sono, di norma, giovani) ed all’alto tasso di natalità. Per un utile confronto, in Trentino, al 1 gennaio 2010, gli stranieri erano oltre 46mila e costituivano l’8,8% della popolazione totale. In Veneto la percentuale ha già superato la soglia del 10% della popolazione totale, come nel comprensorio trentino della Valle dell’Adige. In Alto Adige, come in Trentino, gli stranieri risiedono prevalentemente nei centri urbani.
È chiaro che un fenomeno di queste dimensioni non può lasciare indifferenti ed è altrettanto chiaro che chiunque abbia a cuore le sorti di questi esseri umani migranti, dovrebbe augurarsi che il loro numero si riduca e rimangano solo i migranti per scelta, non per necessità. Una speranza che mal si concilia con le dinamiche del modello capitalista globalizzato.
Così, nell’odierno Alto Adige, anche tra le persone che non considerano l’immigrazione un problema, quasi un 37% pensa ci siano troppi immigrati e, sia tra quelli che la considerano un problema sia tra quelli che l’accettano, vi è una fortissima richiesta (oltre il 70%) di intervento affinché i paesi di provenienza degli immigrati siano aiutati a sistemare i rispettivi problemi. È interessante notare che, tra quelli che vedono l’immigrazione come un problema, oltre un quarto è d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati costituiscono un arricchimento culturale per la nostra provincia” e quasi la metà sottoscrive l’affermazione che “gli immigrati sono indispensabili per l’economia della nostra provincia”. La xenofobia in Alto Adige esiste ed è in crescita, perché “perfino fra i giovani/le giovani che segnalano il problema dell’estremismo di destra e della violenza in provincia di Bolzano, coloro che considerano un arricchimento culturale la presenza degli stranieri in provincia non rappresentano la maggioranza”, ma non è endemica.   
In un paese come l’Italia dove l’ignoranza viene sbandierata ai più alti livelli istituzionali, è importante rilevare il dato che “i giovani provenienti da famiglie in cui né il padre né la madre hanno un titolo di studio superiore alla scuola dell’obbligo, ravvisano nell’immigrazione un grave problema con una frequenza quasi doppia (29,5%) rispetto ai giovani appartenenti al ceto medio o alto. Appare evidente che questo gruppo di giovani ha maggiori problemi nell’affrontare culture diverse o persone di lingua diversa dalla propria”.
Quanto alla separazione dei gruppi linguistici, si tratta di un fenomeno avvertito maggiormente dai residenti urbani. È possibile che, al di fuori dei centri urbani, il contatto con l’altro gruppo linguistico si sia ridotto. In una diversa rilevazione, risalente al 2006 ed effettuata sull’intera popolazione residente, emergeva chiaramente che “sono gli italiani a sentire maggiormente la problematicità della divisione dei gruppi linguistici: il 30,8% ritiene che sia un problema molto presente e il 41,8% che sia presente; per i tedeschi, invece, tali percentuali sono rispettivamente dell’8,5% e del 24,7%”. “La maggior parte degli intervistati (54,4%) ritiene che la situazione sia rimasta invariata rispetto a cinque anni fa” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). Com’era prevedibile, sono più frequenti i rapporti amicali con gli altri membri del proprio gruppo (67,3%), ma oltre un terzo frequenta  giovani di un altro gruppo linguistico (35,0%) e quasi un quarto ha stretto amicizia con degli stranieri (24,5%). All’aumentare dell’età cresce l’eterogeneità degli amici.
Le differenze tra gruppi linguistici sono quasi certamente di natura geografica-demografica: “i giovani di lingua tedesca sono quelli che maggiormente tendono a rimanere fra di loro: il 72,3% ha solo amici ed amiche dello stesso gruppo linguistico. Nei ladini la relativa quota è pari al 74,2%, nel gruppo linguistico italiano si registra il 45,8%”, mentre “le amicizie interculturali si riscontrano invece soprattutto fra i giovani di lingua italiana: il 42,6% ha anche amici/amiche appartenenti ad altre nazionalità/culture. Negli altri gruppi linguistici è circa il 20% a dare tale risposta”. È chiaro che chi vive in città ha semplicemente più opportunità di incontrare e frequentare persone di altra lingua e cultura non presenti su base esclusivamente stagionale. In molti comuni rurali questa è un’eventualità remota. Lo dimostra il fatto che le percentuali di giovani che parlano di un eccesso di immigrati non si discostano molto tra altoatesini (62,1%), sudtirolesi (66,4%) e ladini (71,2%). Le distanze sono più marcate tra chi è in disaccordo con l’affermazione che “sarebbe meglio che gli immigrati tornassero a casa loro”: sono assolutamente contrari il 39,6% dei giovani di lingua italiana, ma solo il 18,3% dei giovani sudtirolesi ed il 15,2% dei ladini. Ma è anche vero che, tra chi è molto d’accordo, le percentuali sono del tutto analoghe: il 12,4% dei sudtirolesi e l’11,8% degli altoatesini (il 16,2% per i ladini). Dunque le divergenze esistono, ma non sono di natura etnico-linguistica.
Il senso dell’obbligo di assistenza nei confronti dei migranti è purtroppo diminuito marcatamente negli ultimi dieci anni, immagino essenzialmente a causa della crisi economica: si è passati da un eccellente 68,0% del 1999, ad un ottimo 62,6% nel 2004, fino ad un mediocre 49,4% dei nostri giorni. Molto positivo è quel 34,8% degli intervistati che considera la presenza degli stranieri come un arricchimento culturale, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto al 1999, a dimostrazione del fatto che, per molte persone, la conoscenza reciproca attenua sfiducia e sospetto ed incrementa il senso di apertura all’altro. Ancora una volta il luogo di residenza – centri urbani o centri rurali – è decisivo. Gli “xenofili” sono proporzionalmente più numerosi tra gli altoatesini (56,1%) che negli altri gruppi linguistici (poco meno del 30%). I ricercatori dell’ASTAT confermano che vi è “una correlazione significativa fra il grado di ostilità ed i contatti con i concittadini stranieri: i ragazzi e le ragazze che più si dimostrano ostili nei confronti degli stranieri sono coloro che più frequentemente hanno solo amici/amiche all’interno del loro gruppo linguistico. I giovani ostili verso gli stranieri hanno molto meno contatti personali con cittadini stranieri. In presenza, invece, di contatti con altre culture o nazioni, l’atteggiamento ostile si attenua sensibilmente. […]. I giovani che hanno amici stranieri dimostrano una maggiore apertura culturale, pretendono in misura minore che gli stranieri si adeguino al mondo culturale locale ed infine tendono meno ad affermazioni negative riguardo ai cittadini stranieri” (pp. 49-51). In piena corrispondenza con questa valutazione, l’estremismo di destra è meno un problema a Bolzano e in Ladinia che nel resto dell’Alto Adige, dove sfiora o supera abbondantemente il 50%. A dispetto dei proclami ufficiali e con buona pace di chi difende la segmentazione etnica, quest’ultima rappresenta perciò una minaccia per la coesione sociale e per la sicurezza dei cittadini. Un dato che dovrebbe far riflettere, in una società normale. 
Passando quindi alla politica, il coinvolgimento è molto basso ed in calo rispetto al 2004. Solo la metà degli intervistati ha partecipato ad uno sciopero o ad una manifestazione politica. In un mondo integralmente globalizzato, sorprende che ben due terzi dei giovani altoatesini/sudtirolesi si interessino poco o niente delle vicende politiche internazionali. Non a caso, solo il 35,4% degli intervistati è curioso di conoscere il mondo, in flessione dal 36,1% del 2004. Il maggior polo di attrazione, la politica provinciale (che batte quella comunale) attira comunque poco più di un 40% di interesse. Ciò che dovrebbe preoccupare è che la democrazia rappresentativa risulta completamente screditata: oltre l’80% dei giovani è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi personali. Non bisognerebbe però tacciare di qualunquismo i giovani dell’Alto Adige. Contrariamente a quanto si aspetterebbero i cinici, “colpisce il fatto che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui politici, come pure l’opinione secondo cui i giovani si interessano di temi politici” (p. 118). È vero che il materialismo sembra dominare l’orizzonte di ciò che è considerato “in”, ma è anche vero che il volontarismo e la solidarietà sono ben radicati e che in testa alla classifica c’è, a pari merito con “avere un bell’aspetto”, anche la voce “viaggiare”. Inoltre trovo molto incoraggiante il fatto che una prospettiva quasi unanimemente condivisa rimanga quella di “metter su famiglia” e che tra i fattori che fanno funzionare un matrimonio al primo posto ci siano lealtà, fedeltà, rispetto e stima reciproci (oltre il 90%) e comprensione e tolleranza reciproche (oltre l’80%) ed agli ultimi posti la “stessa provenienza culturale” (12,6%) e lo “stesso gruppo linguistico” (8,6%).
La mia opinione coincide con quella di Aung San Suu Kyi: “Non trovo niente di sbagliato nelle persone che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine, né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli, anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa, due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro” (Aung San Suu Kyi, 2008, p. 220).

Le notizie veramente cattive provengono dalla sezione dedicata alla violenza, che indica un’allarmante escalation di propensione all'uso della forza rispetto a solo cinque anni fa: “è quasi raddoppiata la quota di giovani altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i propri interessi (dal 12,2% di chi nel 2004 si dichiarava “totalmente d’accordo” o “d’accordo” al 21,2% del 2009). […]. Nel 2009 il 31,4% dei maschi approva il ricorso alla forza fisica, contro il 17,9% del 2004” (p. 148). Persino tra le ragazze che, di norma, rimangono in favore della nonviolenza e timorose di ogni violenza, la percentuale di contrarietà all’uso di metodi violenti è scesa dal 76,9% del 2004 al 69,3% del 2009. Quest’inclinazione diminuisce all’aumentare dell’età, ma rimane piuttosto alta anche nella classe 23-25 anni (16,6%), dove è più che triplicata (!) rispetto al 2004 (raddoppiata tra i 20-22enni). L’ineludibile constatazione degli analisti è che “anche il solo fatto di approvare un comportamento violento è in crescita tra gli adolescenti: coloro che pur non adoperando mai la forza fisica, ritengono comunque giusto che ci siano persone che mettono a posto le cose in questo modo, sono passati dal 18,6% del 2004 al 23,2% del 2009, mentre rimane sostanzialmente stabile la quota di coloro che reputano normale l’uso della forza fisica nel genere umano per imporsi (dal 14,8% al 15,0%)”. Si sottolinea infine che chi ha ricevuto un’educazione violenta tende a comportarsi in modo più violento e chi ha avuto genitori più propensi al dialogo sceglierà la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Quello della violenza è il problema centrale della nostra specie e della nostra civiltà. Non siamo miti, tendiamo all’egoismo, all’egocentrismo ed alla sopraffazione e per di più abbiamo raggiunto un livello di avanzamento della nostra tecnologia bellica e neurocognitiva che garantisce la nostra autoestinzione o la nostra riduzione in un asservimento inebetito. È dunque quanto mai stupefacente che, sul tema della violenza domestica ed extra-domestica, gli autori dell’indagine sugli stili di vita e orientamenti di valore in provincia di Bolzano del 2006 abbiano dovuto rimarcare come “la decisione di effettuare questo sondaggio è legata alla scarsità dei dati disponibili in questo ambito. Finora in Alto Adige sulle cause e le conseguenze della violenza in famiglia non esistono dati rappresentativi” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 154). È ancora più paradossale che ciò avvenga proprio in Alto Adige, una regione con una storia di violenza politica da una parte e dall’altra del crinale etnico-linguistico ed in cui il conflitto permanente tra gruppi umani è stato istituzionalizzato.
È plausibile che ciò sia avvenuto perché, dato il robusto sostrato autoritario di entrambe le culture dominanti (quella di lingua tirolese-tedesca e quella di lingua italiana – si vedano i dati che seguono), la ragionevole definizione di “violenza” adottata dai ricercatori dell’ASTAT – “ogni azione compiuta (oppure la relativa minaccia) da una persona per recare danno ad un’altra persona o per costringerla a fare (o non fare) qualcosa, senza tener conto o violando la volontà dell’altra persona” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 153) – sarebbe rigettata categoricamente anche da molti esponenti politici. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questa definizione, che condivido, Gandhi e Tolstoj, due apostoli della nonviolenza, erano estremamente ed intollerabilmente violenti nei confronti delle loro famiglie. Quasi tutte le loro biografie fanno riferimento non solo all’occasionale impiego della forza contro le rispettive mogli ma anche ai ricatti psicologici più feroci, all’uso del digiuno (Gandhi) e del vittimismo (Gandhi e soprattutto Tolstoj) come arma di coercizione. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, ma deve solo aiutarci a capire che siamo tutti, inevitabilmente violenti. Non c’è una Bestia Interiore pronta a scatenarsi su tutto e tutti, ma non siamo neppure degli angeli storditi da una cultura della violenza: siamo contemporaneamente angelici e demonici e forse proprio questa interazione ci consente di maturare spiritualmente, apprendendo dai nostri errori e imparando ad essere tolleranti verso le manchevolezze altrui, che quasi sempre sono anche le nostre. 
Perciò Gandhi e Tolstoj non potevano che essere violenti, a dispetto delle loro migliori intenzioni, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni – quelle giustamente esaltate dai due suddetti maestri spirituali. L’esistenza stessa di questi aneliti dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi e vizi innati e cronicizzati – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse qualcuno proviene e dove forse qualcuno è diretto, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931). Un’utopia, ma un’utopia da impiegare come riferimento ultimo.

Alla luce di quanto detto, il sistema di proporzionale etnica è un vero e proprio atto di violenza ai danni di chi non vuole essere incasellato per la sua intera esistenza a beneficio di una minoranza di militanti dell’etnia. In altre parole, l’attuale sistema è un apparato di legittimazione di una violenza psicologica e spirituale, “giustificato” dalle violenze (anche fisiche) del passato e da quelle che potrebbero insorgere negli anni a venire. Purtroppo però, come dimostrano questi studi empirici, è proprio la sua attuale conformazione ad assicurare che rimangano alti il livello della tensione e la possibilità che questa stessa tensione sfoci nella violenza. Che questo dato di fatto non sia riconosciuto come tale non sorprende, proprio alla luce del fatto che il tema delle violenze domestiche è stato metodicamente trascurato per così a lungo e che molte altre forme di violenza, dal ricatto, alla minaccia, al controllo coercitivo, allo stalking (pedinamento/persecuzione), alla privazione del sonno, al sconfinamento in casa, alla distruzione di oggetti di valore affettivo, all’istinto di possesso, alla gelosia maniacale, alla critica distruttiva, all’umiliazione non sono probabilmente identificate come tali.
Riguardo alla violenza fisica, i dati indicano che 13 donne su 100 e 5 uomini su 100 hanno subito nella loro infanzia/gioventù violenza sessuale in una forma qualsiasi, quasi mai da sconosciuti (6,6%). “Il 7,2% degli uomini e l’8,2% delle donne afferma di avere subito dal partner attuale una qualche forma di violenza fisica. Includendo anche i partner precedenti, la percentuale sale complessivamente al 9,0%”. Il 30% di chi chiede aiuto è un uomo e si registra una “forte correlazione tra uso di stupefacenti e maggior ricorso alla violenza”. Dopo il Meridione d’Italia, la maggior concentrazione di denunce per violenze domestiche si registra in Friuli ed in Alto Adige. C’è ragione di credere che l’omertà diffusa celi un considerevole numero di abusi, ma va anche detto che è altrettanto possibile che questi valori indichino invece una maggior propensione alla denuncia, rispetto ad altre aree (Savona/Caneppele, 2006).
La ricerca demoscopica del 2006 (pubblicata nel 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di (in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente d’accordo con la condotta severa della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità, mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe maggiore tolleranza ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo endemica. Questa mia impressione è confortata dal 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini tra i 14 e i 25 anni (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010).
Cosa ci dicono invece le due indagini sul ruolo e la condizione delle donne? Ci dicono che permangono idee spiccatamente tradizionali: oltre il 40% di uomini e donne ritiene che le donne dovrebbero lavorare solo se costrette da necessità economiche e, mentre “le donne continuano ad accollarsi la maggior parte dei compiti domestici” e subiscono violenze domestiche con una frequenza considerevole, oltre il 75% degli intervistati non crede che la discriminazione contro le donne sia un vero problema (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). La situazione non migliora tra i giovani, tra i quali, “La discriminazione della donna o dell’uomo sono considerati problemi di lieve entità da tutti i gruppi socio-demografici, non raggiungendo la soglia del 10%” (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). Ci sarebbe di che rimanerne sbigottiti, se non fosse un risultato tristemente scontato in una società pronunciatamente patriarcale (Fait/Fattor, 2010).
Infine la fede. La Chiesa è ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54 anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali in genere. La laicità, ossia la tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma:

“L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63).

Il quadro che ne ricaviamo è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa, suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man mano che si passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato al sentimento etnico (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, p. 20-21).
Il problema è che, di norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente, inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo, in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà “di frontiera”, non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è anche più forte e tenace in società come quelle dalle quali provengono tanti immigrati.
Lo scontro di paradigmi reazionari potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di “democrazie” populiste – come in Israele e nell’Est Europa –, legate ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.

mercoledì 7 dicembre 2011

Come fanno gli Americani a sapere che il loro paese è alla frutta?




È semplice, basta che controllino il flusso dell'immigrazione. 

"È finito l'esodo dei messicani negli Stati Uniti. Si è ridotta a un rigagnolo l'immigrazione che per un secolo ha plasmato la geografia etnica di molti Stati di confine come California, Arizona, Texas, ma anche di grandi metropoli come New York. È sceso ai minimi storici dagli anni Settanta il numero di ingressi, mentre molti Messicani tornano nel loro Paese. Il cambiamento si riflette anche negli arresti alla frontiera: solo 300mila clandestini fermati, mentre erano 1 milione e 600mila nel 2000".
Federico Rampini, "L'esodo interrotto dei Messicani, La Repubblica, 6 dicembre 2011

Cioè a dire, i Messicani pensano di avere più chance nel loro paese martoriato dalla guerra al narcotraffico che negli Stati Uniti

lunedì 28 novembre 2011

L'Internazionale del Razzismo



Il razzismo è la credenza nell’esistenza di differenze intrinseche tra popolazioni umane che determinano il loro progresso civile e morale. In genere è associato all’idea di una gerarchia razziale che legittima le relazioni di potere tra nazioni e spesso al desiderio di preservare la purezza della propria razza. 
Richard Lynn, professore emerito all’Università dell’Ulster, sostiene in un articolo recentemente pubblicato su Intelligence che gli Italiani del Sud sono meno intelligenti dei settentrionali per via della mescolanza con sangue africano e semita. Le sue conclusioni hanno ricevuto vasta eco sui mezzi di informazione italiani, nazionali e locali, ed è dunque opportuno capire quali siano le sue credenziali, esaminando la solidità della sua tesi.
Innanzitutto è bene precisare che il comitato scientifico della rivista "Intelligence" include il suddetto Lynn, assieme ad altri scienziati (Jensen, Plomin, Rushton, Vernon) che hanno raggiunto la notorietà grazie al sostegno a tesi apertamente razziste e che hanno ricevuto ingenti finanziamenti dalla fondazione Pioneer, nell’ordine delle centinaia di migliaia di dollari ciascuno. Lynn, in particolare, ha dichiarato che la procreazione di poveri e malati dovrebbe essere scoraggiata nell’interesse del miglioramento genetico delle popolazioni umane e della nostra specie. Il Pioneer Fund è stato fondato nel 1937 da Wickliffe Preston Draper, rampollo di una famiglia facoltosa che poté vivere di rendita dedicandosi alla promozione dell’eugenetica, dell’igiene razziale e della segregazione razziale. Era un simpatizzante nazista ed assegnò i primi finanziamenti a due documentari tedeschi che asserivano di dimostrare il successo delle leggi eugenetiche del Terzo Reich. Il famigerato Harry H. Laughlin, uno dei massimi sostenitori delle leggi eugenetiche americane successivamente adottate nel Terzo Reich, fu il secondo direttore della fondazione Pioneer. Strenuo difensore della segregazione razziale americana, nel 1936 ricevette una laurea honoris causa dall’Università di Heidelberg per il suo contributo alla “scienza dell’igiene razziale”. L’attuale direttore è il già citato John Philippe Rushton, sanzionato dalla sua stessa università per violazione del codice etico nella realizzazione di “studi scientifici” in cui ricattava i suoi studenti per indurli a rivelare le dimensioni del pene e la potenza dell’eiaculazione. Lo scorso anno, parlando ad una conferenza a Baltimora, ha tuonato contro l’immigrazione africana e musulmana sostenendo che il problema islamico è anche di natura genetica e quindi è virtualmente irrisolvibile senza un blocco definitivo dell’immigrazione dai paesi musulmani. 
Tornando a Richard Lynn, è da almeno quindici anni che lo psicologo britannico è dell’avviso che l’intelligenza umana si sta deteriorando perché i popoli inferiori hanno un maggiore tasso di riproduzione di quelli superiori. I dati citati nel suo articolo provengono da ricerche su scala mondiale nelle quali ha sottoposto il suo test sul quoziente di intelligenza – la cui affidabilità è già di per sé discutibile – ad immigrati che non conoscevano bene la lingua del paese in cui risiedevano ed in un caso a pazienti di un istituto per persone con sviluppo mentale ritardato. Inoltre ha inserito dati provenienti da studi che non hanno alcuna attinenza con il rilevamento empirico del QI, ignorato ogni ricerca le cui conclusioni siano in contrasto con la sua ed omesso di spiegare come mai i popoli nordici siano stati per millenni ai margini del processo di civilizzazione umano.
Richard Lynn è uno degli esponenti di una scuola di pensiero d’influenza tutt’altro che marginale in Nord America, che propaga la credenza nella razza vivente, nel mistero del sangue, nella forza degli atavismi e della purezza genetica, nello schema apocalittico dello scontro finale interrazziale; che predica il dovere di un popolo di riprodurre continuamente la sua essenza, inalterabile e di prevalere, separare e gerarchizzare gli umani, sovvertendo i valori dell’illuminismo e della democrazia, nonché gli stessi insegnamenti cristiani.
Lynn ha il diritto di esprimere le sue opinioni, ma nessuno ha il dovere di prendere nella benché minima considerazione le sue scempiaggini.

sabato 22 ottobre 2011

Democrazia diretta - il pessimo esempio elvetico



La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto quel che è ingiusto
Benjamin Constant

Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini?
Norberto Bobbio

L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini
Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta (Università di Ginevra)

Se il problema della democrazia rappresentativa è che non manda al potere i migliori, ma i migliori persuasori, ossia le persone senza scrupolo, perché la democrazia diretta dovrebbe migliorare le cose, invece di peggiorarle? Dopo tutto, nell’Azerbaigian le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1919, in Italia nel 1946 e nella tanto ammirata Svizzera solo nel 1971 (in alcuni cantoni non prima degli anni Novanta).
Esaminiamo allora l’esperienza elvetica, segnata da considerevoli trepidazioni in materia di immigrazione, fede religiosa e forza persuasiva delle narrazioni etnopopuliste-plebiscitarie. Storicamente, la democrazia diretta in Svizzera è servita a rallentare il riconoscimento dei diritti civili universali. Il cantone di Vaud aveva introdotto nel 1959 il voto per le donne ma un referendum federale lo respinse a livello federale. Si dovette attendere fino al 1971 perché la Svizzera facesse il suo ingresso nel consorzio dei paesi civili. Fino al 1971 le cittadine svizzere non ebbero diritto di voto, ultime in Europa ad eccezione del Liechtenstein, anche perché con vari referendum federali la popolazione maschile si oppose alle misure progressiste proposte dai politici che li rappresentavano. In alcuni distretti dell’Appenzell il diritto di voto alle elezioni comunali per le donne non fu concesso fino al 1990. L’effettiva parità tra uomini e donne fu sancita costituzionalmente solo nel 1981 ed il referendum del 1985 sulla modifica del codice civile che stabiliva l’uguaglianza dei diritti tra i sessi all’interno della famiglia passò con 921.743 voti a favore e ben 762.619 voti contrari. Il referendum del 1962 respinse una legge che impediva l’installazione di armi atomiche sul territorio elvetico. Nel giugno del 1970 un referendum che chiedeva l’espulsione di 300.000 lavoratori immigrati legalmente residenti ed impiegati ottenne il 46 per cento dei voti e la maggioranza assoluta nei cantoni più tradizionalisti ed anti-federalisti. Nel novembre del 1972, tra chi andò a votare per ridurre entro cinque anni a 500mila il numero di immigrati residenti in Svizzera, il 34 per cento era favorevole a questo progetto di legge (Steinberg, 1976). In seguito, ed a più riprese, con le varie Ausländerinitiativen, gli elettori svizzeri si sono rifiutati di rendere più facile se non automatica la naturalizzazione dei residenti di terza generazione, che sono spesso indistinguibili da un ipotetico, ma virtualmente inesistente, Svizzero “puro” o “medio”. Leonardo Coen, nella sua sconsolata analisi del voto referendario svizzero sui minareti intitolata “L’orologio a cucù dell’intolleranza” (Repubblica, 30 novembre 2009), scrive: “stimolando la xenofobia e promettendo di esaudire gli interessi immediati (meno tasse, per esempio), il referendum si trasforma in uno strumento assai pericoloso nelle mani dei demagoghi, perché li autorizza poi ad andare sempre più oltre: così si istigano le caccie alle streghe, così si autorizzano le ronde contro gli extracomunitari, così si favoriscono l’intolleranza assoluta, la repressione, l’odio nei confronti degli oppositori, la censura, il pensiero “unico”; così diventa prassi l’idiosincrasia nei confronti dei diritti e della dignità umana, della libertà di stampa e di quella politica”. Anche il commento di Renzo Guolo insiste sul valore paradigmatico di quel referendum (“Adesso l'Europa teme il contagio”, 30 novembre 2009): “Battaglia che la destra xenofoba e nazionalista svizzera e le correnti evangeliche più legate al cosiddetto "sionismo cristiano", movimento diffuso negli Usa che nell'islam vede un ostacolo alla realizzazione messianica della loro apocalittica dottrina, conducono in nome di un identità cristiana iperpolitica, che prescinde dalle posizioni delle leadership delle confessioni maggioritarie. Tanto che mentre i proponenti chiedevano di inserire il divieto in Costituzione, come misura “atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose”, le altre confessioni osteggiavano apertamente tale indicazione. La stessa Chiesa cattolica giudicava la vittoria del “sì” un ostacolo sulla via dell'integrazione e del dialogo. Icona di un cristianesimo senza Cristo, quella veicolata dalla destra cristiana xenofoba, in Svizzera come altrove, che tende a impugnare la Croce sottraendola alle Chiese, accusate di non interpretare il vero “sentire del popolo”. (…). L’oggetto non era tanto, o solo, l’immigrazione proveniente dai paesi islamici, il 5% della popolazione, circa quattrocentomila persone, ma la rigerarchizzazione delle culture e delle religioni per via politica”. Nella stessa occasione gli Svizzeri hanno respinto una proposta che ingiungeva alla Confederazione di sostenere gli sforzi per il disarmo e controllo degli armamenti. Buon l'ultimo il referendum del febbraio del 2011, che ha preservato il diritto di tenersi in casa le armi automatiche fornite dall'esercito. Oltre il 56% degli elvetici ha rifiutato il bando del fucile d’assalto militare dalle case (63,5% nel Canton Ticino). In cambio nessun referendum ha mai intaccato lo strapotere del sistema bancario elvetico, che non è mai stato costretto a redistribuire i suoi proventi o a votarsi ad una maggiore trasparenza.
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In Svizzera, come nel New England, le due patrie della democrazia diretta, le assemblee popolari non si fecero scrupolo di bruciare centinaia di streghe, mentre invece nei paesi cattolici dominati dall’autorità monarchica e pontificia i processi alle streghe furono sporadici. Più recentemente, la Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera sul ruolo della Confederazione nella Seconda Guerra Mondiale (Bergier et al. 2002) ha concluso che: “L’evidente giro di vite imposto nel 1938 alla politica svizzera nei confronti dei profughi non faceva che segnare una recrudescenza dell’ostilità verso certe persone e gruppi sociali che, delineatasi sin dall’inizio del Novecento, era andata rinforzandosi negli anni Venti. In concreto, tale sviluppo si manifestò nel trattamento riservato a rom, sinti e jenische, cui a partire dal 1926 vennero sistematicamente sottratti i figli. Questo ed altri fatti contraddicono l’immagine che, dall’Ottocento in poi, pone la Confederazione in una tradizione umanitaria, la quale cristallizzatasi nell’idea di sé del popolo svizzero, si prestava a legittimare moralmente la neutralità del paese. […] Nel suo atteggiamento verso i profughi la neutrale Svizzera non solo venne meno ai suoi propri parametri, ma violò pure elementari principi di umanità”.
La crescente aggressività ed intolleranza delle scelte referendarie elvetiche nasce dal fatto che la costruzione dell’identità nazionale svizzera non si è fondata solo sul rispetto per la diversità ma anche sull’estirpamento di certe differenze giudicate non-elvetiche o anti-elvetiche attraverso la mobilitazione di determinati “discorsi identitari” – la storia che un popolo ama raccontare di se stesso – e non altri (Mottier, 2009). Sono queste storie che marcano i confini del noi e dell’altro-da-noi e possono escludere quel che fino a prima era parte di noi decretandone o accentuandone l’alterità. È perciò falsa l’autopercezione svizzera di essere una nazione particolarmente accomodante nei confronti delle differenze. Questo è vero solo in parte: la coesione sociale fu conquistata ai danni di chi non era ritenuto degno di partecipare alla comunità, come gli Ebrei, gli Jenisch, i malati mentali e le persone “inadatte a procreare” (Kreis, 1992; Heller, Jeanmonod, Gasser, 2002; Gerodetti, 2005).
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Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta dell’Università di Ginevra è scettico e, nel marzo del 2007, concludeva il suo intervento alla Conferenza Internazionale per la Democrazia Diretta tenutasi a Buenos Aires invitando i promotori della democrazia diretta ad una maggiore sobrietà e realismo: “L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini”. Yanina Welp e Nina Massüger, due studiose di democrazia diretta all'Università di Zurigo, rilevano invece come i quesiti referendari trattino sempre più di questioni estremamente delicate da un punto di vista sia giuridico sia etico, come quella della carcerazione a vita per reati sessuali di soggetti giudicati irrecuperabili (2004), delle naturalizzazioni (2008), dell'edificazione di minareti (2009), dell'espulsione di delinquenti di origine straniera (2010). Più recentemente, è stata interrotta spontaneamente un’iniziativa che mirava ad introdurre la pena di morte per omicidio con abuso sessuale. Questo genere di consultazioni sono in grado di “mettere radicalmente in discussione l’ordine costituzionale” (Kiener/Krüsi, 2009) e sono in contrasto con diverse convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani: "a parte il fatto che tra queste iniziative, diverse perseguono obiettivi quantomeno discutibili, non c'è dubbio che al giorno d'oggi la crescente internazionalizzazione del diritto e la crescente importanza della tutela dei diritti umani impongono limiti all'impiego dei meccanismi della democrazia diretta", specialmente dato l’elevato astensionismo che li caratterizza (Welp/ Massüger, 2010). Le due ricercatrici segnalano anche la medesime problematica messa in luce dai colleghi statunitensi: la democrazia diretta costa e “i gruppi meglio organizzati sono avvantaggiati al momento di convocare un referendum, giacché gli interessi più generali e quelli dei meno privilegiati non troveranno un’adeguata rappresentanza” (Welp/ Massüger, ibidem). La requisitoria di Regina Kiener e Melanie Krüsi prende le mosse dalla constatazione che negli ultimi anni, in Svizzera, si è diffusa l’ideologia secondo cui la sovranità popolare è assoluta e la sua forza deliberativa deve prevalere anche sui principi sanciti dalla costituzione federale e dalle convenzioni internazionali per i diritti umani. La democrazia diretta deve perciò configurarsi come il valore fondativo dello Stato. Le due giuriste elvetiche imputano questa deriva al potere propagandistico della demagogia che separa tassativamente il “proprio” dall’”altrui”, il dentro e il fuori e che in nome dell’esclusività e dell’esclusione nega il principio delle democrazie moderne per cui non esiste alcuno stato di diritto senza democrazia e non esiste alcuna democrazia se lo stato di diritto non viene rispettato. Mentre nell’America della Guerra al Terrore le più gravi ferite allo stato di diritto sono state inflitte dalla Casa Bianca e dal Congresso, in Svizzera un processo analogo si sta verificando dal “basso”, attraverso iniziative popolari che compromettono l’edificio costituzionale difeso dalle autorità (Langer, 2010).
È tuttavia importante capire che questo non è uno sviluppo imprevisto, essendo perfettamente in linea con le xenofobiche “misure contro la snazionalizzazione” (Massnahmen gegen die Überfremdung), promulgate nel periodo fra le due guerre, quando alcuni sostenevano che altrimenti gli svizzeri sarebbero diventati minoranza nel loro paese entro il 1997, allo stesso modo in cui la destra xenofoba e populista dei nostri giorni dichiara che se non si interviene la svizzera sarà islamizzata entro il 2035. Fu in quelle circostanze che le iniziative popolari furono usate per la prima volta per proteggere la purezza e l’autenticità dell’identità elvetica, nonché la sua prosperità, anche sulla pelle di chi fuggiva dai totalitarismi (Kury, 2003).

L’analisi esemplare che Lorenz Langer, ricercatore svizzero presso la facoltà di legge di Yale, fa delle implicazioni, ripercussioni e insegnamenti che si possono trarre dalla vicenda dei minareti (Langer, 2010), vale non solo per la Svizzera, ma anche per l’Alto Adige. I paralleli sono numerosi ed estremamente istruttivi. La messa al bando della costruzione di ulteriori minareti è inconciliabile con la Convenzione Europea per i Diritti Umani ed il Patto internazionale sui diritti civili e politici e questo ci deve far riflettere sulla eccessiva disinvoltura con la quale si ritiene che la democrazia diretta sia un bene assoluto e non una possibile fonte di rischi derivati dall’eterogenesi dei fini, ossia la tendenza dimostrata dalle attività umane a non svolgersi quasi mai secondo le modalità desiderate e nella direzione programmata. Langer domanda ai lettori: la vox populi dovrebbe godere di un’autorità assoluta oppure i voti andrebbero non solo contati ma anche soppesati, in relazione alle norme internazionali che proteggono le minoranze? L’impiego dello strumento referendario per strumentalizzare delle legittime preoccupazioni di fronte alla caparbietà con cui certi musulmani si rifiutano di venire incontro agli usi locali, usandole per imporre l’assimilazione o l’esclusione, in luogo dell’integrazione, non dovrebbe indurre gli Svizzeri a moderare il loro entusiasmo nei confronti della democrazia diretta? Magari spingendoli a rendere più selettive le operazioni di formulazione, approvazione ed implementazione delle iniziative popolari, come succede negli Stati Uniti, che pure hanno preso a modello proprio la Svizzera, ma hanno stabilito che i principi fondamentali sono intangibili, per metterli al riparo della faziosità e delle eccitazioni occasionali? Non è forse tempo di disintossicarsi dalla dipendenza dalla democrazia diretta, che offre fasi di grande esaltazione e piacere, seguite dai postumi della sbornia e da un’escalation di smania referendaria?
Langer osserva che il dogma dell’infallibilità popolare è così radicato in Svizzera che persino gli oppositori al bando non se la sono sentita di condannare la decisione dei cittadini, mentre i vincitori – la destra xenofoba ed etnonazionalista – hanno denunciato come anti-democratica ogni critica e condannato l’imperialismo del diritto internazionale negli affari interni alla Svizzera, che impone dei vincoli irragionevoli alle iniziative popolari in un paese che è connaturatamente democratico e quindi non potrebbe mai violare i diritti umani di chi vi risiede. Questo dogma è il prodotto di un mito identitario necessario al ricompattamento di quelle popolazioni eterogenee che istituirono la confederazione elvetica. Il mito dell’autarchia, dell’autosufficienza, del contadino libero ed ugualitario, naturalmente democratico. Un mito, quello del Sonderfall Schweiz, che, come tutti i miti, contiene un fondo di verità, ma rimane nel complesso fallace. Langer ci ricorda che fino all’invasione francese del 1798 quasi tutti i cantoni erano delle vere e proprie oligarchie rette da aristocratici, corporazioni o clan facoltosi ed una buona parte della popolazione non era libera. Perciò lo stato federale nato nel 1848 non fu il culmine di una tradizione secolare di governo a democrazia diretta di stampo schilleriano (cf. Guglielmo Tell e la sua libera fratellanza) ma fu una costruzione artificiale, “uno Stato in cerca di una nazione”. Tra i tratti genuinamente tradizionali che conservò ci furono l’avversione nei confronti di leggi e magistrati stranieri e l’interpretazione collettivista del concetto di libertà ed uguaglianza, che privava i singoli di alcune prerogative sancite dalle costituzioni di altri paesi. Così, in un discorso del 2007, un ministro della giustizia elvetico si rivolse al pubblico stigmatizzando il diritto internazionale e paragonandolo alle leggi asburgiche delle quali gli Svizzeri erano riusciti a liberarsi, sostituendole con le “leggi del popolo”, perché il popolo deve sempre avere l’ultima parola. Così facendo, reiterò l’idea che la confederazione è nata grazie ad un’ispirazione esclusiva, e non inclusiva, con l’atto di espulsione dei non-Svizzeri. Precisa Langer: “lo scetticismo verso l’altro è una parte integrante del sistema”. Non che questo sia un tratto distintivo tipicamente elvetico, ma va anche detto che la Francia, che ha una popolazione islamica molto più grande, deve limitarsi a “tollerare” la presenza di una decina di minareti e il bando alla costruzione di minareti è passato solo grazie al voto delle aree rurali: nei maggiori centri e nei cantoni più urbanizzati (Ginevra, Basilea, Neuchâtel e Vaud), quelli dove la popolazione è a quotidiano contatto con i musulmani, ha vinto il no, ossia l’apertura alla diversità, al pluralismo. Langer legge questa preoccupante deviazione della democrazia diretta in Svizzera attraverso la lente della “fallacia patetica”; un’espressione coniata dal poeta inglese John Ruskin (1819-1900) per indicare l’ingannevole antropomorfizzazione delle cose e di tutto quel che non è umano (es. “oceano crudele”) che tende ad farci perdere il contatto con la realtà, introducendo la menzogna, l’irrazionalità e l’auto-inganno nella nostra percezione del mondo, nelle impressioni che ci formiamo delle interrelazioni tra le cose e le persone, specialmente quando siamo in preda alla nostra emotività: se siamo spaventati o aggressivi tendiamo a proiettare i nostri stati d’animo su tutto ciò che ci circonda, distorcendolo. In una fase storica in cui le persone temono di perdere il controllo delle loro vite, il proibire l’edificazione di una struttura architettonica, fornisce l’illusione di poter tenere a distanza un mondo ostile, di preservare il proprio beato isolamento. Langer chiede agli Svizzeri di mettere da parte le loro ipocrisie; se preferiscono una società più uniforme non sono obbligati a perorare la causa dell’uguaglianza e della libertà: “numerose nazioni non approvano la tutela della libertà di culto ed altri diritti civili e politici, ma un paese non può compiacersi della propria tolleranza istituzionalizzata e contemporaneamente concedere la propria tolleranza selettivamente” (Langer, ibidem).

È necessario affrontare la realtà dei fatti, non continuando a cullarci nelle nostre illusioni. I demagoghi amano la democrazia diretta perché è il loro habitat naturale. I demagoghi sono specialisti nel divinizzare il proprio popolo e demonizzare gli oppositori (che non sono mai un popolo): vox populi, vox Dei. Accusano gli altri di essere ciò che in realtà caratterizza la loro personalità e stile di fare politica: intolleranti, elitari, autoritari, moralmente opachi, incompetenti, anti-patriottici, attentatori delle libertà civili, statalisti, culturalmente egemonici. Sono leader carismatici di movimenti al tempo stesso reazionari e modernisti e promotori di una concezione plebiscitaria della democrazia in cui l’investitura per acclamazione del leader gioca un ruolo centrale e la “democrazia diretta” è vista come un valido strumento per neutralizzare gli intollerabili formalismi e le “vergognose garanzie” della democrazia liberale rappresentativa. Una democrazia diretta può funzionare laddove una frazione sufficientemente vasta della cittadinanza è in grado di esercitare un consenso o un dissenso informato e consapevole. Ma, ammettiamolo una buona volta, siamo tutti, in generale, molto ignoranti in molti ambiti e gli ignoranti sono inclini a fare scelte stupide. Ad esempio eleggono politici egoisti e superbi e continuano a votarli ad ogni tornata elettorale. Quei politici non sono sbucati dal nulla, una maggioranza di votanti li ha voluti, come vorrebbe disfarsi di vari vincoli e laccioli che lo stato di diritto impone all’intera cittadinanza e quest’ultima subisce. Quale miglior opportunità di un referendum che quantifichi e faccia pesare la volontà popolare? Un cittadino maturo, cioè pronto per la democrazia diretta, deve chiedersi perché troppe volte essa non funziona, perché diventa uno strumento di ingiustizia, autoritarismo e xenofobia. Un cittadino maturo non crede alla democrazia diretta a prescindere, perché non la idolatra, non ne fa un culto laico. Per far crescere e maturare i cittadini c'è già la democrazia ed esistono già i referendum e sicuramente qualche passo in avanti nel dopoguerra lo abbiamo fatto, ma pensare che dopo soli sessant’anni di vita repubblicana la popolazione sia pronta a decidere su certe questioni importanti, che sono anche le più complesse – come complessi erano i quesiti sulla privatizzazione dell’acqua, a dispetto di quel che molti hanno creduto, sbagliando – è ingenuo ed irresponsabile. Il solo fatto che l’elettorato non sia capace di mandare a casa dei demagoghi incapaci di gestire la cosa pubblica e sfacciatamente maldisposti verso la Costituzione è la prova migliore del fatto che la maggior parte dei cittadini non è pronta per la democrazia diretta e che sarebbe meglio che la Svizzera restasse un caso più unico che raro.