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giovedì 24 novembre 2011

Creditori e debitori - una società nuova per un'umanità nuova (intro)



Perché Gino Strada è triste? […]. Strada ha capito che la sua predicazione pacifista non approderà a nulla. E non perché lui sia un cattivo predicatore, non perché i suoi argomenti non siano persuasivi, non perché le persone di buona volontà non si riconoscano in lui. Ma lui deve aver capito che la brama di potere, la volontà di potenza, lo scontro con gli altri e infine la guerra sono un istinto della nostra specie. Non è un vizio, non un'indole perversa da rieducare: un istinto che convive con quello della generosità e con l'amore per gli altri. L'uomo è un groviglio di due amori: quello per gli altri e quello per se stesso. E se mai ci si chiede quale sia il più forte e il più irruente di questi due istinti amorosi, s'arriva presto a concludere che l'amore per sé è quello dominante. Lo si può contenere, si può fare in modo di arginarne la pericolosità, ma non si riuscirà mai a spegnerlo perché si dovrebbe trasformare l'uomo in un angelo, dotarlo cioè di un'altra natura che estingua la natura umana.
Eugenio Scalfari, “L’amore per sé e quello per gli altri”, L’Espresso, 22 aprile 2011


A me sembra che dalla filosofia dei Vangeli, espressa in parabole, risulti chiaramente che non la violenza su sé stessi, controproducente e fonte di nevrosi, bensì solo la conoscenza di sé e dei propri meccanismi profondi, possa portare al superamento dell’egoismo e ad un giusto amore per sé stessi, imprescindibile da quello per gli altri..
Commento di un lettore di Scalfari

Nascere creditore significa ritenere che tutto il buono che ci capita nella vita ci sia dovuto; se ci viene negato o impedito subiamo un torto per il quale la sorte e i nostri simili ci dovranno risarcire. Non è chiaro quale sia il motivo del nostro essere in credito, spesso ce lo inventiamo senza esser consapevoli dell'inesistenza di questo credito immaginario, ma non importa: siamo arciconvinti d'essere in credito verso la vita e quindi verso tutte le persone con le quali entriamo in contatto e tanto basta. Chi nasce debitore è l'esatto contrario del suo opposto: è animato da un complesso di colpa esistenziale che sviluppa dentro di lui la convinzione d'avere un debito da pagare, un debito verso la vita e quindi verso tutti. Perciò è oblativo e dare è il suo piacere. In tutte le manifestazioni del suo vissuto, perfino in quelle amorose, il debitore trae piacere dal piacere che dispensa al suo partner e al suo prossimo.
Eugenio Scalfari, “Creditori e Debitori”, L’Espresso, 27 febbraio 2009.

Provo a dire che in realtà sono due modalità differenti di approccio e conoscenza della realtà: i debitori, come sembra descriverli lei, sono più portati a coltivare il dubbio, ad interrogarsi su se stessi, ad affrontare la complessità dei fatti cercando di osservarli da differenti "punti di sguardo", a pensare di poter aver commesso errori. Questo può essere un segno di onestà interiore e di corrispondenza piena a se stessi….I creditori viceversa sarebbero, forse per attitudine, più propensi ad una sintesi finalizzata ad un risultato più immediato, coloro che vedono il mondo come un infinita successione di vittorie o sconfitte per cui vincere è l'obiettivo principale. Credo che forse ciascuno di noi è un po' l'uno un po' l'altro e che la casualità della vita contribuisce ad accentuare ciascuno dei due aspetti secondo circostanze e momenti.
Commento di un lettore di Scalfari.

Le proposte per uscire dalla crisi sono note.
Default controllato
Tobin tax ed altre misure consimili:
Punizione dei colpevoli e lo smembramento dei cartelli finanziari:
Ma è arrivato il momento di passare oltre. Questa è una Depressione, non è una crisi dell’euro, sebbene la crisi sia stata convogliata contro l’euro per poter mungere i contribuenti europei a beneficio dei grandi finanzieri e del dollaro, ben più a rischio dell’euro. Sempre più persone stanno rendendosi conto che le cose non torneranno più come prima, i cambiamenti saranno radicali, come radicale è la crisi:
È perciò arrivato il momento di discutere di offrire una visione di come vogliamo che sia il futuro, dopo la Rivoluzione Globale (ci sarà, perché il Terrore accentra il potere come nessun altra cosa).
Qui propongo una rozza, preliminare introduzione alla visione che sto sviluppando, nel mio piccolo, provando a coniugare il meglio del pensiero anarchico:
con il meglio del pensiero politico-filosofico “classico”:
Il debito e le tasse sono le leve del potere rispettivamente per il sistema finanziario e quello statale. Senza di queste entrambi sarebbero completamente impotenti. Con il debito e le tasse si controlla il futuro di un popolo. In questo momento il sistema finanziario (privato) si sta divorando l’uno e l’altro, ai danni del pubblico. In questo momento, tramite i famigerati salvataggi bancari (es. la Dexia, che è al suo terzo salvataggio a spese dei contribuenti franco-belgi), i politici al governo nelle nostre democrazie stanno trasferendo il potere esecutivo a degli oligarchi privati, violando il contratto sociale che li lega agli elettori. Non è un processo transitorio, temporaneo, è un evento che, nelle intenzioni dei Grandi Traghettatori, ha tutte le caratteristiche della permanenza, della definitività. Si rafforzano le banche, si indeboliscono gli stati, con le agenzie di rating che imperversano. Le tasse vengono dirottate dai servizi sociali ai caveau, ai portafogli di pochi che si premiano con bonus di entità crescente, a dispetto del loro completo fallimento, decretato dalla crisi finanziaria in corso. Mentre uno stato democratico è un’entità che ha il dovere, almeno sulla carta, di sentire il nostro parere (“nessuna tassazione senza rappresentanza parlamentare”, dicevano gli Americani che si ribellavano agli Inglesi), il privato se ne fotte. Il sistema finanziario capitalista è anti-democratico fino al midollo, la sua essenza, la sua ragion d’essere, è la negazione dei principi democratici. È un parassita dei sistemi democratici, li vampirizza.
A ben guardare, non esiste, è un mostro fittizio, creato dalla volontà e dalla potenza di chi ne beneficia maggiormente, lasciando ai cittadini le briciole. Dunque non sarebbe difficile fermarlo, basterebbe un secco no:
No al mantra della presunta efficienza del privato al costo di una crescente sperequazione ed ingiustizia sociale.
Il potere corrompe tutti, nel pubblico come nel privato, solo che un privato che monopolizza un settore, magari in accordo con altri, non lo possiamo rimandare a casa con il voto, il politico sì.
I cittadini non hanno alcun potere contro la finanza globale, se non si organizzano, e lo Stato è il tipo di organizzazione che dovrebbe impedire ai forti di prevalere sempre e comunque sui deboli. Una democrazia costituzionale, a differenza di un’impresa privata, non antepone invariabilmente il proprio profitto ad ogni altro tipo di considerazione, perché non è quella la sua ragion d’essere. Non è nato per farlo, è nato per mediare tra una molteplicità di interessi, non per conquistare il dominio a beneficio di pochi interessi:
Queste sono cose che, più o meno, ci sono chiare.
Quel che, al momento, ci confonde è una serie di dissonanze cognitive che riguardano la giustizia – perché devo pagare io per gli errori di speculatori avventati? –, il fallimento integrale del sistema – quello bancario/finanziario, quello regolativo, quello politico –, la tracotanza – chi ha sbagliato si premia avidamente con giganteschi bonus e noi ci dobbiamo spaccare la schiena per loro e per un tenore di vita costantemente declinante –, l’inciucio – il potere finanziario e quello esecutivo sono ormai una cosa sola e non perseguono il bene comune, ma quello di una ridottissima minoranza –, l’impotenza – tutto è troppo grande per essere lasciato fallire e troppo grande per essere salvato.
Nel complesso, non è facile darsi conto di quel che sta succedendo e provare ad immaginare delle alternative a quelle fatte calare dall’alto.
Tutti gli –ismi hanno dimostrato di essere fallimentari e si vuole evitare di cadere preda dell’ennesimo –ismo di nuovo conio. Si vorrebbe evitare la violenza, ma come resistere nonviolentemente ad un sistema che distrugge milioni di esistenze in modo formalmente legale e senza bagni di sangue? Ci si vorrebbe poter fidare di qualcuno, ma ogni leader ci delude: dice una cosa e poi ne fa un’altra.  
Ci troviamo in frangenti molto simili a quelli di chi ci ha preceduto negli anni Trenta e le prospettive non sono molto diverse: autoritarismi, guerre e poi si ricomincia.
Questa volta, però, abbiamo l’occasione di far valere la logica e l’etica del debitore su quella del creditore. Facciamo tesoro della nostra condizione di Debitori Cosmici, visto che le autorità si sforzano di ricordarcelo ad ogni piè sospinto. L’ethos del creditore è quello per cui il sistema si autoregola e gli avanzi dei trionfatori (creditori) saranno miracolosamente sufficienti per i perdenti (debitori). È l’ethos dell’avidità, della competizione e della scarsità/abbondanza selettiva. L’antitesi del messaggio divulgato da praticamente tutti i pensatori che più ammiriamo e degli insegnamenti che impartiamo ai nostri figli. È l’ethos dello psicopatico:
Questo ethos sta distruggendo il mondo. O proviamo a contenerlo o ci lasceremo le penne.
La prima cosa da fare è non usare il denaro per assegnare un valore agli esseri umani. La seconda cosa da fare è spianare la piramide gerarchica della società, cercando di modellare una sfera (letteralmente) sociale in cui tutti i punti sono equidistanti dal centro. La terza cosa da fare è pretendere trasparenza da parte del potere, sempre, e fare in modo che i nostri rappresentanti si sentano delegati, non casta. La quarta cosa da fare è non credere al Salvatore o all’Élite Benevola che corre in nostro soccorso. La quinta cosa da fare è non aspettarsi riforme spontanee dall’altro. Ogni conquista sociale è costata sudore e sangue, così è sempre stato e sempre sarà, finché vivremo in società piramidali dove i vertici sono per definizione autoreferenziati e ragionano in termini di “pesce grande mangia pesce piccolo”. La sesta cosa da fare è nazionalizzare le banche centrali e stampare denaro in proporzione alla ricchezza prodotta dal paese. La settima cosa è promuovere un’etica cooperativa, invece di quella dell’uomo che non deve chiedere mai, che ci martella da mane a sera. L’ottava cosa è concentrarsi sull’ambito locale: le relazioni di potere a livello nazionale ed internazionale sono esageratamente corrotte, perché maggiore è il potere, maggiore è la corruzione. La nona cosa da fare è rinunciare al mito della crescita MATERIALE continua. L’umanità ha bisogno di crescere, maturare, migliorarsi, ascendere, ma non certo nella direzione di oggigiorno, quella del profitto, del superfluo, dell’edonismo, del materialismo. La crescita costante serve a livello interiore, spirituale, non certo esteriore. Da questo punto di vista l’approccio marxista è mostruoso tanto quanto quello capitalista. La decima cosa da fare è far sentire il nostro prossimo coinvolto nelle dinamiche sociali, nelle relazioni interpersonali, valorizzare il suo lavoro ed i suoi talenti, fargli/le capire che il suo contributo creativo ed innovativo è importante, che ciascuno ha un ruolo significativo da svolgere. Al momento presente, in una società della quantità, questa forma mentis è utopica, ma il futuro non potrà essere come il passato. Non può piovere per sempre. Panta rei, tutto cambia.
Per quanto concerne la democrazia diretta, non credo debba essere estesa oltre un ragionevole limite, rimanendo sempre ben consapevoli dei suoi limiti:
Se c’è una società civile informata e partecipe i suoi rappresentanti fanno quello che sono tenuti a fare. Le caste esistono perché i cittadini hanno permesso che si formassero, per ignoranza, ignavia, vantaggi a breve temine. I cittadini sono così perché gli intellettuali non hanno assolto il loro compito e si sono avvitati nei loro narcisismi. Le persone che hanno avuto la fortuna di potersi educare a certi livelli hanno il preciso dovere di produrre idee e farle circolare, di condividere conoscenza, perché la conoscenza può proteggere tutti, mentre l’ignoranza espone ad ogni tipo di periglio.

giovedì 3 novembre 2011

Perché sono un anarchico



Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell’interesse generale.
Pierre Joseph Proudhon -"Idée Générale de la Révolution au XIXe Siècle”, 1851.

Non si sente di dire a nessuno di fare come lui. Ognuno ha la sua vita e se la gestisce, per quanto può, come gli sembra giusto. E quando il momento è supremo, di vita o di morte, appunto, meno che mai un parere, un consiglio, può venire da un altro. Meno che mai – certo – un ordine. Di questo, almeno, è sicuro: nessuno può ordinare, comandare, di uccidere un altro. Sarà contro le regole degli eserciti, delle guerre, degli Stati, ma su questo, ripete, non ha dubbi.
Mario Spinella, Lettera da Kupjansk

L’odiosa maschera è caduta, resta l’uomo, senza scettro, libero, senza limiti, uomo soltanto, uguale, senza classi, senza stirpe o nazione, libero da timori, venerazioni, titoli, sovrano di se stesso, giusto, mite, saggio.
Percy Bysshe Shelley

Before our white brothers arrived to make us civilized men,
we didn't have any kind of prison. Because of this, we had no delinquents.
Without a prison, there can be no delinquents.
We had no locks nor keys and therefore among us there were no thieves.
When someone was so poor that he couldn't afford a horse, a tent or a blanket,
he would, in that case, receive it all as a gift.
We were too uncivilized to give great importance to private property.
We didn't know any kind of money and consequently, the value of a human being
was not determined by his wealth.
We had no written laws laid down, no lawyers, no politicians,
therefore we were not able to cheat and swindle one another.
We were really in bad shape before the white men arrived and I don't know
how to explain how we were able to manage without these fundamental things
that (so they tell us) are so necessary for a civilized society.
John (Fire) Lame Deer, Sioux Lakota - 1903-1976

Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un'affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare.
Primo Levi, “I sommersi e i salvati”

Non basta sopravvivere, occorre esserne degni.
Ammiraglio Adamo, Battlestar Galactica

Per anarchismo s’intende la libertà responsabile dell'individuo autonomo/non eterodiretto che, in quanto moralmente/spiritualmente maturo, si autodisciplina.
L’anarchismo è un modello socio-politico che distribuisce il potere politico (stato) ed economico (impresa) tra tutti e pone fine alle ingiustizie. Anarchia è auto-organizzazione, un ordine che nasce dall’autodisciplina, come nelle arti marziali.
Un’altra definizione di anarchismo: agisci in modo tale che non ci sia bisogno di uno stato.

Certi anarchici sono violenti e distruggono la proprietà pubblica e privata, altri, come il sottoscritto, no. Gli anarchici violenti giustificano le loro azioni affermando che le vittime quotidiane dell’attuale sistema sono innumerevoli e che in una società anarchica non ci sarebbe bisogno di distruggere alcunché, mentre la distruzione è costitutiva del modello capitalista. Io ribatterei che la violenza autorizza il potere centrale a prendere misure discrezionali che danneggeranno tutti. Non s’impone l’anarchismo a chi non lo vuole o non è pronto a viverlo e chi vuole imporlo viola lo spirito anarchico: è anti-anarchico tanto quanto la Chiesa è anticristiana.
L’anarchismo privilegia la libertà di tutti, il libertarismo (di destra) solo quella dei ricchi e potenti.
Una società anarchica si fonda su una confederazione di collettivi/comunità e sulla nomina di delegati su base locale, regionale e planetaria. La forza è solo l’extrema ratio. Per migliaia di anni gli esseri umani sono vissuti come cacciatori e raccoglitori, ossia in società essenzialmente anarchiche. Più recentemente ci sono stati esperimenti in Catalogna, durante la guerra civile spagnola, e nel Caucaso durante la Rivoluzione Russa. Esperimenti calpestati dalla furia dei franchisti e soprattutto dei comunisti.
L’anarchico promuove la democrazia diretta (a patto che non si tramuti in tirannia della maggioranza) e lo sciopero come metodo di resistenza nonviolenta (leggi: meno violenta). L’anarchico è contrario alla proprietà privata ma non è a favore del comunismo: difende la proprietà personale, cioè a dire ciascuno dovrebbe possedere le sue cose ma non controllare beni che non usa o che condizionano la vita altrui (proprietà comuni), escludendo gli altri dall’usufrutto.
L’anarchismo condanna il lavoro salariato che attribuisce a qualcuno il controllo delle persone.
Il principio centrale dell’anarchismo è l’assunzione di responsabilità personale ed il ripudio della necessità di controllare il comportamento altrui. Attualmente tutti sembrano più impegnati a predicare bene e razzolare male.
A dispetto di quel che si potrebbe immaginare, l’anarchismo è antropologicamente pessimista almeno quanto è ottimista. Infatti non nutre una fiducia assoluta nella specie umana: proprio per questo cerca di frammentare il potere, in modo da tenerlo meglio a bada. L’idea che un nucleo di illuminati (non delegati) possa gestire il bene comune è anatema: è considerata una sventurata illusione dettata da una drammatica carenza di auto-consapevolezza ed ignoranza delle vicende storiche.  
L’anarchico non crede in un’armonia stabile, ma nella mutevolezza. L’armonia risulta da un continuo aggiustamento e riequilibrio tra una pluralità di forze ed influenze e ciò è più facile che avvenga se il potere non ne privilegia alcuna a discapito delle altre. Le associazioni e i club funzionano PIÙ O MENO come comunità anarchiche.
La figura geometrica che rappresenta l’anarchismo è la sfera, in cui tutti i punti sono equidistanti dal centro (il divino in noi, per chi ci crede – come in un ologramma). La piramide è l’antitesi dell’anarchismo e rappresenta un’organizzazione sinarchica, che è quella dominante su questo pianeta e presumibilmente su milioni di altri pianeti (essendo la più banale: il forte domina).
Sinarchia è, rifacendomi a Nietzsche, aristocrazia dello spirito e del sangue, contro il suffragio universale, è gerarchia dei poteri (morali, mentali e fisici). Ciò che determina il lo status in una sinarchia è l’ammontare di potere che rappresenti e la volontà di potenza: “L’ordine delle caste, la successione gerarchica delle classi, esprime la suprema legge della vita stessa” (L’Anticristo). "Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri"; "la vita vive sempre a spese di un'altra vita; chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l'onestà” ("Volontà di Potenza").
In questo senso Socrate, che contesta un potere fondato sull'ignoranza ma convinto di detenere il sapere ultimo, è anarchico.
La contrapposizione è ben espressa da due massime:
"Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso"
"Look like the innocent flower, But be the serpent under it"
(Shakespeare - Macbeth)
Siate avveduti come serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10: 16)

ORGANIZZAZIONE SOCIALE ANARCHICA
Comunità auto-organizzate, cooperative alimentari, reti di solidarietà, democrazia diretta a livello locale, organizzazioni autonome che coesistono dialetticamente con lo stato. Un esempio sono le autonomie municipali zapatiste nel Chiapas: la popolazione controlla l’area attraverso comunità democratiche, ignorando i consigli municipali o fingendo di riconoscerne l’autorità. Questo tipo di organizzazione, egalitario, orizzontale, consensuale, fornisce alle persone di che vivere ed al tempo stesso è fortemente politico, attivista, sensibilizzatore, partecipante, ostile al capitale ed allo stato perché consapevole delle cause dell’esclusione e della marginalizzazione.
Un altro esempio è l’autogestione operaia delle fabbriche in Argentina.
A Parigi, dove gli affitti sono insostenibili, la gente si appropria degli edifici abbandonati. Servono reti di assistenza e mutualità che consentano alla gente di sopravvivere all’austerità e disoccupazione e focalizzino la loro rabbia contro i responsabili del disastro, non contro dei capri espiatori, come i capponi di Renzo Tramaglino che si beccavano tra loro, senza capire chi fosse il vero nemico.

L’anarchico non aspetta che una nuova disposizione di legge rimedi ai mali della società. Preferisce rimboccarsi le maniche.
L’anarchismo è un’utopia e chi scrive crede che metterlo in pratica di questi tempi sarebbe pura follia 
Tuttavia all’epoca del feudalesimo nessuno si sarebbe immaginato che un giorno ci sarebbero stati democrazia rappresentative a suffragio universale, eppure le abbiamo ottenute. Il futuro non è già stato scritto, tutto è possibile.

ETICA ANARCHICA
Ascoltare quel che diciamo e che dicono gli altri invece di parlare a nome di altri o lasciare che altri parlino a nostro nome. Essere solleciti verso il prossimo non per spirito caritatevole ma perché riconosciamo che facciamo tutti parte di una medesima sfera eco-sociale. Essere il più possibile gentili e tolleranti verso il prossimo non per spirito caritatevole (presunzione) ma perché riconosciamo che siamo tutti qui per imparare e che nessuno può dire cosa noi o chiunque altro sarà in grado di fare.
Simone Weil ha descritto molto bene lo spirito etico dell’anarchismo, parlando di amicizia: una società di uomini liberi, uguali e fratelli, in cui ciascuno ama il prossimo come se stesso – niente è più odioso dell’umiliazione e della degradazione dell’uomo da parte dell’uomo, nulla più dolce e bello dell’amicizia. L’amicizia ha un carattere universale, consiste nell’amare una persona in quella maniera che sarebbe auspicabile nei confronti di ogni anima che costituisce la nostra specie. C’è la volontà di preservare l’autonomia altrui e la nostra. Si mantiene e si rispetta la distanza. Ci si appella al suo consenso, un consenso informato. Il lavoro diventa allora l’azione attraverso cui una persona ricrea la sua vita, ricrea l’universo intorno a se stesso, si libera dai vincoli naturali. Per Weil (e per me) serve una civiltà fondata sulla natura spirituale del lavoro. Non lavoro ma creazione. Una società di persone individualizzate (cf. Jung), mature ed evolute. Al posto dell’autorità si ha un coordinamento sociale, ma non governanti. Il senso del giusto, il senso etico, fuoriesce dall’individuo e permea la società che lo riflette verso l’individuo. L’unica legge è la legge dell’empatia: auto-organizzazione ed energia infinita, armonia spontanea senza un’Intelligenza Artificiale che ne imponga una tipologia specifica; no all’automazione.

ANARCHISMO NEL TRENTINO DEL TERZO MILLENNIO?
In Trentino ci sono tutti gli ingredienti per creare una società anarchica: autonomia, federalismo interno (non ancora ben sviluppato), associazioni di volontariato, casse rurali (meglio quelle di un tempo), sistema cooperativo, società tendenzialmente egalitaria, tradizione dei beni comuni. Il problema è che siamo inseriti in una cornice mondiale sinarchica (gerarchica e centralizzata) e che la natura umana ci impedirà di realizzare una tale società ideale. Possiamo comunque sforzarci di tendere verso questo ideale: come il passato è radicalmente diverso dal presente, non è impossibile che il futuro sia radicalmente diverso dal presente. Si tratta di scegliere: o la via della piramide (gerarchia-centralismo) o la via della sfera (uguaglianza-decentramento). Il Trentino ha gli spigoli molto smussati: promette bene.

CITAZIONI ANARCHICHE
BAKUNIN: “Sono un amante fanatico della libertà, la considero l’unica condizione nella quale l’intelligenza, la dignità e la felicità umana possano svilupparsi e crescere; non la libertà concepita in modo puramente formale, limitata e regolata dallo Stato, un eterno inganno che in realtà non rappresenta altro che il privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù degli altri; non la libertà individualista, egoista, meschina e fittizia esaltata dalla Scuola di J.J. Rousseau e da altre scuole del liberalismo borghese, convinte che lo Stato, limitando i diritti di ciascuno, dia la possibilità di diritti a tutti, un’idea che invece conduce solo alla riduzione a zero dei diritti di ciascuno”.
“Finora la storia umana è stata solo una perpetua e sanguinosa immolazione di milioni di poveri esseri umani in nome di qualche miserabile astrazione: Dio, nazione, potere dello Stato, onore nazionale, diritti storici, diritti giuridici, libertà politica, stato sociale”.
“una persona è forte solo quando si erge sulla propria verità, quando parla e agisce a partire dalle proprie convinzioni. Allora, in qualunque condizione si trovi, saprà sempre ciò che va fatto e detto. Potrà cadere, ma non disonorerà se stesso e le sue cause”.
Il potere del pensiero indipendente è il potere della libertà: non essere ragionevoli, non accettare pedissequamente quel che gli altri dicono, ma pensare ed agire da se stessi.
“Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere gli altri esseri umani? Allora assicurati che nessuno eserciti il potere”.
“Libertà senza socialismo è privilegio ed ingiustizia, socialismo senza libertà è schiavitù e brutalità”.
“La mia libertà è la libertà di tutti, poiché non sono veramente libero nel pensiero e nei fatti, eccetto quando la mia libertà e i miei diritti sono confermati e approvati nella libertà e nei diritti di tutti, che sono miei pari”.
NOAM CHOMSKY: “L’anarchia, a mio modo di vedere, esprime l’idea che la prova di validità debba ricadere sempre su quelli che argomentano che il dominio e l’autorità sono necessari. Nella natura umana ci sono elementi di fondo quali i sentimenti di solidarietà, di mutuo soccorso, di simpatia, di sostegno per gli altri. I kibbutz israeliani, per un lungo periodo, si sono retti su principi anarchici, e cioè: autogestione, controllo diretto dei lavoratori nella gestione dell’impresa, integrazione dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi e partecipazione e prestazione personali nell’autogoverno. Quel che viene chiamato capitalismo è nei fatti un sistema mercantile corporativo, con forti e soprattutto inesplicabili tirannie private che esercitano un vasto sistema di controllo sui sistemi economici, politici, sociali e culturali; tirannie che operano in stretta collaborazione con gli stati più potenti che intervengono massicciamente nell’economia nazionale e nella società internazionale”. “Ogni interazione tra esseri umani che sia più che personale – ossia che assuma una qualche forma istituzionale – nella comunità o sul posto di lavoro, in famiglia, nella più ampia società, qualunque essa sia, dovrebbe essere sotto il controllo diretto dei suoi partecipanti”.
“Se per sinistra si intendesse bolscevismo allora mi dissocerei senza indugio dalla sinistra. Lenin è stato uno dei più grandi nemici del socialismo”.
“Se abbiamo istituzioni che fanno dell’avidità/meschinità l’unica caratteristica distintiva degli esseri umani e la incoraggiano a spese delle altre emozioni ed attaccamenti umani, avremo una società fondata sull’avidità. Una società diversa sarebbe organizzata in modo tale che altre emozioni diventassero dominanti: come la solidarietà, il sostegno, la simpatia”.
Noam Chomsky su anarchismo, democrazia, marxismo e leninismo, capitalismo e il futuro:
ERRICO MALATESTA: l’anarchismo nasce come “rivolta morale contro l’ingiustizia sociale”. “La solidarietà è l’unico ambiente in cui l’uomo può esprimere la sua personalità e realizzare il suo sviluppo ottimale e godere del benessere più ampio possibile”. Questo “ritrovarsi di ciascuno per il benessere di tutti e di tutti per il benessere di ciascuno” dà come risultato “la libertà di ognuno di non essere limitato da, ma completato – anzi, di trovare la necessaria ragion d’essere – nella libertà altrui”.
EMMA GOLDMAN: “l’anarchismo è l’unica filosofia che conduce l’uomo alla coscienza di sé, che afferma che Dio, lo Stato e la società non esistono, che le loro promesse sono spurie e vuote, visto che possono essere mantenute solo attraverso la subordinazione dell’uomo. L’Anarchismo è quindi l’insegnante dell’unità della vita, non solo nella natura, ma anche nell’uomo. Non c’è conflitto tra l’individuo e gli istinti sociali, non più di quel che c’è tra cuore e polmoni: l’uno contiene la preziosa essenza vitale, l’altro l’elemento che mantiene questa essenza pura e forte”.
“Come essere se stessi e nel contempo in unità con gli altri, sentirsi parte di tutti gli essere umani mantenendo però le proprie qualità caratteristiche”. “Una società in cui il potenziale di ogni individuo non sia realizzato a spese degli altri”.
“Non è solo il governo nel senso dello stato che è distruttivo di ogni valore e qualità individuale. È l’intero complessa autorità e dominazione istituzionale che strangola la vita. È la superstizione, il mito, la simulazione/finzione, i sotterfugi e la remissività che supportano l’autorità e la dominazione istituzionale”.
CLIFFORD HARPER: “gli esseri umani sono al loro meglio quando vivono liberi dall’autorità, decidendo le cose tra di loro invece di essere comandati”
PERCY BYSSHE SHELLEY: “L’uomo d’anima virtuosa non comanda né obbedisce: il potere, come una devastante pestilenza, inquina qualunque cosa tocchi mentre l’obbedienza, flagello di ogni genio, virtù, libertà, verità, fa degli uomini schiavi e, del corpo umano, un automa meccanizzato”.
ALEXANDER BERKMAN: “chiunque ti dica che gli anarchismi non credono nell’organizzazione stanno dicendo fesserie. L’organizzazione è tutto e tutto organizzazione. La vita intera è organizzazione, consapevole o meno…Ma c’è organizzazione ed organizzazione. La società capitalista è organizzata così male che i suoi vari membri soffrono: proprio come quando hai un dolore da qualche tua parte, tutto il tuo corpo duole e sei malato…neanche un singolo membro dell’organizzazione o dell’unione può essere discriminato impunemente, soppresso o ignorato. Farlo significherebbe ignorare un dente dolente: ti ammaleresti del tutto”.
ROBERT CHARLES BLACK JR. (BOB BLACK): “Se passi gran parte della tua vita cosciente prendendo ordini e baciando culi, se ti abitui alle gerarchie, diventerai passivo-aggressivo, sado-masochista, servile ed inebetito e porterai con te quel fardello in ogni aspetto della tua esistenza” [Secondo me ogni decisione che ci conduca lontano da questo stato desolante è intrinsecamente virtuosa].
(The Abolition of Work and other essays, pp. 21-2): “sei quello che fai. Se fai un lavoro noioso, stupido e monotono, è probabile che finirai per essere noioso, stupido e monotono. Il lavoro è una spiegazione migliore dello strisciante cretinismo che ci circonda rispetto ai meccanismi rimbambenti della televisione e dell’educazione. Persone che sono state irreggimentate per tutta la vita…sono abituate alla gerarchia ed ad essere psicologicamente servili. La loro attitudine all’autonomia è così atrofizzata che la loro paura della libertà è tra le poche loro fobie che hanno un fondamento razionale. La loro obbedienza sul lavoro si riverbera nelle famiglie che costruiscono,e così riproducono il sistema in più di una maniera, e poi in politica, nella cultura e in tutto il resto. Una volta che prosciughi la vitalità delle persone al lavoro, è probabile che si sottometteranno alle gerarchie ed alla presunta competenza in tutto. Sono abituati a farlo”.
ENRICO PEYRETTI: “Virtù del comando? Macché virtù, comanda­re è un difetto, una carenza. Dove c’è bisogno di coman­do e di obbedienza c’è umanità incompiuta, primitiva. Comando ed obbedienza sono un ritardo di civiltà. Non per nulla comando ed obbedienza sono termini eminen­temente militari, cioè primitivisti. Di comandare, io mi sono sempre vergognato e rifiutato. Facendo l’insegnante, ho dovuto anche proporre con insistenza, all’interno del dialogo, l’esperienza di chi ha lavorato precedentemente e ha sperimentato dei metodi che chi arriva ora può non saper apprezzare adeguatamente subito. Ma imporre mi fa ribrezzo. È degradante per chi impone e per chi subi­sce. Il comando suscita la disobbedienza, come la legge provoca il peccato, dice san Paolo (Romani, 7). Comandare è una concupiscenza anche più avida della sensualità, come dice un colorato proverbio napoletano. Perciò è un peccato, è un’offesa. Un genitore si trova nella necessità di comandare e proibire alcune cose al bambino, ma ap­punto fin quando è bambino, cioè sempre meno. Nessun genitore sensato lo fa con piacere. È dunque una neces­sità primitiva, transitoria, da abbandonare il più presto possibile. Il piacere di comandare è vergognoso più delle porcherie. Fermarsi nel comando è una fissazione, un ar­resto dell’evoluzione umana”.
VOLTAIRINE DE CLEYRE: “L’anarchismo insegna la possibilità di una società in cui i bisogni vitali di tutti sono soddisfatti ed in cui le opportunità per un completo sviluppo della mente e del corpo siano patrimonio di tutti…Insegna che l’organizzazione attuale della produzione e distribuzione della ricchezza è ingiusta e va distrutta e sostituita con un sistema che assicuri a ciascuno la libertà di lavorare, senza prima cercare un padrone al quale sottomettersi”. “Tutto falso e superfluo questo spreco di vita umana, di ossa e tendini, di cervello e cuore, questa trasformazione delle persone in stracci umani, spettri, miserevoli caricature delle creature che dentro di sé hanno il potenziale di essere, dal giorno in cui sono nate; ciò che chiamiamo economia, l’ammassamento di cose, è in realtà la spesa più spaventosa – il sacrificio del creatore alla sua creazione – la perdita di tutti i più fini e nobili istinti in cambio dell’acquisizione di un attributo rivoltante, il potere di contare e di calcolare”.
PETER KROPOTKIN: “Non è per amore del mio vicino che sono spinto ad afferrare un secchio d’acqua ed a lanciarmi nella sua casa in fiamme: è un sentimento molto più largo, benché più vago; un istinto di solidarietà e di socievolezza umana”.
“Come i socialisti, gli anarchici sostengono che la proprietà private della terra, del capitale e della macchine abbia fatto il suo tempo e che sia condannata a scomparire e che tutti i requisiti per la produzione debbano essere e saranno la proprietà comune della società, gestita coordinatamente dai produttori di ricchezza”.
“L’anarchismo aspira alla massima concordia tra individui, società e natura”.
“Sia i governati sia i governanti sono rovinati dall’autorità; sia gli sfruttati sia gli sfruttatori sono rovinati dallo sfruttamento”. “Ogni tiranno nutre risentimento verso i suoi doveri. È relegato a trascinare il peso morto del potenziale creativo dormiente dei sottoposti per tutta la durata della sua escursione gerarchica”.
Difetto più grave dell’individualismo: “l’impossibilità per l’individuo di raggiungere un pieno sviluppo nelle condizioni di oppressione delle masse da parte delle “belle aristocrazie”. Il suo sviluppo rimarrebbe unilaterale”.
“Non continuiamo a dire che l’unico mezzo per rendere uomini e donne meno rapaci ed egoistici, meno ambiziosi e servili allo stesso tempo è eliminare quelle condizioni che favoriscono la crescita dell’egotismo e della rapacità, del servilismo e dell’ambizione?”
PROUDHON: “Il sistema centralizzato va bene per quel che riguarda le dimensioni, la semplicità e la costruzione; ma manca di una cosa: l’individuo non appartiene più a se stesso in questo sistema. Non percepisce il proprio valore, la sua vita e nessun lo tiene nel minimo conto”

OBIEZIONI ALL’ANARCHIA
La gente sarà meno incentivata a lavorare in una società anarchica? L’assenza di governo non farà sì che il più forte domini i deboli? Il processo decisionale democratico non risulterà troppo conflittuale, portando all’indecisione ed al governo della plebe (la regola delle moltitudine)? L’anarchismo richiede esseri umani perfetti per funzionare? La maggior parte della gente non è troppo stupida, ignorante ed egoista per far funzionare una società anarchica?
Tutte queste obiezioni sono fondate.
O si verifica un’apocalisse (“disvelamento”), una Grande Trasformazione della coscienza umana, oppure l’anarchismo resterà un’utopia.

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sabato 22 ottobre 2011

Democrazia diretta - il pessimo esempio elvetico



La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto quel che è ingiusto
Benjamin Constant

Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini?
Norberto Bobbio

L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini
Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta (Università di Ginevra)

Se il problema della democrazia rappresentativa è che non manda al potere i migliori, ma i migliori persuasori, ossia le persone senza scrupolo, perché la democrazia diretta dovrebbe migliorare le cose, invece di peggiorarle? Dopo tutto, nell’Azerbaigian le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1919, in Italia nel 1946 e nella tanto ammirata Svizzera solo nel 1971 (in alcuni cantoni non prima degli anni Novanta).
Esaminiamo allora l’esperienza elvetica, segnata da considerevoli trepidazioni in materia di immigrazione, fede religiosa e forza persuasiva delle narrazioni etnopopuliste-plebiscitarie. Storicamente, la democrazia diretta in Svizzera è servita a rallentare il riconoscimento dei diritti civili universali. Il cantone di Vaud aveva introdotto nel 1959 il voto per le donne ma un referendum federale lo respinse a livello federale. Si dovette attendere fino al 1971 perché la Svizzera facesse il suo ingresso nel consorzio dei paesi civili. Fino al 1971 le cittadine svizzere non ebbero diritto di voto, ultime in Europa ad eccezione del Liechtenstein, anche perché con vari referendum federali la popolazione maschile si oppose alle misure progressiste proposte dai politici che li rappresentavano. In alcuni distretti dell’Appenzell il diritto di voto alle elezioni comunali per le donne non fu concesso fino al 1990. L’effettiva parità tra uomini e donne fu sancita costituzionalmente solo nel 1981 ed il referendum del 1985 sulla modifica del codice civile che stabiliva l’uguaglianza dei diritti tra i sessi all’interno della famiglia passò con 921.743 voti a favore e ben 762.619 voti contrari. Il referendum del 1962 respinse una legge che impediva l’installazione di armi atomiche sul territorio elvetico. Nel giugno del 1970 un referendum che chiedeva l’espulsione di 300.000 lavoratori immigrati legalmente residenti ed impiegati ottenne il 46 per cento dei voti e la maggioranza assoluta nei cantoni più tradizionalisti ed anti-federalisti. Nel novembre del 1972, tra chi andò a votare per ridurre entro cinque anni a 500mila il numero di immigrati residenti in Svizzera, il 34 per cento era favorevole a questo progetto di legge (Steinberg, 1976). In seguito, ed a più riprese, con le varie Ausländerinitiativen, gli elettori svizzeri si sono rifiutati di rendere più facile se non automatica la naturalizzazione dei residenti di terza generazione, che sono spesso indistinguibili da un ipotetico, ma virtualmente inesistente, Svizzero “puro” o “medio”. Leonardo Coen, nella sua sconsolata analisi del voto referendario svizzero sui minareti intitolata “L’orologio a cucù dell’intolleranza” (Repubblica, 30 novembre 2009), scrive: “stimolando la xenofobia e promettendo di esaudire gli interessi immediati (meno tasse, per esempio), il referendum si trasforma in uno strumento assai pericoloso nelle mani dei demagoghi, perché li autorizza poi ad andare sempre più oltre: così si istigano le caccie alle streghe, così si autorizzano le ronde contro gli extracomunitari, così si favoriscono l’intolleranza assoluta, la repressione, l’odio nei confronti degli oppositori, la censura, il pensiero “unico”; così diventa prassi l’idiosincrasia nei confronti dei diritti e della dignità umana, della libertà di stampa e di quella politica”. Anche il commento di Renzo Guolo insiste sul valore paradigmatico di quel referendum (“Adesso l'Europa teme il contagio”, 30 novembre 2009): “Battaglia che la destra xenofoba e nazionalista svizzera e le correnti evangeliche più legate al cosiddetto "sionismo cristiano", movimento diffuso negli Usa che nell'islam vede un ostacolo alla realizzazione messianica della loro apocalittica dottrina, conducono in nome di un identità cristiana iperpolitica, che prescinde dalle posizioni delle leadership delle confessioni maggioritarie. Tanto che mentre i proponenti chiedevano di inserire il divieto in Costituzione, come misura “atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose”, le altre confessioni osteggiavano apertamente tale indicazione. La stessa Chiesa cattolica giudicava la vittoria del “sì” un ostacolo sulla via dell'integrazione e del dialogo. Icona di un cristianesimo senza Cristo, quella veicolata dalla destra cristiana xenofoba, in Svizzera come altrove, che tende a impugnare la Croce sottraendola alle Chiese, accusate di non interpretare il vero “sentire del popolo”. (…). L’oggetto non era tanto, o solo, l’immigrazione proveniente dai paesi islamici, il 5% della popolazione, circa quattrocentomila persone, ma la rigerarchizzazione delle culture e delle religioni per via politica”. Nella stessa occasione gli Svizzeri hanno respinto una proposta che ingiungeva alla Confederazione di sostenere gli sforzi per il disarmo e controllo degli armamenti. Buon l'ultimo il referendum del febbraio del 2011, che ha preservato il diritto di tenersi in casa le armi automatiche fornite dall'esercito. Oltre il 56% degli elvetici ha rifiutato il bando del fucile d’assalto militare dalle case (63,5% nel Canton Ticino). In cambio nessun referendum ha mai intaccato lo strapotere del sistema bancario elvetico, che non è mai stato costretto a redistribuire i suoi proventi o a votarsi ad una maggiore trasparenza.
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In Svizzera, come nel New England, le due patrie della democrazia diretta, le assemblee popolari non si fecero scrupolo di bruciare centinaia di streghe, mentre invece nei paesi cattolici dominati dall’autorità monarchica e pontificia i processi alle streghe furono sporadici. Più recentemente, la Commissione Indipendente d’Esperti Svizzera sul ruolo della Confederazione nella Seconda Guerra Mondiale (Bergier et al. 2002) ha concluso che: “L’evidente giro di vite imposto nel 1938 alla politica svizzera nei confronti dei profughi non faceva che segnare una recrudescenza dell’ostilità verso certe persone e gruppi sociali che, delineatasi sin dall’inizio del Novecento, era andata rinforzandosi negli anni Venti. In concreto, tale sviluppo si manifestò nel trattamento riservato a rom, sinti e jenische, cui a partire dal 1926 vennero sistematicamente sottratti i figli. Questo ed altri fatti contraddicono l’immagine che, dall’Ottocento in poi, pone la Confederazione in una tradizione umanitaria, la quale cristallizzatasi nell’idea di sé del popolo svizzero, si prestava a legittimare moralmente la neutralità del paese. […] Nel suo atteggiamento verso i profughi la neutrale Svizzera non solo venne meno ai suoi propri parametri, ma violò pure elementari principi di umanità”.
La crescente aggressività ed intolleranza delle scelte referendarie elvetiche nasce dal fatto che la costruzione dell’identità nazionale svizzera non si è fondata solo sul rispetto per la diversità ma anche sull’estirpamento di certe differenze giudicate non-elvetiche o anti-elvetiche attraverso la mobilitazione di determinati “discorsi identitari” – la storia che un popolo ama raccontare di se stesso – e non altri (Mottier, 2009). Sono queste storie che marcano i confini del noi e dell’altro-da-noi e possono escludere quel che fino a prima era parte di noi decretandone o accentuandone l’alterità. È perciò falsa l’autopercezione svizzera di essere una nazione particolarmente accomodante nei confronti delle differenze. Questo è vero solo in parte: la coesione sociale fu conquistata ai danni di chi non era ritenuto degno di partecipare alla comunità, come gli Ebrei, gli Jenisch, i malati mentali e le persone “inadatte a procreare” (Kreis, 1992; Heller, Jeanmonod, Gasser, 2002; Gerodetti, 2005).
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Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta dell’Università di Ginevra è scettico e, nel marzo del 2007, concludeva il suo intervento alla Conferenza Internazionale per la Democrazia Diretta tenutasi a Buenos Aires invitando i promotori della democrazia diretta ad una maggiore sobrietà e realismo: “L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini”. Yanina Welp e Nina Massüger, due studiose di democrazia diretta all'Università di Zurigo, rilevano invece come i quesiti referendari trattino sempre più di questioni estremamente delicate da un punto di vista sia giuridico sia etico, come quella della carcerazione a vita per reati sessuali di soggetti giudicati irrecuperabili (2004), delle naturalizzazioni (2008), dell'edificazione di minareti (2009), dell'espulsione di delinquenti di origine straniera (2010). Più recentemente, è stata interrotta spontaneamente un’iniziativa che mirava ad introdurre la pena di morte per omicidio con abuso sessuale. Questo genere di consultazioni sono in grado di “mettere radicalmente in discussione l’ordine costituzionale” (Kiener/Krüsi, 2009) e sono in contrasto con diverse convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani: "a parte il fatto che tra queste iniziative, diverse perseguono obiettivi quantomeno discutibili, non c'è dubbio che al giorno d'oggi la crescente internazionalizzazione del diritto e la crescente importanza della tutela dei diritti umani impongono limiti all'impiego dei meccanismi della democrazia diretta", specialmente dato l’elevato astensionismo che li caratterizza (Welp/ Massüger, 2010). Le due ricercatrici segnalano anche la medesime problematica messa in luce dai colleghi statunitensi: la democrazia diretta costa e “i gruppi meglio organizzati sono avvantaggiati al momento di convocare un referendum, giacché gli interessi più generali e quelli dei meno privilegiati non troveranno un’adeguata rappresentanza” (Welp/ Massüger, ibidem). La requisitoria di Regina Kiener e Melanie Krüsi prende le mosse dalla constatazione che negli ultimi anni, in Svizzera, si è diffusa l’ideologia secondo cui la sovranità popolare è assoluta e la sua forza deliberativa deve prevalere anche sui principi sanciti dalla costituzione federale e dalle convenzioni internazionali per i diritti umani. La democrazia diretta deve perciò configurarsi come il valore fondativo dello Stato. Le due giuriste elvetiche imputano questa deriva al potere propagandistico della demagogia che separa tassativamente il “proprio” dall’”altrui”, il dentro e il fuori e che in nome dell’esclusività e dell’esclusione nega il principio delle democrazie moderne per cui non esiste alcuno stato di diritto senza democrazia e non esiste alcuna democrazia se lo stato di diritto non viene rispettato. Mentre nell’America della Guerra al Terrore le più gravi ferite allo stato di diritto sono state inflitte dalla Casa Bianca e dal Congresso, in Svizzera un processo analogo si sta verificando dal “basso”, attraverso iniziative popolari che compromettono l’edificio costituzionale difeso dalle autorità (Langer, 2010).
È tuttavia importante capire che questo non è uno sviluppo imprevisto, essendo perfettamente in linea con le xenofobiche “misure contro la snazionalizzazione” (Massnahmen gegen die Überfremdung), promulgate nel periodo fra le due guerre, quando alcuni sostenevano che altrimenti gli svizzeri sarebbero diventati minoranza nel loro paese entro il 1997, allo stesso modo in cui la destra xenofoba e populista dei nostri giorni dichiara che se non si interviene la svizzera sarà islamizzata entro il 2035. Fu in quelle circostanze che le iniziative popolari furono usate per la prima volta per proteggere la purezza e l’autenticità dell’identità elvetica, nonché la sua prosperità, anche sulla pelle di chi fuggiva dai totalitarismi (Kury, 2003).

L’analisi esemplare che Lorenz Langer, ricercatore svizzero presso la facoltà di legge di Yale, fa delle implicazioni, ripercussioni e insegnamenti che si possono trarre dalla vicenda dei minareti (Langer, 2010), vale non solo per la Svizzera, ma anche per l’Alto Adige. I paralleli sono numerosi ed estremamente istruttivi. La messa al bando della costruzione di ulteriori minareti è inconciliabile con la Convenzione Europea per i Diritti Umani ed il Patto internazionale sui diritti civili e politici e questo ci deve far riflettere sulla eccessiva disinvoltura con la quale si ritiene che la democrazia diretta sia un bene assoluto e non una possibile fonte di rischi derivati dall’eterogenesi dei fini, ossia la tendenza dimostrata dalle attività umane a non svolgersi quasi mai secondo le modalità desiderate e nella direzione programmata. Langer domanda ai lettori: la vox populi dovrebbe godere di un’autorità assoluta oppure i voti andrebbero non solo contati ma anche soppesati, in relazione alle norme internazionali che proteggono le minoranze? L’impiego dello strumento referendario per strumentalizzare delle legittime preoccupazioni di fronte alla caparbietà con cui certi musulmani si rifiutano di venire incontro agli usi locali, usandole per imporre l’assimilazione o l’esclusione, in luogo dell’integrazione, non dovrebbe indurre gli Svizzeri a moderare il loro entusiasmo nei confronti della democrazia diretta? Magari spingendoli a rendere più selettive le operazioni di formulazione, approvazione ed implementazione delle iniziative popolari, come succede negli Stati Uniti, che pure hanno preso a modello proprio la Svizzera, ma hanno stabilito che i principi fondamentali sono intangibili, per metterli al riparo della faziosità e delle eccitazioni occasionali? Non è forse tempo di disintossicarsi dalla dipendenza dalla democrazia diretta, che offre fasi di grande esaltazione e piacere, seguite dai postumi della sbornia e da un’escalation di smania referendaria?
Langer osserva che il dogma dell’infallibilità popolare è così radicato in Svizzera che persino gli oppositori al bando non se la sono sentita di condannare la decisione dei cittadini, mentre i vincitori – la destra xenofoba ed etnonazionalista – hanno denunciato come anti-democratica ogni critica e condannato l’imperialismo del diritto internazionale negli affari interni alla Svizzera, che impone dei vincoli irragionevoli alle iniziative popolari in un paese che è connaturatamente democratico e quindi non potrebbe mai violare i diritti umani di chi vi risiede. Questo dogma è il prodotto di un mito identitario necessario al ricompattamento di quelle popolazioni eterogenee che istituirono la confederazione elvetica. Il mito dell’autarchia, dell’autosufficienza, del contadino libero ed ugualitario, naturalmente democratico. Un mito, quello del Sonderfall Schweiz, che, come tutti i miti, contiene un fondo di verità, ma rimane nel complesso fallace. Langer ci ricorda che fino all’invasione francese del 1798 quasi tutti i cantoni erano delle vere e proprie oligarchie rette da aristocratici, corporazioni o clan facoltosi ed una buona parte della popolazione non era libera. Perciò lo stato federale nato nel 1848 non fu il culmine di una tradizione secolare di governo a democrazia diretta di stampo schilleriano (cf. Guglielmo Tell e la sua libera fratellanza) ma fu una costruzione artificiale, “uno Stato in cerca di una nazione”. Tra i tratti genuinamente tradizionali che conservò ci furono l’avversione nei confronti di leggi e magistrati stranieri e l’interpretazione collettivista del concetto di libertà ed uguaglianza, che privava i singoli di alcune prerogative sancite dalle costituzioni di altri paesi. Così, in un discorso del 2007, un ministro della giustizia elvetico si rivolse al pubblico stigmatizzando il diritto internazionale e paragonandolo alle leggi asburgiche delle quali gli Svizzeri erano riusciti a liberarsi, sostituendole con le “leggi del popolo”, perché il popolo deve sempre avere l’ultima parola. Così facendo, reiterò l’idea che la confederazione è nata grazie ad un’ispirazione esclusiva, e non inclusiva, con l’atto di espulsione dei non-Svizzeri. Precisa Langer: “lo scetticismo verso l’altro è una parte integrante del sistema”. Non che questo sia un tratto distintivo tipicamente elvetico, ma va anche detto che la Francia, che ha una popolazione islamica molto più grande, deve limitarsi a “tollerare” la presenza di una decina di minareti e il bando alla costruzione di minareti è passato solo grazie al voto delle aree rurali: nei maggiori centri e nei cantoni più urbanizzati (Ginevra, Basilea, Neuchâtel e Vaud), quelli dove la popolazione è a quotidiano contatto con i musulmani, ha vinto il no, ossia l’apertura alla diversità, al pluralismo. Langer legge questa preoccupante deviazione della democrazia diretta in Svizzera attraverso la lente della “fallacia patetica”; un’espressione coniata dal poeta inglese John Ruskin (1819-1900) per indicare l’ingannevole antropomorfizzazione delle cose e di tutto quel che non è umano (es. “oceano crudele”) che tende ad farci perdere il contatto con la realtà, introducendo la menzogna, l’irrazionalità e l’auto-inganno nella nostra percezione del mondo, nelle impressioni che ci formiamo delle interrelazioni tra le cose e le persone, specialmente quando siamo in preda alla nostra emotività: se siamo spaventati o aggressivi tendiamo a proiettare i nostri stati d’animo su tutto ciò che ci circonda, distorcendolo. In una fase storica in cui le persone temono di perdere il controllo delle loro vite, il proibire l’edificazione di una struttura architettonica, fornisce l’illusione di poter tenere a distanza un mondo ostile, di preservare il proprio beato isolamento. Langer chiede agli Svizzeri di mettere da parte le loro ipocrisie; se preferiscono una società più uniforme non sono obbligati a perorare la causa dell’uguaglianza e della libertà: “numerose nazioni non approvano la tutela della libertà di culto ed altri diritti civili e politici, ma un paese non può compiacersi della propria tolleranza istituzionalizzata e contemporaneamente concedere la propria tolleranza selettivamente” (Langer, ibidem).

È necessario affrontare la realtà dei fatti, non continuando a cullarci nelle nostre illusioni. I demagoghi amano la democrazia diretta perché è il loro habitat naturale. I demagoghi sono specialisti nel divinizzare il proprio popolo e demonizzare gli oppositori (che non sono mai un popolo): vox populi, vox Dei. Accusano gli altri di essere ciò che in realtà caratterizza la loro personalità e stile di fare politica: intolleranti, elitari, autoritari, moralmente opachi, incompetenti, anti-patriottici, attentatori delle libertà civili, statalisti, culturalmente egemonici. Sono leader carismatici di movimenti al tempo stesso reazionari e modernisti e promotori di una concezione plebiscitaria della democrazia in cui l’investitura per acclamazione del leader gioca un ruolo centrale e la “democrazia diretta” è vista come un valido strumento per neutralizzare gli intollerabili formalismi e le “vergognose garanzie” della democrazia liberale rappresentativa. Una democrazia diretta può funzionare laddove una frazione sufficientemente vasta della cittadinanza è in grado di esercitare un consenso o un dissenso informato e consapevole. Ma, ammettiamolo una buona volta, siamo tutti, in generale, molto ignoranti in molti ambiti e gli ignoranti sono inclini a fare scelte stupide. Ad esempio eleggono politici egoisti e superbi e continuano a votarli ad ogni tornata elettorale. Quei politici non sono sbucati dal nulla, una maggioranza di votanti li ha voluti, come vorrebbe disfarsi di vari vincoli e laccioli che lo stato di diritto impone all’intera cittadinanza e quest’ultima subisce. Quale miglior opportunità di un referendum che quantifichi e faccia pesare la volontà popolare? Un cittadino maturo, cioè pronto per la democrazia diretta, deve chiedersi perché troppe volte essa non funziona, perché diventa uno strumento di ingiustizia, autoritarismo e xenofobia. Un cittadino maturo non crede alla democrazia diretta a prescindere, perché non la idolatra, non ne fa un culto laico. Per far crescere e maturare i cittadini c'è già la democrazia ed esistono già i referendum e sicuramente qualche passo in avanti nel dopoguerra lo abbiamo fatto, ma pensare che dopo soli sessant’anni di vita repubblicana la popolazione sia pronta a decidere su certe questioni importanti, che sono anche le più complesse – come complessi erano i quesiti sulla privatizzazione dell’acqua, a dispetto di quel che molti hanno creduto, sbagliando – è ingenuo ed irresponsabile. Il solo fatto che l’elettorato non sia capace di mandare a casa dei demagoghi incapaci di gestire la cosa pubblica e sfacciatamente maldisposti verso la Costituzione è la prova migliore del fatto che la maggior parte dei cittadini non è pronta per la democrazia diretta e che sarebbe meglio che la Svizzera restasse un caso più unico che raro.