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venerdì 13 gennaio 2012

Se incontrate questo tipo di rivoluzionari, isolateli: sono mortiferi





So che la maggior parte degli uomini, compresi coloro che hanno dimestichezza con problemi della più grande complessità, raramente riesce ad accettare la verità più semplice e ovvia, se questa li costringe ad ammettere la falsità delle conclusioni che essi hanno orgogliosamente insegnato ad altri e che hanno intessuto, un filo dopo l'altro, nell’ordito della propria vita.
Tolstoj, “Che cos'è l'arte?”, 1897

Che la pace sia un valore è cosa che nessuno discute (anche i folli e i fanatici, a modo loro, vogliono la pace), ma non bisogna confonderla con la resa. Chi vuole la pace con Hitler, meriterebbe appunto di averla, e di godersela sino in fondo. Col male politico non si viene a patti, e pur di estirparlo è sensato pagare anche un alto prezzo di sofferenza. Il punto essenziale è che non si creda di lottare per il bene, se no si dà immediatamente ragione all'avversario: è appunto perché è buono che ci uccide. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l'incertezza. Per il tentativo. Per l'esperimento. Per l'avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all'avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c'è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all'imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall'11 settembre)”, in Dialoghi, anno II, n. 1, 2002, pp. 46-55.

Già da un po' di tempo ho espresso il mio parere che il 2012 sarà l'anno in cui le rivolte cominceranno a prendere una piega rivoluzionaria, specialmente in seguito all'attacco preventivo israeliano all'Iran. Perciò mi aspetto che il 2013 ed il 2014 siano anni Rivoluzionari con la maiuscola.
Ciò detto, per chi non conosce il mio pensiero, è bene specificare che sono recisamente contrario alla violenza aggressiva (chi dovrebbe desiderare di fare del male a qualcun altro?), ma anche alla nonviolenza e pacifismo, che ostacolano l’indispensabile autodifesa ed il ristabilimento della libertà e della giustizia (quando ce vo' ce vo'):
Sospetto però che le rivoluzioni facciano il gioco dei potentati e che quindi andrebbero evitate, se possibile. Gli scioperi di massa (una forma di violenza molto limitata e dignitosa) dovrebbero essere sufficienti a cambiare le cose (es. nell’epica sumera gli umani si ribellano al loro asservimento agli dèi gettando a terra gli attrezzi da lavoro – gli dèi sono ricondotti a più miti consigli).
Temo però che sia utopistico sperare nell’autocontrollo delle folle e, soprattutto, nel buon senso dei potenti dei nostri tempi; quindi è bene prepararsi ad un nuovo 1848:
Per questo è meglio fare una ripassatina di alcuni fatti storici.
Movimenti rivoluzionari sfociati in regimi tirannici: 1642 in Inghilterra (Cromwell), 1789 in Francia (Robespierre e Napoleone), 1848 in Francia (Napoleone III), 1917 in Russia (Lenin e Stalin), 1919 in Italia (biennio rosso - Mussolini), 1930 in Germania (Hitler), 2011 in Egitto, 2012 negli Stati Uniti?
La Rivoluzione del 2012 sfocerà anch’essa nel Terrore (perché conviene a chi intende instaurare un Nuovo Ordine patentemente anti-democratico),
ma si può cercare di interferire o magari addirittura interrompere questo genere di degenerazione. La storia ci insegna quali sono i leader che faranno il gioco del Potere.

Finché essi vivono non è possibile che vi liberiate dal timore umano…Non lasciatevi atterrire, dio è con voi.
Thomas Müntzer (1794 – 1525)

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza.
Maximilien Robespierre, “Sui principi di morale politica”, 5 febbraio 1794.

I popoli non giudicano come le corti giudiziarie, non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li piombano nel nulla… quale altra legge può seguire il popolo se non quella della giustizia e della ragione sostenute dalla sua onnipotenza?
Maximilien Robespierre, “Discorso per la condanna a morte di Luigi Capeto”, 3 dicembre 1792.

Io ho sostenuto, tra persecuzioni incredibili e senza appoggi, che il popolo non ha mai torto, io ho osato proclamare questa verità in un tempo in cui non era ancora riconosciuta; il corso della rivoluzione l’ha dimostrato.
Maximilien Robespierre, 25 febbraio 1793

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile…Sparta brilla come un punto luminoso in tenebre sterminate.
Robespierre, “Sui rapporti tra le idee religiose e morali e i principi repubblicani”, 7 maggio 1794

Il fine della rivoluzione è il trionfo dell’Innocenza.
Robespierre

Questa nostra Rivoluzione è una religione e Robespierre è il capo della setta. È un prete che governa i devoti…Robespierre predica, Robespierre censura, è furioso, solenne, melanconico, esaltato – ma tutto freddamente; i suoi pensiero fluiscono con regolarità, le sue abitudini sono regolari; tuona contro i ricchi e i grandi; vive con molto poco; non ha bisogni. Ha una sola missione – parlare, e parla incessantemente; crea discepoli…parla di Dio e della Provvidenza; si definisce amico degli umili e dei deboli…riceve la loro venerazione…è un prete e non sarà mai altro che un prete.
Condorcet (1743 –1794) su Robespierre, articolo apparso su Chronique de Paris

Voi dovete punire non solo i traditori, ma anche gli indifferenti; dovete punire chiunque sia apatico nella Repubblica e non faccia nulla per essa; giacché, dopo che il popolo ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che si oppone ad essa si pone fuori del popolo sovrano, e tutto ciò che è fuori del popolo sovrano è nemico.
Saint-Just, “Sulla necessità di dichiarare il governo rivoluzionario fino alla pace”, 10 ottobre 1793

ART. 1 “gli stranieri, sudditi dei governi con i quali la Repubblica è in guerra, saranno detenuti fino alla pace” – ART. 2 “Le donne, unite in matrimonio con dei francesi prima del 18 del corrente mese, non sono comprese nella presente legge, a meno che non siano sospette o mogli di sospetti” – ART. 10 “Il comitato di Salute Pubblica è egualmente autorizzato a trattenere in requisizione permanente tutti gli ex nobili e gli stranieri che crederà utile adibire ai lavori pubblici” – ART. 23 “Tutti gli oziosi, che saranno riconosciuti colpevoli di essersi lagnati della Rivoluzione, che non abbiano compiuto i sessant’anni e che non siano infermi, saranno deportati alla Guyana”.
Saint-Just, articoli proposti alla Convenzione.

[Il decreto del 6 settembre 1793 sospende l’ospitalità pubblica ed espelle gli stranieri nati nei paesi con cui la Francia è in guerra, perché considerati serpi in seno. Lo stesso farà Petain nei confronti degli Ebrei al tempo di Vichy. Gli stranieri “degni” di restare devono ottenere un certificato di ospitalità attraverso un garante e si suggerisce di costringerli ad indossare un bracciale tricolore con la scritta “ospitalità”, proposta terribilmente anticipatrice delle perversioni naziste, ma che fortunatamente non viene accettata].

La rivoluzione deve fermarsi quando abbia raggiunto la perfezione della felicità e della libertà pubblica per mezzo delle leggi. I suoi slanci non hanno altro scopo, e devono spazzar via tutto ciò che vi si oppone.
Saint-Just, “Frammenti sulle istituzioni repubblicane”, 1794

Perché allora non ricorriamo ai detenuti nobili ordinando loro di compiere ogni giorno questi lavori di riassetto delle grandi strade?
Saint-Just, 1794

Occorre obbligare ogni cittadino a collaborare all’attività nazionale…non abbiamo forse navi da costruire, officine da migliorare, terre da bonificare?
Saint-Just, 1794

Quello che costituisce una Repubblica è la distruzione di tutto ciò che la contraria.
Saint-Just

Noi faremo un cimitero della Francia, piuttosto che non rigenerarla a nostro modo.  
Jean-Baptiste Carrier (1756 – 1794)

Molti dei Francesi che ci avevano appoggiato ci guardavano come dei pazzi, come degli energumeni, spesso persino come degli scellerati.
René Levasseur de la Sarthe, giacobino, 1795.

Bisogna affermare apertamente, intendo in senso politico, e non in termini strettamente giuridici, il principio che motiva l’essenza e la giustezza del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve sopprimere il terrore, dirlo equivarrebbe a mentirsi o a mentire, ma dargli un fondamento, legalizzarlo in base a dei principi, con chiarezza, senza barare o nascondere la verità. La formulazione deve essere il più aperta possibile, perché solo la coscienza legale rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria creano le condizioni per applicarlo nei fatti.
V.I. Lenin al commissario del popolo per la giustizia D.I. Kurskij, 17 maggio 1922.

L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così, Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra nei luoghi del nemico: a casa sua, dove si diverte. Renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un solo istante di respiro, un minuto di sosta, fuori e persino dentro le sue caserme: attaccarlo dovunque sia. Farlo sentire una bestia braccata dovunque vada. […]. E dovunque ci sorprenda la morte, sia benvenuta, purché il nostro grido di guerra raggiunga chi è pronto a raccoglierlo e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi e altri uomini si preparino a intonare canti di lutto con il tambureggiare delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.  
Messaggio di Ernesto Che Guevara per la rivista Tricontinental (16 aprile del 1967), considerato il suo testamento politico.

La rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità.
Suong Sikoeun, uno dei leader dei Khmer Rossi (1975-1979)

Il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore.
Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale”, 2009.

Etichette come “terrorista” sono quelle che una cultura corrotta e decadente usa per designare quelle che persone che cercano di combattere il vero male nel mondo. Ben desiderava colpire tutto ciò che sta lentamente soffocando questo mondo e ha fatto qualcosa di prematuro, non autorizzato. Ma far saltare quel treno era sbagliato? No. stava combattendo il male con tutto il cuore.
Sorella Clarice Willow, “Caprica” (2010)

Altrettanto mortiferi sono i leader rivoluzionari che non sanno difendere la rivoluzione e la democrazia dalle mostruosità immorali appena elencate e dai rivoluzionari più prosaici, quelli falsi, privi di principi morali, irresponsabili, intringanti, parassiti della politica, delinquenti e terroristi, cinici ed arrivisti, quelli che detestano gli uomini di valore perché mettono in risalto la loro pochezza, l’insignificanza della loro persona e la miseria della loro personalità.
Tra i leader rivoluzionari inadeguati per eccesso di idealismo e mitezza, un esempio per tutti  è Alexander Kerenksij: “un uomo onesto, sincero e pronto a dare la vita per il suo Paese. Ma che non sa assolutamente niente dell’arte del governo e immagina di fare grandi cose quando elabora sulla carta piani per l’abolizione della pena di morte in tempi di guerra e di rivoluzione. Aborrisce forza, violenza e crudeltà e pensa davvero che sia possibile esercitare il potere con parole gentili e sentimenti elevati. Più di ogni altra cosa sembra compiacersi della sua purezza, umanità e idealismo. Un uomo buono, ma un cattivo leader, di fatto il tipo perfetto dell’intelletto russo” (Pitirim A. Sorokin, già collaboratore di Kerenskij nel governo provvisorio del 1917).
Ci sono analogie tra giacobinismo e bolscevismo: fede rivoluzionaria, esigenza di sovversione totale, epurazioni, “dispotismo della libertà”, magistero di ortodossia, implacabilità, radicalismo, assolutismo, egualitarismo radicale, messianismo, antiliberalismo, antiparlamentarismo, meccanismi di produzione dell’unanimità, centralismo politico ed amministrativo, cinismo, sospensione della realtà e trionfo del principio sul fatto, virtù indivisibile del popolo che perciò deve restare unito, fanatismo, violenza, terrorismo.
Saint-Just è grandiosamente scellerato, glacialmente narcisista e forse psicopatico. I leader rivoluzionari più radicali sono più spesso ventenni-trentenni, con poca esperienza di vita, che impongono la loro rozza, inesperta visione del mondo a tutti gli altri. Coltivano orgoglio, a volte crudeltà, quasi sempre un appetito di dominazione. Sono tigri erudite che non hanno ancora avuto tempo di diventare adulte.
Un fanatico austero, dal cuore freddo come la sua morale, Saint-Just si paragona a Tarquinio e Muzio Scevola. Lui e Robespierre usano spessissimo i termini “cuore”, “sensibilità” e “virtù”, come se dovessero supplire verbalmente alla loro mancanza di cuore, sensibilità e virtuosità. Saint-Just si attribuisce una ragguardevole dose di virtù, ma è un pessimo giudice di se stesso - come tutti gli esseri umani. Sfortunatamente le rivoluzioni nutrono mostri e sono alimentate da mostri. La violenza generalizzata è l’habitat perfetto per i mostri, per gli psicopatici integrati, quelli che s’irrigidiscono nei moralismi e si fissano intransigentemente sulle virtù etiche perché non hanno empatia e quindi non possono sapere cosa sia un comportamento spontaneamente morale. Una loro tragedia personale, da compatire, ma con esiti assolutamente devastanti per tutti gli altri:
Questi pifferai di Hamelin sono responsabili della conversione della rivoluzione in una crociata teocratica, in un moloch che divora gli esseri umani. In nome della loro certezza che siccome c’è una sola verità e loro sono riusciti a comprenderla, ad impadronirsene definitivamente, chiunque sia in disaccordo è motivato da propositi maligni. Robespierre si considera e dichiara vittima di persecuzione tutte le volte che qualcuno lo contraddice, si sente investito di una sacra missione, e patisce un’immensa frustrazione quando il mondo si rifiuta di sottomettersi al suo volere: conclude che solo la violenza purificatrice può ristabilire l’ordine naturale delle cose. Lo stesso discorso vale per Saint-Just. Sono entrambi sicuri che la cosa giusta da fare sia ridurre la diversità del mondo al proprio denominatore individuale. Il loro ego ipertrofico proietta sul gruppo la loro esigenza di uniformità, di una singola volontà, di un carattere unitario: la premessa di ogni politica genocidaria.
Sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine. Notiamo la stessa logica in Mao, Pol Pot, Stalin e Hitler, nella vicenda biblica dello sterminio dei Cananei, ma anche in Karl Rove. Nel 2002, un consigliere di George W. Bush, presumibilmente Karl Rove, spiegò a Ron Suskind: “Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.
O tutto o niente, o con noi o contro di noi, ora o mai più. La rivoluzione, come la guerra degrada le coscienze: “Quello che in tempo di pace viene considerato immorale, ingiusto, dannoso per la collettività, in tempo di guerra cambia di segno, si trasforma in valore positivo e viene perciò stimolato e incoraggiato. Non uccidere, non mentire, non tradire, ecc. sono tutte massime che devono essere ribaltate durante un conflitto lungo e radicale per il bene della collettività; inoltre deve essere sviluppata in tutti i modi una mentalità aggressiva, bellicosa, spietata se occorre. In altre parole la guerra crea un “nuovo universo morale” con regole e valori specifici che sono in contrasto profondo con quelli dell’universo morale dell’epoca in cui la società è in pace. Inoltre la guerra produce una mentalità manichea che porta a scomporre il mondo in amici e nemici e a guardare con sospetto gli stessi membri del gruppo di appartenenza, se questi manifestano in qualche modo un ardore sufficiente o addirittura riserve morali sulla lotta in atto” (Luciano Pellicani, “I rivoluzionari di professione”, 2008, p. 215).
Se pure è un male necessario, la rivoluzione resta comunque un male ed è uno strumento che non può mai divenire un fine. Una volta rimosso l’establishment, la rivoluzione deve finire e la democrazia deve prevalere – una democrazia autentica, non la democrazia dei fanatici che si considerano santi, unici depositari della virtù – altrimenti tutto sarà stato vano.
Seguendo Albert Camus, una genuina rivolta dev’essere umanista, deve prendere in considerazione l’umanità nella sua interezza. Non è il ribellismo egotista adolescenziale à la Nietzsche. Non è la rivolta del no. Il ribelle dice no ma dice anche sì, nel momento in cui compie il primo gesto di ribellione. La libertà che esige, la esige per tutti: “Mi ribello, quindi esistiamo”. La rivoluzione è sempre integralista (o tutto o niente), perciò tradisce invariabilmente lo spirito umanitario della rivolta. La misura è la cifra della rivolta. Non c’è rivolta senza una filosofia del limite. Sono gli psicopatici che rifiutano i limiti e non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Diceva Benjamin Constant (1767 –1830), ne “Gli effetti del terrore”: “Il terrore esiste solo quando il crimine diventa sistema di governo e non quando ne è il nemico; quando il governo lo prescrive e non quando lo combatte; quando organizza la furia degli scellerati e non quando invoca il soccorso degli uomini dabbene”.

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lunedì 14 novembre 2011

Il narcisista umanitario - parte prima (Camus, "La Caduta")



L’unico imperativo morale che abbiamo non è quello di salvare il mondo per renderlo uguale a noi, ma quello di costruire relazioni rispettose e generose con le nostre alterità.
Marco Deriu

C’è un giudizio fatale che Arthur Schnitzler mette in bocca al medico socialista ed ebreo Berthold Stauber in “Verso la libertà”: “E non nego di avere, su questo tema, diverse idee che tendono in quella direzione e che sulle prime potrebbero sembrare crudeli. Ma il futuro, io credo, appartiene a queste idee”. Le idee in questione, espresse da un uomo che reputava di essere animato dalle più nobili motivazioni umanitarie, riguardavano l’eliminazione delle persone inadatte alla vita in società.
La sua è una sensibilità gnostica, legata al feticismo delle idee, a detrimento della dignità delle persone, ed alla vocazione assolutista di chi vive di idee, che sfocia molto spesso nel disprezzo per le persone comuni. Si legga quel che affermava il biologo e genetista comunista J.B.S. Haldane in un saggio dal titolo: “The inequality of man and other essays” (1932: 213): “Non so cosa farmene di quelle persone che non sono a contatto con il mondo invisibile [quello delle idee, teorie, teoremi, leggi scientifiche, postulati, ecc. NdR]. Nella migliore delle ipotesi sono dei buoni animali, ma quasi sempre neppure quello”.
A detta di Emerson (1857), ben pochi geni avevano saputo evitare di manifestare pubblicamente questa boria spregevole, e questo perché le realizzazioni terrene non corrispondevano mai alle idee pure, ai progetti ideali che avevano formulato nelle loro menti.
La discrepanza tra realtà e immaginazione è tale che il narcisista trova arduo non provare disgusto per ciò che stona, fossero pure degli esseri umani. Dimostra povertà di spirito e scarsa empatia, tratta gli esseri umani come oggetti utili ad alimentare il proprio bisogno narcisistico, si chiude autisticamente nel suo bozzolo di certezze, nel suo personale universo di determinismi riduzionistici che lo deresponsabilizzano e spostano la colpa sui difetti congeniti degli altri. Necessita di ordine e chiarezza e li può trovare anche nella superstizione del gene onnipotente, della tradizione ordinatrice, dell’identità totalizzante e neo-tribale, cioè nell’idea per sé, immacolata ed omogenea, nel marchio prestigioso. La mitologia della virilità e l’esaltazione dell’appartenenza al gruppo procedono dal narcisismo: amare se stessi non va bene ma se ci si riconosce in un gruppo o ci si identifica nei propri eroi, questo è un modo efficace di depenalizzare il narcisismo.
Un’idolatria che è anche un terribile auto-inganno e che bolla come minaccia tutto ciò che contamina la purezza dell’idea e dell’immagine. Se questa minaccia non viene opportunamente neutralizzata la condanna è all’alienazione. Per questo ci sono esseri umani che sono rivoluzionari di professione, ossia non possono far altro che continuare a combattere per un’idea fissa. Un inconscio processo di alienazione è già in atto, perché il narcisista è già schiavo delle sue idee fisse. I totalitarismi altro non sono che manifestazioni su vasta scala del medesimo fenomeno, vere e proprie epidemie di narcisismo e psicopatia. Sogni narcisistici trasformati in fantasie di onnipotenza ed incubi globali.
Ciò potrà sembrare strano per chi è abituato, erroneamente, a pensare al narcisismo in termini di egocentrismo ed eccessivo amor proprio. In realtà non è così semplice. Il narcisista, se privato della sua sorgente di conferme e rassicurazioni, si sente vuoto e depresso, inutile, senza scopo, amorfo, ansioso ed insicuro. Soffre di considerevoli oscillazioni nell’autostima e può arrivare a credere che la vita non sia degna di essere vissuta. Per evitare questo tragico epilogo sente l’impulso di aggrapparsi ad una qualche figura o idea dominante che fornisca un sostegno solido. Anela la fama e l’ammirazione, perché queste portano con loro l’universale approvazione. Se non può conseguirla si attacca al culto della celebrità. Molti binomi padrone-servo potrebbero essere tranquillamente invertiti, perché entrambi sono narcisi ed hanno bisogno di quel tipo di rapporto patologico più di quanto necessitino un certo status. È il vuoto interiore, l’inautenticità, la perdita di senso, l’incertezza del futuro che paventano più di ogni altra cosa. La superficialità non è un problema, il narcisista è in ogni caso antropologicamente pessimista, il suo pensiero non è mai profondo, né lo è la sua stima nei confronti degli altri esseri umani, che non sono mai suoi simili. È banalmente maligno, direbbe la Arendt, ma il suo male non è mai banale.
Il consumismo, l’esibizionismo, il feticismo, il presenzialismo, il culto dell’immagine televisiva, dell’essere sul piccolo schermo ad ogni costo (il velinismo che affligge anche l’intellettuale da palcoscenico), l’illusionismo nella sua accezione più ampia: questi sono gli ingredienti tipici dell’habitat del narcisista. Il suo panorama interiore è dozzinale, la vita della sua mente blanda. Non potendo contare su una vita ultraterrena, esorcizza lo spettro della morte concentrandosi sull’immagine e sull’idea, credendole immortali e si autoipnotizza, dissipando il suo potenziale. Il suo amor proprio è dunque fragilissimo e la concentrazione su di sé in realtà è molto precaria e può mutarsi molto facilmente in attaccamento fanatico ad un movimento e ad un leader che incarnino le idee fisse che danno senso alla sua esistenza, almeno provvisoriamente. Insomma il narcisista non è autonomo ed indipendente, non ha alcun serio controllo sulla sua esistenza. Al contrario è eterodiretto, assimilato in fazioni, sette, tribù, razze, campanilismi, integralismi e militanze varie, riflessi distorti della realtà, drogato di lusinghe, vezzeggiamenti, adulazioni, apprezzamenti di un sé illusorio, falso e privo di valore, che ha bisogno di ripetute conferme. È una comparsa nella sua vita, non il protagonista, anche se non se ne rende conto e profonde impegno e risorse per rinsaldare ancora di più questo stato di cose.
Sebbene questo tipo di personalità abbia un carattere patologico, un’inclinazione più o meno forte al narcisismo è presente in ciascuno di noi (anche se nelle donne è forse più diffuso l’istrionismo) e, quando si fonde con il cinismo, le conseguenze possono essere tremende. Il cinismo, nemico mortale di un salutare scetticismo, è l’atteggiamento profondamente infantile, sterile e deleterio, nonché autodistruttivo, di chi ha già deciso che il mondo e la società sono corrotti, gli esseri umani non sono degni di fiducia perché animati solo dall’interesse personale, da istinti egoistici, dall’inclinazione a fregare il prossimo. Il cinismo è la condanna a morte del riformismo, dell’idealismo, dell’umanitarismo sincero, della cooperazione, del senso del dovere, della speranza e quindi, più in generale, della democrazia e del progresso morale e spirituale.
Narcisismo e cinismo possono formare una salda alleanza quando il cinico narcisista ritiene di essere l’Ultimo dei Puri. Quest’intesa può infiammare l’immaginazione di chi ha potere decisionale e può determinare le sorti di milioni di persone, viste come materiale umano da rimodellare a proprio piacimento, per renderlo compatibile con una certa concezione di società ideale, a propria immagine e somiglianza. Fu il caso di Mussolini e di tanti altri demagoghi di più recente conio. In una società in cui Dio è morto non esistono limiti, se non quelli costituzionali, a ciò che il cinico narciso al potere può arrivare a compiere nella sua ricerca di purezza, autenticità e senso. D’altra parte narcisismo ed empatia sono incompatibili e senza empatia non c'è condotta morale.

Il narcisista umanitario (anche quando non è uno psicopatico integrato) è una minaccia permanente.

Albert Camus ha, a mio parere, scritto il suo capolavoro quando ha affrontato proprio questa problematica. La breve opera in questione è “La chute” / “La caduta” (1953).
Ecco la mia sintesi di quelli che personalmente considero i passaggi centrali (ma consiglio vivamente di leggerlo).

La mano caritatevole che si tende verso il cieco per aiutarlo ad attraversare la strada – il mendicante che si avvicinava alla mia porta: esultavo. Dopo tutto vivere in alto resta ancora l’unica maniera d’essere notato e salutato da un gran numero di persone. Ero fatto per avere un corpo, per risiedere nella materia. Non credevo in alcuna religione ma mi sentivo autorizzato ad essere felice da un qualche decreto superiore. Ogni gioia mi faceva desiderare la prossima. Forse non amiamo veramente la vita, è solo la morte che risveglia in noi i sentimenti: quanto ci mancano gli amici deceduti, quanto veneriamo i maestri che non parlano più, la loro bocca piena di terra. È la morte fresca che noi amiamo, la morte dolorosa, cioè le nostre emozioni, ossia noi stessi. L’uomo non può amare senza amarsi. Non si può vivere senza dominare o essere serviti. Ogni uomo ha bisogno di schiavi come ha bisogno di aria pura. Anche l’ultimo degli ultimi avrà un figlio o un animale da comandare. Ad ogni ragione se ne può opporre un’altra, solo la potenza taglia corto. Ma io voglio essere servito con il sorriso sulla bocca, se mi servono con l’aria triste avvelenano le mie giornate. Per questo è importante avere servi ma chiamarli uomini liberi, per non esasperarli. Così loro sorrideranno e noi avremo la coscienza a posto. Io, io, io, ecco il refrain della mia vita, l’unica continuità. Mi sentivo libero rispetto a tutti per la semplice ragione che non riconoscevo nessun altro come mio pari: più intelligente, più sensibile, più avveduto. Quando mi occupavo degli altri lo facevo con degnazione. Ci sono persone la cui religione è quella di perdonare tutto, senza però dimenticare nulla. La verità è che ogni uomo intelligente sogna di essere un delinquente e di regnare sulla società con la sola violenza. Che importa umiliare il proprio spirito se in quel modo si arriva a dominare il mondo? Macché difensore dei miserabili, mi piaceva prendere le parti degli accusati perché non ero io al loro posto e ciò mi rendeva eloquente. Quando invece ero io sul banco degli imputati diventavo un giudice inflessibile dei miei accusatori. Non sono mai stato misogino, ho sempre considerato le mie donne superiori a me: collocandole così in alto, le potevo usare più di sovente che servirle. Ho avuto un solo grande amore nella mia vita: me stesso. Un’incapacità congenita di vedere nell’amore qualcosa che non fosse quel che volevo vederci: piacevole e, coniugata con l’oblio, favoriva la mia libertà. Credevo a quel che dicevo, recitavo bene il mio ruolo [Mirabeau diceva di Robespierre: “Quest'uomo andrà lontano, perché crede in tutto ciò che dice” – NdR].
Non ci si può augurare la morte del mondo intero né, al limite, spopolare il pianeta per godere di una libertà che altrimenti sarebbe inimmaginabile. Non potevo vivere che a condizione che tutti gli esseri fossero concentrati su di me, privi di vita indipendente, pronti a rispondere alle mie chiamate in qualunque momento. Per essere felice bisognava che gli altri non potessero vivere. Potevano ricevere la vita solo da me, a piccole dosi. Conoscevo i miei difetti e me ne dolevo, ma continuavo comunque a dimenticarli, con meritoria ostinazione. L’idea più naturale per l’uomo è quella della sua innocenza. Ciascuno esige di essere innocente, a qualunque prezzo, anche se ciò comporta accusare il genere umano o il cielo. In genere tendiamo a confessarci con le persone più simili a noi, con le nostre stesse debolezze; questo è perché non desideriamo correggerci, migliorarci, cerchiamo complicità. Ogni eccesso diminuisce la vitalità e quindi la sofferenza. Non c’è nulla di frenetico nel vizio, nella corruzione. Non è che un lungo sonno, indifferenza, stasi dell’umore, assenza di umore.
Attribuiamo a un rivale i pensieri meschini che abbiamo avuto nelle medesime circostanze. Ci sono sempre delle ragioni per uccidere un uomo. È, al contrario, impossibile giustificarne l’esistenza.

LINK UTILI

lunedì 24 ottobre 2011

La coscienza, dal Buddha a David Foster Wallace




Non è una misura di buona salute l’essere ben adattato ad una società profondamente malata
Jiddu Krishnamurti

Nell’ottica dello studio della coscienza, l’unico, vero discrimine tra esseri umani concerne l’obiettività. Ci sarà sempre chi si situa più vicino (o per meglio dire, meno distante) al polo dell’obiettività (vedere la realtà com’è e non come desideriamo che sia) e chi invece tende a scivolare verso il polo della soggettività, quello di chi vede esclusivamente ciò che vuole vedere, indipendentemente dalla propria lingua, ma non dalla propria tradizione: alcune società agevolano l’impegno verso l’oggettività, altre lo avversano.
Una coscienza più obiettiva richiede consapevolezza, attenzione, circospezione, conoscenza, saggezza. Ci si deve distanziare da noi stessi – fare un passo indietro ed uno fuori da noi stessi – per impedire alle nostre paure, fantasie ed affetti di interferire con la nostra obiettività.
Le identificazioni collettive forti rendono molto più arduo questo compito. Infatti ostacolano l’introspezione, quella che ci rivela che siamo prima di tutto esseri umani e solo in un secondo momento un maschio, un montanaro, uno scrittore, un marito, un trentino, ecc. È nella nostra natura la capacità di fare un passo indietro ed un passo in là, per perseguire l’ideale di un’esistenza più piena, abbondante, vitale di quanto sarebbe possibile altrimenti. Le tenaci affiliazioni di gruppo interferiscono anche con l’empatia, che promuove obiettività. Nella sua espressione più completa, l’empatia ci impedisce di porci troppo al di sopra degli altri, ci rammenta che non siamo più importanti degli altri, che il loro dolore non è meno significativo del nostro (Fait/Fattor 2010). L’empatia, se la si lascia libera di agire, scoraggia l’auto-inganno, le illusioni, ci spinge ad interessarci agli altri, a preoccuparci per loro, a concentrarci su tutte le cose che ci consentono di aiutare gli altri, nei loro termini, non nei nostri. Per farlo, però, occorre una visione e comprensione obiettiva della realtà che, bloccati come siamo nel nostro egotismo, senza empatia non potremmo mai sperare di sviluppare.
L’empatia è la precondizione essenziale per l’individualità impersonale tanto cara a figure disparate quali Socrate, Simone Weil, R.W. Emerson, Tolstoj, Albert Camus (cf. “La chute”) e Aung San Suu Kyi, la sconfitta del senso egoistico di essere migliore o più prezioso del prossimo, la capacità di nutrire le emozioni non-egoistiche, che sono quiete, non-violente, impersonali ma al tempo stesso profondamente personali. Le emozioni egoistiche divorano la nostra attenzione verso l’esterno, sostituendola con automatismi istintivi, reazioni emotive incontrollate ed imponderate, ci espongono alla conquista delle nostre paure e brame, cosicché non viviamo più la nostra vita, ma siamo vissuti, rischiando di morire senza aver realmente vissuto. Idealmente, in una condizione di individualità impersonale, il sé si dissipa, svanisce, ma la coscienza rimane, come se fosse un elemento costitutivo della realtà, il fondamento di ciò che è, obiettivamente.

“Se non ti rendi conto che ciò che fai è sbagliato, non potrai neppure vergognartene. Vivi nella pura fantasia – una specie di follia e una totale mancanza di obiettività. Il che si riduce poi all’incapacità di affrontare la verità. Se vivi in un mondo dove tutto ciò che fai è giustificato da concetti come “patriottismo” o “il bene del paese”, non potrai compiere il passo successivo di vergognarti e desiderare di correggerti”
(Aung San Suu Kyi, 2008).

Qualunque astrazione creata dall’uomo si trova dunque a due gradi di separazione dalla verità.
Ma non dobbiamo arrenderci al fatalismo, al determinismo, al potere coercitivo della tradizione sulla voce della coscienza. Ci sono necessità soggettive o arbitrarie e necessità oggettive o inevitabili. Quelle oggettive sono realmente incontrollabili: per esempio, non possiamo volare (senza supporti tecnologici), non possiamo vivere nel passato, non possiamo dimagrire in un giorno. Quelle soggettive che, in "Contro i Miti Etnici" (CME), ho chiamato “golem” sono necessità che descriviamo come incontrollabili ma determinano il nostro fato solo se siamo così pigri, indolenti e stolti da lasciare che così avvenga. Pensiamo agli alibi più classici, come “mio marito è violento ma non posso lasciarlo, altrimenti lo distruggerei”, o “non possiamo permetterci di spendere 18 euro per un cavolo di libro”, oppure “le guerre sono inevitabili”. È vero che, come ha osservato un lettore di CME, “la realtà del contesto in cui viviamo ci impone regole che, a volte, non condividiamo”, ma questa forza che ci sembra esterna ed insormontabile in realtà non lo è. La costrizione all’allineamento etnico o politico viene unicamente da dentro di noi ed opera solo se lo vogliamo. Scriveva Dietrich Bonhoeffer (2009):
“Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde anche se provvisoriamente molto mortificanti”.
Nessuno mette in dubbio che convivere tra mille diversità sia impresa non facile. Siamo già angariati da mille debolezze, come l’egocentrismo, l’auto-inganno, le fallacie logiche, la soggettività emotiva, il bisogno di appartenenza, la dipendenza da figure autoritarie, il pensiero dicotomico (bianco/nero, bene/male), la vulnerabilità alla pressione gregaria, l’ignoranza e l’accidia (inerzia), la percezione selettiva della realtà e così via. A tutto questo, che sarebbe già di per sé più che sufficiente, si aggiunge la babele linguistica, un ulteriore, enorme ostacolo alla comprensione tra i singoli individui ed i popoli. Ma Socrate, Gesù, Buddha e Mo Tzu, tra gli altri, si sono sforzati di insegnarci che questo non può essere un alibi e che superare gli ostacoli (i nostri preconcetti e pregiudizi sopra tutti gli altri) è un segno di maturità. Pare, però, che molti dei loro seguaci agiscano come se, al contrario, si trattasse di un comodo alibi, un’ulteriore dimostrazione del fatto che ciascuno di noi contiene molteplici identità, anche contraddittorie, e che è poco saggio sceglierne una e stabilire che è quella che ci rappresenta meglio.

Vorrei completare queste considerazioni con un lungo, magnifico estratto da “Questa è l’acqua”, di David Foster Wallace (Wallace, 2009), una gemma che mi è stata suggerita da Gabriele Di Luca, insegnante, intellettuale, editorialista, recensore ed amico livornese-altoatesino-sudtirolese e che sintetizza mirabilmente quanto ho cercato di spiegare "antropologicamente":

“Ci sono questi due giovani pesci che nuotano insieme e, ad un certo punto, incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta, il quale fa un cenno di saluto e dice, “‘Giorno, ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e infine uno dei due si rivolge all’altro e fa, “Che diavolo è l’acqua?”. […]. Il punto fondamentale della storiella dei pesci è che le realtà più ovvie, invalse ed importanti spesso sono quelle più difficili da vedere e di cui è più difficile parlare. […]. Ogni cosa, nella mia esperienza immediata, conferma la mia profonda convinzione che sono io il centro assoluto dell’universo, la persona più reale, vivida e importante che esista. Raramente parliamo di questa sorta di egocentrismo naturale, di base, perché ispira una forte repulsione sociale, ma in fondo lo stesso vale per ognuno di noi. È la nostra configurazione standard, quella che ci ritroviamo installata nei nostri circuiti a partire dalla nascita. Pensateci: nessuna delle esperienze che avete vissuto era incentrata su qualcuno che non foste voi stessi. Il mondo di cui fate l’esperienza è proprio di fronte a voi, o dietro di voi, o alla vostra sinistra, o alla vostra destra, sul vostro teleschermo, sul vostro monitor, o quel che è. I pensieri e i sentimenti degli altri vi devono essere comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali - ci siamo capiti. Ma vi prego, non temete che mi metta a predicarvi la compassione o l’empatia o le cosiddette “virtù”. Non è una questione di virtù - è una questione di scegliere se impegnarmi a modificare o a liberarmi dalla mia conformazione standard, naturale, impiantata nei circuiti, che consiste nell’essere profondamente e letteralmente incentrato su di me, nell’osservare ed interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. […]. Se siete automaticamente sicuri di conoscere qual è la realtà, e chi e cosa è davvero importante - se volete operare secondo la vostra configurazione standard - allora voi, come me, non prenderete in considerazione possibilità che non siano insignificanti e fastidiose. Ma se imparate davvero come pensare, a cosa prestare attenzione, scoprirete che ci sono altre opzioni. Avrete il potere di vivere una situazione affollata, rumorosa, lenta, da inferno del consumatore, non soltanto come dotata di significato, ma anche sacra, animata dalla stessa forza che accende le stelle – compassione, amore, l’unità profonda di tutte le cose. […]. Nelle trincee quotidiane della vita adulta, l’ateismo non esiste. È impossibile non venerare qualcosa. Tutti venerano. L’unica scelta che possiamo fare è cosa venerare. E un’ottima ragione per scegliere di venerare qualche specie di divinità o di ente spirituale - Gesù Cristo o Allah, Jahvè o la dea-madre di Wicca, le Quattro Nobili Verità o un qualche insieme infrangibile di principi etici – è che praticamente qualunque altra cosa voi veneriate finisce per mangiarvi vivi. Se venerate i soldi e gli oggetti - se è in essi che riponete il vero significato della vita -, non ne avrete mai abbastanza. Non sentirete mai di averne abbastanza. Questa è la verità. Venerate il vostro stesso corpo, la vostra bellezza e il vostro fascino, e vi sentirete sempre brutti, e quando il tempo e l’età inizieranno a farsi notare, morirete un milione di volte prima che essi vi abbandonino davvero. Venerate il potere - vi sentirete deboli e impauriti, e avrete bisogno di un potere sempre maggiore sugli altri per tenere a distanza la paura. Venerate la vostra intelligenza, la vostra brillantezza - finirete col sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere smascherati.. La cosa insidiosa di queste forme di culto non è il fatto che siano malvagie o peccaminose; è che sono inconsapevoli. Sono configurazioni standard. Sono quel tipo di culto nel quale scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi riguardo a quello che osservate e al modo in cui misurate il valore, senza mai essere pienamente consapevoli che lo state facendo. E il mondo non vi impedirà di operare secondo la vostra configurazione standard, perché il mondo degli uomini e del denaro e del potere procede piuttosto gradevolmente con il carburante della paura e del disprezzo e della frustrazione e della bramosia e del culto di sé. […]. La libertà che davvero conta richiede attenzione, e consapevolezza, e disciplina, e sforzo, e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi. Questa è la vera libertà. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la configurazione standard, la “corsa di topi” -la costante e divorante sensazione di aver posseduto e perduto qualcosa di infinito. […]. Riguarda la semplice consapevolezza - consapevolezza di quello che è così vero ed essenziale, così nascosto in bella vista attorno a tutti noi, che dobbiamo continuare a ripeterci costantemente: “Questa è l’acqua, questa è l’acqua”.

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