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sabato 26 novembre 2011

Breivik - pensavo fosse amore (patrio) invece era un complotto



Intanto che gli anticomplottisti si deliziano con questo:
e magari anche con un libro, che non fa mai male:

…scettici e complottisti possono leggersi questo dossier dedicato ad Anders Behring Breivik:

“I TESTIMONI PARLARONO DI PIU’ TERRORISTI DOPO CHE BREIVIK ERA STATO ARRESTATO” di Hans O. Torgersen, Andreas Ground Foss e Eivind Sørlie (quotidiano norvegese Aftenposten, 28-08-2011): “Da tre a cinque terroristi con pistole e fucili. Potrebbero esserci anche degli esplosivi sull’isola”….Quando i primi gruppi delle squadre di emergenza sono sbarcati a Utøya alle ore 18:25, furono accolti, stando alle fonti della centrale di polizia di Oslo, da diversi giovani che produssero descrizioni dettagliate di coloro che avevano percepito come svariati esecutori. I testimoni descrissero le sembianze e l’abbigliamento dei presunti killer. Due minuti dopo, Anders Behring Breivik fu arrestato. Ma anche se il rumore degli spari cessò dopo il suo arresto, il personale delle squadre di emergenza a Utøya ricevette ancora nuove concrete descrizioni da parte dei testimoni sulla presenza di complici. Gli fu detto che le sembianze e i vestiti osservati dai testimoni non corrispondevano a quelli della persona arrestata, Behring Breivik…In base a fonti attendibili, ci sono volute «ore» prima che la polizia decidesse di «abbassare la guardia» in merito al numero di terroristi che potevano essere nell’isola.
Ecco tre dei testimoni oculari, Marius Helander Røset, Mats Moen Kristiansen e Jostein Helsingeng:
che, riguardo alla presenza di altri assalitori, hanno riferito quel che hanno visto al quotidiano norvegese Verdens Gang: "Molti ragazzi che si trovavano a Utoya sulla scena della drammatica sparatoria, hanno dichiarato a VG di essere convinti che ci sia stato più di un assassino. Ne è convinto anche Marius Helander Roset:
Sono certo che gli spari provenissero da due diversi punti dell'isola allo stesso tempo"
La stessa cosa dice, fra gli altri, Aleksander Stavdal, un altro testimone (stesso articolo): "Credo che a sparare fossero in due".
Anche la polizia norvegese sembrava essere convinta che ci fosse più di un esecutore, almeno prima che Breivik "confessasse" di aver fatto tutto da solo.
"Alla conferenza stampa di sabato mattina, la polizia ha dichiarato che devono esserci stati diversi esecutori e ha sottolineato che le indagini sono in corso" (stesso articolo).
L’altro presunto “giustiziere” corrisponde ad una descrizione completamente diversa da quella di Breivik: un uomo moro, sul metro e ottanta, di aspetto scandinavo e armato di una pistola e di un fucile:
"Vedkommende var i følge dem rundt 180 centimeter høy, hadde tykt mørkt hår og så nordisk ut. Han hadde en pistol i høyrehånden og et gevær på ryggen".
"sono molti i sopravvissuti di Utoya secondo cui a sparare non è stato un solo uomo, la polizia continua a indagare".
Commento di una lettrice: “è incredibile il fatto che una persona possa compiere un gesto del genere e poi riscuotere il massimo credito in merito alle proprie affermazioni...”.
In questo fotogramma Breivik sarebbe “chiaramente riconoscibile” (i giornalisti della Repubblica non finiscono mai di stupire i propri lettori, che fortunatamente si stanno volatilizzando):
Commento di un lettore: “e poi per quale motivo Breivik avrebbe dovuto girare per Oslo con la pistola spianata poco prima dell'esplosione delle bombe? Cos'è, un fumetto?
Breivik parla di tutto tranne che del movente:
In effetti, che movente potrebbe avere? “Libero” titolava molto accortamente: “Ha ucciso 100 norvegesi perché odia gli islamici
Breivik chiamò la polizia norvegese 10 volte, ottenendo una risposta solo 2 volte. La replica dei poliziotti era così incerta che pretese che lo richiamassero per accertarsi che lo prendessero sul serio. Poi fece una pausa per decidere se suicidarsi o continuare. Alla fine continuò, mentre le "forze speciali" (speciali per la loro criminale inefficienza?) partivano per l'isola DAL MOLO PIU' LONTANO (4 km) invece che da quello più vicino (670 m).
[il link della Repubblica è stato soppresso]
Commento di un lettore: “Penso che la questione vada un attimo esaminata e discussa. Oggi, sfogliando i giornali, l'unico messaggio di prima pagina che arriva è infatti questo: "Ho fatto tutto da solo!". Ah, ok, fine della storia allora! Mi viene da ridere pensando che si possa dare retta ad uno che ha ammazzato 100 persone però, in effetti, ci siamo bevuti Berlusconi per vent'anni senza fare una piega, quindi di tonni col bollino di qualità in giro ce n'é tanti. L'episodio è assurdo tanto quanto quello dell'11 settembre: esplosioni in centro e due ore dopo mega strage ed in posto in cui il premier avrebbe dovuto recarsi il giorno dopo. Una strage in perfetta scioltezza, in tranquillità, diciamo. Ora, per ragioni lavorative, mi è capitato di andare a riprendere Berlusconi in occasione di alcuni eventi relativi al terremoto del 2009 ad Aquila. Ebbene, una settimana prima, in giro già c'erano gruppi di bonifica dell'area che si assicuravano della sicurezza del premier. Si dirà che in Norvegia è tutto così calmo ... non fa mai niente nessuno ... bla bla. Beh, a ME non sembra che la Norvegia non abbia problemi. Cellule terroristiche sono segnalate da tempo, quindi almeno dei MINIMI in termini di sicurezza ci dovrebbero essere no? E nessuno ha messo un agentino di sicurezza, manco un guardiano con la scaccia cani, su un'isola senza vie di fuga dove di lì a 24 ore doveva recarsi Stoltenberg? Ammazza, normale! Poi appaiono queste millecinquecento pagine di deliri vari, ovviamente raccolti in capitoli così è più facile leggerli: credibilissimo. Esaltato di destra estrema fa tutto da solo. Ok, diciamo che le cose sono andate così e facciamola finita. Io però preferisco passare per "paranoico" e pensare che molto più banalmente e per una mera questione di soldi alla Norvegia sia stato fatto arrivare il chiaro messaggio di non rompere troppo i coglioni.
Una selezione di altri commenti: “voi, dopo aver fatto esplodere un bomba a 30 km di distanza, generando inevitabilmente allarme, andreste da soli su un isola dove ci sono 700 persone, tutte membri del partito di governo e dove ci sono i figli del primo ministro, senza avere degli insider e una logistica sul posto? Non c'era un servizio di sicurezza? Nemmeno per i figli del premier dopo un grave attentato? Cosa facevano? Nessuno si è posto domande? Neppure di fronte a uno armato fino ai denti? Neppure di fronte a un asserito poliziotto con le scarpe bianche? E' esplosa una bomba a pochi metri dall'ufficio del primo ministro alle 15:22. La sparatoria a Utoya, dove c'erano DUE FIGLI DEL PRIMO MINISTRO, è iniziata un'ora e mezzo dopo! Dire che la polizia ha reagito lentamente è troppo poco! Le stesse notizie di stampa evidenziano che subito dopo l’attentato di Oslo il primo ministro venne messo al sicuro. I suoi figli no? Perché no? Sull'isola, durante un convegno importante del maggior partito al potere, dove qualche giorno prima è passato pure il primo ministro, almeno una sezione di polizia armata ci dovrebbe essere a prescindere da ogni legame con la bomba ad Oslo.
A Columbine erano in due armati fino ai denti (secondo la versione ufficiale) in ambiente chiuso: hanno fatto 15 morti e 24 feriti. Come ha fatto questo a farne fuori 85 all'aperto da solo?
Breivik ha inaugurato la sua pagina FB solo qualche giorno prima dell'attentato, senza usarla, e sul suo twitter c'era solo una citazione. Le stesse notizie di stampa evidenziano che subito dopo l'attentato di Oslo il primo ministro venne messo al sicuro. I suoi figli no? PERCHE' NO?
Un massone neonazista fondamentalista cristiano ammiratore di Churchill e di un eroe della resistenza al nazismo è una contraddizione in termini.
Le prime segnalazioni di spari a Utoya sono delle 16:50. La polizia invia uno SWAT team solo alle 17:40. Non con l’elicottero perché, dicono, sarebbe stato troppo lento. Arrivati sulle sponde del lago verso le 18:00 fanno fatica a trovare una barca (?!) per cui approdano sull’isola solo alle 18:20. Il killer si arrende subito. Utoya dista dal centro di Oslo 30 km. In elicottero credo si impieghi qualcosa come 5 minuti... La polizia norvegese che si scusa per il ritardo di un'ora e mezza causato dalle ferie fa sembrare l'Italia un'utopia scandinava.

Webster Tarpley sul possibile movente:
Un movente: la Norvegia ha deciso di mettere fine ai bombardamenti della Libia entro il 1° agosto
Gli obiettivi degli attacchi terroristici norvegesi sono tutti espressamente politici, compresi gli uffici governativi e un campo estivo dei giovani del Partito Laburista oggi al governo, e quindi vanno in direzione della politica. Il governo della Norvegia è attualmente una coalizione composta dal Partito Laburista, il Partito Socialista di Sinistra, e il Partito di Centro. La Norvegia ha sempre cercato di coltivare una politica estera filo-araba, come si evidenzia nella sua sponsorizzazione degli accordi di pace di Oslo tra il primo ministro israeliano Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat a metà degli anni novanta. L'attuale governo ha annunciato la sua intenzione di concedere il riconoscimento diplomatico di uno stato palestinese nel prossimo futuro. Quando lo scorso febbraio è iniziata la destabilizzazione della Libia, il ministro degli Esteri norvegese Jonas Gahr Støre del partito laburista ha messo in guardia i partner della Norvegia nella NATO dal farsi coinvolgere.
Ma subito dopo, la Norvegia ha ceduto alle pressioni degli Stati Uniti e ha accettato di partecipare al bombardamento NATO della Libia per un periodo iniziale di tre mesi, inviando sei aerei che hanno effettuato circa il 10% di tutti i bombardamenti annoverati dall'Alleanza atlantica. Tuttavia, allo scoccare finale dei suoi tre mesi di impegno, la Norvegia aveva ridotto il suo contingente a quattro aerei per il mese di luglio, e il 10 giugno ha comunicato l'intenzione di ritirarsi del tutto entro il primo agosto dalla coalizione dei bombardamenti NATO.
La decisione norvegese di abbandonare la coalizione di attacco della NATO si è associata con una mossa simile dei Paesi Bassi, che è stata annunciata nella stessa data del 10 giugno. Gli olandesi hanno deciso di mantenere il loro contingente di sei aerei, ma non prenderanno più parte a bombardamenti su obiettivi a terra. D'ora in poi, gli olandesi sono disposti solo ad aiutare a far rispettare la no-fly zone attraverso l’interdizione aerea. C'era quindi la possibilità che l'esempio della Norvegia avesse potuto innescare una tendenza generale da parte degli stati più piccoli della NATO ad uscire dalla coalizione di bombardamento, in cui la loro presenza collettiva è altamente significativa.
Esponenti di spicco del governo norvegese sono stati tra i primi a minimizzare la presunta logica che sottostava al bombardamento della NATO, intanto che sollecitavano trattative: «Le soluzioni ai problemi in Libia sono politiche, non possono essere risolte con mezzi militari», ha dichiarato il Primo Ministro norvegese Stoltenberg ai giornalisti riuniti per una conferenza a Oslo il 13 maggio. «Stiamo sostenendo vigorosamente tutti gli sforzi intesi a trovare una soluzione politica alle sfide cui ci troviamo di fronte in Libia», ha aggiunto. Il governo norvegese ... ha promesso di ridimensionare il suo ruolo negli attacchi aerei alla Libia orchestrati dalla NATO dopo che il suo attuale impegno di tre mesi termina il 24 giugno. [4]
Questa era la politica dell'intero governo norvegese: «La Norvegia ridimensionerà il suo contributo con i caccia in Libia da sei a quattro aerei e si ritirerà completamente dalla operazione a guida NATO entro il 1° agosto», ha dichiarato venerdì il governo.... Il ministro della Difesa Grete Faremo ha detto che si aspetta la comprensione da parte degli alleati NATO perché la Norvegia ha una piccola forza aerea e non può "mantenere un grande contributo con i caccia durante un lungo periodo." La forza aerea della Norvegia sostiene intanto che i suoi jet F-16 hanno effettuato circa il 10 per cento dei bombardamenti aerei della Nato in Libia a partire dal 31 marzo. I partiti della coalizione di governo di centro-sinistra della Norvegia, erano stati in disaccordo sulla possibilità di estendere la partecipazione del paese, che avrebbe dovuto scadere il 24 giugno. La fazione più di sinistra nel governo, il Partito Socialista di Sinistra, si è opposta a una proroga, ma un compromesso è stato raggiunto affinché si rimanesse in funzione fino al 1° agosto con un minor numero di aerei. «È saggio porre fine al contributo dei caccia norvegesi. Ora la Norvegia dovrebbe impiegare i suoi sforzi per trovare una soluzione pacifica in Libia», ha dichiarato il deputato Baard Vegar Solhjell del Partito Socialista di Sinistra. [5]
Il Dipartimento di Stato si è lamentato della “mancanza di impegno” della Norvegia per l’avventura libica
La decisione norvegese di smettere di combattere la guerra contro la Libia, la prima di questo tipo da parte di qualsiasi membro dell'alleanza atlantica, ha attirato l'attenzione degli osservatori diplomatici, uno dei quali ha commentato che l'attuale governo di Oslo ha auspicato «un approccio nettamente più pacifico alle politiche globali da parte del governo norvegese .... [nonostante] le recenti pressioni da parte degli Stati Uniti in Norvegia affinché contribuisse maggiormente alla campagna militare in Libia. La Norvegia ha opposto resistenza a queste pressioni e ha spinto per un approccio più tranquillo agli attacchi della NATO sulla Libia guidati dagli USA, e ha rifiutato di fornire armi alla NATO, annunciando infine il mese scorso che la Norvegia avrebbe lasciato il suo ruolo militare in Libia dal 1° agosto. Nel mese di marzo, quando gli Stati Uniti stavano mettendo assieme il sostegno unilaterale volto a invadere la Libia, la Norvegia del ministro degli esteri Jonas Gahr Støre è stata una delle poche nazioni a mettere in guardia gli Stati Uniti contro l'intervento armato in Libia. La Norvegia inizialmente ha fornito sei aerei da combattimento per le operazioni di Libia e ha realizzato circa il 10% degli attacchi a partire dal 19 marzo. Tuttavia, i funzionari degli Stati Uniti hanno segnalato Norvegia e Danimarca per la loro 'mancanza di impegno' nella missione determinata a mandar via Gheddafi ... Altri legami Norvegia-Libia includono grandi interessi della Norvegia in Libia in materia di petrolio e fertilizzanti: la compagnia norvegese Statoil, posseduta dallo stato, ha circa 30 dipendenti presso i suoi uffici a Tripoli .... Aziende [norvegesi] hanno condotto importanti operazioni di business in Libia, in collaborazione con il regime di Gheddafi. » [6]
Allo stato attuale delle indagini, la migliore valutazione circa il motivo degli attentati norvegesi è quella di punire il paese per la sua politica estera indipendente e filo-araba in generale, e per il suo ripudio della coalizione dei bombardamenti NATO schierata contro la Libia in particolare.

Riferimenti
[4] “Libya solution more political than military-Norway,” Reuters, 13 May 2011, http://www.trust.org/alertnet/news/libya-solution-more-political-than-military-norway
[5] “Norway to quit Libya operation by August,” AP, June 10, 2011, http://www.signonsandiego.com/news/2011/jun/10/norway-to-quit-libya-operation-by-august/
[6] Tragic Irony Surrounds Oslo Bombing, Phuket Word, July 23, 2011, http://www.phuketword.com/tragic-irony-surrounds-oslo-bombings
originale: Webster Tarpley
Versione italiana:
25.07.2011
Traduzione a cura di PINO CABRAS

Sull’avventura libica:

domenica 20 novembre 2011

La partita a scacchi globale che si gioca in Siria - Israele in trappola?




Poiché ero preoccupantemente ignorante riguardo alla questione siriana e le vicende stanno prendendo una piega sempre più drammatica, ho deciso di auto-educarmi. In questo articolo condivido quel che ho imparato.
I testi che riporto vanno in profondità nella questione, per questo potrebbe essere opportuno dare prima un’occhiata a questo precedente articolo dedicato alla Siria, che può aiutare ad inquadrare lo scenario in una cornice globale:
Jonathan Steele, Syria needs mediation, not a push into all-out civil war
La Siria è sull’orlo della guerra civile e la Lega Araba ha deciso, scelleratamente, di spingerla oltre il precipizio. Qatar e Arabia Saudita, i falchi del Golfo, hanno trovato una sponda nel re Abdullah di Giordania, che finora era sempre stato un moderato. Il buon senso suggerirebbe che i governi arabi dovrebbero mediare tra il regime e i suoi avversari, ma hanno invece umiliato i governanti siriani sospendendoli dalla Lega Araba. Algeria, Libano ed Iraq si sono opposti a questa decisione, memori degli sfaceli che comporta una guerra civile. Libano e Iraq, che confinano con la Siria, non si possono permettere un bagno di sangue in quel paese, che tra l’altro li inonderebbe di profughi. Secondo la normativa della Lega araba il voto sarebbe dovuto essere unanime, quindi sarebbe da considerarsi nullo.
Gli scenari sono cambiati. Se prima le immagini erano quelle di un regime che sparava ai manifestanti disarmati, ora i rivoltosi sono bene armati, organizzati in un esercito e sono letali per l’esercito regolare e per le forze di polizia, sfruttando il fatto che operano da basi localizzate al di fuori della Siria. Se questo conflitto dovesse degenerare non sarebbe da escludere operazioni di pulizia etnica tra le diverse fazioni, come in Jugoslavia. I sunniti moderati, i cristiani e i kurdi, si preoccupano per l’ascesa della fratellanza islamica e dei Salafiti, che hanno preso il controllo dell’opposizione: preferiscono il regime al fondamentalismo islamico. Le grandi manifestazioni a favore del regime di Damasco e di Aleppo non possono essere ridotte a folle intimidite, minacciate o comprate.
Gli oppositori hanno già richiesto l’istituzione di una no-fly zone e un intervento sul modello libico, infuocando ulteriormente gli animi.
Servirebbe una mediazione internazionale che garantisse una transizione democratica che garantisse la tutela delle minoranze ed un’amnistia per il clan Assad. Come ci si può aspettare che lascino il potere visiti i precedenti di Mubarak, Gheddafi e Saddam Hussein? L’ONU non sembra intenzionata a svolgere questo ruolo di mediazione. Solo la Russia si è spesa in tal senso. La Lega Araba è vittima dell’isteria anti-iraniana di statunitensi, israeliani e sauditi. L’abisso della guerra civile in Siria è più reale di una loro mediazione, ed è incombente.

Alastair Crooke [diplomatico britannico] Syria and Iran: the great game, 4 novembre 2011
Il monarca saudita ha riferito che un cambio di regime in Siria sarebbe un evento devastante per la Repubblica Islamica iraniana, il suo acerrimo nemico. Il gioco è ormai scoperto: si istituisce un consiglio di transizione raffazzonato, che non ha legami con la società siriana, si fanno affluire insorti armati dai paesi confinanti, s’impongono sanzioni che danneggiano la classe media, si organizza una campagna mediatica di denigrazione di ogni iniziativa riformatrice del regime, si fomentano le divisioni tra l’esercito e l’élite siriana. Così il presidente Assad non potrà che cadere. L’Iran ha già fatto sapere che risponderà ad ogni intervento esterno in Siria. Gli elementi radicali che dirigono la rivolta indicano che la prospettiva, in caso di una loro vittoria, non sarà un processo di democratizzazione di stampo occidentale. Crooke ricorda che negli anni Ottanta aveva lanciato un analogo allarme a proposito dei mujaheddin afgani ma un politico americano gli rispose: “stanno facendo il sedere ai Sovietici”. Oggi gli Europei chiudono gli occhi, invece di domandarsi chi possano mai esser questi insorti così ben addestrati e così letali per le forze regolari siriane.
L’origine di questo sconvolgimento va ricercata nel fallimento israeliano di danneggiare seriamente Hezbollah durante la guerra libanese del 2006 e nella previsione che la caduta del regime di Assad avrebbe condannato Hezbollah e indebolito gravemente l’Iran. Fu il principe saudita Bandar a proporre di impiegare forze islamiche ed il suo progetto fu approvato. Il piano è stato messo in atto quando la caduta di Mubarak ha fatto sentire vulnerabile Israele. Poi è stata la volta del coinvolgimento di Sarkozy e Erdogan. Nonostante questo colossale dispiegamento di forze, l’esito non è scontato. Bandar non gode del consenso della famiglia reale saudita, che ha mire diverse e intende giocare la carta islamica per altri fini. Iran, Iraq, Algeria e occasionalmente persino l’Egitto hanno collaborato in seno alla Lega Araba per frustrare le manovre antisiriane dei paesi del Golfo. Inoltre, in sette mesi, le defezioni all’interno dell’esercito siriano sono state di entità trascurabile e la popolarità di Assad è ancora considerevole. Solo un intervento esterno diretto potrebbe modificare la situazione, ma equivarrebbe ad un suicidio politico per l’opposizione interna, che vuole evitare una guerra civile e che ora si trova contrapposta a quella esterna, interventista.
Stando così le cose, la Siria deve aspettarsi mesi di insurrezione fomentata dall’esterno, un costante stato di assedio ed incessanti frizioni internazionali. Scorrerà molto sangue. I Salafiti radicali (sunniti fondamentalisti), manovrati dai Sauditi e dai loro alleati nel Golfo, continueranno a seminare morte in Siria, Libia, Egitto, Libano, Yemen e Iraq. Vale la pena di rilevare il paradosso di potenze occidentali che, per instaurare la democrazia sul modello occidentale, utilizzano il fondamentalismo islamico, incluso Al-Qaeda (cf. Bengasi).

Joseph Massad [Columbia University], The struggle for Syria 15 Nov 2011 Al Jazeera.
È stato in Libia che le menzogne e la propaganda sono cominciate dalla prima settimana della rivolta: eccidi di dimostranti, distribuzione di viagra per stupri organizzati, uso di mercenari neri contro la sua popolazione, piano per l’impiego di armi chimiche contro le città insorte, uccisione di 50mila libici, ecc. Gli osservatori internazionali e le agenzie di stampa hanno mostrato che erano tutte pure invenzioni. Autentiche erano invece le bombe NATO che hanno ucciso i civili.
Ora stiamo assistendo ad un fenomeno analogo in Siria. I propagandisti sono ancora le nazioni del Golfo, con i loro media controllati dai governi, le potenze occidentali e i “rappresentanti” occidentali dei manifestanti siriani. In Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Marocco, Giordania, Oman e Arabia Saudita, dove le proteste, benché meno massicce, si sono protratte per mesi, la Lega Araba, istruita in tal senso dagli Stati Uniti, non ha proposto alcun intervento. In Libia e Siria è stata subito molto attiva. On è la prima volta che la Lega si schiera contro uno stato membro per facilitare un’invasione. È già successo con l’Iraq nel 1990/1991. Saddam Hussein era un brutale dittatore appoggiato dagli Stati Uniti e dalla Francia negli anni Ottanta, quando fu esortato ad invadere l’Iran, una guerra che causò la morte di un milione di iraniani e 400mila iracheni. Allo stesso modo, l’invasione dell’Iraq ha portato alla morte di centinaia di migliaia di iracheni, la distruzione del paese, una massiccia repressione e la diffusa corruzione del nuovo governo-fantoccio. Evidentemente le lezioni del passato non sono servite a niente.
La lezione più importante è che se si vive sotto un dittatore cliente degli Americani gli Stati Uniti faranno di tutto per sopprimere la rivolta e se ce la si fa ugualmente, organizzeranno e finanzieranno una contro-rivoluzione, direttamente o tramite i loro alleati: Arabia Saudita, Israele e Qatar. È quel che è successo in Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Marocco, Giordania, Oman e nella stessa Arabia Saudita. Se invece si vive sotto un dittatore che non è ostile all’Occidente ma non è neppure un burattino – l’Iran aiutò gli Americani a liberarsi di Saddam Hussein, la Siria li assistette quando si trattava di contrastare la sinistra libanese e l’OLP negli anni Settanta –
allora gli Stati Uniti appoggeranno la rivolta contro il dittatore, a patto che il successivo regime sia più remissivo e deferente, e tutto questo in nome della democrazia.  Anche i moti contro-rivoluzionari sono presentati come misure a favore della democrazia.
Dunque la domanda che dovremmo porci riguardo alla Siria è la seguente: l’obiettivo è quello di instaurare una vera democrazia oppure solo quello di rimuovere dal potere Assad? I precedenti iracheni e libici sembrano far propendere per la seconda. L’interrogativo che dovrebbero porsi i manifestanti è se la loro posizione ormai non sia quella di chi non può che uscire sconfitto, sia che vincano gli uni, sia che vincano gli altri.
Furono gli Stati Uniti a distruggere la democrazia in Siria nel 1949, con un colpo di stato della CIA. Sono ancora una volta gli Stati Uniti ad operare in modo tale da impedire una transizione democratica.
“Le mie più sentite condoglianze al popolo siriano”.

“In Siria è guerra – in maniera strisciante, ma sempre più rapida”
E’ difficile prevedere i prossimi sviluppi in Siria, ma la creazione di zone cuscinetto al confine con la Turchia e la Giordania potrebbe rappresentare la prima fase dell’internazionalizzazione della crisi – scrive il giornalista palestinese Abdel Bari Atwan
Viviamo in questi giorni le stesse circostanze che vivemmo vent’anni fa, quando i leader arabi si riunirono al Cairo sotto la cupola della Lega Araba e decisero a maggioranza di invitare le truppe straniere a scatenare una guerra per cacciare le forze irachene dal Kuwait. Anzi, non esageriamo se diciamo che la lite che ha avuto luogo nei corridoi della Lega Araba durante la conferenza dei ministri degli esteri, dopo che era stata emanata la decisione di sospendere la Siria, è la stessa che ebbe luogo nell’agosto del 1990, con una differenza fondamentale e cioè che nel ’90 si verificò tra la delegazione irachena (guidata da Taha Yassin Ramadan) e il ministro degli esteri kuwaitiano dell’epoca Sheikh Sabah al-Ahmad, mentre questa volta il litigio è avvenuto fra l’ambasciatore siriano Youssef al-Ahamd e il primo ministro e ministro degli esteri qatariota Sheikh Hamad bin Jassim Al-Thani.
La prima volta il regime siriano era schierato dalla stessa parte degli Stati del Golfo contro il regime iracheno, ovvero faceva parte del cosiddetto fronte dei paesi “contro”, ma soprattutto inviò truppe nella penisola araba per partecipare alla “liberazione” del Kuwait, ovvero per contribuire alle forze della “Tempesta nel deserto”. Ed ecco che ora la storia ritorna, ma in forma diversa, visto che il regime siriano si trova contro i propri alleati di un tempo, e forse di fronte a una nuova “tempesta nel deserto”. L’interrogativo è: la Siria andrà incontro allo stesso destino dell’Iraq? Bashar al-Assad e i vertici del suo regime faranno la stessa fine di Saddam Hussein, con le dovute differenze?
La decisione dei ministri degli esteri arabi, presa in tutta fretta in una seduta d’emergenza sabato scorso, apre la strada a un intervento militare straniero in Siria all’insegna della protezione del popolo siriano. Il ruolo della Lega Araba negli ultimi vent’anni si è infatti ridotto a fornire una copertura araba – a prescindere dalla sua legittimità o meno – agli interventi stranieri. Questo ruolo ebbe inizio in Iraq ed è proseguito in Libia, ed è probabile che nell’immediato futuro sarà la volta della Siria; e Dio solo sa – oltre all’America – a quale paese toccherà dopo.
Il presidente iracheno Saddam Hussein aveva alcuni amici, sebbene fossero Stati deboli o marginali (secondo alcuni) come lo Yemen, il Sudan, la Libia, la Tunisia e la Mauritania, a cui bisogna aggiungere l’OLP. Ma sorprendentemente il presidente siriano (come è emerso dal voto sulla decisione di sospendere la Siria) non ha trovato un solo amico che votasse contro la risoluzione ad eccezione del Libano e dello Yemen. L’Iraq si è astenuto. E perfino il Sudan assediato, smembrato e preso di mira non ha avuto il coraggio di opporsi alla decisione. Lo stesso dicasi per l’Algeria. Ciò fornisce una lezione che deve essere colta dal regime siriano, affinché ne tragga beneficio e sviluppi le sue politiche nella prossima fase – o meglio nei prossimi giorni – sulla base degli insegnamenti che ne ha tratto.
Non vi è dubbio che qualche “scenario” riguardo al prossimo eventuale intervento militare deve essere stato elaborato da mesi, forse da anni, poiché questa fretta nel decidere di delegittimare il regime siriano non può giungere per caso. Ogni cosa è avvenuta con estrema rapidità, a cominciare dal furioso impiego dei media, passando per l’improvviso assemblaggio del Consiglio nazionale siriano, per finire con le ripetute riunioni pubbliche dei ministri degli esteri arabi, caratterizzate da una “coraggiosa determinazione” e da una straordinaria “accuratezza” nel prendere le decisioni.
Il segretario generale della Lega Araba Nabil El-Araby ha affermato che la Lega si appresta ad approntare un meccanismo per fornire protezione al popolo siriano, ma non ha rivelato la natura di questo meccanismo: sarà un meccanismo arabo (improbabile), americano e occidentale (difficile, a causa del cambiamento delle strategie di intervento americane), o islamico (probabile, dopo i crescenti discorsi su un ruolo militare turco in Siria)?
Il regime siriano, a causa della sua erronea lettura della situazione sul terreno da quando ha sostenuto l’intervento militare internazionale in Iraq, ha reso più facile l’applicazione di questi scenari. Esso ha respinto tutti gli appelli e i suggerimenti che gli chiedevano e gli chiedono di fermare il ricorso eccessivo alle sanguinose soluzioni militari e securitarie per rispondere alle legittime richieste di riforma da parte del suo popolo. Ed ecco che ora, a causa di ciò, esso va incontro ad una internazionalizzazione della crisi siriana.
E’ difficile prevedere la natura della prossima mobilitazione militare contro la Siria, ma possiamo dire – sulla base di dichiarazioni rilasciate da alcune figure chiave dell’opposizione siriana che non parlano a vanvera – che la creazione di zone cuscinetto al confine con la Turchia e la Giordania potrebbe rappresentare la prima fase dell’internazionalizzazione. E’ evidente che vi è gran fretta di impedire che la crisi in Siria si trasformi in una guerra civile settaria che si estenda in particolare ai paesi del Golfo, e che vi è la necessità di risolvere la situazione rapidamente.
L’amministrazione americana ha imparato molto dalle lezioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Il principale insegnamento che ne ha tratto è di lasciare che siano gli arabi a combattere gli arabi, e i musulmani a combattere i musulmani, limitando il suo ruolo e quello degli altri paesi occidentali a un sostegno dalle retrovie o dal cielo. Questa conclusione è stata applicata con grande successo in Libia.
La Siria tuttavia non è la Libia, e ciò che vale per quest’ultima potrebbe non valere per la prima. Il regime siriano infatti gode tuttora di un certo sostegno all’interno – giacché un settore della popolazione lo appoggia per ragioni settarie o economiche – e all’estero, da parte dell’Iran e di Hezbollah, e in seconda battuta della Cina e della Russia. Forse la lezione più importante che il regime siriano ha tratto dalla Libia è la consapevolezza che, se dovesse avere inizio un intervento militare ai suoi danni, tale intervento si concluderebbe solo con la sua caduta, e ciò potrebbe spingerlo a combattere fino alla morte.
Potremmo dunque trovarci di fronte a una guerra regionale fra le più violente, la quale potrebbe cambiare la mappa demografica della regione prima ancora di quella politica. L’obiettivo principale di questa guerra sarebbe quello di cambiare i due regimi che ancora fanno parte del cosiddetto asse della resistenza, ovvero del “vecchio Medio Oriente”: il regime siriano e quello iraniano. L’interrogativo è dove sarà sferrato il primo colpo. Sarà rivolto contro l’Iran o contro la Siria, o contro entrambi i paesi allo stesso tempo? Ovvero, ISRAELE ATTACCHERÀ L’IRAN, E LA TURCHIA MEMBRO DELLA NATO ATTACCHERÀ LA SIRIA CON IL SOSTEGNO ARABO?
E’ presto per rispondere a questi interrogativi, ma l’unica persona che può fermare questa guerra, almeno per quanto riguarda la Siria, è il presidente Bashar al-Assad, qualora prendesse una decisione coraggiosa e iniziasse ad applicare alla lettera il piano arabo, bevendo l’amaro calice che bevve l’imam Khomeini quando accettò “obtorto collo” di fermare la guerra con l’Iraq e salvare il proprio paese – una decisione che successivamente trasformò l’Iran in una superpotenza regionale.
Ci auguriamo che il presidente Assad prenda questa decisione coraggiosa, e che non si affidi ancora per molto alle manifestazioni da un milione di persone – e soprattutto che prenda tale decisione nei prossimi giorni, rapidamente.
Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

Alastair Crooke è fondatore e direttore di Conflicts Forum, ed è stato consigliere dell'ex responsabile della politica estera della UE Xavier Solana tra il 1997 ed il 2003.
E' possibile spiegare quanto sta accadendo in Siria considerandolo alla stregua di un esempio di rivoluzione popolare araba allo stato puro, come un'insurrezione caratterizzata da una protesta non violenta e liberale contro la tirannia che ha finito per imbattersi in una pura e semplice operazione repressiva? A mio parere si tratta di un'ottica completamente errata e deliberatamente messa in piedi per servire ambizioni di tutt'altro genere. Chiudere gli occhi sugli avvenimenti siriani comporta un grosso rischio, quello di ignorare le potenziali implicazioni di un conflitto settario che non rimarrebbero confinate alla sola Siria. Uno dei problemi che si devono affrontare tentando di dare una spiegazione al paradosso siriano è che esiste una sincera richiesta di cambiamenti che proviene dall'interno del paese. A chiedere delle riforme è una grande maggioranza della popolazione siriana che avverte un senso di claustrofobia dovuto alla inerte mano pesante dello stato, e che percepisce l'altezzoso senso di sufficienza con cui la macchina burocratica assiste al suo affaccendarsi quotidiano ed alle sue tribolazioni. I siriani soffrono per una corruzione pervasiva e per le intromissioni arbitrarie delle autorità preposte alla sicurezza, che toccano la maggior parte degli àmbiti del vivere quotidiano. Questa richiesta di riforme è da sola una spiegazione sufficiente alle violenze siriane, come molti affermano? Che esista una richiesta di riforme da parte delle masse è un dato di fatto. Paradossalmente però, e contrariamente a quello che afferma certa narrativa del "risveglio", la maggior parte dei siriani è anche dell'opinione che il presidente Bashar Al Assad condivida la loro convinzione del fatto che le riforme siano necessarie. La popolazione di Damasco, di Aleppo, la classe media, quella mercantile e le minoranze non sunnite (che sono un quarto della popolazione) tra le altre, compresa la dirigenza dei Fratelli Musulmani, rientrano in questa categoria. Tutti pensano anche che non esista nessun altro in grado di condurre in porto le riforme.
Dunque, cosa sta succedendo? Perché il conflitto si è polarizzato e si è fatto tanto aspro, se esiste un consenso tanto condiviso? […]. Partendo da un profondo risentimento per l'erosione del potere sunnita, gli alleati di Zarqawi hanno sviluppato una dottrina politica secondo la quale la Siria ed il Libano non rappresentavano più dei territori da cui lanciar il Jihad, ma territori per il Jihad medesimo (contro gli sciiti così come contro altri). I salafiti siriani alla fine si sono messi sulla strada di casa, covando il loro risentimento. Molti di loro, siriani e non siriani, si sono stabiliti in villaggi di campagna prossimi alla frontiera con il Libano e con la Turchia e, così come avevano fatto i loro confratelli a Naher Al Barad, si sono imparentati con le famiglie locali. La violenza armata contro le forze regolari siriane nasce da questi gli elementi, come già successo in Libano nel 2007. A differenza dell'Egitto e della Tunisia, la Siria ha avuto centinaia di morti e molte centinaia di feriti nelle forze armate e nella polizia. (Daraa è qualcosa di diverso: a prendere le armi sono qui beduini che si muovono tra l'Arabia Saudita, la Giordania e la Siria).
Non è facile fare delle cifre, ma forse quarantamila o cinquantamila siriani hanno combattuto in Iraq. Grazie ai matrimoni contratti nelle varie comunità la base di sostenitori su cui possono contare è più estesa degli effettivi che hanno partecipato ai combattimenti veri e propri in Iraq. Il loro obiettivo in Siria è simile: porre le condizioni per il Jihad portando all'estremo i rancori di origine settaria; la stessa cosa che Zarqawi ha fatto in Iraq, attaccando la comunità sciita ed i suoi luoghi sacri. Allo stesso modo, essi stanno cercando di guadagnare terreno nella Siria nordorientale, e di fondarvi un emirato islamico di orientamento salafita destinato a funzionare in modo autonomo rispetto all'autorità statale.
Questo settore dell'opposizione non è interessato alle "riforme" o alla democrazia: essi affermano con chiarezza ed in modo pubblico che se rovesciare gli alawiti "sciiti" gli dovesse costare due milioni di morti, sarebbe comunque un sacrificio che varrebbe la pena di fare. Il fatto che si modifichi la legge vigente perché permetta l'esistenza di nuovi partiti politici o che si allarghino le maglie della libertà di stampa sono cose che li lasciano completamente indifferenti. Il movimento di Zarqawi rifiuta scopertamente ogni politica occidentale. […]. Il secondo lato della scatola siriana è rappresentato da alcuni gruppi in esilio: anch'essi sono ben finanziati dal governo statunitense e da altre agenzie estere, ed hanno legami con l'esterno del paese sia a livello locale che in Occidente. Le comunicazioni del 2009 partite dall'ambasciata statunitense a Damasco rivelano che un certo numero di questi gruppi e le emittenti televisive ad essi collegate hanno ricevuto decine di milioni di dollari dal Dipartimento di Stato e da altre fondazioni basate negli USA, nonché addestramento ed assistenza tecnica. Questi gruppi in esilio pensano di poter utilizzare con successo gli insorti salafiti per i propri scopi.
Gli esiliati speravano che un'insurrezione salafita contro lo stato, anche se confinata all'inizio nelle regioni periferiche del paese, avrebbe provocato una reazione governativa che avrebbe polarizzato un considerevole numero di persone su posizioni ostili nei confronti dello stato e che alla fine un intervento occidentale in Siria sarebbe stato inevitabile; il modello di riferimento è Bengasi.
Questo non si è verificato, nonostante i leader occidentali, come il ministro degli esteri francese Alain Juppé, abbiano fatto molto per mantenere aperta questa possibilità.
Sempre gli esiliati, spesso di orientamento laico e di sinistra, tentano anche di aggiustare la concezione della situazione siriana adottata dai mass media. Questi espatriati hanno allenato i salafiti nell'utilizzo delle tecniche caratteristiche delle "rivoluzioni colorate", per fare il ritratto di una storia di immotivata e gratuita repressione di massa portata avanti da un regime che rifiuta le riforme, intanto che l'esercito si disgrega sotto le pressioni esercitate su di esso perché si comporti come un carnefice nei confronti dei cittadini del proprio stesso paese. Al Jazeera e Al Arabia hanno messo del proprio nella diffusione di questa narrativa, trasmettendo racconti di testimoni oculari rimasti anonimi e riprese video, senza stare a far domande (si veda, per esempio, il caso di Ibrahim Al Amine).
I salafiti capiscono che gli esiliati li stanno usando per provocare incidenti, e quindi a rafforzare la narrativa mediatica della repressione portata avanti dall'opposizione esterna; la cosa potrebbe tornare utile anche agli interessi dei salafiti.
Le due componenti qui descritte contano su effettivi relativamente contenuti, ma la spinta emotiva che viene dall'amplificazione dello scontento sunnita e dalle riparazioni che esso pretende ha una portata più ampia e più significativa. Può facilmente trasformarsi in azioni concrete, tanto in Siria quanto nell'intera regione nel suo complesso. L'Arabia Saudita e gli stati del Golfo traggono esplicite rendite di posizione dai timori legati ad un "espansionismo" sciita e se ne servono per giustificare la repressione promossa in Bahrein dal Consiglio di Cooperazione tra Stati Arabi del Golfo e l'intervento militare nello Yemen, intanto che i clamori su questo settarismo assertivo vengono amplificate anche all'interno della Siria.
Gli ambienti clericali sunniti tentano di mettere il cappello sul "risveglio" arabo, come se fosse una risposta alla Rivoluzione Sciita in Iran. A marzo, Al Jazeera ha trasmesso un sermone dello sceicco Youssef Al Qaradawi, che ha alzato lo stendardo della restaurazione di una predominanza sunnita in Siria. A Qardawi, che ha una propria base in Qatar, si è unito il religioso saudita Saleh Al Luhaidan, che ha esortato perentoriamente ad "uccidere un terzo dei siriani, perché gli altri due terzi possano vivere".
E' chiaro che molti dei contestatori, nelle città che sono tradizionalmente centri di irredentismo sunnita come le siriane Homs e Hama, vengono dalle file dei sunniti in preda allo scontento, favorevoli alla cacciata degli alawiti e ad un ritorno della predominanza sunnita. Non sono salafiti, ma siriani appartenenti alla maggioranza per i quali gli elementi fatti propri dall'ascendenza sunnita, l'irredentismo e l'invocazione delle riforme, si sono fusi in un'unica rivendicazione. Una prospettiva molto preoccupante per quel quarto di popolazione siriana che appartiene alle minoranze non sunnite.
La marginalizzazione dei sunniti in Iraq, in Siria, e più di recente anche in Libano ha provocato scontento tra i sauditi ed in alcuni paesi del Golfo, proprio come tra i salafiti. La convinzione che Assad abbia tradito gli interessi dei sunniti in Iraq, anche se fondata su basi molto deboli, fornisce credibilità ai toni veementi caratteristici della tendenziosa campagna di informazione che Al Jazeera, finanziata dal Qatar, ha rivolto contro Assad.
La rivista francese Le Nouvel Observateur ha riferito di un attivista mediatico di Stoccolma che si è recato ampiamente per tempo ed in segreto a Doha, laddove il personale di Al Jazeera permetteva libero accesso al canale televisivo panarabo e addestrava il personale che vi lavorava a rendere più impressionanti le proprie riprese video: "Filmate donne e bambini. Insistete sul fatto che stanno usando slogan pacifici".
[…]. …l'altra dimensione degli avvenimenti siriani, che riguarda la posizione strategica della Siria come pilastro dell'arco che unisce il Libano del sud all'Iran. Questo ruolo rappresenta qualcosa che tutti coloro che negli USA ed in Europa si preoccupano in primo luogo della sicurezza di Israele hanno cercato di eliminare. NON È ALTRETTANTO CHIARO, TUTTAVIA, SE ISRAELE SIA ANSIOSO DI VEDERE ASSAD ROVESCIATO COSÌ COME LO SONO CERTE PERSONALITÀ DELLA POLITICA OCCIDENTALE. I POLITICI ISRAELIANI TRATTANO IL PRESIDENTE CON RISPETTO. E SE ASSAD DOVESSE LASCIARE, NESSUNO HA IDEA DI CHI POTREBBE SUCCEDERGLI IN SIRIA.
Gli Stati Uniti, storicamente, hanno tentato di intromettersi negli affari siriani perfino da prima del colpo di stato della CIA e del MI6 attuato nel 1953 in Iran contro il primo ministro Mossadeq.
Tra il 1947 ed il 1949 personalità del governo statunitense sono intervenuti negli affari siriani. Il loro intento era quello di liberare il popolo siriano da una élite corrotta ed autocratica. Ne venne fuori un disastro che alla fine sfociò nella presa del potere da parte della famiglia Assad. Le potenze occidentali possono anche essersi dimenticate di come sono andate le cose, ma, come ha fatto recentemente notare un commentatore della BBC, i siriani ne hanno sicuramente conservato memoria.
Fin dai tempi dell'invasione dell'Iraq nel 2003, gli USA hanno obiettivamente minacciato il presidente siriano con ultimatum continui, di concerto con Parigi, affinché facesse la pace con Israele. Assad rispedì al mittente tutte le minacce del 2003, cosa che diede origine ad una catena di pressioni e di minacce nei suoi confronti, compreso il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il tribunale speciale sulle vicende libanesi e l'azione militare israeliana volta a indebolire Hezbollah ed a mutare di segno l'equilibrio dei poteri in Libano a tutto detrimento di Assad. Gli USA hanno anche cominciato a finanziare i gruppi di opposizione siriani, almeno dal 2005 in poi; più recentemente hanno cominciato ad addestrare attivisti, anche siriani, sui sistemi per evitare l'arresto e sulle tecniche per comunicare in modo sicuro utilizando reti telefoniche abusive e software per internet. Queste tecniche, insieme all'addestramento di attivisti operato da organizzazioni non governative occidentali e da altre agenzie mediatiche, sono tornate utili anche all'insurrezione armata e militarizzata, almeno quanto lo sono state ai movimenti di protesta pacifici e filodemocratici.
Gli USA si sono adoperati anche per finanziare, direttamente o indirettamente, organizzazioni per i diritti umani che si sono rivelate molto attivi nel fornire agli attivisti che operano con i mass media casi non verificati di vittime della repressione e racconti di sedicenti testimoni oculari. Alcuni, come il Damascus Centre for Human Rights ammettono il loro accordo con lo US National Endowment for Democracy e con le altre organizzazioni da cui ricevono finanziamenti, per esempio il Democracy Council e l'International Republican Institute. La decisione del governo siriano di cacciare i giornalisti stranieri ha certamente contribuito a concedere alle fonti di informazioni controllate dagli attivisti all'estero carta bianca nell'imporre ai mass media la loro narrativa sugli avvenimenti siriani.
Il lato mancante del vaso di Pandora siriano, sul quale fino ad ora si è evitato di soffermarsi, è rappresentato dall'esercito siriano e dal suo comportamento nei confronti delle proteste. L'esercito, per la maggior parte addestrato allo stile russo, non ha esperienza di combattimento in contesti urbani complessi in cui dei contestatori autentici si trovino mescolati ad un piccolo numero di insorti armati che sanno come muoversi negli ambienti urbani, che hanno fatto esperienza di imboscate in Iraq e che abbiano l'intenzione di arrivare allo scontro con le forze di sicurezza.
L'esercito siriano non ha esperienza nel campo del contrasto alle insurrezioni; è cresciuto alla scuola del Patto di Varsavia, fatta di grandi manovre e di brigate dotate di armamento pesante, in cui la parola "moderazione" non rientrava a nessun titolo nel vocabolario. Carri armati e brigate corazzate non hanno alcuna utilità in operazioni che richiedano il controllo di una folla, soprattutto in aree ristrette e congestionate. Non sorprende che il movimento dei militari finisca per uccidere contestatori disarmati rimasti presi tra due fuochi, esasperando le tensioni con quanti chiedono sinceramente le riforme e lasciando attonito il pubblico. La reputazione dell'esercito ha innanzitutto risentito delle critiche. Anche se le storie che riferiscono di diserzioni di massa possono essere ascritte in blocco alla disinformazione, ai gradi più bassi si è comunque verificata una certa erosione della tenuta dei reparti; col crescere delle vittime anche la fiducia dei cittadini nei confronti dei militari ha vacillato. Solo che questo vacillare è cessato con il drammatico scontro verificatosi alla metà di giugno attorno alla cittadina di Jisir Al Shagour, vicino al confine turco.
[…]. L'opinione pubblica è polarizzata e carica di rancore nei confronti dei salafiti e dei loro alleati. Gli ambienti dell'opposizione laica e di sinistra stanno prendendo le distanze dalla violenza salafita: la contraddizione presente nelle divergenti aspirazioni degli "esuli" e dei salafiti, che li separa dal consenso della maggioranza del paese, adesso si manifesta con chiarezza. E costituisce in buona sostanza l'ultimo lato della paradossale "scatola" siriana.
In un clima simile l'introduzione plateale di una serie di riforme verrebbe interpretata dai sostenitori del presidente come un segnale di debolezza, se non di condiscendenza nei confronti di chi ha ucciso tanti poliziotti e tanti militari a Jisr. Non sorprende dunque che Assad si sia avvalso del discorso tenuto la scorsa settimana per parlare ai suoi sostenitori, sia per mettere in chiaro le difficoltà e le minacce che la Siria si trova ad affrontare, sia per stabilire le tappe di un percorso che conduca all'uscita da questa situazione pericolosa e verso riforme sostanziali.
In Occidente il discorso di Assad è stato ampiamente descritto come "deludente" o "non approfondito sui temi specifici", ma non è questo il problema. Se le cose non fossero arrivate a questo punto una serie di riforme radicali come quella invocata dal ministro degli esteri turco avrebbe potuto, ad un certo momento, avere un effetto shock tale da portare a profonde trasformazioni; è tuttavia dubbio che ormai questo possa succedere. Al contrario, ogni concessione strappata al governo da una violenza come quella vista a Jisr causerebbe con ogni probabilità l'ira dei sostenitori di Assad, ed altrettanto probabilmente non supererebbe il rifiuto categorico dell'opposizione militante, che cerca di esacerbare le tensioni al punto da far sì che l'Occidente si risolva a intervenire.
Il presidente Assad, precisando con attenzione alcuni passi avanti ed alcuni sviluppi da perseguire con determinazione, ha correttamente interpretato lo spirito della maggioranza dei siriani. A giudicare sarà il tempo, ma pare che Assad stia riuscendo ad emergere da una ingarbugliata serie di sfide in parallelo, direttegli contro sia da movimenti politici che da stati sovranim che riflette un ampio spettro di motivi di scontento, di interessi specifici e di motivazioni. Le radici di tutto questo sono lungi dal venir rimosse dalle questioni che riguardano le riforme legislative e politiche in Siria.
Se Assad considerasse l'insieme di tutto quanto sta contro di lui come il vero e proprio montare di un golpe morbido sarebbe difficile stupirsi. Può anche darsi che Assad si chieda fino a che punto il presidente Barack Obama sia al corrente di quanto sta succedendo in Siria. Sembra improbabile che le personalità statunitensi fossero del tutto all'oscuro della matrice di minacce che concorrono a minare la stabilità di Assad o ne ignorassero la natura. Se questo fosse davvero il caso, non sarebbe la prima volta che i siriani si trovano alle prese con un esempio di cattivo funzionamento tra "mano sinistra" e "mano destra" nello stile adottato da obama quanto a politica estera, con approcci di tipo contraddittorio portati simultaneamente avanti da personalità statunitensi differenti.
Se Assad riuscirà a venire a capo di tutte le sfide, come sembra probabile, il tono delle risposte fornite agli inviati arabi ed europei fa pensare che le riforme verranno davvero portate a termine, anche per proteggere l'etica resistenziale della Siria da minacce dello stesso genere che possano presentarsi in futuro.
Nel 2007, ha notato con ironia Assad in una considerazione aggiuntiva al suo discorso, non aveva avuto il tempo di portare a termine delle riforme degne di questo nome: "Noi non abbiamo neppure avuto il tempo di discutere alcunché che riguardasse, tra le altre cose, la legge sui partiti. Ad un certo punto bisognava tenere in considerazione innanzitutto l'economia, ma non avevamo tempo di farci un'idea precisa di quale fosse la situazione economica. Siamo stati coinvolti in una battaglia decisiva [sul fronte esterno], e dovevamo vincerla. Non è che ci fossero altre scelte...".
Adesso il fronte esterno decisivo è proprio quello delle riforme. Ma se lo scopo di tutto questo era quello di provocare un rovesciamento nell'equilibrio dei poteri in Medio Oriente, la cosa non ha funzionato. E' improbabile che Assad esca da questa storia più disponibile ad accettare le sfide dell'Occidente di quanto lo sia stato in passato.

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giovedì 17 novembre 2011

Il passato di Angela Merkel




Socrate ci ricorda che non è che solo perché uno si comporta come una persona autorevole lo è realmente. In tempi di crisi gli esseri umani cercano dei pastori ed il loro livello di discernimento critico si abbassa, anche drammaticamente. 
Angela Merkel, a 35 anni, era segretaria della sezione “agitazione e propaganda” della Freie Deutsche Jugend (Fdj), i giovani del partito comunista della DDR. A nessun comunista “tiepido” sarebbe mai stato assegnato un tale incarico. Sono passati poco più di vent’anni da quel periodo. Quanto può essere cambiata la sua personalità, se era una propagandista comunista in età adulta?
Il padre di Angela, Horst Kasner, era un pastore luterano che, nel 1954, aveva deciso di andare controcorrente e si era trasferito dalla Germania occidentale (repubblicana, democratica, libera) a quella orientale (totalitaria, sovietica, ufficialmente atea). Il partito seppe come ricompensarlo: gli affidarono un seminario, l’uso di due automobili ed un lasciapassare per circolare liberamente tra le due Germanie. Si guadagnò il soprannome di «Kasner il rosso». La figlia avrebbe fatto una brillante carriera accademica se fosse diventata un’informatrice della Stasi. Ma lei, ha raccontato al suo biografo, rinunciò, dichiarando di non essere certa di poter mantenere dei segreti. Nel 2005 ricordava di essere stata avvicinata da due agenti della Stasi; nel 2009, durante un’intervista televisiva, i due agenti divennero un solo agente. Curioso che una persona non riesca a rammentare aspetti cruciali di una scelta così fondamentale come quella di vendere o meno la propria anima.
Dopo la caduta del muro aderisce al Demokratische Aufbruch (Risveglio democratico), il cui presidente, Wolfang Schnur, si viene a sapere che collaborava con la Stasi. Costretto a dimettersi, il suo ruolo viene assunto dalla Merkel. Alle elezioni il suo partito prende meno dell’1% dei voti, ma viene scelta come portavoce del governo di Lothar de Maiziére. Nel frattempo il suo compagno, Joachim Sauer, viene assunto dalla statunitense Biosym Technology e poi dalla Accelrys, entrambe aziende che lavorano per il Pentagono. Il governo del cristiano conservatore Kohl sceglie proprio lei – divorziata, senza figli, in regime di convivenza e fino a poco più di un anno prima una funzionaria propagandista della gioventù comunista della DDR – per ricoprire l’incarico di ministro della Famiglia, della Gioventù e della Condizione femminile. Diventa vicepresidente del partito dopo aver perso un’elezione regionale perché anche Lothar de Maiziére viene riconosciuto colpevole di aver collaborato con la Stasi e si deve dimettere. Lo sostituisce. Alla fine degli anni Novanta uno scandalo sui finanziamenti fa fuori anche Helmut Kohl ed il presidente della CDU, Wolfgang Schäuble. Lei pugnala alle spalle il suo mentore con un articolo sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, si propone come paladina della moralità e diventa così presidente del partito dei cristiano democratici (ferocemente anticomunisti), un decennio dopo essere stata responsabile della propaganda tra i giovani del partito comunista. Nel 2003, consigliata da Jeffrey Gedmin, uno degli artefici del “Progetto per un Nuovo Secolo Americano” ed un europeista convinto, giustifica la guerra in Iraq.
Nel 2004 appoggia la candidatura alla presidenza tedesca di un banchiere Horst Köhler, fautore del Trattato di Maastricht, direttore del FMI, membro della Commissione Trilaterale, che si è dimesso nel 2010 in seguito alle polemiche scatenate da un suo intervento in Afghanistan, quando ha tranquillamente spiegato ai soldati tedeschi che combattono in Afghanistan che lo stanno facendo per ragioni di profitto: “Un paese delle nostre dimensioni, con la nostra attenzione alle esportazioni e il nostro ricorso al commercio estero, deve sapere che in caso di emergenza gli interventi militari possono essere necessari per proteggere i nostri interessi”

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P.S. A proposito, anche lei intende farci un sedere così (vedi foto)