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giovedì 8 dicembre 2011

La Bomba ad Orologeria del Debito (Francia, Italia, Spagna)



Qualche buon’anima potrebbe ricordare al professor Monti quel che dovrebbe già sapere, ossia che senza crescita quel debito non si paga e che la sua manovra ci manderà in recessione, aggravando drammaticamente il problema?
Perché la sinistra osanna un neo-liberista (orgoglioso di esserlo!) ammiratore di Marchionne e della Gelmini? 
Non lo sanno ormai anche cani e porci che è stato il neo-liberismo a causare la crisi scoppiata nel 2008 e che perdura da ormai quasi 4 anni?
Chiedereste ad una volpe di governare un pollaio?
Ciascuno raccoglierà quel che ha seminato.

venerdì 25 novembre 2011

"È successo un quarantotto!" - La rivoluzione del 1848 e quella del 2012



Per l’anno scolastico 2011-2012, il tema prescelto per il “National History Day”, un programma di didattica storiografica che coinvolge mezzo milione di studenti americani e 30mila insegnanti, è “Revolution, Reaction, Reform in History”.

In precedenza, ho scritto: “Mi aspetto un 1848 su scala globale e molto ma molto più poderoso e sanguinoso. Una cosa senza precedenti, tipo un 1789 planetario”:
Ho poi scoperto che lo ritiene possibile anche un giornalista dell’Indipendent (che mi ha anticipato di alcuni giorni!):
Andreas Whittam Smith, “Western nations are now ripe for devolution”, The Independent, 20 October 2011

Meglio dunque dare un’occhiata a questo famoso ’48.
Il “48” fu caratterizzato da malcontento popolare, irrequietudine, frustrazione, forte volontà di cambiare le cose, insofferenza e risentimento nei confronti di chi esercitava il potere economico e politico, defezioni tra i membri delle classi dominanti, crisi economico-finanziaria, crescenti disparità sociali, uso della forza da parte del governo per bloccare le proteste. Gli ingredienti ci sono già tutti.
Il 1848 fu transnazionale (Italia, Germania, Francia, Danimarca, Romania) e globale: gli attivisti neri per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti inviarono denaro ai rivoluzionari tedeschi, alcuni tra i quali, una volta sconfitti e trasferitisi negli Stati Uniti, ingrossarono le file degli abolizionisti, per gratitudine e per principio. Disoccupazione e carestia spinsero contadini, operai e classe media a fare causa comune. 
Il 48 scoppiò in primavera (“la primavera dei popoli”), già in estate (“l’estate rossa”) si verificò una scissione tra radicali socialisti e moderati liberali (come al tempo della Rivoluzione Francese: Mirabeau contro Robespierre), che all’Est si sommò ai dissidi interetnici. Queste divisioni indebolirono il movimento e vennero sfruttate dalla Reazione. In autunno ci fu un ritorno di fiamma del movimento rivoluzionario (”Estate Indiana”, specialmente in Italia e Germania meridionale), ma i potenti passarono al contrattacco: la contro-rivoluzione si concentrò sulla soppressione delle insurrezioni in Germania e Italia ed sulla guerra contro l’Ungheria, nel 1849. Alla fine, la Seconda Repubblica si convertì nel Secondo Impero (al tempo della Rivoluzione Francese: Direttorio e Napoleone Bonaparte). Nel 1851 gli Ungheresi si arresero.
Quasi ogni fase della rivoluzione fu preannunciata da eventi parigini, amplificati dal telegrafo, dal trasporto su rotaia e su nave a vapore, come un contagio. Ma, contemporaneamente, i rivoluzionari in fuga da Italia e Germania influenzarono le dinamiche rivoluzionarie francesi. Già allora, fatte le debite proporzioni, vi era un’interazione paragonabile a quella dell’era digitale: le istanze locali si riconoscevano in uno spirito comune, paneuropeo, solidale.
Il 1848 fallì perché il libertarismo nazionalista (che è prima di tutto conservatore) ebbe la meglio sulle rivendicazioni sociali e democratiche. Tuttavia, da quel momento, i regimi non-costituzionali furono costretti a mettersi sulla difensiva e rimasero isolati. La popolazione europea non era più disposta a rinunciare a certi diritti che ormai considerava fondamentali ed alla democrazia parlamentare che se ne doveva fare garante.

Nel 2012, Egitto, Grecia, Italia, Spagna e Francia saranno presumibilmente i paesi in cui l’impatto della crisi economica si farà sentire più pesantemente, almeno inizialmente, e quelle a maggior rischio di esplosione sociale proto-rivoluzionaria. Poi arriverà il momento del mondo anglo-americano, e saranno gli scossoni di un elefante. A quel punto l’Unione Europea come la si intende oggi e come la intendevano i suoi fondatori sarà un ricordo del passato. Tutto questo potrebbe essere evitato con la remissione dei debiti, ma non succederà mai: l’avidità di alcuni è senza limiti ed ogni rivoluzione offre l’opportunità di istituire nuovo ordini sociopolitici, a volte più autoritari di prima, se il terrore rivoluzionario ha sgomentato a sufficienza la popolazione. Non è improbabile che una svolta rivoluzionaria sia già stata prevista e programmata. Non è però chiaro come chi sta in alto possa sentirsi certo di poterla cavalcare, su un pianeta in subbuglio climatico e tettonico.

All’inizio del 1848 nessuno si aspettava che la rivoluzione fosse imminente, ma le precondizioni c’erano tutte. Oggi siamo in frangenti paragonabili a quelli del 1848. Negli ultimi 25 anni il divario tra ricchi e poveri è cresciuto stabilmente, la tendenza alla sperequazione si è diffusa come un contagio, a partire dagli Stati Uniti di Reagan e dal Regno Unito della Thatcher. Un recente studio dell’OCSE indica che persino Danimarca, Svezia e Germania sono state contagiate dal virus delle disparità. Oggi, nelle nazioni occidentali, il reddito medio della fascia più ricca (10%) della popolazione è nove volte superiore a quello del 10% più povero. I dirigenti in molti casi guadagnano 200 volte più dei loro dipendenti. Nessuna società può sopravvivere quando si trova alle prese con tali squilibri di remunerazione e tenore di vita, per di più in un contesto di incessante recessione, crescente disoccupazione, estrema difficoltà a trovare un primo impiego dignitoso, aumento dell’inflazione, contrazione dei salari, incremento del costo degli affitti e dei mutui. Non è certo per caso che il denominatore comune delle proteste degli indignati e degli occupanti di tutto il mondo è la rivendicazione di un sistema più equo, più rispettoso della dignità umana del 99%, contro l’avidità e la corruzione del 1%.
Anche le rivoluzioni del 1848 iniziarono in modo confuso, casuale, disorganizzato, guidate da intellettuali che non avevano alcuna esperienza politica e non erano uomini d’azione. La forza della spinta popolare si rafforzò a causa delle incertezze e delle repressioni dei governi ed il movimento si auto-organizzò spontaneamente, perché vi era l’esigenza di farlo.

FONTI:
Wolfgang Mommsen, 1848, die ungewollte Revolution: Die revolutionaren Bewegungen in Europa 1830-1849, Frankfurt/M.: Fischer Taschenbuch Verlag, 1998.
Mike Rapport, 1848: Year of the Revolution, New York: Basic Books, 2009.
Jonathan Sperber, The European Revolutions, 1848-1851, Cambridge: Cambridge University Press, 1994.

mercoledì 16 novembre 2011

Eurozombie




 “Enfin il est parti, le clown”, scrive a Michele Serra il suo cugino canadese (che farebbe meglio a preoccuparsi di Harper). Gli italiani hanno salutato con grande entusiasmo il cambio politico incapace - tecnocrate ortodosso. Si accettano scommesse su quanto durerà la luna di miele. Io penso che con l’inizio dell’anno prossimo gli umori saranno ben diversi. 
Per il momento solo in pochi sembrano aver accettato l’idea che siamo in chiusura di partita e che sarà un finale repentino e funesto (ma anche eccitante, in un certo senso). L’eurozona è moribonda e, a prescindere dai costi che comporta la sua dissoluzione, quest’ultima è inevitabile.
Paul Mason, pluripremiato editorialista economico della BBC, in un confronto pubblico con Gillian Tett del Financial Times, rivela: “Mi sono pervenuti degli studi bancari e le simulazioni producevano risultati così spaventosi che ho deciso che non si poteva riferirlo all’opinione pubblica senza seminare il panico”.
Una sintesi delle sue opinioni: quella greca è solo una tregua politica e potrebbe non tenere. La popolazione non si è ancora rivoltata solo perché i due partiti maggiori hanno ancora il controllo delle rispettive basi elettorali. Il governo Monti farà tirare un sospiro di sollievo che non durerà per più di un mese. Nei prossimi mesi si tornerà a parlare di protezionismo. Il costo del crollo dell’eurozona sarà catastrofico ma non per questo si potrà evitarlo. L’euro è già defunto. La Grecia non potrà fare altro che dichiararsi insolvente ed abbandonare l’eurozona. L’Irlanda forse si salverà per diventare un secondo Principato di Monaco, molto più grande. Il Portogallo non conta, non è sistemico, così tutti giochi si chiuderanno in Italia. I debiti non saranno ripagati ma la società ha il diritto di poter discutere quale strada prendere – quella di intaccare i risparmi o proclamare un giubileo dei debiti (cancellazione universale), come si faceva in Mesopotamia. Tutti hanno il diritto di discuterne perché le implicazioni sociali sono evidenti. È possibile che il Regno Unito aderisca ad un Euro Nordico. Più probabile è che lo faccia la Scozia. L’altra dibattente conclude il suo intervento prevedendo sommovimenti tettonici radicali che trasformeranno l’orizzonte europeo in maniera significativa e che potrebbero svolgersi molto più rapidamente di quanto la gente possa immaginarsi.
Se l’idea è quella di mettere in atto programmi di austerità in una fase di peggioramento degli standard di vita, aumento della disoccupazione, restringimento del welfare (servizi alle famiglie) e stasi o recessione economica, allora bisognerà mettere in conto disordini sociali su vastissima scala. In Irlanda, Grecia, Italia e specialmente in Spagna, dove la disoccupazione è al 23%, le obbligazioni sono già al 6% e sta per giungere al potere il leader di destra più reazionario dai tempi di Francisco Franco:
Che sarà affiancato da un superministro dell’economia scelto da, indovinate un po’, la Banca Centrale Europea:
“Si chiama José Manuel Gonzalez-Paramo, è un importante economista spagnolo e, soprattutto, membro del board della Bce di Mario Draghi. Se la notizia sarà confermata, dimostrerà il desiderio della Bce di controllare da molto vicino i conti dei paesi europei a maggior rischio”. 
Mentre in Italia la stampa è quasi uniformemente allineata al verbo ufficiale, nel Regno Unito si moltiplicano le critiche, come quelle di Daniel Hannan:
Quella di Fraser Nelson, “Europe’s hit squad”, The Spectator, 12 November:
che constata come i proponimenti della Merkel – occorre essere pronti ad agire più rapidamente ed in modi non convenzionali – e le esortazioni di Barroso – in Grecia serve una coalizione – siano sintomatici di una costante, cospicua diminuzione delle sovranità nazionali, che la Commissione Europea ormai rispetta solo a parole, non nei fatti. A farne le spese sono stati prima Papandreu e poi Berlusconi, che governava una nazione che, a parte gli interessi sul debito, era ed è ancora prospera, con uno degli avanzi primari più importanti del mondo tra le economie “avanzate”, un risparmio privato colossale, un debito pubblico stabilizzato. Nulla al confronto del Regno Unito, in cui il debito pro-capite è doppio rispetto all’Italia:
Nelson conclude la sua analisi spiegando che “quando gli imperi crollano, può succedere all’improvviso”.
C’è infine la critica di Ambrose Evans-Pritchard, in “Utopian Germans risk full-blown EMU depression”, The Telegraph, 15 novembre 2011:
…che ricapitolo in italiano: Francia e Belgio sono avviate al taglio del loro rating. Gli esperti della banca elvetica Pictet ammoniscono che la ricetta tedesca è esattamente quella che ha causato la Depressione negli anni Trenta del secolo scorso e condurrà al disastro. La BCE ha già affermato nel modo più esplicito possibile che l’Italia se la deve cavare da sola. La Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schauble spingono per una riconfigurazione dell’Unione Europea nel senso degli Stati Uniti d’Europa.
Evans-Pritchard aggiunge che non possono ancora spingere sull’acceleratore solo perché la corte costituzionale tedesca proibisce allo stato tedesco di delegare ulteriori prerogative di sovranità a Bruxelles. Il presidente della Corte Costituzionale, Andreas Vosskuhle, ha spiegato che, per istituire un’Europa federale “la Germania dovrebbe darsi una nuova costituzione e servirebbe un referendum”. Questo piano ha però prodotto una frattura all’interno dei Cristiano-Democratici. La prospettiva di un superstato europeo è ferocemente avversata dai Cristiano-Sociali bavaresi, una componente fondamentale della CDU. Una tale riforma richiederebbe una maggioranza di due terzi in entrambe le camere e la vittoria al voto referendario; tuttavia, al momento attuale, gli elettori tedeschi sono scettici e ci vorrebbero dai due ai tre anni per portare a termine una tale operazione, ipotizzando che tutto fili liscio. Certo, un aggravamento della situazione economica europea potrebbe fornire la tanto agognata “spintarella”.
Il Regno Unito è già mostruosamente indebitato (quasi il 500% del PIL, se si sommano debito pubblico, debito bancario, debito delle imprese, debito delle famiglie):
Perciò le isole britanniche saranno probabilmente tra i luoghi più caldi di Euro-America.
La gente è ancora tranquilla perché è stata abituata a privilegiare i beni di consumo rispetto ai suoi diritti. È bene non illudersi: molti Europei non avrebbero problemi a vivere in un sistema socio-politico come quello cinese, a patto che gli fosse garantito un certo tenore di vita. Ma questo, ormai, non è più possibile in Europa e negli Stati Uniti. Quando milioni di persone si troveranno con le spalle al muro e capiranno che le cose non si sistemeranno, che niente tornerà come prima e che non hanno più nulla da perdere, il contratto sociale tra masse e potenti sarà carta straccia.

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sabato 12 novembre 2011

L'Accordo di Bruxelles, la nave che affonda, l'orchestra che suona





La necessità è l’alibi del tiranno


Affossare le banche o le nazioni?

Al momento la prospettiva sembra essere quella di prosciugare il risparmio privato per salvare un sistema che è già un malato terminale. In pratica una redistribuzione delle ricchezze inversa a quella di Robin Hood: dai molti ai pochi, dai meno benestanti ai molto benestanti. Molti politici e finanzieri sono consapevolmente complici in questa impresa truffaldina. Altri sono dei conformisti che non hanno esaminato la situazione in modo approfondito, specialmente in una prospettiva storica e di economia politica. La conoscenza protegge, l’ignoranza espone ad ogni sorta di pericoli. Per questo è bene educare se stessi, continuativamente. 

Qualche mese fa la Dexia (una grossa banca franco-belga già salvata una volta) aveva superato brillantemente il nuovo stress test, più severo di quello precedente che aveva fatto passare le banche irlandesi, poi collassate.
è stato poi necessario salvare la Dexia con capitali pubblici.

"A stilare la pagella di Dexia a luglio sono stati Eba, Bce e Ue. I grandi censori che da un paio di anni bacchettano Atene per aver sbagliato a calcolare i suoi dati di bilancio. E che in questi giorni, con buona pace dei mercati, stanno lavorando alacremente per mettere a punto l'attesissima fase due dei nuovi stress test".


La Dexia, pur messa male, era messa meglio di: BBVA, La Caixa , Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Bankia e Unicredit.

La sorte della Dexia fa presagire il collasso finale del settore bancario europeo.
L’eurozona è la più grande economia del mondo. Questa è una crisi sistemica che minaccia l’economia globale. Se si arriva ad un crollo (il che è ormai quasi certo) la Germania dovrà dotarsi di una nuova valuta che la spingerà verso la recessione, e con essa il resto del mondo.
Allora gli eurocrati hanno proposta una scelta particolarmente appetibile, chiamata Accordo di Bruxelles: o vi sparate in testa oppure qui c’è il plotone di esecuzione. Per garantirsi, sono arrivate le nomine di Draghi (ex Goldman Sachs), Monti (ex Goldman Sachs), Papademos (ex vicepresidente BCE). L’ansia irritata dimostrata dalle autorità europee indica che sono perfettamente consapevoli che il treno si sta avvicinando rapidamente. Ciò nonostante, l’accordo peggiorerà le cose, invece di migliorarle.
L’Accordo di Bruxelles prevede tre cose: la risurrezione della Grecia, il salvataggio delle banche dell’eurozona, il salvataggio dell’Italia e della Spagna (per bloccare il declino della Francia).

1. RICAPITALIZZAZIONE DELLE BANCHE: la somma allocata è drammaticamente inadeguata rispetto all’obiettivo di raggiungere una capitalizzazione pari ad un rapporto del 9% rispetto alla loro esposizione. Per farcela le banche ridurranno la liquidità sui mercati proprio quando l’eurozona lotta per evitare la recessione.  Qualunque capitale pubblico che si rendesse necessario si aggiungerebbe al già enorme fardello dei debiti pubblici dell’eurozona.

Sta già succedendo:


2. RIPORTARE IN VITA LA GRECIA: si è deciso di tagliare 100 miliardi di euro di debito greco. 30 di questi verranno comunque dalle privatizzazioni (è rimasto ancora qualcosa da privatizzare?) e da ulteriori prestiti erogati dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria. Perciò in realtà il “condono” ammonta a 70 miliardi di euro (-19%). Insomma il debito totale sarà ridotto a 310 miliardi, mentre il PIL greco sarà sceso a 206 miliardi nel 2012. In cambio l’ulteriore appesantimento delle misure di austerità faranno in modo che l’economia greca continui a precipitare in caduta libera. Si tratta di un suicidio. Bene ha fatto Papandreu ad invocare un referendum popolare. L’Accordo di Bruxelles, oltre a dare il colpo di grazia alla Grecia, distruggerà anche la credibilità delle istituzioni europee.

3. EVITARE CHE ITALIA E SPAGNA ESCANO DAL MERCATO DELLE OBBLIGAZIONI: La Germania si è rifiutata di permettere alla BCE di fare come la Federal Reserve, stampando euro a più non posso per fornire liquidità a chiunque ne abbia bisogno, ritenendo che le conseguenze a lungo termine di una tale politica possono essere catastrofiche (potrebbero avere ragione). Tuttavia, a questo punto, il FESF dovrebbe usare 240 miliardi per garantire un buco da 3000 miliardi. Nessun investitore potrebbe prendere sul serio una garanzia del genere e lo dimostrano gli andamenti degli spread italiani e spagnoli. L’Accordo di Bruxelles rappresenta l’ammissione più lampante del fatto che l’Europa non è in grado di aiutare i due paesi. La richiesta di soccorso rivolta all’FMI e alla Cina certificano ulteriormente il fallimento.

In conclusione, gli eurocrati che governeranno Italia e Grecia in questa fase sono dei becchini, non dei salvatori.

FONTE: Yanis Varoufakis, Docente di economia politica all’Università di Atene.

Si veda anche il parere di un premio Nobel per l'Economia:
http://www.soldi-web.com/news-1/protagonisti/rogoff-laccordo-di-bruxelles-e-un-bluff
Il che  conferma le mie previsioni:


venerdì 28 ottobre 2011

la farsa europea in 12 punti




"Bene, ci sono volute dieci ore di vertice per scoprire, dalla voce di Nicolas Sarkozy alle 4 del mattino, quello che sapevamo da almeno tre giorni. Le Borse, giustamente, ieri hanno festeggiato non avendo ancora ben elaborato e digerito il polpettone europeo: fossi in voi, attenderei però lunedì per cantare vittoria. Vediamo nel dettaglio. Il vertice ha deciso che:
1) ci sarà un taglio nominale del 50 per cento del debito greco per i creditori privati, mentre quelli ufficiali (Bce e Fmi) non verranno interessati. Bene, lo sapevamo già e quindi il taglio reale sulo stock di debito greco si abbassa al 28 per cento.
2) Il rimanente del debito greco sarà rifinanziato a tassi preferenziali. Bene, lo sapevamo già. Quali tassi, però? Non si sa.
3) Lo swap su questi bond dovrà essere fatto entro fine gennaio prossimo: unica novità ma appare una mera scadenza temporale.
4) Maggiore supervisione dell’adesione greca al piano di austerity: Juncker, Barroso e soci ce lo stanno dicendo da settimane.
5) Il fondo EFSF sarà ampliato a leva di 4-5 volte: lo sapevamo già. Come? Nessun dettaglio è stato fornito.
6) Non ci sarà coinvolgimento della Bce nell’EFSF: lo sapevamo già, visto che è la conditio sine qua non imposta dal Bundestag alla Merkel per negoziare.
7) Il presidente Sarkozy chiederà il coinvolgimento della Cina nell’EFSF: novità, peccato che il prezzo da pagare – stante il no di Russia e Brasile, che al limite aiuteranno l’Ue solo attraverso l’Fmi (non hanno riserve come la Cina da poter rischiare attraverso uno strumento derivato ibrido come l’EFSF) – sarà l’apertura delle porte a Pechino di pacchetti azionari in primarie industrie e aziende Ue, oltre al riconoscimento della Cina come “economia di mercato”, quindi uno scontro politico e commerciale con gli Usa, oltre alla morte della manifattura europea e il trionfo del dumping.
8] Il fondo EFSF sarà un misto tra un’assicurazione diretta e un veicolo SPV in stile Enron: lo scrivo da almeno una settimana.
9) La potenza di fuoco stimata per il nuovo EFSF sarà tra 1 triliardo e 1,4 triliardi: lo ha imposto Wolfgang Schauble dieci giorni fa, non dovevamo aspettare l’annuncio di ieri.
10) L’Italia dovrà porre in essere specifiche misure per la riduzione del budget e del deficit: la vera novità sta nei contenuti (già bocciati da sindacati e opposizioni) ma l’esistenza della lettera era nota da almeno tre giorni, quelli seguiti all’aut aut europeo e che hanno visto l’ennesimo teatrino di Bossi sulla crisi di governo.
11) Le banche europee devono raggiunge requisiti minimi di capitale (ratio del Core Tier 1 al 9 per cento) e rifinanziarisi attraverso canali privati: lo sapevamo da settimane, addirittura il Fondo monetario lo ha detto a inizio agosto.
12) Se il capitale privato sarà insufficiente, i governi nazionali e in ultima istanza l’EFSF andranno incontro ai bisogni del settore bancario: lo sapevamo da settimane, peccato che la lotta per il finanziamento sull’open market porterà con sé un credit crunch (restrizione del credito) spaventoso tutto a carico di famiglie e imprese, la cifre richiesta per la ricapitalizzazione è solo 100 miliardi contro i 200 prospettati dall’Fmi e, soprattutto, l’EFSF non ha la Bce come backstop e prestatore di ultima istanza alle spalle.
L’Eba, l’Autorità bancaria europea, stima in 14,7 miliardi di euro le necessità per le banche italiane, in 8,8 per quelle francesi (ah ah ah, simpatici umoristi), in 5 miliardi per quelle tedesche, in 26 miliardi per quelle spagnole (15 per Santander e 7 per Bbva) e di 3,9 per la franco-belga Dexia. Ricordiamoci, però, che l’Eba è lo stesso organismo che non più tardi di quattro mesi fa fece il tagliando alle banche Ue attraverso gli stress tests promuovendole praticamente tutte – greche e Dexia comprese -, non contemplando il worst case scenario di un default sovrano con conseguente haircut obbligazionario e, dulcis in fundo, non si era accorta del portafogli cds da 5 miliardi dell’austriaca Erste perché nascosto nei bilanci come liquidità differita. Se l’Fmi parla di “almeno” 200 miliardi, significa che – come l’esperienza ci ha insegnato – le valutazioni dell’Eba vanno almeno raddoppiate.
Se poi nel primo periodo, quello di ricerca fondi sull’open market, anche un solo aumento d capitale da parte di una grossa banca continentale – con ogni probabilità francese – incorrererà in condizioni peggiori del previsto (costi troppo alti) o addirittura incapacità di portare a termine il processo con le proprie forze, immediatamente l’attenzione dei mercati si sposterà prima sui governi nazionali (pressione obbligazionaria e spread in aumento )e poi sul fondo EFSF e la sua capacità di onorare realmente, ovvero con soldi veri e non garanzie, gli impegni presi nel vertice dell’altra notte. Ad oggi, però, di quel fondo conosciamo solo la potenza di fuoco teorica: come raggiungerla, in che tempi e con quali soggetti partecipanti, restano domande inevase. Cui occorrerà dare risposte molto rapide, prima che i mercati capiscano l’inghippo: cosa che accadrà già lunedì mattina. La stessa Christine Lagarde, al termine del meeting di Bruxelles, ha detto chiaro e tondo che servono maggiori dettagli riguardo l’ampliamento e il potenziamento del fondo. Non hanno dubbi al riguardo alla RBC Capital, che ieri mattina molto presto ha diramato un report nel quale definiva le conclusione del vertice «al rialzo nelle intenzioni, al ribasso nei dettagli», visto che non si sa praticamente nulla del processo di leverage dell’EFSF, non si sa nulla dell’estensione del coinvolgimento del settore privato nel salvataggio greco e non si sa se e in quale misura altri paesi, come la Cina, accetteranno l’accordo comprando bonds.
«Hanno parlato talmente tanto di questa storia, che quanto comunicato al termine del meeting puzza già di vecchio», ha dichiarato alla Cnbc, Anthony Fry, presidente del ramo britannico della Espirito Santo Investment Bank. Riguardo la finanziarizzazione dell’EFSF, inoltre, è molto scettico anche Jacques Cailloux, economista per l’area euro di RBS: «La struttura che sta dietro questo veicolo SPV mi preoccupa. Sembra monolinea da un lato e un CDO dall’altro. Penso che questo non sia affatto la strumento adatto per i debiti sovrani dell’area euro. Ci sono già forti dubbi sia a livello di esecuzione che di implementazone e lo stesso schema assicurativo che viene contemplato è parecchio pericoloso». Inoltre, va sottolineato come il mercato stia già prezzando da tempo il debito greco al 50 per cento, addirittura alcune banche tedesche pur di scaricare il loro fardello, nelle ultime settimane hanno venduto trattando al 60-70 per cento.
«Ho paura che l’accordo greco creerà contagio su altre situazioni sovrane, come Portogallo, Spagna, Italia e Irlanda. Nel corso del processo sono quasi certo che saranno necessari altri haircuts, l’allungamento dei tempi prestabiliti dalle linee ufficiali e, probabilmente, una riduzione dei tassi d’interesse», conclude Cailloux. C’è poi la questione del rating sovrano dei paesi esposti sulla Grecia, vedi Francia e Germania, la cui tripla A non appare più così scontata. Unica nota positiva, la totale volontarietà del piano di tagli obbligazionario che scongiura l’attivazione delle clausole di default dei contratti cds: dieci ore di meeting più giorni di preparazione, forse, avrebbero meritato almeno un topolino più pasciuto partorito dalla montagna europea".

http://www.rischiocalcolato.it/2011/10/la-farsa-europea-in-12-punti.html.

LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/crisi-europea-generata-per-accentrare.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/la-stiamo-perdendo-la-stiamo-perdendo.html
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/psicopatici-al-potere-conoscerli-per.html

martedì 25 ottobre 2011

la costruzione e successiva distruzione della Spagna

ottimo e divertente/deprimente video che riassume la strategia di distruzione di un'intera nazione, la Spagna ma che, mutatis mutandis, vale per l'economia globale.
Riduzione delle masse alla servitù della gleba, dove la gleba del terzo millennio è il debito.
Sottotitoli attivabili
http://www.youtube.com/watch?v=VjVn4qkca28&feature=youtu.be

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http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/psicopatici-al-potere-conoscerli-per.html.