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giovedì 22 dicembre 2011

Mandela - Nobel per la pace, rivoluzionario, amico di Gheddafi




È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta
Nelson Mandela


Nessun paese può rivendicare di essere il poliziotto del mondo e nessuno stato può dettare a un altro cosa deve fare. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici oggi hanno l’impudenza di dirmi di non fare visita al mio fratello Gheddafi. Mi suggeriscono di essere ingrato e di dimenticarmi del passato
Nelson Mandela

Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e primo presidente nero del Sudafrica nel 1994, era considerato un terrorista dal governo sudafricano ed il suo nome, come quello di altri membri dell’African National Congress, è restato fino al 26 giugno 2008 sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano, tanto che per poter entrare negli Stati Uniti aveva bisogno ogni volta di uno speciale nullaosta. Hanno alterato la lista espungendo il suo nome solo in previsione del suo 90° compleanno, il 18 luglio 2008.
Il movimento di liberazione African National Congress (ANC), da lui capeggiato, si era dato alla resistenza armata creando una rete di guerriglieri (Umkhonto we Sizwe, la Lancia della Nazione) dopo che anni di protesta nonviolenta contro l’apartheid non avevano portato ad alcun progresso. Inizialmente si era speso assieme al suo amico, l’avvocato Oliver Tambo, per fornire rappresentanza legale pro bono o comunque ad un costo accessibile ai neri. Ma la misura fu colma, a giudizio di Mandela, che era già stato incarcerato dal 1956 al 1961 per la durata di un processo per “alto tradimento” che si concluse con la sua assoluzione, con il Massacro di Sharpeville, il 21 marzo 1960, quando la polizia aprì il fuoco contro una folla di dimostranti neri uccidendo 69 persone in conseguenza del fatto che, come dichiarò il colonnello Pienaar, “la mentalità indigena non permette di radunarsi pacificamente. Per loro un raduno significa violenza”. I sabotaggi e gli attentati causarono decine di morti e centinaia di feriti tra i militari, ma anche tra civili bianchi e neri. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha stabilito che Umkhonto we Sizwe si macchiò di continue violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e l’esecuzione sommaria di agenti del regime sudafricano, sebbene queste pratiche non fossero mai state ufficializzate dall’ANC. Nel 1985 rifiutò la libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata motivando la sua scelta con queste parole: “solo gli uomini liberi possono negoziare. Un detenuto non può instaurare alcuna relazione contrattuale”.
Per circa 40 anni dovette fronteggiare non solo l’oppressione bianca sudafricana, ma anche l’opposizione di Stati Uniti, Regno Unito (le scuse ufficiali sono arrivate solo nel 2010), Francia (fino al 1981) e persino Israele:

Nel corso di un’intervista al Larry King Live (16 maggio 2000), Mandela ha espresso il suo punto di vista sul suo passato.
KING: Lei è stato un terrorista?
MANDELA: Beh, il terrorismo dipende da…
KING: …da chi vince.
MANDELA: precisamente. Mi chiamavano terrorista, ma quando fui rilasciato molte persone mi abbracciarono, anche i miei nemici di un tempo. E questo è quel che dico alle persone che dicono che chi combatte per la liberazione del proprio paese è un terrorista. Dico loro che anch’io lo sono stato, ma oggi sono ammirato da quelle persone che dicevano che ero un terrorista.
KING: è mai riuscito a spiegarsi l’apartheid?
MANDELA: è difficile capire un fenomeno del genere, ma penso che in una nazione come il Sudafrica, dove la stragrande maggioranza della popolazione era nera e chi comandava rappresentava solo il 14 per cento della popolazione, l’apartheid era il modo migliore per difendere la supremazia bianca, tagliandoci fuori completamente dai diritti di cittadinanza.
KING: Come l’hanno trattata in carcere?
MANDELA: all’inizio molto male e ci è toccato lottare per un trattamento più dignitoso. Questa lotta ha portato buoni frutti.  
KING: come ci siete riusciti? Come si combatte il sistema?
MANDELA: all’inizio abbiamo fatto degli scioperi della fame, una delle migliori armi a disposizione per dei detenuti. Ci siamo rifiutati di eseguire dei compiti umilianti, sopportando le punizioni conseguenti. Ma abbiamo insistito.
KING: erano concesse delle visite?
MANDELA: potevo vedere i membri della mia famiglia solo ogni sei mesi. Nessuno al di fuori della cerchia famigliare.
KING: come ha fatto a tirare avanti?
MANDELA: ero circondato da persone brillanti, alcuni di loro con un’eccellente educazione ottenuta in università straniere, persone che avevano viaggiato ed era un vero piacere sedersi con loro e fare conversazione. Mi hanno arricchito. E poi ci hanno concesso ottime letture. Così abbiamo scoperto che anche il solo fatto di sedersi e di pensare era il miglior modo di mantenersi freschi e in forma, capaci di affrontare i problemi di ogni giorno e di esaminare il nostro passato. Era possibile prendere le distanze da se stessi e riflettere sul proprio comportamento, se ero stato all’altezza di qualcuno che aveva cercato di porsi al servizio della società, e ci furono molti casi in cui mi sono vergognato di me stesso.
KING: ad esempio?
MANDELA: quando arrivai a Johannesburg dalla provincia non conoscevo nessuno ma molti sconosciuti furono gentili con me. Poi finii in politica e divenni un avvocato, così impegnato da non pensare che avrei dovuto tirarmi fuori il tempo per le persone che avevano fatto così tanto per me. È stato solo in prigione che mi sono reso conto di aver fatto qualcosa di imperdonabile, di non aver apprezzato l’ospitalità che mi veniva data da persone che non conoscevo, la loro generosità. Il fatto di essere diventato un avvocato, dimenticandomi di loro, mi faceva male.
KING: lei ha fatto amicizia con le guardie, vero?
MANDELA: abbiamo appoggiato le guardie che ci rispettavano e abbiamo visto che non esisteva un sostegno monolitico per l’apartheid. Ci sono sempre persone che ragionano umanamente.
KING: alcuni di loro erano analfabeti. Li ha aiutati a scrivere lettere ed alcuni di loro aveva delle cause in corso e li aiutò anche in quello?
MANDELA: proprio così. Lo facevamo perché quelli in alto se ne fregavano di quelli in basso, li trattavano come stracci. Abbiamo fatto cambiare le cose perché trattavamo tutti come degli esseri umani, con delle speranze e delle aspirazioni.
KING: dopo 26 anni di prigionia, ha chiesto di ritardare il rilascio di tre settimane.
MANDELA: certamente non vedevo l’ora di andarmene, ma volevo che la mia liberazione fosse organizzata come si deve e potessero essere presenti le persone che mi avevano ospitato da giovane e la generosità dei quali non avevo ricambiato. Volevo avere l’opportunità di ringraziarli personalmente per tutto quel che avevano fatto per me.
KING: non ha mai odiato i suoi carcerieri?
MANDELA: No, perché bisogna tener conto del fatto che nella situazione in cui eravamo una promozione dipendeva dal proprio sostegno all’apartheid e perciò le persone buone si capiva che avevano l’atteggiamento di chi ti vorrebbe dire che quel che fa lo fa solo per la promozione, non per cattiveria. Alcuni di loro sono diventati amichevoli e non hanno mai mortificato la nostra dignità.

Perché rimase amico di Gheddafi fino all’ultimo?

sabato 5 novembre 2011

Israele, l'atomica e l'apartheid sudafricano



"Fratelli d'armi": il patto segreto di Israele con il Sud Africa dell'apartheid
DI CHRIS McGREAL
The Guardian
Nel corso della seconda guerra mondiale, colui che stava per diventare il Primo ministro del Sud Africa dell’apartheid, John Vorster, fu arrestato dalle autorità britanniche per le sue attività in favore della Germania nazista. Ma trent’anni dopo, quell’uomo sarà accolto in pompa magna a Gerusalemme. Il giornalista del Guardian Chris McGreal, che ha svolto una grande parte della sua carriera tanto nel Sud Africa quanto nell’area israelo-palestinese, sta per pubblicare una lunga inchiesta sull’alleanza militare clandestina tra Israele ed il regime dell’apartheid, che trova il suo coronamento con lo sviluppo, in comune, dell’arma nucleare.
Qualche anno fa, a Johannesbourg, incontrai una donna ebrea, della quale la madre e la sorella erano state assassinate ad Auschwitz. Poco dopo venne il suo turno di entrare nella camera a gas. Ma avvenne un miracolo, e la decisione di mandare a morte il gruppo dei condannati, di cui faceva parte Vera Reitzer, fu annullato all’ultimo momento. Vera Reitzer sopravvisse all’inferno di Auschwitz, si sposò poco dopo la guerra ed emigrò in Sud Africa.
All’inizio degli anni ‘50 aderì al Partito Nazionale (PN) che aveva appena vinto le elezioni (riservate alla popolazione bianca, Ndr) su una base apertamente razzista e segregazionista. Fu in quel momento che il Primo Ministro del PN, Malan, introdusse al Parlamento una nuova legislazione, che richiamava prepotentemente le leggi di Norimberga adottate da Hitler contro gli ebrei: la «Legge portante del censimento della popolazione» di Malan classificava i sudafricani secondo la loro razza, proibiva il matrimonio e le relazioni sessuali tra popolazioni di diverso colore, e impediva ai neri l’accesso a molte professioni.
Vera Reitzer non volle tuttavia contraddire il fatto che ella stessa, sopravvissuta al genocidio, potesse aderire ad un sistema che richiamava, nella filosofia di base se non nell’ampiezza dei suoi crimini, ciò al quale ella era riuscita a sopravvivere. All’epoca, ella pensava che l’apartheid era una necessità, tanto per prevenire la dominazione da parte dei neri, che per arginare il comunismo, che trionfava nello stesso momento nel suo paese d’origine, la Yugoslavia. La Reitzer dichiara oggi la sua convinzione che gli africani fossero inferiori agli altri esseri umani, e che di conseguenza non dovessero essere trattati allo stesso modo. Io le feci osservare che Hitler diceva la stessa cosa di lei in quanto ebrea. Ella mi chiese allora di porre fine alla conversazione.
La Reitzer non era un caso isolato in quella comunità ebraica del Sud Africa, della quale molti membri manifestavano entusiasmo per l’apartheid e la loro personale appartenenza al Partito Nazionale. Del resto, ella era una rappresentante in vista della comunità, impegnata nell’Associazione dei Sopravvissuti dell’Olocausto, mentre gli ebrei che militavano contro il sistema dell’apartheid al contrario erano frequentemente denunciati dalla loro stessa comunità.
Numerosi israeliani respingono con orrore l’idea che il loro paese, nato sulle ceneri del genocidio e che si è costruito sugli ideali del giudaismo, possa essere comparato ad un regime razzista. Pertanto, durante gli anni, la maggioranza degli ebrei sudafricani, non solamente non hanno lottato contro il sistema dell’apartheid, ma al contrario hanno prosperato sotto la sua ala protettrice, anche se qualche membro di quella comunità ha occupato un posto di rilievo nei movimenti di liberazione. Al contempo, gli stessi governi israeliani hanno sottovalutato le critiche ad un regime i cui dirigenti, precedentemente, avevano manifestato ammirazione per Adolf Hitler. Per trent’anni, la celebre «purezza dei soldati» - il termine usato da Israele per vantare la superorità morale dei suoi soldati - fu segretamente sacrificata, poiché l’avvenire dello Stato di Israele si stava intrecciando strettamente con quello del Sud Africa tanto che i livelli dirigenziali della difesa israeliana finirono per convincersi che la relazione con il Sud Africa fosse vitale per il loro stesso paese.

L’antisemitismo Afrikaner
(Nota del traduttore: la storia coloniale del Sud Africa si è sviluppata in più tappe. Nel XVII secolo, la conquista del paese comincia con l’arrivo dei coloni di origine olandese, che si definivano appunto «Afrikaner», e parlavano una lingua molto simile all’olandese, l’Afrikaans. Ma l’Impero britannico penetrò a sua volta nel paese. Entrò in competizione con i primi colonizzatori, gli Afrikaner. Ne scaturirà una guerra tra le due forze, la guerra dei «Boeri» (1899-1902, Boero in olandese significa paesano, la colonizzazione era stata prima di tutto rurale, prima lo sviluppo delle risorse minerarie e industriali del paese con una mano d’opera nera privata di ogni diritto. Dopo il 1902 e la disfatta degli Afrikaner, il Sud Africa entrò nella sfera dell’Impero britannico, senza che ciò mettesse fine alle volontà «indipendentiste» - per modo di dire, essendo la maggioranza nera condannata ad uno sfruttamento ancora più feroce – dagli Afrikaner che facevano parte della popolazione bianca. Nel 1948, il PN Afrikaner vince le elezioni com’era previsto, realizza il regime dell’apartheid, e rompe ufficialmente gli ultimi legami con l’Impero britannico nel 1961).
Obiettivo dell’apartheid era l’introduzione della segregazione in tutti i livelli di vita e della società, dal lavoro alle camere da letto, anche se i bianchi dipendevano dai neri, sia come mano d’opera che nei servizi domestici. La segregazione prese in seguito l’appellativo di «sviluppo separato» e si crearono i «bantustan», cinque aree nominalmente indipendenti, dove si ammucchiavano milioni di neri sotto la sferza di potentati locali, al soldo dei dirigenti (bianchi) di Pretoria, la capitale.
Allorché il PN prese il potere per la prima volta a Pretoria, nel 1948, i sudafricani ebrei – dei quali la maggior parte era arrivata alla fine del XIX secolo, fuggendo dai pogrom dell’Impero zarista in Lituania e in Lettonia soprattutto – avevano qualche problema di cui preoccuparsi. Una decina d’anni prima di prendere i comandi del governo, cioè nel 1937, Malan dirigeva in effetti l’opposizione all’accoglienza degli ebrei tedeschi cacciati che stavano per essere ammessi in Sud Africa. «Si dice che io me la prenda con gli ebrei in quanto ebrei. Ebbene, permettetemi di dirvi che questo è perfettamente esatto», si vantava così Malan davanti al Parlamento sudafricano nel 1937.
I pregiudizi antisemiti nella popolazione Afrikaner si erano sviluppati dopo il successo economico ottenuto dagli ebrei a partire dal 1860, consecutivamente alla corsa verso le miniere di diamanti di Kimberly. All’inizio del XX secolo, un inviato speciale del giornale The Manchester Guardian, chiamato JA Hobson, raccontava per esempio che la guerra dei Boeri era sentita, sul posto, come una guerra condotta nell’interesse «di un piccolo gruppo di finanziatori stranieri, principalmente di origine tedesca e di razza ebraica». Cinquantanni dopo, Malan ed i suoi uomini erano sempre convinti di queste teorie di complotti. Hendrik Verwoerd, direttore di un giornale violentemente antisemita, Die Transvaler, e futuro autore di un progetto di «Grande apartheid», accusava gli ebrei di controllare l’economia. Prima della seconda guerra mondiale, una confraternita segreta Afrikaner, la Broederbond – della quale Malan e Verwoerd erano membri - entra in relazione con i nazisti. Un altro membro della Broederbond e futuro Primo Ministro, John Vorster, fu incarcerato durante la seconda guerra mondiale (quando il Sud Africa era ancora dominato dalla Gran Bretagna), per i suoi legami con i nazisti, e con la milizia fascista locale delle «Camicie Grigie».
Don Krausz, che presiede oggi l’Associazione dei Sopravvissuti all’Olocausto, è arrivato in Sud Africa nel 1946, dopo essere passato attraverso i campi di concentramento di Ravensbrück e Sachsenhausen, ed ha perso gran parte della sua famiglia durante il genocidio. «I nazionalisti avevano un programma elettorale fortemente antisemita nel 1948. La stampa Afrikaans era scelleratamente anti-ebraica, la si poteva paragonare a ciò che era lo Stürmer nella Germania di Hitler. Quando si era ebreo, all’epoca, si aveva paura dell’Afrikaner. Mia moglie è originaria di Potchefstroom, in quella che era allora la provincia più Afrikaner del Transvaal. Ogni volta che un ebreo arrivava nella località, poteva essere sicuro di avere dei fastidi con le Camicie Grigie. Non c’è alcun dubbio che nelle città e località a predominanza Afrikaner, gli ebrei erano tormentati. Ecco chi erano i tipi saliti al potere nel 1948 ... Si temeva il peggio », ricorda Don Krausz.
Helen Suzman, laica di origine ebraica, fu per lungo tempo la sola voce anti-apartheid al parlamento sud-africano. Racconta «Gli ebrei non paventavano una replica del genocidio, ma temevano l’adozione di leggi razziali tipo Norimberga, per esempio leggi che avrebbero impedito loro l’esercizio delle rispettive professioni. Il nuovo governo aveva previsto l’accentuazione della segregazione razziale, e gli ebrei si domandavano quale sarebbe stata la loro sorte in particolare».
La paura fu tuttavia di breve durata perché, se il governo adottò effettivamente delle dure leggi razziali, gli ebrei ne furono esonerati. Il governo dell’apartheid, fondato sulla supremazia bianca, doveva tenere conto delle realtà demografiche, e considerava che non poteva permettersi il lusso di privarsi di una parte della popolazione bianca, benché ebrea. Nello spazio di qualche anno, molti ebrei giunsero alla condizione nella quale non solamente essi non avevano più paura, ma avevano trovato sicurezza ed un incarico nel nuovo sistema. Vi furono anche quelli che vi trovarono un parallelo tra questo rinnovamento del nazionalismo Afrikaner ed il rinnovamento ebraico incarnato da Israele.
Molti Afrikaners consideravano che la vittoria elettorale del Partito Nazionalista li liberasse dal detestato ordine britannico. I campi di concentramento creati dai britannici, durante la guerra dei Boeri per rinchiudervi gli Afrikaners ribelli, non potevano certo essere paragonati a quelli dove i nazisti mettevano gli ebrei, ma la morte di 25.000 donne e bambini, per fame e malattie, aveva lasciato tracce profonde nella memoria Afrikaner, una memoria analoga a quella del genocidio, sulla quale Israele ha costruito la sua identità. Lo stesso regime Afrikaner, cavalcò l’idea che gli Afrikaners dovessero difendere i loro interessi, o affrontare l’annientamento.
(...)
E poi c’era Dio. La Chiesa Riformata Olandese andava cercando giustificazioni all’apartheid nell’antico testamento e nella storia Afrikaner, affermando che la vittoria, già antica, degli Afrikaners sul popolo Zulù nella battaglia di Blood River era un segno che l’Onnipotente era dalla parte dell’uomo bianco.
«Gli israeliani dicono di essere il popolo eletto, scelto da Dio, e trovano una giustificazione biblica al loro razzismo ed al loro esclusivismo sionista», dice Ronnie Kasrils, ministro delle informazioni del nuovo Sud Africa, post-apartheid. Ronnie Kasrils, che è ebreo, ha lanciato una petizione diretta agli ebrei del Sud Africa, chiedendo loro di protestare anche loro contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
«C’è una similitudine con gli Afrikaners dell’epoca dell’apartheid; essi stessi facevano un discorso biblico, nel quale la terra era la loro, perché Dio l’aveva donata a loro. Tutto come i sionisti i quali raccontavano che la Palestina negli anni ‘40 era una terra senza popolo per un popolo senza terra, i coloni Afrikaners diffondevano il mito secondo il quale non c’era popolo nero in Sud africa quando essi cominciarono ad arrivare nel XVII secolo. In realtà, essi hanno conquistato con la forza delle armi, del terrore, ed hanno sferrato una serie di guerre coloniali sanguinose», prosegue Kasrils.
L’antisemitismo non è mai scomparso, ma dopo qualche anno di potere del PN, un certo numero di ebrei del Sud Africa si sentiva davvero sullo stesso livello degli altri bianchi. «Si era bianchi, ed anche se l’Afrikaner non era nostro amico, era tuttavia un bianco anche lui», riconosceva Krausz. «Ciò che ci univa era il timore dei neri. Quando io sono arrivato nel 1946, gli ebrei non smettevano di dire “i neri qui, i neri la”. Io dicevo loro “sapete, ho sentito i nazisti dire e fare agli ebrei esattamente la stessa cosa che voi dite dei neri. Qui ci sono dei cartelli con la scritta «Riservato ai bianchi», ebbene là, in Germania, c’erano cartelli «Interdetto agli ebrei».
Ma nel corso dei decenni, la Federazione Sionista ed il Jewish Board of Deputies (equivalente sud-africano del CRIF, NDR) ha tenuto in grande stima uno dei suoi notabili, Percy Yutar, il procuratore che aveva pronunciato la requisitoria contro Nelson Mandela, accusandolo di sabotaggio e cospirazione, e che fece poi condannare alla reclusione perpetua nel 1964! Yutar svolse, in seguito, una bella carriera sotto il regime dell’apartheid: procuratore generale dello Stato «libero» d’Orange, poi della provincia del Transvaal, e fu pure eletto presidente della più grande sinagoga ortodossa di Johannesburg. Nell’establishment ebraico del paese, si lodava volentieri «il suo apporto alla comunità», è un simbolo del contributo degli ebrei allo sviluppo del Sud Africa.
«Pertanto, in termini d’immagine, quando si pensa agli ebrei, si pensa piuttosto ad Helen Suzman», secondo Alon Liel, ex ambasciatore d’Israele in Sud Africa. «A mio avviso, la maggioranza degli ebrei non amava l’apartheid e ciò che quel sistema imponeva ai neri, ma essi ne raccoglievano i frutti, e forse si consolavano dicendo che dopotutto, era la sola maniera di dirigere un tale paese», aggiunge.
L’establishment ebraico ha evitato tutti i confronti con il governo. La dottrina ufficiale del Jewish Board of Deputies era la «neutralità», in modo di «non mettere in pericolo» la comunità. Quanto agli ebrei che pensavano che tacere significasse approvare l’apharteid e l’oppressione razziale, e che si impegnavano nella lotta contro la discriminazione, venivano messi in disparte.
«Li si stigmatizzava fortemente, e li si accusava di porre in pericolo la comunità. Il Board of Deputies diceva che ogni ebreo avrebbe potuto aderire al partito politico di sua scelta, ma doveva soppesare tutte le conseguenze che la sua scelta avrebbe avuto per la comunità. Per farla breve, diciamo che gli ebrei appartenevano alla minoranza bianca privilegiata, e l’attitudine della maggioranza è stata: di non fare nulla», riassume Helen Suzman.

Gli interessi comuni
Lo Stato d’Israele, dal canto suo, criticò apertamente l’apartheid negli anni ‘50 e ‘60, in un’epoca durante la quale si costruivano alleanze con i governi dei paesi africani di nuova indipendenza. Ma la maggior parte degli Stati dell’Africa ruppe con Israele dopo la guerra del Kippur del 1973, e Gerusalemme cominciò ad essere più disponibile verso il regime isolato di Pretoria. L’evoluzione fu importante e rapida tanto che dal 1976, Israele mandò un invito ufficiale al Primo ministro John Vorster (l’ex Nazi di cui si è parlato più sopra, NDR)
Silenzioso sul comportamento di Vorster durante la seconda guerra mondiale, Yitzhak Rabin sorvegliò che non se ne parlasse soprattutto durante la visita obbligata al memorial di Yad Vashem, dedicato ai 6 milioni di ebrei massacrati dai nazisti. Durante il brindisi del pranzo di Stato offerto a Vorster, Yitzahak Rabin disse «agli ideali comuni di Israele e del Sud Africa: la speranza nella giustizia, e in una coesistenza pacifica». I due paesi, disse ancora Rabin «affrontano brutalità e instabilità ispirata dall’esterno».
Vorster, il cui esercito aveva invaso, in quel periodo, l’Angola, rispose che i due paesi erano entrambi vittime di avversari della civilizzazione occidentale. Qualche mese dopo, il governo sud-africano. Nel suo bilancio di fine anno, scriveva che i due paesi avevano lo stesso problema: «Israele ed il Sud Africa hanno una cosa essenziale in comune: sono entrambi situati in un circondario ostile, abitato da popoli dalla pelle scura».
La visita di Vorster gettò le basi di una collaborazione che fece dell’asse Israele-Sud Africa un grande polo di sviluppo di attrezzature militari, e uno dei maggiori attori nell’ambito del commercio internazionale di armi. Liel, che dirigeva il dipartimento Sud Africa al ministero israeliano degli Affari Esteri negli anni ‘80, stima che quel processo condusse l’alta direzione israeliana in materia di sicurezza, all’intima convinzione che lo Stato israeliano non sarebbe sopravvissuto senza la relazione con gli Afrikaners.
«Siamo stati noi a creare l’industria militare sud-africane», stima Liel. «Essi ci hanno aiutato a sviluppare una vasta gamma di tecniche militari, perché essi avevano molti soldi. Il nostro modo di lavorare abituale era che noi apportavamo il know-how, ed essi il capitale. Dopo il 1976, c’è una vera storia d’amore iniziata tra i nostri dirigenti militari e le rispettive forze armate».
«Noi siamo stati implicati nella guerra dell’Angola, come consiglieri dell’esercito sudafricano. Avevamo ufficiali israeliani sul posto. La relazione era molto stretta».
Mentre le industrie dello Stato israeliane producevano materiali di guerra per il Sud Africa, il kibbutz Beit Alfa si diversificava in modo redditizio, producendo veicoli antisommossa, destinati alla repressione dei manifestanti neri nelle bidonville (NDT: è precisamente durante il 1976 che il movimento di liberazione del popolo nero emergerà nelle città, con il sollevamento del ghetto di Soweto, represso nel sangue)

Verso il nucleare
Il segreto meglio custodito era quello nucleare. ISRAELE FORNÌ ESPERIENZE E TECNOLOGIE CHE FURONO CRUCIALI PER LO SVILUPPO DELLA BOMBA ATOMICA SUDAFRICANA. Israele aveva già sufficienti difficoltà a giustificare tutte le sue strette relazioni con un regime fondato sulla discriminazione razziale, per non volere che la sua collaborazione militare fosse resa nota pubblicamente.
«Tutto ciò di cui parliamo oggi era totalmente segreto», prosegue Liel. «Fra i dirigenti degli affari della difesa, le persone messe al corrente erano molto poche. Ma alcuni Primi ministri ne hanno fatto parte, perciò si può dire che alcuni come Shimon Peres o Rabin ne erano evidentemente al corrente».
«Al tavolo delle Nazioni Unite ripetevamo: come popolo ebraico che ha subìto il genocidio, noi siamo contro l’apartheid, è intollerabile. Ma nella pratica, la collaborazione a livello militare continuava», continua Liel.
A livello politico anche. I gemellaggi tra le città dei due paesi si sviluppavano e, tra i paesi occidentali, Israele fu il solo a riconoscere la creazione, da parte del Sud Africa, il bantustan del Bophuthatswana, ed a permettergli di aprire una «ambasciata».
Negli anni ‘80, Israele ed il Sud Africa si aiutavano vicendevolmente per giustificare i loro rispettivi domini sugli altri popoli. L’uno e l’altro raccontavano che le loro stesse popolazioni erano minacciate di annientamento da forze esterne – in Sud Africa, dai governi neri del continente e dal comunismo; in Israele, dagli Stati arabi e dall’islam. Tutto ciò non impedì né all’uno né all’altro di conoscere sollevazioni popolari: (Soweto nel 1976, l’intifada palestinese nel 1987) che erano locali e spontanee, e cambiarono radicalmente la fisionomia dei due conflitti.
«Noi riconosciamo bene, in quanto sudafricani, nella lotta dei palestinesi, la lotta per l’auto-determinazione ed i diritti umani», ci disse l’attuale ministro Ronnie Kastrils. «Coloro che hanno subìto la repressione sono accusati di essere terroristi, allo scopo di trovare giustificazioni a violazioni ancora più grandi dei loro diritti. Si arriva a questi discorsi folli dove le vittime sono biasimate per la violenza esercitata contro di esse. Il regime dell’apartheid e Israele sono esempi sorprendenti di stati terroristi che accusano le loro stesse vittime».
C’è tuttavia un’importante differenza tra i due. Israele ha condotto tre guerre per la sua sopravvivenza, e la lotta armata in Sud Africa non è mai evoluta verso strategie di assassinio né ad una escalation di morti come si è vista da parte di taluni gruppi palestinesi in questi ultimi anni. Ma, nel decennio ‘80, la superiorità militare schiacciante d’Israele, l’abbassamento del livello della minaccia che potevano esercitare i suoi vicini, ed il trasferimento del conflitto verso i villaggi palestinesi hanno alterato la simpatia di cui aveva beneficiato, altre volte, Israele nel mondo.
Il Sud Africa, come Israele, si definiva come un’enclave della civilizzazione democratica, agli avamposti per la difesa dei valori del mondo occidentale. Ma essi hanno spesso domandato di essere giudicati attraverso il paragone con i loro stessi nemici, affermando che la loro missione era precisamente quella di proteggere il mondo libero dall’invasione da questi ultimi.
(...)
Allorché la pressione internazionale cominciò a farsi sentire sul dossier dell’apartheid, e che anche Israele di conseguenza iniziò ad operare verso un ritiro, la prima reazione dei militari israeliani fu il rifiuto, indica Liel. «Verso il 1986-87 si arrivò ad incrociare i cammini. Quando però il ministero degli Affari esteri fece sapere che era tempo di dare una svolta, e di sostenere ormai i neri e non più i bianchi, l’establishment della sicurezza urlò: “voi siete completamente folli, è un suicidio”, racconta l’ex diplomatico israeliano. I militari ci dicevano che non ci sarebbero state industrie militari né aeronautiche se non si avesse avuto il Sud Africa come primo cliente dalla metà degli anni ‘70; i sudafricani avevano salvato Israele, dicevano. Devo dire che questo probabilmente è vero», continuò Liel.

Dimenticare il passato
Shimon Peres era il ministro israeliano della Difesa al tempo della visita di Vorster, e due volte Primo ministro durante gli anni ‘80, al picco della collaborazione con il regime dell’apartheid. Di fronte a noi, riusciva a sovvertire le questioni sulla morale di tali vincoli con Pretoria. «Io non guardo mai in dietro. Dal momento che non si può cambiare il passato, perché dovrei occuparmene?», ci rispondeva.
Quando noi insistiamo e gli domandiamo se ha mai avuto dubbi sul fatto di sostenere un regime che rappresenta l’antitesi di ciò per cui Israele era stato creato, Peres ci risponde che all’epoca, Israele portava avanti una lotta esistenziale. «Non si ha mai la scelta tra due situazioni perfettamente definite. Ogni scelta che si fa è tra due opzioni imperfette. All’epoca, i movimenti neri del Sud Africa erano vicini ad Arafat, contro di noi. In effetti, noi non avevamo veramente scelta. Ma noi non abbiamo mai cessato di denunciare l’apartheid. Nessuno è mai stato d’accordo», conclude Peres.
E Vorster ? « Certo, io non lo metterei sulla lista degli uomini più grandi della nostra epoca», dice.
Il direttore generale aggiunto del ministero israeliano degli Affari esteri, Gideon Meir, dopo averci detto che lui non aveva alcuna conoscenza dettagliata della relazione israelo-sudafricana dell’apartheid, preferisce parlare di «sicurezza». «Il nostro principale problema, è la sicurezza. Non c’è nessun altro paese al mondo la cui esistenza sia così minacciata. Ciò vale dal primo giorno dell’esistenza del nostro stato fino ad oggi. Tutto questo dipende dalla geopolitica di Israele».
Quando l’apartheid sprofondò, l’establishment ebraico-sudafricano, quello stesso che poco prima incensava Percy Yutar – il magistrato che spedì Nelson Mandela in prigione – operò una brusca virata, e tese dimostrativamente le braccia a quegli ebrei che avevano ingaggiato la lotta contro l’apartheid, come Joe Slovo, Ronnie Kastrils ou Ruth First.
«Ho ricevuto i complimenti da parte di organizzazioni sioniste internazionali. Dicevano che erano le mie radici giudaiche che avevano dato un senso alla mia lotta. Ma quando ricordai loro di non aver ricevuto un’educazione ebraica, e che la frequentazione di una scuola religiosa cristiana non mi aveva affatto influenzato, essi dissero che era stato l’istinto ebraico ad operare in me!»
Oggi il discorso anti-apartheid, nell’establishment ebraico-sudafricano, è diventato un mezzo per difendere Israele. Il grande rabbino del Sud Africa, Warren Goldstein, descrive il sionismo come «movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico», e recupera la terminologia ufficiale dell’attuale governo del Sud Africa, che vuole migliorare le sorti dei neri «precedentemente svantaggiati». «Israele è uno Stato risoluto, creato per proteggere gli ebrei dal genocidio. Anche noi siamo un popolo precedentemente svantaggiato, e non si può contare sulla benevolenza del mondo», dichiara Goldstein, che ha declinato la nostra richiesta di intervistarlo.
Nel 2004, Ronnie Kasrils si era recato nei territori palestinesi, per fare il bilancio dell’offensiva israeliana del 2002 in Cisgiordania, dopo un’ondata di attentati suicidi che aveva fatto centinai di morti. «E’ ben peggiore dell’apartheid», ci disse. «Le misure israeliane, la loro brutalità, fanno sembrare l’apartheid un giochetto da ragazzi. Non ci sono stati da noi dei jet che attaccavano le bidonvilles. Noi non abbiamo avuto accerchiamenti ripetuti ogni mese. Neanche carri armati che distruggevano le case. Il Sud Africa aveva molti veicoli blindati, e la polizia utilizzava le armi leggere per sparare sulla gente, ma mai a questi livelli», è la sua analisi.
(…)
Ma il conflitto può anche peggiorare, e portarci ad evocare paralleli ancora più scioccanti di quello stabilito con l’apartheid sudafricana.
Arnon Soffer ha lavorato molti anni come consigliere del governo incaricato della «minaccia demografica» costituita dagli arabi. Professore di geografia all’Università di Haifa, Soffer fa un pronostico pessimista sulla situazione nella striscia di Gaza una generazione dopo il ritiro israeliano.
«Quando voi avrete 2,5 milioni di persone che vivono nei territori chiusi, sarà una catastrofe umanitaria. Queste persone diventeranno animali ancora più feroci di oggi, con la forza della follia del fondamentalismo islamico. La pressione alle frontiere diventerà orribile. Ci sarà una guerra terribile. Allora se noi vogliamo rimanere vivi, bisognerà uccidere, uccidere e ancora uccidere. Uccidere tutta la giornata, tutti i giorni», dichiara questo accademico sul Jerusalem Post.
«Se non uccidiamo, cesseremo di esistere. La sola cosa che mi preoccupa, è come si farà affinché giovani e uomini inviati per massacrare siano capaci di ritornare a casa e di rimanere degli esseri umani normali».
Fonte: http://www.guardian.co.uk/
Link: http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,1704037,00.html
Chris McGreal – The Guardian
07.02.2006
Traduzione per www.comedonchsiciotte.org a cura di MARIA VITTORIA GAZZOLA

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giovedì 20 ottobre 2011

Trauttmansdorff o Rosengarten? A proposito di apartheid



ESTRATTO DA
Stefano Fait e Mauro Fattor, "Contro i miti etnici: alla ricerca di un Alto Adige diverso", Raetia, 2010, 224 pagine.

"Un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce
una sola varietà di fiori"

Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka

Chi parla di apartheid a proposito della situazione altoatesina non
viene quasi mai preso sul serio e, quando ciò avviene, è spesso solo
per esprimere la propria indignazione nei confronti di chi stabilisce
un parallelo così infelicemente indelicato nei confronti di chi ha
sofferto realmente a causa del regime segregazionista sudafricano.
In pratica si accusa il provocatore di avere poche idee e pure confuse
a proposito di entrambe le realtà. In passato io stesso ho usato il
termine apartheid per definire la segmentazione etnica altoatesina e,
pur essendo perfettamente consapevole della necessità di avanzare
numerosi e doverosi distinguo, ritengo che chi afferma di non dovere
neppure prendere in considerazione il confronto non sia pienamente
al corrente delle sostanziali affinità tra le radici del pensiero
razziale sudafricano e quelle del patriottismo etnicista sudtirolese.
È bene dunque dedicare un capitolo a questa disputa perché altrimenti
si continuerà pervicacemente a credere che, in tempi ragionevoli,
in Alto Adige si potrà un giorno giungere alla separazione finale
tra autonomismo e segmentazione etnica, preludio di una
scelta di autodeterminazione politica più matura e persino condivisibile.
Queste, secondo me, sono vane illusioni giacché, localmente,
autonomia ed etnicismo (ossia razzismo) esistono e si sostengono
vicendevolmente in una relazione simbiotica. Solo la libera e determinata
scelta di migliaia di residenti di varcare il confine etnico,
cioè di “contaminare” deliberatamente la propria appartenenza originaria
ed abbracciare una pluriappartenenza potrà cambiare le
cose. Quanti sono stati disposti a farlo finora? Solo alcune migliaia
di persone in poco più di novant’anni di convivenza forzata. Inoltre
si può prevedere che il continuo afflusso di immigrati causerà un
ulteriore irrigidimento dei confini etnici – come dimostrano i successi
delle destre etnopopuliste nell’area alpina di lingua tedesca.
Ci vorrà del tempo, come ci è voluto molto tempo per abbattere il
regime segregazionista, ma l’etnocrazia altoatesina è destinata ad
essere spazzata via dalla Storia. La questione è come far sì che ciò
avvenga senza spargimenti di sangue.
Possiamo iniziare prendendo in esame la questione demografica.
Israele, la popolazione bianca sudafricana, i Figiani, gli abitanti del
Québec, i Sudtirolesi e tanti altri popoli dove il criterio dell’ethnos
non è ancora stato sostituito da quello del demos, sono accomunati
dalla paura di essere numericamente schiacciati da una maggioranza
etnicamente diversa, che metterebbe a repentaglio la stabilità del
modello socio-amministrativo etnocratico che hanno messo in piedi
per tutelare i propri interessi collettivi. Solo in Sudafrica e negli
stati confederati statunitensi questa paura si è tradotta in specifiche
misure di vera e propria segregazione etnica, ma il potenziale per
una deriva analoga è presente in tutte queste realtà e, paradossalmente,
proprio in virtù del richiamo ai diritti inviolabili dei popoli,
tra i quali quello all’integrità e l’autenticità, estensione del discorso
dei diritti naturali. Questo tipo di interpretazione comunitarista dei
diritti naturali in pratica giustifica una serie di interferenze o violazioni
della sfera privata nella misura in cui questo possa portare dei
benefici ai gruppi in questione. Tuttavia se ogni diritto comporta un
dovere, come si può assegnare alcun tipo di responsabilità ad un
gruppo per la condotta dei suoi membri? Nessun sistema penale
avanzato lo potrebbe prendere nella pur minima considerazione.
Giungiamo così al pericoloso paradosso che le persone hanno maggiori
diritti se sono etnicamente definite senza che ciò comporti
maggiori responsabilità verso l’esterno, ma piuttosto un esubero di
doveri collettivi (verso il gruppo stesso), a discapito della creatività,
del diritto al dissenso e, nel complesso, del progresso civile e morale.
Questo è un paradosso intrinseco al rapporto tra democrazia e
diritti umani. Infatti la democrazia non è di per sé favorevole alla
tutela e promozione dei diritti umani in ogni circostanza. Al contrario,
la Storia insegna che “il popolo”, usando discrezionalmente i
poteri dello Stato, non ha perso molte occasioni per imporre la sua
volontà a chi non ne faceva parte, etichettato come inferiore o nocivo.
Dunque, come raccomanda Jack Donnelly, uno dei massimi
studiosi mondiali di diritti umani e relazioni internazionali, “gli attivisti
per i diritti umani devono essere almeno tanto diffidenti del
popolo quanto lo sono degli Stati e nel contempo devono servirsi
dello Stato per proteggersi dalle passioni popolari e dai pregiudizi”
(Donnelly 1998, 403). L’unico modo per riuscirvi è trasformare lo
Stato “da uno strumento nelle mani di un gruppo dominante – e non
solo quando si tratta di una piccola aristocrazia ereditaria, un potente
gruppo di capitalisti plutocrati, l’esercito, o un partito totalitario,
ma anche quando è la maggioranza di una società ad essere politicamente
dominante – ad un guardiano dei diritti umani di ogni cittadino”
(Donnelly 1998, 404).

Cerchiamo di capire meglio come questo paradosso fondamentale
prese forma nel Sudafrica del secondo dopoguerra, dove per popolo
s’intendeva la minoranza bianca. Il Partito Nazionale (che rappresentava
i nazionalisti Afrikaner) salì al potere nel 1948 e s’incaricò
di istituire il cosiddetto “apartheid”. L’idea di questo modello di
struttura organizzativa era nata negli anni Trenta, quando i leader
afrikaner proclamarono che la visione del mondo del loro popolo
non si poteva conciliare con i principi del liberalismo occidentale e
con il suo laicismo e si riconobbero sempre più in certi valori comunitaristi
promossi dal fascismo e poi dal nazismo.4 Il futuro
dell’Afrikanerdom doveva essere all’insegna della purezza etnico-
razziale, dell’autenticità della tradizione e della lingua, della difesa
dei valori cristiani e, più in generale, della strenua difesa di società
e cultura contro la loro progressiva americanizzazione. Insomma
l’apartheid non va ridotto solo ad una mera questione razziale, vi
era anche il netto rifiuto del modello economico e sociale angloamericano
e della lingua inglese che stava diventando egemone e
contaminava l’afrikaans. Il principio cardine dell’apartheid, come
suggerisce il suo nome – un neologismo che significa “separatezza”
– era una nozione dogmatica di divisione e distanziamento culturale
e sociale che trovava la sua fonte di legittimazione nell’ideologia
nazionalista e nel neo-Calvinismo del teologo e politico olandese
Abraham Kuyper (1837-1920). Specialmente nella “teoria delle
sfere di sovranità” (souvereiniteit in eigen kring in olandese, soewereiniteit
in eie kring in afrikaans), secondo cui potere ed autorità
sono stati assegnati ai popoli da Dio per tramite del Cristo, in modo
tale da essere distribuiti equamente tra le varie sfere, o istituzioni,
dell’esistenza umana, ognuna di pari dignità rispetto alle altre, sovrana
su se stessa ed indipendente dalle altre (Norval 1996). Da qui
nasce il principio dell’uguaglianza – formale, non certo sostanziale
–, tra la cultura bianca, quella nera e quella delle altre minoranze,
che andavano separate per preservarne i tratti caratteristici e per-
metterne un’evoluzione “libera” e distinta, nei tempi e nei modi più
idonei a ciascuna sfera o dominio (eiesoortigheid, “propriezza”). Il
contenuto delle sfere non doveva essere diluito o contaminato, ma
rispettato e valorizzato, perchè l’elezione divina coincideva con
quella culturale (Templin 1984; Thompson 1985). Anche in Sudafrica,
come in Israele e in Alto Adige, ritroviamo quindi il motivo
dell’Alleanza con Dio che garantisce al Popolo Eletto il diritto di
insediamento su una Terra Promessa (Sion) e lo protegge dai suoi
nemici interni ed esterni. Ritroviamo la dottrina della separazione
tra uguali, dove alcuni gruppi sono più uguali degli altri e a ciascuno
è assegnato un destino esclusivo (Johnson 1983). Inoltre vanno
segnalate la creazione di un sistema scolastico separato, l’uso obbligatorio
della madrelingua nelle scuole e la rimozione degli scolari
Afrikaners dalle scuole inglesi (Louw 2004). È piuttosto ironico,
ma anche emblematico di un certo modo di pensare i rapporti tra
gruppi umani, che l’apartheid fosse stato concepito dai suoi promotori
come l’espressione di una politica umanitaria, che ripudiava la
società castale precedente. Una separazione verticale era infatti preferibile
ad una separazione orizzontale. Il sistema castale generava
amarezza, frustrazione, risentimento ed avrebbe finito per causare
scontri interrazziali. Invece in questo modo i neri si vedevano riconosciuto
il diritto di sviluppare la propria specifica identità politico-
culturale, evitando così l’approccio assimilatorio, considerato troppo
paternalistico (Louw 2005). Per questo non mancavano ipocrite
affermazioni di solidarietà interrazziali con i Bantù, le cui sofferenze
sotto il giogo coloniale erano poste sullo stesso piano delle inquietudini
prodotte dalle pressioni globalizzanti in seno alla società
bianca sudafricana. Così teorici dell’apartheid quali Diederichs,
Cronje e Du Plessis denunciavano il capitalismo sfrenato ed il cosmopolitismo
liberale che avrebbero portato all’estinzione la ricca
diversità etnica sudafricana sostituendola con una scialba uniformità
culturale (Louw 2005.). J.B.M Hertzog, generale e poi primo
ministro dell’Unione del Sudafrica, dichiarò che “il dovere del nativo
non è quello di diventare un europeo nero, ma di diventare un
nativo migliore, con ideali e con una cultura che siano i suoi” (Dubow
1989). In realtà, naturalmente, il vero motivo non era quello di
rispettare gli usi e costumi altrui, ma quello di evitare un’impura
mescolanza etno-razziale (mengelmoes) e conservare il potere politico
e l’egemonia socio-culturale. Altrimenti non si capisce perchè
questo intervento radicale di ingegneria sociale avrebbe dovuto separare
i gruppi etnici anche negli hotel, nei ristoranti, negli ospedali,
sulle spiagge, nelle associazioni sportive e culturali, nei treni,
ecc. e proibire i matrimoni interrazziali (inclusi quelli con le minoranze
indiane e cinesi). Dietro la retorica dell’incompatibilità culturale
e della deleteria ibridazione si celava il consueto tentativo di
puntellare ideologicamente un sistema di potere delegittimato.
L’imperativo della protezione della propria identità rendeva necessaria
l’adozione di misure per rafforzare la coscienza etnica. Tra
queste c’erano un sistema corporativo di stampo populista (Volkskapitalisme)
e la celebrazione rituale del Great Trek dei Voortrekker
boeri con la rievocazione storica in costume della migrazione dei
pionieri e l’esaltazione degli eroi del passato. I paralleli con la realtà
sudtirolese sono numerosi: l’esaltazione delle virtù contadine, la lotta contro la modernità globalizzante, la ricerca dell’autarchia, lo
spirito indipendentista, un’intensa religiosità, la guerriglia per bande
contro gli invasori guidati da generali “barboni”, l’etnopopulismo
ed il patriottismo localista.
Quel che è interessante rilevare è che mentre in Sudafrica questo
modello di monoculturalismo plurale portò all’apartheid, in Olanda
lo stesso principio organizzativo, ma spogliato di qualunque componente
razziale, si manifestò nella forma del verzuiling, o “pluralismo
verticale”. Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta la società
olandese, per consentire alla popolazione di continuare a vivere
nelle proprie comunità chiuse a dispetto dell’avanzare della globalizzazione,
fu spezzettata in quattro diversi blocchi verticali, o pilastri
(zuilen), ciascuno con la propria ideologia di riferimento (socialismo,
calvinismo, cattolicesimo, liberalismo, ecc.) e collegati solo
dall’intreccio delle rispettive elite e dalla volontà di raggiungere
una serie di compromessi per il bene della nazione. In questo modo
ogni cittadino poteva vivere in un mondo familiare, ordinario, omogeneo,
fatto di banche, mezzi d’informazione, sindacati, partiti,
scuole, ospedali, biblioteche, università, associazioni sportive e culturali,
bar e chiese ideologicamente corretti e congrui (Wintle
1987). Il motto era “vivere separati ma assieme”, su base egalitaria.
Di conseguenza i membri di un pilastro (zuil) non avevano necessità
di incontrare i membri degli altri pilastri. Questa auto-segregazione,
ufficialmente giustificata dal bisogno di trovare un accordo
di massima tra persone di mentalità diversa, servì ad accrescere le
distanze sociali tra gruppi di cittadini proprio quando le specificità
culturali s’indebolivano a causa della loro prossimità fisica. Nella
piena certezza della giustezza delle proprie idee e della erroneità di
quelle altrui, si preferì evitare un confronto diretto piuttosto che
vedere nel disaccordo e nel contrasto risorse da mettere a frutto per
il progresso del paese (Wintle 2000). Solo la spinta libertaria della
fine degli anni Sessanta, che in Olanda non si è ancora fermata, riuscì
ad abbattere questo sistema coercitivo, che trova paralleli in
società notoriamente instabili ed autoritarie come il Libano, la Malesia,
Mauritius, le Figi, l’Irlanda del Nord e Cipro. Ma la nozione
stessa di una segmentazione sociale non è morta nei Paesi Bassi.
Ancora oggi le etnie minoritarie immigrate sono state inquadrate in
un modello multiculturalista molto simile a quello del verzuiling,
come se questo fosse l’unico modo di evitare seri conflitti sociali.
In realtà anche in passato la segregazione ha funzionato, almeno in
parte, solo per una serie di circostanze eccezionali: (a) l’assenza del
feudalesimo e quindi il precoce emergere di una società aperta ed
egalitaria ostile ad comunità gerarchizzate; (b) un costante, secolare
flusso di immigrati; (c) comunità di fedeli di dimensioni comparabili;
(d) la tradizionale cooperazione tra le elite; (e) l’emigrazione
di un’ampia sezione della popolazione più fondamentalista verso il
Michigan ed il Sudafrica; (f) un’economia tradizionalmente fondata
su di un intenso commercio marittimo (Pettigrew/Meertens 1996).
In seguito i processi di laicizzazione, individuazione e mondializzazione
hanno eroso il consenso attorno a questo modello sociale e
oggi è finalmente possibile affermare che la celebre tolleranza olandese
è stata raggiunta non grazie a, ma nonostante il verzuiling(Pettigrew Pettigrew/Meertens 1996).
Se riesaminiamo quanto detto possiamo notare che in queste società
l’interculturalità non era intesa come un valore e che l’enfasi
sull’unità nella diversità genera un collage di comunità autoperpetuantesi
e per quanto possibile indifferenti le une rispetto alle altre,
invece che una società nel senso proprio del termine – un insieme
organizzato di individui associati. Notiamo anche che sebbene questo
approccio sia in grado di limitare temporaneamente il ricorso
alla violenza da parte dei cittadini e dello stato, le tensioni rimangono,
e non sono sempre latenti. Se a ciò aggiungiamo il carattere
coercitivo nei confronti delle libere scelte individuali, siamo costretti
a concludere che questo modello dovrebbe avere un’applicazione
limitata nel tempo e nella portata. L’alternativa ad un Giardino
di Rose (Stato Razziale) o ad uno zoo di gabbie separate
(etnocrazia) è un parco botanico come quello di Castel Trauttmansdorff
(democrazia liberale) che riunisce la flora locale e quella di
tutto il mondo, realizzando un’integrazione di ibridazioni, non discriminatoria
e non intimorita dalle eventuali contaminazioni. Questa
è la direzione intrapresa, non senza tentennamenti e difficoltà,
dalla Repubblica di Mauritius, ma anche dalla maggior parte dei
paesi del Nord Europa e Nord America. Vi si parlano diverse lingue
ed è nata una lingua franca creola, si celebrano capodanni e feste
religiose assieme, si convive, invece di esistere separatamente. E
tutto questo in un paese dove il discorso ufficiale, nella politica
come nell’educazione, è stato per lungo tempo primordialista,
l’ibridità era vista come una piaga sociale e ci sono casi di politici
che, come Langer, hanno rifiutato pubblicamente l’obbligo di identificarsi
con un gruppo etnico specifico. La società civile mauriziana
ha, in buona parte, ignorato le pretese di politici ed imprenditori
etnici (ossia chi ha interesse a sottolineare differenze e separazioni)
per amor del quieto vivere. Almeno in questo, e forse non solo in
questo, Mauritius è più progredita e civile dell’Alto Adige, a dispetto
dell’enorme divario nelle risorse, infrastrutture, alfabetizzazione
e sostegno internazionale. Immagino sia questo il cammino da percorrere,
quello che conduce ad un luogo dell’anima dove la storia e
la cultura del mio prossimo sono anche parte della mia identità,
eterogenea, sovrabbondante, plurale di chi non è più uno, non è più
una monade, ma più di uno; è eccedente, è poroso, espansivo, comprensivo,
senza nel contempo perdere di vista il suo giroscopio interiore,
la sua bussola morale, ossia senza abiurare la sua individualità.
Dove la mia gente è la gente che considero tale, a prescindere
dalle classificazioni ufficiali. La destinazione è il luogo dell’incredibile
simmetria, la palintonos harmonia, l’armonia degli opposti
eraclitea, dove tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia
e separa ricongiunge.

Tenuto conto del fatto che le identità forti sono la conseguenza e
non la causa dei conflitti, l’unico modello praticabile è quello di
una società aperta, libera da tabù, tribalismi e vincoli imposti
dall’alto, dove le scelte sono consapevoli e critiche (Amselle 2001).
Quante speranze ci sono che ciò avvenga? Poche, molto poche, almeno
nel breve periodo. In ogni caso, bisognerebbe quantomeno
evitare di commettere lo stesso errore dell’Impero Austro-Ungarico
che, nell’intento di censire i suoi sudditi su base etnica, finì per indebolire
il sentimento di comune appartenenza ad un organismo
sovranazionale e potenziò le spinte centrifughe e le dispute tra le
varie nazionalità, collassando infine sotto il peso di egoismi e rivendicazioni
localistiche più o meno giustificate (Zeman 1990).
Secondo me l’attuale modello autonomista rischia di perpetuare
quest’irragionevole contrapposizione tra localismo ed universalismo.
Lo smarrimento identitario altoatesino avrebbe potuto essere
un terreno fertile per una politica interculturale favorevole alle contaminazioni di idee e stili di vita. Invece gli studi periodici dell’Istituto
provinciale di statistica di Bolzano confermano che per i giovani
altoatesini i confini etnici rimangono poco permeabili e circa un
terzo di loro (con picchi prossimi al 50% tra quelli di lingua italiana)
non è soddisfatto dell’attuale modello di convivenza etnica.
Ancora fino a pochi anni fa gli Altoatesini di lingua italiana ponevano
quelli di lingua tedesca sui gradini più bassi nella scala delle
preferenze, dopo Cinesi ed Africani e prima di Tirolesi, Albanesi e
Zingari (Kohr et al. 1994; Buzzi et al. 2004). Nell’elaborare il presente
modello autonomistico si è pensato che siccome il bersaglio
di violenze ed abusi sono spesso i “gruppi umani” allora sono questi
che vanno tutelati e risarciti, come se la volontà individuale costituisse
una presenza disturbatrice. Ad una violenza semplificatrice
della complessità del reale si è opposta una giustizia parimenti semplificatrice
ed arbitraria che ha mortificato la libertà di scelta dei
singoli, costretti ad auto-amputare la propria identità plurale. A livello
politico, poi, questo stato di cose è stato riaffermato da un
moralismo manicheo imperniato sull’eroica lotta contro l’oppressore,
sia esso di etnia “tedesca” o “italiana”. Proporzionali e censimenti
etnici possono funzionare per un paio di generazioni al massimo,
quando gli umori della popolazione sono orientati allo
scontro. Poi diventano inevitabilmente parte del problema, in quanto
mantengono i conflitti latenti, invece di sanarli. La proporzionale
etnica tende a spersonalizzare gli individui e stereotipizzare i gruppi
e, quando a ciò si aggiunge la competizione per le risorse, le
tensioni che ne derivano innescano un meccanismo di identificazione
automatica dell’individuo con il suo gruppo di riferimento che
sopprime le discrepanze tra identità personale ed identità collettiva.
In altre parole nessuna vera riconciliazione è possibile in una democrazia
su base etnica. Essa non è casa per nessuno, è cronicamente
instabile e giace su un pendio che conduce al baratro della distopia
e dello scontro interetnico. Gli esempi che possono servire a minare
il dogma dell’etnocrazia sudtirolese sono innumerevoli: Israele,
Cipro e Iugoslavia, Myanmar, Malesia, Sri Lanka, Québec, Figi,
Ruanda, Cambogia, Estonia e Slovacchia, oltre ad un eventuale Iraq
etnicamente tripartito. Per quanto tempo ancora continueremo ad
illuderci? Questo tipo di democrazia etnocratica rimane in vita solo
perché una maggioranza di cittadini ha paura di quel che avverrebbe con la sua scomparsa e perché si identifica così fortemente con
la patria che qualunque critica all’ideologia dominante nella sua
patria è vista come un attacco personale. Erich Fromm aveva già
notato che chi criticava la Germania durante il nazismo spingeva
sempre più tra le braccia di Hitler anche quei Tedeschi in disaccordo
con lui. Questo è il risultato di quel morbo che è il patriottismo,
l’assudditarsi del devoto ad un idolo.

Da Katzenau a Guantánamo, a...teniamoci stretta la democrazia!




Voglio dirvi, camerati, come sarà l’ordine sociale del futuro: ci sarà un ceto di dominatori, composto degli elementi più diversi selezionati attraverso la lotta, un ceto che è frutto della storia. Ci sarà un numeroso gruppo di membri del partito strutturato in modo gerarchico; essi costituiranno il nuovo ceto medio. E ci sarà una gran massa di anonimi, la collettività dei servitori, degli eterni minorenni, non importa se provenienti dalle file della vecchia borghesia e dei grandi proprietari terrieri, od operai e artigiani. La posizione economica e il ruolo sociale ricoperti nel passato non avranno più il minimo significato. Queste differenze ridicole verranno sciolte e annullate in un processo rivoluzionario mai visto prima. Inoltre ci sarà altresì il ceto dei sottomessi di origine straniera, che possiamo tranquillamente definire gli schiavi dell’età contemporanea. […]. Ci sarà una specifica educazione per ogni ceto e all’interno di ciascuno di essi per ogni specifico gradino. La completa libertà d’istruzione è privilegio dell’élite e di quanti essa decide in via straordinaria di promuovere […]. E noi dovremo essere coerenti fino in fondo e lasciare alla grande massa del ceto inferiore il beneficio dell’analfabetismo.
Adolf Hitler

- Quando io uso una parola, - disse Unto Dunto in tono d'alterigia, - essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
- Si tratta di sapere, - disse Alice, - se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
- Si tratta di sapere, - disse Unto Dunto, - chi ha da essere il padrone... Questo è tutto.
Lewis Carroll, “Attraverso lo specchio”

"Signor Marks, in nome della sezione Precrimine di Washington la dichiaro in arresto per il futuro omicidio di Sarah Marks e Donald Dubin, che avrebbe dovuto avere luogo oggi 22 Aprile alle ore 8 e 04 minuti". È la sbalorditiva frase che accompagna un arresto in una società futura in cui è possibile prevedere l’avvenire. La scena è tratta dal film “Minority Report” (a sua volta basato su un racconto breve del celebre scrittore di fantascienza Philip K. Dick). Come in “Minority Report”, anche nell’impero austro-ungarico la prima guerra mondiale significò un’intensa attività di “prevenzione del crimine”. Prevenzione che fu attuata tramite la segregazione di migliaia di Trentini in una terra di nessuno, dove gli internati avrebbero potuto diventare “nuda vita”, esseri umani de-umanizzati, privati dei più elementari diritti. Ciò, fortunatamente, non accadde in Austria, che era più che altro interessata a mettere nelle condizioni di non nuocere i suoi stessi cittadini, sospettati di slealtà. Mancava la volontà di estirpare il problema alla radice. Il potenziale, però, c’era. Germano Cetto, consigliere del Tribunale di Trento, attribuisce al barone Gustav Reicher, comandante del campo di internamento/concentramento di Katzenau, alla periferia di Linz, questa dichiarazione: «Gott sei Dank! Wir haben keine Gesetze hier!» “Ringraziando Dio, qui non abbiamo leggi!”. Una considerazione che ricorda un po’ la risposta del guardiano di Auschwitz a Primo Levi: „hier ist kein warum!“ (“qui non ci sono perché”). I diari degli internati testimoniano lo scarso amor patrio nei confronti dell’Italia. “La patria è dove si sta bene e non si patisce la fame”, osserva sapientemente Ambrosi. “Franza o Spagna, purché se magna”, e chi scrive non ci trova nulla da eccepire: il patriottismo è stato l’alibi di troppe tragedie della storia per meritare carta bianca e l’ideologia più in generale è importante per i militanti, mentre la sua presa sulla popolazione è intermittente. Quel che fa la differenza per una popolazione sono i traumi, la paura, la demoralizzazione, la disperazione. Gli intellettuali, essendo abituati a lavorare con le idee, inferiscono erroneamente che tutti gli altri hanno, come loro, bisogno di un qualche profondo significato da attribuire alla vita, di una grande, splendida narrazione. Il che è pietosamente falso. Per moltissime persone è sufficiente vivere dignitosamente e poter dare un qualche senso anche non troppo elaborato alla sua esistenza. Questo istintivo amore per il quieto vivere, mentre purtroppo non favorisce la giustizia sociale, almeno serve a contenere l’aggressività umana, e quindi ha dei meriti indiscutibili.
Hermann Göring aveva certamente ragione nel puntualizzare che “è ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Ma sono i capi che decidono la politica dei vari stati ed è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese”. Sta di fatto che le condizioni di vita del campo di Katzenau non furono disumane. Lo storico Claudio Ambrosi rileva che se si patì la fame fu perché in tutto l’impero si pativa la fame. Chi riuscì a fuggire si rese presto conto che non sarebbe stato per nulla facile rientrare a casa e fece ritorno al campo. Quel che mi interessa sottolineare non sono le analogie tra le condizioni di vita nei vari campi di concentramento, ma la corrispondenza dei processi logici retrostanti, della razionalizzazione del male. Un male che fu banale solo dal punto di vista di chi lo commise, non certo da quello di chi lo subì, strappato alla sua casa ed ai suoi affetti e rinchiuso in un luogo di desolazione, senza poter immaginare se e quando sarebbe riuscito a fare ritorno. Un male che si radicò nell’impero dopo l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, a Sarajevo. Tra il 25 luglio e il 1 agosto del 1914 furono promulgati 32 decreti di emergenza che instauravano una dittatura militare de facto nell’impero. La guerra fu dichiarata il 28 luglio 1914, a distanza di un mese dall’attentato. Il Patriot Act, un’analoga misura di emergenza che comprime fortemente i diritti civili dei cittadini americani e conferisce poteri straordinari al presidente ed all’intelligence, è stato controfirmato il 26 ottobre del 2001, a circa un mese dall’attentato alle Torri Gemelle e poco più di due settimane dopo l’attacco americano all’Afghanistan. I pretesti addotti per deportare circa duemila prigionieri politici trentini furono eterogenei, ma in molti casi furono contraddistinti da una kafkiana insensatezza. Erano giudicati politicamente inaffidabili (“politisch unverlässlich”) persone che non avevano esposto la bandiera imperiale, persone denunciate da vicini invidiosi o da coniugi esasperati, insegnanti che si erano rifiutate di consegnare le chiavi della scuola a degli ufficiali che vi volevano organizzare un ballo, donne sospettate di prostituzione clandestina, uomini accusati di “vagabondaggio sospetto, ovvero sospetto spionaggio”. Ambrosi annota: “Scorrendo questa documentazione ci si rende subito conto che molto si basò effettivamente solo su sospetti, delazioni o espressioni di simpatia politica al limite della legalità, forse, ma di fatto non perseguibili… […]. Il tutto sembrava così assumere i contorni solo della ricerca di un pretesto in grado di giustificare un provvedimento che sembrava coinvolgere delle persone scomode, più che politicamente, socialmente” (pp. 24-28).
La violazione dei diritti fondamentali di migliaia di cittadini da parte dello Stato fu resa possibile dalla colpevole deferenza dell’opinione pubblica nei confronti delle autorità che etichettarono le poche obiezioni come anti-patriottiche e sovversive. La storia delle deportazioni dei prigionieri politici trentini rivela l’accecamento ideologico di chi non era disposto a fare auto-critica, a porsi degli interrogativi che non fossero solo di ordine meramente tecnico-burocratico, o anche solo ad ascoltare le ragioni degli altri. Ma rivela anche il moralismo di una comunità che si sentiva custode delle virtù collettive e che per questo accondiscese all’istituzione di uno stato di polizia che praticò, tra le altre cose, una vera e propria caccia alle streghe tra cittadini considerati inaffidabili, volubili, asociali, incompetenti, troppo diversi dai cittadini irreprensibili, industriosi, ordinati, coscienziosi, insomma ben irreggimentati di una società “ideale”. L’impero austro-ungarico usò la guerra per mettere in ordine la vita, per costruire una società forte ed eminentemente razionale.
Katzenau è anche il simbolo di una colonizzazione dell’inconscio dei non-internato, intorno ai quali fu creato un cordone sanitario, per tenerli alla larga dalle cattive influenze dei dissenzienti ed eterodossi, un cordone fatto di anestetizzazione delle facoltà critiche, omogeneizzazione delle strutture mentali ed intellettuali, regolamentazione della quotidianità, contingentamento della diversità. Chi rimase fu comunque assoggettato ad una libertà condizionata, privato di una buona porzione dell’arbitrio soggettivo. Non fu più possibile affermare valori divergenti e visioni del bene confliggenti. Così i cittadini austriaci trentini non poterono beneficiare di un giusto processo e furono rastrellati nell’indifferenza dei loro concittadini (Ambrosi, 2008). La fassana Maria Dezulian, pur essendo stata assolta da ogni accusa da un tribunale di Linz, dopo una custodia preventiva di due mesi, fu comunque deportata. I “si dice”, l’avere delle sorelle o fratelli sposati con cittadini italiani richiamava su di sé la condanna di slealtà, che comportava il proprio internamento, anche quando non esisteva il benché minimo riscontro di un’attività spionistica. Corinna Hafner di Rovereto fu internata per aver ricevuto una cartolina dal marito al fronte che aveva aggiunto “Italia” all’indirizzo di Rovereto. Luigi Anesi, cieco, fu comunque internato per aver detto pubblicamente che gli Italiani avrebbero vinto. Maria Fontanari fu condannata a dieci mesi di carcere e successivo internamento per aver suggerito che l’imperatore si infilasse le sue mine laddove non batte il sole. Nel frattempo, furono duemila i morti trentini in tre anni, sommando le vittime dei campi di prigionia e dei campi per sfollati, colà relegati per proteggerli dalla guerra.
Ambrosi introduce l’opera con una lucida ed importante considerazione sulle relazioni che sussistono tra questi eventi del passato e quelli della contemporaneità, come ad esempio i “Centri di Permanenza Temporanea”: “Sono questi luoghi della sospensione del diritto con cui l’Italia ha disegnato all’interno del proprio territorio spazi detentivi d’eccezione, che non rientrano nel diritto penale. […]. Se lo studio e la conoscenza della storia possono servire, il mio augurio è che insegnino ai figli di tutti gli oppressi di ieri a non essere oppressori oggi” (Ambrosi, 2008, p. 6). Io vorrei solo aggiungere che è necessario tenere sempre bene a mente che, prima o poi, il vento cambia e chi non si preoccupa degli estranei oppressi potrebbe scoprire che quella stessa sorte, o addirittura una peggiore, sta toccando a lui. A questo proposito, valgono le riflessioni, amare ma purtroppo corrispondenti al vero, del filosofo politico Luigi Alfieri (Alfieri, 2003, pp. 216): “l’uomo non ha diritti. Non più di quanti ne abbiano le rane, le zanzare o i funghi. Dalla sua mera esistenza biologica non risulta nient’altro se non necessità e contingenza. Né possiamo illuderci di ottenere risultati più esaltanti ricorrendo alla retorica della razionalità o della spiritualità dell’uomo. […]. Trovo, purtroppo, disperata la posizione dei tanti che pensano che Auschwitz sia “contro la morale”, e che dunque basti essere morali per essere contro Auschwitz, e per impedire Auschwitz. No: Auschwitz è il frutto rigoroso e coerente di una morale, quella morale secondo cui gli uomini debbono essere liberati dal parassitismo infettante e corruttore degli Unmenschen. Per amore degli uomini. In nome di qualcosa che potremmo benissimo chiamare “diritti umani”. E si potrebbe aggiungere che non è affatto un caso eccezionale. Si può benissimo essere il comandante di una nave negriera o il proprietario di una piantagione di cotone in Virginia ed essere un uomo onesto e timorato di Dio, se i Neri non sono uomini. Si può essere un santo (magari regolarmente canonizzato: ci sono esempi) e mandare al rogo eretici e streghe, se eretici e streghe sono esseri umani corrotti e pervertiti, di cui magari proprio il rogo può salvare l’anima. Purtroppo, e temo che non ci sia niente da fare a questo proposito, ogni morale storica distingue gli uomini veri e giusti dagli uomini solo apparentemente o imperfettamente tali, e ritiene del tutto conforme ai diritti umani che gli Unmenschen o Untermenschen siano sterminati (o ridotti in schiavitù o convertiti, o civilizzati)…Auschwitz è molto antica: Auschwitz, in forme diverse, è esistita prima di Auschwitz…funziona ancora, e non ha neanche ridotto i propri ritmi (pensiamo all’immenso genocidio per incuria, indifferenza ed egoismo che si sta consumano in Africa)”.
I primi campi di concentramento, chiamati “di riconcentramento”, furono istituiti a Cuba dal generale spagnolo di origine prussiana Valeriano Weyler y Nicolau, nominato governatore nel 1896, con l’incarico di sedare la rivolta sull’isola, che ormai si prolungava da un anno. Furono decine di migliaia i Cubani che morirono per gli stenti e le malattie, in poco più di un anno. Nel 1898, a Mindanao, gli Americani costruiscono campi di concentramento sul modello spagnolo, quello messo in opera dal generale Weyler y Nicolau per sedare la rivolta cubana del 1896 e che furono uno dei pretesti per il loro interventismo “umanitario” a Cuba. La motivazione di questo loro sorprendente voltafaccia fu: "per proteggere la popolazione civile non combattente delle Filippine”. Morirono dodicimila filippini, con tassi di mortalità del 20 per cento. Quasi trentamila, in gran parte donne e bambini, furono le vittime dei campi inglesi in Sudafrica, durante la guerra boera, tra il 29 Novembre del 1900 ed il 31 Maggio 1902. I campi di concentramento sono dunque elementi costitutivi, non collaterali, della spinta totalitaria alla subumanizzazione di certe popolazioni da parte di certe altre.
Fu però in Germania, all’inizio del secolo scorso, che questa tendenza si radicalizzò, gettando le basi per lo sterminio di milioni di ebrei, nomadi e prigionieri di guerra. Lo storico polacco Andrzej J. Kaminski, sopravvissuto a Gross-Rosen e Flossenburg, ha dedicato una tragica ed erudita disquisizione al tema dei campi di concentramento (Kaminski, 1998), descrivendo la sinistra deriva integralista del nazionalismo pangermanista. Ernst Hasse (1846-1908), era un parlamentare tedesco ed un docente di statistica a Lipsia, nonché presidente della famigerata Alldeutscher Verband (Lega Pangermanica), un’associazione pangermanista che comprendeva una parte significativa dell’élite germanofona e che all’inizio del secolo scorso contava oltre 22mila membri. Nel 1905 l’Alldeutscher Verband contava 150mila aderenti, se si includono le organizzazioni associate alla Lega, con 30 parlamentari. Dopo la sconfitta nella Grande Guerra la Lega Pangermanica fece una strenua propaganda contro la repubblica di Weimar e in favore della dittatura, a partire dal 1919. Nei circoli della Lega Pangermanica si impiegavano termini che risulteranno familiari a tutti quelli che hanno studiato la propaganda nazista, quali Herrenvolk, Lebensraum, Drang nach Osten, Rassenfremde e Volksfremde (estranei alla razza ed all’etnia), Feinde ringsum (“i nemici ci circondano”), la “soluzione del Problema Giudeo” e Rassenhygiene (eugenetica ed eutanasia praticate su base razziale, selettiva). Per Hasse “germanizzare è un diritto” e “l’unica cosa che rimane stabile flusso dei millenni è il Volk”. Per tale ragione, nella prima parte della sua opera intitolata “Deutsche Politik” e rimasta incompiuta, scrisse: “se si vuole fare del Reich tedesco uno Stato nazionale bisogna rendersi conto che è necessario abolire il principio di parità. […] Una certa formazione intellettuale mal si accorda con l’attenzione esclusiva a un lavoro meccanico, pesante e sporco, che mortifica lo spirito” (Kaminski, 1998, p. 48). Come ci si doveva muovere per realizzare questo obiettivo? Hasse vedeva due possibili opzioni: “la prima è mantenere una certa parte del nostro popolo al più basso livello dell’organizzazione produttiva della società, ma in tal caso anche della cultura, rinunciando alla crudeltà di dare a questa parte un’istruzione scolastica superiore che desterebbe l’esigenza di un tenore di vita più elevato. In uno Stato le cui frontiere sono chiuse all’immigrazione, questa soluzione è quella più auspicabile dal punto di vista della razza. Ma accetterà una parte del nostro popolo tedesco la condizione di ilota? Non ha forse, per origine e storia, lo stesso diritto di appartenenza al popolo dominatore tedesco?”. Questa soluzione andava dunque scartata. Sarebbe stato meglio avvalersi di polacchi, cechi, ebrei e italiani, che dovevano essere condannati alla condizione di iloti: “la cosa si può fare, se si riesce a mantenere per sempre in quella condizione gli individui e le generazioni”. In soldoni, li si mantiene ignoranti della lingua e cultura tedesca, perché altrimenti pretenderanno lo stesso tenore di vita dei Tedeschi, pur non essendo tali. Hasse sottolineava comunque il rischio permanente che “la parte più debole degli stranieri si fonda con il ceppo razziale e, poiché è la più debole, corrompa la razza germanica” (ibidem, p. 49). Il generale Eduard von Libert, membro della direzione centrale dell’Alldeutscher Verband, pubblicò un opuscolo in cui proponeva l’abolizione della scuole dell’obbligo per i bambini di lingua polacca che non conoscevano già il tedesco e l’abolizione del servizio di leva, in modo da impedire che ricevessero un addestramento militare prussiano. Questo, a suo dire, sarebbe stato il modo migliore di produrre iloti. L’antropologo Otto Ammon proponeva come terza soluzione quella americana dell’importazione di lavoratori immigrati ai quali assegnare i compiti più ingrati, per paghe da fame, in modo da impedire che si integrassero. Nel 1905, Josef Ludwig Reimer, lo scrittore viennese socialista che metteva la questione razziale e social-darwinista al centro del riscatto del proletariato, pubblicò un volume che, per lo storico polacco Stojanowski, rappresenta la “fonte della dottrina nazionalsocialista”. Chiede che si conceda ad una limitata percentuale di “non-germani” di insediarsi tra i Germani in veste di “coloni lavoratori”, con cittadinanza limitata, senza la possibilità di sposarsi e di procreare: “la cosa decisamente più semplice sarebbe che, sul suolo del Reich, alla moltiplicazione (espansione) dei germani facesse da contraltare la scomparsa (estinzione) dei non germani”. Nel “Mein Kampf”, Hitler effettuava un’ampia revisione della storia tedesca, spiegando che “senza la possibilità di servirsi di esseri umani inferiori l’ariano non avrebbe mai potuto compiere i primi passi verso la sua cultura successiva. […]. Per la formazione delle culture superiori la disponibilità di esseri umani inferiori costituisce una delle precondizioni essenziali, dato che permette di far fronte alla mancanza di strumenti tecnici, in assenza dei quali ogni ulteriore sviluppo è impensabile. Sicuramente le prime culture si basarono meno sull’addomesticamento degli animali e molto più sull’impiego di schiavi. Soltanto dopo che le razze umane di minor valore furono ridotte in schiavitù la stessa sorte cominciò a investire anche gli animali, e non viceversa […] Perciò prima fu aggiogato all’aratro il nemico sconfitto e solo dopo di lui il cavallo”. Nel suo secondo libro, rimasto inedito fino al dopoguerra, il Führer scriveva: “il soggiogamento di 350.000 Eloti da parte di 6000 Spartani fu possibile solo grazie alla superiorità razziale degli Spartani che a sua volta era il risultato di una preservazione razziale sistematica. Quello Spartano fu il primo stato razziale. La distruzione dei bambini malati, deformi e fragili dimostrava una grande dignità ed era mille volte più umana della patetica infermità dei nostri tempi che tiene in vita i malati cronici e impedisce la nascita dei sani tramite l’aborto e l’uso dei metodi anticoncezionali”. A dire il vero il numero di Spartiati scese in 200 anni da 8000 cittadini a 1500 nel 371 a.C. Il che non era di buon auspicio per i sogni hitleriani riguardo alle popolazioni slave, che non dovevano essere educate, ma dovevano restare analfabete, al massimo in grado di leggere i cartelli stradali. Non avrebbero avuto accesso alle città dei signori, se non durante delle visite-premio, per tormentarli con l’esperienza di un’esistenza ideale che a loro non sarebbe mai stato concessa (Hitler, 2010).
Lo storico tedesco Eugen Kogon, sopravvissuto ai campi di concentramento per diventare uno dei padri della Repubblica Federale Tedesca, ha riferito di un colloquio che ebbe nel 1937 con un ufficiale delle SS, che gli descrisse il futuro che avevano in mente: “ciò che noi, educatori delle nuove leve del Führer, vogliamo, è una moderna statualità articolata secondo il modello delle città-Stato elleniche. Bisogna pensare a queste democrazie strutturate aristocraticamente, con la loro larga base economica di iloti, come ai maggiori risultati culturali dell’antichità. Il cinque-dieci per cento della popolazione, i migliori accuratamente selezionati, devono comandare, il resto deve lavorare e obbedire. Soltanto così sarà possibile raggiungere quelle alte mete che proponiamo a noi stessi e al popolo tedesco” (Kaminski, 1998, p. 138). Infine, in un memorandum del 1942 approntato dal delfino di Hitler, Martin Bormann, leggiamo: “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico. Per quanto riguarda il cibo, non devono riceverne più del necessario: noi siamo i padroni, ci siamo prima noi” (citato in Gilbert, 2005, p. 261).
Per un’enciclopedica e scrupolosa trattazione del reticolo di rapporti tra i maggiori esponenti del razzismo nazionalista pangermanista e gli ispiratori del nazional-socialismo e di come il peggio del Nietzsche più retrivo e intollerante venne impiegato per edificare una dottrina totalitaria ancor prima dell’avvento di Hitler, rimando i lettori agli eccellenti studi di Richard Hinton Thomas (1983) e Peter Emil Becker (1990).
Spiace dire che non fu solo nella “civile” Europa che si fece esperienza dell’universo concentrazionario. In Russia e Cina i dissidenti morirono a centinaia di migliaia, In Nord America, invece, la situazione rassomigliava molto da vicino quella dei Trentini a Katzenau, ma su più vasta scala. Nel 1942, in conseguenza dell’attacco a Pearl Harbor ed in virtù degli ordini esecutivi 9066, 9095 e 9102, oltre 120mila residenti giapponesi negli Stati Uniti, due terzi dei quali erano cittadini americani, furono deportati ed internati in nove diversi campi di concentramento, pur non avendo commesso alcun crimine, non essendo stati sottoposti ad alcun processo, non avendo ricevuto alcuna condanna. Furono costretti a vendere immediatamente le loro proprietà e una parte dei loro beni fu confiscata. Dal canto suo, il Canada internò 23mila Giapponesi residenti in Canada, l’80% dei quali possedeva la cittadinanza giapponese. Furono costretti ai lavori forzati per sostituire la manovalanza spedita al fronte. Tra questi vi era il celebre genetista ed ecologista David Suzuki. Al termine del conflitto 4mila canadesi di etnia giapponese furono deportati in un Giappone affamato annichilito dai bombardamenti alleati, una terra che in moltissimi casi non avevano neppure mai visto.
Negli Stati Uniti lo status dei cittadini di etnia giapponese era quello di “prigionieri politici”. Nessuno impiegò mai ufficialmente il termine “campi di concentramento”, sebbene nei fatti i campi in cui furono rinchiusi, come quello di Manzanar, nel deserto californiano, lo fossero, come lo è ogni luogo in cui si concentrano delle persone dietro del filo spinato e con guardie armate di sorveglianza nelle torrette. Come spesso avviene, invece dei vocaboli più appropriati, si impiegarono eufemismi come “evacuazione”, “trasferimento” e “non-stranieri”, come se si trattasse di un’operazione di salvataggio di cittadini colpiti da una catastrofe naturale, per il loro bene. L’espressione “non-stranieri” (“non-alien”) è particolarmente rivelatrice e rimanda alla sorte dei Trentini deportati a Katzenau. Cosa può voler dire “non-straniero”? Nel gergo eufemistico e manipolatore della burocrazia statale, sempre attenta ad evitare di offrire appigli agli avvocati dei deportati, “non-stranieri” erano i cittadini americani dell’etnia “sbagliata”, come nell’Impero Asburgico erano i cittadini austriaci di lingua italiana. L’intento era quello di spogliarli dei loro diritti costituzionali e per farlo non potevano ribadire il loro status di cittadini statunitensi, con pari diritti rispetto a tutti gli altri. Analogamente, Alcide Degasperi allora deputato trentino al Parlamento di Vienna, a proposito delle deportazioni subite dai Trentini, protestò per la violazione della legge 66, del 5 maggio 1869 e della legge fondamentale dello stato del 21 dicembre 1867, n. 142, che regolano “le conseguenze della sospensione dei diritti generali dei cittadini in caso di guerra, o di imminenti imprese belliche. Secondo la detta legge, nei casi ora accennati, vien data facoltà di sfrattare da luoghi e distretti che non siano quelli di pertinenza; mentre nessuna legge concede all’autorità il diritto di allontanare i cittadini a suo piacimento, o di cacciarli ove vuole, e molto meno di rinchiuderli in campi di concentramento” (citato in Ambrosi, 2008, p. 11, nota 3). Come i cittadini americani di etnia giapponese, i cittadini austriaci di etnia trentina furono bollati come politisch unverlässlich (politicamente infidi, inaffidabili), il “sospetto vagabondaggio” divenne “sospetto spionaggio”. Nella Germania nazista i campi di concentramento e sterminio furono chiamati “campi di transito”, “campi di custodia protettiva”, “campi di accoglienza” “campi di lavoro”, “centri di raccolta” e “centri di trasferimento”.
In tutti questi casi gli eufemismi legalistici sono serviti a neutralizzare possibili rilievi di incostituzionalità, preservarono una facciata di moralità e decenza, indussero i deportati a collaborare volontariamente e tacitarono eventuali scrupoli dei burocrati che organizzarono la deportazione e delle forze dell’ordine che la misero in atto. In tutti questi casi le leggi fondamentali dello stato e i diritti fondamentali dei cittadini furono ignorate, come se non fossero mai esistite, come se fossero delle finzioni, buone solo in tempo di pace.
Queste azioni devono restare un monito per tutti noi, che viviamo in un’epoca in cui la linea separatoria tra campo profughi, campo di internamento e campo di prigionia è diventata nuovamente molto, ma molto labile e i diritti inalienabili sono diventati nuovamente alienabili, come se i totalitarismi e le dittature militari del secolo scorso non ci avessero insegnato nulla. In particolare, è bene elucidare la questione del linguaggio ingannevole, perché i confini del mondo umano, della sfera socioculturale, sono stabiliti dal linguaggio che impieghiamo. Siamo animali simbolici e le parole influenzano il modo in cui percepiamo la realtà ed interagiamo con essa, meccanicamente ed inconsciamente: la forma può alterare il contenuto. Per questo George Orwell, in “1984”, enfatizza molto il ruolo della “Neolingua” nell’addomesticamento della popolazione ad una realtà totalitaria, ma che non deve apparire come tale: “Fine della Neolingua non era soltanto quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero…un pensiero eretico (e cioè un pensiero in contrasto con i principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impensabile, per quanto almeno il pensiero dipende dalle parole con cui è suscettibile di essere espresso…La Neolingua era intesa non a estendere, ma a diminuire le possibilità del pensiero” (Orwell, 1984, pp. 315-316). Così, in “1984”, i quattro ministeri di Oceania hanno nomi opposti alla loro vera natura, cioè il Ministero della Pace si occupa di guerra, quello dell'Abbondanza dispensa carestia, quello della Verità falsifica la storia, e quello dell'Amore è il luogo delle più terribili torture. Il potere malevolo e non benevolo dipende specialmente dalle parole e dalla disponibilità della popolazione a prenderle per buone ed assecondarle. Parole, frasi fatte, metafore più o meno dissimulate, simbologie e strutture linguistiche in generale possono servire ad incantare, ad alterare la nostra percezione del cosmo (per associazione condizionata, ossia reazione meccanica) e dunque controllare l’umanità, instillando la propensione a comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. Se manca un termine di paragone, la gente non si rende neppure conto di essere oppressa. Il potere sfrutta questa propensione umana operando anche attraverso l’edificazione e preservazione di epistemologie del vero e di illusioni di scelta che mascherano l’assenza di una scelta autentica. Ragionamenti formalmente raffinati occultano premesse insostenibili e legittimano finalità riprovevoli. Tra chi esercita il potere ci sono anche i maestri della manipolazione del linguaggio e della relativizzazione della morale. Travestimenti, fantasie mimetiche, metamorfosi sono i ferri del mestiere che consentono di dissimulare la realtà, di camuffare da legittimi imperativi i suoi istinti irrefrenabili, scelleratezze e trasgressioni. Proviamo a riflettere su questo aspetto particolarmente visibile della cultura contemporanea, l’uso metodico di eufemismi, sofismi e trappole semantiche come “missione di pacificazione” e “missione di pace” (invasione e guerra), “supporto aereo” (bombardamento), “proteggere la nostra libertà” (guerra preventiva), “l’amore vince sull’odio” (conversione), “il prezzo della libertà” (sacrificio dei diritti), “guerra al terrore” (terrorismo psicologico), “danni collaterali” (per fare una frittata bisogna rompere le uova), “trasferimento di profughi” (deportazione), “difesa aggressiva” (attacco), “cambio di regime” (colpo di stato), “omicidio extra-giudiziario” (esecuzione, omicidio eccellente), “metodi d’interrogatorio più aggressivi” e “tecniche avanzate di interrogatorio” (tortura), “consegne straordinarie” (extraordinary renditions, deportazioni illegali), “combattenti nemici illegali” (inapplicabilità della convenzione di Ginevra). “Capacità difensiva dinamica” è l’eufemismo con cui il governo giapponese ha aggirato la costituzione consentendo all’esercito nipponico, che può essere solo difensivo, ad intervenire globalmente ed attaccare preventivamente. Il partito turco responsabile del genocidio armeno si chiamava Comitato per l’Unione ed il Progresso. Gli slogan nazisti apposti all’ingresso dei campi di sterminio sono di una spudoratezza nauseante: “Arbeit Macht Frei” (“il lavoro rende liberi”, ad Auschwitz) e “Jedem das Seine” (“a ciascuno il suo”, a Buchenwald).
In certi casi ed in certe forme l’effetto può essere paragonabile ad un’induzione ipnotica e può rendere concepibile ed accettabile ciò che prima non lo era. Non bisogna dunque sottovalutare il potere che il linguaggio esercita su di noi. Sfruttando ritmi, allusioni, ambivalenze, toni perentori ed apodittici, ambiguità e reiterazioni insistite, analogie, metafore, allegorie, acronimi, eufemismi, slogan, parole-chiave, tormentoni, gergalità, l’associazione e la risonanza psicologica e simbolica di certe espressioni comuni può acquisire delle dimensioni nuove e subdole. In questo modo la comunicazione linguistica può essere pervertita per generare confusione, o una falsa consapevolezza, in modo da prendere per mano il cittadino e fargli accettare idee che non avrebbe mai accettato se fossero state presentate con un’esposizione chiara e responsabile. Purtroppo il nostro cervello non è sempre in grado di individuare affermazioni contraddittorie ed incoerenti perché tende a completare frasi e pensieri e correggere errori in modo da dare loro un senso, come quando vediamo un’insegna luminosa con la scritta “mtel” e sappiamo che significa “motel”. Esiste un’umana inclinazione alla proiezione che ci spinge ad attribuire a qualcuno le sensazioni che suscita in noi. Se la forma è bella e piacevole, allora lo sarà anche la sostanza. Se il lupo si traveste da agnello, noi pensiamo che sia mansueto, perché la sua lana è morbida. Oltre a ciò tendiamo a credere di aver capito qualcosa se siamo capaci di affibbiargli un nome o un’etichetta. Per questo motivo è importante capire che la propaganda, la mimesi del potere, non inganna le persone, le aiuta ad ingannarsi.
George Orwell ammoniva che la cosa peggiore che si può fare con le parole è arrendervisi, lasciare che esse controllino i nostri pensieri. Dobbiamo fare attenzione alle parole che ci piovono addosso per evitare che divengano mantra capaci di ottundere la nostra capacità di discernimento. Si controbatte questa strategia continuando a ricontestualizzare ogni cosa, evento, fenomeno che ci risulta familiare. Osservare da molteplici punti di vista per vincere i legami della convenzionalità, l’inscatolamento di cose, persone e situazioni, la catalogazione arbitraria ed artificiale della realtà in cassettini simili a quelli dell’erborista. Occorre essere semplici come la colomba, prudenti come il serpente, soprattutto perché la storia dell’universo concentrazionario non si è conclusa con la sconfitta dei totalitarismi.
In questo momento, negli Stati Uniti, è ancora in corso un processo - Turkmen v. Ashcroft - che si protrae dall’aprile del 2002 e che riguarda la costituzionalità del prelevamento clandestino e detenzione senza accusa e senza termini definiti di quei cittadini stranieri residenti sul suolo americano dopo l’11 settembre e il cui permesso di soggiorno era scaduto (sono quasi 12 milioni negli Stati Uniti). In una radicale inversione del diritto dei paesi democratici, migliaia di persone sono state considerate colpevoli finché non hanno potuto dimostrare la loro innocenza. Nessuno dei 6mila arrestati è stato condannato per un reato legato al terrorismo. Se l’azione collettiva (class action) a tutela dei loro diritti non dovesse avere successo, i futuri governi americani si vedrebbero riconosciuto il diritto di radunare in centri di detenzione speciali i cittadini di un’etnia maggioritaria in nazioni con cui dovesse entrare in guerra (o da cui dovessero provenire dei terroristi) e che fossero senza un permesso di soggiorno valido. L’etnia è diventata un’indicazione di potenziale colpevolezza che rende soggetti alla perdita dei diritti fondamentali. Potrebbe succedere ai musulmani, o agli ebrei (nel caso di una qualche iniziativa sconsiderata da parte di un governo israeliano), agli hindu, ai latinos, a chiunque sia associabile a gruppi terroristici o sovversivi o a nazioni responsabili di danneggiare gli interessi americani. Nessuna nazione è immune dal rischio della sospensione dei diritti umani. Abu Ghraib e Guantánamo sono dei moniti, come lo è il carcere di Abu Selim, dove nel 1996 Gheddafi fece trucidare un migliaio di detenuti tra i quali molti islamisti reduci dall’Afghanistan, che avevano organizzato un gruppo di resistenza contro il regime. Né gli Europei, né gli Americani protestarono ufficialmente. Quello stesso carcere fu successivamente impiegato da Gheddafi, sotto la supervisione americana, come “filiale di Guantanamo” nella Guerra al Terrore contro gli stessi fondamentalisti islamici afgani e pachistani. Nel 2011, dopo l’inizio dell’insurrezione di Bengasi e Misurata, è diventato un importante casus belli dell’operazione “Alba di un’Odissea”, patrocinata dall’ONU con la risoluzione 1973.
Quel che noi, persone comuni, cerchiamo di rimuovere dalla nostra consapevolezza, per protegge la nostra psiche, per non dover affrontare le nostre paure, è l’esistenza di quelle forze titaniche quanto perfido sinistre che sono all’opera nella storia moderna e che minacciano tutti gli esseri umani, non solo gli Ebrei o altre minoranze (Rubenstein, 2001). Bisogna restare sempre vigili e circospetti, non credere mai che qualcosa appartenga definitivamente al passato. Nessun Ebreo dell’Europa occidentale si aspettava di finire vittima di giganteschi pogrom. Nessun nomade magiaro si sarebbe aspettato di dover sottostare a normative ferocemente discriminatorie da un governo che fa parte dell’Unione Europea, come sta accadendo in questi mesi.
Esiste una continuità nella storia dell’istituzione sociale chiamata schiavismo, che oggi si ripropone in nuove forme: vortice dell’indebitamento nazionale, prostituzione tramite tossicodipendenza, indebitamento e violenza coercitiva o minaccia di ritorsione contro parenti rimasti in patria; racket delle elemosine, traffico di organi, sfruttamento ed abuso di minori nella pedopornografia, tratta di immigrati. Auschwitz è solo il culmine di queste tendenze. Mentre nei sistemi semi-feudali l’essere umano era trattato come una cosa ma parzialmente considerato un essere umano, nei sistemi capitalistici si tende ad enfatizzare soprattutto la sua dimensione di oggetto e merce. I lager dovevano servire a smaltire l’eccesso di slavi quando l’industria bellica non avesse più saputo che farne e i piani di sterilizzazione di massa non erano indirizzati solo agli slavi ma anche ai latini e mediterranei.
La democrazia serve ad evitare che la rimozione consegua all’abbondanza di manodopera, che si applichino le regole della zootecnia all’umanità e non solo al bestiame. Le dichiarazioni di una parte dell’intelligentsia euro-americana del dopoguerra in favore della pena di morte, delle sterilizzazioni e castrazioni di massa degli indesiderabili, della necessità di plasmare la specie umana, stanno lì a testimoniarne l’importanza (Fait, 2008).
I campi di internamento e forse persino quelli di sterminio possono tornare ad essere un modello di ordine sociale futuro e nessuno di noi se lo può permettere. Teniamoci stretta la democrazia!