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giovedì 26 gennaio 2012

I Libici (specialmente quelli neri) sentitamente ringraziano il PD e Napolitano




Che il PD abbia tradito praticamente tutti i valori per cui si batterono i partigiani non è una novità. È un partito di affaristi, sostenitori di un primo ministro neoliberista e di guerre che di umanitario non hanno nulla:
LIBIA
KOSOVO

Sciaguratamente, milioni di italiani continuano a votare per un partito complice del crimine perpetrato in Libia dall’Occidente e che, ci si augura, raccoglierà quel che ha seminato (non resta che invocare la giustizia karmica sugli stolti e sugli infami):

La Libia è nel caos. Quello che era uno dei paesi più prosperi dell’Africa è ora nelle mani dei fondamentalisti e delle multinazionali occidentali:
La NATO ha assistito la presa del potere di ex-Gheddafiani che si sono riciclati democratici ed hanno ingannato quei sempliciotti dei cittadini occidentali ma non certo i Libici, che infatti hanno preso d’assalto, armi alla mano, la sede del CNT proprio di Bengasi, già capitale degli insorti, aggredendo lo stesso Mustafa Abdel Jalil:
Anche il numero due del CNT è stato aggredito:
Nel frattempo la tribù dei Warfalla ha attaccato ed occupato Beni Walid, mandando un chiaro messaggio al CNT:
che ora minimizza:
I messaggi che provengono dalle milizie del CNT e che sono rivolti ai libici di pelle scura sono invece di ben diverso tenore. I neri libici sono perseguitati da anni e Gheddafi era l’unico baluardo contro linciaggi e torture. Ora i razzisti hanno campo libero e le atrocità non si contano, come testimoniano gli osservatori di Human Rights Watch:
e ricevono persino il supporto aereo NATO quando si tratta di espellere i 30mila abitanti di colore della cittadina di Tawergha, un altro potenziale crimine contro l’umanità:
Molte delle 7mila persone detenute illegalmente e torturate o sottoposte a sevizie sono di pelle scura:
Un altro singolare accidente del caso è che il più importante comandante militare della Libia post-Gheddafi, Abdel Hakim Belhaj, che presiede il Consiglio Militare di Tipoli, sia un fondamentalista islamico, come peraltro molti altri dirigenti della Libia “democratica”:
essendo però, in aggiunta a questo, anche il fondatore di un gruppo di guerriglieri islamici che hanno costituito il cuore dell’insurrezione contro Gheddafi e che il governo inglese ha classificato come estremisti islamici ispirati da Al Qaeda
e le Nazioni Unite descrivono come “affiliati ad Al-Qaeda”:
Dunque la NATO combatte Al-Qaeda in Pachistan, mettendo a repentaglio la stabilità di una potenza nucleare con gli eccidi indiscriminati dei suoi droni, ma l’appoggia in Libia!

Complimenti vivissimi ai “Democratici” (tra l’altro, quanta tracotanza/hybris in questa auto-denominazione) per la splendida performance. Dormite pure sonni tranquilli, fino alla prossima guerra umanitaria:

lunedì 23 gennaio 2012

Morbido è bello - perché amo il femminino e detesto Nietzsche, pur ammirandolo







For a New World Order to live well



La società è un’impalcatura…su cui una specie prescelta di individui è in grado di innalzarsi al suo compito superiore e soprattutto a un "essere" superiore.
Al di là del Bene e del Male

Ciò che determina la tua condizione è l’ammontare di potere che rappresenti: il resto è codardia.
La volontà di potenza.

L’ordine delle caste, la successione gerarchica delle classi, esprime la suprema legge della vita stessa.
L’Anticristo

Si promuove il proprio io e sempre a spese degli altri...la vita vive sempre a spese di un'altra vita - chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso l'onestà.
Volontà di Potenza

Il fenomeno fondamentale: innumerevoli individui sacrificati a vantaggio di pochi: per rendere possibili i pochi.
Volontà di Potenza

È necessario che gli uomini superiori dichiarino guerra alla massa! Non c'è luogo in cui i mediocri non si radunino per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, addolcisce, valorizza il "popolo" o il "femminino", agisce a favore del suffrage universel, ossia del dominio degli uomini inferiori.
Volontà di Potenza

La vita stessa non riconosce nessuna solidarietà, nessuna "uguaglianza di diritti" fra le parti sane di un organismo e quelle degenerate: queste ultime devono essere amputate - oppure l'insieme va in rovina. Avere compassione dei décadents, concedere uguaglianza di diritti anche ai falliti, sarebbe la più profonda immoralità, sarebbe l'antinatura posta come morale.
Volontà di Potenza

E non sarebbe una specie di meta, di soluzione e di giustificazione per lo stesso movimento democratico se venisse qualcuno che se ne servisse - affinché finalmente trovi una via per dare una forma nuova e sublime alla schiavitù.
Volontà di Potenza

Io vi insegno il superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna
Così parlò Zarathustra

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?
Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n. 341).

È possibile dividere il mondo in mille maniere. Ad esempio, si può partire dalla contrapposizione solido/morbido (liquido).
Tempo fa un sostenitore di Berlusconi scriveva su facebook: “il partito di plastica, come ci chiamate spregiativamente, è un partito solido e con una nerchia possente in grado di respingere qualsiasi tentativo di deriva autoritaria del pci”.
Questo motivo del "ce l'ho duro" ritorna implacabilmente nelle esternazioni delle personalità autoritarie, di destra e di sinistra, dei razzisti, integralisti, nazionalisti/patrioti, fondamentalisti, elitisti, ecc.
Klaus Theweleit ci ha mostrato che il femminino è associato alla morbidezza ed alla liquidità (all’etereo dell’anima, dello spirito), il mascolino alla durezza, alla graniticità (al corpo, alla materia). Il razzista necessita di profilassi quando si trova alle prese con la liquidità della “melma extra-comunitaria”: teme di essere infettato. Il potere è il suo viagra, la supremazia su tutto ciò che non è sufficientemente duro, coriaceo, corazzato.
Le personalità autoritarie, i feticisti del mascolino, si inchinano al cospetto del maschio alfa di turno, SEMPRE. Coriacei all’esterno, sono morbidi dentro, ma non lo vogliono e possono ammettere. Molti cristianisti superomistici sarebbero i primi a convertirsi all'Islam, in un'ipotetica Eurabia, così come molti comunisti si sono convertiti al berlusconismo o al cristianismo. L’importante, per loro, è essere devoti: al loro ego e a qualunque entità collettiva che consenta loro di venerarlo (il proprio ego, appunto) senza dar mostra di narcisismo.
Il potere inebria questi ego mascolini, insicuri e proprio per questo armati di luoghi comuni e pregiudizi virilisti: dà loro la possibilità di plasmare la materia e la Creazione a loro gusto e discrezione.
Donne, trans, gay, drogati, zingari, ebrei progressisti, liberal, stranieri, tifosi avversari, ecc. sono tutti troppo fluidi, soffici, melmosi, virali, pandemici. Bisogna tenerli a bada, magari scendendo a valle dalla granitiche montagne con gli itifallici kalashnikov, carichi (non sterili). Falli eretti, confini netti, auto-tribalizzazione intruppante, moralismo ipocrita ma intransigente e guaine identitarie immunizzanti. Tutto può essere utile a creare degli ego rassicurati.
Cosa c'è di vivo in tutto questo? Nulla. È necrofilia inconsapevole. La vita è impura, promiscua, contingente, aperta, non auto-referenziata ma, soprattutto, scorre e cambia (panta rei). La plastica e la roccia non sono vive. Sono “sicuri da morire”, come suggeriva l’antropologo indo-statunitense Arjun Appadurai.
Nietzsche è l’epitome di questa mentalità, un compendio delle idiosincrasie dell’ego mascolino.

Fanno un po’ sorridere i difensori di Friedrich W. Nietzsche, perché spesse volte difendono il loro idolo soprattutto per non dover mettere in discussione la validità delle loro scelte e la presentabilità della loro personalità. Il filosofo tedesco fu senza dubbio un genio, ma chiunque l’abbia letto con un minimo di attenzione e che sia dotato di una coscienza/empatia sufficientemente sviluppata, non avrà potuto fare a meno di notare la continuità di un pensiero che va da Callicle a Terry De Nicolò, passando per Hitler:
E che, lo chiarisco subito, ha una sua rispettabilità. Sì, sto dicendo che l’ideologia nazista, per quanto rivoltante, aberrante, sanguinaria e mostruosa, non è un non-pensiero, è e rimane una filosofia, una filosofia che è sempre esistita e sempre esisterà, perché fa parte della Creazione, come ho cercato di spiegare qui: 
È una prospettiva sul mondo parziale, insufficiente, narcisistica, egocentrica, superficiale, ecc. ma non è inesistente. Non è l’antitesi del sapere.
Si è detto che Nietzsche non può essere considerato un filosofo, giacché ha condannato l’uso dell’intelletto e della logica preferendovi l’istinto e le emozioni. È certamente vero che fu ignorato dall’ambiente filosofico fino alla prima guerra mondiale, quando divenne un ottimo strumento di propaganda. È altrettanto vero che non ha mai davvero amato nessuno tranne che se stesso, si è autoproclamato artista senza produrre vera arte, ma solo una serie di aforismi a volte acutissimi ed illuminati/illumnanti, altre volte avvilenti per la loro dozzinalità (anche i geni non possono essere sempre al meglio).
Eppure rimane uno dei più grandi filosofi della storia umana e quel che ci ha insegnato non è meno prezioso di quel che ci hanno insegnato un Socrate, un Wittgenstein o un Lao Tzu.
Mentre la massima parte dei maestri spirituali dell’umanità ha insegnato che ego va tenuto sotto controllo e, se possibile, ridimensionato – perché ego è nemico dell’empatia –, Nietzsche insegna che bisogna gonfiarlo, come la coda di un pavone, come il gozzo della rana toro quando si sente minacciata o deve competere con un altro maschio: “Una piccola Rana vide, dalla riva del suo stagno limaccioso, un grosso Bue e, tanto si stupì della sua prestanza fisica che desiderò intensamente diventare come lui. Cominciò così a gonfiarsi a più non posso; infine, soddisfatta, si mostrò al Bue:
- Guardami un po', - lo apostrofò con aria di sfida - sono ben grossa? - Non è sufficiente, vecchia mia, ci vuol altro! La Rana, invidiosa, si gonfiò di più e poi, si gonfiò ancora, ma la sua pelle fragile, ahimè, si lacerò per lo sforzo e la minuscola Rana vanitosa si trovò ridotta come un sacco vuoto, senza vita, simile a quei tali intriganti, tutta apparenza e niente sostanza, che non contenti di quello che hanno, fanno il passo più lungo della gamba per eguagliare modelli inimitabili” (Jean de La Fontaine, "Le Fiabe degli Animali").

Nietzsche sostiene che l’unica motivazione umana è la volontà di potenza. Mitezza e dolcezza servono solo a mascherare il vero movente. Santo o tiranno pari sono. La negazione di questa volontà di potenza è una malattia e Nietzsche è il medico dell’umanità. Ma il problema è psicologico: Nietzsche è un uomo che cerca la potenza fuori da sé perché si sente insicuro ed inadeguato. La persona veramente forte si può permettere di essere giusta e gentile, il debole no: l’ansia lo divorerebbe. I più piccoli, deboli esseri umani sono i più egoisti: “grandi” e duri fuori, piccoli e morbidi dentro. Purtroppo il palcoscenico della storia è quasi sempre stato occupato da uomini che non si sentono sufficientemente uomini e nel contempo sentono il bisogno di dimostrare a tutti di esserlo, di non essere emasculati, ma virili, granitici appunto.

Nietzsche dichiara che alla società serve il Superuomo, qualcuno che sia libero di fare quel che gli pare. Dio è morto e non ci sono norme universalmente applicabili, né ci sono punizioni per i propri capricci. Il Superuomo è l’alfa e l’omega della società. È in lui e nel servirlo che essa trova il suo fine e significato. I superuomini, che incarnano la legge – come il Führer –  formeranno una casta razzialmente pura e dominante ed il resto della popolazione sarà ridotta allo condizione di paria o chandala (impurità intrinseca).

Quando si definisce Nietzsche un liberatore, bisognerebbe tenere bene a mente il fatto che il suo unico intento emancipativo riguardava il superuomo. L’uomo ordinario doveva essere soggiogato, denigrato, asservito. Per la prima volta un filosofo va oltre Machiavelli e proclama la necessità dell’uso della violenza e della brutalità fino all’eliminazione degli “inadatti”. Non pone nessun limite a ciò che le creature superiori possono fare. Bene e male, giusto e sbagliato sono stati inventati per le persone ordinarie, quelle inferiori, quelle che ne hanno bisogno. Rapporti personali e familiari non contano quando un uomo è alla ricerca del più alto grado di eccellenza personale. Essere deboli è un errore, perché è troppo ordinario. Il superuomo nietzscheano si crea le sue regole, privilegiando le virtù del coraggio, della potenza e dell’audacia.
La vita non ha un fine che non sia la sua auto perpetuazione. Vivere è la logica della vita, il suo valore fondante. La morale della vita è quella della forza, dell’energia della volontà creatrice: una moralità spontanea, aggressiva, espansiva, modellatrice, che realizza la vita invece di riformarla, che è al di là del bene e del male e deve prevalere sulla morale degli schiavi. Il superuomo è lo spirito libero, l’uomo nobile e superiore, i cui valori si auto-fondano.
La casta dominante non deve giustificare il suo operato, ciò che fa è giusto per definizione, perché rappresenta la sorgente dei valori fondanti e non deve richiedere approvazioni. Giudica ciò che è nocivo per se stessa come nocivo in senso assoluto. I suoi valori e criteri di giudizio sono gli unici ad avere validità universale.
Nietzsche è un materialista e detesta platonismo e cristianesimo per il loro attaccamento ad una realtà ulteriore, metafisica, separata da quella sensibile, più vera di quest’ultima. Chi ci crede lo fa per risentimento, per superare il suo senso di impotenza, frustrazione e sconforto, al cospetto di chi trionfa: la sua è la morale degli schiavi, di chi rifiuta la vita e la forza invece di affermarle.

Secondo Nietzsche il processo di civilizzazione ha indotto l’umanità a vergognarsi dei suoi legittimi istinti (come l’aggressività, la crudeltà ed il desiderio di prevaricazione), determinando la nascita del senso di colpa, che spinge gli uomini a rivolgere le proprie pulsioni contro se stessi. Invece l’uomo dovrebbe godere edonisticamente: la sua unica vera colpa è quella di non averlo fatto abbastanza, di aver scelto la felicità ultraterrena in luogo di quella terrena (“Così parlò Zarathustra”). Il cristianesimo è anti-vitale, necrofilo, favorisce i deboli, la gracilità, i moribondi, a discapito di chi afferma la vita. Democrazia e socialismo seguono la medesima strada, sbagliata, causando l’infiacchimento, il degrado, la regressione dell’umano.
Il bene comune non esiste, esiste solo il bene soggettivo, l’autopromozione, che si estrinseca in un’organizzazione sociale aristocratica in cui una casta di signori si dedica al piacere ed una massa di lavoratori subordinati (fisicamente e mentalmente mediocri, dozzinali) li mantiene. Ma, per riuscire ad edificarla, occorre tornare alla fedeltà alla terra, alla vita ed al sangue, serve la transizione evolutiva dall’uomo al superuomo. L’uomo è, infatti, a sentir Nietzsche, “un cavo teso tra la bestia e il superuomo”. Serve un capovolgimento dei valori correnti, umanitari e spirituali, una trasvalutazione (nichilismo attivo) che neghi la falsa concezione della realtà e del destino dell’uomo che domina il presente, a sua volta frutto di un’inversione morale iniziata dagli Ebrei.
Per capire come si debba vivere sarà sufficiente ribaltare la prospettiva. Ciò che è bene visto dal basso (nell’ottica della plebe) è male visto dall’alto e vice versa.
L’egoismo è l’essenza delle menti più nobili – ciò che è debole va sacrificato per la gloria di ciò che è forte. Gli egoisti non devono sentirsi in colpa, è solo falsa coscienza: “Se le persone non si considerano più malvagie, cessano di esserlo” (“Aurora: pensieri sui pregiudizi morali”, 1881, 148). 
Signori e servi avranno sempre una concezione antitetica di bene e male, perché i primi sono autentici ed i secondi sprofondano nel risentimento. Ma mentre i signori non si rendono conto di danneggiare il prossimo nel perseguimento dei propri obiettivi, i servi lo fanno deliberatamente (Aurora, 371).
I signori sono, a buon diritto, sfrenatamente insolenti (übermütigsten) e non devono sentirsi in obbligo verso chi non è loro pari. La loro discrezionalità è illimitata, al di là del bene e del male (aussermoralisch). La compassione è una malattia della civiltà occidentale che può condurre ad un nuovo buddismo ed alla degenerazione della vita stessa. La vita infatti è usurpazione, sfruttamento, soggiogamento, la volontà di potenza è volontà di vita. Dunque crudeltà, disonestà, vendetta ed irrazionalità istintuale sono virtù, mentre la curiosità intellettuale, la pace, la compassione ed il cambiamento sono dei pericoli (“Aurora” e “Genealogia della Morale”).
Per questo prediligo il femminino e contemplo, stupefatto ed anche un po’ impietosito, l’alterità della filosofia nietzscheana rispetto alla mia.
È la mia superbia che mi spinge a provare commiserazione, in luogo dell’interesse e rispetto per l’altro-da-me: in questo senso sono molto più affine a Nietzsche ed agli “ego d’acciaio” di quanto mi piacerebbe essere.

giovedì 22 dicembre 2011

Mandela - Nobel per la pace, rivoluzionario, amico di Gheddafi




È sempre l’oppressore, non l’oppresso, che determina la forma della lotta
Nelson Mandela


Nessun paese può rivendicare di essere il poliziotto del mondo e nessuno stato può dettare a un altro cosa deve fare. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici oggi hanno l’impudenza di dirmi di non fare visita al mio fratello Gheddafi. Mi suggeriscono di essere ingrato e di dimenticarmi del passato
Nelson Mandela

Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e primo presidente nero del Sudafrica nel 1994, era considerato un terrorista dal governo sudafricano ed il suo nome, come quello di altri membri dell’African National Congress, è restato fino al 26 giugno 2008 sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano, tanto che per poter entrare negli Stati Uniti aveva bisogno ogni volta di uno speciale nullaosta. Hanno alterato la lista espungendo il suo nome solo in previsione del suo 90° compleanno, il 18 luglio 2008.
Il movimento di liberazione African National Congress (ANC), da lui capeggiato, si era dato alla resistenza armata creando una rete di guerriglieri (Umkhonto we Sizwe, la Lancia della Nazione) dopo che anni di protesta nonviolenta contro l’apartheid non avevano portato ad alcun progresso. Inizialmente si era speso assieme al suo amico, l’avvocato Oliver Tambo, per fornire rappresentanza legale pro bono o comunque ad un costo accessibile ai neri. Ma la misura fu colma, a giudizio di Mandela, che era già stato incarcerato dal 1956 al 1961 per la durata di un processo per “alto tradimento” che si concluse con la sua assoluzione, con il Massacro di Sharpeville, il 21 marzo 1960, quando la polizia aprì il fuoco contro una folla di dimostranti neri uccidendo 69 persone in conseguenza del fatto che, come dichiarò il colonnello Pienaar, “la mentalità indigena non permette di radunarsi pacificamente. Per loro un raduno significa violenza”. I sabotaggi e gli attentati causarono decine di morti e centinaia di feriti tra i militari, ma anche tra civili bianchi e neri. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha stabilito che Umkhonto we Sizwe si macchiò di continue violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e l’esecuzione sommaria di agenti del regime sudafricano, sebbene queste pratiche non fossero mai state ufficializzate dall’ANC. Nel 1985 rifiutò la libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata motivando la sua scelta con queste parole: “solo gli uomini liberi possono negoziare. Un detenuto non può instaurare alcuna relazione contrattuale”.
Per circa 40 anni dovette fronteggiare non solo l’oppressione bianca sudafricana, ma anche l’opposizione di Stati Uniti, Regno Unito (le scuse ufficiali sono arrivate solo nel 2010), Francia (fino al 1981) e persino Israele:

Nel corso di un’intervista al Larry King Live (16 maggio 2000), Mandela ha espresso il suo punto di vista sul suo passato.
KING: Lei è stato un terrorista?
MANDELA: Beh, il terrorismo dipende da…
KING: …da chi vince.
MANDELA: precisamente. Mi chiamavano terrorista, ma quando fui rilasciato molte persone mi abbracciarono, anche i miei nemici di un tempo. E questo è quel che dico alle persone che dicono che chi combatte per la liberazione del proprio paese è un terrorista. Dico loro che anch’io lo sono stato, ma oggi sono ammirato da quelle persone che dicevano che ero un terrorista.
KING: è mai riuscito a spiegarsi l’apartheid?
MANDELA: è difficile capire un fenomeno del genere, ma penso che in una nazione come il Sudafrica, dove la stragrande maggioranza della popolazione era nera e chi comandava rappresentava solo il 14 per cento della popolazione, l’apartheid era il modo migliore per difendere la supremazia bianca, tagliandoci fuori completamente dai diritti di cittadinanza.
KING: Come l’hanno trattata in carcere?
MANDELA: all’inizio molto male e ci è toccato lottare per un trattamento più dignitoso. Questa lotta ha portato buoni frutti.  
KING: come ci siete riusciti? Come si combatte il sistema?
MANDELA: all’inizio abbiamo fatto degli scioperi della fame, una delle migliori armi a disposizione per dei detenuti. Ci siamo rifiutati di eseguire dei compiti umilianti, sopportando le punizioni conseguenti. Ma abbiamo insistito.
KING: erano concesse delle visite?
MANDELA: potevo vedere i membri della mia famiglia solo ogni sei mesi. Nessuno al di fuori della cerchia famigliare.
KING: come ha fatto a tirare avanti?
MANDELA: ero circondato da persone brillanti, alcuni di loro con un’eccellente educazione ottenuta in università straniere, persone che avevano viaggiato ed era un vero piacere sedersi con loro e fare conversazione. Mi hanno arricchito. E poi ci hanno concesso ottime letture. Così abbiamo scoperto che anche il solo fatto di sedersi e di pensare era il miglior modo di mantenersi freschi e in forma, capaci di affrontare i problemi di ogni giorno e di esaminare il nostro passato. Era possibile prendere le distanze da se stessi e riflettere sul proprio comportamento, se ero stato all’altezza di qualcuno che aveva cercato di porsi al servizio della società, e ci furono molti casi in cui mi sono vergognato di me stesso.
KING: ad esempio?
MANDELA: quando arrivai a Johannesburg dalla provincia non conoscevo nessuno ma molti sconosciuti furono gentili con me. Poi finii in politica e divenni un avvocato, così impegnato da non pensare che avrei dovuto tirarmi fuori il tempo per le persone che avevano fatto così tanto per me. È stato solo in prigione che mi sono reso conto di aver fatto qualcosa di imperdonabile, di non aver apprezzato l’ospitalità che mi veniva data da persone che non conoscevo, la loro generosità. Il fatto di essere diventato un avvocato, dimenticandomi di loro, mi faceva male.
KING: lei ha fatto amicizia con le guardie, vero?
MANDELA: abbiamo appoggiato le guardie che ci rispettavano e abbiamo visto che non esisteva un sostegno monolitico per l’apartheid. Ci sono sempre persone che ragionano umanamente.
KING: alcuni di loro erano analfabeti. Li ha aiutati a scrivere lettere ed alcuni di loro aveva delle cause in corso e li aiutò anche in quello?
MANDELA: proprio così. Lo facevamo perché quelli in alto se ne fregavano di quelli in basso, li trattavano come stracci. Abbiamo fatto cambiare le cose perché trattavamo tutti come degli esseri umani, con delle speranze e delle aspirazioni.
KING: dopo 26 anni di prigionia, ha chiesto di ritardare il rilascio di tre settimane.
MANDELA: certamente non vedevo l’ora di andarmene, ma volevo che la mia liberazione fosse organizzata come si deve e potessero essere presenti le persone che mi avevano ospitato da giovane e la generosità dei quali non avevo ricambiato. Volevo avere l’opportunità di ringraziarli personalmente per tutto quel che avevano fatto per me.
KING: non ha mai odiato i suoi carcerieri?
MANDELA: No, perché bisogna tener conto del fatto che nella situazione in cui eravamo una promozione dipendeva dal proprio sostegno all’apartheid e perciò le persone buone si capiva che avevano l’atteggiamento di chi ti vorrebbe dire che quel che fa lo fa solo per la promozione, non per cattiveria. Alcuni di loro sono diventati amichevoli e non hanno mai mortificato la nostra dignità.

Perché rimase amico di Gheddafi fino all’ultimo?

domenica 18 dicembre 2011

Quel che i politici altoatesini non vogliono che si sappia in giro




Sulla base delle diverse condizioni di base e dei fattori strutturali, a Nord e a Sud del Brennero si è sviluppata una cultura della vita privata e pubblica molto diversa. […] il Tirolo ha potuto e voluto rimanere attaccato alla sua tradizione. Presumibilmente non c’è stata la necessità di ridefinire la propria identità. Invece nel Trentino Alto Adige la situazione è diversa. Questa Regione si è in parte integrata nella cultura italiana, ma in parte ha percorso nuove strade. Nel Trentino Alto Adige, con la spinta generata dalla posizione geopolitica e dall’obbligo di inventare un sistema di convivenza plurietnico è sorta la necessità di creare una nuova identità culturale e sociale.
Hermann Denz

Un egoismo e un provincialismo tramandati da generazioni - e che spesso si travestito da indifferenza - restringe talmente la visuale da limitare la vista a piccolissimi ambiti delle molteplici questioni che ci riguardano. Non c'è dunque da meravigliarsi se i tirolesi non vedono oltre i confini del Tirolo e gli svizzeri appena un po' oltre i confini del rispettivo cantone! Sino a quando non ci abitueremo a considerare i nostri problemi nell'ottica più ampia del contesto mondiale continuerà a mancarci il senso storico del tempo e degli avvenimenti. Nessuno può più permettersi di far finta di abitare su un'isola.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”.

Pius Leitner, consigliere provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per legge - l'ingresso in Alto Adige di immigrati anziani e bambini immigrati malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di banalizzazione appunto del Male.
Luigi Gallo, assessore del comune di Bolzano

Un sondaggio condotto nel Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe (48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di 25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2% considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht) e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle leggi locali), ma per il 56,3% non occorre erigere alcun minareto (“Minarette in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio Elisabeth Donat, ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7% considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat e una percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am Bergisel“), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti. Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler Freiheit – come una conferma della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per riunificare il Tirolo.

La più recente rilevazione delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (Ausserbrunner / Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) offre molti spunti di riflessione e diversi motivi di sorpresa.
Ponendo a confronto i dati del 2004 (riportati nella medesima analisi) con quelli del 2009, notiamo che, alla domanda “Cosa ti piace molto dell’Alto Adige?”, l’autonomia riscuote sorprendentemente solo il 43-44% dei consensi, un dato che purtroppo non è stato approfondito dai ricercatori. Forse è ormai un’istituzione che si dà per scontata, nonostante tutti i sacrifici che sono stati fatti per ottenerla. Tra il 2004 ed il 2009, la “tradizione” scende dal 33% al 30% e la possibilità di convivere tra diversi gruppi linguistici è in flessione di ben sette punti percentuali, dal 36% al 29%. I problemi principali presenti in Alto Adige, dal punto di vista dei giovani dai 14 anni in su includono: tossicodipendenza ed alcolismo (oltre il 70%); immigrazione (in salita dal 63% al 67% tra 2004 e 2009); l’estremismo di destra e la violenza (52%), la scarsa democrazia e possibilità di partecipazione ai processi decisionali (che sale dal 21% ad oltre il 37%!), mentre la criminalità è in discesa (dal 35% al 31%), come la divisione dei gruppi linguistici, che è vista come un problema da poco meno del 43%, rispetto al 44% del 2004.
L’immigrazione è perciò decisamente un problema di forte rilevanza. Gli stranieri in Alto Adige, provenienti da oltre 126 paesi del mondo, hanno superato la soglia dei 40mila residenti e si avviano a costituire il 10% della popolazione complessiva, anche grazie al basso tasso di mortalità (sono, di norma, giovani) ed all’alto tasso di natalità. Per un utile confronto, in Trentino, al 1 gennaio 2010, gli stranieri erano oltre 46mila e costituivano l’8,8% della popolazione totale. In Veneto la percentuale ha già superato la soglia del 10% della popolazione totale, come nel comprensorio trentino della Valle dell’Adige. In Alto Adige, come in Trentino, gli stranieri risiedono prevalentemente nei centri urbani.
È chiaro che un fenomeno di queste dimensioni non può lasciare indifferenti ed è altrettanto chiaro che chiunque abbia a cuore le sorti di questi esseri umani migranti, dovrebbe augurarsi che il loro numero si riduca e rimangano solo i migranti per scelta, non per necessità. Una speranza che mal si concilia con le dinamiche del modello capitalista globalizzato.
Così, nell’odierno Alto Adige, anche tra le persone che non considerano l’immigrazione un problema, quasi un 37% pensa ci siano troppi immigrati e, sia tra quelli che la considerano un problema sia tra quelli che l’accettano, vi è una fortissima richiesta (oltre il 70%) di intervento affinché i paesi di provenienza degli immigrati siano aiutati a sistemare i rispettivi problemi. È interessante notare che, tra quelli che vedono l’immigrazione come un problema, oltre un quarto è d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati costituiscono un arricchimento culturale per la nostra provincia” e quasi la metà sottoscrive l’affermazione che “gli immigrati sono indispensabili per l’economia della nostra provincia”. La xenofobia in Alto Adige esiste ed è in crescita, perché “perfino fra i giovani/le giovani che segnalano il problema dell’estremismo di destra e della violenza in provincia di Bolzano, coloro che considerano un arricchimento culturale la presenza degli stranieri in provincia non rappresentano la maggioranza”, ma non è endemica.   
In un paese come l’Italia dove l’ignoranza viene sbandierata ai più alti livelli istituzionali, è importante rilevare il dato che “i giovani provenienti da famiglie in cui né il padre né la madre hanno un titolo di studio superiore alla scuola dell’obbligo, ravvisano nell’immigrazione un grave problema con una frequenza quasi doppia (29,5%) rispetto ai giovani appartenenti al ceto medio o alto. Appare evidente che questo gruppo di giovani ha maggiori problemi nell’affrontare culture diverse o persone di lingua diversa dalla propria”.
Quanto alla separazione dei gruppi linguistici, si tratta di un fenomeno avvertito maggiormente dai residenti urbani. È possibile che, al di fuori dei centri urbani, il contatto con l’altro gruppo linguistico si sia ridotto. In una diversa rilevazione, risalente al 2006 ed effettuata sull’intera popolazione residente, emergeva chiaramente che “sono gli italiani a sentire maggiormente la problematicità della divisione dei gruppi linguistici: il 30,8% ritiene che sia un problema molto presente e il 41,8% che sia presente; per i tedeschi, invece, tali percentuali sono rispettivamente dell’8,5% e del 24,7%”. “La maggior parte degli intervistati (54,4%) ritiene che la situazione sia rimasta invariata rispetto a cinque anni fa” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). Com’era prevedibile, sono più frequenti i rapporti amicali con gli altri membri del proprio gruppo (67,3%), ma oltre un terzo frequenta  giovani di un altro gruppo linguistico (35,0%) e quasi un quarto ha stretto amicizia con degli stranieri (24,5%). All’aumentare dell’età cresce l’eterogeneità degli amici.
Le differenze tra gruppi linguistici sono quasi certamente di natura geografica-demografica: “i giovani di lingua tedesca sono quelli che maggiormente tendono a rimanere fra di loro: il 72,3% ha solo amici ed amiche dello stesso gruppo linguistico. Nei ladini la relativa quota è pari al 74,2%, nel gruppo linguistico italiano si registra il 45,8%”, mentre “le amicizie interculturali si riscontrano invece soprattutto fra i giovani di lingua italiana: il 42,6% ha anche amici/amiche appartenenti ad altre nazionalità/culture. Negli altri gruppi linguistici è circa il 20% a dare tale risposta”. È chiaro che chi vive in città ha semplicemente più opportunità di incontrare e frequentare persone di altra lingua e cultura non presenti su base esclusivamente stagionale. In molti comuni rurali questa è un’eventualità remota. Lo dimostra il fatto che le percentuali di giovani che parlano di un eccesso di immigrati non si discostano molto tra altoatesini (62,1%), sudtirolesi (66,4%) e ladini (71,2%). Le distanze sono più marcate tra chi è in disaccordo con l’affermazione che “sarebbe meglio che gli immigrati tornassero a casa loro”: sono assolutamente contrari il 39,6% dei giovani di lingua italiana, ma solo il 18,3% dei giovani sudtirolesi ed il 15,2% dei ladini. Ma è anche vero che, tra chi è molto d’accordo, le percentuali sono del tutto analoghe: il 12,4% dei sudtirolesi e l’11,8% degli altoatesini (il 16,2% per i ladini). Dunque le divergenze esistono, ma non sono di natura etnico-linguistica.
Il senso dell’obbligo di assistenza nei confronti dei migranti è purtroppo diminuito marcatamente negli ultimi dieci anni, immagino essenzialmente a causa della crisi economica: si è passati da un eccellente 68,0% del 1999, ad un ottimo 62,6% nel 2004, fino ad un mediocre 49,4% dei nostri giorni. Molto positivo è quel 34,8% degli intervistati che considera la presenza degli stranieri come un arricchimento culturale, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto al 1999, a dimostrazione del fatto che, per molte persone, la conoscenza reciproca attenua sfiducia e sospetto ed incrementa il senso di apertura all’altro. Ancora una volta il luogo di residenza – centri urbani o centri rurali – è decisivo. Gli “xenofili” sono proporzionalmente più numerosi tra gli altoatesini (56,1%) che negli altri gruppi linguistici (poco meno del 30%). I ricercatori dell’ASTAT confermano che vi è “una correlazione significativa fra il grado di ostilità ed i contatti con i concittadini stranieri: i ragazzi e le ragazze che più si dimostrano ostili nei confronti degli stranieri sono coloro che più frequentemente hanno solo amici/amiche all’interno del loro gruppo linguistico. I giovani ostili verso gli stranieri hanno molto meno contatti personali con cittadini stranieri. In presenza, invece, di contatti con altre culture o nazioni, l’atteggiamento ostile si attenua sensibilmente. […]. I giovani che hanno amici stranieri dimostrano una maggiore apertura culturale, pretendono in misura minore che gli stranieri si adeguino al mondo culturale locale ed infine tendono meno ad affermazioni negative riguardo ai cittadini stranieri” (pp. 49-51). In piena corrispondenza con questa valutazione, l’estremismo di destra è meno un problema a Bolzano e in Ladinia che nel resto dell’Alto Adige, dove sfiora o supera abbondantemente il 50%. A dispetto dei proclami ufficiali e con buona pace di chi difende la segmentazione etnica, quest’ultima rappresenta perciò una minaccia per la coesione sociale e per la sicurezza dei cittadini. Un dato che dovrebbe far riflettere, in una società normale. 
Passando quindi alla politica, il coinvolgimento è molto basso ed in calo rispetto al 2004. Solo la metà degli intervistati ha partecipato ad uno sciopero o ad una manifestazione politica. In un mondo integralmente globalizzato, sorprende che ben due terzi dei giovani altoatesini/sudtirolesi si interessino poco o niente delle vicende politiche internazionali. Non a caso, solo il 35,4% degli intervistati è curioso di conoscere il mondo, in flessione dal 36,1% del 2004. Il maggior polo di attrazione, la politica provinciale (che batte quella comunale) attira comunque poco più di un 40% di interesse. Ciò che dovrebbe preoccupare è che la democrazia rappresentativa risulta completamente screditata: oltre l’80% dei giovani è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi personali. Non bisognerebbe però tacciare di qualunquismo i giovani dell’Alto Adige. Contrariamente a quanto si aspetterebbero i cinici, “colpisce il fatto che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui politici, come pure l’opinione secondo cui i giovani si interessano di temi politici” (p. 118). È vero che il materialismo sembra dominare l’orizzonte di ciò che è considerato “in”, ma è anche vero che il volontarismo e la solidarietà sono ben radicati e che in testa alla classifica c’è, a pari merito con “avere un bell’aspetto”, anche la voce “viaggiare”. Inoltre trovo molto incoraggiante il fatto che una prospettiva quasi unanimemente condivisa rimanga quella di “metter su famiglia” e che tra i fattori che fanno funzionare un matrimonio al primo posto ci siano lealtà, fedeltà, rispetto e stima reciproci (oltre il 90%) e comprensione e tolleranza reciproche (oltre l’80%) ed agli ultimi posti la “stessa provenienza culturale” (12,6%) e lo “stesso gruppo linguistico” (8,6%).
La mia opinione coincide con quella di Aung San Suu Kyi: “Non trovo niente di sbagliato nelle persone che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine, né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli, anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa, due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro” (Aung San Suu Kyi, 2008, p. 220).

Le notizie veramente cattive provengono dalla sezione dedicata alla violenza, che indica un’allarmante escalation di propensione all'uso della forza rispetto a solo cinque anni fa: “è quasi raddoppiata la quota di giovani altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i propri interessi (dal 12,2% di chi nel 2004 si dichiarava “totalmente d’accordo” o “d’accordo” al 21,2% del 2009). […]. Nel 2009 il 31,4% dei maschi approva il ricorso alla forza fisica, contro il 17,9% del 2004” (p. 148). Persino tra le ragazze che, di norma, rimangono in favore della nonviolenza e timorose di ogni violenza, la percentuale di contrarietà all’uso di metodi violenti è scesa dal 76,9% del 2004 al 69,3% del 2009. Quest’inclinazione diminuisce all’aumentare dell’età, ma rimane piuttosto alta anche nella classe 23-25 anni (16,6%), dove è più che triplicata (!) rispetto al 2004 (raddoppiata tra i 20-22enni). L’ineludibile constatazione degli analisti è che “anche il solo fatto di approvare un comportamento violento è in crescita tra gli adolescenti: coloro che pur non adoperando mai la forza fisica, ritengono comunque giusto che ci siano persone che mettono a posto le cose in questo modo, sono passati dal 18,6% del 2004 al 23,2% del 2009, mentre rimane sostanzialmente stabile la quota di coloro che reputano normale l’uso della forza fisica nel genere umano per imporsi (dal 14,8% al 15,0%)”. Si sottolinea infine che chi ha ricevuto un’educazione violenta tende a comportarsi in modo più violento e chi ha avuto genitori più propensi al dialogo sceglierà la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Quello della violenza è il problema centrale della nostra specie e della nostra civiltà. Non siamo miti, tendiamo all’egoismo, all’egocentrismo ed alla sopraffazione e per di più abbiamo raggiunto un livello di avanzamento della nostra tecnologia bellica e neurocognitiva che garantisce la nostra autoestinzione o la nostra riduzione in un asservimento inebetito. È dunque quanto mai stupefacente che, sul tema della violenza domestica ed extra-domestica, gli autori dell’indagine sugli stili di vita e orientamenti di valore in provincia di Bolzano del 2006 abbiano dovuto rimarcare come “la decisione di effettuare questo sondaggio è legata alla scarsità dei dati disponibili in questo ambito. Finora in Alto Adige sulle cause e le conseguenze della violenza in famiglia non esistono dati rappresentativi” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 154). È ancora più paradossale che ciò avvenga proprio in Alto Adige, una regione con una storia di violenza politica da una parte e dall’altra del crinale etnico-linguistico ed in cui il conflitto permanente tra gruppi umani è stato istituzionalizzato.
È plausibile che ciò sia avvenuto perché, dato il robusto sostrato autoritario di entrambe le culture dominanti (quella di lingua tirolese-tedesca e quella di lingua italiana – si vedano i dati che seguono), la ragionevole definizione di “violenza” adottata dai ricercatori dell’ASTAT – “ogni azione compiuta (oppure la relativa minaccia) da una persona per recare danno ad un’altra persona o per costringerla a fare (o non fare) qualcosa, senza tener conto o violando la volontà dell’altra persona” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 153) – sarebbe rigettata categoricamente anche da molti esponenti politici. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questa definizione, che condivido, Gandhi e Tolstoj, due apostoli della nonviolenza, erano estremamente ed intollerabilmente violenti nei confronti delle loro famiglie. Quasi tutte le loro biografie fanno riferimento non solo all’occasionale impiego della forza contro le rispettive mogli ma anche ai ricatti psicologici più feroci, all’uso del digiuno (Gandhi) e del vittimismo (Gandhi e soprattutto Tolstoj) come arma di coercizione. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, ma deve solo aiutarci a capire che siamo tutti, inevitabilmente violenti. Non c’è una Bestia Interiore pronta a scatenarsi su tutto e tutti, ma non siamo neppure degli angeli storditi da una cultura della violenza: siamo contemporaneamente angelici e demonici e forse proprio questa interazione ci consente di maturare spiritualmente, apprendendo dai nostri errori e imparando ad essere tolleranti verso le manchevolezze altrui, che quasi sempre sono anche le nostre. 
Perciò Gandhi e Tolstoj non potevano che essere violenti, a dispetto delle loro migliori intenzioni, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni – quelle giustamente esaltate dai due suddetti maestri spirituali. L’esistenza stessa di questi aneliti dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi e vizi innati e cronicizzati – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse qualcuno proviene e dove forse qualcuno è diretto, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931). Un’utopia, ma un’utopia da impiegare come riferimento ultimo.

Alla luce di quanto detto, il sistema di proporzionale etnica è un vero e proprio atto di violenza ai danni di chi non vuole essere incasellato per la sua intera esistenza a beneficio di una minoranza di militanti dell’etnia. In altre parole, l’attuale sistema è un apparato di legittimazione di una violenza psicologica e spirituale, “giustificato” dalle violenze (anche fisiche) del passato e da quelle che potrebbero insorgere negli anni a venire. Purtroppo però, come dimostrano questi studi empirici, è proprio la sua attuale conformazione ad assicurare che rimangano alti il livello della tensione e la possibilità che questa stessa tensione sfoci nella violenza. Che questo dato di fatto non sia riconosciuto come tale non sorprende, proprio alla luce del fatto che il tema delle violenze domestiche è stato metodicamente trascurato per così a lungo e che molte altre forme di violenza, dal ricatto, alla minaccia, al controllo coercitivo, allo stalking (pedinamento/persecuzione), alla privazione del sonno, al sconfinamento in casa, alla distruzione di oggetti di valore affettivo, all’istinto di possesso, alla gelosia maniacale, alla critica distruttiva, all’umiliazione non sono probabilmente identificate come tali.
Riguardo alla violenza fisica, i dati indicano che 13 donne su 100 e 5 uomini su 100 hanno subito nella loro infanzia/gioventù violenza sessuale in una forma qualsiasi, quasi mai da sconosciuti (6,6%). “Il 7,2% degli uomini e l’8,2% delle donne afferma di avere subito dal partner attuale una qualche forma di violenza fisica. Includendo anche i partner precedenti, la percentuale sale complessivamente al 9,0%”. Il 30% di chi chiede aiuto è un uomo e si registra una “forte correlazione tra uso di stupefacenti e maggior ricorso alla violenza”. Dopo il Meridione d’Italia, la maggior concentrazione di denunce per violenze domestiche si registra in Friuli ed in Alto Adige. C’è ragione di credere che l’omertà diffusa celi un considerevole numero di abusi, ma va anche detto che è altrettanto possibile che questi valori indichino invece una maggior propensione alla denuncia, rispetto ad altre aree (Savona/Caneppele, 2006).
La ricerca demoscopica del 2006 (pubblicata nel 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di (in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente d’accordo con la condotta severa della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità, mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe maggiore tolleranza ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo endemica. Questa mia impressione è confortata dal 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini tra i 14 e i 25 anni (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010).
Cosa ci dicono invece le due indagini sul ruolo e la condizione delle donne? Ci dicono che permangono idee spiccatamente tradizionali: oltre il 40% di uomini e donne ritiene che le donne dovrebbero lavorare solo se costrette da necessità economiche e, mentre “le donne continuano ad accollarsi la maggior parte dei compiti domestici” e subiscono violenze domestiche con una frequenza considerevole, oltre il 75% degli intervistati non crede che la discriminazione contro le donne sia un vero problema (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). La situazione non migliora tra i giovani, tra i quali, “La discriminazione della donna o dell’uomo sono considerati problemi di lieve entità da tutti i gruppi socio-demografici, non raggiungendo la soglia del 10%” (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). Ci sarebbe di che rimanerne sbigottiti, se non fosse un risultato tristemente scontato in una società pronunciatamente patriarcale (Fait/Fattor, 2010).
Infine la fede. La Chiesa è ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54 anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali in genere. La laicità, ossia la tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma:

“L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63).

Il quadro che ne ricaviamo è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa, suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man mano che si passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato al sentimento etnico (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, p. 20-21).
Il problema è che, di norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente, inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo, in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà “di frontiera”, non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è anche più forte e tenace in società come quelle dalle quali provengono tanti immigrati.
Lo scontro di paradigmi reazionari potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di “democrazie” populiste – come in Israele e nell’Est Europa –, legate ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.