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domenica 18 dicembre 2011

Quel che i politici altoatesini non vogliono che si sappia in giro




Sulla base delle diverse condizioni di base e dei fattori strutturali, a Nord e a Sud del Brennero si è sviluppata una cultura della vita privata e pubblica molto diversa. […] il Tirolo ha potuto e voluto rimanere attaccato alla sua tradizione. Presumibilmente non c’è stata la necessità di ridefinire la propria identità. Invece nel Trentino Alto Adige la situazione è diversa. Questa Regione si è in parte integrata nella cultura italiana, ma in parte ha percorso nuove strade. Nel Trentino Alto Adige, con la spinta generata dalla posizione geopolitica e dall’obbligo di inventare un sistema di convivenza plurietnico è sorta la necessità di creare una nuova identità culturale e sociale.
Hermann Denz

Un egoismo e un provincialismo tramandati da generazioni - e che spesso si travestito da indifferenza - restringe talmente la visuale da limitare la vista a piccolissimi ambiti delle molteplici questioni che ci riguardano. Non c'è dunque da meravigliarsi se i tirolesi non vedono oltre i confini del Tirolo e gli svizzeri appena un po' oltre i confini del rispettivo cantone! Sino a quando non ci abitueremo a considerare i nostri problemi nell'ottica più ampia del contesto mondiale continuerà a mancarci il senso storico del tempo e degli avvenimenti. Nessuno può più permettersi di far finta di abitare su un'isola.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”.

Pius Leitner, consigliere provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per legge - l'ingresso in Alto Adige di immigrati anziani e bambini immigrati malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di banalizzazione appunto del Male.
Luigi Gallo, assessore del comune di Bolzano

Un sondaggio condotto nel Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe (48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di 25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2% considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht) e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle leggi locali), ma per il 56,3% non occorre erigere alcun minareto (“Minarette in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio Elisabeth Donat, ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7% considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat e una percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am Bergisel“), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti. Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler Freiheit – come una conferma della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per riunificare il Tirolo.

La più recente rilevazione delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (Ausserbrunner / Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) offre molti spunti di riflessione e diversi motivi di sorpresa.
Ponendo a confronto i dati del 2004 (riportati nella medesima analisi) con quelli del 2009, notiamo che, alla domanda “Cosa ti piace molto dell’Alto Adige?”, l’autonomia riscuote sorprendentemente solo il 43-44% dei consensi, un dato che purtroppo non è stato approfondito dai ricercatori. Forse è ormai un’istituzione che si dà per scontata, nonostante tutti i sacrifici che sono stati fatti per ottenerla. Tra il 2004 ed il 2009, la “tradizione” scende dal 33% al 30% e la possibilità di convivere tra diversi gruppi linguistici è in flessione di ben sette punti percentuali, dal 36% al 29%. I problemi principali presenti in Alto Adige, dal punto di vista dei giovani dai 14 anni in su includono: tossicodipendenza ed alcolismo (oltre il 70%); immigrazione (in salita dal 63% al 67% tra 2004 e 2009); l’estremismo di destra e la violenza (52%), la scarsa democrazia e possibilità di partecipazione ai processi decisionali (che sale dal 21% ad oltre il 37%!), mentre la criminalità è in discesa (dal 35% al 31%), come la divisione dei gruppi linguistici, che è vista come un problema da poco meno del 43%, rispetto al 44% del 2004.
L’immigrazione è perciò decisamente un problema di forte rilevanza. Gli stranieri in Alto Adige, provenienti da oltre 126 paesi del mondo, hanno superato la soglia dei 40mila residenti e si avviano a costituire il 10% della popolazione complessiva, anche grazie al basso tasso di mortalità (sono, di norma, giovani) ed all’alto tasso di natalità. Per un utile confronto, in Trentino, al 1 gennaio 2010, gli stranieri erano oltre 46mila e costituivano l’8,8% della popolazione totale. In Veneto la percentuale ha già superato la soglia del 10% della popolazione totale, come nel comprensorio trentino della Valle dell’Adige. In Alto Adige, come in Trentino, gli stranieri risiedono prevalentemente nei centri urbani.
È chiaro che un fenomeno di queste dimensioni non può lasciare indifferenti ed è altrettanto chiaro che chiunque abbia a cuore le sorti di questi esseri umani migranti, dovrebbe augurarsi che il loro numero si riduca e rimangano solo i migranti per scelta, non per necessità. Una speranza che mal si concilia con le dinamiche del modello capitalista globalizzato.
Così, nell’odierno Alto Adige, anche tra le persone che non considerano l’immigrazione un problema, quasi un 37% pensa ci siano troppi immigrati e, sia tra quelli che la considerano un problema sia tra quelli che l’accettano, vi è una fortissima richiesta (oltre il 70%) di intervento affinché i paesi di provenienza degli immigrati siano aiutati a sistemare i rispettivi problemi. È interessante notare che, tra quelli che vedono l’immigrazione come un problema, oltre un quarto è d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati costituiscono un arricchimento culturale per la nostra provincia” e quasi la metà sottoscrive l’affermazione che “gli immigrati sono indispensabili per l’economia della nostra provincia”. La xenofobia in Alto Adige esiste ed è in crescita, perché “perfino fra i giovani/le giovani che segnalano il problema dell’estremismo di destra e della violenza in provincia di Bolzano, coloro che considerano un arricchimento culturale la presenza degli stranieri in provincia non rappresentano la maggioranza”, ma non è endemica.   
In un paese come l’Italia dove l’ignoranza viene sbandierata ai più alti livelli istituzionali, è importante rilevare il dato che “i giovani provenienti da famiglie in cui né il padre né la madre hanno un titolo di studio superiore alla scuola dell’obbligo, ravvisano nell’immigrazione un grave problema con una frequenza quasi doppia (29,5%) rispetto ai giovani appartenenti al ceto medio o alto. Appare evidente che questo gruppo di giovani ha maggiori problemi nell’affrontare culture diverse o persone di lingua diversa dalla propria”.
Quanto alla separazione dei gruppi linguistici, si tratta di un fenomeno avvertito maggiormente dai residenti urbani. È possibile che, al di fuori dei centri urbani, il contatto con l’altro gruppo linguistico si sia ridotto. In una diversa rilevazione, risalente al 2006 ed effettuata sull’intera popolazione residente, emergeva chiaramente che “sono gli italiani a sentire maggiormente la problematicità della divisione dei gruppi linguistici: il 30,8% ritiene che sia un problema molto presente e il 41,8% che sia presente; per i tedeschi, invece, tali percentuali sono rispettivamente dell’8,5% e del 24,7%”. “La maggior parte degli intervistati (54,4%) ritiene che la situazione sia rimasta invariata rispetto a cinque anni fa” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). Com’era prevedibile, sono più frequenti i rapporti amicali con gli altri membri del proprio gruppo (67,3%), ma oltre un terzo frequenta  giovani di un altro gruppo linguistico (35,0%) e quasi un quarto ha stretto amicizia con degli stranieri (24,5%). All’aumentare dell’età cresce l’eterogeneità degli amici.
Le differenze tra gruppi linguistici sono quasi certamente di natura geografica-demografica: “i giovani di lingua tedesca sono quelli che maggiormente tendono a rimanere fra di loro: il 72,3% ha solo amici ed amiche dello stesso gruppo linguistico. Nei ladini la relativa quota è pari al 74,2%, nel gruppo linguistico italiano si registra il 45,8%”, mentre “le amicizie interculturali si riscontrano invece soprattutto fra i giovani di lingua italiana: il 42,6% ha anche amici/amiche appartenenti ad altre nazionalità/culture. Negli altri gruppi linguistici è circa il 20% a dare tale risposta”. È chiaro che chi vive in città ha semplicemente più opportunità di incontrare e frequentare persone di altra lingua e cultura non presenti su base esclusivamente stagionale. In molti comuni rurali questa è un’eventualità remota. Lo dimostra il fatto che le percentuali di giovani che parlano di un eccesso di immigrati non si discostano molto tra altoatesini (62,1%), sudtirolesi (66,4%) e ladini (71,2%). Le distanze sono più marcate tra chi è in disaccordo con l’affermazione che “sarebbe meglio che gli immigrati tornassero a casa loro”: sono assolutamente contrari il 39,6% dei giovani di lingua italiana, ma solo il 18,3% dei giovani sudtirolesi ed il 15,2% dei ladini. Ma è anche vero che, tra chi è molto d’accordo, le percentuali sono del tutto analoghe: il 12,4% dei sudtirolesi e l’11,8% degli altoatesini (il 16,2% per i ladini). Dunque le divergenze esistono, ma non sono di natura etnico-linguistica.
Il senso dell’obbligo di assistenza nei confronti dei migranti è purtroppo diminuito marcatamente negli ultimi dieci anni, immagino essenzialmente a causa della crisi economica: si è passati da un eccellente 68,0% del 1999, ad un ottimo 62,6% nel 2004, fino ad un mediocre 49,4% dei nostri giorni. Molto positivo è quel 34,8% degli intervistati che considera la presenza degli stranieri come un arricchimento culturale, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto al 1999, a dimostrazione del fatto che, per molte persone, la conoscenza reciproca attenua sfiducia e sospetto ed incrementa il senso di apertura all’altro. Ancora una volta il luogo di residenza – centri urbani o centri rurali – è decisivo. Gli “xenofili” sono proporzionalmente più numerosi tra gli altoatesini (56,1%) che negli altri gruppi linguistici (poco meno del 30%). I ricercatori dell’ASTAT confermano che vi è “una correlazione significativa fra il grado di ostilità ed i contatti con i concittadini stranieri: i ragazzi e le ragazze che più si dimostrano ostili nei confronti degli stranieri sono coloro che più frequentemente hanno solo amici/amiche all’interno del loro gruppo linguistico. I giovani ostili verso gli stranieri hanno molto meno contatti personali con cittadini stranieri. In presenza, invece, di contatti con altre culture o nazioni, l’atteggiamento ostile si attenua sensibilmente. […]. I giovani che hanno amici stranieri dimostrano una maggiore apertura culturale, pretendono in misura minore che gli stranieri si adeguino al mondo culturale locale ed infine tendono meno ad affermazioni negative riguardo ai cittadini stranieri” (pp. 49-51). In piena corrispondenza con questa valutazione, l’estremismo di destra è meno un problema a Bolzano e in Ladinia che nel resto dell’Alto Adige, dove sfiora o supera abbondantemente il 50%. A dispetto dei proclami ufficiali e con buona pace di chi difende la segmentazione etnica, quest’ultima rappresenta perciò una minaccia per la coesione sociale e per la sicurezza dei cittadini. Un dato che dovrebbe far riflettere, in una società normale. 
Passando quindi alla politica, il coinvolgimento è molto basso ed in calo rispetto al 2004. Solo la metà degli intervistati ha partecipato ad uno sciopero o ad una manifestazione politica. In un mondo integralmente globalizzato, sorprende che ben due terzi dei giovani altoatesini/sudtirolesi si interessino poco o niente delle vicende politiche internazionali. Non a caso, solo il 35,4% degli intervistati è curioso di conoscere il mondo, in flessione dal 36,1% del 2004. Il maggior polo di attrazione, la politica provinciale (che batte quella comunale) attira comunque poco più di un 40% di interesse. Ciò che dovrebbe preoccupare è che la democrazia rappresentativa risulta completamente screditata: oltre l’80% dei giovani è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi personali. Non bisognerebbe però tacciare di qualunquismo i giovani dell’Alto Adige. Contrariamente a quanto si aspetterebbero i cinici, “colpisce il fatto che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui politici, come pure l’opinione secondo cui i giovani si interessano di temi politici” (p. 118). È vero che il materialismo sembra dominare l’orizzonte di ciò che è considerato “in”, ma è anche vero che il volontarismo e la solidarietà sono ben radicati e che in testa alla classifica c’è, a pari merito con “avere un bell’aspetto”, anche la voce “viaggiare”. Inoltre trovo molto incoraggiante il fatto che una prospettiva quasi unanimemente condivisa rimanga quella di “metter su famiglia” e che tra i fattori che fanno funzionare un matrimonio al primo posto ci siano lealtà, fedeltà, rispetto e stima reciproci (oltre il 90%) e comprensione e tolleranza reciproche (oltre l’80%) ed agli ultimi posti la “stessa provenienza culturale” (12,6%) e lo “stesso gruppo linguistico” (8,6%).
La mia opinione coincide con quella di Aung San Suu Kyi: “Non trovo niente di sbagliato nelle persone che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine, né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli, anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa, due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro” (Aung San Suu Kyi, 2008, p. 220).

Le notizie veramente cattive provengono dalla sezione dedicata alla violenza, che indica un’allarmante escalation di propensione all'uso della forza rispetto a solo cinque anni fa: “è quasi raddoppiata la quota di giovani altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i propri interessi (dal 12,2% di chi nel 2004 si dichiarava “totalmente d’accordo” o “d’accordo” al 21,2% del 2009). […]. Nel 2009 il 31,4% dei maschi approva il ricorso alla forza fisica, contro il 17,9% del 2004” (p. 148). Persino tra le ragazze che, di norma, rimangono in favore della nonviolenza e timorose di ogni violenza, la percentuale di contrarietà all’uso di metodi violenti è scesa dal 76,9% del 2004 al 69,3% del 2009. Quest’inclinazione diminuisce all’aumentare dell’età, ma rimane piuttosto alta anche nella classe 23-25 anni (16,6%), dove è più che triplicata (!) rispetto al 2004 (raddoppiata tra i 20-22enni). L’ineludibile constatazione degli analisti è che “anche il solo fatto di approvare un comportamento violento è in crescita tra gli adolescenti: coloro che pur non adoperando mai la forza fisica, ritengono comunque giusto che ci siano persone che mettono a posto le cose in questo modo, sono passati dal 18,6% del 2004 al 23,2% del 2009, mentre rimane sostanzialmente stabile la quota di coloro che reputano normale l’uso della forza fisica nel genere umano per imporsi (dal 14,8% al 15,0%)”. Si sottolinea infine che chi ha ricevuto un’educazione violenta tende a comportarsi in modo più violento e chi ha avuto genitori più propensi al dialogo sceglierà la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Quello della violenza è il problema centrale della nostra specie e della nostra civiltà. Non siamo miti, tendiamo all’egoismo, all’egocentrismo ed alla sopraffazione e per di più abbiamo raggiunto un livello di avanzamento della nostra tecnologia bellica e neurocognitiva che garantisce la nostra autoestinzione o la nostra riduzione in un asservimento inebetito. È dunque quanto mai stupefacente che, sul tema della violenza domestica ed extra-domestica, gli autori dell’indagine sugli stili di vita e orientamenti di valore in provincia di Bolzano del 2006 abbiano dovuto rimarcare come “la decisione di effettuare questo sondaggio è legata alla scarsità dei dati disponibili in questo ambito. Finora in Alto Adige sulle cause e le conseguenze della violenza in famiglia non esistono dati rappresentativi” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 154). È ancora più paradossale che ciò avvenga proprio in Alto Adige, una regione con una storia di violenza politica da una parte e dall’altra del crinale etnico-linguistico ed in cui il conflitto permanente tra gruppi umani è stato istituzionalizzato.
È plausibile che ciò sia avvenuto perché, dato il robusto sostrato autoritario di entrambe le culture dominanti (quella di lingua tirolese-tedesca e quella di lingua italiana – si vedano i dati che seguono), la ragionevole definizione di “violenza” adottata dai ricercatori dell’ASTAT – “ogni azione compiuta (oppure la relativa minaccia) da una persona per recare danno ad un’altra persona o per costringerla a fare (o non fare) qualcosa, senza tener conto o violando la volontà dell’altra persona” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 153) – sarebbe rigettata categoricamente anche da molti esponenti politici. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questa definizione, che condivido, Gandhi e Tolstoj, due apostoli della nonviolenza, erano estremamente ed intollerabilmente violenti nei confronti delle loro famiglie. Quasi tutte le loro biografie fanno riferimento non solo all’occasionale impiego della forza contro le rispettive mogli ma anche ai ricatti psicologici più feroci, all’uso del digiuno (Gandhi) e del vittimismo (Gandhi e soprattutto Tolstoj) come arma di coercizione. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, ma deve solo aiutarci a capire che siamo tutti, inevitabilmente violenti. Non c’è una Bestia Interiore pronta a scatenarsi su tutto e tutti, ma non siamo neppure degli angeli storditi da una cultura della violenza: siamo contemporaneamente angelici e demonici e forse proprio questa interazione ci consente di maturare spiritualmente, apprendendo dai nostri errori e imparando ad essere tolleranti verso le manchevolezze altrui, che quasi sempre sono anche le nostre. 
Perciò Gandhi e Tolstoj non potevano che essere violenti, a dispetto delle loro migliori intenzioni, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni – quelle giustamente esaltate dai due suddetti maestri spirituali. L’esistenza stessa di questi aneliti dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi e vizi innati e cronicizzati – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse qualcuno proviene e dove forse qualcuno è diretto, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931). Un’utopia, ma un’utopia da impiegare come riferimento ultimo.

Alla luce di quanto detto, il sistema di proporzionale etnica è un vero e proprio atto di violenza ai danni di chi non vuole essere incasellato per la sua intera esistenza a beneficio di una minoranza di militanti dell’etnia. In altre parole, l’attuale sistema è un apparato di legittimazione di una violenza psicologica e spirituale, “giustificato” dalle violenze (anche fisiche) del passato e da quelle che potrebbero insorgere negli anni a venire. Purtroppo però, come dimostrano questi studi empirici, è proprio la sua attuale conformazione ad assicurare che rimangano alti il livello della tensione e la possibilità che questa stessa tensione sfoci nella violenza. Che questo dato di fatto non sia riconosciuto come tale non sorprende, proprio alla luce del fatto che il tema delle violenze domestiche è stato metodicamente trascurato per così a lungo e che molte altre forme di violenza, dal ricatto, alla minaccia, al controllo coercitivo, allo stalking (pedinamento/persecuzione), alla privazione del sonno, al sconfinamento in casa, alla distruzione di oggetti di valore affettivo, all’istinto di possesso, alla gelosia maniacale, alla critica distruttiva, all’umiliazione non sono probabilmente identificate come tali.
Riguardo alla violenza fisica, i dati indicano che 13 donne su 100 e 5 uomini su 100 hanno subito nella loro infanzia/gioventù violenza sessuale in una forma qualsiasi, quasi mai da sconosciuti (6,6%). “Il 7,2% degli uomini e l’8,2% delle donne afferma di avere subito dal partner attuale una qualche forma di violenza fisica. Includendo anche i partner precedenti, la percentuale sale complessivamente al 9,0%”. Il 30% di chi chiede aiuto è un uomo e si registra una “forte correlazione tra uso di stupefacenti e maggior ricorso alla violenza”. Dopo il Meridione d’Italia, la maggior concentrazione di denunce per violenze domestiche si registra in Friuli ed in Alto Adige. C’è ragione di credere che l’omertà diffusa celi un considerevole numero di abusi, ma va anche detto che è altrettanto possibile che questi valori indichino invece una maggior propensione alla denuncia, rispetto ad altre aree (Savona/Caneppele, 2006).
La ricerca demoscopica del 2006 (pubblicata nel 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di (in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente d’accordo con la condotta severa della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità, mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe maggiore tolleranza ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo endemica. Questa mia impressione è confortata dal 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini tra i 14 e i 25 anni (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010).
Cosa ci dicono invece le due indagini sul ruolo e la condizione delle donne? Ci dicono che permangono idee spiccatamente tradizionali: oltre il 40% di uomini e donne ritiene che le donne dovrebbero lavorare solo se costrette da necessità economiche e, mentre “le donne continuano ad accollarsi la maggior parte dei compiti domestici” e subiscono violenze domestiche con una frequenza considerevole, oltre il 75% degli intervistati non crede che la discriminazione contro le donne sia un vero problema (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). La situazione non migliora tra i giovani, tra i quali, “La discriminazione della donna o dell’uomo sono considerati problemi di lieve entità da tutti i gruppi socio-demografici, non raggiungendo la soglia del 10%” (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). Ci sarebbe di che rimanerne sbigottiti, se non fosse un risultato tristemente scontato in una società pronunciatamente patriarcale (Fait/Fattor, 2010).
Infine la fede. La Chiesa è ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54 anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali in genere. La laicità, ossia la tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma:

“L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63).

Il quadro che ne ricaviamo è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa, suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man mano che si passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato al sentimento etnico (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, p. 20-21).
Il problema è che, di norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente, inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo, in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà “di frontiera”, non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è anche più forte e tenace in società come quelle dalle quali provengono tanti immigrati.
Lo scontro di paradigmi reazionari potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di “democrazie” populiste – come in Israele e nell’Est Europa –, legate ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.

lunedì 21 novembre 2011

Io e Jörg Haider




Nuove politiche per un nuovo mondo
Dominique Strauss-Kahn

Zu viel Fremdes tut niemandem gut
Heinz-Christian Strache

A fronte di un presente capitalistico che assolutizza in modo fortemente totalitario l’efficienza e il profitto, si diffonde la tentazione della riscoperta di identità che, avendo a che fare con interlocutori molto forti come la civiltà industriale, la città, la produzione, la tecnologia, l’elettronica, tenta di costruire un’armatura senza sbavature; vale a dire una autorappresentazione che dia un senso opposto a quello del presente, che protegga e che in un certo senso stabilisca dei confini. Non c’è dubbio che oggi sia venuta l’ora dei piccoli totalitarismi, dei totalitarismi fatti in casa, come alternativa a quelli grandi. Quindi il piccolo stato, il piccolo nazionalismo, la piccola lega. In realtà temo che il totalitarismo sia moderno, probabilmente lo sbocco più moderno.
Alexander Langer

Jörg Haider (incidente stradale) non diceva solo sciocchezze. Pim Fortuyn (omicidio politico) era tutt’altro che uno sprovveduto, né lo erano Giorgio Panto (incidente aereo) o Lech Kaczyński (incidente aereo). Le loro idee sopravvivono, perché sono idee forti e coerenti. 
Sono un antropologo, anarchico, cosmopolita, paladino dei diritti umani e civili, grande ammiratore dello spirito originario dei due esperimenti chiamati “America” ed “Israele” e del pensiero di Alexander Langer; ho sposato un’extracomunitaria. 
Tuttavia condivido un certo numero di posizioni etnopopuliste (völkisch) sull’immigrazione, sullo stato centralista, sulla lobby sionista a Washington, sull’americanizzazione del pianeta, sul fondamentalismo islamico, sull’autoritarismo di Bruxelles, sullo sperpero dei soldi raccolti con la tassazione, sulla generale mancanza di idee alternative in una certa parte della sinistra, sull’importanza del messaggio originale di Gesù Cristo per la civiltà europea, sul diritto che dovrebbe godere Eva Klotz di vilipendere la bandiera italiana, se così decide, ecc. Credo che tante altre persone che si considerano progressiste e liberali dovrebbero fare lo stesso, invece di nascondere la testa nella sabbia e far finta di niente.
Ma se mi trovo così in sintonia con così tanti temi tipicamente etnopopulistici, allora perché tutto ciò che scrivo serve a contrastare l’ascesa dell’etnopopulismo? Cosa mi distingue realmente dai suddetti imprenditori della paura e dell’odio? Sono vittima della retorica demonizzante dei mezzi di informazione? Sono incapace di liberarmi da un assillante pregiudizio di sinistra? Penso di sì, ma c’è dell’altro, qualcosa di più importante. Mi distinguono diverse cose. La mia lealtà al principio della dignità umana. La mia viscerale avversione all’autoritarismo – un autoritarismo che si fa sempre più subdolamente sentire in tutto il mondo, proclamandosi democratico. Il mio rifiuto dell’estenuante martirologia e vittimocrazia del “chi ha sofferto più di noi?” e del “non possiamo sbagliare, siamo la parte lesa”. Il mio cronico scetticismo nei confronti di ogni identità determinata negativamente, bisognosa di un nemico: “noi siamo quel che siamo perché non siamo come voi”. La mia stupita contemplazione del rapporto quasi maniacale con la zolla e con le voci ancestrali degli “eroici” antenati (Abstammung e Herkunft) al servizio dell’Heimat, che rende equivalenti le ingiunzioni: “fuori dal mio campo!”, “alla larga dal mio clan!” e “via dalla mia Heimat!”. Il mio disappunto nel vedere che lo spirito campanilistico spinge ognuno a cercare di difendere i propri interessi a breve termine, senza cercare alternative ad un sistema di artificiosa penuria di risorse, che arricchisce pochi e rovina molti, mettendoci gli uni (indigeni) contro gli altri (immigrati). Infine, credo di poter dire, una visione più sofisticata della realtà, non stravolta da patriottismi/nazionalismi, etnicismi, integralismi, ecc., ma guidata dalla semplice constatazione che, poiché la mappa non corrisponde mai al territorio, nessuna delle nostre rispettive mappe è quella definitiva, e dunque solo un confronto collaborativo ci può portare a destinazione.
Di conseguenza, ad esempio, mentre sono completamente d’accordo che non sia giusto costringere una popolazione a subire quella che è a tutti gli effetti un’improvvisa invasione di forestieri, per quanto sostanzialmente pacifica, a me preme soprattutto il principio che questi stranieri dovrebbero poter vivere nei “loro” paesi e – è questo “e” che turba gli etnopopulisti – dovrebbero poter continuare a venire nei “nostri” paesi per scelta, non per necessità, contribuendo a cambiare le “nostre” società (altro tasto dolente). Come loro, sono estremamente critico della globalizzazione guidata dal Grande Capitale, ma mi dissocio quando condannano la globalizzazione in quanto tale, come processo di spontanea riduzione delle distanze. Come loro, ritengo che il lobbismo israeliano a Washington sia nocivo, ma a differenza loro non credo esista una razza giudea, non credo che quei lobbisti siano persone di fede, non li considero diversi dai lobbisti italiani a Bruxelles o dai gruppi di pressione dei produttori d’armi a Tokyo, mi fanno ridere le teorie del complotto giudaico per la conquista del mondo. Temo inoltre che questi lobbismi siano la peggior calamità che abbia colpito gli Ebrei dai tempi del nazismo, a causa degli inevitabili effetti boomerang.
Come Eva Klotz, giudico che sia sbagliato impedire la libertà d’espressione con una legge a tutela di sentimenti patriottici, perché considero il patriottismo un disvalore, non un valore (cf. Fait/Fattor 2010). Diversamente da lei, non mi permetterei mai di farlo, perché so che ferirei la sensibilità di migliaia di persone e servirebbe solo a riscaldare gli animi, mentre c’è bisogno di dialogo e compromessi. Infine, mi sembra evidente che il cristianesimo abbia segnato in modo irreversibile la civiltà europea e non solo negativamente, come sostengono certi “laicisti”. Semplicemente, ritengo che il culto della forma (riti, miti ed oggettistica sacra) sia idolatria e che un credente dovrebbe concentrarsi sulla sostanza e sulla pratica. La cristianità etnopopulista è solo un principio identitario, è come un guscio vuoto.
Diversamente da loro, quando la Grecia erige un muro per bloccare l’immigrazione che passa dalla Turchia, la Spagna fa lo stesso sulla frontiera col Marocco, gli Stati Uniti su quella col Messico e Israele su quella con l’Egitto, io non esulto ma mi preoccupo, perché vedo che intorno a me crescono i muri invece che i ponti. Si erige una prigione dalla quale non potrei scappare se la situazione politica o climatica europea dovesse deteriorarsi; capisco che lo stesso discorso vale per quegli Israeliani e Statunitensi che amano la libertà e si sentono soffocare dalle più recenti “misure di sicurezza”.
Diversamente da loro, non credo all’utopia della Gemeinschaft-Arcadia, del patriottismo che non è nazionalismo, del separatismo nonviolento, dell’identitarismo tollerante e dell'etnopopulismo che non è né di sinistra, né di destra.
Nel mio mondo ideale ci sarebbe spazio per loro, mentre temo che nel loro mondo ideale (e nel mondo della destra nazionalista italiana) ci sarebbe poco spazio per quelli come me.
Das Modell einer heterogenen Welt homogener Völker (un mondo eterogeneo di popoli omogenei) era anche quello che informava quel vasto e terribile progetto chiamato Terzo Reich, la cui vera natura non mi pare sia stata pienamente compresa. Il che mi fa capire che prima o poi arriva il momento di prendere delle posizioni chiare a tutela di chi continua a credere nella dignità degli esseri umani e nella prospettiva di un mondo meno violento, meno sgomento e meno egoista di questo.

domenica 20 novembre 2011

Buoni steccati per un buon vicinato - quando i morti valgono più dei vivi


Non dobbiamo lasciare gli immigrati agli italiani. La maggior parte di loro ha frequentato la scuola italiana perché noi non li volevamo, ma è nel nostro interesse che imparino il tedesco, altrimenti si dichiareranno italiani.

Richard Theiner, Obmann (segretario) della Südtiroler Volkspartei.

La società multiculturale tiene al suo interno le diverse culture, ma l’una di fronte all’altra come sistemi di valori e visioni del mondo chiusi, ciascuno in sé sufficiente a fornire il quadro etico completo e bastante all’esistenza dei suoi membri. Onde, potrebbe dirsi che il pluralismo tende ad un orizzonte comune di senso, per quanto composito; mentre il multiculturalismo no, si ferma a una giustapposizione delle diverse culture, nella migliore delle ipotesi estranee l’una all’altra; nella peggiore, conflittuali. [...]. il primo schema è la separazione, cioè la co-esistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano essere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio, per la purezza, in primo luogo, della comunità di arrivo, ma anche di quelle in arrivo. Il punto di partenza è, dunque, la paura unita all’insicurezza. [...] La separazione tra le popolazioni è l’unico modo di evitare lo scontro tra realtà inconciliabili, lo “scontro di civiltà”. Noi non cerchiamo contatti con loro e loro non cerchino contatti con noi. L’optimum sarebbe renderci invisibili gli uni agli altri, vivere come se fossimo soli…In America, questa posizione aveva trovato espressione nel motto “separati ma uguali” che per quasi cento anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Stati Uniti. 
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia. Un dialogo”.

All’interno di questa mentalità [ideologia tirolese] vorrei inserire il concetto di lotta ai corpi estranei, attorno al quale si sviluppa questa mia riflessione. Sono diventati corpi estranei idee, aspirazioni e movimenti che non rientravano nel quadro descritto, ma piuttosto disturbavano il mondo così ordinato e tramandato e per questo motivo sono cadute sotto questa straordinariamente vigile ed efficace lotta ai corpi estranei. Per fare un esempio, basta pensare cosa è successo in Tirolo dal XVI sec. in poi con il protestantesimo, arrivando persino all’espulsione fisica. Oppure richiamiamo alla memoria il destino degli ebrei in Tirolo. Pensiamo ai massoni e all’illuminismo – indipendentemente dal fatto se la minaccia proveniva da Vienna, da Monaco o persino (che orrore!) dalla Francia con le baionette napoleoniche. Pensiamo al rifiuto del liberalismo politico – la disputa nella scuola, il “Kulturkampf” e ciò che è successo attorno alla libertà di religione in Tirolo appena un po’ più di cent’anni fa lo dimostrano – oppure alla freddezza con cui sono state accolte in Tirolo le idee repubblicane o socialiste. Non serve un particolare acume per riconoscere proprio nel culto dell’eroe tirolese Andreas Hofer la celebrazione più alta ed evidente di questa convinta e alla fine vincente lotta ai corpi estranei.
Alexander Langer, “Ciechi dall’occhio destro: il Tirolo fra Andreas Hofer e Haider”.

Se la gente vuole restare separata lo farà spontaneamente, se vorrà unirsi lo farà spontaneamente. Gli esperimenti di ingegneria sociale su vastissima scala che prevedono la divisione tra gli esseri umani sono invece inevitabilmente il sintomo di una sconfinata hybris che prima o poi presenta il conto. Gli esseri umani sono già egocentrici di natura, con un corollario di gelosie, invidie, rivendicazioni possessive, avidità, egoismi, ecc., ormeggiare centinaia di migliaia di essi ad una proporzionale etnica permanente è suicida. Lo stesso discorso vale per quegli esperimenti che costringono all’assimilazione i nuovo arrivati, considerati automaticamente non all’altezza di poter insegnare qualcosa di nuovo e utile ai residenti. Il fascismo, fece anche peggio: irruppe in casa d’altri e gridò: voi non valete nulla, la vostra cultura è un intralcio, o diventerete come noi o è meglio se ve ne andate. 
L’eterna contesa tra natura e cultura. Da un lato abbiamo il modello imperialista ed assimilatore latino e neo-latino, quello che ha trasformato l’Alsazia in un penoso parco a tema del nazionalismo francese e francofono e che avrebbe fatto subire una sorte simile all’Alto Adige, se il fascismo fosse durato quanto il franchismo. È anche quello dei romani e dei conquistadores, sempre pronti a civilizzare i nativi, estirpando le loro specificità “per il loro bene”. Dall’altra parte abbiamo un modello ugualmente radicale, nella separazione biologica, che ha dato vita a tutte le forme di segregazionismo del passato coloniale europeo e della storia americana e sudafricana. Per un utile confronto tra mentalità dell’apartheid e segregazionismo in Alto Adige, rimando a “Contro i miti etnici” (Fait/Fattor, 2010).
Esempi documentati di questo secondo sistema sono i regni visigoti nell’Iberia e quelli anglosassoni in Britannia. L’analisi genetica indica che in Britannia la popolazione celtica locale, di origine iberica, fu presumibilmente sottoposta ad un regime di apartheid estremamente aggressivo che, nel corso di un paio di secoli, anche a causa del terribile impatto demografico della cosiddetta “peste di Giustiniano”,  invertì la proporzione di invasori germanici rispetto agli indigeni celto-romani. È ipotizzabile che la radice indoeuropea walos sia all’origine di nomi e toponimi come Welschtirol (Trentino), Wales (Galles), Cornwall (Cornovaglia), Vlach (nei Balcani), Valacchia (Romania meridionale) e Valloni (in Belgio), ossia di terre e popoli celti o latini confinanti con il mondo teutonico. Il che potrebbe indicare una tradizionale riluttanza a mescolarsi con popoli non-germanici, laddove possibile. Fu comunque quel che scelsero di credere i nazisti, che tentarono di restaurare l’antico istituto dell’Erbhof (maso chiuso) e del corrispondente diritto fondiario germanico in tutta l’Europa rurale occupata (D’Onofrio, 1997). 
In realtà non c’è nulla d’intrinseco in questa contrapposizione. La sua dimensione storica è più che plausibile (Strassoldo, 2000, p. 85):

La spiegazione apparentemente più ovvia delle differenze tra Germania e Italia negli atteggiamenti verso la natura sta nel fatto che l’Italia, come propaggine della civiltà ellenica, si è urbanizzata almeno quindici secoli prima della Germania. Da molto più tempo la sua cultura si è sviluppata nell’ambiente artificiale di insediamenti stabili di pietra e mattoni, ad altra densità di popolazione. Il suo territorio è stato antropizzato, la natura addomesticata e sottomessa, le selve emarginate negli ambienti estremi, dei monti e delle paludi. La sua religione ha perso i caratteri tellurici (animasti, politeisti e panteisti) e ha assunto caratteri iranici e metafisici, la sua cultura si è fatta antropocentrica e socio-centrica.

Non esiste una società che sia indipendente dalle persone che la compongono e dalle vicende storiche che la modellano. La società è una costruzione, se è corrotta è perché sono corrotti i suoi membri. È una gabbia che ci siamo eretti attorno e noi siamo i nostri carcerieri. Non ha senso dare la colpa alla società. Chi, comprensibilmente, ne ha abbastanza del modello degli steccati etno-linguistici dovrebbe seguire l’esempio di Rosa Parks, che con la sua disobbedienza civile diede il via al movimento per la fine del segregazionismo tra bianchi e neri. Costruire un’ortodossia della separazione per interrompere il flusso della vita significa erigere muri e proiettare sull’altro, sul diverso, la nostra ombra, tutto ciò che di negativo vogliamo rimuovere da noi stessi. Ci si guarderà in cagnesco e si competerà invece di intessere relazioni. Una persona di buona volontà, un giusto, non ha bisogno di potere, status, autorità, quindi non crede a nazioni e bandiere, non erige muri, non è aggressivo, non necessita di identificazioni che lo espandano, che lo sollevino dalle sue ansie di inadeguatezza, che gli consentano di dire orgogliosamente “io” e “mio”, camuffandoli da “noi” e “nostro”. In questo modo non solo inganniamo noi stessi, ma inganniamo anche gli altri, rendendoli nostri complici. Poniamo un’etichetta su di noi e sugli altri e così non dobbiamo più preoccuparci di prenderli singolarmente per capirli. Ci convinciamo di sapere già tutto quel che c’è da sapere su di loro. È un comportamento terribilmente infantile e la proporzionale etnica lo alimenta generando nuovi spazi di autovenerazione personale e collettiva: “io non ho bisogno di voialtri”, “staremmo meglio se voi vi levaste di torno”. Questo è quel che si sente dire sempre più spesso in Alto Adige ed è un pessimo segno, il segnale che un meccanismo di risoluzione dei conflitti è invece un meccanismo di spartizione della prosperità che li perpetua, fissandoli.
L’idolatria frammenta e dove c’è frammentazione c’è conflitto e dove c’è conflitto c’è spesso miseria umana, miseria dell’animo, incaapcità di analizzare obiettivamente le cose, le nostre vite, le esistenze ed i pareri altrui. Abbiamo paura dei fatti e scappiamo nel mondo delle astrazioni. I nostri problemi derivano dalla nostra riluttanza a far convergere i due binari, quello dei fatti e quello delle idee. Questa scissione, che rispecchia quella etno-linguistica, genera dissonanza e violenza, ma facciamo fatica a capire che la violenza non è fuori o dentro di noi, la violenza siamo noi. Ce lo insegna la storia, il buon senso e, come vedremo, la scienza sperimentale.
La violenza non è solo picchiare o uccidere qualcuno. È violenza anche quando usiamo frasi taglienti ingiustificate, per il puro gusto di ferire l’altro, quando con un gesto liquidiamo una persona, per lo stesso motivo, quando obbediamo per paura. La violenza è sottile, profonda. Quando ci autoidentifichiamo come altoatesino o sudtirolese, siamo già entrati nel ciclo della violenza, perché ci separiamo in qualche misura dal resto del mondo e quando lo facciamo, in nome delle nostre credenze, tradizioni, nazionalità ed altre sovrastrutture, allora generiamo violenza. Chi aspira ad essere nonviolento non può appartenere ad una nazione, ad un gruppo etnico o ad una religione, ad un partito politico o una fazione, perché ciò condizionerà il modo in cui intende le ragioni altrui, lo renderà meno obiettivo, e quindi meno giusto, meno equo, meno sereno, meno distaccato, più aggressivo, più rabbioso. Sono la paura, la rabbia, lo spirito antagonistico che ci spingono ad onorare nazioni, stracci che chiamiamo bandiere, leader che incarnano la nostra “essenza”, ad assumere un atteggiamento difensivo che produce equivoci sempre più aggrovigliati e pericolosi. Competiamo con gli altri, continuare a confrontarci, a voler prevalere, a scegliere la gelosia, l’avidità, l’ingordigia, l’aggressione come stile di vita. È curioso che due guerre mondiali non ci abbiano ancora insegnato che bisogna stare uniti, non creare barriere tra noi. Quante ne serviranno ancora per farci rinsavire?
Eppure, ogni volta ricadiamo nello stesso errore e dividiamo il mondo in noi e loro, in buoni e cattivi, i capri espiatori a cui assegnare l’onere della colpa per tutto ciò che non va. Nominiamo narratori ufficiali specialisti della semplificazione, che corroborino la nostra immeschinita visione del mondo, che personifichino il “noi”, per renderlo più gestibile, più uniforme, per farci dimenticare quanto variegata e preoccupantemente contraddittoria sia la natura di questo “noi”. Diciamo le cose come stanno: noi vogliamo vivere e gli altri hanno meno diritto di vivere di noi. In Alto Adige gli altri hanno meno diritto alla prosperità di noi e i tagli dovranno colpire prima di tutto gli altri, i veri parassiti, quelli che fruiscono di prerogative immeritate, perché hanno imparato a fare le vittime. Questo è un altro discorso che si continua a sentire, da una parte e dall’altra. “Parassita” è un vocabolo che, dopo la vicenda nazista, ci si augurerebbe di non dover più sentir pronunciare in pubblico.

Gli studi di psicologia sociale degli ultimi 60 anni dimostrano fuori di ogni ragionevole dubbio che il paradigma della segmentazione etnica sia una faglia sismica che si estende nel cuore di un’area che, solo per il momento, non è sottoposta a sollecitazioni tettoniche; che lo slogan più adatto sarebbe “quanto più ci separeremo, tanto più rischieremo di farci del male”; e che, per ridurre o eliminare questa faglia, occorrerebbe seguire il consiglio di Alexander Langer: “quanto più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, tanto meglio ci comprenderemo”.
Un mondo vivo cambia, fluisce, scorre, è in uno stato di flusso costante. Chi crede di poter fissare identità e confini sarà spazzato via. Le catene imposte alla realtà si spezzano come fuscelli. Quel che dev’essere chiaro, una volta per tutte, è che dividere gli esseri umani apre la strada alla violenza e che questo l’Alto Adige non se lo può più permettere (e non se lo sarebbe mai dovuto permettere). Chi divide dovrà essere considerato responsabile di ogni spiacevole conseguenza. Vediamo dunque perché.
L’esperimento di Robbers Cave, realizzato nel 1954 da Muzafer and Carolyn Sherif in un campo estivo dell’Oklahoma, è considerato ancora oggi uno dei migliori esperimenti di psicologia sociale della storia. Vi presero parte 22 ragazzi separati fin dal momento in cui montarono su due diversi autobus per recarsi al campo in due gruppi di undici elementi in modo tale che non si conoscessero. Ciascun gruppo ignorava l’esistenza dell’altro e per i primi giorni furono mantenuti ad una distanza tale da non scoprire mai la presenza dell’altro gruppo. Gli fu chiesto di darsi un nome. Un gruppo optò per “i serpenti a sonagli”, l’altro si battezzò, “le aquile”. Il che è già di per se curioso visto che nella mitologia indigena americana aquila e serpente sono i due acerrimi nemici per antonomasia. Entro pochi giorni in seno a ciascun gruppo si formarono spontaneamente dei rapporti gerarchici. Poi si fecero incontrare i due gruppi e, nel giro di un altro paio di giorni, cominciò a generarsi dell’ostilità reciproca, che crebbe molto oltre quel che era stato preventivato dagli sperimentatori. Furono costretti ad interrompere questa fase per dare inizio alla terza ed ultima fase, quella dell’integrazione, che prevedeva l’introduzione di compiti, sfide ed obiettivi condivisi che annullavano la salienza di ciascun gruppo e costringevano i vari ragazzi a ragionare in termini di interessi comuni e sforzi cooperativi, perché nessun gruppo sarebbe stato in grado di farcela da solo. Come ad esempio l’approvvigionamento d’acqua in seguito ad un’improvvisa scarsità (artificiale), la rottura (non accidentale) del motore di un furgoncino, la scelta di un film da proiettare. Questi incarichi fecero sì che l’ostilità svanisse e, alla fine dell’esperimento, tutti avevano fatto amicizia e pretendevano di tornare a casa assieme. Le conclusioni di questo esperimento confermavano i risultati di esperimenti precedenti e sono state a loro volta comprovate da altri esperimenti, sempre più ingegnosi, ideati negli anni successivi.
Il dato più preoccupante è che è sufficiente dividere le persone in gruppi perché, in modo automatico, i componenti di un gruppo, per quanto eterogenei, comincino ad elaborare dei pregiudizi omogenei nei confronti di ciò che è esterno (negativi) ed interno (positivi) al gruppo e delle forme di dipendenza nei confronti del gruppo stesso (Kecmanovic, 1996). A prescindere da ogni considerazione e senza neppure rendersi conto dell’arbitrarietà delle loro categorizzazioni e linee di demarcazione, una persona indotta a catalogare gli altri in gruppi tende: (a) a minimizzare le differenze tra i membri di questi gruppi e ad esagerare le differenze tra gruppi; (b) a ricordare più facilmente ciò che accomuna i membri del suo gruppo e ciò che lo distingue dai membri di un altro gruppo; (c) a ricordare più facilmente le informazioni positive che riguardano i membri del suo gruppo, ignorando o rimuovendo dalla memoria quelle negative; (d) a vedere più legami e legami più intensi ed evidenti tra i membri del suo gruppo e se stesso; (e) ad aspettarsi che i valori ed atteggiamenti dei membri del suo gruppo rispecchino i suoi in misura maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (f) ad affezionarsi ai membri del suo gruppo considerandoli maggiormente degni di fiducia, affetto e lealtà; (g) a comunicare in modo tale da preservare un orientamento benevolo e positivo nei loro confronti; (h) ad aiutarli in misura segnatamente maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (i) a sottrarre risorse agli altri gruppi ed essere meno leale verso i loro membri, fenomeno che svanisce quando la separazione lascia il posto all’identificazione dell’altro come persona e non come membro di un diverso gruppo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009).
Il che dimostra che separare, compartimentare (diaballein in greco) gli esseri umani è “diabolico”.
Le strategie sperimentate con successo dagli psicologi sociali per riuscire a superare lo scontro e stimolare la cooperazione includono invece un processo di decategorizzazione, che sottolinea le qualità individuali degli altri ed incoraggia le interazioni su base personale. Questo è quel che abbiamo cercato di avviare io e Mauro Fattor con il libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”. Una strategia alternativa, più semplice, è quella di ricategorizzare i membri che si percepiscono come appartenenti a gruppi diversi in un’unica, sovrastante categoria (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). Questo è quel che alcuni cercano di fare in Alto Adige, estendendo il dominio simbolico e semantico di “patria” fino a comprendere la minoranza altoatesina, affinché si senta coinvolta nel comune progetto di migliorare la società locale. Ciò però comporta lo spostamento della linea di demarcazione (e dei pregiudizi favorevoli o antagonistici) un po’ più in là e può creare un più intenso dualismo con i vicini trentini a sud e i vicini tirolesi a nord. Storicamente, il nazionalismo ha sfruttato questa strategia per superare i regionalismi, con il risultato di pacificare vaste aree, ma anche di causare maggiori frizioni tra nazioni, in luogo delle più limitate faide tra signorie, feudi e contrade. Inoltre questa nuova, più ampia identità collettiva può essere instabile (se i pregiudizi sono troppo radicati), può non arrecare i vantaggi promessi, può essere percepita come un’imposizione ingiustificata e portare di conseguenza all’esacerbamento dei dissidi invece che alla loro risoluzione permanente. Mi pare che questo sia precisamente il caso dell’Italia di questi anni. 
Che la soluzione migliore sia quella di invitare le persone ad imparare a gestire una molteplicità di identità collettive – analogamente a come ciascuno di noi passa nel corso di stessa una giornata da un ruolo all’altro senza avvertire traumi o di sconnessioni – è dimostrato dal fatto che chi supera la barriera dell’appartenenza forte ed opta per un’identificazione plurale e complementare, tende ad essere psicologicamente più in salute, ad esperire minori livelli di stress e a dedicarsi ad attività che sono più salutari per il suo organismo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). A ciò si aggiungono due aspetti ancora più decisivi: il mantenimento della volontà di denuncia delle disuguaglianze ed ingiustizie, che all’opposto un’eccessiva enfasi sulla coesione sociale inibisce, ed un più alto tasso di pensiero creativo ed innovativo, qualitativamente migliore (Fiske/Gilbert/Lindzey, 2010).

In sintesi, i sostenitori del comunitarismo identitario sbagliano quando affermano che la loro posizione sia naturale, razionale e conveniente. Nessuno di questi tre attributi è applicabile a questa ideologia. La scelta identitaria collettiva è al contrario emotiva, non è universale ed è potenzialmente disastrosa. Trovo semplicemente indecente che un presunto debito di riconoscenza verso antenati ignoti debba prevalere sulle responsabilità nei confronti dei vivi e che il paternalismo autoritario di genitori etnicamente militanti debba plasmare l’identità etnica dei figli, pena l’estinzione della comunità e dell’Heimat, cosicché ogni passeggiata, ogni conversazione, ogni domanda servano a trasformarli nel genere di persona che sarebbero ammirati da un Silvius Magnago o da un Pietro Mitolo. Goebbels, nel dicembre del 1942, esclamava: “Non possiamo neppure immaginare oggi il potere che i morti esercitano sui vivi!”.
Gli esseri umani non sono argilla e se davvero ci sentiamo in debito nei confronti delle future generazioni, sarebbe opportuno dimostrarlo facendo in modo che possano nascere in un mondo in cui gli esseri umani si incontrano, piuttosto che in uno in cui si scontrano nel nome di sentimentalismi ed arcaismi e sulla scorta di istinti primordiali francamente risibili, come ha messo in luce Hans Magnus Enzensberger nella sua acuta analisi delle dinamiche dello scompartimento ferroviario (Enzensberger, 1993, pp. 5-8):

Due passeggeri in uno scompartimento ferroviario. Non sappiamo nulla della loro storia, non sappiamo da dove vengono, né dove vanno. Si sono sistemati comodamente, hanno preso possesso di tavolino, attaccapanni, portabagagli. Sui sedili liberi sono sparsi giornali, cappotti, borse. La porta si apre, e nello scompartimento entrano due nuovi viaggiatori. Il loro arrivo non è accolto con favore. Si avverte una chiara riluttanza a stringersi, a sgombrare i posti liberi, a dividere lo spazio disponibile del portabagagli. Anche se non si conoscono affatto, fra i passeggeri originari nasce in questo frangente un singolare senso di solidarietà. Essi affrontano i nuovi arrivati come un gruppo compatto. È loro il territorio che è a disposizione. Considerano un intruso ogni nuovo arrivato. La loro autoconsapevolezza è quella dell'autoctono che rivendica per sé tutto lo spazio. Questa visione delle cose non ha una motivazione razionale ma sembra essere profondamente radicata. Questo innocente modello non è privo di lati assurdi. Lo scompartimento ferroviario è un soggiorno transitorio, un luogo che serve solo a cambiar luogo. E’ destinato alla fluttuazione. Il passeggero è di per sé la negazione del sedentario. Ha cambiato un territorio reale con uno virtuale. Ciononostante difende la sua precaria dimora con silenzioso accanimento.
Eppure quasi mai si arriva a uno scontro aperto. Ciò si deve al fatto che tutti i passeggeri sottostanno a un insieme di regole sul quale non possono influire. Il loro istinto territoriale viene frenato da un lato dal codice istituzionale delle ferrovie, dall'altro da norme di comportamento non scritte, come quelle della cortesia. Quindi ci si limita a qualche occhiata e a mormorare fra i denti formule di scusa. I nuovi passeggeri vengono tollerati. Ci si abitua a loro. Ma restano bollati, anche se in misura decrescente. […]. Ora altri due passeggeri aprono la porta dello scompartimento. A partire da questo momento cambia lo status di quelli entrati prima di loro. Solo un attimo prima erano loro gli intrusi, gli estranei; adesso invece si sono improvvisamente trasformati in autoctoni. Appartengono al clan dei sedentari, dei proprietari dello scompartimento e rivendicano per sé tutti i privilegi che questi credono spettino loro. Paradossale appare in questo contesto la difesa di un territorio «ereditario» appena occupato, e degna di nota la totale mancanza di empatia per i nuovi arrivati che si accingono a combattere contro le stesse resistenze e devono sottoporsi alla stessa difficile iniziazione a cui si sono dovuti sottoporre i loro predecessori; peculiare con quanta rapidità si riesca a dimenticare la propria origine che viene nascosta e negata.

mercoledì 16 novembre 2011

Separatismo sudtirolese, separatismo catalano - un confronto preliminare






Non lasciatevi ingannare, già una volta il fascismo e il nazismo hanno portato il nostro popolo alla rovina, state alla larga da quelli lì, un tirolese sincero non ha niente in comune con loro...
Alexander Langer

Tutti i nazionalismi hanno il potere di non vedere alcuna rassomiglianza fra due serie simili di fatti. […] Il nazionalista non solo non disapprova le atrocità commesse dalla sua fazione, ma ha la notevole capacità di non sentirne nemmeno parlare. […]. Nel pensiero nazionalista esistono fatti che sono contemporaneamente veri e non veri, conosciuti e non conosciuti. Un fatto conosciuto può essere così insopportabile da essere abitualmente accantonato e non ammesso ad entrare nei processi logici o, altrimenti, può entrare in ogni valutazione senza esser accettato come fatto, perfino nella proprio mente. […]. Ogni nazionalista è perseguitato dalla convinzione che il passato può essere alterato […]. I fatti materiali sono soppressi, le date alterate, le citazioni estrapolate dal loro contesto e alterate in modo da cambiarne il significato. Eventi che si sente non avrebbero mai dovuto accadere non sono menzionati e sono infine negati […]. L’indifferenza alla verità obiettività è incoraggiata isolando una parte del mondo dall’altra, cosa che rende sempre più difficile scoprire cosa stia effettivamente accadendo […]. Per qualcuno che in un qualunque angolo della mente nutra lealtà nazionalistiche od odio, alcuni fatti – sebbene in un certo senso si sappia siano veri – sono inammissibili
George Orwell

Ma come ci sono dei nevrotici che non riescono a superare, a un certo punto, un blocco, riandando al loro passato emotivo, così ci sono dei gruppi sociali nevrotici che ritornano coattivamente ad un certo punto della storia passata, come il Mississippi, per esempio, che torna periodicamente a combattere la Guerra Civile o come certi separatisti del Québec, che si battono ancora contro la conquista britannica. C’è da chiedersi, tuttavia, se in certe circostanze d’emergenza questa coazione a tornare allo stesso punto, la coazione di don Chisciotte a combattere di nuovo le battaglie di cui ha letto nei libri, non sia di tutti, nel nostro mondo.
Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo”

L’autodeterminazione, come principio morale, si fonda sulla premessa che un popolo libero abbia il diritto di scegliere da sé il proprio stile di vita e la propria forma di governo.
Un sondaggio condotto in Alto Adige nella primavera del 2011, in occasione del 50º anniversario della “Notte dei fuochi”, l’ondata di attentati separatisti avvenuti nella notte tra il 11 e 12 giugno 1961, dall’istituto di ricerche sociali di Bolzano Apollis indica che il 56% dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina vorrebbe l’indipendenza dell’Alto Adige, mentre un 44% è contento di come stanno le cose. Ciò significa che un referendum sull’autodeterminazione si risolverebbe in un fallimento per gli indipendentisti. Tenuto però conto della forte crescita degli iscritti a Süd-Tiroler Freiheit, che hanno sfiorato quota 3mila, conferma anche che uno dei principali effetti della crisi globale, o per meglio dire il caos nel quale sta precipitando il modello socio-economico dominante, è il ripiegamento localista – spesso condito da vittimismo, emotivismo, narcisismo, falsificazione della storia e della realtà, populismo e dogmatismo – e questo non è un buon segno per una società di separati in casa.
Così, mentre si afferma che il nazionalismo sia in declino, ciascuno si vuole fare la propria nazione e, secondo i più recenti sondaggi elettorali (“Provinciali 2013: tiene la Svp, crollo Pdl”, Alto Adige, 2 settembre 2011), alle Provinciali del 2013 un quarto degli elettori voterebbe per l’estrema destra sudtirolese, in linea con una tendenza alla robusta e stabile crescita (quasi un +5% per i Freiheitlichen).

Gabriele di Luca, in un’analisi apparsa sul Corriere dell’Alto Adige il 24 giugno 2011 (“Un’identità geo-politica rischiosa”), commenta: “I Freiheitlichen ignorano in realtà il nodo più tenace che impedirebbe la realizzazione di un simile progetto: la rinuncia, da parte dei singoli gruppi, a sciogliere le proprie specificità in un contesto che – se non accuratamente regolato – esporrebbe nuovamente i soggetti minoritari alla tendenza assimilatrice o prevaricatrice esercitata da quelli maggioritari. L’autonomia è riuscita a raffreddare il conflitto etnico. Il “Libero Stato” potrebbe di nuovo scaldarlo”.
Io prediligo una diversa metafora: ritengo che negli ultimi anni l’autonomia etnocentrata sia più che altro servita a mantenere le braci calde a vantaggio di certi interessi politici ed economici e che il separatismo abbia come principale obiettivo proprio quello di rinfocolarle, al grido di "io sono solo perché noi siamo" (ubuntu), senza il fondamentale contrappeso del "noi siamo solo perché tu sei". Molti sionisti, come Martin Buber credevano in un Israele apprezzabilmente simile a quello che hanno in mente i più lucidi ed altruistici tra i separatisti, ma quale progetto ha finito per prevalere? Questo perché, nel separatismo nobile e non egoista e meschino, prevale l’angelismo sul realismo. Per angelismo intendo la propensione a sovrastimare le virtù umane e sottostimarne i vizi, come ad esempio l’ambizione, l’egocentrismo, l’avidità, la tracotanza, la compulsione a prostrarsi di fronte agli idoli etnici e di altro genere, o a nobilitare il proprio egoismo/narcisismo convincendosi di essere al servizio di una nobile causa collettiva, ecc. I separatisti, come i pacifisti senza se e senza ma, presumono che tutti in fondo vogliano la pace e che la ragionevolezza sia destinata a prevalere, ignorando completamente la fondamentale dimensione del potere (estintasi assieme all'analisi marxista), dei vizi umani (estintasi assieme al dogma del peccato originale) e dell'eterogenesi dei fini (trascurata in nome del mito del progresso: "le magnifiche sorti e progressive"); oltre alle ripercussioni di una crisi globale che può solo amplificare l’aggressività ed il risentimento tra la gente comune.
Questo è un atteggiamento sorprendentemente irresponsabile ed autodistruttivo, presumibilmente frutto del potere che ha l'immaginazione di plasmare la realtà in modo che, ai nostri occhi, si conformi alle nostre aspettative e desideri. Purtroppo, come dice il proverbio, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, di autoinganni e di utopie capaci di soddisfare i bisogni psicologici e spirituali dei militanti. In particolare, l’utopia di un Sudtirolo esempio per il mondo, come se la popolazione locale avesse ormai raggiunto un livello sufficiente di maturità civile e morale e fosse pronta a collaborare attivamente emarginando gli estremisti e liberandosi di colpo di quelle ruggini, malizie, egoismi personali e collettivi, meschinerie, preconcetti, pregiudizi ed aggressività che hanno invece viziato ogni altra intrapresa umana in fasi storiche molto meno complicate di questa.
La presunta nobiltà dell'ideale non comporta l’assenza di egoismi e piccinerie; l'impostazione nonviolenta della lotta non implica l'assenza di violenza; la presunta giustezza della causa non rende automaticamente giusti; il presunto altruismo dello spendersi per una comunità può anche significare che si legittima l'amore narcisistico di sé (aspetto comune a tutti gli esseri umani), trasferendolo su una collettività, persuadendo se stessi che ciò possa renderlo moralmente meno discutibile. Purtroppo, così facendo, agli occhi dei militanti, la comunità diventa la loro immagine riflessa. I sudtirolesi/altoatesini in carne ed ossa ("come sono adesso") svaniscono, lasciando il posto a cittadini immaginari ("come dovrebbero essere"), l'amore per il futuro spinge a disprezzare il presente, l'amore per i sudtirolesi "liberi" del futuro rende ancora più insopportabile l'inadeguatezza dei sudtirolesi "servi" del presente. Questo meccanismo prepara la strada alla "violenza rivoluzionaria", al terrorismo, o anche solo alla "semplice" intolleranza verso chi non la pensa come noi e quindi è di ostacolo ai nostri "virtuosi" progetti. 
I conflitti sorti intorno alle questioni della toponomastica, dei monumenti fascisti, dell'euregio, dell'istruzione, della storiografia locale, dell'integrazione degli extracomunitari e chi più ne ha più ne metta, dimostrano che piuttosto che garantire pace, giustizia, uguaglianza, prosperità e felicità, la realizzazione di questo progetto incrementerebbe dissapori e occasioni di scontro; questo perché si troverebbe ad esercitare la propria autorità in un'area in cui manca un obiettivo comune ed un’identità condivisa. Di conseguenza, un governo sudtirolese si dimostrerebbe o totalmente inefficiente e perciò irrilevante, oppure dispotico, e questo in misura crescente. Senza una comunità organica non si formano istituzioni durevoli, ma l’assetto etnicista ha impedito la nascita di una comunità eterogenea e pur tuttavia organica. Non basta uno splendido statuto/costituzione per fare una nazione, serve un processo storico e di maturazione, che in Alto Adige non è mai iniziato.
Quanto alle ragioni strettamente pratiche per cui una tale iniziativa si risolverebbe in un disastro, tacendo del rischio, tutt’altro che remoto, di una guerra civile, esse sono numerose. L’ipotetico Freistaat Südtirol dovrebbe per prima cosa uscire dall’Unione Europea (ipotizzandone la sopravvivenza, che non darei per certa) per poi chiedere l’adesione ufficiale, con conseguenze finanziarie e commerciali drammatiche che si protrarrebbero per diversi anni. 
Queste, a loro volta, renderebbero improbabile la sua ammissione, senza un preliminare e detestabile programma draconiano di austerità.
Contemporaneamente, si registrerebbe un vistoso collasso demografico, visto che migliaia di italiani ed immigrati si trasferirebbero in Italia, spinti da paure/disagi/timori/malesseri più o meno giustificati. 
La totalità delle competenze comporterebbe costi impressionanti ed insostenibili – sicurezza, poste, giustizia, sistema carcerario, stato sociale, sanità, infrastrutture, ecc. 
Si verificherebbe certamente un boicottaggio di massa da parte di consumatori e turisti italiani, ossia la maggior fonte di introiti dell’Alto Adige (es. 40% del turismo invernale). 
Ci sarebbe poi la fondata possibilità di una fuga verso Italia (Trentino), Austria e Germania di personale qualificato, generalmente sfavorevole alle svolte localiste. Il tutto senza avere l’opportunità, fortunatamente, di convertirsi in un paradiso fiscale o in un narcofeudo, ossia in una centrale del malaffare e della corruzione morale.
Poiché queste sono cose risapute, l’unica conclusione alla quale possiamo giungere è che i separatisti/nazionalisti/etnopopulisti sono cani che abbaiano senza poter mordere e non hanno a cuore il miglior interesse della popolazione locale, ma solo il loro. Sono unicamente interessati al potere, alla visibilità ed al melodramma di una vita spesa eroicamente per una nobile causa, costi quel che costi. Scherzano col fuoco e si bruceranno le mani. Il problema è come evitare che, assieme a loro, ci bruciamo le mani tutti quanti.
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Poiché la Catalogna rappresenta un modello per il separatismo sudtirolese, il nostro compito è quello di capire meglio se questo separatismo sia veramente così progressista come si è soliti credere.
Francisco Caja, storico e filosofo della cultura all’Università di Barcellona, ha da poco pubblicato una monografia dedicato al nazionalismo catalano che smonta completamente il suo preteso carattere progressista, rivelando le credenze razziste dei suoi fondatori, un tempo di stampo biologi sta, ora culturalista (la cultura come destino di ciascun individuo, matrice che predetermina l’essenza di una persona). Caja spiega che la lingua per i nazionalisti catalani è come la voce del sangue e marca un’irriducibile differenza spirituale. La lingua coincide con l’etnia e l’etnia con un impalpabile Volksgeist. Perciò la lingua non è più un diritto ma un dovere, è un organismo vivo che ha delle pretese, che esprime delle rivendicazioni, che impone la sua volontà, usando i rappresentanti etnici come suoi portavoce, piegando l’ecumenismo cattolico alle esigenze particolaristiche del nazionalismo e diffondendo l’idea che ci può essere un nazionalismo progressista, in quanto incarnazione della volontà generale del popolo (Caja, 2009). Vedo numerose corrispondenze con la summenzionata dimensione della realtà altoatesina, e non c’è di che stupirsene.
Le correlazioni s’infittiscono leggendo l’illuminante analisi comparativa della didattica nazionalista nei Paesi Baschi e in Catalogna compiuta da Pedro Antonio Heras Caballero (Heras, 2009), docente di storia contemporanea all’Università di Tarragona, in Catalogna. Heras constata che, sovente, la sensazione che si ricava dalla lettura dei testi scolastici delle due regioni autonome è quella del disprezzo nei confronti della Spagna, che non merita neppure di essere definita tale, ma solo “Stato spagnolo”, come nella narrazione separatista sudtirolese, che predilige l’espressione “italienischer Staat”, una sorta di Moloch che richiede un costante tributo di vittime sacrificali. Per la precisione, non è solo disprezzo per lo Stato ma – e ciò è molto più grave e rivelatore della psiche di chi si allinea a questo genere di posizione ideologica – assoluta sfiducia nei confronti della possibilità di poter far convivere delle comunità all’interno di uno stesso Stato. “Se ci date il nostro Stato, tutto si risolverà, come per magia”.
Una piattaforma politica molto debole per i due separatismi, che sono anche accomunati dall’identificazione di lingua e anima di popolo (L'ànima de Catalunya) e dalla difficoltà con la quale si condanna il terrorismo (nei Paesi Baschi). Non si capisce come, date queste premesse ed appurata l’esistenza di: (a) un imprigionamento in schematiche rigidità del pensiero giudicate insindacabili e non ulteriormente indagabili di questi interlocutori politici; (b) l’indisponibilità a considerare gli incapsulamenti etnici (ethnische Schubladen) come un qualcosa di diverso da un diritto inalienabile. Non si capisce, dicevo, come tutti i problemi della convivenza dovrebbero magicamente risolversi con l’autodeterminazione. Sembra invece molto più probabile il contrario.
L’integralismo egoistico della patria e dell’etnia è l’unico vero ostacolo sulla strada dell’autodeterminazione dei singoli cittadini e della provincia di Bolzano. Sono i miti di una parte che hanno contaminato la coscienza di molti, troppi residenti, il mito della lingua come cosmovisione e manifestazione di un’indole di popolo che va salvaguardata ad ogni costo, il mito di una diversità che teoricamente dovrebbe contrastare le pulsioni omologanti esterne, ma serve solo ad imporre l’uniformità all’interno. “L’uomo è vasto, sin troppo vasto, io lo restringerei”, diceva Dimitrij Karamazov. Potrebbe essere il motto ufficiale dell’Alto Adige.
Dio non si schiera con un popolo piuttosto che un altro, le lingue non hanno diritti, solo le persone ne sono investite. Le lingue non impongono obblighi, solo le persone se li assumono nei confronti di altre persone. La decisione di parlare o no una certa lingua spetta al cittadino, dev’essere completamente libera e deve presupporre che la scelta sia reale, ossia che la società fornisca tutti gli strumenti (didattica, bilinguismo diffuso) atti a renderla tale. La politica linguistica non deve dunque danneggiare nessun cittadino e non può essere un pretesto per buttarsi a capofitto in un progetto di costruzione nazionale che avrebbe conseguenze quasi certamente disastrose per la stessa popolazione residente in Alto Adige.
In un’Euregio aperta e plurale queste forze sarebbero più controllabili. L’Euregio non sarebbe così grande da opprimere e non sarebbe così piccola da vivere nel timore degli stati nazione più grandi.

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