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venerdì 20 gennaio 2012
Socrate e l'illusorietà della morte
Nella tradizione orfico-pitagorica la morte non è una cosa brutta ma un momento di purificazione, il trionfo dello spirito sulla materia che lo imprigiona, dell’eterno sul transeunte. Il sapiente deve capovolgere il suo giudizio sul vivere e sul morire. Ecco cosa ne pensa Socrate.
– Credi tu che la morte sia qualche cosa?
– Certo – rispose Simmia.
– E non crediamo noi che essa altro non sia che la separazione dell’anima dal corpo? E l’esser morto non consiste proprio in questo: nello stare l’anima e il corpo separati tra loro e ciascuno per conto proprio? Che altro è la morte se non questo?
– Nient’altro che questo, infatti – rispose Simmia.
– E allora osserva attentamente, o amico, se tu hai la stessa opinione che ho io, poiché solo così potremo meglio comprendere ciò di cui discutiamo. Pare a te che sia da vero filosofo darsi cura dei piaceri, come, per esempio, del mangiare e del bere?
– Niente affatto, Socrate – confermò Simmia.
– E dei piaceri d’amore?
– Neppure.
– E così tutte le altre cure del corpo, come l’acquisto di lussuoso vestiario, di magnifiche calzature e di ogni altro ricercato ornamento, pare a te che il filosofo abbia in pregio più di quel tanto che la necessità lo costringa a farne uso?
– A me pare che il vero filosofo disprezzerà tutto questo.
– Non ti sembra allora che l’attività di un tale uomo non sia per nulla rivolta al corpo, da cui anzi si allontana più che sia possibile, ma invece sia tutta dedita all’anima?
– Certamente.
– E quindi è chiaro che in tutte queste cose il filosofo, a preferenza di ogni altro uomo, cerca più che può di liberare l’anima da ogni comunanza col corpo. Non è forse vero?
– Pare di sì.
– Ed è per questo o Simmia, che il volgo crede che colui il quale non prova alcuno di questi piaceri, e non vi partecipa, non meriti neanche di vivere; poiché tende ad essere come un morto chi non si cura dei piaceri che derivano dal corpo.
– Dici proprio la verità.
– E che diremo dell’acquisto della sapienza? Credi tu che nella ricerca della verità ci sarà o no di impedimento il corpo? Intendo dire questo: il senso della vista e dell’udito, ad esempio, danno a noi certezza assoluta, oppure hanno ragione i poeti quando continuamente ci dicono che noi non udiamo, né vediamo nulla di preciso? E se questi sensi non sono né sicuri, né precisi, che cosa dovremmo dire degli altri ancora più manchevoli di questi? Non ti pare?
– Certamente – disse.
– Quando, dunque – continuò Socrate – l’anima riesce ad attingere il vero? Perché se essa si accinge a ricercare la verità con l’aiuto del corpo, è evidente che sarà da questo tratta in inganno.
– Proprio così.
– Non è forse nella pura attività di ragione che si rende a lei manifesta la verità?
– Certamente.
– E questa attività non si esplica ancor meglio quando l’anima non è conturbata da nessuna di tali sensazioni, né dalla vista, né dall’udito, né dal dolore, né dal piacere, ma tutta in sé raccolta, abbandonando completamente il corpo, senza più alcuna comunanza né contatto con esso, tende solamente alla verità?
– Dici proprio bene.
– Non è questa, allora, la ragione per la quale l’anima del filosofo disprezza profondamente il corpo e rifugge da esso e aspira a rimanere sola, tutta in sé raccolta?
– Certamente.
– Ma v’è ancora un altro argomento, o Simmia. Affermiamo noi l’esistenza di un “giusto in sé”, o no?
– Certo che lo affermiamo, per Zeus.
– E di un “bello in sé”, di un “buono in sé”?
– Pure.
– Or bene, vedesti tu mai con gli occhi del corpo il “Giusto”, il “Bello”, il “Buono”?
– No, mai – rispose quegli.
– E li hai mai conosciuti con qualche altro senso del corpo? E non parlo solamente di questi, ma ancora della “Grandezza”, della “Salute”, della “Forza”, in una parola di tutto ciò che realmente è. E credi tu che si conosce la realtà in sé delle cose per mezzo dei sensi del corpo, oppure reputi che colui il quale si propone di conoscere il vero per mezzo dell’attività pura di ragione si avvicinerà più di ogni altro alla perfetta conoscenza di esso?
– È proprio così.
– E a questa perfetta conoscenza può pervenire soltanto colui che alla verità si volge con la sola mente, e non sorregge la sua ragione con alcun senso del corpo, ma solo in sé e puro, con la mente pura, cerca di attingere il vero, astraendosi, più che sia possibile, dagli occhi, dagli orecchi, dal corpo tutto, poiché questo sconvolge l’anima e non le permette di acquistare verità e sapienza. Non è forse quest’uomo, o Simmia, colui che potrà, più di ogni altro, cogliere la realtà?
– Tu dici il vero, o Socrate – rispose Simmia.
– Dunque – seguitò Socrate – tutte queste considerazioni devono formare nei veri sinceri filosofi un’opinione tale da indurli a ragionare pressappoco così: pare che ci sia come un sentiero a guidarci verso la verità, perché fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo. Infatti il corpo ci dà infinite brighe per la necessità del nutrimento; e se poi esso si ammala, nuovi impedimenti si frappongono alla nostra ricerca del vero. È ancora il corpo che ci riempie di amori, di passioni, di terrori, di immaginazioni, di vanità infinite, per cui non ci riesce di fermare il pensiero su cosa alcuna finché siamo in sua balìa. E le guerre, le rivoluzioni, le battaglie, chi le produce se non il corpo e le sue passioni? Le guerre, infatti, scoppiano per la brama di ricchezze, e queste noi siamo stretti a procurarcele per il corpo, incatenati come siamo al suo servizio, per cui non abbiamo più tempo di dedicarci alla filosofia. Il peggio è poi che se per un momento riusciamo ad essere liberi dal suo servizio e ci proponiamo di meditare su qualche cosa, ecco che tutto d’un tratto si pianta nel mezzo della nostra meditazione e tutto turba e scompiglia disanimandoci, così che per causa sua non siamo più in grado di contemplare la verità. Resta, quindi, dimostrato che, se noi vogliamo pervenire alla visione più pura del vero, dobbiamo distaccarci dal corpo e contemplare la verità con la sola anima. Allora soltanto, quando saremo morti, e non da vivi, come il ragionamento ci costringe ad ammettere, noi potremo possedere ciò di cui ci professiamo amanti: la Sapienza, cioè. […] Bisogna riconoscere, dunque, o Simmia, che tutti coloro i quali rettamente filosofano è come se si esercitassero a morire; perciò a loro la morte fa molto meno paura che agli altri.
Platone, "Fedone", Armando Editore, Roma 2007.
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domenica 23 ottobre 2011
Fetonte era una cometa?

"Con stupore la Luna
guarda i cavalli del fratello passare
sotto i suoi e le nuvole che
fumano combuste.
Nei punti più alti la terra è
ghermita dal fuoco,
si screpola in fenditure e,
seccandosi gli umori, inaridisce;
si sbiancano i pascoli, con
tutte le fronde bruciano le piante
e le messi riarse danno esca
alla propria rovina.
Di inezie mi dolgo: con le
loro mura crollano città immense
e gli incendi riducono in
cenere coi loro abitanti
regioni intere. Bruciano coi
monti i boschi,
bruciano l'Ato, il Tauro di
Cilicia, il Tmolo, l'Eta
e l'Ida, un tempo zampillante
di sorgenti e ora inaridito,
l'Elicona delle Muse e l'Emo,
prima che vi regnasse Eagro;
bruciano l'Etna, fuoco su
fuoco, in un rogo immenso,
i due gioghi del Parnaso, l'Èrice,
il Cinto, l'Otri
e il Ròdope, finalmente
sgombro di neve, il Dìndimo,
il Mimante, il Mìcale e il
Citerone, destinato ai riti sacri.
Nemmeno i suoi ghiacci salvano
la Scizia: il Caucaso brucia
con l'Ossa, il Pindo e
l'Olimpo che entrambi li sovrasta,
le Alpi che si confondono col
cielo e l'Appennino con le nubi.
E così, dovunque guardi, Fetonte
vede
la terra in fiamme e più non
resiste a quell'immenso calore:
respira folate infuocate, che
sembrano uscire dalla gola
d'una fornace ed avverte il
suo cocchio farsi incandescente.
Non riesce più a sopportare le
ceneri e le faville
che si sprigionano, un fumo
afoso tutto l'avvolge
e, immerso in quella caligine
di pece, non sa più dove sia
o dove vada, trascinato com'è
in balia dei cavalli alati.
Fu allora, così dicono, che il
popolo degli Etiopi divenne,
per l'afflusso del sangue a
fior di pelle, nero di colore;
fu allora che la Libia,
privata d'ogni umore, divenne
un deserto; fu allora che le
ninfe, i capelli al vento, rimpiansero
fonti e laghi: invano la
Beozia cerca la fonte Dirce,
Argo Amìmone, Èfire la vena di
Pirene.
Neppure i fiumi che hanno avuto
in sorte sponde distanti fra loro
si salvano: il Tànai fuma
persino al centro della sua corrente,
e così il vecchio Peneo, il Caìco
di Teutrante,
il rapido Ismeno, l'Erimanto
di re Fegeo
e lo Xanto, destinato a nuove
fiamme, il biondo Licorma,
il Meandro che gioca a rendere
tortuose le sue acque,
il Mela di Migdonia e l'Eurota
di Tènaro.
Arde anche l'Eufrate di
Babilonia, arde l'Oronte,
il vorticoso Termodonte, il
Gange, il Fasi e l'Istro.
Ribolle l'Alfeo e dello Sperchìo
bruciano le rive;
l'oro che il Tago trascina col
suo flusso scorre fuso dal fuoco,
mentre gli uccelli acquatici,
che riempiono di canti
le sponde di Meonia, avvampano
in mezzo al Caìstro.
Fugge atterrito il Nilo ai
margini del mondo
e nasconde il capo dove ancora
è celato; in polvere si spengono
le sue sette foci: sette alvei
senza una goccia d'acqua.
Uguale sorte in Tracia
prosciuga l'Ebro e lo Strìmone,
e in Occidente i fiumi Po,
Rodano, Reno
e il Tevere a cui fu promesso
il dominio del mondo.
In ogni luogo il suolo si spacca
e attraverso gli squarci la luce
penetra nel Tartaro,
atterrendo con Proserpina il re degli Inferi.
Il mare si contrae e dove
c'era l'acqua, ora vi sono
distese d'arida sabbia; e i
monti, dissimulati nei fondali,
ora affiorano moltiplicando
l'arcipelago delle Cicladi.
Negli abissi si rifugiano i
pesci, e i delfini, che per natura
s'inarcano nell'aria, non
s'azzardano più a balzare sull'acqua;
corpi esanimi di foche
galleggiano riversi
a livello del mare;
[...]
Fetonte, con le fiamme che gli
divorano i capelli di fuoco, precipita vorticosamente su sé stesso e LASCIA
NELL'ARIA UNA LUNGA SCIA, COME A VOLTE UNA STELLA CHE SEMBRA CADERE, anche se
in verità non cade, dal cielo sereno.
Lontano dalla patria, in
un'altra parte del mondo,
l'accoglie l'immenso Erìdano,
che gli deterge il viso fumante".
[Metamorfosi di Ovidio]
“Ma uno di quei sacerdoti, che
era molto anziano, disse: Solone, Solone voi Greci siete sempre ragazzi, un
vecchio fra i greci non esiste! All’udire queste parole, egli chiese: Ma che
vuoi dire? Siete tutti spiritualmente giovani, - rispose - perché nelle vostre
menti non avete nessun’antica opinione formatasi per lunga tradizione e nessuna
conoscenza incanutita dal tempo. E il motivo è questo: avvennero e avverranno
ancora per l’umanità molte distruzioni in molti modi, le più grandi con fuoco e
l’acqua, e altre minori per infinite altre cause. Quel fatto che si racconta
anche fra voi, ossia che un tempo FETONTE, figlio di Elios, dopo aver aggiogato
il cocchio di suo padre, non fu capace di guidarlo sulla via tracciata dal
padre e per questo bruciò le regioni terrestri e morì lui stesso folgorato,
viene narrato in forma mitica; ma la verità è la deviazione dei corpi che
girano in cielo intorno alla terra e la combustione, a grandi intervalli di
tempo, delle regioni terrestri per sovrabbondanza di fuoco. In quei momenti,
chi abita sui monti e in luoghi alti e aridi è esposto alla morte più di quelli
che abitano presso i fiumi e il mare: per noi il Nilo è provvidenziale per
molti aspetti, e straripando ci libera anche in quelle circostanze da quest’inconveniente.
Quando invece gli dei inondano la terra per purificarla con le acque, i pastori
e i mandriani si mettono in salvo sui monti, ma gli abitanti delle vostre città
vengono trascinati in mare dai fiumi”.
[Timeo, Platone, 22b-e]
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Libertà

Frei sein,
den eigenen Glauben, die eigene Weltanschauung, die eigene und je gemäße
philosophische Richtung und politische Einstellung zu wählen, zu bekennen und
zu verwirklichen trachten, ist heute vielleicht einer der wenigen Werte, die
von fast allen Strömungen als solche anerkannt werden. Auch erwächst aus dieser
Pluralität unleugbar fruchtbare Begegnung, Dialog, der sich zur Dialektik
ausweitet und oft vom anfänglichen Gegensatz zu wertvoller Synthese führt.
Alex
Langer, Pluralismus und Einheit 1 aprile 1965. Da: skolast Nr. 4-5
Per
umiliare qualcuno si dev'essere in due: colui che umilia, e colui che è
umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se
la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria. [...]
Dappertutto [...] cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra
quell'unico pezzo di strada che ci rimane c'è pur sempre il cielo, tutto
quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. [...]
Siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro
atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi,
col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura […] Siamo
soprattutto noi stessi a derubarci da soli.
Etty
Hillesum
La libertà
pone al centro l’individuo come principio e come valore. È uno dei capisaldi
del pensiero umanista. “Ti determinerai la tua natura secondo il tuo arbitrio”,
scrive Giovanni Pico della Mirandola nell’orazione De hominis digitate (1486). “Non
vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo
cessi di essere persona e diventi cosa” confermerà Cesare Beccaria, tre secoli
più tardi, nel 1764. Infine, nella sua stesura preliminare, l’articolo terzo
della Costituzione della Repubblica, ingiungeva: “È compito perciò della società
e dello Stato eliminare gli ostacoli di ordine economico-sociale che, limitando
di fatto la libertà e l'uguaglianza degli individui, impediscono il
raggiungimento della piena dignità della persona umana e il completo sviluppo
fisico, economico, culturale e spirituale di essa”. Libertà significa libertà
da forze e circostanze che oggettificano l’umano, che impongono ad una persona
la passività e prevedibilità della materia grezza. Gli oggetti hanno cause, i
soggetti hanno motivazioni e ragioni complesse e anche contraddittorie.
Il
filosofo russo Nikolaj Aleksandrovič
Berdjaev considerava la libertà un valore aristocratico: “In realtà, la libertà
è aristocratica, non democratica. Dobbiamo riconoscere, sconfortati, che la
libertà è cara solo a chi pensa creativamente. Non è necessaria per chi non dà
valore al pensiero. Nelle cosiddette democrazie, che si fondano sul principio
della sovranità popolare, una proporzione considerevole della cittadinanza non
possiede ancora la consapevolezza di essere libera, di recare con sé la dignità
della libertà” (Regno dello Spirito e Regno di Cesare, 1951).
È
difficile dargli torto. È probabile che tante persone che non si curino della
libertà di pensiero, di opinione, di associazione e di stampa lo facciano non
tanto perché temono il carico di responsabilità implicito in ogni libertà o
perché sentono la necessità di una tutela paternalistica ma perché non sanno
cosa farsene, non ne vedono l'utilità, perché non hanno nulla di significativo
da esprimere e non prestano molta attenzione a ciò che altri potrebbero dire. È
un peccato, perché ciascuno di noi è libero solo se si cura di proteggere la
libertà altrui e questa libertà, una volta persa, non la si riguadagna
facilmente. La storia ne è testimone.
Il libero
arbitrio e la libertà d’espressione sono diritti inalienabili perché sono il
prodotto della conoscenza di cui disponiamo e costituiscono una forma di libertà
spirituale, la libertà di non essere governati da menti altrui. Ogni individuo
dovrebbe idealmente godere della medesima libertà interiore e personale. La
libertà interiore comprende la dimensione intellettuale e spirituale della vita
umana, cioè l’autodeterminazione etica degli esseri umani, la loro capacità di
assumersi la responsabilità per le proprie parole, azioni ed esistenze. Cosa
sarebbe l’essere umano senza libertà creativa e realizzativa? Un automa, uno
strumento. Lo sviluppo dell’immaginazione è accrescimento di vita, mentre la
sua limitazione è una riduzione di vita, un impulso di morte. La libertà è la
dimensione di apertura illimitata che consente all’essere umano di trascendere
la finitezza. È una condizione d’esistenza indispensabile allo sviluppo della
psiche e della coscienza, o dell’anima, per chi è credente. Essere libero,
libero di essere onesto con me stesso, di pensare senza dovermi chiedere ogni
volta cosa gli altri penseranno di me, di vivere pienamente ed abbondantemente.
Non c’è
umanità senza libertà di scegliere, non esiste morale e maturazione spirituale
se una persona non può essere libera di compiere il male. Quella persona sarebbe un’arancia
meccanica, un congegno, non un essere vivente. Per questo nei campi di
sterminio il suicidio e lo sciopero della fame erano proibiti e severamente
puniti, anche se acceleravano la morte dei detenuti. Ogni atto di
autodeterminazione doveva essere severamente punito.
Tutto ciò
che penso, che dico, che faccio, ha un significato ed ha un valore perché sono
libero. Solo in questa condizione di libertà la mia vita, i miei pensieri, le
mie decisioni, i miei sentimenti sono realmente miei. Diversamente, sarei una
marionetta. Solo un essere umano traumatizzato sarebbe disposto a rinunciare
volontariamente alla libertà. Altrimenti, di norma, chi la sacrifica, ne
sacrifica solo una parte, perché non sa cosa farsene dell’altra. Che cosa me ne
faccio della libertà di parola se non ho niente da dire?
Ma la
libertà è un bene troppo prezioso per sacrificarlo a qualunque astrazione di
ordine inferiore. Chi la libertà l’ha persa, come Viktor Frankl, sopravvissuto
all’Olocausto, rammenta che la lezione più importante che ne trasse fu che l’uomo
ha sempre una scelta: o un’incrollabile, socratica saldezza d’animo, o la
sottomissione ad un potere che intende spogliarti della dignità e dell’indipendenza
interiore, trasformandoti in un oggetto in balia delle circostanze.
Per essere
effettiva, la libertà esige di poter agire in base alla consapevolezza delle
alternative reali e delle loro conseguenze. Per diventare realmente consapevoli
è indispensabile poter operare in una società dove le informazioni circolino
liberamente e dove tutte le idee possano essere dibattute.
Non si dovrebbe avere paura di questa libertà, che include anche
la libertà di non rispettare le idee altrui (pur rispettando l’interlocutore),
di canzonare e di rappresentare un inconveniente per le opinioni altrui. Un
principio cardine della costituzione come la libertà d'espressione non può
essere fatto valere in certi casi ed ignorato in altri, anche perché una parola
è una parola e non serve dare alle parole più peso di quel che meritano. Non
siamo automi che rispondono meccanicamente a sollecitazioni verbali e le nostre
personali credenze non sono tutelate da alcun diritto inviolabile a non essere
messe in discussione, con tutto il tatto ed il senso di responsabilità
necessari. Sono le parole o gli atti che distruggono le persone e le cose? Un
effetto indiretto è moralmente equivalente ad un effetto diretto? Le parole
esercitano un’influenza sulle persone solo se queste decidono che così dev’essere,
perché attribuiscono credibilità ed autorevolezza a chi le pronuncia e perché
vogliono o temono che il messaggio sia vero. Le parole hanno potere solo se chi
le ascolta o legge glielo conferisce. Altrimenti sono solo vibrazioni nell’aria.
Dunque attribuire uno speciale potere alle parole è una semplice credenza che
ciascuno può respingere coscientemente. Se certe parole ci irritano la
responsabilità è nostra, perché lasciamo che ciò avvenga. Possiamo forse
plasmare il prossimo in modo da costringerlo ad essere più sensibile? Sarebbe
giusto? È sbagliato cercare di controllare gli altri, è una forma di
manipolazione tanto deprecabile quanto l’uso di parole al fine di ferire la
sensibilità altrui. E siccome non è giusto controllare gli altri, non è nemmeno
giusto censurare gli altri.
Senza la
libertà di dire qualcosa di sconveniente non c’è libertà. Se le mie azioni sono
giudicate in base alla sconvenienza, potrò fare solo quello che gli altri mi
consentono graziosamente di fare e, poiché moltissimi sono suscettibili e
permalosi, ciò decreterebbe la morte della libertà.
Le società democratiche
sono conflittuali perché sono formate da esseri umani con punti di vista anche
molto diversi riguardo alla realtà, ciascuno convinto che il suo sia più fedele
al vero. Nessuno di noi è consapevole dell’intera estensione delle sue credenze
e convinzioni e ancor meno di quanto unica e peculiare sia la sua percezione
della realtà.
La libertà di espressione consente a superstizioni, preconcetti e
pregiudizi di essere vagliati, separati e respinti dal maggior numero possibile
di persone, che potranno invece avvalersi delle idee originali e promettenti. È
quindi nel nostro stesso interesse rispettare la libertà del nostro prossimo di
dire la sua, anche quando ci infastidisce, ci sciocca, c’indigna, ci oltraggia,
ci disgusta, ci ferisce. Solo difendendo la libertà altrui posso continuare a
difendere la mia, anche se questa libertà sarà da loro impiegata per ridursi in
un angolo, per scegliere di condurre una vita convenzionale, di rinunciare ad
esercitare i propri diritti, di consegnarsi a rapporti vincolanti, affiliazioni
soffocanti, appartenenze totalizzanti. Se la ricerca della verità e dell’autenticità
li conduce in quei paraggi, allora hanno la prerogativa di comportarsi di
conseguenza senza che una tutela paternalistica li inibisca, senza trattarli
come degli infanti plagiabili, plasmabili, eternamente sprovveduti, inculcando
in loro il sospetto di esserlo veramente anche quando si tratta di una mera
divergenza d’opinioni. Soprattutto, nessuno osi censurare il prossimo per il
mero fatto di essersi permesso di esprimere un punto di vista differente.
La
casa comune dell'umanità che verrà, nel Mondo Nuovo dovrà essere tollerante. Se noi stessi decretiamo
che un diritto universale non è più universale, ma vale solo quando ci pare a
noi, la nostra credibilità ed autorevolezza saranno compromesse, la forza di
quel principio sarà compromessa, la possibilità di tutelare le persone vulnerabili
in nome di quello stesso principio sarà compromessa. Se la nostra casa comune avrà timore di idee diverse, allora non avrà un futuro.
Un soffio e il castello di carte cadrà: “Far apparire come necessario ciò che è
assurdo – che si debba difendere il “mondo libero” rendendolo meno libero,
salvare la civiltà occidentale minacciando i principi della sua identità –, e
dall’altro cerca di rendere credibile ciò che è incredibile, ovvero che si
possa diffondere nel mondo la libertà con l’occupazione militare, instaurare la
democrazia con la coazione, istituire l’autonomia con l’eteronomia” (Bovero,
2004, p. X).
La libertà
che conta è quella da forze e circostanze che trasformano l’uomo in una cosa e
la sua vita interiore in un processo meccanico, automatico, prevedibile,
inerziale, come la materia stessa. Se la libertà è come un volo, allora più si
mozzano le ali per circoscriverla, più basso ed incerto sarà il volo stesso, a
discapito dell’intera comunità. Non si può essere sicuri, nel volo, la libertà
non è rassicurante, non dà garanzie, ma è l’unico modo che ci è dato di essere
autentici (di non limitarci ad essere ciò che gli altri hanno stabilito per
noi) e di diventare più vivi (gioia di vivere) e consapevoli, come il
prigioniero rilasciato nella parabola della caverna di Platone. A quel punto la
sicurezza che si acquista sarà più stabile, più affidabile, ma mai completa.
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