Visualizzazione post con etichetta terzo reich. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terzo reich. Mostra tutti i post

venerdì 9 dicembre 2011

Il pacifismo filonazista di Jean Giono


Siamo i Visitors…veniamo in pace…sempre

Anna – “V”

La grande catastrofe collettiva è più un effetto che una causa. Non è il cielo che la invia, assolutamente. Sono gli uomini che vi si precipitano e la trattengono. È il prodotto, questa la morale della storia, del loro egoismo innato, della loro incapacità a uscire da se stessi, della riduzione della loro vita a dei bisogni elementari. Se non pensano che a salvare la loro vita, quella del clan familiare, sono marchiati da un segno fatale, non riusciranno a sfuggire. Se, al contrario, guardano al di là del loro orizzonte individuale…accumulano tutte le possibilità dalla loro parte
Benedetta Fanizza, “Jean Giono: la ricerca della felicità in Le Hussard sur le toit”, 2002.

Jean Giono (1895-1970) è l’autore del celebre “L’Ussaro sul Tetto” (1951) e de “L'uomo che piantava gli alberi” (1953). Fu anche un collaboratore di Vichy, ossia del Terzo Reich.
Quegli intellettuali e scrittori che collaborarono con il nazismo lo fecero adducendo motivazioni diverse, ma i meccanismi psicologici che li spinsero a farlo erano molto simili, così come la loro abilità nel rimuovere le conseguenze pratiche del loro comportamento. Nel caso di Jean Giono il pacifismo integrale, l’idealizzazione della vita rurale (“il ritorno alla terra”) e lo scetticismo verso il metodo democratico e la modernità in generale lo consegnarono anima e corpo al regime fantoccio di Vichy e al Terzo Reich. Veterano di Verdun, negli anni Trenta, durante l’estate, radunava un circolo di intellettuali pacifisti nel villaggio di Contadour, raccogliendo le loro riflessioni negli Ecrits pacifists. Nel 1939 fu arrestato per attività antimilitari ed antipatriottiche. Nel 1944 fu arrestato nuovamente, questa volta per collaborazionismo e forse per proteggerlo dalle possibili rappresaglie dei partigiani francesi. Durante la guerra aiutò degli Ebrei e dei comunisti, perché erano dei conoscenti, non perché simpatizzava per la causa di chi combatteva il nazismo. Nei suoi diari comunicava il suo disprezzo verso chi resisteva all’occupazione e la sua crudele indifferenza alla sorte degli Ebrei. Non criticò in una sola occasione i Tedeschi. In un intervista del 1941 definì Hitler un “poète en action’: “che cos’è Hitler se non un poeta in azione?”.
Elogiava costantemente i motivi ruralisti della propaganda di Vichy, che vedeva come un regime che poteva restituire i Francesi al legame con la terra, con le radici. Non condannò mai il trattamento riservato agli Ebrei dalle autorità di Vichy, che anticiparono persino i desideri degli occupanti nazisti, per poterli meglio compiacere, emanando leggi più severe di quelle in vigore in Germania
Quando, nel gennaio del 1944, un ex partecipante agli incontri di Contadour, Vladimir Rabinovitch, gli chiese di schierarsi a sostegno degli Ebrei, gli rispose – queste le sue parole trascritte nella pagina di diario del 2 gennaio, che: “non mi interessava nulla, che degli Ebrei me ne frega quanto delle mie prime mutande [‘je me fous des Juifs comme de ma première culotte’], che nel mondo ci sono cose più importanti da fare che preoccuparsi degli Ebrei. Che narcisismo! Per lui gli Ebrei sono l’unico argomento di discussione. Quanto a me, intendo occuparmi di ben altro”.
Giono aveva paura. Lo ammise lui stesso: “non sono proprio coraggioso”.
Traumatizzato dall’esperienza della Grande Guerra, era ossessionato dalla sua sopravvivenza fisica. Nel 1934 scriveva: “non posso dimenticare la guerra. Mi piacerebbe farlo, posso anche trascorrere due o tre notte senza pensarci e poi improvvisamente la rivedo, la risento, la rivivo. E questo mi spaventa. Durante la guerra ero spaventato, tremavo, me la facevo addosso…Preferisco pensare alla mia felicità. Non voglio sacrificarmi”. Questa sua ossessione eclissava la voce della sua coscienza. Scriveva: “vivono solamente quelli che non fanno la guerra, nessuna guerra” (‘Seuls vivent ceux qui ne font pas la guerre, aucune guerre’). Per questo si astraeva emotivamente da tutto ciò che lo circondava. Chiuse occhi, orecchi e bocca, mise a tacere la voce della coscienza, aspettando che passasse la buriana.
Per lui il pacifismo divenne sinonimo di non-resistenza al male. Approvava il non intervento nella guerra civile spagnola, che favorì il colpo di stato franchista contro un governo legittimamente eletto, lasciando impuniti fascisti e nazisti. Per Giono democrazia e dittatura pari sono. La sua opposizione al fascismo passava in secondo piano rispetto all’opposizione alla guerra. Un’opposizione peraltro debole, visto che non si astenne dal frequentare i circoli dei collaborazionisti più inveterati, dallo scrivere per quotidiani e pubblicazioni collaborazioniste, dal godere di buona stampa su quelle naziste e dall’incontrare le autorità occupanti nel maggio del 1944, quando era chiaro a tutti che avrebbero perso la guerra. Fu premiato con ripetuti inviti a Weimar per celebrare il Nuovo Ordine Europeo di Hitler. Nessuno lo costrinse a farlo, fu una sua libera scelta, una scelta di complicità mascherata.
In virtù del uso pacifismo integrale, Giono non riuscì mai a vedere la Resistenza che come una forma di guerra e tutte le guerre per lui erano sbagliate a prescindere. Meglio la Pax Nazista ad uno stato di conflittualità: “Per quel che mi riguarda, preferisco essere un Tedesco vivo piuttosto che un Francese morto”. Riuscì persino a rammaricarsi dello sbarco in Normandia degli Alleati, perché avrebbe riportato la guerra in Francia: “non faccio alcuna differenza tra Tedeschi ed Anglo-Americani, si assomigliano”.
Un gruppo di sicofanti lo spinse ad indossare i panni di saggio e profeta della sapienza bucolica ma, a dispetto del suo impegno pacifista, Giono approvava la prospettiva di una rivolta contadina, anche di indomita crudeltà, che spazzasse via la modernità urbana ed imponesse la sua idea di arcadia, internando i governanti di allora nei manicomi. L’ontologica purezza dell’ambiente rurale era da lui contrapposta alla congenita impurità di quello urbano. Negli anni Trenta avvertì i suoi corrispondenti ed interlocutori che si avvicinavano tempi terribili. Celebrò gli accordi di Monaco, che invece servirono unicamente ad eccitare la voracità di Hitler e del Terzo Reich. Non vide alcuna ragione per cui i Francesi avrebbero dovuto combattere per la libertà della Cecoslovacchia.
Per lui, nel 1939-1940, i governanti francesi erano tanto colpevoli quanto quello nazisti per la distruzione della guerra. Eppure, quando lo stato lo richiamò alle armi, nel settembre del 1939, dimenticò subito il suo volantinaggio antimilitarista dei giorni e mesi precedenti e si presentò al comando dell’esercito, dove gli assegnarono la mansione di segretario. I suoi amici pacifisti restarono senza parole.
Frequentò assiduamente diversi esponenti della Rivoluzione Nazionale (Vichy) e, nei primi giorni dell’Occupazione, si tinse i capelli di biondo e li fece tornare grigi solo in seguito alla Liberazione. Neppure i suoi famigliari credettero alla scusa del sole che gliene aveva schiarito delle ciocche, costringendolo ad uniformare il colore della chioma.

Bibliografia
Richard J. Golsan, French Writers and the Politics of Complicity: Crises of Democracy in the 1940s and 1990s, Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 2006.
Richard J. Golsan, “Of Jean Giono and Collaboration: A Response to Meaghan Emery”, French Historical Studies, 33:4 (Fall 2010): 605-624.
Julian Jackson, “The Rural Fantasies of Jean Giono”, H-France Salon, vol. 2, issue 1, #2, 2010

lunedì 28 novembre 2011

L'Internazionale del Razzismo



Il razzismo è la credenza nell’esistenza di differenze intrinseche tra popolazioni umane che determinano il loro progresso civile e morale. In genere è associato all’idea di una gerarchia razziale che legittima le relazioni di potere tra nazioni e spesso al desiderio di preservare la purezza della propria razza. 
Richard Lynn, professore emerito all’Università dell’Ulster, sostiene in un articolo recentemente pubblicato su Intelligence che gli Italiani del Sud sono meno intelligenti dei settentrionali per via della mescolanza con sangue africano e semita. Le sue conclusioni hanno ricevuto vasta eco sui mezzi di informazione italiani, nazionali e locali, ed è dunque opportuno capire quali siano le sue credenziali, esaminando la solidità della sua tesi.
Innanzitutto è bene precisare che il comitato scientifico della rivista "Intelligence" include il suddetto Lynn, assieme ad altri scienziati (Jensen, Plomin, Rushton, Vernon) che hanno raggiunto la notorietà grazie al sostegno a tesi apertamente razziste e che hanno ricevuto ingenti finanziamenti dalla fondazione Pioneer, nell’ordine delle centinaia di migliaia di dollari ciascuno. Lynn, in particolare, ha dichiarato che la procreazione di poveri e malati dovrebbe essere scoraggiata nell’interesse del miglioramento genetico delle popolazioni umane e della nostra specie. Il Pioneer Fund è stato fondato nel 1937 da Wickliffe Preston Draper, rampollo di una famiglia facoltosa che poté vivere di rendita dedicandosi alla promozione dell’eugenetica, dell’igiene razziale e della segregazione razziale. Era un simpatizzante nazista ed assegnò i primi finanziamenti a due documentari tedeschi che asserivano di dimostrare il successo delle leggi eugenetiche del Terzo Reich. Il famigerato Harry H. Laughlin, uno dei massimi sostenitori delle leggi eugenetiche americane successivamente adottate nel Terzo Reich, fu il secondo direttore della fondazione Pioneer. Strenuo difensore della segregazione razziale americana, nel 1936 ricevette una laurea honoris causa dall’Università di Heidelberg per il suo contributo alla “scienza dell’igiene razziale”. L’attuale direttore è il già citato John Philippe Rushton, sanzionato dalla sua stessa università per violazione del codice etico nella realizzazione di “studi scientifici” in cui ricattava i suoi studenti per indurli a rivelare le dimensioni del pene e la potenza dell’eiaculazione. Lo scorso anno, parlando ad una conferenza a Baltimora, ha tuonato contro l’immigrazione africana e musulmana sostenendo che il problema islamico è anche di natura genetica e quindi è virtualmente irrisolvibile senza un blocco definitivo dell’immigrazione dai paesi musulmani. 
Tornando a Richard Lynn, è da almeno quindici anni che lo psicologo britannico è dell’avviso che l’intelligenza umana si sta deteriorando perché i popoli inferiori hanno un maggiore tasso di riproduzione di quelli superiori. I dati citati nel suo articolo provengono da ricerche su scala mondiale nelle quali ha sottoposto il suo test sul quoziente di intelligenza – la cui affidabilità è già di per sé discutibile – ad immigrati che non conoscevano bene la lingua del paese in cui risiedevano ed in un caso a pazienti di un istituto per persone con sviluppo mentale ritardato. Inoltre ha inserito dati provenienti da studi che non hanno alcuna attinenza con il rilevamento empirico del QI, ignorato ogni ricerca le cui conclusioni siano in contrasto con la sua ed omesso di spiegare come mai i popoli nordici siano stati per millenni ai margini del processo di civilizzazione umano.
Richard Lynn è uno degli esponenti di una scuola di pensiero d’influenza tutt’altro che marginale in Nord America, che propaga la credenza nella razza vivente, nel mistero del sangue, nella forza degli atavismi e della purezza genetica, nello schema apocalittico dello scontro finale interrazziale; che predica il dovere di un popolo di riprodurre continuamente la sua essenza, inalterabile e di prevalere, separare e gerarchizzare gli umani, sovvertendo i valori dell’illuminismo e della democrazia, nonché gli stessi insegnamenti cristiani.
Lynn ha il diritto di esprimere le sue opinioni, ma nessuno ha il dovere di prendere nella benché minima considerazione le sue scempiaggini.

Le virtù trentino-tirolesi alla prova del Terzo Reich



Ho appena finite di leggere il rapporto del Gauleiter Frauenfeld sul Sudtirolo. Propone che i Sudtirolesi siano trapiantati in massa in Crimea e penso sia un’idea eccellente. Ci sono pochi altri luoghi su questo pianeta in cui una razza possa avere più successo nel conservare la sua integrità per secoli e secoli. I Tartari ed i Goti ne sono la prova vivente. Anch’io penso che la Crimea sarà climaticamente e geograficamente ideale per i Sudtirolesi e, se paragonata alla loro attuale situazione, sarà un paradiso di latte e miele. Il loro trasferimento in Crimea non presenta alcuna difficoltà fisica o psicologica. Tutto quel che devono fare è navigare un corso d’acqua tedesco, il Danubio, e saranno arrivati.
Adolf Hitler, luglio 1942 (Hitler, 2010)

“…la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. […] tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo”.
Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”

Come si comporterebbero Trentini e Sudtirolesi nell’evenienza di un loro inglobamento in un regime totalitario? Se i precedenti sono un’indicazione, allora è bene preoccuparsi, perché quel che si ricava dalla lettura di “La zona d'operazione delle Prealpi nella seconda guerra mondiale”, atti di un convegno di studi tenutosi nel 2006 e curati da Andrea Di Michele e Rodolfo Taiani (FMST, 2009), è un quadro a dir poco sconfortante.
Quello nazista era un ordine fondato non sul diritto del più forte, un diritto che è intrinsecamente transitorio, ma su quello metafisico e metastorico della purezza e preziosità del Sangue, della Razza e dello Spirito della Stirpe, un criterio così radicale, assoluto ed inesorabile da non sembrare neppure di origine umana. Tuttavia, mentre la fascistizzazione di entrambe le province fallì, l’occupazione nazista fu un successo. Lo pone in evidenza lo storico Luigi Ganapini, riepilogando i punti salienti dei vari contributi e citando “l’ambiguo comportamento del prefetto de Bertolini”, “il contributo sostanzioso allo sforzo bellico tedesco” da parte del Trentino Alto Adige, “i semi di conflittualità interetnica seminati a piene mani dagli studiosi”, “la scelta estrema del Corpo di Sicurezza Trentina”, la “guerra civile latente” in Alto Adige, l’immenso divario morale tra il vescovo di Belluno, monsignor Bortignon – salito su una scala per baciare i partigiani impiccati davanti ai loro carnefici – e quella del principe vescovo pangermanista di Bressanone Johannes Geisler, che si limitò a predicare disciplina ed obbedienza, in contrasto con il basso clero, schierato contro il neo-paganesimo razzista. Il ruolo dell’élite scientifica è stato esaminato da Michael Wedekind nel suo bel contributo ed in un articolo più esteso, intitolato “Le sporadi tedesche: comunità germanofone dell’Alta Italia come oggetto dell’etnoscienza ed etno-politica tedesche”, pubblicato quasi contemporaneamente nell’ultimo numero di Archivio Trentino (2/2008). Lungi dall’attenersi a criteri di obiettività e rigore, gli etno-antropologi di lingua tedesca che operarono nella nostra regione e che sono stati riscoperti ed in qualche misura “sdoganati” negli ultimi anni [cf. capitolo sull’Ahnenerbe in questo stesso volume], dimostrarono “affinità ideologiche” col regime, una “bizzarra mancanza di aderenza alla realtà”, una “visione del mondo etnocentrica radicalizzata” ed una manifesta “disponibilità a partecipare al nuovo ordine europeo nazista”. Lorenzo Baratter ci ricorda che oltre 3000 Trentini, dovendo scegliere tra la prigionia in Germania assieme ad altri 600mila militari italiani, il lavoro nella Todt e il Corpo di Sicurezza Trentino, scelsero di indossare un’uniforme tedesca e di partecipare alle rappresaglie contro altri Trentini ed Italiani. Al contrario, il Corpo di Sicurezza Bellunese non prese mai forma. L’ambiguità degli obiettivi e la ristrettezza delle visioni sembrano aver sabotato il movimento resistenziale trentino. Alberto Vadagnini riporta che a fine 1944 Walter Pienagonda (“Rado”) scrive ad Andrea Mascagni che “il CLN trentino è bloccato da inerzie, beghe di partito, interessi personali, egoismi, invidie e da una visione troppo localista”. Bizantinismi morali che, secondo lo storico altoatesino Andrea Di Michele, si fanno evidenti nelle scelte postbelliche dell’SVP che, dovendo presentarsi come partito di raccolta etnico, accolse un po’ tutti, “dai più aperti oppositori al nazismo fino a coloro che vi avevano collaborato attivamente. Ciò significò anche tacere le voci degli ex resistenti in quanto scomodi testimoni di una profonda divisione che non si voleva mostrare verso l’esterno”.
Contraddizioni che, com’è noto, sono riemerse di recente in tutta la loro virulenza con il rifiuto del vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta di partecipare alle commemorazioni al lager di via Resia e con certe sue esternazioni che rivelano che lui considera l’incorporazione dell’Alto Adige nel Terzo Reich come un intervallo di libertà dall’occupante italiano. Dunque si rifiuta di riconoscere come un problema la deportazione e sterminio degli Ebrei residenti nell’area o la partecipazione ad un progetto efficacemente ricapitolato dalle considerazioni dei due massimi esponenti del nazismo, Martin Bormann, leader del partito nazista e segretario personale del Führer, e Adolf Hitler. Sul destino di milioni di Europei orientali: “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Martin Bormann, Memorandum, 1942). Sulle politiche demografiche del Reich: “Il soggiogamento di 350.000 Eloti da parte di 6000 Spartani fu possibile solo grazie alla superiorità razziale degli Spartani che a sua volta era il risultato di una preservazione razziale sistematica. Quello Spartano fu il primo stato razziale. La distruzione dei bambini malati, deformi e fragili dimostrava una grande dignità ed era mille volte più umana della patetica infermità dei nostri tempi che tiene in vita i malati cronici e impedisce la nascita dei sani tramite l’aborto e l’uso dei metodi anticoncezionali” (Adolf Hitler, 1928/1961). Più importante di tutto, per Ellecosta, è l’integrità dell’Heimat e la possibilità di tornare a parlare liberamente la propria lingua. L’etnia viene prima della libertà e della democrazia. Dall’altra parte c’è comunque chi, come Giorgio Holzmann, omaggia Ettore Tolomei, il campione della fascistizzazione e pulizia etnica dell’Alto Adige. Per entrambi, valgono le parole di Di Michele: “Io credo che su questio­ni così delicate e centrali non si debba transigere. Di fronte a una data che segna per tutti noi, italiani, tede­schi e ladini, la fine della dit­tatura e il ritorno alla demo­crazia, il riconoscimento de­ve essere esplicito e privo di ambiguità. Per questo, an­che nella nostra provincia, combatterono e morirono uomini sia di lingua italia­na che di lingua tedesca, ma­gari divisi sul destino che il Sudtirolo avrebbe dovuto conoscere dopo la guerra, ma consapevoli che la pri­ma cosa da fare era quella di dare il proprio contributo per sconfiggere le dittature. […]. Non è questione di essere italiani, tedeschi o ladini, ma di credere sinceramente nei valori della democrazia. Non ci possono essere ambi­guità nella condanna a fasci­smo e nazismo e va detto chiaramente che sono stati due Stati democratici, Italia e Austria, a trovare una so­luzione al problema sudtiro­lese” (Alto Adige, 28 aprile 2009).  
Quali dunque le cause della remissività, che a volte sconfinava nella duplicità, se non in un tacito e dissimulato collaborazionismo con l’orrore nazista da parte della popolazione trentino-tirolese? Ragioni storiche e politiche, certamente; la paura, comprensibilmente. Ma forse anche una sorta di “teutonofilia”, ossia il desiderio di essere tedesco, o come i tedeschi, o dalla parte dei tedeschi, a prescindere dai frangenti; e l’amore per tutto ciò che proviene dal mondo nordico, al punto da associare perizia tecnica e competenza morale e politica. Purtroppo quanto più un paese è ben organizzato, tanto più facile è sfruttarlo e tanto più arduo è trovare modi di interferire con gli obiettivi dell’occupante. In Trentino, la propaganda nazista si avvalse della stampa locale per lanciare il suo appello al tradizionale senso di lealtà e rispetto verso le istituzioni e l’autorità costituita, alla pazienza, concordia, disciplina, operosità, generosità, parsimonia, diligenza, sobrietà, cortesia ed allo spirito di sacrificio “tipicamente” trentini per garantire la pace sociale nelle retrovie alpine (Baggiani, 2010). Adolfo De Bertolini, nominato Commissario Prefetto dal Gauleiter Hofer, si era fatto interprete della diffusa volontà trentina di evitare il peggio e, nell’annunciare la costituzione del Corpo di Sicurezza Trentino, che indossava uniformi tedesche e doveva prestare un giuramento di fedeltà ad Hitler, ripropose alcuni dei motivi retorici più triti ma forse anche più rassicuranti per una popolazione angosciata: “Si tenderanno qui la mano i figli dei patrizi e quelli del popolo, i giovani avviati agli studi con quelli che devono guadagnarsi la vita con la forza delle loro braccia; tutti però animati da un medesimo slancio; quello di trovare in un lavoro disciplinato il fermento di una più utile esistenza, a vantaggio della collettività sociale. […]. Essa impedirà che la collettività provinciale possa essere sommersa da elementi estranei, conserverà al Paese la sua impronta locale tramandata dai padri; eviterà allo sfregio di quell’onesto costume che ha fatto in passato della gente trentina, più che un popolo, una famiglia”. L’allora vescovo di Trento, monsignor Carlo De Ferrari, una figura che non si distinse per audacia, nell’appello ai fedeli della Vigilia di Natale del 1943 li esortò a “proseguire sulla giusta via nella fede dei Padri che si tempra alle prove nell’austera disciplina che é obbedienza alle Autorità e alle leggi, per giungere così alla carità che é amor patrio e amore ai fratelli, secondo l’insegnamento di Paolo”. Il riferimento all’insegnamento paolino è quantomai significativo, perché ricorre frequentemente nei memoriali di chi denuncia le forme di collaborazionismo più o meno dell’Europa occupata dai nazisti. L’epistola ai Romani (13, 1-6) è di particolare interesse: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio”. Dietrich Bonhoeffer si interrogò a lungo sul senso e sulla validità di questo tipo di sollecitazioni in un mondo alle prese con un potere malvagio come quello nazista.
I partigiani non avevano dubbi: non esistono spazi per alcun compromesso con il Male ed un regime che stermina le popolazioni ed intende conquistare il mondo è l’incarnazione terrena del Male. Perciò il giudizio dei pochi partigiani trentini sulle presunte virtù trentine fu ben diverso: mentalità arretrata e reazionaria, clericalismo antimodernista, passività ed arrendevolezza, pavidità, scarsa lungimiranza, concretezza meschina ed ipocrita, chiusura mentale. Vi era la sensazione, peraltro non troppo distante dal vero, che la principale preoccupazione fosse quella di preservare la buona amministrazione, la coesione sociale ed un forte spirito comunitario, a qualunque costo. Come per tutta la storia trentina, le poche ribellioni non smossero più di tanto le acque e, nei fatti, i rapporti, i ruoli, la serialità dei comportamenti e delle relazioni rimasero quasi intatti ed immutati. In linea con l’antica tradizione secondo cui “il singolo era una creatura imperfetta che aveva bisogno della perfezione di una comunità per operare come cittadino” (Lo Preiato, 2009).
Maria Garbari (1984, p. 60) constata che lo scopo della retorica dell’occupante era quello di “associare il localismo con la visione della sicurezza, del benessere, dello starsene fuori dalla mischia, di evocare antiche tradizioni legate alla stabilità ed all’ordine: in nome di questo mondo fatto di conservazione e valorizzazione degli occupanti, si sarebbero potuti smussare alcuni angoli di frizione fra le popolazioni locali ed i nazisti ed evitare che la gente di montagna ed i contadini passassero nel campo dell’opposizione, magari attraverso la cerniera della chiesa e del clero minuto”. La Gleichschaltung nazista - allineamento coordinato e sincronizzato dell’intera società - fu senza alcun dubbio facilitato dalla tendenza locale ad esaltare il modello sociale ed amministrativo germanico e disprezzare quello italiano: “Sono questi dei luoghi comuni, che naturalmente solo parzialmente corrispondevano a verità, ma ebbero molto peso sulla mentalità locale e condizionarono senz’altro le scelte in certi momenti. Era difficile scindere l’ammirato stile di vita del mondo austro-tedesco dal nazismo di Hitler con i mezzi di informazione di cui allora si disponeva perlomeno nelle piccole comunità rurali, era difficile in quel momento ammirare il popolo tedesco e condannarne il regime del quale non si conoscevano ancora le atrocità (Palla, 2003, p. 219). Di conseguenza ogni forma di resistenza che mettesse a repentaglio lo spontaneo fluire della quotidianità era visto come il fumo negli occhi, “in quanto sinonimo in generale di disordine, di violenza gratuita, di rottura di tutte le regole e quindi del venir meno di ogni moralità e legalità” (Palla, ibidem).
Per ciò stesso i partigiani godevano di pessima fama ed erano assimilati a rubagalline, a briganti, a predoni che usavano gli slogan socialisti per appropriarsi della “roba” altrui. Invece il miraggio del completo autogoverno delle popolazioni autoctone giustificava ogni connivenza, costituendo “la più insidiosa, la più subdola, la più temibile delle prospettive che Franz Hofer è riuscito a far credere alla popolazione trentina nella prima fase del suo governo sulla regione, prima cioè di dare il via alla seconda fase che è stata quella della più feroce, efficiente, spietata repressione poliziesca” (Agostini & Romeo, 2002, p. 71). I Trentini non si lasciarono nazificare, come non si erano lasciati fascistizzare. Tirarono semplicemente a campare, attendendo l’arrivo degli Alleati. Ma è proprio il prevalere della filosofia del “Ha da passa' 'a nuttata” che rappresenta il trofeo più ambito per un esercito occupante: è sufficiente convincere la popolazione che se non ci saranno motivi di irritazione tutto si risolverà per il meglio e poi attendere gli effetti della Sindrome di Stoccolma, quella del rapito che si allea col rapitore contro i soccorritori, reintepretando in modo radicale la sua situazione, per difendere la sua psiche.
Diversa fu la reazione era la situazione in Alto Adige, dove molti video i nazisti come dei liberatori, tanto che vi trovarono rifugio ed assistenza, tra gli altri, persino dei mostri come Adolf Eichmann (al convento dei Francescani di Bolzano), Franz Stangl (Castel Labers), Josef Mengele (Vipiteno e Termeno), Gerda Bormann, la fanatica moglie di Martin Bormann (Merano) ed Erich Priebke (via Leonardo da Vinci, a Bolzano) (cf. Steinacher, 2010). Anche a questo proposito Francesco Comina scrive “pare che buona parte degli uomini sia senz’altro pronta ad adeguarsi ai poteri ed alle ideologie imperanti se ciò consente loro di perseguire i loro scopi e valori prettamente materialistici. Il mascheramento di tale comportamento con un folclore tinto di toni religiosi risulta fastidioso all’osservatore che viene da fuori e fa sì che gli spiriti più critici si allontanino da questa patria e dal consorzio culturale così pomposamente dichiarati” (2000, p. 11). Io credo che la sua valutazione del comportamento sudtirolese sia incompleta. Accanto ai motivi pratici ed al desiderio di continuare a vivere costi quel che costi, magari approfittando delle circostanze eccezionali per arricchirsi a spese degli altri, c’era un’adesione sincera ad un certo ruolo dell’individuo nella società. In Alto Adige, come in Trentino, gli individui erano “come organi in un corpo” (Lo Preiato, 2009). Non potevano esistere interessi qualitativamente differenti dei quali tener conto, in un quadro di riferimento assoluto in cui la sudditanza nei confronti del potere non poteva essere messa in discussione. “I cittadini erano sottoposti alla potestà di un padre sui figli con un obbligo di fedeltà assoluto, perpetuo e generale” (Lo Preiato, ibidem). Obbedire senza porsi troppe domande era considerata una virtù. E ciò dà conto del comportamento delle popolazioni locali che, come annota Armando Vadagnini, si dimostrò “priva di senso rivoluzionario”, “apatica”, “fredda e indifferente” (Di Michele / Taiani, 2009). Nel Bellunese, dove le autorità ecclesiastiche e civili erano apertamente critiche nei confronti del Terzo Reich, dove centinaia di partigiani emiliani erano affluiti per combattere sulle Alpi e dove permaneva la memoria della lotta contro il nemico austriaco, le cose andarono diversamente e la prospettiva localista non esaurì l’interpretazione degli eventi degli autoctoni. L’orientamento trentinistico riemergerà invece nel dopoguerra in seno all’autonomismo trentino, che ebbe due anime: una progressista e cosmopolita, sinceramente ispirata al federalismo di Carlo Cattaneo e di Altiero Spinelli, ed una più chiusa, localista e xenofoba. Di questa corrente faceva parte chi vedeva nell’unificazione con l’Italia la minaccia di “un progressivo decadimento economico, morale e culturale della nostra regione”, chi deplorava l’abrogazione delle “chiare leggi austriache che esercitavano una profonda distinzione del male e del bene” e “l’incontrollato afflusso dal sud di gente di ogni risma, pronta al raggiro e ad ogni mezzo di corruzione”. Il Movimento Separatista era addirittura pronto a riprendere in mano le armi nel 1945 qualora ci fosse stata la necessità di un’immediata azione di forza per richiamare l’attenzione internazionale (Baratter, 2009, p. 37).
La teutonofilia indusse molti ad anteporre a valori primari quali la dignità, l’onestà, il rispetto, l’attenzione verso il prossimo, il libero arbitrio, la compassione, la giustizia e la solidarietà, quei valori secondari come la diligenza, l’obbedienza, l’efficienza, la dedizione, la coesione e l’ordine che già godevano peraltro di uno status immeritato – se fini a se stessi – in questa regione. Immeritato perché le tradizionali virtù trentine o teutoniche sono virtù secondarie, funzionali al buon governo di una popolazione, non al buon governo delle coscienze. Vediamo perché. Giamblico di Calcide, rifacendosi a Pitagora, distingueva le virtù teoriche, che sono le virtù dell’anima che ha già abbandonato se stessa e si volge verso l’alto, dalle virtù civiche. Mentre queste riguardano la ragione che si dirige verso ciò che è inferiore a se stessa, le prime traggono origine dallo sforzo della ragione verso ciò che è superiore ad essa. Pur prescindendo dalle premesse metafisiche di Giamblico, ritengo che questa divisione tra virtù primarie e secondarie sia affatto plausibile.
Le virtù primarie comprenderebbero unità, armonia, pace, equilibrio, saggezza/sapienza, amore, fede, speranza, compassione, tenacia, calore umano, coraggio, umiltà, gratitudine, benevolenza. Quasi tutte queste virtù possono essere pervertite conducendo a: assimilazione, obbedienza supina, apatia, indifferenza, ordine, fanatismo, dipendenza psicologica, anticipazioni irrealistiche, manipolazione emotiva, rigidezza mentale, facili entusiasmi, sconsideratezza, auto-svalutazione, indebitamento perpetuo, sfruttamento.
Le virtù secondarie includono competenza, efficienza, senso del dovere, puntualità, lindore, diligenza, obbedienza, efficienza, dedizione, coesione, ordine, disciplina, parsimonia, utilità, mansuetudine, accuratezza, rapidità, prevedibilità, precisione, celerità, continuità, unità, rigorosa subordinazione, riduzione degli attriti, massimizzazione, ecc. Tutte qualità generalmente associate alle macchine. Sono utili per il vivere associato perché ci aiutano a vivere in maniera organizzata ed efficiente. Ma sono strumenti in vista di un fine e non devono diventare un fine in se stesse. In quel caso possono finire per formare gli anelli di una catena di male che termina in luoghi come Auschwitz. Infatti, essere un eccellente cittadino dotato di virtù civiche non significa essere un eccellente essere umano dotato di virtù umane. In molte società le due cose divergono. Riferendosi ai meriti di Danesi ed Italiani nel salvataggio di Ebrei durante l’Olocausto, Hannah Arendt, in “Eichmann a Jerusalem”, scriveva: “Ciò che in Danimarca fu il risultato di un autentico senso politico, una congenita comprensione dei requisiti e delle responsabilità della cittadinanza e dell’indipendenza…in Italia ebbe origine da una quasi automatica umanità generale di un popolo antico e civile” (Arendt, 2009). Questa generalizzazione va presa con le molle, perché le virtù italiane giacevano e giacciono in una matrice di vizi mal sopportabili, come il disordine, la disobbedienza, il menefreghismo, la malizia, la corruzione ed il pressappochismo che peraltro intralciarono, loro malgrado, la macchina dello sterminio. Resta però il fatto che la disumanità nazista si espresse al meglio proprio in quel sistema di virtù secondarie che sono da sempre esaltate da patrioti e riformatori sociali. A questo punto, prima di procedere, è bene ammonire il lettore a non identificare nazismo e “germanità”. Norvegia, Danimarca e Olanda sono nazioni nordiche che hanno dimostrato livelli di umanitarismo pari se non superiori a quelli italiani, mentre non dobbiamo mai dimenticarci degli eccidi commessi dagli Italiani, fascisti o meno, in Africa e nei Balcani e dalla prontezza con la quale molti Italiani hanno chiuso gli occhi di fronte alla sorte dei Sudtirolesi. È bene non indulgere nell’autostereotipizzazione degli “Italiani, brava gente”.
Lo storico Jonathan Steinberg (Steinberg 1997) ha evidenziato l’uniformità della brutalità nell’esercito tedesco, la virtuale assenza di espressioni di umanità nella corrispondenza privata e nei documenti pubblici. Non si parla mai di esseri umani (Menschen), ma solo di materiale, forniture, roba. Apparentemente tra le mansioni del soldato tedesco non era contemplato il comportarsi umanamente: termini come morale ed etico non trovavano posto nei manuali degli ufficiali. Invece i soldati italiani facevano riferimento alle virtù cristiane in pubblico ed in privato, al retaggio dei codici di condotta cavallereschi, mostrando una forte consapevolezza dei dettami dell’onore ed un impegno a proteggere i deboli e gli oppressi. Perché una tale divergenza tra due paesi che appartengono alla medesima tradizione europea? Jonathan Steinberg ipotizza una biforcazione nella concezione stessa dell’umano e cita l’autore satirico Kurt Tucholsky che, nel 1928, scrisse un brillante pamphlet intitolato “Das Menschliche” (l’umano) in cui spiegava che “Das Menschliche” è un qualcosa che altrove è auto-evidente ma non in tedesco, dove rischia spesso di decadere nella categoria di “ciò che è al servizio” o, peggio ancora, di “ciò che è una cosa”. Tucholsky concludeva che questo è ciò che rende la mentalità tedesca così difficile da far intendere altrove. Nella Germania del tempo – ossia quella che stava per cedere alla seduzione nazista, non esistendo una Germania eternamente nazificabile – l’umano era strettamente associato al disordine, all’impertinenza, al caos incontrollabile…”das Menschliche” è tutto ciò che rimane dopo che il danno è fatto”. Come antropologo devo obiettare ad ogni essenzializzazione di una cultura così ricca e variegata. È evidente che milioni di Tedeschi, anche sotto il nazismo, non smarrirono i sentimenti umanitari. Ma non c’è alcun dubbio che la teologia politica nazista aveva come fine prioritario quello di de-umanizzare i nemici e robotizzare i seguaci, o per meglio dire adepti (perché di veri e propri fedeli parliamo, non di simpatizzanti), magnificando le virtù secondarie ed emarginando quelle primarie, le uniche che potevano interferire con i piani hitleriani.
A me pare che Emmanuel Levinas abbia colto con estrema acutezza e perspicacia la vera essenza del nazismo. Riporto qui di seguito una lunga citazione tratta da “Emmanuel Levinas” di Giuliano Sansonetti e che concerne la libertà dello spirito rispetto alla materia, un pilastro del pensiero filosofico occidentale (ma anche orientale): “Tale libertà si esprime nell’estraneità dell’anima che, senza comportare una fuga dal mondo, si distanzia da esso fondando così la propria trascendenza. È questa libertà sostenuta dal cristianesimo ad aver ispirato i movimenti profondi della storia, anche quelli, come il marxismo, che si sono posti in alternativa al cristianesimo. Rispetto a tale tradizione, l’hitlerismo costituisce una vera e propria rottura, un radicale rovesciamento di prospettiva. Lo specifico di questo movimento infatti Levinas lo individua nell’incatenamento dello spirito al corpo, per cui il biologico, con tutto ciò che comporta di fatalità, più che un oggetto della vita spirituale, ne diviene il cuore. Donde le misteriose voci del sangue, i richiami dell’eredità e del passato, ai quali il corpo serve da enigmatico veicolo. Ne deriva che l’essere dell’uomo non è più nella libertà ma in una specie d’incatenamento. Sul piano dei rapporti sociali, non è l’accordo libero della volontà a costituire l’elemento unificante, bensì la consanguineità, per cui se la razza non esiste, bisogna inventarla. Ogni comunione di spiriti che non sia fondata sulla consanguineità non può che apparire sospetta. Anche questa idea ha bisogno di affermarsi come universale, ecco allora che il razzismo deve far posto all’idea di espansione; quest’idea, però, a differenza delle altre, non lascia la libertà di accoglierla o meno, ma si trasforma in politica di potenza. Con l’hitlerismo, in sostanza, non è messo in discussione questo o quell’aspetto della civiltà occidentale, ma l’umanità stessa dell’uomo” (Sansonetti, 2009, pp. 42-43). Il nazismo è prima di tutto la negazione della dignità, la principale virtù umana, che dipende dalla capacità dell’individuo di continuare ad essere un soggetto dotato di volontà, di autogovernarsi, un attributo che si applica ai singoli esseri umani, non alle collettività. La seconda virtù primaria negata dal nazismo è quella della giustizia che, secondo Simone Weil, consiste nel comportarsi esattamente come se ci fosse uguaglianza quando uno è più forte in un rapporto diseguale. Per Pitagora il principio di giustizia determina la relazione reciproca e bilanciata tra eguali e deve stare alla base di ogni attività umana. È l’incontro di mutualità e giustizia che genera l’altra virtù primaria che è l’uguaglianza. Un’ulteriore virtù primaria oggetto delle attenzioni naziste è la mitezza, che Bobbio definiva “la più impolitica delle virtù” e che non va confusa con la passività mansueta. Sempre per Bobbio, il mite non è remissivo davanti alla soperchieria, anzi è baluardo contro l’arroganza (l’opinione eccessiva di sé che giustifica la sopraffazione), la protervia (l’ostentazione dell’arroganza) e la prepotenza (l’abuso di potere ostentato e praticato). Come William Blake, Bobbio era fautore di una civiltà fondata sulla dolcezza e sulla “parte migliore dell’io”, anatema per ogni autentico nazista.
I nazisti avevano una valida ragione a sostegno delle loro pretese: l’inesistenza di una morale obiettiva. In un mondo in cui ha valore solo ciò che è misurabile e computabile non possono esistere valori spirituali che non necessitino di una qualche giustificazione razionale. La scienza nazista era perfettamente in grado di avvalorare le intuizioni del Führer, se necessario anche falsando i dati. C’erano dei fatti che la scienza tedesca sotto il nazismo aveva il compito di tradurre in dogmi utili al riformismo politico hitleriano. L’esistenza della razza, la perpetuazione del genotipo (allora si chiamava plasma germinale) dai primordi fino al Terzo Reich, la determinazione genetica del temperamento e delle facoltà intellettuali, la causazione naturale della Storia e dell’evoluzione sociale. Questi erano tutti fatti “scientificamente dimostrati”. Essi comprovavano implacabilmente la validità della teoria dell’Ahnenerbe (eredità ancestrale), che definiva l’individuo e la sua spiritualità come il mero epifenomeno di linee genealogiche perpetue. In pratica i tratti caratteriali e le facoltà intellettive di ogni individuo erano il portato di un lungo processo di trasmissione del patrimonio germinale a partire dai suoi antenati, processo che non poteva essere influenzato da alcun fattore ambientale. Secondo questa teoria le popolazioni e le razze sarebbero fasci di linee germinali e gli esseri umani anelli di una catena genealogica millenaria che determinerebbe chi siamo, in cosa crediamo e come agiamo.
Questo sistema di coordinate faceva sì che le virtù preferite dai nazisti trovassero un ancoraggio nella Natura – trasformata in un idolo da venerare e in un agente cosmico schierato dalla parte del Terzo Reich –, e quindi nell’evoluzione universale. La spiritualità materialista dell’hitlerismo implicava il collettivismo identitario e quindi il rigetto di ogni concettualizzazione degli individui quali soggetti autonomi ed indipendenti. Questa logica classificatoria imputava a tutti i membri di una razza, ad esempio gli ebrei, le colpe di alcuni ed attribuiva a tutti gli ariani i meriti di alcuni presunti ariani. Vi era poi la pretesa che chi fosse stato identificato come membro di una razza dovesse allinearsi alle pratiche e prescrizioni ad essa associate, accettando l’appiattimento della sua identità sulla categoria bio-sociale assegnatagli fin dalla nascita. Il danno in termini di dignità umana e realizzazione delle proprie potenzialità si estendeva anche al nazista, che non si rendeva conto di sconfessare la propria individualità e di condurre un’esistenza moralmente parassitaria, a rimorchio della sua razza ed ideologia di riferimento, narcisisticamente convinto di condividere le virtù del Volk e del Geist. Questo senso di impeccabilità e di intangibilità morale è alla base del comportamento osservato e denunciato dal grande alpinista Tita Piaz in Val di Fassa nel periodo dell’occupazione nazista (Palla, cf. Di Michele/Taiani, 2009): “Due giorni fa si flagellò uno di Campestrin perché non voleva ammettere di essere ebreo! Pare che la civilizzazione presso certi popoli sia passata attraverso i secoli senza lasciar traccia di sé. Se le cose venutemi a conoscenza questi ultimi tempi mi fossero state raccontate alcuni mesi fa mi sarei decisamente rifiutato di crederle non foss’altro che per rispetto della natura umana. Ma dunque siamo ritornati ai primordi della vita, retrocesso nel tempo delle scure profondità dell’essere? E l’uomo immagine di Dio dov’è ora?” (p. 349). E ancora, riguardo al mercanteggiamento dei beni delle vittime da parte delle guardie: “Capisco come i soldati romani abbiano diviso le misere vesti di Cristo che era un ribelle estraendole a sorte, ma non riesco a trovare una scusa per questi miserabili pigmei e questi quadrati egoisti che non arrossiscono punto di vendere il più piccolo favore al miglior offerente, che speculano sulle sventure delle vittime che sono loro fratelli” (p. 352). È interessante notare che Piaz impiega il termine “fratelli”. Nessun aguzzino avrebbe mai visto nell’altro un fratello, che è invece un concetto centrale dell’etica umanistica e cristiana.
Chi sostiene l’etica umanista-cristiana tanto aborrita dai nazisti ritiene che le virtù primarie ed i valori centrali definiti dalle carte costituzionali non abbiano bisogno di una qualche giustificazione razionale o di un ancoraggio naturalistico-evolutivo. Ritiene che non sia davvero necessario dimostrare scientificamente l'utilità di amore, amicizia, familiarità, comunanza, collegialità, fraternità, buon vicinato, dignità umana e solidarietà. Che per i diritti umani non siano richieste verifiche di autenticità e che principi ed intuizioni extra-scientifiche non siano il prodotto di superstizioni o di emozioni inaffidabili ma di semplice buon senso. Torniamo a toccare il nodo irrisolto del senso ultimo dei nostri ragionamenti morali. Possiamo fare a meno di ricercare in motivazioni che eccedono la nostra umanità le ragioni per comportarci decentemente, equanimemente ed affettuosamente nei confronti del prossimo? Dobbiamo chiedere a Dio o alla Scienza di spiegarci perché non si debbano fare certe cose? Oppure siamo giustificati nel sostenere che la madre di tutte le regole, “tratta gli altri come loro vorrebbero essere trattati”, esaurisce ogni discussione in merito al perché ed al percome uno debba agire in un modo piuttosto che in un altro? Personalmente credo che sia questo il caso e che la nostra umanità ci obblighi ad intervenire quando ci si chiede di alleviare le sofferenze altrui. Rimarranno comunque persone che non la riterranno un’argomentazione soddisfacente e vorranno risalire ancora più a monte, sostenendo magari che quelle centrate sull’empatia ed il buon senso (intuizioni morali) siano confuse pretese argomentative e che la comune condizione di vulnerabilità della nostra specie – nell’infanzia, nella malattia e nella senilità – non possa dar conto dell’esistenza dei sentimenti del rispetto, della gentilezza, dell’amore e della compassione. Questi critici sono liberi di pensare come credono, a patto che non cerchino di imporre all’intera collettività il loro riduzionismo epistemologico ed etico.

lunedì 21 novembre 2011

Io e Jörg Haider




Nuove politiche per un nuovo mondo
Dominique Strauss-Kahn

Zu viel Fremdes tut niemandem gut
Heinz-Christian Strache

A fronte di un presente capitalistico che assolutizza in modo fortemente totalitario l’efficienza e il profitto, si diffonde la tentazione della riscoperta di identità che, avendo a che fare con interlocutori molto forti come la civiltà industriale, la città, la produzione, la tecnologia, l’elettronica, tenta di costruire un’armatura senza sbavature; vale a dire una autorappresentazione che dia un senso opposto a quello del presente, che protegga e che in un certo senso stabilisca dei confini. Non c’è dubbio che oggi sia venuta l’ora dei piccoli totalitarismi, dei totalitarismi fatti in casa, come alternativa a quelli grandi. Quindi il piccolo stato, il piccolo nazionalismo, la piccola lega. In realtà temo che il totalitarismo sia moderno, probabilmente lo sbocco più moderno.
Alexander Langer

Jörg Haider (incidente stradale) non diceva solo sciocchezze. Pim Fortuyn (omicidio politico) era tutt’altro che uno sprovveduto, né lo erano Giorgio Panto (incidente aereo) o Lech Kaczyński (incidente aereo). Le loro idee sopravvivono, perché sono idee forti e coerenti. 
Sono un antropologo, anarchico, cosmopolita, paladino dei diritti umani e civili, grande ammiratore dello spirito originario dei due esperimenti chiamati “America” ed “Israele” e del pensiero di Alexander Langer; ho sposato un’extracomunitaria. 
Tuttavia condivido un certo numero di posizioni etnopopuliste (völkisch) sull’immigrazione, sullo stato centralista, sulla lobby sionista a Washington, sull’americanizzazione del pianeta, sul fondamentalismo islamico, sull’autoritarismo di Bruxelles, sullo sperpero dei soldi raccolti con la tassazione, sulla generale mancanza di idee alternative in una certa parte della sinistra, sull’importanza del messaggio originale di Gesù Cristo per la civiltà europea, sul diritto che dovrebbe godere Eva Klotz di vilipendere la bandiera italiana, se così decide, ecc. Credo che tante altre persone che si considerano progressiste e liberali dovrebbero fare lo stesso, invece di nascondere la testa nella sabbia e far finta di niente.
Ma se mi trovo così in sintonia con così tanti temi tipicamente etnopopulistici, allora perché tutto ciò che scrivo serve a contrastare l’ascesa dell’etnopopulismo? Cosa mi distingue realmente dai suddetti imprenditori della paura e dell’odio? Sono vittima della retorica demonizzante dei mezzi di informazione? Sono incapace di liberarmi da un assillante pregiudizio di sinistra? Penso di sì, ma c’è dell’altro, qualcosa di più importante. Mi distinguono diverse cose. La mia lealtà al principio della dignità umana. La mia viscerale avversione all’autoritarismo – un autoritarismo che si fa sempre più subdolamente sentire in tutto il mondo, proclamandosi democratico. Il mio rifiuto dell’estenuante martirologia e vittimocrazia del “chi ha sofferto più di noi?” e del “non possiamo sbagliare, siamo la parte lesa”. Il mio cronico scetticismo nei confronti di ogni identità determinata negativamente, bisognosa di un nemico: “noi siamo quel che siamo perché non siamo come voi”. La mia stupita contemplazione del rapporto quasi maniacale con la zolla e con le voci ancestrali degli “eroici” antenati (Abstammung e Herkunft) al servizio dell’Heimat, che rende equivalenti le ingiunzioni: “fuori dal mio campo!”, “alla larga dal mio clan!” e “via dalla mia Heimat!”. Il mio disappunto nel vedere che lo spirito campanilistico spinge ognuno a cercare di difendere i propri interessi a breve termine, senza cercare alternative ad un sistema di artificiosa penuria di risorse, che arricchisce pochi e rovina molti, mettendoci gli uni (indigeni) contro gli altri (immigrati). Infine, credo di poter dire, una visione più sofisticata della realtà, non stravolta da patriottismi/nazionalismi, etnicismi, integralismi, ecc., ma guidata dalla semplice constatazione che, poiché la mappa non corrisponde mai al territorio, nessuna delle nostre rispettive mappe è quella definitiva, e dunque solo un confronto collaborativo ci può portare a destinazione.
Di conseguenza, ad esempio, mentre sono completamente d’accordo che non sia giusto costringere una popolazione a subire quella che è a tutti gli effetti un’improvvisa invasione di forestieri, per quanto sostanzialmente pacifica, a me preme soprattutto il principio che questi stranieri dovrebbero poter vivere nei “loro” paesi e – è questo “e” che turba gli etnopopulisti – dovrebbero poter continuare a venire nei “nostri” paesi per scelta, non per necessità, contribuendo a cambiare le “nostre” società (altro tasto dolente). Come loro, sono estremamente critico della globalizzazione guidata dal Grande Capitale, ma mi dissocio quando condannano la globalizzazione in quanto tale, come processo di spontanea riduzione delle distanze. Come loro, ritengo che il lobbismo israeliano a Washington sia nocivo, ma a differenza loro non credo esista una razza giudea, non credo che quei lobbisti siano persone di fede, non li considero diversi dai lobbisti italiani a Bruxelles o dai gruppi di pressione dei produttori d’armi a Tokyo, mi fanno ridere le teorie del complotto giudaico per la conquista del mondo. Temo inoltre che questi lobbismi siano la peggior calamità che abbia colpito gli Ebrei dai tempi del nazismo, a causa degli inevitabili effetti boomerang.
Come Eva Klotz, giudico che sia sbagliato impedire la libertà d’espressione con una legge a tutela di sentimenti patriottici, perché considero il patriottismo un disvalore, non un valore (cf. Fait/Fattor 2010). Diversamente da lei, non mi permetterei mai di farlo, perché so che ferirei la sensibilità di migliaia di persone e servirebbe solo a riscaldare gli animi, mentre c’è bisogno di dialogo e compromessi. Infine, mi sembra evidente che il cristianesimo abbia segnato in modo irreversibile la civiltà europea e non solo negativamente, come sostengono certi “laicisti”. Semplicemente, ritengo che il culto della forma (riti, miti ed oggettistica sacra) sia idolatria e che un credente dovrebbe concentrarsi sulla sostanza e sulla pratica. La cristianità etnopopulista è solo un principio identitario, è come un guscio vuoto.
Diversamente da loro, quando la Grecia erige un muro per bloccare l’immigrazione che passa dalla Turchia, la Spagna fa lo stesso sulla frontiera col Marocco, gli Stati Uniti su quella col Messico e Israele su quella con l’Egitto, io non esulto ma mi preoccupo, perché vedo che intorno a me crescono i muri invece che i ponti. Si erige una prigione dalla quale non potrei scappare se la situazione politica o climatica europea dovesse deteriorarsi; capisco che lo stesso discorso vale per quegli Israeliani e Statunitensi che amano la libertà e si sentono soffocare dalle più recenti “misure di sicurezza”.
Diversamente da loro, non credo all’utopia della Gemeinschaft-Arcadia, del patriottismo che non è nazionalismo, del separatismo nonviolento, dell’identitarismo tollerante e dell'etnopopulismo che non è né di sinistra, né di destra.
Nel mio mondo ideale ci sarebbe spazio per loro, mentre temo che nel loro mondo ideale (e nel mondo della destra nazionalista italiana) ci sarebbe poco spazio per quelli come me.
Das Modell einer heterogenen Welt homogener Völker (un mondo eterogeneo di popoli omogenei) era anche quello che informava quel vasto e terribile progetto chiamato Terzo Reich, la cui vera natura non mi pare sia stata pienamente compresa. Il che mi fa capire che prima o poi arriva il momento di prendere delle posizioni chiare a tutela di chi continua a credere nella dignità degli esseri umani e nella prospettiva di un mondo meno violento, meno sgomento e meno egoista di questo.

martedì 1 novembre 2011

Shangri-La liberata




Ritengo che ciascun uomo e ciascuna donna dovrebbe augurarsi di vivere e morire con dignità, ossia da persona libera e responsabile. Per la stessa ragione condanno l’imperialismo cinese in Tibet ed auguro ai Tibetani di riacquistare il loro diritto all’autodeterminazione. Ciò non mi impedisce, però, di svolgere alcune considerazioni sulla questione tibetana che spiaceranno a più di un lettore. Ma tant’è…

Il Tibet rappresenta qualcosa di più di una nobile causa in Alto Adige. Qualcuno, tra i lettori, si ricorderà dello striscione srotolato dagli attivisti di Süd-Tiroler Freiheit all’arrivo del Dalai Lama a Bolzano: “Tibet ist nicht China”, ispirato al classico “Südtirol ist nicht Italien”. Il che ci pone di fronte ad un grave dilemma: dove ha termine la legittima aspirazione e comincia la frammentazione particolaristica? Lo stesso Dalai Lama ha commentato in quell’occasione che ai Tibetani basterebbe quello che si è ottenuto in Alto Adige, in termini di libertà e benessere.

Nel 2008, Elmar Pichler Rolle, allora Obmann (presidente) della Südtiroler Volkspartei (SVP),  paragonò le sorti dell’Alto Adige a quelle del Tibet, sollevando le ire dello storico sudtirolese Hans Heiss, che commentò: “È davvero fuorviante e storicamente scorretto. Sessant’anni fa, nel 1948, in provincia di Bolzano si svolsero le prime elezioni libere, dove la Südtiroler Volkspartei elesse i suoi primi parlamentari. A Roma questi cominciarono a lavorare per migliorare le condizioni dei sudtirolesi, che comunque non erano minimamente paragonabili a quelle dei tibetani di oggi. Allora non c’era la piena autonomia, ma i diritti civili e politici della popolazione sudtirolese erano garantiti. I candidati SVP, dopo l’elezione, andarono a Roma, dove nessuno li arrestò, li picchiò o li uccise con ferocia. Poterono dire la loro ed essere ascoltati in Parlamento” (Fait/Fattor, 2010, p. 176).

L’Alto Adige ha anche destinato dei finanziamenti – 800mila euro in 20 anni (Alto Adige, 2 giugno 2010) – sia in Tibet, per progetti economici e culturali, sia al di fuori del Tibet, “per consentire ai monaci una più facile diffusione del loro pensiero spirituale e etico” (Luis Durnwalder, Alto Adige 18 novembre 2009).

Insomma, come si vede, le affinità elettive non sono accessorie, sembra vi sia la percezione non dico di una equivalenza tra le due realtà, ma certamente di una parentela: due popoli di montagna, molto religiosi e spirituali, sottoposti all’autorità di una potenza occupante. La destra tirolista procede oltre nell’accostamento: due potenze occupanti etnocide.

Il Tibet diventa lo specchio di tutto ciò che non va in Alto Adige e di ciò che l’Alto Adige dovrebbe essere: unito nella lotta al nemico e con un ampio sostegno internazionale, che include persino delle star di Hollywood.

Non voglio qui impegolarmi nella vertenza che interessa Tibet e Cina, perché non ho le competenze per farlo e non ho alcuna fiducia nell’affidabilità e trasparenza delle informazioni che provengono dall’una e dall’altra parte per suffragare le rispettive posizioni. Sono invece più interessato a capire questa “relazione mistica” tra tirolismo e tibetismo. Perché parlo di tibetismo? Perché il Tibet, agli occhi degli Occidentali, prima ancora di essere una regione del globo abitata da una popolazione che, giustamente, resiste al totalitarismo cinese e ad un modello di sviluppo, quello del turbocapitalismo e del turismo di massa, che ha già fatto molti danni ecologici e paesaggistici in Alto Adige, è un luogo dell’anima, un’ideologia. Quel che più sorprende, però, è lo scoprire che questo luogo dell’anima, come il Giappone, è sempre stato particolarmente caro soprattutto all’estrema destra (Hübinette, 2007).

Gli intellettuali di destra del secolo scorso videro nell’Estremo Oriente l’Eden arcadico che cercavano, la soluzione a tutti i problemi dell’Occidente, il trionfo del culturalismo sul tanto avversato cosmopolitismo. E fu un amore pienamente corrisposto: una buona fetta dell’élite intellettuale giapponese non fece mistero della sua ammirazione per il fascismo europeo, nel quale si rispecchiava (Najita & Harootunian, 1988; Petzin & Ruprecht, 1994). La dicotomia Est-Ovest divenne uno strumento per il rafforzamento delle strutture esistenti e dei valori tradizionali e s’incentrò sulla contrapposizione di lealtà, obbedienza, familismo patriarcale, olismo, spiritualismo, feudalesimo, autoritarismo politico, omogeneità razziale e tradizionalismo culturale da un lato, ed utilitarismo, individualismo, tecnocrazia materialista, omogeneizzazione, consumismo, Americanismo, relativismo e neutralità dello Stato rispetto ai valori morali dall’altro (Dawson, 1967; Maruyama, 1990).

Leggiamo, in “Ore Giapponesi”, cosa scrive Fosco Maraini a proposito dell’ethos e delle pratiche sociali orientali in relazione allo stile di vita occidentale: “Tutto questo, a prima vista, parrà disperatamente antimoderno, peggio delle caste in India, o del velo per le donne in certi paesi musulmani. Ma non dobbiamo fermarci alla superficie. Occorre guardare alle strutture sottostanti, di fondo. I nostri tempi sono caratterizzati dal tramonto del lavoratore singolo, o del piccolo gruppo di collaboratori – salvo pochi fortunati casi – e dal trionfo delle vaste, smisurate, ciclopiche organizzazioni. In questo paesaggio i popoli a tradizione confuciana presentano straordinari vantaggi sugli altri. Hanno il gruppo nel sangue. Le costrizioni dalle quali l’individualista occidentale si sente imbrigliare e soffocare, qui divengono sostegni, amati binari, protezioni contro il cattivo ed ingannevole mondo di fuori. Naturalmente il gruppo non è solo un divoratore d’individui, ma funziona veramente come cappa, tetto, proteggendo i suoi membri ed affiliati fino al limite del possibile” (Maraini, 2000, p. 32)

Il grande inganno perpetrato da certi, fortunatamente non tutti, orientalisti europei ai danni del loro pubblico e che – è bene che lo si ribadisca – contribuì a preparare il terreno al nazi-fascismo tra le classi dirigenti, in Europa come in Giappone, fu quello di spacciare il nazionalismo xenofobo giapponese o la teocrazia spiritualista tibetana come una terza via tra capitalismo e comunismo, il percorso di modernizzazione ideale, di gran lunga superiore a quello occidentale delle democrazie liberali.

I maggiori orientalisti occidentali, incluso Giuseppe Tucci, furono vittime dell’auto-lobotomizzazione delle proprie facoltà critiche (Kersten, 1996; Hübinette, 2007), accecati dal loro aristocratico rigetto della modernità massificante occidentale, quella del suffragio universale e della popolarizzazione dell’arte. Le culture orientali, come oggi le culture alpine, divennero ineffabili monoliti nelle loro descrizioni, così implacabilmente altre da non poter essere comprese e spiegate appieno. Meglio rassegnarsi ad una muta devozione piuttosto che tradire lo spirito dell’Oriente. Meglio continuare a credere che le roboanti scempiaggini di certi pensatori orientali – come gli esponenti della scuola romantica giapponese (Nihon Rôman ha), così rapidi nell’allinearsi al totalitarismo nipponico – celassero dei profondi, benché ermetici, messaggi per un Occidente decadente ma forse non ancora malato terminale (Dale, 1986). La logica deduttiva era troppo occidentale per essere applicata ai testi orientali. E così l’Oriente fu “orientalizzato”, cioè reso più orientale di quel che era: più omogeneo, internamente coerente, sublime, altro, remoto, misterioso, esotico, singolare, sorprendente, ecc. Si riscoprì il tenebroso fascino dell’Europa medievale nell’etica virilista, militarista e paternalista del bushido, che legittimò l’imperialismo giapponese, nell’estetizzazione della violenza e della morte del Buddismo Zen (Victoria, 1997; 2003) e nel modello mistico-feudale tibetano (Bishop, 1993). Un pensiero grondante di narcisismo: si esaltava l’Altro per celebrare la propria alterità rispetto ad una società che aveva scelto la via della democrazia e del pluralismo.

Questa corrente di pensiero, che divulgò in Europa un’idea estremamente parziale e molto spesso contraffatta del Tibet e del Giappone, è stata chiamata “modernismo reazionario”, ma una definizione migliore è quella di “radicalismo reazionario”. L’idea, infatti, non è quella di indirizzare il progresso in una certa direzione, né tantomeno quella di moderarne la velocità. È piuttosto quella di sfruttare il suo momento per invertirne il corso ed inserirlo in un ordine ciclico e non più lineare, che conduca al recupero delle virtù rurali e delle strutture sociali e simboliche feudali. In questo risiede il radicalismo del nazi-fascismo e dell’etnopopulismo contemporaneo, ma anche il suo appeal: la controparte di una strutturazione sociale rigidamente piramidale e gerarchica, munita di spietati sistemi di sanzione verso i riottosi e gli spiriti liberi, è la promessa, non necessariamente mantenuta, di un’esistenza semplice e serena, di buon senso, dove ci si intende all’istante, dove i legami affettivi sono più saldi ed affidabili, più caldi. Una società completamente diversa dalla modernità descritta come livellante ed omologante, generatrice di eterno spaesamento, incertezza e trasformazione, della dimensione metropolitana dell’incertezza e dell’eterna trasformazione. Una società in cui si ritiene che l’emancipazione personale ed il libero esercizio delle facoltà critiche nuocciano alla moralità pubblica ed all’integrità della nazione e che perciò esige che si facciano tornare in auge i valori del consenso, della cooperazione, dell’armonia e del comportamento ritualizzato. Il feticcio della volontà generale di Rousseau, recuperato al fine di disfarsi dell’impiccio della volontà personale, che ostacola il perseguimento di un obiettivo molto più “nobile” ed onnicomprensivo del destino dei singoli. È allora che fa capolino lo Stato pastorale o materno con le sue incessanti indicazioni su come regolare la vita di ciascuno in modo da dare l’apparenza di un ordine permanente, che promette servizi totali dalla culla all’urna in cambio della quiescenza dei suoi cittadini.

L’altra faccia dell’orientalismo reazionario fu l’antisemitismo, che rappresentò presumibilmente la reazione di animi insicuri, alle prese con la globalizzazione generata dall’imperialismo europeo e con un lancinante senso di anomia, di disgregamento delle norme tradizionali, di cambiamento inarrestabile, percepito come inevitabilmente deleterio. Una risposta che nacque dall’impatto improvviso ed inatteso su un comune sostrato rurale di ideologie eminentemente urbane e borghesi che, proprio in virtù del loro universalismo, non potevano che cercare di convertire, volenti o nolenti, dei contadini peraltro gelosi delle proprie autonomie e tendenzialmente autoritari. Molti reagirono deplorando le trasformazioni che interessavano la terra che aveva dato loro i natali, aborrivano la laicità, la modernizzazione, la progressiva scristianizzazione della società in cui vivevano, l’ascesa del socialismo ed accusavano gli Ebrei di essere dietro tutto questo. Così, per esempio, i conservatori austriaci conservatori austriaci se la prendevano con i socialisti ebrei, allo stesso modo in cui i nazionalisti se la prendevano con i cosmopoliti ebrei, i socialisti con i capitalisti ebrei e gli stessi ebrei assimilati con gli ebrei integralisti e sionisti, mentre questi ultimi condannavano i primi, per aver tradito l’ebraismo (Pauley, 1992). L’antisemitismo funzionava e funziona perché è astratto e perché il bersaglio è una minoranza diffusa nella società. Meno Ebrei in carne ed ossa s’incontrano, più facile è rafforzare lo stereotipo dell’Ebreo incarnazione di tutti i mali della modernità. Sorte analoga toccò ai gitani. È utile sapere che, nel 1908, in quella Vienna tendenzialmente ostile ai residenti ebrei, slavi ed italiani in cui Adolf Hitler costruì la sua coscienza politica, fu avanzata la proposta di tatuare un numero sul braccio di ogni Rom per prevenire eventuali borseggi durante una parata in onore dell’imperatore (Hamann, 1998).

L’Utopia, come l’Arcadia, è il regno della luce, dell’ortodossia più feroce: non può esistere un’utopia migliore e quindi l’alterità cela in sé i germi della violenza, della sovversione, dell’annichilimento. L’Ebreo è la personificazione di tutto ciò che si oppone all’estetica dell’Arcadia e dell’Utopia e come tale va combattuto, perché la società va salvaguardata da tutto ciò che mira alla sua disintegrazione. Nasce la paura del contagio. Dall’Altro ci si protegge con l’isolamento xenofobico, l’ostracismo, la violenza e la “guerra giusta”. La prospettiva di un mondo futuro senza peccato, senza iniquità, senza sofferenza, dove il progresso morale si accompagna a quello materiale giustifica la fratellanza per coercizione e l’uguaglianza per imposizione. Una società di eguali, dove l’uguaglianza è conseguenza di un’unanimità indiscussa ed offre ai cittadini una facciata rispettabile dietro cui nascondere la paura della variabilità, dell’incerto, dell’originale, del dissenso. Simbolicamente, Utopia e Arcadia sono rappresentate dall’isola (Giappone) e dalla valle fatata circondata da alte catene montuose (Tibet).

Tra quelli che aderirono a questa rete internazionale criptonazista di ammiratori della purezza ed autenticità orientale figurano lo scienziato politico Rudolf Kjellén, fondatore svedese della geopolitica, Karl Haushofer, consigliere di Hitler, Sven Hedin, il celebre esploratore del quale si è convenientemente rimosso il razzismo, le sue simpatie per la destra eversiva svedese e il suo sfogo isterico al momento della sconfitta del Terzo Reich su una rivista neonazista (Hübinette, 2007). L’antropologo Bruno Beger e lo zoologo Ernst Schäfer ricoprirono posizioni prestigiose all’interno della SS-Ahnenerbe, l’organizzazione himmleriana operativa anche in Alto Adige e Trentino, preposta a rinsaldare la coscienza razziale ariana – l’unità di stirpe, suolo, tradizione e sangue – giacché, come chiariva Himmler, “un popolo vive felicemente il suo presente ed il suo futuro a patto che sia consapevole del suo passato e della grandezza dei suoi antenati”. Poi lo SS-Standartenführer Walther Wüst, indologo, inauguratore dell’istituto Sven Hedin per l’Asia Centrale a Monaco, nel 1943, l’orientalista Giuseppe Tucci, del quale sono note anche le simpatie fasciste e la sua sottoscrizione dell’infame “Manifesto degli scienziati razzisti”, il buddologo tedesco Wolfgang Schumacher e, ovviamente il guru del neofascismo, Julius Evola. Senza tralasciare però Guido von List (1848-1919), Jorg Lanz von Liebenfels (1874-1954), i teosofisti e gli ambienti della Thule Gesellschaft, che tanta parte ebbero nel plasmare quella che divenne la dottrina del nazionalsocialismo.

A noi interessa soprattutto capire quale fosse l’attrattiva del Tibet per il Terzo Reich. Fortunatamente l’argomento è di tale interesse che è stato pubblicato un cospicuo numero di studi specifici che investigano in maniera direi esauriente la relazione tra arianismo, tibetismo ed esoterismo (Bishop, 1993; Rose, 1994; Dodin/Räther 1997; Korom, 1997; Lopez Jr., 1998; Brauen, 2000; Schell, 2000; Hale, 2003; Goldner, 2008). La base di partenza è che, come ogni luogo dell’anima, il Tibet tradizionale è stato mitologizzato, tramite l’escissione di tutto ciò che risultava inopportuno, in conflitto con l’immaginario occidentale focalizzato sul paradiso in terra (Shangri La: la metafora à la page del nobile, astorico ed etereo esotismo) e la spiritualità senza paragoni, che tante persone auspicano si estenda all’intera umanità. Questi scarti dell’opinione pubblica democratica costituivano invece i tagli più pregiati per i simpatizzanti del nazismo e dell’estrema destra in genere. Premetto che nulla di quanto segue può servire a legittimare l’occupazione cinese, anche se il regime ha cercato di fare proprio questo. L’imperialismo ha il costante vizio di indossare gli abiti dell’umanitarismo civilizzatore. Ciò nondimeno,  la purezza culturale, come abbiamo visto, non può essere il fine ultimo della restaurazione di uno stato tibetano autonomo. Non dobbiamo cadere nella trappola del relativismo morale e dell’indulgenza estetica, presumendo che vi sia una cultura essenziale, primordiale, sacra e bella in virtù della sua autenticità. Ogni cultura è il prodotto di determinate relazioni di potere, alcune delle quali possono richiedere una condanna categorica, se abbiamo una coscienza e se veramente crediamo nella dignità intrinseca di ogni singolo essere umano. Fermo restando che un Tibet libero avrebbe avuto maggiori opportunità di riformare quegli aspetti della propria società che contrastavano con quei criteri minimi di decoro e rispetto che rendono un’esistenza degna di essere vissuta pienamente.

Mi riferisco in particolar modo al dispotismo delle lamaserie, i monasteri buddisti tibetani, ai rapporti bellicosi che intrattenevano l’uno con l’altro, alla struttura rigidamente piramidale della società tibetana, di stampo feudale, che vedeva una piccola percentuale della popolazione – aristocrazia di circa 200 famiglie e un clero formato da circa il 15 per cento della popolazione, cosicché c’era un monaco da mantenere per ogni due contadini maschi – vivere di rendita grazie ai sacrifici delle masse contadine, relegati allo status di servi della gleba e l’esistenza di una casta di intoccabili. Alla misoginia – alimentata dalla pratica di strappare i figli alle madri, allevandoli in un ambiente unicamente maschile, all’omofobia (paradossalmente, ma come evitare il parallelo con la Chiesa cattolica?), alla violenza domestica endemica, al patriarcato più vieto (è significativo che le donne siano grandemente marginalizzate anche nella comunità tibetana in esilio), alla credenza karmica che a ciascuno era assegnata una collocazione nella società e non poteva aspirare a nulla più di quello (Campbell, 2002). Si è anche parlato di pedofilia tra i monaci. Temo che sia illusorio escluderlo, vista la convivenza di migliaia di bambini e maschi adulti celibi, ma mancano prove certe ed indicazioni affidabili sulla sua estensione. Il sistema penale contemplava punizioni corporali tali da far morire le vittime (essendo vietata la pena capitale per motivi religiosi), amputazioni e la tortura. La religiosità non era per nulla pacifica, tollerante e compassionevole come quella insegnata dal Buddha ed apprezzata ai giorni nostri. Non si diventava monaci per scelta ma perché qualcuno aveva stabilito che certi figli non sarebbero stati allevati in famiglia, con grande sollievo della famiglie più povere. Il cosmo tibetano era popolato di feroci demoni, mostri e vampiri che terrorizzavano bambini ed adulti, chi non seguiva le regole era condannato ad un qualche girone infernale dove avrebbe subito tormenti che neppure Dante sarebbe stato in grado di immaginare. La stessa meditazione e la recitazione dei mantra non erano impiegati per vincere le passioni terrene ma per sopprimere il pensiero critico, la capacità di osservare la realtà in modo autonomo

Ma, agli occhi dei fautori del Terzo Reich, più attraente ancora – e posso immaginare lo stupore dei lettori – fu la visione di Shambhala, la mitica civiltà sotterranea governata dal carismatico del Re del Mondo, il salvatore dell’umanità alla fine dei giorni (sì, esiste anche un Armageddon buddista!). Il dato incontrovertibile, e per questo ancor più stupefacente, è che un numero davvero consistente di intellettuali di destra credeva nell’esistenza di una razza superumana ariana che dimorerebbe in vaste caverne poste sotto la superficie terrestre e determinerebbe le nostre sorti. Per alcuni tra i  sopracitati (ed altri ancora) il Terzo Reich era un programma di “civilizzazione” dell’umanità, che andava addestrata per permettere a questi superuomini nietzscheani di emergere dagli abissi ed assumere il controllo del pianeta. Per questi visionari l’organizzazione sociale ideale tibetana – la teocrazia buddista Kalachakra, che ha poco a che vedere con l’accezione comune del termine, quella di un’innocua benedizione urbi et orbi – rappresentava la migliore approssimazione del modello civile che doveva diventare egemonico nel millennio nazional-socialista, quello di Shambhala, appunto: all’insegna dell’ingiustizia, della discriminazione, della sperequazione, della violenta soppressione del dissenso, della depredazione, dell’armonia uniformante, del privilegio castale su base razziale (Lopez, 1998; Brauen, 2000; Dodin/Räther, 2001; Hale, 2003).  

Non possiamo fare a meno di notare che la popolazione tibetana è stato infantilizzata sia dalla destra autoritaria sia dalla sinistra xenofila – amante di ogni esotismo –, sia dal governo cinese sia da quello tibetano in esilio. Pochi hanno potuto sentire la voce dei Tibetani, molti hanno creduto che la voce di pochi Tibetani parlasse a nome di tutti gli altri. Questo è successo perché tutte le varie fazioni non-cinesi hanno rappresentato il Tibet come un mondo nel mondo, una plaga vergine, isolata dal resto del pianeta, più pura, più autentica, più vera, più giusta, più sacra del resto del mondo. La fantasia comune a tutti i militanti tibetisti è quella che il Tibet debba essere conservato in un luogo senza tempo, al riparo dalle contaminazioni, stabilmente ancorato ad un passato idealizzato. Persino il discorso ufficiale cinese, teoricamente improntato al dogma dell’obbligo morale di civilizzare i barbari, non è rimasto immune da questo tipo di suggestioni, anche nella propaganda di regime (Frangville, 2009). Ciascuno si è fatto la propria idea di come debba essere il Tibet, ma quasi nessuno ha consultato i Tibetani, come se fossero dei bambini incapaci di decidere da soli del proprio destino (Barnett, 2001).

Per questa stessa ragione io credo che non si dovrebbe ostacolare il percorso intrapreso dai separatisti sudtirolesi per arrivare ad un possibile referendum sull’autodeterminazione. Per la stessa ragione il paragone con il Tibet è immorale. Quando i militanti etnonazionalisti parlano di sviluppo nel rispetto delle caratteristiche autoctone, la domanda che bisognerebbe porre è: stabilite da chi? Da un “Maestro Oceanico”, il prossimo prescelto nella sequenza reincarnativa? Dal favoloso Re del Mondo? Dai militanti stessi? Da un referendum popolare composto di quesiti al tempo stesso vaghi ed inestricabili?

In una democrazia quel che conta non è  l’autenticità di una cultura, ma la dignità dei cittadini.

LINK UTILI: