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martedì 10 gennaio 2012

Ma chi ce lo fa fare? Terry Gilliam, Max Weber, Marx e la fuga dall'incubo




Salman Rushdie in dialogo con Terry Gilliam:
SR: “Ci fu un tempo in cui anch’io avevo i capelli…non ero mai stato negli Stati Uniti…arrivai a San Francisco con capelli lunghi e baffi alla Zapata…c’era un cartello: “pochi minuti alla dogana è un piccolo prezzo da pagare per salvaguardare i vostri figli dalla minaccia delle droghe”. Un tizio, un Americano DOC, si gira verso di me e mi dice: “Mi sa che te la vedrai brutta”. E aveva ragione. Mi fecero a pezzi, mi fecero spogliare e m’ispezionarono ovunque. Così arrivai in America, tremante. Un’anziana donnetta che attendeva l’autobus vicino a me che mi vide tremare e mi chiese: “che ti è successo, poverino?”. Mi sfogai con lei. E lei fece questo gesto solenne, con la mano sul cuore, scusandosi formalmente a nome degli Stati Uniti. E, ti dirò, sistemò tutto. Potevo passare oltre e godermi l’America”.
TG: “È vero, è questa la grande cosa dell’America: gli Americani”.
SG: “Sì, prima t’ispezionano il retto e poi si scusano di averlo fatto”.
[Entrambi ridono per quasi un minuto].

È terribile pensare che il mondo potrebbe un giorno essere pieno di nient'altro che di piccoli denti d'ingranaggio, di piccoli uomini aggrappati a piccole occupazioni che ne mettono in moto altre più grandi... questo affanno burocratico porta alla disperazione... e il mondo un giorno potrebbe non conoscere nient'altro che uomini di questo stampo: è in un'evoluzione di tal fatta che noi ci ritroviamo già invischiati, e il grande problema non verte su come sia possibile promuoverla o accelerarla, ma sui mezzi - viceversa - da opporre a questo meccanismo, al fine di serbare una parte di umanità libera da questo smembramento dell'anima, da questo dominio assoluto di una concezione burocratica della vita.
Max Weber, 1909

Ma il destino ha voluto che il mantello si trasformasse in una gabbia di durissimo acciaio….  da cui lo spirito è fuggito. In ogni caso il capitalismo vittorioso non ha più bisogno di questo sostegno, da quando poggia su una base meccanica… e la ricerca del profitto si è spogliata del suo senso etico-religioso, e oggi tende ad associarsi con passioni puramente agonali, competitive… Nessuno sa ancora chi in futuro abiterà in quella gabbia, e se alla fine di tale sviluppo immane ci saranno profezie nuovissime …o se invece avrà luogo una sorta di pietrificazione meccanizzata, adorna di una specie di importanza spasmodicamente autoattribuitesi. Poiché, invero, per gli "ultimi uomini" dello svolgimento di questa civiltà potrebbero diventare vere le parole: "Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore; delle nullità che si immaginano di essere ascesi a un grado di umanità mai prima raggiunto". 
Max Weber, “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo”

La burocrazia nel suo pieno sviluppo si trova anche, in senso specifico, sotto il principio della condotta sine ira ac studio. La sua specifica caratteristica, gradita al capitalismo, ne promuove lo sviluppo in modo tanto più perfetto quanto più essa si “disumanizza” – e ciò vuol dire che consegue la sua struttura propria, ad essa attribuita come virtù, che comporta l’esclusione dell’amore e dell’odio, di tutti gli elementi affettivi puramente personali, in genera irrazionali e non calcolabili, nell’adempimento degli affari di ufficio.
Max Weber, "Economia e Società"

L’America ti bombarda di sogni e ti priva dei tuoi.
Terry Gilliam

BRIAN: No. No, no, vi prego. Vi prego, vi prego. Ascoltate. Avrei una o due cose da dire, ascoltate.
SEGUACI: Diccele! Diccele tutte e due!
BRIAN: Sentite, voi avete capito male. Non è necessario che seguiate me. Non è necessario che seguiate nessuno al mondo,
non serve. Dovete pensare con la vostra testa. Siete tutti degli individui!
SEGUACI (all’unisono): Sì, siamo tutti degli individui!
BRIAN: E ognuno di voi è diverso.
SEGUACI (all’unisono): Sì, ognuno di noi è diverso!
DENNIS: Io no.
ARTHUR: Shhhh!
BRIAN: Dovete tutti imparare a cavarvela da soli.
SEGUACI (all’unisono): Sì! Dobbiamo imparare a cavarcela da soli!
BRIAN: Esatto!
SEGUACI (all’unisono): Dicci di più!
BRIAN: No! Ecco il punto: non fatevi dire mai da nessuno che cosa fare, altrimenti...
Monty Python, “Brian di Nazareth”

George Hanson: Una volta questo era proprio un gran bel paese, e non riesco a capire quello che gli è successo.
Billy: È che tutti hanno paura ecco cos'è successo. Noi non possiamo neanche andare in uno di quegli alberghetti da due soldi, voglio dire proprio di quelli da due soldi capisci? Credono che si vada a scannarli o qualcosa, hanno paura.
George Hanson: Si ma non hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate.
Billy: Ma quando... Per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli.
George Hanson: Ah no... Quello che voi rappresentate per loro, è la libertà.
Billy: Che c'è di male nella libertà? La libertà è tutto.
George Hanson: Ah sì, è vero: la libertà è tutto, d'accordo... Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.
Billy: Eh la paura però non li fa scappare!
George Hanson: No, ma li rende pericolosi.
“Easy Rider”

Un aneddoto ricorrente nelle interviste di Terry Gilliam è il momento che ha definito la sua esistenza, negli anni Sessanta, quando si fece crescere i capelli lunghi e capì che vivere negli Stati Uniti poteva essere un incubo [“ah, è così che dev’essere essere un ragazzo nero o messicano a Los Angeles”]. I poliziotti continuavano a farlo accostare per controllare i suoi documenti, una donna anziana lo insultò, i camionisti gli gridavano “sei un ragazzo o una ragazza?”, un gruppo di bulli lo scacciò da un locale in malo modo [“Chi ti credi di essere, Gesù? Forse hanno anticipato la Pasqua quest’anno?”]. Diventò sempre più arrabbiato per la costante persecuzione ma rimase anche scioccato dal risentimento e dall’ostilità contro tutto ciò che non era conforme, contro la libertà di espressione, che era vista come un’aberrazione [“You just found this outrageous aggression in America that was flailing out at anything that looked different”]. Quest’esperienza rafforzò in lui la determinazione a resistere ad un sistema minaccioso, monolitico e repressivo, alla catalogazione degli esseri umani, ad un’atmosfera soffocante che faceva apparire l’intero universo come nella migliore delle ipotesi indifferente e nella peggiore ostile ed incontrollabile. I classici ribelli donchisciotteschi dei suoi film sono il frutto di questo immaginario, i suoi film sono un ammonimento [“My films are messages in bottles for America”] e gli spettatori devono pensare [“They had just paid their money and they had to go in and think!”]. 

Ho studiato Max Weber all’università e, come spesso succede, l’ho capito solo dopo la laurea. Mi ricordo che ad un esame, estenuato dalla tensione, dalle poche ore di sonno e da una docente che puniva insensatamente chi non era riuscito ad andare alle sue lezioni, scoppiai a piangere per la sadica insistenza con cui mi chiedeva di Max Weber, ben sapendo che non l’avevo preparato come si deve (perché lo trovavo banale ed inutile). Insomma, non avevo un buon ricordo di lui.
Da studente mi rimasero però in mente varie idee associate a lui: la moglie straordinaria che lo aiutò a diventare la celebrità che fu, l’etica protestante e lo spirito del capitalismo, le gabbie d’acciaio della modernità, gli specialisti senza spirito ed i gaudenti senza cuore (un perfetto ritratto del mondo attuale, laddove ci sono le leve del potere). La cosa sorprendente è che mi rimase impressa l’immagine di un sociologo dell’establishment, quando invece il suo pensiero era molto più rivoluzionario di quello di Marx. Quel che Marx non aveva capito per Weber era evidentissimo: il progresso esteriore non emancipa ma schiavizza. Per questo il marxismo ha avviato molti al totalitarismo ed una cosa come il weberismo non esiste.
L’insegnamento di Weber è che il capitalismo è diventato una vocazione religiosa, un pensiero unico che ha plasmato l’immaginario collettivo spazzando via ogni alternativa, favorito dall’improponibilità del paradigma accentratore marxista. Ma entrambi sono disumani perché sono materialisti, utilitaristici, gerarchici, irrazionalmente iperrazionali, maniacalmente fissati con il dogma del lavoro indefesso, dell’abnegazione, della dedizione al datore di lavoro, del sacrificio della propria esistenza sull’altare della produzione, crescita, conquista, lotta, sopraffazione.
Il marxismo è una religione laica materialista ed apocalittica che si definisce scientifica senza esserlo, s’indirizza verso una Battaglia Finale tra le forze del bene e quelle del male, che sarà seguita da un’utopia. Il conflitto è inevitabile per via della dialettica hegeliana di tesi, antitesi e sintesi. Il materialismo dialettico è lo scontro violento di forze tenacemente contrapposte e quindi giustifica e favorisce il conflitto sociale, considerandolo desiderabile. Un’utopia in cui tutti ottengono quello di cui hanno bisogno ma non necessariamente quel che vogliono e non c’è alcuno spazio per la spiritualità. Prima che questa utopia si realizzi serve però una dittatura, la dittatura del proletariato in cui tutti lavorano, zitti e muti, in vista di un mondo migliore eternamente prorogato.
Il professor Carroll Quigley (Princeton, Harvard, Georgetown, Smithsonian), con il suo “Tragedy and Hope, A History of the World in Our Time” (1964), ci spiega invece cos’è il capitalismo. I padroni del capitale mirano a creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private capace di dominare la politica di ciascuna nazione e l’economia del mondo. Un sistema neo-feudale che ha i suoi centri di potere nelle banche centrali che operano di concerto, ma segretamente. Il progetto prevede speculazioni massicce, dirigismo dell’economia nazionale a vantaggio degli oligopoli, cooptazione di politici ambiziosi, crisi generate che rimettano in linea le masse.
Max Weber, un secolo fa, aveva capito dove tutto questo ci avrebbe condotti. Una disumanizzante razionalizzazione, formalizzazione, meccanizzazione, spersonalizzazione, burocratizzazione e monetizzazione di ogni sfera dell’esistenza umana e non solo, totalmente incompatibile con la caritas, la compassione, l’empatia, la coscienza, la morale. L’obiettivo primario è quello di una fredda, dozzinale, prosaica eccellenza materiale. Il duro lavoro è una virtù e quindi un obbligo morale, non c’è alcuna qualità in un’opera che non abbia richiesto uno sforzo: più ragguardevole lo sforzo, maggiore la qualità. Naturalmente tutto questo puritanesimo ascetico vale esclusivamente per le masse: chi sta in cima alla piramide può indulgere in tutti gli stravizi e le condotte parassitarie che più gli aggradano.
Ma, alla fine, tutti, quelli in alto come quelli in basso, sono accumulati dalla medesima sindrome.
Una cronica insicurezza viene tenuta a bada accumulando beni di proprietà che dovrebbero, nelle loro intenzioni, comprovare l’importanza, lo status (prestigio), il potere del proprietario. Gentilezza, affetto, premura, sollecitudine, generosità, intuito personale, coscienza, indipendenza, spiritualità: tutte virtù che, in seno alla società capitalista, sono diventate dei vizi. Ci si può permettere di essere virtuosi in famiglia, ma sul lavoro le qualità richieste sono altre: determinazione, egoismo, impersonalità, durezza, brutalità, conformismo, ambizione insaziabile. In questo modo la società occidentale è finita su un binario morto e, lungi dal concentrarsi su un razionale perseguimento della soddisfazione dei bisogni umani, si sforza, irrazionalmente ed auto-distruttivamente, di realizzare le ambizioni materiali. Nel farlo, ha dato forma ad un apparato tecno-burocratico che, come osserva Weber, “per via del suo carattere impersonale…può prestarsi alle finalità di chunque sappia come assumerne il controllo”. È la banalità del male su scala collettiva, totale, necrofila.

sabato 22 ottobre 2011

Michael Seifert e Adolf Eichmann – il male non è mai banale





Ho trascorso un anno della mia vita a Vancouver e in almeno un paio di occasioni mi sono recato nel quartiere dove risiedeva Michael “Mischa” Seifert, il boia del lager di Bolzano, senza esserne consapevole. A dire il vero, a quel tempo ero convinto che quasi tutti i nazisti in fuga si fossero rifugiati in Sudamerica e negli Stati Uniti, se potevano tornare utili al governo americano nella lotta al comunismo. Che uno di loro (forse più di uno?) potesse risiedere anche a Vancouver, a circa sei chilometri da casa mia, non mi aveva mai attraversato l’anticamera del cervello.
Seifert è morto nel carcere militare casertano di Santa Maria Capua Vetere, nel 2010, mentre scontava una condanna all’ergastolo per l’uccisione di 11 internati nel campo di transito di Bolzano (Polizeilisches Durchgangslager Bozen), tra il dicembre del 1944 e l’aprile del 1945 quando lui, ucraino, serviva il Reich con la divisa delle SS, prima di rifugiarsi in Canada, dopo la sconfitta. Ecco come lo descrive un ex-internato, Alfredo Poggi: “Stupratore ed assassino di donne incinte, torturatore, sadico seviziatore. Un vero e proprio mostro che trovò nel nazismo il suo habitat naturale. La difesa della democrazia da ogni arbitrio totalitario è un baluardo contro questi mostri, è un dovere morale ma anche una forma di autodifesa. L’alternativa alla democrazia è una giungla di mostri in libertà, assoldati per fare il lavoro sporco, in virtù di un loro terribile handicap – l’assenza di empatia – che si dimostra particolarmente utile in un sistema che vede nella naturale empatia della maggior parte degli esseri umani un ostacolo e non la promessa di un futuro migliore. Questo è quel che succede quando la democrazia si estingue” (Giorgio Mezzalira e Carlo Romeo, 2002, p. 65). Altre figure ripugnanti erano quelle di Albino Cologna, un ex alpino infieriva su tutti con il vigore di chi doveva dimostrare di non essere cedevole come gli Italiani che ora combattevano contro l’ex alleato e il maresciallo tirolese Hans Haage che, a detta di un testimone, “quando si trattava di ordinare o di dare bastonature, restava imperturbabile come chi sa di compiere soltanto un dovere: sorvegliava la triste faccenda per vedere se tutto era compiuto secondo gli ordini e se per caso l'esecutore dimenticava un colpo di verga, egli tranquillamente si avvicinava, prendeva il bastone che era anche di legno fasciato di filo di ferro e dava lui il colpo dimenticato. Poi come se si alzasse dal suo tavolo, si voltava e senza alcuna commozione per i lamenti dei feriti ci guardava e se ne andava sereno e tranquillo”.
Un male tutt’altro che banale, un male deliberato, risoluto, radicato.
Non era di questo avviso la filosofa tedesca Hannah Arendt che, in una lettera a Jaspers datata 4 marzo 1951 (cf. Stella, 2006, p. 58), scriveva: “Penso che il male non sia un male radicale che va alle radici; penso che il male non abbia profondità e che questa sia la vera ragione per cui è così terribilmente complicato pensarlo, poiché il pensare, per definizione, vuole andare alle radici. Il male è un fenomeno di superficie. Non è radicale, è invece semplicemente estremo. Noi resistiamo al male non scivolando sulla superficie delle cose, ma fermandoci e iniziando a pensare, cioè raggiungendo una dimensione altra dell’orizzonte della vita quotidiana. In altri termini, quanto più si è superficiali, tanto più allegramente si sarà a disposizione del male. Un esempio di questa superficialità è l’uso di frasi fatte, ed Eichmann era un esempio perfetto”. Qualche anno più tardi, nel 1964, in una lettera al teologo ebraico Gerhard Scholem (Cf. ibidem, p. 62) precisava: “ho cambiato idea e non parlo più di "male radicale". […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai "radicale", ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso "sfida" […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità". Solo il bene è profondo e può essere radicale”.
Io penso che questo equivoco – la sottovalutazione della radicalità del male e la sopravvalutazione della propria disposizione al bene – sia all’origine dell’incapacità umana di compiere il vero bene. Quasi nessuno reputa di compiere il male, anche quando lo fa. Quasi nessuno è in grado di capire le ragioni dell’altro, quando è un nostro antagonista. Quasi nessuno è capace di uscire dal proprio egocentrismo e mettersi veramente nei panni altrui, attribuendo al nostro prossimo una pari dignità. Date queste premesse della natura umana, il nostro male non potrà mai essere superficiale e il nostro bene sarà molto spesso equivoco, se non malevolo, anche quando siamo certi di comportarci altruisticamente. Si va dal volontario che non ammette di assistere gli altri per riempire un proprio vuoto interiore e che quindi sfrutta la situazione tanto quanto l’assistito, al comandante del campo di sterminio che va a dormire turbato perché le circostanze non gli hanno permesso di “smaltire” la sua quota giornaliera di Ebrei e si sente di aver tradito Hitler, la patria, i suoi commilitoni e l’umanità tutta (“che, se sapesse quanto sono pericolosi questi Ebrei, gli mostrerebbe una doverosa gratitudine”).
Vogliamo provare ad identificare alcuni tratti comportamentali di una persona che potrebbe definire malvagia? L’assenza o la carenza di empatia, il narcisismo, la megalomania, l’attitudine a mentire e manipolare il prossimo, l’incapacità di provare scrupoli e rimorsi, la superficialità emotiva, l’irresponsabilità, la misantropia, l’aggressività (anche verso animali e l’intero ecosistema), la mancanza di autocontrollo, l’avidità, la superbia, il fanatismo (l’ipermoralismo), la pretenziosità, l’invidia, il parassitismo. Una persona che ottiene punteggi mediamente alti in questi attributi può essere considerata malvagia, a mio parere. Immagino che la specie umana possa essere distribuita lungo uno spettro continuo che va dall’antitesi a questa costellazione di proprietà (l’occasionale santo o mistico) fino alla loro massima espressione, che si riscontra negli psicopatici. Anche gli psicopatici si differenziano tra loro. Ci sono psicopatici violenti e senza controllo, che finiscono in carcere e psicopatici disciplinati che hanno successo in vari ambiti sociali, dall’imprenditoria all’assistenza ospedaliera o la cooperazione con il Terzo Mondo, ossia ovunque ci siano prede vulnerabili. Alcuni sono ipermoralisti, diventano inflessibili, puntigliosi: seguono pedissequamente le ricette morali come chi è alle prime armi tra i fornelli. Questo perché non vogliono che qualcuno capisca che sono privi di morale, a volte non lo ammettono neppure con loro stessi.
Non è una condizione invidiabile quello dello psicopatico e ancor meno lo è quella delle loro vittime. Ma in nessuno caso si può parlare di male banale. Come può essere banale un male che disconnette dalla realtà, intorpidisce moralmente, assopisce l’empatia, spinge a mettere sempre e comunque il proprio utile davanti a tutto il resto? Impoverimento morale, durezza di cuore, la disattivazione del discernimento morale, l’incapacità di sentire anche quando uno ha orecchi per sentire, di vedere pur avendo occhi per vedere, una coscienza paralizzata che diventa patologia sociale, nella direzione di una completa de-moralizzazione della vita umana nella società. Che esistenza miserevole ed abietta è questa? Definirla banale è indice di scarsa compassione e comprensione per chi vive in questo modo, anche se è convinto che esso sia l’unico modo accettabile, l’unico modo possibile. Sono persone che si comportano, letteralmente, come mostri, distruggendo le vite di chi li incrocia, ma un briciolo di empatia dovrebbe suggerirci che non hanno scelto loro di essere così, a meno che non esistano anime che possono selezionare la propria reincarnazione, ma non è su questa incerta base che si fonda un sistema morale.
Non ci può essere una genuina moralità se manca la capacità della mente di separarsi da se stessa ed osservare le sue operazioni dall’esterno e non c’è comportamento etico senza attenzione. L’empatia, ossia l’amore impersonale è il legno, l’attenzione è la scintilla. Su questo punto Hannah Arendt aveva ragione: Eichmann non aveva né l’una né l’altra e “la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata ad un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro” (Arendt, 2009). Eichmann era come l’Americano Tranquillo protagonista di un eccellente romanzo-denuncia di Graham Greene scritto negli anni Cinquanta, quando l’autore era già in grado di prevedere gli esiti funesti del coinvolgimento statunitense nel Vietnam, allora una colonia francese che lottava per la sua indipendenza. Il tranquillo cittadino statunitense in questione è Alden Pyle, all’apparenza un medico volenteroso e posato, che si rivela poi essere uno zelante (e spietato) agente della CIA, disposto a massacrare decine di innocenti in nome della causa anti-comunista. Qui mi interessa soprattutto riproporre la caratterizzazione che Greene imprime al suo personaggio. “Non era capace di immaginare il dolore o il pericolo per se stesso, allo stesso modo in cui non riusciva a riconoscere negli altri il dolore che causava loro” (Greene, 1983, p. 63); “mi accadde diverse volte di scorgere nei suoi occhi un’espressione di dolore e disappunto quando la realtà non corrispondeva alle idee romantiche che si era fatto, o quando qualcuno che amava o ammirava non riusciva a dimostrarsi all’altezza dei suoi inarrivabili standard” (p. 75); “sarà sempre innocente, e non si può dare la colpa ad un innocente, perché sono sempre incolpevoli” (p. 183). Greene, però, non si permetterebbe mai di definirlo banale. Pyle è così abile da ingannare persino se stesso, razionalizzando il male che fa, ed usando la sua attenzione nei confronti del mondo in modo altamente selettivo, per rimuovere la consapevolezza della sua responsabilità nelle conseguenze più spiacevoli delle sue azioni. Chi ha visto il film tratto dal libro di Greene si ricorderà forse la scena in cui l’ottimo Brendan Fraser, nei panni di Alden Pyle, si pulisce con nonchalance il pantalone dal sangue che ha causato l’attentato terroristico da lui stesso orchestrato. Solo l’attenzione può liberarci dalla schiavitù dei nostri pregiudizi, emancipando il corpo e la mente dalle brame, desideri ed impulsi infantili e soprattutto dalla necrofilia, intesa in senso più ampio, come l’aspirazione più o meno consapevole ad una condizione di quiete, inattività, inorganicità, morte, l’inclinazione a ripiegarsi su di sé che promette un senso di pace fetale e che esiste in tutti noi. Freud lo chiamava Thanatos, istinto di morte, contrapponendolo a Eros, la biofilia. Questa contrapposizione deriva dall’autocoscienza. L’uomo è nella natura ma al tempo stesso la trascende, ne è prigioniero, ma è anche libero. È un’anomalia, né carne né pesce. È uno straniero nel mondo, un nomade e subisce l’estenuante impatto psicologico di questa estraneità, come ogni forestiero. Può scegliere di affrontare la sua ambivalenza, accettandola, oppure può cercare di scappare, come gli gnostici e gli asceti, che odiano la materia, o come i panteisti, che invece la amano ed anelano la fusione con essa, al punto da essere disposti ad eliminare ciò che li tormenta, l’intelletto e l’autocoscienza. È, ci spiega Erich Fromm in tante sue opere, la regressione all’esistenza animale, allo stato di pre-individuazione, il tentativo di eliminare ciò che è specificamente umano. La frustrazione per il proprio fallimento – la regressione è virtualmente impossibile – produce una violenza compensativa, il sostituto patologico della vita che ci fa sentire meno passivi, più padroni delle nostre circostanze (la volontà di potenza). Se non posso regredire io, farò in modo che tutto ciò che mi circonda sia trasformato in una cosa, in un oggetto inanimato, che potrò dominare a mio piacimento, come Michael Seifert, lo straniero alienato che trasforma l’essere umano in una massa organica e l’organico in inorganico. Fromm ci spiega che spargere sangue ci fa sentire vivi e potenti e chiarisce che non è la violenza dell’inettitudine, ma di chi non si è emancipato dal cordone ombelicale di Madre Natura. Essere uccisi è l’unica alternativa logica all’uccidere e, paradossalmente, riafferma il bisogno di trascendere questa vita inappagata. È questa sindrome che ci rende malvagi, distruttivi e disumani. In noi convivono le due inclinazioni. In alcuni è più forte l’una (necrofilia) in altri l’altra (biofilia), ma queste possono alternarsi in varie fasi della vita. L’importante sarebbe mantenerle in equilibrio, evitando gli estremi di chi soffoca la vita per proteggerla e di chi la uccide per trascenderla. In entrambi i casi il problema nasce dalla paura di non riuscire a tenerla sotto controllo, di non sapere che fare di noi stessi e delle nostre contraddizioni. Eichmann ama la vita ariana ed è disposto ad uccidere quella giudea, se ciò può avvantaggiare la vita giusta, la vita vera, la vita come la sua (apice del narcisismo: la vita a sua immagine e somiglianza). Se è ossessivo e pedante, come ogni necrofilo, lo fa per quella che giudica una giusta causa.
Eppure non siamo ancora giunti ad una vera spiegazione di questo fenomeno. Lo psicologo sociale tedesco Harald Welzer ci aiuta a scavare ancora più in profondità (Welzer, 2004). Siamo abituati a credere che i nazisti abbiano ritenuto di essere malvagi, ma se invece non avessero violato il loro codice morale e avessero creduto di agire in accordo con le più nobili aspirazioni ed inoppugnabili principi? Se proprio la convinzione di agire moralmente avesse consentito di compiere il male senza provare alcuna ripugnanza, ma anzi orgoglio ed una coscienza pulita?
Welzer osserva che i nazisti hanno fatto quel che hanno fatto precisamente perché la loro impressione era quella di aver conservato intatto il loro codice morale: a mali estremi, estremi rimedi. Nel Terzo Reich un gran numero di Tedeschi aderiva ad un codice morale che invece di condannare l’omicidio lo autorizzava, anzi, lo esigeva, assieme alla persecuzione e degradazione di altri popoli (non solo quello ebraico). Uccidere era giusto, necessario e quindi era un valore positivo, questo perché se la gente percepisce come reale una certa situazione, le conseguenze di questa situazione saranno reali. In altre parole, ciascuno di noi non vede la realtà com’è, ma come il suo cervello (coscienza) gli permette di vederla. Per questa ragione tendiamo sempre a confondere la nostra mappatura della realtà con la realtà stessa, ossia i nostri desideri, paure e pregiudizi con i fatti. Di conseguenza ci è possibile agire in buona fede anche quando commettiamo il male. Il che non ci rende meno colpevoli di quel che facciamo, visto che, stando così le cose, dovremmo sottoporre le nostre idee ad un costante scrutinio, se non vogliamo che esse si impadroniscano di noi. I nazisti non solo non lo fecero, spinti dalla necessità di sfuggire al sospetto di essere dalla parte del torto, ma anzi accolsero come oro colato qualunque affermazione del regime che rafforzasse la loro convinzione di essere persone moralmente integre ed uccisero con maggiore vigore proprio perché ogni assassinio giustificava quelli precedenti. Furono liberati da questa smania omicida solo dal crollo del Terzo Reich e del suo paradigma ideologico. Ma alcuni non riuscirono mai ad emanciparsi dalla gabbia dottrinaria nazista, perché ciò li avrebbe posti di fronte alla realtà della loro mostruosità. L’estremismo, in fondo, è un buco nero, quando le azioni che si compiono non consentono più di tornare indietro: esiste un punto di non ritorno oltre il quale la verità va negata in ogni modo se si vuole continuare a vivere con se stessi (Sabini & Silver, 1998).
Così Franz Stangl, comandante austriaco dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka, aveva adottato come massima di vita: “ciò che è giusto deve continuare ad essere giusto”. Il fatto di sterminare popoli non era un problema, il suo problema era che nessuno lo considerasse una persona ingiusta, insincera, scorretta, ecc. Lui si percepiva e voleva essere percepito come un uomo di sani principi, equanime, imparziale, efficiente e disponibile, andando anche oltre i suoi doveri professionali. Per lui consentire ad un prigioniero di far morire suo padre in un ospedale del lager piuttosto che in una camerata era il gesto di un uomo buono, che meritava la gratitudine del prigioniero: “non c’è bisogno che lei mi ringrazi, ma se lo vuole fare, lo può certamente fare” (Welzer, 2004). Stangl raccontò questo aneddoto per dimostrare ai suoi accusatori che era rimasto un uomo integerrimo ed umano, qualcuno che era perfettamente in grado di chiudere un occhio davanti al regolamento, se così facendo poteva compiere un gesto altruistico. Questo atteggiamento è solo apparentemente insensato e non è certo banale, anzi. Come abbiamo detto in precedenza, esiste in tutti noi una fortissima riluttanza a considerarci malvagi. Anche il criminale più efferato vuole che gli altri lo giudichino umano, non vuole sentirsi completamente escluso dal consorzio umano, ha bisogno di reputarsi sostanzialmente decente, nonostante tutto. Solo lo psicopatico non si cura del giudizio altrui, se non nella misura in cui un’impressione positiva può agevolare le sue manipolazioni. La conclusione di Welzer è che lo sterminio non sarebbe stato portato a termine da perpetratori amorali. Degli psicopatici saranno sicuramente stati coinvolti ad ogni livello ed avranno anche fornito un contributo determinante, ma una tale organizzazione ed efficienza richiedeva anche personale moralmente votato alla causa e non si può ridurre il tutto a disfunzioni cerebrali innate o indotte nel corso della crescita.
Il fatto è che chi compie il male è quasi sempre convinto di fare il bene ed il peccato è l’orgoglio di chi identifica il proprio tornaconto con la volontà di Dio o le leggi di natura: “so cosa farebbe Dio se fosse al mio posto”, “so come Dio giudicherà queste azioni”. Come si suol dire, il fanatico è uno che fa ciò che ritiene che Dio farebbe se fosse veramente al corrente di come vanno le cose quaggiù.
A questo punto possiamo tornare finalmente ad Adolf Eichmann che era un burocrate privo di idee, come pensava Arendt, ma un fanatico dominato da certe idee, al punto da distorcere la realtà per farla combaciare con i suoi desideri (Cesarani, 2006). Al punto da organizzare lo sterminio di un nemico assoluto che, come spiega efficacemente il filosofo politico Luigi Alfieri “è malvagio già nel suo mero difendersi, è portatore di male già semplicemente perché non vorrebbe morire. I buoni dovrebbero poter essere soltanto carnefici. […]. Il nemico non è un più un nostro pari, con cui confrontarsi in una violenza equilibrata e in qualche strano modo ancora ragionevole, ma, essendo portatore di male assoluto, deve subire il male assoluto. È lui l'ostacolo che impedisce agli uomini di essere tutti buoni, tutti felici, tutti belli, tutti nobili, tutti grandi, tutti immortali: dunque non basta combatterlo e sconfiggerlo, bisogna annientarlo. Perciò la forma “ideale” e paradigmatica di una “guerra” di questo genere è quella in cui il nemico non si può difendere, quella della caccia all'uomo” (Alfieri, 2003, p. 193).
Tale è l’alienazione di Eichmann dalla realtà che un giorno arriva a lamentarsi dei casi della vita con un prigioniero ebreo di nome Storfer, che conosceva molto bene prima della guerra che è andata male: “che sfortuna incontrarsi in queste circostanze”, commenta. Come se entrambi avessero in fondo gli stessi fini e gli stessi ruoli e valori. Come se fossero stati scritturati per le rispettive parti e dovessero seguire il copione, senza poter fare altrimenti, perché questa era la volontà di poteri al di fuori della loro comprensione e controllo. Come se la responsabilità per la presenza di Storfer in quel luogo non fosse sua. Anche in questo caso, però, non c’è nulla di banale. Eichmann era sionista già dal 1933, era cioè un fautore del contro-esodo degli Ebrei europei verso la Palestina. Nel 1939 ordinò di punire severamente chiunque profanasse la tomba di Theodor Herzl, padre del sionismo, a Vienna. Era presente alla trentacinquesima commemorazione della sua morte, lo stesso anno. Frequentava le librerie ebraiche e studiò un po’ di yiddish. Si recò in Palestina e confidò a degli Ebrei che: “se fossi stato un ebreo, sarei diventato un fanatico sionista. Non riesco ad immaginare di poter essere altro. Sarei stato il più zelante sionista che si possa immaginare”. Li ammirava e li odiava. Era un uomo con una precisa missione, non certo un comune funzionario. Le sue erano frasi di circostanza rivolte a se stesso, non a Storfer. Ciò che contava era che gli altri dipendessero da lui, che con la loro sofferenza e morte fornissero una prova irrefutabile del suo potere su di loro. Freud la chiamava Bemächtigungstrieb, pulsione di dominio e ne sottolineava il carattere non-sessuale. La vedeva all’opera nella crudeltà infantile: l’individuo aspira a realizzare la sovranità totale allo scopo di riaffermare il proprio io.
Anche le sue credenze dimostrano che Eichmann era una figura fuori del comune. Era un panteista ossia, nel gergo nazista, un Gottgläubiger, uno che non giura sulla Bibbia ma ad un Creatore che corrisponde al “movimento dell’universo”. La sera prima dell’esecuzione spiegò al suo confessore, il pastore evangelista William Hull: “nella mia concezione, Dio, per via della sua onnipotenza, non è un punitore, non è un Dio irato, ma piuttosto un Dio che abbraccia l’intero universo, l’ordine nel quale sono stato collocato. Il suo ordine regola tutto. Tutto l’essere e il divenire – incluso me – è soggetto al suo ordine” (Cesarani, op. cit.). Come per i suoi camerati panteisti, così per lui l’uomo è insignificante, e non c’è alcuna imposizione di vincoli morali e responsabilità globali. Il Dio-nella-natura di Eichmann era talmente potente che tutto era già prestabilito e quindi l’individuo non aveva né libero arbitrio né responsabilità. L’Ordine era un qualcosa di mistico, vasto, una potenza superna, sovrumana alla quale si doveva obbedire. Al processo gli chiesero se provasse alcun rimorso: “Il rimorso è una cosa da bambini”. E lui i bambini ebrei li picchia a morte, come quello che si era permesso di rubare un paio di pesche dal suo giardino a Budapest. Rivela al suo subordinato von Wisliczeny, tutt’altro che banalmente, che: “Mi contorcerò per le risa nella mia fossa, perché avere sulla coscienza la morte di sei milioni di ebrei mi dà un’incomparabile soddisfazione”.
Condannato, richiede il permesso di impiccarsi da solo. Riferisce al processo che già nel gennaio di quell’anno, prima di essere catturato, era stato informato del fatto che avrebbe subito un processo e che non avrebbe raggiunto i 65 anni di età. Per questo afferma: “Sapere questo mi spinge a informarvi di tutto quel che so su di me, senza alcun riguardo per la mia persona, che non ha più alcuna importanza ai miei occhi”. Nel suo memoriale, compilato durante il processo, a Gerusalemme, e mai pubblicato, scrive di sentirsi alienato da questo mondo: “Mi sto progressivamente stancando di vivere come un viaggiatore anonimo tra due mondi” (p. 133). L’incipit del suo memoriale è emblematico: “Il 19 marzo del 1906, alle cinque di mattina, a Solingen, ho fatto il mio ingresso nella vita nella forma di una creatura umana” (Als ein Menschenkind, trat ich am 19. März 1906 in das Leben). Il giornalista olandese Harry Mulisch non è d’accordo: “Non è un vero essere umano, si limita a prendere l’aspetto di un essere umano. É un essere umano differente”.
Non si sente colpevole né davanti alla legge, né davanti alla sua coscienza. Crede nella reincarnazione e quindi non si autocompatisce. Il 15 agosto del 1961, trentesimo anniversario del suo fidanzamento con Vera, sua moglie, nel memoriale Eichmann scrive: “La morte non è peggiore della vita, e migliaia di vite ci attendono dopo la nostra”. Più oltre, integra quest’affermazione, con riflessioni più articolate: “La morte non fa altro che condurmi a nuove vite. Attenzione, non ad una nuova vita, ma come l’ho scritto, al plurale. La morte dell’organico è una necessità naturale nell’ottica del progressivo divenire della vita e serve al compimento. Ogni trasformazione è un rinnovamento e nient’altro, dunque perché nutrire paura ed ansietà? Non c’è nulla nell’universo che possa rimanere in uno stato di quiete, tutto è perennemente in flusso e non c’è la morte come tale, perché non c’è alcun nulla….Quando contemplo quest’opera devo dire che è un disegno che mi allieta. Ciò che è tetro e oscuro scompare e ne sono lieto. […]. Conosco la parte che mi è stata assegnata e so come recitarla fino alla fine di tutto. […]. Ciò mi consente di prendere le distanze dalle inezie quotidiane e tutta la seriosità di ieri svanisce. Questa è la vera libertà, nata dalla consapevolezza che nessun uomo sia capace di defraudarmi della mia pace interiore. Oggi ci è di vantaggio l’apertura mentale, non l’ansiosa diffidenza, il pregiudizio, l’invidia, l’odio. Sono ancora egoista, ma non più a spese degli altri”.
Fa riferimento a degli dèi terreni (irdische Götter) nei quali crede, identificandoli con la dirigenza nazista: “Ho servito gli dèi con tutto il mio essere e la mia fede. Non c’era nulla che non avrei fatto per loro”. Però i due titoli da lui proposti per il suo memoriale furono “Falsi dèi” o “Conosci te stesso”, l’esortazione apollinea dell’Oracolo di Delfi, fatta sua da Socrate, l’antitesi di Eichmann. Sul frontespizio doveva figurare un passaggio del “mito della caverna” di Platone: “giudicherebbe più vere le ombre che vedeva prima delle cose reali che gli fossero mostrate adesso”.
La sua coscienza, che equipara all’anima, era per lui un sancta sanctorum nel quale non avevano accesso gli dèi terreni, per quando lui fosse un credente devoto: “Su questo ero davvero ostinato”. Si contraddice: allora non era vero che obbediva agli ordini e che il dovere veniva prima della coscienza. Considera le affiliazioni religiose importanti per l’educazione, ma giudica più importante liberarsi da ogni legame che interferisca con il rapporto tra lui ed il suo dio. Sull’antisemitismo spiega che la sua “non era una famiglia né anti-semita né pro-semita: non era una questione rilevante”. A scuola il suo compagno di banco era ebreo e divenne il suo migliore amico, un’amicizia che durò finché non se ne andò da Linz, nel 1933: “Non ce ne fregava un fico secco se uno era ebreo o no” (kümmerten uns den Teufel ob Jude oder Nichtjude). Eppure era entrato nelle SS già nel 1932. Non ha una coscienza: per lui si poteva essere SS e continuare a frequentare l’amico d’infanzia ebreo. Studia l’ebraico da autodidatta con un testo dal titolo “Hebräisch für Jedermann” (”Ebraico per tutti”). Poi si rivolge ad un rabbino per migliorarlo.
Il crollo del Reich lo sconvolse, ma se ne fece una ragione: “Alla fine sono riuscito a riconoscere nel movimento cosmico, nel movimento dell’universo, il vero e più originale significato dell’intera esistenza. Ora che tutto era di nuovo al suo posto, il mio essere poteva calmarsi, perché non mancavo di guida; ero come prima, spinto in avanti. Tutto era chiaro, semplice, persuasivo e mi rendeva felice”. Spiega che l’anelito verso la verità (der Hunger nach der Wahrheit) è ciò che ci rende umani, senza di esso la vita umana sarebbe più triste e difficilmente sopportabile. Verità sulle cose ultime che non si trovava certo nella Bibbia. “Un tale dio, arrabbiato e vendicativo, era inconcepibile; troppo umano, per nulla divino”. E allora “ho creduto che fosse più semplice e sicuro incontrarmi da solo con il mio Signore, senza avvalermi della mediazione di pastori evangelici, se non altro perché anche loro sono soggetti alle debolezze umane, così come lo stesso Protestantesimo è una creazione umana”. Di qui la sua scelta di non giurare sulla Bibbia ma a Dio testimone, perché sono un credente in dio (gottgläubig): “E infatti lo sono. Ma non lo personalizzo. Credo in una forza creativa onnipotente che tutto dispone, ciò che era, che è e che sarà. Credo in Dio (scrive “das Gott” in luogo di “der Gott”, sottolineando il “das”, ossia il genere neutro, per evidenziare la trascendenza della classica distinzione di genere) e io sono l’uomo, un rivolo nel grande flusso del divenire, nel nostro essere, conformemente alla sua volontà e tolleranza”. Seguendo questa volontà, non poteva commettere il male, perché il Governo della Creazione non poteva errare e, conformandosi ad esso, la vita sarebbe diventata necessariamente migliore per tutti. In fondo, continuava, “nella vita organica non esiste nulla di intenzionalmente maligno, anzi, essa è piuttosto benigna, fatta eccezione per l’uomo. […]. Il fatto è che sono nella vita dell’essere e che la vita è un divenire-affermarsi dell’essere. E fino a quando l’essere e la vita continuano, io sono quest’eterno andirivieni, questo morire e divenire, sono immortale. E non vedo come la vita possa essere un peso – sebbene io mi trovi in una cella – e faccio fatica a capire perché uno si dovrebbe sentire tormentato dalla paura di morire…Il fato di un popolo, com’è decretato dalla natura, non può essere nulla di terribile. È per me impensabile, quando contemplo il naturale corso delle cose, credere che l’Ordine che c’include nel suo piano lasci che solo la futilità e la sofferenza determinino il nostro destino…Il pensiero della pienezza di forme di vita attraverso le quali dovrò esistere per un impulso naturale, mi rallegra. È la nostra inadeguatezza che il motivo per cui noi umani dobbiamo ancora sopportare e causarci così tanto dolore e sofferenza. L’uomo è soggetto ad un perpetuo processo di compimento nel divenire. Eppure siamo solo al principio della nostra formazione e ciò che ora ci causa paura e terrore sarà smussato dalla mola del divenire. La sofferenza e l’oppressione dei popoli delle epoche passare erano molto più grandi delle nostre e nei tempi futuri i nostri discendenti, sulla base di un’analoga scala, concorderanno con noi. […]. Un ordine benevolo non desidera certamente il decadimento. Non nutro alcun dubbio in merito e questo dà a me, che sono stato collocato in una sequenza organica di eventi, una sensazione di gioia e calore. […]. È impossibile che la volontà dell’ordine sia che la sua creazione debba degenerare nella paura, nell’ansia e nel dolore. […]. Perciò non posso condividere la posizione sartreana che la vita, come la morte, siano assurde. Mentre posso ammettere che siano di scarsa importanza, dal punto di vista del divenire nell’essere, esse riguardano la mia persona”.
Ciò che lo avvicinò al nazismo fu quel che definiva “l’idealismo romantico di un primitivo”, una concezione in cui “potevo indulgere nell’entusiasmo per la natura, senza limiti, a briglia sciolta, e ciò mi conferiva una meravigliosa sensazione di pace interiore”. In ogni occasione, di fronte a problemi e difficoltà, quando sentiva di non poter cambiare nulla “perché non era né causa né effetto, ma solo un balocco dello stato”, quello diventava il suo taumaturgico “armadietto dei farmaci” (Medizinschrank). Durante il nazismo “c’era l’opportunità di far svanire l’individuale nel collettivo e fondersi ideologicamente nel pensiero di massa. Questa era una prospettiva che non mi disturbava perché mi spettava in ogni caso – non mi sono mai assunto responsabilità che andassero oltre quelle relative ai bisogni della mia famiglia”. Essere nelle SS in tempi di pace garantiva il soddisfacimento di ogni necessità materiale, in tempi di guerra significava molto probabilmente la morte: “ma se ti sei già rassegnato a pensare in termini collettivistici è una vita relativamente confortevole; ovviamente meno dal punto di vista della vita corporea, ma a me sta a cuore la vita interiore”.
Ricordava che nel 1938 era rimasto colpito da alcuni saggi massonici su Giordano Bruno, sul suo panteismo e sulla sua ribellione alla Chiesa, ma aggiungeva che lui non era un Giordano Bruno e se si fosse opposto sarebbe stato fatto sparire in men che non si dica: “è facile oggi parlare dell’uomo come sovrano della sua volontà, della preservazione dei propri valori personali, dell’etica dei principi (Gesinnungsethik) e così via. Anch’io una volta ci tenevo alla libertà dell’individuo e contrastavo ogni assoggettamento spirituale. Desideri e sogni ad occhi aperti mi intossicavano, temporaneamente. Ma poi ho capito e ora vi posso dire: provate a metterlo in pratica. Nel bel mezzo di una guerra omicida, sotto un governo totalitario, quando siete dei subordinati e ricevete degli ordini. Vedrete la differenza, allora, tra teoria e pratica”. E, in ogni caso, “a cosa servono la mera conoscenza e volontà, se poi le tue azioni non hanno alcun affetto? Nessuno può dire che questo succede solo negli stati totalitari. L’emisfero occidentale ha fornito e fornisce un mucchio di esempi”.

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