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lunedì 9 gennaio 2012

Congratulazioni a Mario Monti (di Aldo Giannuli)




"Non stupitevi: devo proprio congratularmi con il senatore Monti. Non per la manovra economica (per carità!), che è un disastro: botte da orbi a ceti popolari e medi, diminuzione delle garanzie sociali, grandinata di tasse su immobili e consumi. E tutto senza nessun risultato, nè vicino nè lontano: lo spread continua ad impazzare, il rischio di fare default è intatto, perchè non si sa come sostenere interessi al 7% su un debito arrivato al 120% del Pil, ripresa economica sempre meno vicina e credibilità internazionale al punto di prima: zero. Sotto questo aspetto va detto che il bilancio non potrebbe essere peggiore: avevamo chiamato San Giorgio per abbattere il Drago e il Drago continua a farla da padrone senza neanche filarsi San Giorgio. Dunque non è per questo che ci congratuliamo.

E neanche per la gestione dell’ordine pubblico (che, come dimostrano gli episodi di Torino, Firenze e Roma) resta molto degradato; e neppure per un qualche sussulto di presenza in politica estera dove l’Italia continua a pesare quanto Andorra. Non parliamo poi della struttura del governo fatta con il “nuovo manuale Cencelli” ad uso di logge e curie. Persino il “Corriere della Sera”, primo artefice della candidatura Monti, ha da ridire in proposito.
Un voto scolastico ai primi 50 giorni del Presidente Monti? 3 meno meno ed, aggiungiamo, “per incoraggiamento”.

Ma allora, per cosa ci dobbiamo congratulare?
Ma per la capacità comunicativa, naturalmente! Anzi of course (come direbbe l’anglofono Monti). “Mario il grigio” è un genio della comunicazione e della guerra psicologica, che ha lungamente studiato il suo predecessore surclassandolo. Si, perchè, in fondo, il Cavaliere, con tutta la sua collezione di ville e miliardi, i suoi stuoli di escort e giullari, alla fine, resta sempre un parvenu, un “commesso viaggiatore di successo“, come lo definiva Montanelli. Il populismo per lui è stato una tecnica di governo, ma anche un modo di essere, perchè lui non è niente di diverso dall’armata di borghesi piccoli piccoli che lo adora. Con tutti i suoi soldi resta un uomo della lunpeborghesia con lo stesso gusto trash, la stessa sottocultura da stadio, lo stesso umorismo da caserma.
Mario il Grigio no, lui è davvero un signore con una inappuntabile chioma grigio-argento, che veste in perfetto “grigio fumo di Londra”, ha una oratoria anche essa grigio “fumo di Londra”. E poi, fa la fila davanti ai musei con impeccabile understatement, sa stare a tavola e servirsi delle posate d’argento senza mettersene qualcuna in tasca e fa eleganti banciamano ad ogni signora che non si sognerebbe di definire “culona inchiavabile”. E questo lo rende assai più accetto nei salotti internazionali del suo sgangherato predecessore. Ma è anche un grande uomo di comunicazione, che sa rendersi gradito anche a quella base populista che si spande fra la Lega ed il Pd. Volete qualche esempio? Pensate ai recentissimi bliz della guardia di Finanza a Cortina d’Ampezzo, a Portofino, Chiavari, Genova dove finalmente sono state snidate mandrie di evasori fiscali con il suv e la barca, in alberghi da 1.000 euro a notte e che dichiarano si e no 25.000 euro l’anno. Finalmente alla berlina i “ricchi”, che paghino anche loro!
Riflettiamoci un po’, siamo proprio sicuri che hanno beccato i ”ricchi”? Certo chi marcia in superberline, va in certi alberghi e al casinò è uno che, probabilmente, ha qualche milione di euro e se dichiara cifre di quel tipo è un maiale che merita di essere fatto nero (nulla da eccepire su questo, se non il fatto che i governi precedenti, compresi quelli di Prodi, D’Alema e Amato, potevano pensarci già da molto tempo). Ma se questi sono i ricchi, come classifichiamo i Berlusconi, i Tronchetti Provera, i Della Valle, gli Elkann ecc. che hanno fortune calcolate in miliardi e miliardi di euro? Ripeto, non milioni di euro, ma miliardi. Ricordiamo che nel solo caso della lite ereditaria dell’Avv. Agnelli la contesa riguardò fondi off shore -e sottratti alla successione- per circa 1 miliardo di euro (ed, all’epoca si pagavano ancora le tasse di successione).
Va bene, quelli di Cortina sono i “ricchi”, ma questi altri signori, allora, sono i ricchissimi. Il bliz di Cortina non sposterà di un millimetro la situazione del nostro fisco. Per fare qualcosa di serio occorrerebbe mettere le mani addosso ai ricchissimi, quelli con conti da miliardi di euro. Ma contro i ricchissimi, il governo Monti non ha alzato paglia: nessun discorso sui grandissimi patrimoni finanziari depositati, probabilmente, in qualche paradiso fiscale. E questi non li scoviamo andando a Cortina o Portofino dove non vanno, perché posseggono intere isole tropicali o parchi di ettari in Engandina; ma se anche ne avessimo trovato uno a Cortina, non gli avremmo fatto nulla, perché sicuramente quei consumi sarebbero stati compatibili con il reddito che, per quanto sotto dichiarato rispetto alla realtà, sarà stato sicuramente di diversi milioni di euro e, dunque: “Tutto in regola Commendatore. Ossequi alla signora” e mano tesa alla visiera.
Non è attraverso i consumi che sapremo mai quanto sottodichiarano i ricchissimi e se pure qualcosa emergesse, al massimo gli toglieremmo un po’ di cipria dal naso.
Dunque, contro i “ricchissimi”, questo governo non ha osato neppure fare un fiato, così come sulle esenzioni fiscali agli enti economici della chiesa: Monti chiede meno di quanto il cardinal Bagnasco si dichiara pronto a concedere. Di tagli o rinvii ai programmi di spesa per la Difesa non ne parliamo nemmeno, a partire dai velivoli da combattimento Jsf.
Però, e qui sta la trovata geniale, diamo la sensazione che finalmente è arrivato il castigamatti che non guarda in faccia a nessuno. Un altro esempio? La decisione di tassare nuovamente i “fondi scudati”, quelli che rientrarono in Italia grazie al condono di Tremonti e contro il quale, per la verità, il Pd non fece nessuna vera opposizione. D’accordo, quella fu una cosa immonda ed i signori vennero condonati per un piatto di riso. Però, piaccia o no, il condono ci fu e giuridicamente è una pazzia rimetterlo in discussione. Sarebbe come dire: “Si l’amnistia te l’ho data e sei uscito, ma ora che ci penso era troppo generosa. Dai: vatti a fare altri sei mesi di galera!” Oppure chiedere una aggiunta alla cifra già versata per un condono edilizio. Giuridicamente la cosa non sta in piedi e, con ogni probabilità, se qualcuno porrà la questione alla Corte Costituzionale, questo provvedimento verrà cassato. Ed è un follia ancor di più sul piano economico, perché, se domani si dovesse procedere ad un condono di qualsiasi genere, non ci crederebbe più nessuno. Non che i condoni siano una cosa degna di un paese civile, ma può sempre rendersi necessario farne qualcuno e, in questa maniera ci siamo bruciati i ponti dietro le spalle. Ma questo non ha nessunissima importanza per Monti, il cui problema è quello di galleggiare sulla crisi, arrivando a fine legislatura con un capitale di consenso popolare. Poi alle elezioni presentiamo un bel centro neo Dc.
Questi sono gli spot di una campagna elettorale che può durare da tre a quindici mesi. Per ora servono a far mandare giù le misure antipopolari assunte.
Semmai, il problema per Monti è un altro: che molte cose sono fuori dai suoi poteri e se l’Italia farà default o meno ormai non dipende più da noi ma dalla Merkel: o si fa il fondo salvastati e la Bce compera i bond rimasti invenduti stampando moneta, oppure qui si va a fondo e con noi va a fondo anche l’Euro. E questo lo decide la Merkel, da sola, neppure con Sarkozy. Punto e basta. Non a caso Monti ha chiesto con Sarkozy misure “entro marzo”: perché l’asta del 29 dicembre, a fatica è andata in porto, quella del 15 febbraio, con qualche fatica in più (sono il triplo della scadenza precedente), può essere retta, ma le altre due, marzo ed aprile (più o meno ciascuna di pari entità della precedente) potrebbero davvero affondare la barca. E, se non c’è lo scudo europeo, c’è da scommettere che la “speculazione internazionale” (questo fantasma dietro cui si celano Wall street e la Casa Bianca) si accanirà per dare il colpo finale, all’Italia ed all’Euro.
Se questo dovesse succedere, fra le altre cose, sarebbe la fine del tentativo di “Mario il Grigio”. Ma anche qui l’uomo si è preparato una brillante via d’uscita: se le cose dovessero mettersi male già nelle prossime settimane, meglio arrivare alla rottura e far cadere il governo. Un voto contrario all’indirizzo di politica generale del governo ne provocherebbe le dimissioni, dopo di che non resterebbe che andare a nuove elezioni. Default per default, tanto vale farlo scaricando la colpa sulla irresponsabilità della classe politica. E alle elezioni, una lista che definiremmo “tecnico-centrista” vincerebbe facilmente. Ma per ottenere questo risultato, occorre che il Parlamento faccia un passo falso su un tema che susciti l’indignazione popolare. E l’occasione c’è: il taglio agli stipendi dei parlamentari. Tema che suscita la più profonda antipatia popolare verso i “politici” visti – a ragione- come dei parassiti e delle sanguisughe. Peraltro, questi sono anche dei morti di fame che piuttosto che rinunciare a mille euro al mese, venderebbero la madre e la nonna al mercato degli schiavi, per cui stanno mettendo tutti due i piedi nella trappola. E Monti ha già dichiarato che ritiene il provvedimento qualificante, aggiungendo “Questo governo non ha il problema di durare”. Come dire: “Se non vi tagliate gli stipendi, vi porto sparati al voto”.
Non so se i pezzenti di Montecitorio e di Palazzo Madama ci cadranno (sono abbastanza stupidi per farlo), ma se dovesse succedere sarebbero le elezioni e sia Pdl che Lega e Pd sarebbero massacrati a favore del “centro-tecnico”.
E voi dite che “Mario il Grigio” non è bravo? Come economista non vale granché, come statista vale ancora meno, ma come illusionista è un genio. Congratulazioni vivissime”.

Aldo Giannuli
9.01.2012

lunedì 5 dicembre 2011

Hanno detto della manovra "Salva-Italia" - commenti raccolti qua e là su FaceBook





Le creature di fuori guardavano dal maiale all'uomo, dall'uomo al maiale e ancora dal maiale all'uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.
George Orwell, “La Fattoria degli Animali”

Senza questo pacchetto l'Italia crolla, va in una situazione simile a quella della Grecia, un Paese simpatico, ma che non vogliamo imitare.
Mario Monti

Quello che non c’è, prima di tutto, è una patrimoniale. Per carità, i patrimoni non si toccano, in questo paese dove il cinquanta per cento della ricchezza è in mano al dieci per cento dei cittadini.
Quello che non c’è è un’imposta sulle attività finanziarie: e suona patetico gabellare per tale (come ha fatto Grilli) l’aumentino del bollo di Stato sul conto titoli.
Quello che non c’è è un taglio alle spese militari: continuiamo a comprare armi come se stessimo preparandoci a un’invasione aliena.
Quello che non c’è è un passo qualsiasi per abolire i privilegi della Chiesa, dall’Ici in giù: e ci mancherebbe, con l’asse cattolico che ha portato Monti a Palazzo Chigi.
Quello che non c’è è un taglio vero ai privilegi e alle spese della politica: unico punto pervenuto, il dimagrimento delle province, per il resto ciccia.
Quello che non c’è è un passo deciso verso la banda larga e la green economy: solo belle parole e vaghi propositi.
Quello che non c’è è il coraggio di aumentare l’Irpef almeno a chi prende più di 100 mila euro l’anno, e che se pure ne scuce un paio alla comunità in crisi non si suicida di certo.
Quello che non c’è è una severa legge penale tributaria, davvero curioso per un governo i cui membri hanno tutti studiato o lavorato negli Usa, dove le pene per gli evasori fiscali arrivano a 15 anni.
Quello che non c’è insomma è il coraggio di cambiare passo, di mostrare una nuova visione, una cultura diversa, un’ipotesi alternativa di futuro.
E quello che non c’è mi sembra, purtroppo, più importante e brutto di quello che invece c’è.
Alessandro Gilioli – L’Espresso

Quanto guadagna Mario Monti? (davvero tanto!)

Perché questa manovra è suicida?
http://www.rischiocalcolato.it/2011/12/laccanimento-terapeutico-di-monti.html


Nessuna stretta sui patrimoni, nessun intervento drastico sull’evasione fiscale, nessuna detassazione mirata, solo alle aziende che dimostrano concretamente un dichiarato investimento sulla ricerca & sviluppo e sulle forze lavorative giovani. Tanta difesa alla solidità patrimoniale dei pochi che stanno nella stanza dei bottoni. Nessuna regolamentazione sulla divaricazione abnorme degli stipendi dirigenziali rispetto alle categorie medie, invece del solito aumento dell’IVA che falcidia chi è già povero. Nessuna reale stretta sulle rendite finanziarie di chi gioca con i soldi come fossero noccioline e non produce ricchezza per il paese. Nessun reale taglio agli abnormi costi della politica, nessuna abolizione delle province dai costi amministrativi esorbitanti ed inutili, solo perché roccaforti del clientelismo leghista…Non c’è niente di apprezzabile in questa manovra. Ci sono solo le basi per una recessione che ci porterà comunque al default. Tanto vale farlo subito…

Il contributo di tutti ma dove ? Caro Prof. come c'era da prevedere l'ICI sulla prima casa l'hai rimessa ma la chiesa ne rimane immune…Ci vorrebbe una bestemmia ma l'educazione l'impedisce.

e vai con i tagli agli enti locali e quindi probabilmente tagli a cascata ai nostri comuni. sapete cosa significa? tagli ai servizi per i cittadini e inoltre che senso economico ha tutto questo? i comuni faranno meno acquisti di beni e servizi e meno investimenti e quindi si deprime l'economia che lavora per l' ente pubblico...( fornitori, ditte che fanno manutenzione, che costruiscono etc ); quindi queste e altre sono semplicemente manovre depressive sull' economia, altro che risparmi...

chi avrebbe vissuto al di sopra delle "nostre" possibilità negli ultimi 30-35 anni? I pensionati al minimo? I lavoratori dipendenti? I giovani precari? Negli ultimi 30 anni c'è stato uno spostamento fortissimo della ricchezza prodotta verso le rendite e i profitti a scapito del lavoro dipendente e dei pensionati e ora questi ultimi dovrebbero pagare il conto? Ma di che cosa?

E' curiosa questa dichiarazione "che negli ultimi 25 anni abbiamo vissuto........." quando si è costruito un sistema sul consumo di merci e si sono messe le persone nella condizione di indebitarsi fino al collo. Sembra che spendere sia stata una scelta cosciente e non indotta, perché funzionale ad un sistema che sopravvive proprio per questo. Adesso che la contraddizione è scoppiata vengono a dirci : signori qualcosa non ha funzionato e il mercato non è cosi capace di autoregolarsi. Quindi pagate nell'attesa di ricominciare tutto capo. Certo dico questo, nella considerazione che se Monti ha bisogno di qualcosa ci sarà sicuramente Letta e il suo partito a dargli una mano per spacciare la balla di cui prima a quelli a cui svuoteranno le tasche.

Come pensa di far ripartire l'economia Monti? Non c'è niente di niente per favorire la ripresa! tagli alla scuola, aumento delle spese belliche, tagli alla sanità, alla ricerca... e regali alle imprese e alle scuole private! Ma basta prenderci per il culo!

Era previsto che il lavoro sporco l'avrebbe fatto un governo di "salute pubblica" e la situazione è stata fatta maturare perché questo accadesse.

questo governo non è diverso da quello berlusconi, tranne che monti non fa i corni, non tocca sederi, non va a puttane e ci risparmia le barzellette, ma fa esattamente quello che doveva fare berlusconi. Io non credo che questi rappresentanti degli interessi delle banche vogliano farci uscire dalla crisi, non ho capito perché, ma ho la triste impressione che il gioco sia un altro e francamente mi fa paura

Praticamente pagheranno i più poveri ed i meno difesi: pensionati e famiglie. Ai pensionati viene tolto l'adeguamento delle pensioni al costo della vita, sulle famiglie peserà ici ed aumento di due punti dell'iva.

Il governo a noi *ordina*di pagare le tasse, alle banche *chiede* se sono disponibili a ridurre le commissioni. Secondo me c'è qualcosa che non va. Parlano di lotta all'evasione manco si facessero soldi a palate. Ma quale evasione? che qui non si batte un chiodo! Probabilmente vivono su un altro pianeta.

tagliare le spese militari? NO
tagliare gli stipendi dei parlamentari? NO (sono i più alti del mondo)
tagliare i vitalizi (pensioni) dei parlamentari? NO
aumentare la contribuzione ai parlamentari? NO (pagano l'8%, anzicchè il 33% che pagano i lavoratori dipendenti in busta paga)
tasse sui grandi patrimoni? NO
aumento dell'IRPEF agli alti redditi? NO

i ricchi e gli evasori in effetti non li tocchi (1,5% agli evasori "scudati"... RIDICOLO..!)
e mette invece l'imposta di bollo sui risparmi , indiscriminatamente...

Sulla rinuncia allo stipendio: DEMAGOGIA PURA ...PER UNO RICCHISSIMO COME LUI se non lo sapevi ...persino quel gaglioffo di berlusca non percepiva l'emolumento del presidente del consiglio...

E' un governo di banchieri, adesso hanno praticamente reso obbligatorio avere conto corrente, bancomat e carta di credito. La carta moneta che è lo stato stesso ad emettere non si può più usare, ma che bello. Complimenti per la strenua difesa delle libertà individuali!
Libertà di evadere, e perché mai? E se volessi solamente fare acquisti al sexy shop senza essere tracciato? E non è mica necessario che sia un sexy shop, posso non voler far sapere alla mia banca e a tutto il mondo che mi sono comprato l'attrezzatura da sci nuova. Ti sembra un crimine? Il fatto che uno stato non sia in grado di controllare nulla non significa che si debba rinunciare a qualsiasi libertà per una falsa sicurezza. Sono convinto che chi evade davvero sa benissimo come farlo e continuerà a farlo esattamente come prima, mentre queste norme obbligano chiunque ad avere un conto in banca, il bancomat e la carta di credito. Come la mettiamo con le commissioni? Pensate che le banche e i circuiti delle CC vi rinunceranno con gioia per il luminoso futuro della nazione? “Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza."
Benjamin Franklin

1) tolte a tutte le pensioni (sopra 960 € lordi), l'aumento mensile del costo della vita (27 €/ mese lordi)
2) aumento dell'IVA da 21 a 23% per tutti (Agnelli, Marchionne, Monti, Berlusconi, De Benedetti, Marcegaglia, ecc. pagheranno le merci con lo stesso aumento (23%) di chi ha la pensione minima che è 461,40 €/ mese

Io forse non sarò un genio in economia politica...ma il buon Proff. Ricciardi qualche concetto importante me l’ha lasciato...togli soldi dalle tasche dei consumatori=blocchi l'economia=le aziende falliscono= catastrofe economica

Le auto blu costano fra i 5 e i 7 miliardi l'anno, non le hanno toccate, le scorte (che sono solo status symbol) nemmeno, la bastarda chiesa cattolica continua ad essere il più grande evasore fiscale d'Italia... ma andate a fare in culo!

e lo sviluppo? ed i tagli alla casta? e la lotta all'evasione fiscale? . . .

E ci voleva un governo "tecnico" per questo scempio? Batter cassa così spudoratamente riesce anche ai peggiori idioti!

lunedì 14 novembre 2011

Il default come male minore (di Guido Viale)






«Un default azzererebbe il risparmio che i singoli cittadini/lavoratori, direttamente o indirettamente, hanno affidato allo stato, anche a fini pensionistici (...). Riguarderebbe anche le istituzioni del welfare, cioè il sistema pensionistico obbligatorio, gli ammortizzatori sociali e l'assistenza, il sistema sanitario nazionale, l'istruzione (...). Si estenderebbe alle banche e sarebbero colpiti anche i singoli correntisti (...). Priverebbe il sistema produttivo non solo del risparmio nazionale, ma anche del suo sistema bancario, con l'effetto di estendere la crisi all'economia reale (occupazione, consumi, prestazioni sociali, ecc) (...). Genererebbe seri rischi di altri fallimenti a catena nell'economia europea e mondiale. L'euro e la stessa Unione europea avrebbero molte difficoltà a sopravvivere (...). Bisognerebbe mettere in conto inevitabili reazioni, rivalse e un grave deterioramento delle relazioni internazionali (...). Sarebbe poi pressoché impossibile praticare politiche autonome che privilegiassero obiettivi sociali e ambientali».
Queste frasi, estratte da un articolo di Felice Roberto Pizzuti sul manifesto del 4 novembre, vorrebbero scongiurare il rischio di un default; e persino diffidare dal parlarne troppo, per paura che l'idea si diffonda per contagio. L'autore non sembra rendersi conto che quello che prospetta come conseguenza di una scelta politica per lui da evitare (blocco del welfare, paralisi di scuola e sanità, contrazione del circuito economico, disoccupazione, isolamento internazionale, azzeramento delle politiche ambientali, ecc.) non è molto diverso da quello che succede in Grecia con le misure imposte dalla cosiddetta troika. O dalla strada che l'Italia è destinata a percorrere se darà attuazione alle prescrizioni di Draghi e Trichet. Tutti sanno che la Grecia non si risolleverà per anni dallo stato di prostrazione economica e civile a cui la condannano quelle misure: la aspetta come minimo un «ventennio perso», come quello che il Fmi aveva imposto ai paesi dell'America latina alla fine del secolo scorso - e dal quale si sono risollevati solo quando ne hanno rigettato le prescrizioni.
Che l'Italia abbia molto da imparare da quelle vicende è comprovato dalla loro somiglianze con la nostra situazione: ci accomunano la «tutela» del Fmi, una politica deflazionistica e la corsa alla privatizzazione, cioè all'esproprio per «conto terzi», dei servizi pubblici e dei beni comuni: misure da cui non è mai nato alcuno «sviluppo»; ma ci accomunano anche altri indicatori da «Terzo mondo»: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi - e soprattutto di grandi multinazionali basate all'estero - il dilagare dalle corruzione; una classe dirigente priva di autonomia e di orgoglio; il controllo, il servilismo e l'ipocrisia di tutti, o quasi, i mezzi di informazione; le fughe dei capitali (protetti dagli scudi fiscali); un'espansione urbana incontrollata; il degrado del territorio e persino la sua militarizzazione per imporre alla popolazione qualche grande opera devastante (invece della cura dei territori con mille piccole opere gestite da chi vi ha un interesse diretto).
Quando il governo che succederà a Berlusconi avrà fatto l'inventario, se mai avrà il coraggio e la capacità di farlo, di questi 17 anni della sua egemonia - esercitata sia dal governo che dall'opposizione - si troverà di fronte un deserto: uno «spirito civico» devastato in tutti i gangli dell'apparato istituzionale e in tutte le strutture imprenditoriali (corruzione ed evasione fiscale hanno ben lavorato...); un razzismo di stato ormai consolidato, che rende improbo ricreare le condizioni di una convivenza civile; scuola, università e ricerca alle corde; un tessuto industriale ridotto ai minimi termini da chiusure, delocalizzazioni, lavoro nero; tre dei maggiori gruppi industriali (Fiat, Finmeccanica e Fincantieri) in via di smantellamento, e impegnati a «recuperare» produttività con licenziamenti, chiusure e ritmi di lavoro insostenibili; le maggiori catene distributive in mani estere, a fare acquisti lontano dai produttori italiani; un'agricoltura che non esiste più; e pochi settori che ancora esportano, ma ormai incapaci di fare da traino al sistema.
Che cosa significa «crescita» in queste condizioni? E di che crescita si parla? Tornare a produrre tante automobili Fiat (suv, soprattutto), portando via quote di mercato a Volkswagen? O tanti elettrodomestici Merloni a spese di Elettrolux? O tante navi da guerra, missili e carri armati in Fincantieri e Finmeccanica? O tante arance commercializzate da mafia e 'ndrangheta? O tanti visitatori stranieri nei nostri musei chiusi e dissestati o nei nostri alberghi formato rapina? O tanti Tav e Ponti e Mose da affidare in concessione, sacrificando la salvaguardia del territorio? O tanti palazzi, e uffici, e condomìni formato Ligresti sui terreni che l'expo avrà «liberato» dall'agricoltura? E può esserci una «crescita» dell'economia italiana, e tale da rimettere in sesto i conti, in un contesto in cui tutti i paesi dell'Occidente, e in parte anche quelli emergenti, prevedono un rallentamento, una stasi o un arretramento della loro? E perché chi continua a vedere nel ritorno alla crescita «la soluzione» non affronta mai queste questioni? Che sono in realtà quelle di una radicale conversione ecologica dell'apparato produttivo, degli stili di vita, della cultura.
È il pensiero unico, la fiducia nei «mercati», la convinzione che «non c'è alternativa», a spingere tutti a pensare che, una volta rimesso in moto il motore (con il taglio della spesa, delle pensioni, dei salari, dell'occupazione, dei servizi pubblici, della ricerca, dell'istruzione e, magari, con qualche miliardo da iniettare in un piano, possibilmente europeo, di «Grandi opere») il mercato, anzi, «i mercati», ci faranno ritrovare la strada della crescita. E a esentare tutti, quindi, dal pensare che cosa occorra veramente per promuovere, stabilizzare e qualificare l'occupazione, salvare il tessuto industriale, le professionalità e le competenze ancora esistenti, restituire fertilità ai suoli e sostenibilità all'assetto idrogeologico; contribuire a salvare il pianeta Terra dagli imminenti sconvolgimenti climatici. La crisi finanziaria ha distolto le menti da questi problemi - soprattutto dall'ultimo, che è il più grande e urgente: non solo in Italia ma in tutto il mondo che fa della crescita il suo feticcio: tanto che a Durban, dove sta per aprirsi la Cop 17, ultima occasione per prendere impegni contro il riscaldamento della Terra, non si concluderà, per l'ennesima volta, niente. Perché il problema, ora, è evitare il default. Ma che cosa significa?
La Grecia è in default conclamato: in base ai criteri delle agenzie di rating, il dimezzamento - o anche solo la riduzione del 20 per cento - del valore dei suoi bond configura un default. Ma nessuno lo dice, altrimenti le banche, soprattutto statunitensi, che hanno emesso Cds (cioè assicurazioni senza copertura) sul debito greco dovrebbero mettere mano al portafoglio. E neanche chi avrebbe titolo al rimborso si fa avanti: verosimilmente per paura che venga scoperchiata la pentola dei debiti insolubili che bollono nella finanza europea e mondiale. Perché a essere ben instradate sulla via di un default non sono solo Grecia, Italia, o gli altri Pigs; è tutto il sistema finanziario mondiale a ritrovarsi di nuovo sull'orlo di un baratro, in una catena che stringe indissolubilmente banche e stati, stati e banche. E allora, perché dovremmo «impiccarci» per rimandare un disastro che riguarda tutti?
Certo un default non si può affrontare a cuor leggero: parlare di «diritto al default» è come invocare un «diritto al disastro». Perché un default è un disastro. Ma imboccare quella strada potrebbe evitare disastri maggiori (come aprire una chiusa e allagare un territorio per evitare danni molto più gravi a valle); soprattutto se si cerca di farlo per via negoziale. C'è un punto di forza nel fatto che un default italiano incontrollato «genererebbe - come scrive Pizzuti - seri rischi di altri fallimenti a catena nell'economia europea e mondiale. L'euro e la stessa Unione europea avrebbero molte difficoltà a sopravvivere». D'altra parte, si può cercare di dosare il danno. Le soluzioni oggetto di un negoziato sono tante; e non tutte si escludono tra loro: moratoria sul pagamento degli interessi, prolungamento delle scadenze del rimborso; dimezzamento del valore dei bond (come in Grecia; ma prima di imboccare la strada senza ritorno di Papandreou); azzeramento del debito con franchigia fino a una soglia data - come per i conti correnti delle banche fallite - riduzione selettiva per tipologia di creditore; sterilizzazione di una quota di debito di tutti i paesi dell'eurozona con i fatidici eurobond (ma senza finanziarli con nuovo debito; bisogna cominciare a sgonfiare la bolla della finanza mondiale); ecc.
Tutto è meglio della deriva di rimpiazzare Berlusconi per portare a termine quello che lui non ha saputo o voluto fare: cioè assumere la lettera di Draghi (ormai senza Trichet) come programma di governo. Che è un po' come mettersi nelle mani di Goldman Sachs. Certo, parlare di cose del genere oggi è quasi impossibile; anche perché non ci sono economisti impegnati sul merito tecnico - e sulla valutazione delle conseguenze economiche - delle diverse opzioni. Ma un grande audit sul debito pubblico italiano, sulle sue origini, i suoi detentori, le conseguenze di un default selettivo, potrebbe sopperire a questa debolezza. E rilanciare un vero dibattito - oggi inesistente per via dei «vincoli» finanziari - sul «che fare?». Un punto imprescindibile di un programma di governo: per l'Italia e per l'Europa".

“Il default è un disastro ma è il male minore”, di Guido Viale, da “il Manifesto”, 11 novembre 2011.


Super Mario e il Mago - lo spauracchio del default e l'erosione della democrazia



Quando il FMI arriva in un paese è interessato ad una sola cosa: come ci assicuriamo che le banche e le istituzioni finanziarie siano pagate?...è il FMI che mantiene in attività gli speculatori. Non è interessato allo sviluppo, in ciò che può aiutare una nazione a lasciarsi alle spalle la povertà
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001 ed ex vicepresidente della Banca Mondiale.

La dottrina in questione consiste nell’asserzione che, in seguito ad una crisi finanziaria, le banche devono essere soccorse a spese dei cittadini. Così una crisi provocata dall’assenza di regole diventa un pretesto per muoversi ancora più a destra: una fase di disoccupazione di massa, invece di stimolare il settore pubblico per creare nuovi posti di lavoro, diventa un’epoca di austerità in cui gli investimenti statali ed i programmi sociali sono cancellati. Si è fatto inghiottire questa dottrina all’opinione pubblica sostenendo che non c’erano alternative – che i salvataggi e i tagli erano necessari per soddisfare i mercati finanziari – e che l’austerità fiscale creerà lavoro. L’idea era che i tagli alle spese avrebbero infuso fiducia nei consumatori e negli imprenditori e che questa stessa fiducia avrebbe incentivato gli investimenti privati, riequilibrando più che abbondantemente gli effetti depressivi dei tagli governativi. Alcuni economisti non si sono lasciati convincere. Una critica tagliente equiparava i pretesi effetti espansivi dell’austerità alla credenza in una “fatina della fiducia”. Beh, era una mia critica…Ma qualcosa accadde sulla strada dell’Armageddon economico: la disperazione islandese rese impossibile attenersi alle convenzionali norme di condotta e premise alla nazione di violare le regole. Mentre altrove si salvarono le banche con soldi pubblici, l’Islanda lasciò che le banche fallissero ed estese la rete della sua sicurezza sociale. Laddove tutti gli altri erano ossessionati dall’idea di placare gli investitori internazionali, l’Islanda impose controlli temporanei sul movimento dei capitali per concedersi spazi di manovra. E come stanno andando le cose? L’Islanda non è riuscita ad evitare seri danni alla sua economia ed un calo significato dello stile di vita dei suoi cittadini. Ma è riuscita a limitare la crescita della disoccupazione e i patimenti dei cittadini più vulnerabili; il welfare è sopravvissuto intatto, come l’integrità morale della società. “Poteva andar peggio” può non essere lo slogan più galvanizzante che si possa immaginare, ma quando tutti si attendevano un disastro, equivale ad un trionfo politico-amministrativo. E qui c’è una lezione per tutti noi: le sofferenze alle quali vengono sottoposti così tanti cittadini non sono inevitabili. Se questa è un’epoca di incredibile afflizione e durezza, lo è per delle precise scelte che sono state fatte. Nulla di tutto questo era ed è inevitabile.
Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008.

Tutta quest’idea di infliggere enormi sacrifici per generare un surplus con cui ripagare i creditori stranieri e conservare intatto l’euro è una politica economica assolutamente folle…le nazioni che incorreranno in un default tecnico come la Grecia, il Portogallo o la Spagna si ritroveranno con un debito ancora maggiore rispetto a quel che sarebbe successo se fossero state liberate prima dalle catene dell’euro.
Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998.

…il Thomas Mann del racconto, spesso citato ma pochissimo letto, “Mario e il mago”, dove si narra di uno spettacolo allucinatorio, ambientato nell’atmosfera di una vacanza in Versilia del 1930, durante il quale un ciarlatano, torbido manipolatore delle coscienze, conquista il pubblico ipnotizzandolo e costringendolo, ma col suo consenso, anzi con la sua adesione, a ballare al sibilo del suo scudiscio. è descritto un impasto di identificazione di massa, violenza psicologica, adesione fanatica, coscienze pervertite che si offrono al seduttore senza sapersi sottrarre all’illusione perché il risveglio è più doloroso della soggezione: un impasto che sfocia nella tragedia.  
Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”

Giucas Casella, nel corso di una popolare trasmissione della domenica, ha esclamato, rivolgendosi ad un’anziana signora: “quando le toccherò la gola lei non potrà parlare, non potrà pronunciare neppure il suo nome”. La signora ha mugolato qualcosa per un istante e poi, ad alta voce: “non ce la faccio, non ce la faccio!”. Così l’ingenuità di una coscienza innocente ha rivelato al pubblico la prosaica realtà delle cose.  

I media italiani celebrano l’avvento dei “magici” Super Mario Bros.: Mario Draghi e Mario Monti.
Io al contrario mi domando perché qualcuno dovrebbe ancora fidarsi di “esperti” ed “autorità’” che: non hanno previsto la crisi; non ne hanno limitato l’impatto; non sembrano avere le idee chiare su come affrontarla ma le hanno invece molto chiare su chi se la deve cavare a buon mercato.
Sembra incredibile che ci possano essere persone che fanno fatica a capire che individui ed organizzazioni che lucrano enormemente sullo status quo e detengono un enorme potere hanno tutto l’interesse a convincere la gente a credere ad una visione della realtà che li avvantaggia. Succede quotidianamente, eppure milioni di persone non riescono a capacitarsi del fatto che i potenti che determinano il fato di milioni di persone possano comportarsi allo stesso modo, se non peggio. È una forma di rimozione psicologica di una verità spiacevole che mette a repentaglio l’ordine delle cose in cui vogliono continuare fermamente a credere, avendo una bassa soglia di tolleranza per l’incertezza, la confusione, l’ambiguità e l’opacità del reale. La storia, purtroppo per loro, quasi certamente dimostrerà che si compiranno immensi e dolorosi (ma non certo per i potentati) sforzi per puntellare un sistema insostenibile, finché i medesimi potentati non saranno certi di averla fatta franca. L’attuale strategia è quella di usare lo spauracchio del default (poi arriverà il terrorismo nucleare).
Basterebbe dare un’occhiata al panorama economico internazionale per capire che le nazioni che se la cavano meglio sono quelle che hanno una propria valuta e la possono svalutare e, nel caso dei paesi scandinavi, non si tirano indietro quando si tratta di condurre politiche fiscali e monetarie espansive.
Dunque la scelta meno distruttiva, per i PIIGS, sarebbe quella di uscire dall’eurozona e svalutare, negoziare un default, istituire politiche protezionistiche per difendere i lavoratori, controllare i flussi di capitale (ora persino il FMI lo consente, dopo i pessimi risultati delle sue precedenti politiche di deregulation), creare un sistema bancario pubblico per tutelarsi dai crolli. Nessuna nazione europea, da sola, potrà farlo. Serve un coordinamento che purtroppo sarà ostacolato in ogni modo, visto che l’obiettivo finale è l’instaurazione degli Stati Uniti d’Europa, costino quel che costino:
Se si realizzasse questo default coordinato i sistemi bancari di Francia, Regno Unito e Germania si vedrebbero inferti colpi durissimi, forse irrimediabili:
Ma l’alternativa è la più sanguinosa rivoluzione della storia umana:
I custodi dell’ortodossia, per qualche curiosa ragione, sono convinti che la privatizzazione di beni pubblici, la riduzione dei consumi, la decrescita economica, la contrazione della produzione industriale e la riduzione del gettito fiscale (ossia le ricette neoliberiste di FMI e BCE avallate dalla Commissione Europea – vedi “capitalismo del disastro”) possano in qualche modo favorire la crescita e quindi accelerare il risanamento (= ripagare i debiti con gli investitori internazionali). Si tagliano i servizi, randellando le famiglie (che la destra esalta come una sacra istituzione), invece di colpire gli evasori.
Due terzi del debito greco sono detenuti dalle banche di tre nazioni: Francia, Svizzera e Germania. In particolare l’ammontare che la Grecia deve alle banche francesi equivale al 3% del PIL francese. La Francia non si può permettere di mollare la presa, deve costringere la Grecia alla resa senza condizioni: per questo Sarkozy è stato inflessibile, il “Torquemada” del terzo millennio. Sa che se i Francesi finiscono sotto pressione, può saltare tutto, com’è successo innumerevoli volte nel passato di quel paese. Perciò la Grecia è diventata un mandarino di cui ciascuno pretende il suo spicchio. I difensori dell’ortodossia, essendo inclini, forse per indole, forse per pigrizia, a trascurare la storia sociale e l’economia politica in favore di alchimie contabili e regole inviolabili, sembrano credere che gli esseri umani siano astrazioni e che la loro sofferenza non conti poi tanto, che siano tutti colpevoli nella stessa misura, che debbano piegarsi senza obiezioni di fronte alla volontà delle autorità, che sono per definizione in buona fede e nel giusto. La credenza che l’autorità sia essenzialmente autorevole è un preconcetto che presumibilmente deriva da una certa forma mentis autoritaria e che non dipende da una percezione oggettiva delle cose. La storia umana dimostra, al contrario, che potere ed integrità morale raramente si coniugano armoniosamente. La stessa crisi economico-finanziaria del nostro tempo ne è l’esempio più eclatante.
I più grossi investitori si comportano con le nazioni come dei predatori nei confronti delle prede. Individuano l’animale più debole, lo separano dal branco, lo circondano, lo abbattono e lo spolpano. C’è un libro che descrive a meraviglia l’ethos di questa mostruosa categoria di esseri umani, s’intitola “Wolfen” di Whitley Strieber e sconsiglio di leggerlo a chi è impressionabile. Si comportano esattamente come degli psicopatici o sociopatici e forse alcuni di loro lo sono:
Altri sono probabilmente narcisisti:
Proprio l’impressionabilità, il timore di scoprire di essere una preda, impedisce a molti di affrontare l’evidenza dei fatti, preferendo bollare tutto quello che diverge dalle loro convinzioni come complottismi indegni della loro attenzione. Sospetto che, in parte, questa rimozione del reale sia dovuta ad un eccessivo amore del quieto vivere, che sfocia nell’angelismo e nella sindrome dei capponi di Renzo Tramaglino:
Per queste persone il fatto che il primo ministro britannico, a dispetto di tutto quel che è accaduto, abbia concesso alle banche fino al 2019 come termine ultimo per autodisciplinarsi (!!!) e che Barroso non abbia mostrato alcuna intenzione di regolare il settore creditizio (diversamente dall’entusiasmo con il quale ha avallato il programma di estradizioni illegali della Guerra al Terrore), non è indicativo di alcunché. Per i politici che ci governano non sono le banche ad essere infantilmente egoistiche nel non volersi accollare il rischio d’impresa, sono i popoli a comportarsi irresponsabilmente. Ci vogliono convincere che gli investitori bancari-finanziari hanno un diritto inalienabile a non subire perdite o comunque a pagare solo in minima parte per i loro errori ed imprudenze. Una situazione insostenibile, che sussiste unicamente perché la finanza è in grado di ricattare gli esecutivi di qualunque paese, Stati Uniti inclusi. In altre parole, le nostre democrazie sono ora, a tutti gli effetti, delle oligarchie in cui la volontà dei cittadini non è tenuta nel minimo conto, di fronte alle priorità dei tecnocrati e degli speculatori.

LO SPAURACCHIO DEL DEFAULT
I PIIGS saranno distrutti se non seguiranno le istruzioni?
Argentina
e Islanda se la stanno cavando molto meglio:
Invece, nonostante le ripetute promesse che l’austerità avrebbe ridotto il debito irlandese, esso è aumentato e lo spread è rimasto alto. I soldi spremuti dai portafogli degli Irlandesi sono entrati nelle tasche dei banchieri. E ogni volta si è detto alla gente: “questo sarà l’ultimo sacrificio!”. Fino alla successiva, immancabile ingiunzione. Alla fine le banche irlandesi che non dovevano fallire hanno chiuso i battenti comunque, ma a spese di tutti i contribuenti, non unicamente di chi si era assunto i rischi, incautamente. L’economia si è contratta lo stesso, la disoccupazione è salita lo stesso; in più l’Irlanda è stata costretta a prendere in prestito 50 miliardi di euro, un quarto del suo PIL annuale ed ora si trova oberata da un debito dieci volte più grande del necessario. E tutto questo solo per salvare speculatori scellerati che non hanno alcun tipo di legame con la nazione in cui operano, essendo operatori transnazionali e globali. I politici che hanno preso queste decisioni, anteponendo gli interessi delle banche e delle istituzioni internazionali a quelli dei cittadini che li hanno eletti e sottomettendo questi ultimi a condizioni di usura, non sono forse colpevoli di alto tradimento?
L’Argentina si è dichiarata insolvente (default) e lo stesso hanno fatto Russia, Islanda, Messico, India ed Ecuador. Le ultime notizie ce le davano come nazioni ancora esistenti. L’Islanda ha un tasso di disoccupazione del 7%, l’Irlanda del 14%. Una commissione per la ristrutturazione del debito dell’Ecuador ha stabilito che una sua grossa porzione era illegale ed immorale e così è stata cancellata. Cosa è accaduto all’Ecuador? È stato forse tagliato fuori dal mercato delle obbligazioni? Assolutamente no, perché gli investitori sono più felici di fare affari con una nazione risanata ed in crescita che con una strangolata da misure draconiane e sull’orlo di una rivoluzione o di una guerra civile. L’avidità degli speculatori prevale sulle considerazioni riguardanti l’onorabilità e la moralità.
Non sia mai però che la cosa possa sollecitare qualche riflessioni innovativa e controcorrente: troppi pezzi grossi traggono vantaggio dal fatto che le cose restino come sono. Molti sanno cosa è successo ad altre due nazioni che hanno imboccato la via del default. La Costa d’Avorio è ora in mano ad un uomo del FMI e della Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale:
I cieli del Pachistan sono invece controllati dai droni statunitensi:
In effetti, fare default può essere suicida, se non si hanno i mezzi per difendersi dall’imperialismo umanitario occidentale. In Libia una delle prime azioni del governo insurrezionale di Bengasi, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta contro Gheddafi (fallito colpo di stato), è stata l’istituzione della Banca Centrale di Bengasi. Anzi, interrogate gli abitanti dello Zambia a proposito dei risultati delle politiche imposte loro dal Fondo Monetario Internazionale: contrazione di un terzo della sua economia, debito esploso al 150% nel rapporto col PIL.
La Grecia deve fare un default perché tanto prima o poi dovrà farlo comunque e quindi è meglio che accada prima che le tasche dei Greci siano completamente prosciugate. Ma Germania e Francia stanno posticipando questo momento, nella speranza che le loro banche si ricapitalizzino e si preparino all’inevitabile impatto, oppure perché sanno che l’anno prossimo Israele farà quel che intende fare e quindi la Guerra Mondiale sistemerà le cose come successe nel 1939-1940, quando evitò agli Stati Uniti di ripiombare nel baratro della Depressione:

lunedì 24 ottobre 2011

La Grecia è già fallita - si attende la dipartita dell'euro



"La Grecia è fallita. A dirlo non è l’ennesimo studio di banche d’investimento o centri di ricerca, ma direttamente i funzionari della troika che hanno appena terminato la loro revisione sulla finanza pubblica ellenica. Linkiesta è entrata in possesso dell’intero rapporto della troika, composta dai funzionari di Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione europea…Qualsiasi scelta si prenda nel prossimo vertice europeo, ci sono due certezze: la Grecia è fallita e il suo default non sarà indolore".
http://www.linkiesta.it/grecia-default.