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domenica 18 dicembre 2011

Quel che i politici altoatesini non vogliono che si sappia in giro




Sulla base delle diverse condizioni di base e dei fattori strutturali, a Nord e a Sud del Brennero si è sviluppata una cultura della vita privata e pubblica molto diversa. […] il Tirolo ha potuto e voluto rimanere attaccato alla sua tradizione. Presumibilmente non c’è stata la necessità di ridefinire la propria identità. Invece nel Trentino Alto Adige la situazione è diversa. Questa Regione si è in parte integrata nella cultura italiana, ma in parte ha percorso nuove strade. Nel Trentino Alto Adige, con la spinta generata dalla posizione geopolitica e dall’obbligo di inventare un sistema di convivenza plurietnico è sorta la necessità di creare una nuova identità culturale e sociale.
Hermann Denz

Un egoismo e un provincialismo tramandati da generazioni - e che spesso si travestito da indifferenza - restringe talmente la visuale da limitare la vista a piccolissimi ambiti delle molteplici questioni che ci riguardano. Non c'è dunque da meravigliarsi se i tirolesi non vedono oltre i confini del Tirolo e gli svizzeri appena un po' oltre i confini del rispettivo cantone! Sino a quando non ci abitueremo a considerare i nostri problemi nell'ottica più ampia del contesto mondiale continuerà a mancarci il senso storico del tempo e degli avvenimenti. Nessuno può più permettersi di far finta di abitare su un'isola.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”.

Pius Leitner, consigliere provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per legge - l'ingresso in Alto Adige di immigrati anziani e bambini immigrati malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di banalizzazione appunto del Male.
Luigi Gallo, assessore del comune di Bolzano

Un sondaggio condotto nel Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe (48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di 25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2% considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht) e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle leggi locali), ma per il 56,3% non occorre erigere alcun minareto (“Minarette in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio Elisabeth Donat, ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7% considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat e una percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am Bergisel“), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti. Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler Freiheit – come una conferma della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per riunificare il Tirolo.

La più recente rilevazione delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (Ausserbrunner / Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) offre molti spunti di riflessione e diversi motivi di sorpresa.
Ponendo a confronto i dati del 2004 (riportati nella medesima analisi) con quelli del 2009, notiamo che, alla domanda “Cosa ti piace molto dell’Alto Adige?”, l’autonomia riscuote sorprendentemente solo il 43-44% dei consensi, un dato che purtroppo non è stato approfondito dai ricercatori. Forse è ormai un’istituzione che si dà per scontata, nonostante tutti i sacrifici che sono stati fatti per ottenerla. Tra il 2004 ed il 2009, la “tradizione” scende dal 33% al 30% e la possibilità di convivere tra diversi gruppi linguistici è in flessione di ben sette punti percentuali, dal 36% al 29%. I problemi principali presenti in Alto Adige, dal punto di vista dei giovani dai 14 anni in su includono: tossicodipendenza ed alcolismo (oltre il 70%); immigrazione (in salita dal 63% al 67% tra 2004 e 2009); l’estremismo di destra e la violenza (52%), la scarsa democrazia e possibilità di partecipazione ai processi decisionali (che sale dal 21% ad oltre il 37%!), mentre la criminalità è in discesa (dal 35% al 31%), come la divisione dei gruppi linguistici, che è vista come un problema da poco meno del 43%, rispetto al 44% del 2004.
L’immigrazione è perciò decisamente un problema di forte rilevanza. Gli stranieri in Alto Adige, provenienti da oltre 126 paesi del mondo, hanno superato la soglia dei 40mila residenti e si avviano a costituire il 10% della popolazione complessiva, anche grazie al basso tasso di mortalità (sono, di norma, giovani) ed all’alto tasso di natalità. Per un utile confronto, in Trentino, al 1 gennaio 2010, gli stranieri erano oltre 46mila e costituivano l’8,8% della popolazione totale. In Veneto la percentuale ha già superato la soglia del 10% della popolazione totale, come nel comprensorio trentino della Valle dell’Adige. In Alto Adige, come in Trentino, gli stranieri risiedono prevalentemente nei centri urbani.
È chiaro che un fenomeno di queste dimensioni non può lasciare indifferenti ed è altrettanto chiaro che chiunque abbia a cuore le sorti di questi esseri umani migranti, dovrebbe augurarsi che il loro numero si riduca e rimangano solo i migranti per scelta, non per necessità. Una speranza che mal si concilia con le dinamiche del modello capitalista globalizzato.
Così, nell’odierno Alto Adige, anche tra le persone che non considerano l’immigrazione un problema, quasi un 37% pensa ci siano troppi immigrati e, sia tra quelli che la considerano un problema sia tra quelli che l’accettano, vi è una fortissima richiesta (oltre il 70%) di intervento affinché i paesi di provenienza degli immigrati siano aiutati a sistemare i rispettivi problemi. È interessante notare che, tra quelli che vedono l’immigrazione come un problema, oltre un quarto è d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati costituiscono un arricchimento culturale per la nostra provincia” e quasi la metà sottoscrive l’affermazione che “gli immigrati sono indispensabili per l’economia della nostra provincia”. La xenofobia in Alto Adige esiste ed è in crescita, perché “perfino fra i giovani/le giovani che segnalano il problema dell’estremismo di destra e della violenza in provincia di Bolzano, coloro che considerano un arricchimento culturale la presenza degli stranieri in provincia non rappresentano la maggioranza”, ma non è endemica.   
In un paese come l’Italia dove l’ignoranza viene sbandierata ai più alti livelli istituzionali, è importante rilevare il dato che “i giovani provenienti da famiglie in cui né il padre né la madre hanno un titolo di studio superiore alla scuola dell’obbligo, ravvisano nell’immigrazione un grave problema con una frequenza quasi doppia (29,5%) rispetto ai giovani appartenenti al ceto medio o alto. Appare evidente che questo gruppo di giovani ha maggiori problemi nell’affrontare culture diverse o persone di lingua diversa dalla propria”.
Quanto alla separazione dei gruppi linguistici, si tratta di un fenomeno avvertito maggiormente dai residenti urbani. È possibile che, al di fuori dei centri urbani, il contatto con l’altro gruppo linguistico si sia ridotto. In una diversa rilevazione, risalente al 2006 ed effettuata sull’intera popolazione residente, emergeva chiaramente che “sono gli italiani a sentire maggiormente la problematicità della divisione dei gruppi linguistici: il 30,8% ritiene che sia un problema molto presente e il 41,8% che sia presente; per i tedeschi, invece, tali percentuali sono rispettivamente dell’8,5% e del 24,7%”. “La maggior parte degli intervistati (54,4%) ritiene che la situazione sia rimasta invariata rispetto a cinque anni fa” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). Com’era prevedibile, sono più frequenti i rapporti amicali con gli altri membri del proprio gruppo (67,3%), ma oltre un terzo frequenta  giovani di un altro gruppo linguistico (35,0%) e quasi un quarto ha stretto amicizia con degli stranieri (24,5%). All’aumentare dell’età cresce l’eterogeneità degli amici.
Le differenze tra gruppi linguistici sono quasi certamente di natura geografica-demografica: “i giovani di lingua tedesca sono quelli che maggiormente tendono a rimanere fra di loro: il 72,3% ha solo amici ed amiche dello stesso gruppo linguistico. Nei ladini la relativa quota è pari al 74,2%, nel gruppo linguistico italiano si registra il 45,8%”, mentre “le amicizie interculturali si riscontrano invece soprattutto fra i giovani di lingua italiana: il 42,6% ha anche amici/amiche appartenenti ad altre nazionalità/culture. Negli altri gruppi linguistici è circa il 20% a dare tale risposta”. È chiaro che chi vive in città ha semplicemente più opportunità di incontrare e frequentare persone di altra lingua e cultura non presenti su base esclusivamente stagionale. In molti comuni rurali questa è un’eventualità remota. Lo dimostra il fatto che le percentuali di giovani che parlano di un eccesso di immigrati non si discostano molto tra altoatesini (62,1%), sudtirolesi (66,4%) e ladini (71,2%). Le distanze sono più marcate tra chi è in disaccordo con l’affermazione che “sarebbe meglio che gli immigrati tornassero a casa loro”: sono assolutamente contrari il 39,6% dei giovani di lingua italiana, ma solo il 18,3% dei giovani sudtirolesi ed il 15,2% dei ladini. Ma è anche vero che, tra chi è molto d’accordo, le percentuali sono del tutto analoghe: il 12,4% dei sudtirolesi e l’11,8% degli altoatesini (il 16,2% per i ladini). Dunque le divergenze esistono, ma non sono di natura etnico-linguistica.
Il senso dell’obbligo di assistenza nei confronti dei migranti è purtroppo diminuito marcatamente negli ultimi dieci anni, immagino essenzialmente a causa della crisi economica: si è passati da un eccellente 68,0% del 1999, ad un ottimo 62,6% nel 2004, fino ad un mediocre 49,4% dei nostri giorni. Molto positivo è quel 34,8% degli intervistati che considera la presenza degli stranieri come un arricchimento culturale, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto al 1999, a dimostrazione del fatto che, per molte persone, la conoscenza reciproca attenua sfiducia e sospetto ed incrementa il senso di apertura all’altro. Ancora una volta il luogo di residenza – centri urbani o centri rurali – è decisivo. Gli “xenofili” sono proporzionalmente più numerosi tra gli altoatesini (56,1%) che negli altri gruppi linguistici (poco meno del 30%). I ricercatori dell’ASTAT confermano che vi è “una correlazione significativa fra il grado di ostilità ed i contatti con i concittadini stranieri: i ragazzi e le ragazze che più si dimostrano ostili nei confronti degli stranieri sono coloro che più frequentemente hanno solo amici/amiche all’interno del loro gruppo linguistico. I giovani ostili verso gli stranieri hanno molto meno contatti personali con cittadini stranieri. In presenza, invece, di contatti con altre culture o nazioni, l’atteggiamento ostile si attenua sensibilmente. […]. I giovani che hanno amici stranieri dimostrano una maggiore apertura culturale, pretendono in misura minore che gli stranieri si adeguino al mondo culturale locale ed infine tendono meno ad affermazioni negative riguardo ai cittadini stranieri” (pp. 49-51). In piena corrispondenza con questa valutazione, l’estremismo di destra è meno un problema a Bolzano e in Ladinia che nel resto dell’Alto Adige, dove sfiora o supera abbondantemente il 50%. A dispetto dei proclami ufficiali e con buona pace di chi difende la segmentazione etnica, quest’ultima rappresenta perciò una minaccia per la coesione sociale e per la sicurezza dei cittadini. Un dato che dovrebbe far riflettere, in una società normale. 
Passando quindi alla politica, il coinvolgimento è molto basso ed in calo rispetto al 2004. Solo la metà degli intervistati ha partecipato ad uno sciopero o ad una manifestazione politica. In un mondo integralmente globalizzato, sorprende che ben due terzi dei giovani altoatesini/sudtirolesi si interessino poco o niente delle vicende politiche internazionali. Non a caso, solo il 35,4% degli intervistati è curioso di conoscere il mondo, in flessione dal 36,1% del 2004. Il maggior polo di attrazione, la politica provinciale (che batte quella comunale) attira comunque poco più di un 40% di interesse. Ciò che dovrebbe preoccupare è che la democrazia rappresentativa risulta completamente screditata: oltre l’80% dei giovani è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi personali. Non bisognerebbe però tacciare di qualunquismo i giovani dell’Alto Adige. Contrariamente a quanto si aspetterebbero i cinici, “colpisce il fatto che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui politici, come pure l’opinione secondo cui i giovani si interessano di temi politici” (p. 118). È vero che il materialismo sembra dominare l’orizzonte di ciò che è considerato “in”, ma è anche vero che il volontarismo e la solidarietà sono ben radicati e che in testa alla classifica c’è, a pari merito con “avere un bell’aspetto”, anche la voce “viaggiare”. Inoltre trovo molto incoraggiante il fatto che una prospettiva quasi unanimemente condivisa rimanga quella di “metter su famiglia” e che tra i fattori che fanno funzionare un matrimonio al primo posto ci siano lealtà, fedeltà, rispetto e stima reciproci (oltre il 90%) e comprensione e tolleranza reciproche (oltre l’80%) ed agli ultimi posti la “stessa provenienza culturale” (12,6%) e lo “stesso gruppo linguistico” (8,6%).
La mia opinione coincide con quella di Aung San Suu Kyi: “Non trovo niente di sbagliato nelle persone che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine, né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli, anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa, due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro” (Aung San Suu Kyi, 2008, p. 220).

Le notizie veramente cattive provengono dalla sezione dedicata alla violenza, che indica un’allarmante escalation di propensione all'uso della forza rispetto a solo cinque anni fa: “è quasi raddoppiata la quota di giovani altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i propri interessi (dal 12,2% di chi nel 2004 si dichiarava “totalmente d’accordo” o “d’accordo” al 21,2% del 2009). […]. Nel 2009 il 31,4% dei maschi approva il ricorso alla forza fisica, contro il 17,9% del 2004” (p. 148). Persino tra le ragazze che, di norma, rimangono in favore della nonviolenza e timorose di ogni violenza, la percentuale di contrarietà all’uso di metodi violenti è scesa dal 76,9% del 2004 al 69,3% del 2009. Quest’inclinazione diminuisce all’aumentare dell’età, ma rimane piuttosto alta anche nella classe 23-25 anni (16,6%), dove è più che triplicata (!) rispetto al 2004 (raddoppiata tra i 20-22enni). L’ineludibile constatazione degli analisti è che “anche il solo fatto di approvare un comportamento violento è in crescita tra gli adolescenti: coloro che pur non adoperando mai la forza fisica, ritengono comunque giusto che ci siano persone che mettono a posto le cose in questo modo, sono passati dal 18,6% del 2004 al 23,2% del 2009, mentre rimane sostanzialmente stabile la quota di coloro che reputano normale l’uso della forza fisica nel genere umano per imporsi (dal 14,8% al 15,0%)”. Si sottolinea infine che chi ha ricevuto un’educazione violenta tende a comportarsi in modo più violento e chi ha avuto genitori più propensi al dialogo sceglierà la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Quello della violenza è il problema centrale della nostra specie e della nostra civiltà. Non siamo miti, tendiamo all’egoismo, all’egocentrismo ed alla sopraffazione e per di più abbiamo raggiunto un livello di avanzamento della nostra tecnologia bellica e neurocognitiva che garantisce la nostra autoestinzione o la nostra riduzione in un asservimento inebetito. È dunque quanto mai stupefacente che, sul tema della violenza domestica ed extra-domestica, gli autori dell’indagine sugli stili di vita e orientamenti di valore in provincia di Bolzano del 2006 abbiano dovuto rimarcare come “la decisione di effettuare questo sondaggio è legata alla scarsità dei dati disponibili in questo ambito. Finora in Alto Adige sulle cause e le conseguenze della violenza in famiglia non esistono dati rappresentativi” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 154). È ancora più paradossale che ciò avvenga proprio in Alto Adige, una regione con una storia di violenza politica da una parte e dall’altra del crinale etnico-linguistico ed in cui il conflitto permanente tra gruppi umani è stato istituzionalizzato.
È plausibile che ciò sia avvenuto perché, dato il robusto sostrato autoritario di entrambe le culture dominanti (quella di lingua tirolese-tedesca e quella di lingua italiana – si vedano i dati che seguono), la ragionevole definizione di “violenza” adottata dai ricercatori dell’ASTAT – “ogni azione compiuta (oppure la relativa minaccia) da una persona per recare danno ad un’altra persona o per costringerla a fare (o non fare) qualcosa, senza tener conto o violando la volontà dell’altra persona” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 153) – sarebbe rigettata categoricamente anche da molti esponenti politici. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questa definizione, che condivido, Gandhi e Tolstoj, due apostoli della nonviolenza, erano estremamente ed intollerabilmente violenti nei confronti delle loro famiglie. Quasi tutte le loro biografie fanno riferimento non solo all’occasionale impiego della forza contro le rispettive mogli ma anche ai ricatti psicologici più feroci, all’uso del digiuno (Gandhi) e del vittimismo (Gandhi e soprattutto Tolstoj) come arma di coercizione. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, ma deve solo aiutarci a capire che siamo tutti, inevitabilmente violenti. Non c’è una Bestia Interiore pronta a scatenarsi su tutto e tutti, ma non siamo neppure degli angeli storditi da una cultura della violenza: siamo contemporaneamente angelici e demonici e forse proprio questa interazione ci consente di maturare spiritualmente, apprendendo dai nostri errori e imparando ad essere tolleranti verso le manchevolezze altrui, che quasi sempre sono anche le nostre. 
Perciò Gandhi e Tolstoj non potevano che essere violenti, a dispetto delle loro migliori intenzioni, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni – quelle giustamente esaltate dai due suddetti maestri spirituali. L’esistenza stessa di questi aneliti dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi e vizi innati e cronicizzati – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse qualcuno proviene e dove forse qualcuno è diretto, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931). Un’utopia, ma un’utopia da impiegare come riferimento ultimo.

Alla luce di quanto detto, il sistema di proporzionale etnica è un vero e proprio atto di violenza ai danni di chi non vuole essere incasellato per la sua intera esistenza a beneficio di una minoranza di militanti dell’etnia. In altre parole, l’attuale sistema è un apparato di legittimazione di una violenza psicologica e spirituale, “giustificato” dalle violenze (anche fisiche) del passato e da quelle che potrebbero insorgere negli anni a venire. Purtroppo però, come dimostrano questi studi empirici, è proprio la sua attuale conformazione ad assicurare che rimangano alti il livello della tensione e la possibilità che questa stessa tensione sfoci nella violenza. Che questo dato di fatto non sia riconosciuto come tale non sorprende, proprio alla luce del fatto che il tema delle violenze domestiche è stato metodicamente trascurato per così a lungo e che molte altre forme di violenza, dal ricatto, alla minaccia, al controllo coercitivo, allo stalking (pedinamento/persecuzione), alla privazione del sonno, al sconfinamento in casa, alla distruzione di oggetti di valore affettivo, all’istinto di possesso, alla gelosia maniacale, alla critica distruttiva, all’umiliazione non sono probabilmente identificate come tali.
Riguardo alla violenza fisica, i dati indicano che 13 donne su 100 e 5 uomini su 100 hanno subito nella loro infanzia/gioventù violenza sessuale in una forma qualsiasi, quasi mai da sconosciuti (6,6%). “Il 7,2% degli uomini e l’8,2% delle donne afferma di avere subito dal partner attuale una qualche forma di violenza fisica. Includendo anche i partner precedenti, la percentuale sale complessivamente al 9,0%”. Il 30% di chi chiede aiuto è un uomo e si registra una “forte correlazione tra uso di stupefacenti e maggior ricorso alla violenza”. Dopo il Meridione d’Italia, la maggior concentrazione di denunce per violenze domestiche si registra in Friuli ed in Alto Adige. C’è ragione di credere che l’omertà diffusa celi un considerevole numero di abusi, ma va anche detto che è altrettanto possibile che questi valori indichino invece una maggior propensione alla denuncia, rispetto ad altre aree (Savona/Caneppele, 2006).
La ricerca demoscopica del 2006 (pubblicata nel 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di (in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente d’accordo con la condotta severa della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità, mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe maggiore tolleranza ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo endemica. Questa mia impressione è confortata dal 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini tra i 14 e i 25 anni (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010).
Cosa ci dicono invece le due indagini sul ruolo e la condizione delle donne? Ci dicono che permangono idee spiccatamente tradizionali: oltre il 40% di uomini e donne ritiene che le donne dovrebbero lavorare solo se costrette da necessità economiche e, mentre “le donne continuano ad accollarsi la maggior parte dei compiti domestici” e subiscono violenze domestiche con una frequenza considerevole, oltre il 75% degli intervistati non crede che la discriminazione contro le donne sia un vero problema (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). La situazione non migliora tra i giovani, tra i quali, “La discriminazione della donna o dell’uomo sono considerati problemi di lieve entità da tutti i gruppi socio-demografici, non raggiungendo la soglia del 10%” (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). Ci sarebbe di che rimanerne sbigottiti, se non fosse un risultato tristemente scontato in una società pronunciatamente patriarcale (Fait/Fattor, 2010).
Infine la fede. La Chiesa è ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54 anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali in genere. La laicità, ossia la tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma:

“L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63).

Il quadro che ne ricaviamo è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa, suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man mano che si passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato al sentimento etnico (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, p. 20-21).
Il problema è che, di norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente, inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo, in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà “di frontiera”, non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è anche più forte e tenace in società come quelle dalle quali provengono tanti immigrati.
Lo scontro di paradigmi reazionari potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di “democrazie” populiste – come in Israele e nell’Est Europa –, legate ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.

giovedì 24 novembre 2011

Come difendersi dai manipolatori da forum (e da noi stessi)



In ciascuno di noi alligna un manipolatore, un ricattatore psicologico e morale. In qualcuno è più forte che in altri. Su FB questa brutta bestia si scatena. Il problema è che qualcuno ne è consapevole, altri lo sono meno, altri ancora si sentono invece perennemente vittime di manipolatori arroganti e sfrontati e, in quanto vittime, si percepiscono come inoppugnabilmente innocenti, pur essendo maestri della manipolazione. Non è necessariamente detto che ne siano consapevoli, anzi. Nessuno è mai pienamente consapevole di quel che pensa, dice e fa.  
Cerco di identificare i tratti distintivi di questa brutta bestia che alberga in noi, nella speranza che ciò serva a tenerla sotto controllo.
I manipolatori sono aggressivi ma fingono di essere equanimi ed assertivi. Possono esserlo scopertamente o dissimulando l’aggressività.
La tattica è quella della vittimizzazione: affermano di essere stati feriti, di essere pieni di sollecitudine per gli altri, di essere attaccati. Non attaccano mai, secondo loro, sono gli altri ad attaccarli, quindi sono sempre innocenti.
Ci tengono sotto costante pressione, sfruttando il ricatto psicologico, il senso di colpa, le nostre debolezze ed insicurezze, tra queste anche la nostra riluttanza ad esprimere giudizi severi su una persona e a non concedere altre chance.
Il manipolatore ha una personalità aggressiva ed impiega ogni mezzo per ottenere il controllo dell’altro e della discussione. L’aggressore si rifiuterà di ammettere di aver fatto qualcosa di sbagliato o di aver ferito qualcuno. Mente a se stesso ed agli altri. “Chi...io?”: fare l’innocente serve a far credere all’aggredito che le sue accuse sono ingiustificate, a farlo sentire in colpa, a farlo vergognare in pubblico (sfrutta la coscienza della vittima come arma contro la vittima stessa: sei indifferente, aggressivo, egoista, mi stai ferendo, ecc. – lui/lei è immune da questo tipo di reazione colpevole/empatica).
L’aggressore si rifiuta di prestare attenzione a quel che l’aggredito sta dicendo: ha un obiettivo e rimuove ogni ostacolo sul suo percorso. Sfrutta la razionalizzazione, ossia una spiegazione vagamente sensata di un certo atteggiamento che serve a placare le ansie dell’aggredito e a giustificare l’aggressore: se riesce a convincere la vittima, allora sarà in grado di fare tutto quel che vuole.
Il manipolatore è abile nel cambiare discorso, rimanere costantemente in movimento, sgusciante, in modo da impedire all’aggredito di focalizzare. Usa distrazioni e diversivi per far deragliare la discussione e fuorviare la vittima. Usa menzogne, inganni e mezze verità. Di nuovo, non è detto che ne sia consapevole. Quasi nessuno di noi lo è, quando si comporta così.
Spesso il manipolatore si avvale della mimesi: finge di lavorare per una nobile causa (servire Dio, proteggere la natura, venire incontro alla volontà del popolo, servire la vocazione artistica, ecc.), ma lo scopo è quello di raggiungere una posizione di dominanza nei confronti degli altri. Lusinga la vittima per sedurla e farle abbassare le difese. Poi minimizza: il suo comportamento non è davvero così aggressivo o irresponsabile come la vittima vuol far credere; la montagna ha partorito il topolino.
I manipolatori - incluso il manipolatore che è in noi - sono deleteri per tutti, non solo per la vittima di turno.
Quando qualcuno dice quello che pensa, pubblicamente, senza paura della disapprovazione della folla, deve avere un gran coraggio, ma i benefici sono immensi. L’esito è che qualcuno avrà le idee più chiare, qualcun altro, che già la pensava a quel modo, troverà la forza di prendere esempio: “ehi, non pensavo che certe cose si potessero dire, che si potesse dire pane al pane e vino al vino senza paura che qualcuno se la prendesse”.
Purtroppo la dittatura del Politicamente Corretto ha consentito che circolassero imperativi come quello di procedere sempre come se fossimo in un campo minato, per tema di dire qualcosa che possa offendere qualcuno, indipendentemente dalla ragionevolezza di quel che va detto e dell’immatura permalosità di questo qualcuno: “meglio stare attenti a quel che diciamo”, “la cosa importante non è la verità ma non offendere nessuno, non spiacere a nessuno”.
Questo è il viatico per il dispotismo: una società passiva, disumanizzata, soggiogata da un potere che sopprimere ogni dissidio, ogni dissenso, ogni conflitto. Dire la verità diventa un tabù, un’offesa, quando il branco ammira il vestito del re, che è nudo. Finché qualcuno, innocentemente o scaltramente, grida: il re è nudo. Questo non per far imbestialire la gente, ma perché sa che la verità è un valore che trascende il bisogno di essere accettati, di approvazione sociale, specialmente se questa approvazione si sostiene su di una menzogna, su di un inganno.
Perciò la semplice azione di dire quello che si pensa, con argomentazioni solide e sostanziate e non con chiacchiere da bar, può avere ripercussioni imprevedibili, come nell’immagine del battito di una farfalla che produce un ciclone all’altro capo del globo. Così facendo si socchiude una porta e qualcuno ha la possibilità di entrare, mentre prima quell’opzione era preclusa. A questo punto, però, non è giusto trascinare dentro le persone, ognuno deve agire autonomamente, non si può scegliere per gli altri, una volta che questi sono adulti.
Detto questo, di fronte alle idee false, alla pseudoinformazione, al sentito dire, alle contraddizioni mascherate da profondità intellettuale, al relativismo morale spacciato per suprema tolleranza, all’aggressione verbale di chi non sa che argomenti opporre, l’unico comportamento adeguato è quello della lotta senza quartiere. Non si fanno compromessi sulla verità (con la v minuscola):
*****
Spesso una devozione infantile è un’indicazione particolarmente limpida del livello di intelligenza e di ragionamento necessario a sostenere entusiasticamente certe tesi.
Da dove nasce questo cultismo? Se certe idee sono davvero così grandiose, com’è che le argomentazioni dei loro sostenitori sono così carenti?
Ci si aspetta che crediamo a tutto quello che ci dicono i nostri governanti-genitori, come dei bravi bimbi, senza mai neppure tentare di guardare oltre lo schermo, di scrutare sotto la superficie delle cose, in profondità, convincendoci che in effetti non c’è alcuna profondità e non c’è nulla dietro lo schermo? È un modo di pensare da adulti questo? 
È giusto essere lieti – come Socrate – se ci se ci sono obiezioni e critiche, ma se in risposta non arrivano ragionamento intelligenti ed informati che entrano nel merito delle cose ma si fissano su dei dettagli, cosa dovrebbe significare? Che non c’è vera riflessione ma solo fervore, che manca un’autentica dedizione alla ricerca della verità.
Queste persone, quando aprono la bocca e mettono le dita su una tastiera, possono fare un ottimo lavoro nello screditare la tesi che difendono. Si tratta di avere pazienza.
Prima o poi se ne escono con frecciatine, allusioni, giudizi impressionistici assestati sotto la cintura che mettono in luce difetti caratteriali, compromettendo la propria credibilità. Chiunque tenga alla propria credibilità ed onorabilità non dovrebbe abbassarsi a tanto.
La classica mossa del manipolatore è quella di insinuare che l’interlocutore è sulla difensiva. È quello che rivela che è più interessato alla competizione che alla ricerca della verità. Seguono altre insinuazioni sulle reali motivazioni della vittima (fatte da perfetti sconosciuti). La verità o la falsità di un’argomentazione è irrilevante per lui o per lei. Il manipolatore semina dubbi in merito alle reali intenzioni e valori dell’altro dibattente, alla sua disponibilità ad esaminare la questione in modo costruttivo.
Bisogna tenere a mente che l’integrità intellettuale non dovrebbe essere compromessa dalle diversioni, essa fiorisce nel terreno di una prospettiva solidamente informata e critica.
Le repliche del manipolatore non rispondono a nessuna delle questioni che si mettono sul tavolo. Molto di quel che scrive o dice ha poco a che vedere con quanto avete detto o scritto voi e molto con il tentativo di aggirare degli ostacoli che evidentemente trova insormontabili. Sarebbe meglio navigare in internet ed attrezzarsi per superarli invece di agire d’astuzia, ma la cosa richiede una certa dose di umiltà, che non sempre è presente.
Meglio far perdere tempo sviscerando quel che è già ovvio ai più, toccando temi che nessuno ha proposto o ritenuto rilevanti, come se invece lo avessero fatto, senza saper spiegare perché l’avrebbero dovuto fare. È un modo di aggirare il merito della questione, di allontanare la discussione dai nodi critici, invece di affrontarli, di parlarsi senza ascoltarsi, mentre per discutere bisogna rimanere all’interno di una conversazione, non andare per il seminato. Chiarire o oscurare? Dialogare o deragliare?  Buona fede o mala fede?
La persona intellettualmente integra (e nessuno di noi lo è veramente, purtroppo) ha come obiettivo quello di cercar di capire e di far capire questioni anche estremamente complicate. A questa persona interessa poco convertire qualcuno al suo punto di vista se questo non avviene in virtù del valore delle cose che dice. Cosa se ne fa di tifosi, se cerca collaboratori?
Ciascuno di noi, posto di fronte ad un manipolatore, constata che i suoi sforzi sono ignorati e le sue domande non ottengono risposta, mentre invece si pretende da lui/lei che risponda a tutte le obiezioni.
La virtù di FB è che è un forum che non è stato pensato per raggiungere un consenso, ma per offrire lo spazio per un dibattito, anche animato, visto che alcune questioni sono delicatissime e ci coinvolgono emotivamente in misura profonda.
La democrazia ricerca un consenso maggioritario, ma si nutre di voci dissonanti, altrimenti sarebbe una monarchia, un’oligarchia, una tirannia o un totalitarismo. Per questo è richiesto il rispetto dell’interlocutore ma non quello delle sue idee, che vanno anzi esaminate criticamente e respinte con vigore se ritenute infondate. In una discussione non è opportuno cercare di convertire qualcuno, intromettersi tra una persona e le sue convinzioni. Il rapporto tra una persona e le sue convinzioni è una cosa privata. Nessuno può parlare a nome mio. Quel che si dovrebbe fare, invece, è esporre le proprie idee e le informazioni in possesso e vagliare le altrui idee ed informazioni. Il modello è quello del bambino che grida: “il re è nudo!” Non sta cercando di evangelizzare nessuno, sta solo notando una cosa pubblicamente, sta mostrando quello che dovrebbe essere evidente a tutti.
Nei dibattiti, però, non ci si conosce personalmente e ci possono essere fraintendimenti e pregiudizi in gioco. Questo  è più facile quando i punti di vista sono molto diversi.
Il manipolatore,  quello pugnace, si sveglia ogni mattina cercando un’opportunità di sentirsi offeso. Sguazza nelle questioni che creano automaticamente frizioni, attriti e poi si dimostra ipersensibile. Scende subito su un piano personale o proietta sull’interlocutore la sua tendenza a mettere tutto su un piano personale. Non si può dibattere con queste persone, perché si uccide qualunque confronto quando ci si deve irragionevolmente preoccupare di non dare un dispiacere a qualcuno per una cosa che si dice o il modo in cui la si dice (se questo rimane comunque civile).  Non si va da nessuna parte. In un forum l’unica regola è quella di non cincischiare facendo perdere tempo a chi vi prende parte. Non si risponde a qualcuno senza aver letto la sua replica ad una nostra domanda o sollecitazione. Non si risponde rimanendo nel vago, girando intorno alla questione, senza dire qualcosa di concreto, definito e coerente. Bisogna mostrare rispetto per l’interlocutore. Se si contestano le sue idee è opportuno farlo dati alla mano, non con dei sentito dire, generalizzazioni ed impressioni.
Quando è il manipolatore a prevalere, non c’è verso. Si deve concludere che non è neppure remotamente interessato al potenziale insito in un dibattito ragionato, informato, critico. Va benissimo, non è obbligatorio esserlo, ma questo esclude qualunque margine di conversazione degna di questo nome: se ci sono delle repliche supportate da dati di fatto, sentiamole, altrimenti ognuno per la sua strada.
In particolare, è meglio sganciarsi immediatamente da un confronto con chi, implicitamente, ridicolizza ogni tentativo di fare chiarezza su una questione molto più oscura di quel che ci è dato ad intendere. Sorprendendosi, magari, del fatto che qualcuno debba comunque perdere tempo con noi.

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lunedì 14 novembre 2011

Il narcisista umanitario - parte prima (Camus, "La Caduta")



L’unico imperativo morale che abbiamo non è quello di salvare il mondo per renderlo uguale a noi, ma quello di costruire relazioni rispettose e generose con le nostre alterità.
Marco Deriu

C’è un giudizio fatale che Arthur Schnitzler mette in bocca al medico socialista ed ebreo Berthold Stauber in “Verso la libertà”: “E non nego di avere, su questo tema, diverse idee che tendono in quella direzione e che sulle prime potrebbero sembrare crudeli. Ma il futuro, io credo, appartiene a queste idee”. Le idee in questione, espresse da un uomo che reputava di essere animato dalle più nobili motivazioni umanitarie, riguardavano l’eliminazione delle persone inadatte alla vita in società.
La sua è una sensibilità gnostica, legata al feticismo delle idee, a detrimento della dignità delle persone, ed alla vocazione assolutista di chi vive di idee, che sfocia molto spesso nel disprezzo per le persone comuni. Si legga quel che affermava il biologo e genetista comunista J.B.S. Haldane in un saggio dal titolo: “The inequality of man and other essays” (1932: 213): “Non so cosa farmene di quelle persone che non sono a contatto con il mondo invisibile [quello delle idee, teorie, teoremi, leggi scientifiche, postulati, ecc. NdR]. Nella migliore delle ipotesi sono dei buoni animali, ma quasi sempre neppure quello”.
A detta di Emerson (1857), ben pochi geni avevano saputo evitare di manifestare pubblicamente questa boria spregevole, e questo perché le realizzazioni terrene non corrispondevano mai alle idee pure, ai progetti ideali che avevano formulato nelle loro menti.
La discrepanza tra realtà e immaginazione è tale che il narcisista trova arduo non provare disgusto per ciò che stona, fossero pure degli esseri umani. Dimostra povertà di spirito e scarsa empatia, tratta gli esseri umani come oggetti utili ad alimentare il proprio bisogno narcisistico, si chiude autisticamente nel suo bozzolo di certezze, nel suo personale universo di determinismi riduzionistici che lo deresponsabilizzano e spostano la colpa sui difetti congeniti degli altri. Necessita di ordine e chiarezza e li può trovare anche nella superstizione del gene onnipotente, della tradizione ordinatrice, dell’identità totalizzante e neo-tribale, cioè nell’idea per sé, immacolata ed omogenea, nel marchio prestigioso. La mitologia della virilità e l’esaltazione dell’appartenenza al gruppo procedono dal narcisismo: amare se stessi non va bene ma se ci si riconosce in un gruppo o ci si identifica nei propri eroi, questo è un modo efficace di depenalizzare il narcisismo.
Un’idolatria che è anche un terribile auto-inganno e che bolla come minaccia tutto ciò che contamina la purezza dell’idea e dell’immagine. Se questa minaccia non viene opportunamente neutralizzata la condanna è all’alienazione. Per questo ci sono esseri umani che sono rivoluzionari di professione, ossia non possono far altro che continuare a combattere per un’idea fissa. Un inconscio processo di alienazione è già in atto, perché il narcisista è già schiavo delle sue idee fisse. I totalitarismi altro non sono che manifestazioni su vasta scala del medesimo fenomeno, vere e proprie epidemie di narcisismo e psicopatia. Sogni narcisistici trasformati in fantasie di onnipotenza ed incubi globali.
Ciò potrà sembrare strano per chi è abituato, erroneamente, a pensare al narcisismo in termini di egocentrismo ed eccessivo amor proprio. In realtà non è così semplice. Il narcisista, se privato della sua sorgente di conferme e rassicurazioni, si sente vuoto e depresso, inutile, senza scopo, amorfo, ansioso ed insicuro. Soffre di considerevoli oscillazioni nell’autostima e può arrivare a credere che la vita non sia degna di essere vissuta. Per evitare questo tragico epilogo sente l’impulso di aggrapparsi ad una qualche figura o idea dominante che fornisca un sostegno solido. Anela la fama e l’ammirazione, perché queste portano con loro l’universale approvazione. Se non può conseguirla si attacca al culto della celebrità. Molti binomi padrone-servo potrebbero essere tranquillamente invertiti, perché entrambi sono narcisi ed hanno bisogno di quel tipo di rapporto patologico più di quanto necessitino un certo status. È il vuoto interiore, l’inautenticità, la perdita di senso, l’incertezza del futuro che paventano più di ogni altra cosa. La superficialità non è un problema, il narcisista è in ogni caso antropologicamente pessimista, il suo pensiero non è mai profondo, né lo è la sua stima nei confronti degli altri esseri umani, che non sono mai suoi simili. È banalmente maligno, direbbe la Arendt, ma il suo male non è mai banale.
Il consumismo, l’esibizionismo, il feticismo, il presenzialismo, il culto dell’immagine televisiva, dell’essere sul piccolo schermo ad ogni costo (il velinismo che affligge anche l’intellettuale da palcoscenico), l’illusionismo nella sua accezione più ampia: questi sono gli ingredienti tipici dell’habitat del narcisista. Il suo panorama interiore è dozzinale, la vita della sua mente blanda. Non potendo contare su una vita ultraterrena, esorcizza lo spettro della morte concentrandosi sull’immagine e sull’idea, credendole immortali e si autoipnotizza, dissipando il suo potenziale. Il suo amor proprio è dunque fragilissimo e la concentrazione su di sé in realtà è molto precaria e può mutarsi molto facilmente in attaccamento fanatico ad un movimento e ad un leader che incarnino le idee fisse che danno senso alla sua esistenza, almeno provvisoriamente. Insomma il narcisista non è autonomo ed indipendente, non ha alcun serio controllo sulla sua esistenza. Al contrario è eterodiretto, assimilato in fazioni, sette, tribù, razze, campanilismi, integralismi e militanze varie, riflessi distorti della realtà, drogato di lusinghe, vezzeggiamenti, adulazioni, apprezzamenti di un sé illusorio, falso e privo di valore, che ha bisogno di ripetute conferme. È una comparsa nella sua vita, non il protagonista, anche se non se ne rende conto e profonde impegno e risorse per rinsaldare ancora di più questo stato di cose.
Sebbene questo tipo di personalità abbia un carattere patologico, un’inclinazione più o meno forte al narcisismo è presente in ciascuno di noi (anche se nelle donne è forse più diffuso l’istrionismo) e, quando si fonde con il cinismo, le conseguenze possono essere tremende. Il cinismo, nemico mortale di un salutare scetticismo, è l’atteggiamento profondamente infantile, sterile e deleterio, nonché autodistruttivo, di chi ha già deciso che il mondo e la società sono corrotti, gli esseri umani non sono degni di fiducia perché animati solo dall’interesse personale, da istinti egoistici, dall’inclinazione a fregare il prossimo. Il cinismo è la condanna a morte del riformismo, dell’idealismo, dell’umanitarismo sincero, della cooperazione, del senso del dovere, della speranza e quindi, più in generale, della democrazia e del progresso morale e spirituale.
Narcisismo e cinismo possono formare una salda alleanza quando il cinico narcisista ritiene di essere l’Ultimo dei Puri. Quest’intesa può infiammare l’immaginazione di chi ha potere decisionale e può determinare le sorti di milioni di persone, viste come materiale umano da rimodellare a proprio piacimento, per renderlo compatibile con una certa concezione di società ideale, a propria immagine e somiglianza. Fu il caso di Mussolini e di tanti altri demagoghi di più recente conio. In una società in cui Dio è morto non esistono limiti, se non quelli costituzionali, a ciò che il cinico narciso al potere può arrivare a compiere nella sua ricerca di purezza, autenticità e senso. D’altra parte narcisismo ed empatia sono incompatibili e senza empatia non c'è condotta morale.

Il narcisista umanitario (anche quando non è uno psicopatico integrato) è una minaccia permanente.

Albert Camus ha, a mio parere, scritto il suo capolavoro quando ha affrontato proprio questa problematica. La breve opera in questione è “La chute” / “La caduta” (1953).
Ecco la mia sintesi di quelli che personalmente considero i passaggi centrali (ma consiglio vivamente di leggerlo).

La mano caritatevole che si tende verso il cieco per aiutarlo ad attraversare la strada – il mendicante che si avvicinava alla mia porta: esultavo. Dopo tutto vivere in alto resta ancora l’unica maniera d’essere notato e salutato da un gran numero di persone. Ero fatto per avere un corpo, per risiedere nella materia. Non credevo in alcuna religione ma mi sentivo autorizzato ad essere felice da un qualche decreto superiore. Ogni gioia mi faceva desiderare la prossima. Forse non amiamo veramente la vita, è solo la morte che risveglia in noi i sentimenti: quanto ci mancano gli amici deceduti, quanto veneriamo i maestri che non parlano più, la loro bocca piena di terra. È la morte fresca che noi amiamo, la morte dolorosa, cioè le nostre emozioni, ossia noi stessi. L’uomo non può amare senza amarsi. Non si può vivere senza dominare o essere serviti. Ogni uomo ha bisogno di schiavi come ha bisogno di aria pura. Anche l’ultimo degli ultimi avrà un figlio o un animale da comandare. Ad ogni ragione se ne può opporre un’altra, solo la potenza taglia corto. Ma io voglio essere servito con il sorriso sulla bocca, se mi servono con l’aria triste avvelenano le mie giornate. Per questo è importante avere servi ma chiamarli uomini liberi, per non esasperarli. Così loro sorrideranno e noi avremo la coscienza a posto. Io, io, io, ecco il refrain della mia vita, l’unica continuità. Mi sentivo libero rispetto a tutti per la semplice ragione che non riconoscevo nessun altro come mio pari: più intelligente, più sensibile, più avveduto. Quando mi occupavo degli altri lo facevo con degnazione. Ci sono persone la cui religione è quella di perdonare tutto, senza però dimenticare nulla. La verità è che ogni uomo intelligente sogna di essere un delinquente e di regnare sulla società con la sola violenza. Che importa umiliare il proprio spirito se in quel modo si arriva a dominare il mondo? Macché difensore dei miserabili, mi piaceva prendere le parti degli accusati perché non ero io al loro posto e ciò mi rendeva eloquente. Quando invece ero io sul banco degli imputati diventavo un giudice inflessibile dei miei accusatori. Non sono mai stato misogino, ho sempre considerato le mie donne superiori a me: collocandole così in alto, le potevo usare più di sovente che servirle. Ho avuto un solo grande amore nella mia vita: me stesso. Un’incapacità congenita di vedere nell’amore qualcosa che non fosse quel che volevo vederci: piacevole e, coniugata con l’oblio, favoriva la mia libertà. Credevo a quel che dicevo, recitavo bene il mio ruolo [Mirabeau diceva di Robespierre: “Quest'uomo andrà lontano, perché crede in tutto ciò che dice” – NdR].
Non ci si può augurare la morte del mondo intero né, al limite, spopolare il pianeta per godere di una libertà che altrimenti sarebbe inimmaginabile. Non potevo vivere che a condizione che tutti gli esseri fossero concentrati su di me, privi di vita indipendente, pronti a rispondere alle mie chiamate in qualunque momento. Per essere felice bisognava che gli altri non potessero vivere. Potevano ricevere la vita solo da me, a piccole dosi. Conoscevo i miei difetti e me ne dolevo, ma continuavo comunque a dimenticarli, con meritoria ostinazione. L’idea più naturale per l’uomo è quella della sua innocenza. Ciascuno esige di essere innocente, a qualunque prezzo, anche se ciò comporta accusare il genere umano o il cielo. In genere tendiamo a confessarci con le persone più simili a noi, con le nostre stesse debolezze; questo è perché non desideriamo correggerci, migliorarci, cerchiamo complicità. Ogni eccesso diminuisce la vitalità e quindi la sofferenza. Non c’è nulla di frenetico nel vizio, nella corruzione. Non è che un lungo sonno, indifferenza, stasi dell’umore, assenza di umore.
Attribuiamo a un rivale i pensieri meschini che abbiamo avuto nelle medesime circostanze. Ci sono sempre delle ragioni per uccidere un uomo. È, al contrario, impossibile giustificarne l’esistenza.

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mercoledì 26 ottobre 2011

300 milioni di psicopatici se ne fregano della nonviolenza e dei diritti


Sospetto che il nostro tempo non sia semplicemente o principalmente un’età di follia ma un’età di psicopatia. Più precisamente: penso che una nota chiave della nostra epoca sia la manipolazione psicopatica di ansie psicotiche. Si fa leva sull’annichilimento apocalittico e su altri terrori catastrofici, approfittandosene
Michael Eigen, "Età di psicopatia", Milano: Angeli, 2007, p. 15.
Non deve dunque meravigliarci il fatto che molti psicopatici occupino delle posizioni di comando; ci meraviglia il fatto che in tali posizioni non ce ne siano in numero ancora maggiore...uno dei grandi problemi di ogni società, di ogni istituzione politica o di altre grandi istituzioni, consiste nell'impedire che, con il tempo, degli psicopatici privi di scrupoli, compensati e socialmente integrati, prendano in mano il potere...sono convinto che una democrazia nella quale i cittadini non siano in grado di smascherare gli psicopatici sia destinata a essere distrutta da demagoghi assetati di potere. In Svizzera, la "resistenza" contro le grandi personalità, la preferenza in politica per le figure mediocri sono connesse alla naturale tendenza a impedire, in ogni caso, che gli psicopatici prendano il potere...Questi "grandi criminali" (Alessandro Magno, Gengis Khan, Napoleone, Guglielmo II, Hitler, Stalin....) distruggono la vita di milioni di persone…Soltanto attraverso il dominio distruttivo e la seduzione dei popoli essi riescono a illudersi di non essere più degli emarginati.
Adolf Guggenbühl-Craig, "Deserti dell'anima: riflessioni sull'eros e sulla psicopatia", Bergamo: Moretti & Vitali, 2001, pp. 177-179.
Si ritiene che la politica mondiale sia tremendamente complicata e quindi incomprensibile, ma si tratta solo di un poker per il potere, spesso incredibilmente semplice, grossolano, primitivo. L’unica cosa che conferisce ai politici un alone di superiorità è il fatto che essi mantengono segrete le loro mosse e poi ci mettono di fronte ai fatti compiuti. La nostra sorpresa e il nostro stupore ci inducono a pensare che dietro il tutto debbano esserci state manovre estremamente complicate, ma in realtà la cosa si distingue appena dai giochi di guerra dei bambini: si tratta solo di un gioco di banditi, di assassini di massa, di psicopatici. […]. Basta solo leggere le biografie degli uomini di Stato, dei condottieri, dei magnati dell’industria, per rimanere colpiti dalla banalità, dalla scarsità di variazioni nei motivi che li spingono ad agire.
Peter Weiss, „Notizbücher 1971-1980“, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1981, p. 600.
Chi è privo di scrupoli morali, chi è pronto a mentire e a farsi strada fino alla vetta con l’imbroglio, chi fa promesse che non potrà mantenere e può [arrivare persino a uccidere] i propri rivali, ha un grande vantaggio su quanti sono frenati dal concetto di onestà…la brama di potere spesso serve a compensare qualche aspetto peculiare, fisico o psicologico.
Hugh Freeman, “Le malattie del potere”, prefazione di Giorgio Galli. Milano : Garzanti, 1994.
La personalità psicopatica (antisociale) si organizza sulla manipolazione cosciente degli altri e sulla ricerca di potere sugli altri. Si tratta di persone con elevati gradi di aggressività predatoria, e poiché sono incapaci di esprimere emozioni esse agiscono invece di parlare. A livello profondo presentano una mancanza di attaccamento alle altre persone, che vengono quindi considerate come pedine, utilizzate per dimostrare il proprio potere. le personalità psicopatiche non riconoscono le emozioni e le associano alla debolezza ed alla vulnerabilità. La loro infanzia è spesso caratterizzata da insicurezza e caos, un insieme confuso di estrema severità ed eccesso di indulgenza. I bambini che diventano psicopatici sono stati materialmente viziati ed emotivamente deprivati….Gli psicopatici da bambini hanno prima sviluppato un senso irrealistico di superiorità e in seguito, nella vita, attraverso l’esercizio del potere cercano di ripristinare la loro traballante autostima. Un sentimento profondo degli psicopatici è l’invidia primitiva, per questo essi cercano di distruggere ciò che li attrae. E’ noto che gli psicopatici psicotici uccidono ciò che li attrae. Essi tendono a svalutare e a disprezzare ciò che appartiene alla sfera della tenerezza perché ne sentono inconsciamente la mancanza. Le principali difese delle personalità psicopatiche sono il controllo onnipotente, l’acting out unito spesso alla dissociazione…Un indice diagnostico cruciale di psicopatia è la minimizzazione (dissociazione) delle azioni compiute che porta a considerare gravi azioni violente come “leggeri diverbi”,fino all’amnesia totale dei crimini violenti.
Fabbro Franco, "Neuropsicologia dell'esperienza religiosa", Astrolabio Ubaldini. 2010, p. 431.
Non si chiede agli Israeliani di dare qualcosa, ma di restituire ai Palestinesi ciò che è loro, la terra, l’autostima ed i loro diritti. Nessun ladro può pretendere qualcosa per restituire il maltolto. Solo uno psicopatico sarebbe pronto a distruggere un condominio o un intero quartiere per eliminare dei malviventi. Ma è quel che succede a Gaza.
Gideon Levy, "Demands of a thief" Novembre 2007 [http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/demands-of-a-thief-1.233907]

Chi non sa riconoscere il male che alligna dentro di sé e quello che c'è negli altri - ossia la carenza o, com'è il caso degli psicopatici, addirittura l'assenza di empatia - è condannato ad infliggerlo e subirlo.
Lo psicopatico è, molto semplicemente, una persona priva di coscienza e di empatia, ossia una persona amorale, un predatore naturale. Gli psicopatici più di successo sono quelli che indossano la maschera della santità, come "V", di "V per Vendetta":
Nella seconda guerra mondiale, dopo 60 giorni di combattimento continuo, il 98 per cento dei soldati doveva essere ricoverato per problemi psichici. Solo un 2% rimaneva in prima linea. Erano i soldati caratterizzati da una personalità psicopatica.
Gli psicopatici sono la ragione principale per cui la nostra civiltà fa più schifo di quel che sarebbe ragionevole attendersi, se fossimo semplicemente egoisti ed avidi, come in effetti siamo. Malauguratamente, una parte di noi è anche psicopatica. Le stime sull’endemicità della psicopatia variano, ma oscillano tra il 2 ed oltre il 6%, con picchi tra i “bianchi”, i cosiddetti caucasici. Stiamo dunque parlando di un numero di psicopatici a livello mondiale che può variare da un minimo di 140 milioni fino ad un massimo di 500 milioni. Non sono pochi: gli Stati Uniti hanno una popolazione di poco più di 300 milioni e l'Unione Europea arriva a 500 milioni. Il numero di espatriati, persone che non risiedono nel loro paese natale (migranti), corrisponde al 3% della popolazione mondiale. Ciò significa che ci potrebbero essere più psicopatici che immigrati, nel mondo. 
Fingere che non esistano e che non costituiscano un problema è insensato, tanto più che la loro mancanza di scrupoli e rimorsi li rende dei perfetti arrampicatori sociali. 
Stando così le cose, il pacifismo integrale e la nonviolenza senza alcun distinguo sono pratiche irresponsabili e suicide. Si è pacifici e nonviolenti solo con chi è pacifico e nonviolento. Con gli altri si lotta quando c'è da lottare. 
Questo studio indica una proporzione di 1 su 25 (4%) nel settore imprenditoriale:
Ma sono ovunque, anche nelle ONG e negli ospedali (chi conosce delle infermiere avrà certamente sentito parlare di colleghe/i patologiche/i), laddove possono esercitare maggior potere su persone più vulnerabili:
Le ricerche sulla psicologia infantile indicano che esiste una moralità innata, una grammatica universale con diverse declinazioni locali. I bambini sono dotati dei fondamenti morali universali sin dalla nascita perché sono empatici, si immedesimano e avvertono i sentimenti altrui, li fanno propri (Gopnik, 2010; Tomasello, 2010). Esiste però una categoria di bambini estremamente sfortunati che è indifferente alle espressioni facciali di paura e tristezza. Fa fatica a riconoscerle e si mostra sensibile solo a rabbia e disgusto. Negli altri bambini “normali”, si attiva l’amigdala, in loro no. Fin da piccoli manipolano con freddezza le emozioni altrui per ottenere ciò che vogliono (es. minacciare di uccidere un animale domestico se non li si lascia guardare la TV). Non sono in grado di capire la differenza tra fare del male ed infrangere le regole. Sono invece perfettamente capaci di capire gli altri, i loro desideri e credenze, ma se ne servono per manipolarli (Gopnik, 2010; Tomasello, 2010).
CARATTERIZZAZIONE DELLO PSICOPATICO
Il cervello di uno psicopatico non funziona al meglio perché le connessioni che normalmente collegano corteccia cingolata anteriore, ippocampo ed amigdala sono interrotte o carenti. Per questo la persona agisce sulla base di capricci e desideri, senza realmente tener conto dell’altra persona, che diventa un oggetto, non un essere umano con sentimenti, significato e dignità (Grossi & Trojano, 2005; Stracciari, Bianchi e Sartori, 2010). Almeno il novanta per cento degli esseri umani non soffre di questa disfunzione patologica. La restante parte (tra il 2% ed il 6-8%) non sa di aver un problema e ritiene di essere speciale, che sono gli altri ad avere un problema, perché sono ancora prigionieri delle convenzioni sociali, della manipolazione educativa, di norme di senso comune e civiltà che non condividono e che a loro paiono insensate (perché repressive ed inibitorie). Gli altri esistono solo per servire i loro fini. Mentre tutti gli esseri umani sono egocentrici – in diversa misura – gli psicopatici lo sono a livello patologico, trasformano l’egotismo in una scienza ed un’arte. Sono difficili da distinguere dagli altri perché, di norma, sono persone eccitanti, divertenti, affascinanti, piene di interessi e sembrano stabili ed equilibrate (conseguenza della loro assenza di coscienza, scrupoli e rimorsi), finché non sono ostacolati.
Ecco i loro tratti caratteristici: 1. privo di empatia; 2. uso frequente di affermazioni contraddittorie ed incoerenti non facili da individuare; 3. bugiardo patologico; 4. seduttore e magistrale manipolatore (riesce a dare la colpa alle sue vittime); 5. incapace di provare scrupoli e rimorsi; 6. emotivamente superficiale; 7. misantropico ed irresponsabile; 8. sessualmente promiscuo; 9. impulsivo, non sa controllarsi; 10. narciso, megalomane.
Questi sono i tratti distintivi dello psicopatico. È una griglia interpretativa (costellazione di tratti) riportata nell'Oxford Handbook of Psychiatry (2005) ed impiegata nello studio di questo disordine mentale in senso generale, ma non necessariamente utilizzata nella diagnosi clinica. Come sempre avviene (e come è giusto che sia), non esiste un consenso universale su fenomeni così complessi.
In aggiunta, possiamo dire che la loro percezione della realtà è distorta, le loro reazioni istintive ed emotive sono basate sulla menzogna e la loro mente interpreta le medesime generando altre falsità. Mostrano una comprensione superficiale delle conseguenze dei propri atti, immaginano di poterla fare franca, sopravvalutano se stessi e sottovalutano gli altri. Operano per dogmi e stimoli-reazioni invece di sviluppare la facoltà empatica e l’altruismo. La psicopatia è un’alterazione innata del carattere che comporta l’assenza di un codice morale interiore: lo psicopatico recita la parte della persona affabile, ma è indifferente, emotivamente freddo, i legami interpersonali sono debolissimi. Adulano con grazia, passare la serata con loro è rilassante e distensivo. Lasciano il vuoto dietro di sé perché sono vuoti.
Non s’incontrano quasi mai psicopatici puri, ma quasi nessuno è privo di tratti psicopatici. Gli psicopatici sono un estremo di una linea continua di coscienza morale di cui facciamo parte tutti noi. Tratti di psicopatia esistono nella maggior parte delle persone, ma non sono esageratamente sviluppate come nello psicopatico.
Gli psicopatici non mostrano alcuna crescita interiore, nessuna maturazione: rimangono gli stessi col passare del tempo: stessi sogni, nessuna trasformazione, psiche statica, inerzia, incapacità di progredire. Possono essere assassini ed infuriarsi per i maltrattamenti degli animali, si possono fare portavoce amorali della morale. Simulano i gesti attraverso i quali si esprime il senso morale (es. si fissano con l’onore senza sapere cosa sia). Sono maestri nell’immedesimarsi negli altri, ma solo come forma di mimesi per manipolarli meglio.
Questi tratti caratteriali aiutano a prendere il potere, ma non aiutano a mantenerlo. Sono eternamente angosciati e tormentati perché non si fidano del prossimo, quindi sono fredde macchine solo all’apparenza. In realtà sono vulcani attivi in attesa di esplodere di rabbia repressa, l’unico sentimento che provino, assieme al senso di frustrazione quando non ottengono ciò che vogliono. Gli psicopatici drammatizzano le emozioni ma non sentono quasi mai alcunché, salvo la dissonanza di vedere che le loro manipolazioni sono neutralizzate. La persona consapevolmente malvagia è perciò molto più pericolosa dello psicopatico, che invece assomiglia molto allo scorpione della famosa fiaba: “Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda." La rana gli rispose "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!" "E per quale motivo dovrei farlo?" incalzò lo scorpione "Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!" La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura". Nel lungo termine, lo psicopatico è autodistruttivo.
Le persone normali sono spaventate da eccessi di colpa, masochismo, auto-immolazione, auto-repressione. Colpa, ansia e vergogna inibiscono l’aggressività. Al contrario gli psicopatici non provano nulla, non si sentono colpevoli, tengono gli occhi incollati sul proprio interesse (Eigen, 2007).
Alcuni arrivano a promuovere l’egoismo come ideale “esoterico”, pretendono di essere gli unici che dicono le cose come stanno, laddove i “solidali” sono moralisti ipocriti. Sono fermamente convinti che solo gli idioti hanno una coscienza e che se uno vuole sopravvivere deve farne a meno. Per questo si comportano come vampiri/parassiti, come dei predatori. Se non ci fossero vittime, si autodistruggerebbero.
Adolf Guggenbühl-Craig, in “Deserti dell’anima”, descrive lo psicopatico compensato (o socializzato). È una persona che sospetta che ci sia qualcosa che non va in lui (o lei) ed iniziano a compensare questi deficit diventando moralmente rigidi, estremamente insistenti riguardo alle virtù. Esibiscono la loro moralità ma sono privi di amore. Ipermoralisti, difendono i sistemi morali in modo ossessivo perché temono che venga a galla la loro assenza di morale. Seguono pedissequamente le ricette morali come chi è un pivello culinario. È facile notare la loro rigidità morale, l’adempimento forzoso dei propri doveri, l’osservanza puntigliosa di tutte le norme, la scrupolosità esagerata. Vedono il mondo in termini rigidi e manichei: quel che non gli piace lo detestano, quel che gli piace lo ammirano. La loro sofferenza è martirio, un’ideologia: “nessuno ha mai sofferto quanto me!”.Contemporaneamente la loro fiducia nel prossimo è scarsa o nulla. Secondo loro l’umanità in generale è debole, egoista ed inaffidabile. Non vedono nulla di intrinsecamente meritevole o prezioso nel prossimo, che è solo una risorsa da sfruttare. In genere non lo ammetteranno mai, anzi, dichiareranno il contrario, pur continuando a razionalizzare il bene che vedono negli altri come una proprietà transitoria o una debolezza da sfruttare.
La violenza generalizzata è l’habitat perfetto per i mostri, per gli psicopatici integrati, quelli che s’irrigidiscono nei moralismi e si fissano intransigentemente sulle virtù etiche perché non hanno empatia e quindi non possono sapere cosa sia un comportamento spontaneamente morale. Una loro tragedia personale, da compatire, ma con esiti assolutamente devastanti per tutti gli altri. Sono infatti perfetti strumenti e promotori di tirannie. Saint-Just, protagonista del terrore rivoluzionario francese, è un caso esemplare. Infatti un elemento che li accomuna è un’idea assoluta di giustizia in cui chi non la pensa come loro è un malvagio incorreggibile e va rimosso.
Un altro caso emblematico è Adolf Eichmann, una figura tutt’altro che banale. [http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/michael-seifert-e-adolf-eichmann-il.html]: la sua dedizione al dovere tradisce il suo senso di alienazione dal mondo ed il suo odio per chi non è come lui. Come il comandante del lager che va a dormire turbato perché le circostanze non gli hanno permesso di “smaltire” la sua quota giornaliera di Ebrei. Nessuna tirannia funzionerebbe se i quadri dirigenziali fossero occupati da psicopatici puri, servono quelli compensati.
Una delle ragioni per cui attaccano le persone che perorano delle cause degne di nota è perché le cause generano fama e popolarità, sono un perfetto strumento di produzione di senso, quel senso che bramano. S’impadroniscono della causa come un virus prende il controllo di una cellula. Sono dei dirottatori straordinari perché la causa permette loro di mimetizzarsi.
In senso generale, gli psicopatici sono “fallimenti” evolutivi, genetici o ambientali, anche se si comportano come se fossero un elemento legittimo del processo evolutivo. Una specie innatamente sociale non è compatibile con il loro atteggiamento. Per questo sono costretti a forzare gli schemi “naturali”per ricavarsi un posto al sole. È un’imposizione esistenziale per tutti gli altri, che pagano lo scotto della negazione della realtà dei primi. Ciò detto, sarebbe da psicopatici non provare pietà per loro e riproporsi di internarli o sterminarli. Sono esseri umani e meritano rispetto. Non hanno certo scelto loro di essere così ed è difficile non compatire chi si sente completamente estraneo a questo mondo, del tutto fuori posto. Si deve invece essere intolleranti nei confronti della psicopatia.
Per la maturazione della coscienza è di fondamentale importanza il dialogo interiore, specialmente se colorato da pensieri ed immagini emotivamente pregnanti: è da lì che hanno origine il senso di colpa, il senso della moderazione e del limite, nonché il rimorso ed il coraggio morale. Questo è qualcosa che uno psicopatico non potrà mai capire, poiché tende a dare per scontato che la sua forma mentis sia la medesima delle altre persone. Gli studi indicano che i pensieri degli psicopatici sono organizzati in piccoli pacchetti mentali, che sono utili per ingannare ma rendono impossibile l’elaborazione di pensieri profondi. Il loro panorama interiore è banale, dilettantesco, slavato, anonimo. Lo psicopatico non pensa di avere alcun problema emotivo e psicologico, e non vede alcuna ragione per cambiare. È soddisfatto di sé, non trova nulla di sbagliato in quel che è e in come si comporta e non si preoccupa delle conseguenze delle sue azioni, se non nei termini del conseguimento dei suoi obiettivi. Si sente un essere superiore in un mondo ostile in cui il prossimo è un concorrente per il potere e le risorse. Lo psicopatico non si cura del giudizio altrui, se non nella misura in cui un’impressione positiva può agevolare le sue manipolazioni. Purtroppo, anche per questa ragione la struttura della sua personalità è estremamente solida e difficile da alterare.
Certe persone sono moralmente ignoranti. Agiscono pensando di fare la cosa giusta ed eticamente permissibile, mentre ciò che fanno è immorale. I mostri morali invece sanno che quel che stanno facendo è immorale ma lo fanno ugualmente. Sono consapevolmente malvagi. Gli psicopatici non distinguono tra bene e male perché non hanno coscienza, i mostri morali ne hanno una corrotta (torsione di anime individuate). Vedono il mondo come privo di valore e significato, o assolutamente mediocre: la malvagità lo nobiliterebbe (cf. Nietzsche). In loro si verifica un’inversione della gerarchia di valori, nel classico senso di quel tipo di autocoscienza che produce una falsa concezione del reale valore delle cose.
Gli psicopatici danno sempre la colpa alle vittime. Se funziona, le vittime si sentono in colpa e sono ulteriormente depotenziate (es. figlio vittima di padre violento che si scusa con lui per averlo disturbato e pensa che le botte sono meritate perché è cattivo e inutile come gli ha detto il padre). Nella Sindrome di Stoccolma la vittima si identifica col carnefice e finisce per riverirlo e per detestare i suoi avversari (che sarebbero i soccorritori). È un insano legame che si instaura tra un uomo completamente svuotato di autonomia psichica e che non può fare altro, se vuole rimanere vivo, che cercare protezione in chi in quel momento assume, quasi letteralmente, gli attributi dell’onnipotenza. Tutto questo può accadere su scala collettiva.
COME SI RESISTE?
Dobbiamo perciò concludere che la presenza o l’assenza di coscienza è la più significativa distinzione umana, molto più importante di quella incentrata sui parametri dell’intelligenza, della razza e persino del genere. La psicopatia costituisce un ampio spettro di potenziale entropico e corruttore. Una persona individuata (cf. Jung) può diventare uno psicopatico se sufficientemente traumatizzata durante l’infanzia, la repressione della sua indole può causare la sostituzione di ciò che c’è di buono con qualcosa di oscuro e maligno. Un gregario-autoritario psicotico è un perfetto burattino aggressivo, ma una persona individuata e poi traumatizzata ha il potenziale di trasformarsi in un piccolo “anticristo”.
I traumi possono riguardare intere società, quando le crisi e le tirannie introducono discontinuità nella maturazione della personalità, fatta di dissociazione, rabbia latente e gregariato, tipica strategia di un autoritarismo votato alla soppressione dello spirito critico, dell’autonomia di giudizio, della voce della coscienza. Un programma di condizionamento pensato per de-umanizzare e per togliere di mezzo la “sacralità” della sovranità interiore, l’empatia e la dignità. Lo psicopatico brama l’auto-affermazione, le lodi altrui, impone l’ordine non per conservare una data struttura ma perché lo può fare. Il potere per lui è l’abilità di costringere gli altri a riconoscere la sua superiorità e modellarli in modo tale da farli rispecchiare la loro autorità. Aspira alla divinità in terra.
Se analizziamo attentamente la situazione presente potrebbe sorgere il sospetto che, in un certo senso, gli psicopatici stiano “terraformando” la civiltà umana per renderla più adatta alle loro esigenze, per conquistare e mantenere un dominio assoluto, come durante l’era dei totalitarismi, nel secolo scorso. Le grandi crisi epocali li avvantaggiano, perché generano caos e sconcerto. La fantasia dello psicopatico, lo abbiamo già visto, è quella di essere un dio e rifare il mondo a sua immagine e somiglianza.
La promozione della disperazione è il modus operandi del male. Lo psicopatico è come il ragno o la vespa che paralizza la preda prima di consumarla. Paralisi da paura, confusione e senso di colpa. Tuttavia, mentre il sistema crolla, l’universo continua ad essere un luogo di crescita e creatività. Chi si allinea con questa tendenza è un cittadino dell’universo, protagonista e non pedina o burattino manipolato dagli psicopatici al potere. La vigilanza, la circospezione sono il nostro scudo, l’autocompiacimento e la certezza della nostra rettitudine sono la nostra vulnerabilità [Sì, sì. Un difetto sempre più comune tra i Jedi. Troppo sicuri di sé essi sono. Anche i più vecchi, più esperti tra loro” (Yoda, Guerre Stellari)].
IL RUOLO DELL’EMPATIA
Una mucca se ne frega se calpesta un fiore o un insetto, molti di noi no. Un gatto non si addolora nel vedere un passerotto schiacciato per strada, noi sì (e non perché l'ha ucciso uno di noi, ma perché ci dispiace e basta). Quest'enorme risorsa che è la nostra coscienza empatica (e che, secondo me, indica la presenza di un'anima), non appartiene a tutti gli esseri umani nella stessa misura.
- Gli psicopatici ne sono completamente privi e ciò permette loro di salire rapidamente le gerarchie (la coscienza inibisce ed affligge chi ce l'ha). Forse dopo morti si disgregheranno come hanno cercato di disgregare ciò con cui sono entrati in contatto. Rientreranno nel ciclo evolutivo cosmico partendo dal fondo, atomizzati nella materia grezza, dopo essere stati dei buchi neri nel corso della loro miserevole e deplorevole esistenza.
- Una percentuale ancora maggiore di esseri umani è stata "psicopatizzata" pur non essendolo per natura, in seguito ad abusi, ecc. Il loro comportamento imita quello degli psicopatici, ma potrebbero ancora riscattarsi, se la società moderna fosse meno predatoria.
- Poi ci sono gli esseri umani che si comportano come membri di un branco. Possono esitare a fare certe cose, nutrire dei dubbi e degli scrupoli, ma alla fine obbediranno agli ordini, si conformeranno al comportamento altrui. La loro coscienza viene dopo.
- Infine ci sono le persone coscienziose, quelle che riflettono sulle conseguenze e moralità delle loro azioni. Commettono degli errori ma cercano di rimediare, imparare, migliorare. Respingono la logica del riflesso condizionato che meccanizza il pensiero e l'agire umano. Tendono a prediligere la condizione di libertà responsabile e solidale. Non è una vera scelta: è una condotta spontanea, in genere rafforzata dall'esperienza e dalla conoscenza (se non intervengono gravi traumi).
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