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mercoledì 25 gennaio 2012

La pedagogia nera del nuovo ordine mondiale





In futuro il fatto che i leader non siano mai sottoposti a qualche verifica che ne accerti le qualità umane e morali sembrerà altrettanto grottesco di quanto oggi ci apparirebbe mettere un portatore di difterite a dirigere il reparto lattanti di un ospedale.
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, p. 82

Il più perfetto ed adeguato sviluppo di ogni individuo non coincide necessariamente con la più completa ed intensa coltivazione della sua personalità, ma piuttosto l’adattamento nella misura più profonda possibile alla sua umile funzione nella grande macchina sociale. Dobbiamo abbandonare l’arrogante preconcetto che siamo unità indipendenti, per piegare le nostre menti orgogliose, assorte nella loro auto-coltivazione, alla sottomissione ad un fine più elevato, il Bene Comune.
Sidney Webb, “Fabian essays”, 1889.

Tu non sarai mai più capace di sentimenti umani…di sentire amore, amicizia, gioia di vivere, di ridere, di sentire curiosità, di onestà. Sarai vuoto. Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi.
“1984”

Le buone istituzioni sono quelle che sanno denaturare l’uomo…e trasferire l’io in un’unità comune, col risultato che ogni individuo non si sente più uno, ma parte dell’unità e non senta più nulla se non all’interno dell’insieme…Lo si incatena, lo si spinge, lo si trattiene, avendo come unico vincolo la necessità, senza che egli mugugni: lo si rende duttile e docile con la semplice forza delle cose, senza che alcun vizio abbia l’occasione di germinare in lui; giacché le passioni non si animano se non hanno alcun effetto.
J.J. Rousseau, “Emilio o dell'educazione”

Nella repubblica i cittadini sono frenati dai costumi, dai principi, dalla virtù: ma come frenare dei domestici, dei mercenari se non con la costrizione e la soggezione? Tutta l’arte del padrone consiste nel dissimulare questa costrizione dietro il velo del piacere o dell’interesse, in modo che essi pensino di volere ciò che in effetti li si obbliga a fare.
J.J. Rousseau, “Giulia o la nuova Eloisa”

La maggior parte della gente vive alla giornata e se fa dei progetti questi sono solo anticipazioni di un corso di eventi naturali (matrimonio, figli, pensione). La maggior parte delle persone non vuole pianificare niente. Vuole che ci sia qualcuno che lo faccia al posto loro, assumendosene le responsabilità. L’unica loro pretesa è di avere a disposizione ciò che serve a vivere bene, i beni primari e una modica quantità di superfluo decorativo.
B.F. Skinner, “Walden II”

Se il dispotismo venisse a stabilirsi nei paesi democratici di oggi, sarebbe piú esteso, meno violento e degraderebbe gli uomini senza torturarli. La violenza avverrà, ma solo in periodi di crisi, che saranno rari e passeggeri. Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lí, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è più la patria. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. E’ assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.
Alexis de Toqueville, “Democrazia in America”, 1840

L’organizzazione attuale è così estesamente casuale, priva di finalità, incoerente, frustrante…mentre invece una società eugenetica sarebbe pianificata e permetterebbe all’uomo di elevarsi spontaneamente sopra il proprio fosco passato per lanciarsi in uno sviluppo armonioso in una società perfetta.
F.C.S. Schiller (1864-1937)

Nell’anno della sua morte, lo zoologo francese Isidore Geoffroy Saint-Hilaire (1805-1861) pubblicò un saggio sull’addomesticazione degli animali e distinse tre possibili stati in cui gli animali possono essere ridotti dall’uomo, per subordinarlo ai suoi desideri: ingabbiati, addomesticati e domestici. I primi, se liberati, tornerebbero in libertà senza essere segnati dall’esperienza. I secondi sono stati domati e non devono essere tenuti prigionieri. La loro idea della vita ideale è stata radicalmente trasformata e stanno bene dove sono. Gli animali domestici sono una specie che ormai riproduce ad ogni generazione la condizione di addomesticamento. Non è più una condizione di subordinazione interiorizzata a livello individuale, ma collettivo. Non hanno più una volontà indipendente da quella dei loro padroni. Sono convinto che, da sempre, il progetto di una società senza conflitti e tensioni, perfettamente armoniosa e stabile, sia inscindibile dal cinismo e dalla megalonia dei domatori ed allevatori di esseri umani:
caratterizzati da una mentalità e personalità che amplificano e potenziano i nostri vizi congeniti:
che li spinge in un’unica, possibile direzione, volenti o nolenti:

Ogni progetto totalitario è partito dalla premessa che la zootecnia sia una prassi idonea alla gestione del “bestiame umano”.
Non ne abbiamo ancora avuto abbastanza? Essere umani, da un punto di vista evolutivo e culturale, significa mantenere mille opzioni aperte, significa che non esiste alcuna condizione naturale e soddisfacente per noi: l’unica condizione naturale è il cambiamento. Ogni società che brama la stabilità e fissità deve esigere la trasformazione dell’umano ed è per ciò stesso totalitaria – considererà l’esistenza di certe categorie di persone come un ostacolo alla felicità collettiva – e va combattuta. Una società viva è sottoposta ad un’incessante metamorfosi, come la vita appunto, e non può essere spogliata dell’imprevedibilità, creatività, emotività umana:
Viviamo su questo pianeta ma per qualche ragione ci sentiamo fuori posto. Ma va bene così, perché è ciò che ci ha preservato dall’estinzione, a differenza del 99% della vita sulla terra.

I Mondi Ideali, i Nuovi Ordini Mondiali, sono sempre ostili alle persone reali, perché si prefiggono degli obiettivi irrealistici, rispetto ai quali gli esseri umani non potranno mai essere all’altezza. Detestano gli esseri umani del presente ed idealizzano quelli del futuro, commisurati alle attese dell’élite.
La loro diffidenza nei confronti dell’uomo è alla base del dirigismo esasperato, della più pedante pedagogia, della proliferazione legislativa e giuridica. Queste utopie sono inflessibilmente stataliste, la legge regola ogni dettaglio della vita. L’ostacolo è l’uomo, l’ambito incontrollabile del privato. La fiducia nelle istituzioni non cancella la svalutazione dell’uomo:
Nell’utopia si coltiva la facoltà di fermarsi di colpo, come per istinto, sulla soglia di un pensiero pericoloso – la potremmo chiamare “stupidità protettiva”. Il pensiero viene colonizzato, paralizzato, tramite la confusione tra finzione e realtà. Nella prefazione ad una riedizione di “Il Mondo Nuovo” Aldous Huxley osservava giustamente che una dittatura del futuro non sarebbe stata violenta perché avrebbe avuto a disposizione tutto ciò che occorre per controllare le menti della gente: “Non ci sono motivi per pensare che uno Stato totalitario nuovo debba per forza assomigliare ai vecchi. Governi di oligarchie e squadre con la camicia nera, deportazioni di massa e imprigionamenti sommari non sono solo inumani, sono anche inefficienti. […]. Uno Stato totalitario realmente efficiente dovrebbe avere un esecutivo di capi politici coadiuvati dal loro esercito di managers che controlla una popolazione di schiavi che non sono tenuti a bada con mezzi coercitivi, perché amano il loro stato di servitù”.

La cancellazione chimica dei ricordi è stata presentata dai mezzi d’informazione come la soluzione ai problemi di chi ha subito violenze ed abusi e non riesce a rimettere in sesto la sua vita. Pochi si sono chiesti cosa succederebbe se un governo impiegasse questa tecnica per eliminare ricordi spiacevoli che possono risvegliare nei cittadini la voglia di ribellarsi al potete costituito, o per neutralizzare la personalità dei dissidenti, o per rimuovere dalla mente di una persona la consapevolezza di essere stato programmato per uccidere gli oppositori di un regime.
Non esiste tuttavia un vero controllo laddove ci sono solo persone disponibili a controllare. Serve anche una maggioranza di cittadini che desidera essere controllata, una fantasia di soggiogamento volontario e spontaneo che comincia con l’infanzia e che mantiene la popolazione in uno stato di infantilismo prolungato, la cosiddetta sindrome di Peter Pan. In questo modo si arriva ad un mondo diviso tra chi monitora e sa, ma rimane anonimo, celato, e chi è monitorato e noto, ridotto allo stato di oggetto, o strumento. La società contemporanea marcia in questa direzione, quella della perdita dell’anonimato, persino a livello psicologico e genetico, della permeabilità della mia identità e della categorizzazione arbitraria dei cittadini in attivisti (pericolosi e colpevoli) e docili (provvisoriamente utili e potenzialmente innocenti).
Per come stanno andando le cose, pare di poter dire che il destino dell’umanità sarà quello di costruire tirannie mascherate da utopie. Utopie fatte di Intelligenza Artificiale, ologrammi interattivi, ibridazione tecnologica dell’umano, un nuovo sistema economico-finanziario che faccia a meno dei contanti, la comunicazione telepatica tramite chip che contemporaneamente monitorano il cervello 24 ore su 24 registrando le sue attività, l’identificazione a radio frequenza utile per il controllo psicotronico, oltre ad indubbie meraviglie come l’energia gratuita, sistemi di trasporto anti-gravitazionali, l’eliminazione di certe terribili patologie, forse persino la telepatia.
Negli Stati Uniti si stanno fabbricando soldati psicopatici:
La miscela che può condurre l’umanità alla rovina è quella di masse remissive ed acquiescenti e però allo stesso tempo pretenziose.
Attenzione alla vanagloria del Grande Inquisitore di Dostoevskij, perché di figure così è pieno il mondo contemporaneo e, davvero, non esiste nessuna autorità più pericolosa e tossica della loro, per i corpi e per le coscienze: “Sì, noi li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro daremo alla loro vita un assetto come di gioco infantile, con canzoni da bambini, cori e danze innocenti. […]. Ed essi non ci terranno nascosto assolutamente nulla di loro stessi. Noi permetteremo loro, o proibiremo, di vivere con le loro mogli e amanti, di avere o non avere figli, sempre regolandoci sul loro grado di docilità, ed essi si sottometteranno a noi lietamente e con gioia. Perfino i più torturanti segreti della loro coscienza, tutto, tutto porranno in mano nostra, e noi tutto risolveremo, ed essi si affideranno con gioia alla decisione nostra, perché questa li avrà liberati dal grave affanno e dai tremendi tormenti che accompagnano ora la decisione libera e personale. […]. In silenzio essi morranno, in silenzio si estingueranno nel nome Tuo [Gesù il Cristo] e oltre tomba non troveranno che la morte. Ma noi manterremo il segreto, e per la loro stessa felicità li culleremo nell’illusione d’una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, seppure ci fosse qualcosa nel mondo di là, non sarebbe davvero per della gente simile a loro”.
Un’altra eccellente fonte di illuminanti suggestioni è il celebre “Il Mago” di John Fowles. La chiave di lettura è semplice ed eterna: è giusto che una persona sia sottoposta a pressioni, stimoli dolorosi e persino tortura psicologica per farlo maturare? Il romanzo di Fowles, a mio avviso, è un'apologia della manipolazione e della tortura psicologica a fini didattici. Nessun mago “bianco” violerebbe il libero arbitrio di un novizio; nessun governo democratico ed autenticamente illuminato farebbe sue le filosofie pedagogiche nere del Nuovo Ordine Mondiale.
Nel Mondo Nuovo, per quanto è possibile, lasciate che gli esseri umani adatti a quel tipo di organizzazione sociale si riuniscano e vivano come meglio credono, astenendovi dal seguire il loro esempio. A ciascuno il suo.

martedì 17 gennaio 2012

Le famose/famigerate Georgia Guidestones - non più di mezzo miliardo di umani sulla Terra




"Il Georgia Guidestones è un grande monumento in granito sito nella Contea di Elbert, in Georgia, USA. 
Su otto delle superfici maggiori è inciso un messaggio composto da dieci "regole", o consigli, in otto lingue moderne, una per ogni superficie. Un ulteriore messaggio, più breve, è inciso sui bordi della lastra di copertura della struttura, in quattro lingue antiche. La struttura è anche a volte detta la Stonehenge Americana.
Nel giugno del 1979 uno sconosciuto, sotto lo pseudonimo di R.C. Christian ingaggiò la ditta Elberton Granite Finishing Company per realizzare la struttura. Un'ipotesi popolare è che lo pseudonimo sia stato un tributo al leggendario fondatore del Rosacrocianesimo, Christian Rosenkreuz, del XIV secolo.
Sulle lastre del Georgia Guidestones sono incisi tre gruppi di scritte. 
Uno è il messaggio vero e proprio in dieci "regole", il secondo è una breve esortazione ad applicare le regole suddette, e il terzo è un insieme di informazioni sul monumento e il suo scopo.
Il primo gruppo è quello inciso sulle facciate dei quattro lastroni verticali. Consiste in dieci linee guida o direttive, espresse in otto lingue, una per ognuna delle otto superfici complessive. Girando attorno alla struttura in senso orario a partire dal Nord, i linguaggi sono: inglese, spagnolo, swahili, hindi, ebraico, arabo, cinese e russo.
Eccone il testo tradotto in italiano:
Mantieni l'Umanità sotto la soglia dei 500.000.000 di persone in perenne equilibrio con la natura.
Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità.
Unisci l'Umanità con una nuova lingua viva.
Domina passione, fede, tradizione e tutte le cose con la sobria ragione.
Proteggi popoli e nazioni con giuste leggi e tribunali imparziali.
Lascia che tutte le nazioni si governino internamente, e risolvi le dispute esterne in un tribunale mondiale.
Evita [di fare] leggi poco importanti e funzionari inutili.
Bilancia i diritti personali con i doveri sociali.
Apprezza verità, bellezza e amore, ricercando l'armonia con l'infinito.
Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura.
Sui quattro bordi a vista della lastra di copertura della struttura, è inciso un ulteriore breve messaggio nelle quattro lingue antiche (Babilonese, Greco antico, Sanscrito, e Geroglifici egiziani).
Traduzione: "Lascia che queste pietre-guida conducano a un'era della ragione."
FONTE:

domenica 8 gennaio 2012

Rapporto Segreto da Iron Mountain sulla Possibilità e Desiderabilità della Pace




Il Report from Iron Mountain ("Rapporto Segreto da Iron Mountain sulla Possibilità e Desiderabilità della Pace"), pubblicato dalla "Dial Press" nel 1967 a cura del giornalista indipendente Leonard C. Lewin, ufficialmente classificato come satira, ma solo 5 anni dopo la sua pubblicazione, non ha alcuna caratteristica della satira. Non c’è nulla di swiftiano, di arguto, di ironico. E’ noioso, burocratico, freddo, dettagliato e drammatico. John Kenneth Galbraith ha garantito sulla sua autenticità, dichiarando di aver fatto parte del comitato che l’ha redatto. 
La sua veridicità è meno importante della logica (e "morale") sottesa
Le sue conclusioni si possono sintetizzare come segue: una società di pace è insostenibile perché la guerra fa parte del sistema economico e dunque uno stato di guerra permanente è necessario per la stabilità economica e sociale (crescita, consumo, sfogo per l’aggressività collettiva ed i comportamenti anti-sociali, controllo demografico: come in un enorme potlatch). Tra le raccomandazioni, la diffusione di notizie riguardanti forme di vita aliene, l’allarmismo sull’inquinamento fuori controllo e una possibile reintroduzione della schiavitù.
Le uniche alternative praticabili, rispetto alla guerra:
(a) spese improduttive pari all’ammontare richiesto dal budget militare (programma di welfare integrale; missione spaziale finalizzata a obiettivi irraggiungibili; un sistema di ispezioni per il disarmo permanente, ultra-elaborato e ritualizzato);
(b) una minaccia esterna generalizzata (forza di polizia internazionale virtualmente onnipotente; esplicita minaccia extraterrestre; inquinamento globale massiccio; invenzione di forze ostili di altra natura [opzione giudicata promettente]);
(c) misure di controllo capillare della società e un senso di minaccia personale (programmi modellati sull’esempio dei Corpi di Pace oppure una forma di schiavitù moderna e sofisticata [NB considerata un’opzione molto promettente e collegata alla voce: “repressione etnica organizzata”] – pericolo dato dall’intenso inquinamento, nuove religioni e mitologie, scontri tra gladiatori o cose analoghe);
(d) misure di contenimento della demografia umana (programma integrale di eugenetica applicata); la creazione di una missione sufficientemente motivante (una necessità impellente) che giustifichi la ricerca scientifica su vasta scala (missioni spaziali, welfare ed eugenetica).
Conclusioni: nessuna delle alternative può sostituire la guerra, giudicata ripugnante e spiacevole, ma più realistica di un pacifismo emotivo. La pace funziona nel breve ma è destabilizzante nel lungo periodo.

Personalmente trovo che la logica retrostante a questo studio sia ripugnante ma descriva perfettamente la natura di una società governata da psicopatologiche, ossia dalla forma mentis degli psicopatici, la più seria minaccia alla pace nel mondo. 

Qui la sintesi di Lewin (inglese): http://www.hermes-press.com/lewin1.htm
Qui il testo integrale (inglese):
Qui il testo integrale (spagnolo):
Qui commenti di alcuni lettori (inglese):

domenica 30 ottobre 2011

La famiglia Bush e il Terzo Reich




John Loftus, già ufficiale dei servizi segreti, ex inquirente della sezione Crimini di guerra nazisti del Dipartimento della Giustizia USA, Presidente del Museo dell'Olocausto della Florida ed autore di varie pubblicazioni sulle relazioni pericolose tra intelligence statunitense e nazismo:
The Belarus Secret (1982), Unholy Trinity: How the Vatican's Nazi Networks Betrayed Western Intelligence to the Soviets (1992), The Secret War Against the Jews: How Western Espionage Betrayed the Jewish People (1994), Unholy Trinity: The Vatican, the Nazis, and the Swiss Banks (1998).

Ecco un suo articolo tradotto in italiano:
“Per la famiglia Bush è un incubo perenne. Per i loro clienti nazisti la Dutch connection era la madre di tutti i sistemi di riciclaggio del denaro. Dal 1945 al 1949 iniziò nella zona americana della Germania occupata uno dei più lunghi e, come ora appare, futili interrogatori di un sospetto di crimini di guerra nazisti. Il magnate multimilionario dell'acciaio Fritz Thyssen - l'uomo il cui consorzio dell'acciaio era il cuore della macchina da guerra nazista – parlava e parlava e parlava ad un gruppo congiunto di interrogatorio USA-UK. Per quattro lunghi anni, successive squadre di inquirenti tentarono di infrangere la semplice pretesa di Thyssen di non possedere né conti in banche straniere né interessi in società straniere, né beni che potessero portare ai miliardi mancanti in beni del Terzo Reich. Gli inquirenti fallirono completamente. Perché? Perché ciò che l'astuto Thyssen deponeva era, in certo senso, vero. Quello che gli investigatori alleati non capirono mai era che essi non facevano a Thyssen la domanda giusta. Thyssen non aveva bisogno di nessun conto bancario straniero perché la sua famiglia segretamente possedeva un'intera catena di banche. Egli non dovette trasferire i suoi beni nazisti alla fine della II G.M., tutto ciò che doveva fare era trasferire i documenti delle proprietà - azioni, obbligazioni, atti e accordi legali - dalla sua banca di Berlino attraverso la sua banca in Olanda ai suoi amici americani di New York City: Prescott Bush e Herbert Walzer. I soci di Thyssen nel crimine erano il padre ed il suocero di un futuro presidente degli Stati Uniti. Gli investigatori alleati sottostimarono il potere di Thyssen, le sue connessioni, le sue motivazioni ed i suoi mezzi. La ragnatela di società finanziarie che Thyssen aiutò a creare negli anni '20 rimase un mistero per il resto del ventesimo secolo, una quasi perfetta condotta fognaria nascosta sottoterra per spostare il denaro sporco, denaro che rifornì di fondi le fortune postbelliche non solo dell'impero industriale Thyssen... ma anche della famiglia Bush. Era un segreto che Fritz Thyssen si sarebbe portato nella tomba.
Era un segreto che avrebbe condotto l'ex agente dell'intelligence USA William Gowen, ora quasi ottantenne, proprio ad un passo dalla famiglia reale olandese. I Gowen non erano nuovi alle controversie o alla nobiltà. Suo padre era uno degli emissari diplomatici del Presidente Roosevelt presso Papa Pio XII che fecero l'inutile tentativo di persuadere il Vaticano a denunciare il trattamento che Hitler riservava agli ebrei. Fu suo figlio, William Gowen, che prestò servizio a Roma dopo la II G.M. come cacciatore di nazisti ed investigatore del servizio controinformazioni dell'esercito USA. Fu l'agente Gowen che per primo scoprì nel 1949 il canale segreto del Vaticano per portare in salvo i nazisti. E fu anche lo stesso William Gowen che iniziò a far venire alla luce nel 1999 la condotta segreta olandese per contrabbandare il denaro dei nazisti.
Mezzo secolo prima Fritz Thyssen stava raccontando agli investigatori alleati che egli non aveva interessi in società straniere, che Hitler gli si era rivoltato contro ed aveva preso la maggior parte delle sue proprietà. I suoi rimanenti beni (che sapeva comunque persi) erano soprattutto nella zona d'occupazione russa della Germania. I suoi distanti (e non di suo gusto) parenti nelle nazioni neutrali come l'Olanda erano i reali proprietari di una sostanziosa percentuale della restante base industriale tedesca. Come vittime innocenti del Terzo Reich essi premevano sui governi d'occupazione alleati in Germania chiedendo la restituzione delle proprietà che gli erano state sequestrate dai nazisti.  
Secondo le norme dell'occupazione alleata della Germania tutte le proprietà possedute dai cittadini di una nazione neutrale che erano state prese dai nazisti dovevano essere restituite ai cittadini neutrali dietro presentazione di appropriata documentazione dimostrante la prova della proprietà. Improvvisamente, parti neutrali di ogni genere, particolarmente in Olanda, pretesero la proprietà di diversi pezzi dell'impero Thyssen. Nella sua cella Fritz Thyssen semplicemente sorrideva ed aspettava di essere rilasciato dalla prigione mentre membri della famiglia reale olandese e del servizio informazioni olandese rimettevano assieme per lui i suoi possedimenti anteguerra.
Gli inquirenti britannici ed americani potevano avere seriamente sottostimato Thyssen ma non di meno essi sapevano che gli veniva mentito. I loro sospetti si concentrarono in particolare su una banca olandese, la Banca voor Handel en Scheepvaart di Rotterdam. Questa banca da anni faceva molti affari con i Thyssen. Per fargli un favore, nel 1923 la banca di Rotterdam prestò il denaro per costruire proprio il primo quartier generale del partito nazista a Monaco. Ma in qualche modo le indagini alleate continuarono a non andare da nessuna parte, le piste sembravano tutte arenarsi.
Se gli investigatori si fossero accorti che Allen Dulles, il capo dell'intelligence USA nella Germania postbellica, era anche l'avvocato della banca di Rotterdam, avrebbero potuto fare domande molto interessanti. Essi non sapevano che anche Thyssen era cliente di Dulles. Non si sono nemmeno mai accorti che era l'altro cliente di Allen Dulles, il barone Baron Kurt Von Schroeder che era il fiduciario dei nazisti per le società Thyssen che ora si pretendevano possedute dagli olandesi. La banca di Rotterdam era al cuore dello schema di copertura di Dulles, ed essa custodiva gelosamente i suoi segreti.
Diversi decenni dopo la guerra il giornalista investigativo Paul Manning, collega di Edward R. Murrow, inciampò sugli interrogatori di Thyssen negli Archivi Nazionali USA. Manning voleva scrivere un libro sul riciclaggio del denaro dei nazisti. Il manoscritto di Manning era un coltello alla gola di Allen Dulles: il suo libro menzionava specificamente la Banca voor Handel en Scheepvaart per nome, sebbene di sfuggita. Dulles si offrì di aiutare l'ignaro Manning con il suo manoscritto e lo mandò verso un vicolo cieco, in cerca di Martin Bormann in Sud America.
Senza sapere di essere stato deliberatamente sviato, Manning scrisse una prefazione del suo libro ringraziando personalmente Allen Dulles per la sua "assicurazione che era sulla pista giusta e doveva continuare così". Dulles mandò Manning ed il suo manoscritto nelle paludi dell'oscurità. Anche l'imbroglio stesso della "caccia a Martin Bormann" venne usato con successo per screditare Ladislas Farago, un altro giornalista americano che esaminava troppo approfonditamente il riciclaggio del denaro dei nazisti. Gli investigatori americani dovevano essere mandati ovunque eccetto in Olanda.
E così la Dutch connection rimase inesplorata fino a quando nel 1994 pubblicai il libro "The Secret War Against the Jews". Come argomento di curiosità storica menzionai che Fritz Thyssen (ed indirettamente il partito nazista) avevano ottenuto i loro primi finanziamenti dalla Brown Brothers Harriman e dalla sua affiliata Union Banking Corporation. La Union Bank era a sua volta la holding della famiglia Bush che controllava molte altre società, compresa la "Holland American Trading Company".
Era pubblicamente noto che le holding di Bush erano state sequestrate dal governo USA dopo che i nazisti invasero l'Olanda. Nel 1951 i Bush reclamarono dall'Alien Property Custodian la Union Bank assieme alle sue proprietà "neutrali" olandesi. Non l'avevo capito, ma avevo sbattuto contro un pezzo veramente grande della scomparsa Dutch connection. La proprietà di Bush della società d'investimenti olandese-americana era l'anello mancante nelle prime ricerche di Manning nei documenti dell'indagine Thyssen.
Nel 1981 Manning aveva scritto: "Il primo passo di Thyssen in una lunga danza di frodi fiscali e valutarie iniziò [alla fine degli anni '30] quando dispose che le proprie quote nella olandese Hollandische-Amerikanische Investment Corporation venissero accreditate alla Banca Bank voor Handel en Scheepvaart, N.V., Rotterdam, la banca fondata nel 1916 da August Thyssen Senior".
In questo oscuro paragrafo di un libro poco noto, Manning aveva involontariamente documentato due interessanti argomenti: 1) La Union Bank di Bush aveva evidentemente acquistato le stesse azioni societarie che i Thyssen stavano vendendo come parte del loro riciclaggio del denaro dei nazisti, e 2) la banca di Rotterdam, lungi dall'essere un ente neutrale olandese, venne fondata dal padre di Fritz Thyssen. In retrospettiva, io e Manning avevamo scoperto terminali diversi della Dutch connection.
Dopo aver letto l'estratto del mio libro sulla proprietà di Bush della Holland-American trading Company, l'agente del servizio informazioni USA in pensione William Gowen cominciò a mettere insieme le tessere del puzzle. Mr. Gowen conosceva ogni angolo dell'Europa per il suo passato di figlio di un diplomatico, agente del servizio informazioni americano e giornalista. William Gowen merita tutto il credito per la scoperta del mistero di come gli industriali tedeschi nascosero il loro denaro dagli Alleati alla fine della II G.M. Nel 1999 Mr. Gowen andò in Europa, a proprie spese, per incontrare un ex membro dell'intelligence olandese che aveva informazioni interne dettagliate sulla banca di Rotterdam. Lo scrupoloso Gowen prese nota della dichiarazione e quindi la fece leggere e correggere dalla sua fonte per evitare errori. Qui, sommariamente, si racconta come i nazisti nascosero il loro denaro in America.
Dopo la I G.M. August Thyssen era stato seriamente danneggiato dalla perdita di beni dovuta alle dure condizioni del trattato di Versailles. Egli era determinato a che ciò non accadesse mai più. Uno dei suoi figli si sarebbe unito ai nazisti, l'altro sarebbe rimasto neutrale. Non importava chi vincesse la prossima guerra, la famiglia Thyssen sarebbe sopravvissuta con il suo impero industriale intatto. Fritz Thyssen si unì ai nazisti nel 1923: suo fratello minore sposò una nobile ungherese e cambiò il proprio nome in quello di barone Thyssen-Bornemisza. Il barone più tardi reclamò la cittadinanza ungherese ed anche quella olandese. In pubblico fingeva di detestare il suo fratello nazista, ma in privato si incontravano a consigli di amministrazione segreti in Germania per coordinare le loro operazioni. Se un fratello veniva minacciato della perdita della sua proprietà, avrebbe trasferito le proprie società all'altro.
Per aiutare i suoi figli nel loro gioco di scatole vuote, August Thyssen durante gli anni '20 costituì tre diverse banche - la August Thyssen Bank a Berlino, la Bank voor Handel en Scheepvaart a Rotterdam e la Union Banking Corporation a New York City. Per proteggere le loro holding tutto ciò che i fratelli dovevano fare era spostare i documenti delle società da una banca all'altra. E questo fecero piuttosto regolarmente. Quando Fritz Thyssen "vendette" la Holland-American Trading Company per una perdita fiscale, la Union Banking Corporation di New York comprò le azioni. Similmente, la famiglia Bush investì i camuffati profitti nazisti in società americane dell'acciaio e di produzione che divennero parte del segreto impero Thyssen.
Quando i nazisti invasero l'Olanda nel maggio del 1940 investigarono nella Banca voor Handel en Scheepvaart di Rotterdam. Fritz Thyssen era sospettato di dagli ispettori di Hitler di essere un evasore fiscale e di trasferire illegalmente la sua ricchezza al di fuori del Terzo Reich. Gli ispettori nazisti avevano ragione: Thyssen pensava che le politiche economiche di Hitler avrebbero fatto diminuire la sua ricchezza attraverso una disastrosa inflazione. Egli contrabbandava all'estero i suoi profitti di guerra attraverso l'Olanda. Ma i forzieri di Rotterdam non contenevano indizi su dove fosse andato a finire il denaro. I nazisti non sapevano che tutti i documenti comprovanti la segreta proprietà di Thyssen erano stati tranquillamente rispediti alla banca August Thyssen a Berlino, sotto la benevola supervisione del barone Kurt Von Schroeder. Thyssen passò il resto della guerra agli arresti domiciliari di lusso. Egli aveva giocato Hitler, nascosto i suoi immensi profitti, ed ora era tempo di giocare gli americani con lo stesso trucco delle scatole vuote.
Appena Berlino cadeva in mano degli alleati venne il momento di rispedire i documenti a Rotterdam cosicché la banca "neutrale" potesse pretendere le proprietà con la benevola supervisione di Allen Dulles, che, come capo dell'intelligence dell'OSS a Berlino nel 1945, era ben piazzato per gestire qualsiasi tranquilla indagine. Sfortunatamente, la banca August Thyssen durante la guerra era stata bombardata ed i documenti erano sepolti nei forzieri sotterranei sotto le rovine. Ancora peggio, i forzieri si trovavano nella zona sovietica di Berlino. Secondo la fonte di Gowen, il principe Bernardo comandava una unità dell'intelligence olandese che nel 1945 tirò fuori i documenti societari incriminanti e li riportò alla banca "neutrale" di Rotterdam. Il pretesto era che i nazisti avevano rubato a sua moglie, principessa Giuliana, i gioielli della corona, ed i russi diedero agli olandesi il permesso di scavare tra i forzieri e recuperarli. L'operazione Giuliana fu una truffa olandese agli Alleati che cercavano ovunque i pezzi mancanti della fortuna Thyssen.
Nel 1945 l'ex direttore olandese della banca di Rotterdam riprese il controllo solamente per scoprire che sedeva su una grande pila di attività naziste nascoste. Nel 1947 il direttore minacciò di informare le autorità olandesi, e venne immediatamente licenziato dai Thyssen. L’ingenuo direttore di banca allora fuggì a New York City dove aveva intenzione di parlare con il presidente della Union Bank, Prescott Bush. Come ricordava la fonte olandese di Gowen, il direttore intendeva "rivelare [a Prescott Bush] la verità sul barone Heinrich e la banca di Rotterdam, perché alcuni o tutti degli interessi di Thyssen nel gruppo Thyssen potessero essere sequestrati e confiscati come proprietà del nemico tedesco. "Il corpo del direttore venne ritrovato a New York due settimane più tardi".
Allo stesso modo nel 1996 il giornalista olandese Eddy Roever andò a Londra per intervistare il barone, che era vicino di Margaret Thatcher. Il corpo di Roever venne scoperto due giorni dopo. Forse, osservò laconicamente Gowen, era solamente una coincidenza che entrambe morissero d’infarto immediatamente dopo aver tentato di scoprire la verità sui Thyssen.
Né Gowen né la sua fonte olandese sapevano delle sostanziose prove negli archivi dell'Alien Property Custodian o negli archivi dell'OMGUS. Assieme, i due separati gruppi di documenti USA si sovrapponevano a vicenda e supportavano direttamente la  fonte di Gowen. Il primo gruppo di archivi conferma assolutamente che la Union Banking Corporation di New York era posseduta dalla banca di Rotterdam. Il secondo gruppo (citato da Manning) che a sua volta la banca di Rotterdam era proprietà dei Thyssen. Non sorprende che queste due agenzie americane non resero mai noti i documenti Thyssen. Come documentò il noto storico Burton Hersh:
"L'Alien Property Custodian, Leo Crowley, era nel libro paga della banca di New York J. Henry Schroeder dove nel consiglio di amministrazione sedevano Foster and Allen Dulles. Foster riuscì a farsi nominare consigliere legale speciale per l'Alien Property Custodian mentre simultaneamente rappresentava interessi [tedeschi] contro il custode".
Non meraviglia che Allen Dulles avesse diretto Paul Manning a caccia di farfalle in Sud America. Egli era molto vicino a scoprire il fatto che la banca di Bush a New York City era segretamente posseduta dai nazisti, prima durante e dopo la II G.M. La proprietà di Thyssen della Union Banking Corporation è provata, e concretizza un capo d'imputazione per tradimento nei confronti delle famiglie Dulles e Bush per aver dato aiuto e sostegno al nemico in tempo di guerra.  
Il primo fatto chiave che deve essere provato in ogni indagine criminale e che la famiglia Thyssen possedeva segretamente la banca di Bush. A parte la fonte di Gowen ed i documenti gemelli americani, un terzo gruppo di documentazione proviene dalla stessa famiglia Thyssen. Nel 1979 l'attuale barone Thyssen-Bornemisza (nipote di Fritz Thyssen) preparò una storia scritta della famiglia da condividere con i suoi alti dirigenti. Una copia di questo topo di trenta pagine intitolato "La storia della famiglia Thyssen e loro attività" venne procurata dalla fonte di Gowen. Essa contiene le seguenti ammissioni di Thyssen:  
"Così, all'inizio della II G.M. la Banca voor Handel en Scheepvaart - una ditta olandese il cui unico azionista era un cittadino ungherese - era diventata la holding delle società di mio padre. Prima del 1929 egli deteneva le quote della Banca August Thyssen, ed anche sussidiarie americane e la Union Banking Corporation di New York. Le azioni di tutte le affiliate [nel 1945] erano nella Banca August Thyssen nel settore orientale di Berlino, da dove riuscii a farle trasferire in occidente all'ultimo momento. […]. Dopo la guerra il governo olandese ordinò un'indagine sulla situazione legale della società holding e, in attesa del risultato, nominai un olandese ex direttore generale di mio padre che si era rivoltato contro la nostra famiglia. In quello stesso anno, il 1947, ritornai in Germania per la prima volta dopo la guerra, travestito da autista olandese in uniforme militare, per stabilire i contatti con i nostri dirigenti tedeschi. […]. La situazione del gruppo cominciò gradualmente ad essere risolta ma non fu prima del 1955 che le società tedesche vennero liberate dal controllo alleato ed in seguito rilasciate. Fortunatamente le società del gruppo soffrirono poco dallo smembramento. Infine, fummo nella posizione di concentrarci su problemi puramente economici – la ricostruzione ed ampliamento delle società e l'espansione dell'organizzazione. […]. Il dipartimento creditizio della Banca voor Handel en Scheepvaart, che funzionava anche come società holding del gruppo, si fuse nel 1970 con la Nederlandse Credietbank N.V. che aumentò il suo capitale. Il gruppo ricevette il 25%. La Chase Manhattan Bank detiene il 31%. Per la nuova società holding venne scelto il nome di Thyssen-Bornemisza Group".
Dunque, gli archivi gemelli USA, la fonte olandese di Gowen e la storia della famiglia Thyssen confermano tutte indipendentemente che il padre ed il nonno del Presidente Bush facevano parte del consiglio di amministrazione di una banca che era segretamente posseduta dai principali industriali nazisti. La connessione di Bush con queste istituzioni americane è pubblicamente nota. Quello che nessuno sapeva, finché la brillante ricerca di Gowen non lo portò alla luce, era che i Thyssen erano i datori di lavoro segreti della famiglia Bush.
Ma cosa sapeva la famiglia Bush dei suoi collegamenti nazisti e quando lo seppe? Come manager anziani della Brown Brothers Harriman, dovevano aver saputo che i loro clienti americani, come i Rockefeller, stavano investendo pesantemente nelle società tedesche, compreso il gigante Vereinigte Stahlwerke di Thyssen.
[NOTA BENE: tutti questi industriali erano generosi sostenitori dell’eugenetica e delle campagne di sterilizzazione/castrazione delle persone giudicate inadatte alla procreazione -
Come ripetutamente documenta il noto storico Christopher Simpson, è argomento di dominio pubblico che gli investimenti della Brown Brothers nella Germania nazista ebbero luogo con i servizi della famiglia Bush.
Quando scoppiò la guerra Prescott Bush venne colpito da un caso di morbo di Waldheimer, un'improvvisa amnesia del suo passato nazista? Oppure egli credeva veramente che i nostri benevoli alleati olandesi possedessero la Union Banking Corporation e la sua società madre di Rotterdam? Dovrebbe essere ricordato che nel gennaio del 1937 egli assunse Allen Dulles per "coprire" i suoi conti. Ma coprire da chi? Si aspettava che la piccola felice Olanda dichiarasse guerra all'America? L'operazione di copertura aveva senso solamente come anticipazione di una possibile guerra con la Germania nazista. Se la Union Bank non era il condotto per riciclare gli investimenti nazisti di Rockefeller in America, allora come avrebbe potuto la Chase Manhattan Bank controllata da Rockefeller finire a possedere dopo la guerra il 31% del gruppo Thyssen?
Si dovrebbe notare che il gruppo Thyssen (TBG) ora è la maggiore conglomerata industriale della Germania, e, con un patrimonio netto di più di 50 miliardi di dollari, una delle più ricche società al mondo. La TBG è talmente ricca che ha persino acquistato le società della famiglia Krupp, famoso fabbricante di armi di Hitler, lasciando i Thyssen gli indiscussi campioni di sopravvivenza del Terzo Reich. Dove hanno preso i Thyssen il denaro per partire con la ricostruzione del loro impero con tale velocità dopo la II G.M.?
Le enormi somme di denaro depositate nella Union Bank prima del 1942 sono la migliore prova che Prescott Bush servì consapevolmente da riciclatore del denaro per i nazisti. Tenete a mente che i libri ed i conti della Union Bank nel 1942 vennero congelati dall'Alien Property Custodian USA e non vennero restituiti alla famiglia Bush fino al 1951. A quel tempo, le azioni della Union Bank, che rappresentavano il valore di milioni di dollari di azioni industriali e di obbligazioni, vennero sbloccate per la circolazione. La famiglia Bush credeva realmente che tali enormi somme provenissero da aziende olandesi? Si potrebbero vendere bulbi di tulipano e scarpe di legno per secoli e non raggiungere quelle somme. Una fortuna di questa misura poteva essere arrivata solamente dai profitti che Thyssen fece riarmando il Terzo Reich e quindi nascosti, prima dagli ispettori fiscali nazisti e poi dagli Alleati. I Bush sapevano perfettamente bene che la Brown Brothers era il canale del denaro americano nella Germania nazista, e che la Union Bank era la conduttura segreta per riportare dall'Olanda in America il denaro nazista. I Bush dovevano aver saputo di come funzionava il circuito segreto del denaro poiché essi erano nel consiglio di amministrazione in entrambe le direzioni: fuori dalla Brown Brothers, dentro la Union Bank.  
Inoltre, la misura del loro compenso è commensurata con il loro rischio come riciclatori del denaro nazista. Nel 1951 Prescott Bush e suo suocero ricevettero una quota delle azioni della Union Bank, ciascuna del valore di 750.000 dollari. Un milione e mezzo di dollari erano un sacco di soldi nel 1951. Ma allora, dal punto di vista di Thyssen, comprare i Bush era stato il miglior affare della guerra.
Il punto decisivo è grave: E' abbastanza disdicevole che la famiglia Bush abbia aiutato a raccogliere per Thyssen il denaro da dare a Hitler per il suo avvio negli anni '20, ma dare aiuto e sostegno al nemico in tempo di guerra è tradimento. La banca di Bush aiutò i Thyssen a fabbricare l'acciaio che uccideva i soldati alleati. Per quanto possa sembrare negativo aver finanziato la macchina bellica nazista, aver aiutato ed assistito l'Olocausto era peggiore. Le miniere di carbone di Thyssen utilizzavano schiavi ebrei come se fossero materiali usa e getta. Vi sono sei milioni di scheletri nell'armadio della famiglia Thyssen, ed una miriade di domande criminali e storiche cui deve essere data risposta sulla complicità della famiglia Bush.
IN INGLESE:
Il quotidiano britannico Guardian corrobora la veridicità di queste inchieste: http://www.guardian.co.uk/world/2004/sep/25/usa.secondworldwar.
Fox News riporta alcuni risultati dell'inchiesta:
http://www.foxnews.com/story/0,2933,100474,00.html.
Analisi ancora più approfondita (utili anche i commenti del forum):
Diagramma della rete di business:
VIDEO INTEGRATIVO (in inglese americano):

BIBLIOGRAFIA SUPPLEMENTARE
Edwin Black, War Against the Weak: Eugenics and America's Campaign to Create a Master  Race. New York: Basic Books, 2003.
Edwin Black, Nazi Nexus: America's Corporate Connections to Hitler's Holocaust. Washington, DC: Dialog Press, 2009.

Chi è Edwin Black?

ALTRI LINK UTILI:

sabato 22 ottobre 2011

La tirannia umanitaria svedese


Di norma si riconosce la necessità di imporre una radicale eliminazione delle persone inadatte e prive di valore per mezzo della sterilizzazione. Anche se la loro mediocre qualità non fosse un tratto ereditario, come genitori creerebbero un ambiente indesiderabile per i bambini.
Alva Myrdal (1941, pp. 115-116), premio Nobel per la Pace (1982).

La legge sulle sterilizzazioni è un passo importante nella direzione della depurazione del ceppo svedese, che sarà liberato dalla trasmissione di materiale genetico che produrrebbe, nelle generazioni future, individui indesiderabili in una popolazione sana di corpo e di mente.
Karl Gustaf Westman, Ministro della Giustizia (1941)

L’idea che le persone debbano avere il diritto di decidere in merito ai propri corpi è un punto di vista estremamente individualistico.
Commissione governativa sulle sterilizazioni (1936)

La società svedese è caratterizzata dalla coesistenza di aspetti ultramoderni ed elementi pre-moderni. Samförstånd è il termine che indica la comprensione condivisa di una questione, che in generale tende a confondere la linea che separa il consenso dal compromesso. Questo perché nella società svedese la condivisione di un significato spesso coincide con una mentalità compromissoria. Il risultato è una società che assorbe ogni potenziale dissenso disciplinandolo tramite il politicamente corretto ed il richiamo alla bontà intrinseca dell’accordo (ad ogni costo) ed un apparato amministrativo che trasforma i conflitti sugli obiettivi da perseguire in conflitti sui mezzi coi quali perseguirli, cioè i valori in fatti, che sono molto meno pericolosi in termini di armonia sociale (Gould, 2001; Rosenberg, 2002; Spektorowski, 2004). 
Naturalmente questo meccanismo s’inceppa nel momento in cui esistono visioni del mondo e concezioni della buona società sensibilmente diverse. Non si accetta il diverso ed inatteso (persona o idea che sia), lo si tollera. Convinzione di essere i migliori, sfiducia negli altri, diritto di pontificare ed indicare agli altri cosa sia giusto e sbagliato (Brown, 2008). Nel 1969 Susan Sontag caratterizzava la cultura svedese della prevenzione del conflitto come semi-patologica, a rischio di generare continue inibizioni, ansia, dissociazione morale. Nello stesso anno, un corrispondente straniero David Jenkins (Jenkins, 1969), pubblica un atto di accusa intitolato “Svezia, la macchina del progresso” in cui denuncia la “pronunciata devozione al pragmatismo privo di emozioni”, un più consistente interesse per la natura che per la gente, una “società organizzata come una macchina in cui si oliano gli ingranaggi [le persone] per farli funzionare al meglio”. Jenkins notava che se si ritiene di essere razionali, non si potrà mai credere di essere dottrinari, e questo toglie spazio alle critiche legittime, in un sistema chiuso, al servizio delle sue esigenze, tanto che i meccanismi belli ed intricati, ma scarsamente flessibili, non possono soddisfare la varietà di variazioni individuali. Jenkins pativa la propensione svedese a formalizzare, proceduralizzare, organizzare, sistematizzare ogni aspetto della vita, la mancanza di curiosità o l’inibizione a manifestarla, i cui effetti si potevano misurare nella mediocre qualità del giornalismo svedese (infatti si dovette attendere fino agli anni Novanta perché un coraggioso giornalista, per di più di origini polacche, facesse esplodere il caso delle sterilizzazioni involontarie di migliaia di donne svedesi). Più di tutto, Jenkins non capiva perché “nel diagramma della curva a campana che ritrae la diversità umana, i due estremi della curva debbano essere amputati per privilegiare chi si concentra intorno alla media”. Un paio di anni più tardi arrivò sul mercato l’inchiesta più spietata sull’esperimento svedese, ad opera di Roland Huntford (Huntford, 1971), corrispondente britannico per la Scandinavia per il quotidiano progressista “The Observer”. Fu un attacco doloroso perché, come quello della Sontag, proveniva da sinistra. Huntford stigmatizzava l’obbligo (tacito) della neutralità, che vedeva come una castrazione morale autoinflitta che impediva a chi sentiva il bisogno di agire di trovare la forza e la convinzione di farlo. In Svezia, mancava il concetto stesso di una coscienza soggettiva come guardiano della moralità delle azioni. La Svezia si considerava la coscienza del mondo senso collettivo, non come l’accordo di persone soggettivamente responsabili e cooperative. Huntford ironizzava sul fatto che nella nazione scandinava si condannano le altre nazioni e gli altri popoli per le loro azioni indesiderabili, mentre al tempo stesso il dissenso interno è incasellato come espressione di un interesse particolare nocivo per la collettività che, in quanto egalitaria, non può tollerare istanze qualitativamente differenti. In Svezia il corpo sociale assimilava tutti i vari interessi e il potere conferiva il diritto di farlo.
In Svezia, l’ideologia che ha sostenuto questa cultura anti-pluralista si chiama folkhem ed è contraddistinta dalle virtù secondarie della “comunità”, “solidarietà”, “armonia”, “sicurezza”, “identità”, “avvedutezza”, “cooperazione”, “assistenza”, “operosità”. La folkhem è, in breve, la progressiva estensione del caldo, sereno e confortevole ambiente domestico agreste fino ad abbracciare l’intera nazione. Lo stato è quindi pastorale – si prende maternamente cura dei cittadini (Samhällsmoderlighet) –, democratico ma illiberale: la volontà generale diviene il patto regolativo dell’intera società (Trägårdh, 2007). Molto lucidamente, Lars Trägårdh chiarisce che, a fianco di Hegel, l’altro nume tutelare della cultura politica svedese è Rousseau, del quale si premura di citare un passo del Contratto Sociale (libro II), che secondo lui potrebbe essere assunto come motto dello stato sociale svedese (Trägårdh, ibidem): “La seconda relazione è quella dei membri tra di loro, o con il corpo intero; e questo rapporto deve essere nel primo caso il più piccolo possibile, e nel secondo il più grande possibile; in modo che ogni cittadino sia in una perfetta indipendenza rispetto a tutti gli altri, e in una estrema dipendenza rispetto alla città...poiché non c’è che la forza dello Stato che faccia la libertà dei suoi membri”. 
Purtroppo, a misura che la responsabilità per i problemi collettivi è trasferita dalla società civile allo Stato, lo spirito solidale ed il senso di responsabilità del cittadino nei confronti del prossimo è destinato ad affievolirsi, inibito dalla possanza dei servizi assistenziali collettivi (Colla, 1993). La mentalità ingegneristica è la più idonea a gestire le dinamiche sociali perché pone l’accento su una prassi decisionale efficace, rapida e pragmatica che privilegia razionalità, disciplina ed assenza di sentimentalismi. Come ha osservato l’antropologo svedese Åke Daun, in Svezia tutti i problemi hanno un’unica soluzione appropriata, tutte le incoerenze e contraddizioni devono essere scartate, perché sono intellettualmente insoddisfacenti, la riprova di una mancanza di disciplina (Daun, 1977). Ciò che è razionale, pratico, pulito e bello è anche vero, buono e giusto e ciò richiede un costante esorcismo sociale, un’incessante lotta contro oscurità, infermità, disordine, sporcizia, fetore, per la purificazione della società da tutto ciò che è inappropriato (Henze, 1993).
Questa inclinazione, in Svezia come in qualunque altro luogo del mondo (es. Singapore, Canada, Stati Uniti, Trentino-Alto Adige, Giappone, ecc.), è associata alla ricerca del primato morale, che provoca quasi sempre un’impennata di supponenza ed un processo di totemizzazione della società che la rende indiscutibile. Un’estrema forma di autocompiacimento. Il sentirsi dalla parte del vero, del buono e del giusto, parte di una comunità culturalmente e spiritualmente esemplare, può dare origine a quell’intollerante senso di intangibilità morale, propria del sacro, che rende ancora più difficile il compito di chi punta il dito contro l’arbitrarietà di certe decisioni prese in nome del bene comune e quindi, per definizione, insindacabili e moralmente ineccepibili. Se il popolo svedese è intrinsecamente democratico, non potrà mai cessare di esserlo e non avrà quindi alcun bisogno di un auto-esame (Trägårdh, 2007).
Inoltre, e questo è un aspetto della questione che è raramente preso nella giusta considerazione, uno stato materno tende a formare con i suoi cittadini un tipo di legame affine a quello che vincola madri e figli, ma il potere di una madre sui figli è pressoché assoluto (almeno a livello psicologico) e non è necessariamente benevolo. Il potere di generare la vita e di nutrirla è anche quello che la fa appassire e la fiducia può mutarsi in ricatto. Nessuno, tranne una madre, dovrebbe poter gestire un tale potere. La sottile ironia di questo parallelo non sarà sfuggita a chi è al corrente delle politiche eugenetiche svedesi, seconde solo a quelle naziste, per virulenza e al terzo posto nel mondo, dopo Germania e Stati Uniti.
L’eugenetica era la scienza che studiava le misure intese a generare una prole migliore rispetto alla norma. L’eugenetica negativa doveva estirpare malformazioni e malattie ereditarie mentre quella positiva doveva incoraggiare i “più adatti” a riprodursi e spingere i “meno adatti” a non farlo. In diversi paesi nominalmente democratici questa dottrina si tradusse in leggi che vietavano il matrimonio ai cittadini classificati come inadatti alla procreazione, oppure li inducevano od obbligavano a scegliere l’aborto selettivo, l’internamento in istituti psichiatrici, la sterilizzazione, o la castrazione. 
Nella Germania nazista la sterilizzazione coatta/indotta fu accompagnata dall’uccisione di migliaia di disabili fisici e psichici, comprese decine di pazienti di quel che fu il manicomio di Pergine. In Svezia la violazione dei diritti fondamentali di decine di migliaia di donne da parte dello Stato fu resa possibile dalla colpevole deferenza dell’opinione pubblica nei confronti di esperti – spesso auto-proclamatisi tali – che etichettarono ogni obiezione come dogmatica, arretrata e malinformata
La storia dell’eugenismo rivela l’accecamento ideologico prodotto da un audace sperimentalismo che impedisce ai suoi promotori di fare auto-critica, di porsi delle domande che non siano solo di ordine meramente tecnico, di ascoltare le ragioni degli altri. Ma non solo, essa rivela anche il moralismo di una comunità che si sentiva custode delle virtù collettive e che per questo si trasformò in uno stato di polizia, esattamente come in ogni caccia alle streghe, da Salem all’Olocausto. Tra i capi d’accusa che determinarono la sorte di migliaia di donne, la colpa di essere sessualmente inaffidabili (sexuellt opålitlig), volubili (hållningslös), influenzabili (lättledd), dissolute (vidlyftig, lösaktig), o dedite ad uno stile di vita asociale (asocialt levnadssätt) (Colla, 2000). A ciò si aggiunsero gli affidamenti forzosi di migliaia di figli di coppie giudicate inadeguate per il ruolo di genitori. In pratica, lo stato materno e paternalista decise che era giunto il momento di sostituirsi ai genitori naturali, troppo incompetenti per poter educare dei cittadini irreprensibili ed industriosi. Il motto era “mettere in ordine la vita” (lägga livet tillrätta) ed il cittadino era chiamato ad essere skötsam, ossia ordinato e coscienzioso. 
La vita sociale e vita privata possono e debbono essere razionalizzate e per aiutare i deboli serve una società forte ed eminentemente razionale. Si assiste così ad una colonizzazione dell’inconscio, all’anestetizzazione delle facoltà critiche, all’omogeneizzazione delle strutture mentali ed intellettuali, alla regolamentazione dei ritmi quotidiani e cicli di vita (di una vita che dev’essere ragionevole e degna di essere vissuta) che abbraccia i regimi alimentari, lo sport, il tempo libero, le letture, persino la sessualità. È una libertà condizionata, perché l’ideologia funzionalista e pragmatica lascia poco spazio all’arbitrio soggettivo. La volontà del popolo, del corpo sociale, già di per sé autoritaria, è comunque virtuale: i cittadini debbono inchinarsi di fronte agli esperti in modo che si possa realizzare un contingentamento della diversità (Frykman, 1994; Stråth, 2003). 
Paradossalmente, il compito autoimposto di estirpare le cause dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’antagonismo sociale ha dato vita all’hybris artificialistica della natura umana indefinitamente plasmabile (Pazé, 2004). Si assorbe il dissenso interno, si disciplinano gli antagonismi, appellandosi alla concretezza del realismo (saklighet – Sachlichkeit) ed alla certezza del diritto (rättssäkerhet). Non si discute più dei fini, ma solo dei mezzi migliori per conseguirli. Perciò non c'è nessuna opposizione esplicita e formale alle raccomandazioni dei comitati di esperti. I conflitti di valore si traducono automaticamente in conflitti sui fatti e soprattutto sui mezzi: sarebbe infatti impossibile gestire un conflitto se ci fossero in gioco valori divergenti e visioni del bene confliggenti. Invece di una tradizione di consenso istituzionale servirebbe una cultura della gestione del conflitto e della pluralità come fonti di creatività, innovazione, miglioramento.
Una delle più significative contraddizioni della realtà svedese riguarda la storia dell’accettazione, tardiva e a denti stretti, nel suo ordinamento giuridico di quei diritti umani che, all’estero, sostiene con vigore e coerenza. La “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali” del 1950 fu sottoscritta dalla Svezia in separata sede, tre settimane dopo gli altri paesi europei e non fu ben accolta tra i giuristi e i politici svedesi. La strategia adottata in patria fu quella di parlarne il meno possibile, come se fosse qualcosa di cui ci si vergognava e la gente faceva meglio a non sapere. Fu più facile abituarsi all’idea di insegnare agli altri paesi sfortunati i diritti umani, esportandoli, che educare i propri cittadini a valorizzarli. Anzi, si diffuse una vera e propria ossessione per la missione umanitaria di predicare i diritti umani ai paesi in via di sviluppo, trasformando la Svezia in una superpotenza morale del mondo (Huntford, 1971). Ritengo che la miglior chiave di lettura di questo fenomeno sia la tentazione dell’hybris: la pretesa di rinnovare il mondo in relazione al proprio modello preferito è il nucleo centrale dell’imperialismo culturale; le altre culture sono inferiori e i diritti umani sono impiegati aggressivamente come una daga che le fa a pezzi e gli scettici diventano nemici dei diritti umani e perciò zittiti (a buon diritto, appunto).
Ciò si deve alla prolungata e capillare influenza della cultura del nichilismo dei valori promossa dall’eminente giurista Axel Hägerström (1868 – 1939) e dai suoi allievi (Martin, 1997; Bjarup, 1999; Bouquet & Voilley, 2000; Kinander, 2002; Lyles, 2006). Secondo Hägerström la scienza è l’unica forma di conoscenza, tutto è scientificamente conoscibile, la metafisica è insensata e va tralasciata e quindi può esistere una scienza giuridica, branca delle scienze naturali, fondata su fatti empirici e non su finzioni morali. I cosiddetti “realisti giuridici” della tradizione hägerströmiana cercano di sradicare la credenza che i diritti umani e la giustizia possano trovare una loro realizzazione nel diritto. Al contrario, affermano che i valori non fanno parte del tessuto della società e del mondo, che l’esistente è amorale, che chi crede il contrario è vittima dell’infezione metafisica. Le proposizioni morali non hanno alcuna esistenza reale, sono solo espressioni di sentimenti, interessi egoistici o illusioni, reazioni emotive e psicologiche. Concetti morali come giustizia, diritti, equità, colpa, ecc. non hanno un’esistenza indipendente dalla macchina sociale che li produce. Lo stato è necessario al benessere dei cittadini, è pensato ed istituito per questa finalità, ed il benessere lo si soddisfa con il welfare, non con i diritti. 
Il realismo giuridico svedese privilegia uguaglianza ed utile, trascurando libertà e diritti: quando il testo di legge è esplicito, occorre solo applicare una giusta misura di pressioni psicologiche e sollecitazioni sull’opinione pubblica. Criticare sulla base di considerazioni etiche il sistema legale è dissennato: nulla è vero o falso tranne ciò che possiamo asserire sulla scorta dei dati della “scienza legale”. La gente può anche avere una sua morale nella sfera privata, nessuno glielo impedisce, ma guai a chi afferma l’esistenza di una moralità pubblica indipendente da quanto stabilito dalla legge. Le leggi servono appunto a garantire l’armonia sociale e ad influenzare le opinioni dei cittadini, la morale deriva dalle leggi, e non vice versa: sono le buone leggi che fanno gli uomini buoni e non il contrario ed i valori sociali servono solo a mantenere coese le nazioni e preservare la pace tra gli stati. In pratica il diritto è una tecnica di controllo sociale razionale. Ne consegue che chi viola la legge è un fautore del caos: il mantenimento dell’ordine sociale non va messo in discussione e chi lo fa è dogmatico, superstizioso o disadattato ed il suo atteggiamento è passibile di correzione. Molto assennatamente, la maggior obiezione che è stata portata a queste formulazioni è che spiana la strada alla filosofia del potere che tanto piace ai totalitarismi: “non esistono proposizioni morali obiettive, perciò giusto è prendere ciò che decido sia giusto prendere, perché ho il potere di farlo e chiamo diritto questo mio potere” (Mindus, 2009).
È stato detto che Machiavelli è il padre spirituale del realismo giuridico scandinavo (Nergelius, 1990). In quest’ottica la politica non ha nulla a che vedere con l’etica, ciò che conta è garantire la sopravvivenza dello Stato controllando i cittadini. La politica è una questione di potere, non di morale o di giustizia. Nel 1973 il ministro della giustizia svedese Lennart Geijer dichiarò che: “Dietro l'idea che i tribunali proteggono gli individui dalle autorità c'è una critica antidemocratica del sistema parlamentare di governo. È un’idea pericolosa”. Così, in Svezia, non ci sono corti di giustizia indipendenti e non se ne sente il bisogno, non ci sono diritti oltre a quelli attribuiti dal parlamento. Per via di una sconfinata fede nelle istituzioni: non ingannerebbero mai i propri cittadini; i politici sono sempre al servizio della collettività, mai degli interessi economico-finanziari. Per questo le norme eugenetiche furono promosse ed applicate senza alcun problema fino agli anni Settanta, in violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani. Non vi era alcuna separazione dei poteri, nessun controbilanciamento, nessuna voce dissonante, nessuna autorità alternativa a cui appellarsi. Il potere era integralmente nelle mani della maggioranza parlamentare (Trägårdh e Delli Carpini, 2004).
Karl Olivecrona (1897-1980), il più celebre allievo di Hägerström, si diceva convinto che poiché il diritto si fonda sulla possibilità di una sanzione punitiva, ossia sulla “violenza organizzata”, allora la violenza è una necessità sociale. La violenza era perciò un qualcosa di intrinsecamente buono e giusto nella prospettiva della sua utilità sociale, mentre il diritto internazionale era privo di significato, perché non possedeva un apparato di giustizia capace di punire i trasgressori. L’unica efficace norma internazionale era la forza: una potenza militare più forte deve imporre il suo volere ad una nazione più debole. Coerentemente, in "England eller Tyskland" (“Inghilterra o Germania”, 1941) Olivecrona suggeriva che una vittoria nazista sarebbe stata preferibile rispetto all’attuale anarchia internazionale e di conseguenza si augurava che l’esempio di Pétain fosse seguito da altri leader continentali, per porre fine ai conflitti e dare inizio ad una nuova solidarietà paneuropea. Un altro discepolo di Hägerström fu Vilhelm Lundstedt, uno dei fautori del funzionalismo sociale svedese, con la sua enfasi sulla democrazia, a detrimento dei diritti. Analoghe convinzioni animarono i realisti del socialismo, convinti che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (elaborata da esperti provenienti da tutto il mondo) fosse uno strumento dell’imperialismo americano. Più in generale, il realismo è uno strumento duttile nelle mani dei potenti che spacciano i propri interessi e pregiudizi per un fatto naturale.

Il razionalismo umanitario svedese

L’autocompiaciuta idea di una bontà innata è una delle ragioni di quello che è successo…La tirannia delle buone intenzioni è il lato oscuro del modello svedese che si tende a trascurare.
Arne Ruth, l’allora caporedattore alla cultura per il Dagens Nyheter (1997)

Arriviamo così al nodo centrale della questione, quella dell’inevitabile perniciosità del razionalismo umanitario. Un sociologo svedese, Hans L. Zetterberg (1984), è stato il primo, che io sappia, ad affrontare in modo sistematico le contraddizioni ed aporie del modello svedese di umanitarismo razionalista. Tradizionalmente, spiega Zetterberg, lo “svedese” ama la sicurezza (trygghet), la continuità e la prevedibilità e per questo tende ad essere intollerante verso valori e costumi diversi dai suoi. Sa qual è il suo posto, non si ritiene speciale, si comporta appropriatamente, mantiene le sue emozioni sotto controllo, è puntuale e coscienzioso. C’è un prezzo da pagare per l’ordine, la conformità e l’assenza di conflitti: un dibattito pubblico stagnante, scarso pluralismo, marginale originalità. Una ramificazione di questa mentalità è quella secondo cui pagando le tasse ci si sente assolti dall’obbligo di prendersi cura degli anziani e dei bisognosi in generale, perché ci deve comunque essere qualcuno incaricato di farlo. Un fenomeno che, tra parentesi, è piuttosto comune anche in Giappone. I dibattiti sono condotti da tecnocrati e non c’è alcuna indulgenza verso la spiritualità. Non ci può essere spazio per la spiritualità e la spontaneità – cioè per il vero buon cuore e buon senso –in un sistema in cui “la molteplicità del pensiero umano è organizzata in sistemi, il vasto repertorio del comportamento umano in istruzioni unificate” (Zetterberg, ibidem, p. 85). La razionalità routinizza la vita quotidiana, ritualizza quella spirituale, contabilizza gli aspetti economici e burocratizza quelli politici. “Fin dai tempi di Gustavo Adolfo – continua Zetterberg – gli Svedesi tendono a guardare alla burocrazia come la Ragione e la Giustizia incarnate. […] le regole hanno sostituito i governanti, la tecnica ha sostituito l’autorità”. Questo per via di una persistente sfiducia nelle emozioni umane: “una regola non può essere incostante, avida, o malvagia ed è quindi preferibile all’imprevedibilità del fattore umano. Una regola è la maggiore approssimazione possibile all’ideale della ragione pura; compito dell’uomo è quello di osservarla alla lettera” (ibidem, p. 86). Vi è, come abbiamo visto, una assoluta fiducia nei confronti delle autorità e del potere in generale, quando è pubblico, e quasi nessuno pensa che ci debba essere qualcuno che monitora i governanti (Quis custodiet ipsos custodes?). Hans Magnus Enzensberger, che visitò la Svezia nel 1982 e pubblicò una serie di osservazioni sulla società svedese, la chiamò “una condizione di innocenza storica” e descrisse il problema in toni perentori: “I cittadini della Svezia sono sempre pronti ad andare incontro alle loro istituzioni con lealtà e fiducia, come se la benignità delle stesse fosse assolutametne fuori discussione. Un comportamento che risulterebbe incomprensibile ad uno spagnolo, un irlandese, un italiano o un francese… e persino i Tedeschi, ai quali si attribuisce un atteggiamento particolarmente corretto verso l’autorità, da un paio di decenni non possono più competere con gli Svedesi […]. Le istituzioni acquisiscono un’immunità morale sempre crescente, sconosciuta alle altre società. Limitare il potere del bene, controllarlo, mettersi sulla difensiva: solo a dei malvagi potrebbero venire in mente idee simili. E allora non sorprende il fatto che questo potere si estenda irresistibilmente, penetri in tutte le fessure della vita quotidiana e regoli tutti gli impulsi della gente in una misura che non trova riscontro nelle società libere. E così avviene anche che gli apparati istituzionali possano confiscare non solo la maggior parte dei redditi, ma anche i valori morali dei cittadini. Sono loro che provvedono alla solidarietà ed all’uguaglianza, alla difesa e alla protezione, alla giustizia e al decoro: tutte cose troppo importanti per essere affidate alla gente comune” (Enzensberger, 1989, pp. 16-17. 
L’uomo comune deve solo accettare il fatto che ciò che l’istituzione pubblica sancisce essere giusto e bene regolerà molto presto anche la sua sfera privata. Ciò che è fattibile ed efficace secondo una scienza esatta diventa anche giusto in ogni dimensione del vivere, dalle prescrizioni mediche ai rapporti tra figli e genitori, “ogni forma di costrizione è un contributo all’auto-realizzazione di soggetti inconsapevoli” (Colla, 1994, p. 116). Anche la terapia coatta e la sterilizzazione involontaria o estorta: tutto ciò che consente di scivolare dall’essere (Sven è tranquillo) al dover essere (Sven deve stare tranquillo), abolendo per legge i conflitti tra le persone e, progressivamente, le loro manchevolezze. Il drammaturgo Per Olov Enquist (1984) parla a questo proposito di un tentativo sperimentale di produrre il buon cittadino per legge e di abolire il male, sempre per legge.
Zetterberg elogia i paesi scandinavi per essere stati i primi a promuovere internazionalmente l’umanitarismo, il grande tema della civiltà occidentale. Aggiunge però che non fu il razionalismo a giustificarlo, altrimenti non ci si sarebbe fatti carico delle persone con certe disabilità, deformità, ritardi mentali, anziani senili, ecc. L’eugenetica è un caso esemplare in tal senso. Fu il bisogno di organizzare armoniosamente le interazioni sociali, anche su scala planetaria “La Svezia ha organizzato l’umanitarismo ad ogni livello della società, dalla culla alla tomba, come in nessun altro luogo al mondo” (op. cit. 90). Ma per ottenere questo obiettivo, rispondendo alle esigenze di giustizia ed uguaglianza totali, “l’umanitarismo razionale dev’essere ripartito in base a criteri impersonali e predeterminati…e così perde la sua anima...il cittadino medio è tranquillizzato dalla presunta affidabilità dell’umanitarismo burocratizzato ed inizia a credere che il sistema si prenderà cura di tutti gli altri, senza che lui se ne debba far carico. […]. È questo dualismo nella prospettiva morale, questa preoccupazione per l’umanitarismo formale che coesiste con una carenza di umanità spontanea che è così paradossale in Svezia… ovunque intervengano misure di welfare, i normali contatti sociali si spezzano. Una regola crudele per un’attività umanitaria” (ibidem, pp. 90-91). 
Molto semplicemente, i singoli non possono competere con la MegaMacchina assistenziale e anche quando tentano di farlo, come fu il caso di un'insegnante che si occupava anche dei servizi di accoglienza ai rifugiati, Annika Östman, rischiano una severa punizione. L’insegnante in questione fu sanzionata per aver portato un profugo in ospedale usando la sua auto e per averlo accudito nel tempo libero. Ciò le valse l’accusa di essere inadatta al suo ruolo, che presuppone l’indifferenza personale, il disinteresse ed il perseguimento dell’utile collettivo (Colla, 1993). 
Una visione complessiva in cui ciascun individuo è sostituibile giustifica l’indifferenza personale. In un modello in cui nessuna persona è affidabile quanto l’apparato, nessuna soluzione personalizzata è efficace quanto la pianificazione schematica e razionale. Curioso che un paese socialista, la cui filosofia antropologica dovrebbe essere per definizione ottimistica, faccia suo l’assunto misantropico che le persone non sono per definizione capaci di realizzare la propria felicità senza danneggiare gli altri. Si ha il paradosso di una premessa essenzialmente reazionaria applicata ad un programma di ingegneria sociale progressista, promosso da governi social-democratici.
Questa penosa incongruenza che pure è stata rilevata anche dagli antropologi svedesi – “abbastanza paradossalmente, le manifestazioni svedesi di solidarietà riflettono un'attitudine di scarsa affettività nei confronti delle disgrazie altrui” (Daun, 1977) – non è però percepita come tale dalla società nel suo complesso, perché la sfera pubblica è quintessenzialmente innocente e la sfera privata confluisce in quella pubblica, senza soluzione di continuità. Non vi è una reale possibilità di astrarsi dal sistema per guardarlo criticamente dall’esterno, se non si è espatriati o stranieri. Purtroppo, in una comunità coesa ed egoista, spaventata dall’alterità, incapace di gestirla, si hanno “diritti” ossia, per meglio dire, ci spettano delle prestazioni da parte del servizio pubblico, se ci si rende utili, se si è cittadini industriosi; altrimenti si è esclusi (Colla, 1999). 
La cosa sorprendente è che, nonostante il numero crescente di severi ed argomentati ammonimenti, sopravvive ancora adesso, anche in ambienti accademici, il mito dell’eccellenza svedese, testimoniato dal fatto che si tratta della nazione con la minor povertà e disparità sociale nel mondo, un mito che avrebbe gratificato oltremodo il Grande Inquisitore di Dostoevskij. 
Nel 2006, in occasione di un discorso alla Dag Hammarskjöld Foundation intitolato “What Next? Visions of Global Solidarity, as Seen from Sweden” (Cosa viene dopo? Visioni di solidarietà globale da una prospettiva svedese”), Brian C. W. Palmer, docente di teologia ad Harvard, ha descritto il suo sogno di un “processo di globalizzazione social-democratico” ispirato dalla stessa eccitazione con cui giornalisti, accademici, sindacalisti ed idealisti venivano in Svezia a studiare “le frontiere della modernità sociale”. A sentire Palmer, nel dopoguerra, mentre il bacino del Mediterraneo veniva descritto come “un bastione neofeudale di papismo, patriarcato, gerarchia, disordine e disuguaglianza”, la Svezia trovò nell’internazionalismo un sfogo per i suoi sentimenti patriottici. Nacque il patriottismo internazionalista, con risultati lodevoli, come la netta condanna dell’apartheid e il voto in favore dell’indipendenza algerina in controcorrente rispetto alle altre nazioni occidentali. Ora lo studioso aspira ad una rete del welfare globale sul modello svedese, un progetto che dovrà prendere le mosse dall’assunto che “i vincoli collettivi sono indispensabili per un’autentica solidarietà” e che quindi si renderanno necessari “energici disciplinamenti” della popolazione globale. Sembra così facile, per alcuni, dimenticare le lezioni della storia.

L’hybris svedese

La centralità del tema dell’autopurificazione, della pulizia morale, di un esempio etico da seguire e di precisi dettami teorici, ha influenzato l’aspirazione genetica di una società modello, composta di cittadini coscienziosi e dalla ferrea rettitudine morale.
Luca Dotti

Sforziamoci di diventare un gruppo di costruttivi fanatici, che con tenace ostinazione si rifiutano di accettare l'impossibile, il negativo. Possiamo ancora realizzare ciò che vogliamo fare. Insieme. Un futuro glorioso!
Ingvar Kamprad, fondatore dell'IKEA

La Svezia fu, dopo la Germania, la nazione che sterilizzò più cittadini. Furono oltre 60mila e per il 95% donne. In proporzione alla popolazione, fece peggio del Terzo Reich, sebbene in un arco temporale molto più lungo, fino agli anni Settanta, quando le leggi eugenetiche furono finalmente abrogate, molti anni dopo la loro condanna ufficiale da parte di Olof Palme (Nordstrom, 2002; Etzemüller, 2003). Circa il 15% delle persone sterilizzate aveva meno di vent’anni. Tra il 1943 ed il 1945 un terzo degli aborti fu eseguito per ragioni eugenetiche. Tra il 1934 ed il 1939 solo un quinto sterilizzazioni fu eseguito su richiesta ed anche in quel caso bisogna tener conto delle pressioni sociali, della relativa ignoranza e dell’estrema vulnerabilità delle richiedenti (ci si sterilizzava come condizione per essere ammessi in una clinica, per ottenere una promessa di libertà per i malati internati o la concessione della dispensa per contrarre matrimonio, per effettuare un aborto). Tra il 1935 ed il 1941 il 35% delle sterilizzazioni fu quasi certamente coatto (Zylberman, 1999). 
Evangelici e pietisti furono in prima linea nella predicazione del verbo eugenetico. Solo il partito comunista e le frange estreme del partito socialdemocratico si opposero. Il programma eugenetico svedese declinò non per ragioni morali ma perché gli psichiatri svedesi si riunirono e dichiararono che la genetica aveva confutato la credenza nella ereditarietà diretta di certi tratti comportamentali e quindi non sarebbe più stato possibile garantire che le sterilizzazioni eugenetiche avrebbero sortito gli effetti desiderati (Zylberman, 2004).
Nella Svezia del tempo tutti i cittadini erano uguali, ma alcuni erano meno uguali degli altri e dovevano essere sterilizzati per il loro bene e per non risultare nocivi al corpo sociale ed alla nazione, in caso di procreazione. La classica tirannia delle buone intenzioni che dissimula catastrofici pregiudizi ed inscalfibili preconcetti (Pred, 2000). Dal 1914 in poi una serie di leggi chiuse la porta a nomadismo ed immigrazione non razzialmente e culturalmente integrabile. Nel 1934 arrivò la prima legge che colpiva i sinneslöa (gli imbecilli, mentalmente deprivati). “La nuova legge sulla sterilizzazione del 1941 radicalizzò queste argomentazioni, bersaglio principale diventarono non più genericamente gli “imbecilli” ma i comportamenti asociali” (Marta, 2005, p. 105). 
Una biografia di Alva Myrdal, scritta dalla figlia Sissela Bok (1991) – la più penetrante e lucida delle tre biografie sui Myrdal, tutte estremamente critiche e pubblicate dai loro tre figli, Jan, Sissela e Kaj, che evidentemente sentivano il dovere di smitizzare i propri genitori – ci può guidare attraverso la foresta di motivazioni e dogmi che informarono queste decisioni scellerate. La Bok ricorda che i genitori, tra i principali e sicuramente i più internazionalmente celebri artefici del programma eugenetico svedese, martellarono in testa ai figli il principio del rendersi utili (att vara till nytta) ma anche il disprezzo per la debolezza e l’errore, che scivolava nel disprezzo per chi è debole e sbaglia. Gli stessi genitori non si concedevano il lusso di essere deboli e di essere nel torto e per questo non erano mai veramente felici. In queste memorie, che sono benevole rispetto a quelle dei fratelli, Gunnar è dipinto come un pessimo padre che non si prende cura dei figli, non si alza mai la notte se c’è bisogno di lui, troppo concentrato a salvare la Svezia e il mondo per accorgersi dei malesseri e delle esigenze familiari. 
Cronicamente egocentrico, Gunnar era perfettamente in grado di ferire chiunque fosse più debole di lui, sviliva i rivali, insisteva con le ironie crudeli anche quando gli effetti erano visibili, come se non dovesse mai rispondere delle sue azioni. Non considerava i figli e i ragazzini in generale come persone di pari dignità perché, a suo dire, non erano pienamente razionali fino ai 13 anni. Bok commenta amaramente: “È rischioso crescere con dei genitori energici come Alva e Gunnar che invocano ideali così audacemente e ciecamente, schiacciando i propri figli, a tratti menomandoli psicologicamente e spiritualmente, e tutto questo nel segno della ragione e dell’utilità sociale” (p. 189). 
Fa riferimento al senso di colpa luterano, la paura di non essere sufficientemente eccellente ed integerrima. Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel, Alva Myrdal dichiara: “ho sempre guardato allo sviluppo del mondo come una battaglia tra le forze del bene e quelle del male”. La figlia osserva che era più facile per lei cercare di identificarsi con le potenze benevole e vedere nei conflitti un qualcosa che proveniva dall’esterno: pensarsi al servizio del bene rafforza le proprie convinzioni e rinvigorisce lo spirito e l’autostima ma impedisce anche di compiere gli indispensabili esami di coscienza, il vaglio delle proprie reali motivazioni ed intenzioni, elimina scrupoli ed esitazioni, mette fuori gioco l’obbligo di dover render conto agli altri ed a se stessi. Quando uno è convinto di essere al servizio della ragione, della giustizia, dell’uguaglianza e del bene non ci sono mai equivoci ed autoinganni e chi non la pensa come noi è automaticamente classificabile come irrazionale, superstizioso, ignorante o persino malvagio. A questo proposito, Bok cita proprio il caso del padre Gunnar, con la sua fede nietzscheana nella sua eccezionalità, che lo esonerava da ogni tipo di responsabilità verso le persone in carne ed ossa, nella sua instancabile ricerca della promozione del progresso umano. Gunnar non credeva che ci fossero aspetti della tradizione degni di essere preservati; tutto ciò che era tradizionale era un ostacolo sulla via del progresso, il peso con cui i morti zavorravano i vivi. Ciò valeva anche per l’istituzione familiare, ormai obsoleta. Per Alva e Gunnar i bambini dovevano essere tolti ai genitori per essere allevati in asili nido collettivi, come nelle peggiori utopie totalitarie (distopie), perché solo così sarebbero diventati non parassiti ma bensì persone adatte alla vita (livsriktiga), un’espressione che ricorda sinistramente la formula nazista della vita indegna di essere vissuta (unlebenswertes Leben), alla base del programma di sterminio dei malati mentali e delle popolazioni incompatibili con l’esistenza su questo pianeta, come gli Ebrei e i Rom-Sinti
Entrambi erano persuasi di argomentare razionalmente, mentre le altrui erano solo opinioni. Quasi tutte le riforme che caratterizzarono il welfare svedese erano illustrate o accennate nei loro libri e quindi è indubbio che esercitarono un’influenza enorme sugli schemi adottati per perfezionare il materiale umano indigeno, rendendo i cittadini a parole più indipendenti, ma solo nell’ottica di una loro maggiore utilità sociale. La Bok, molto accortamente, accenna al parallelo con la pratica pedagogica descritta nell’Emilio di Jean-Jacques Rousseau: “Emilio doveva essere plasmato alla perfezione…ogni passeggiata, ogni conversazione, ogni domanda dovevano servire a trasformarlo nel genere di persona che Rousseau ammirava di più, come argilla umana” (p. 176). 
I desideri dei due coniugi eugenisti furono esauditi solo in parte: almeno un terzo delle sterilizzazioni furono coatte. Il numero di quelle involontarie, ad esempio per evitare una denuncia o per uscire da un manicomio (denunce e ricoveri erano elargiti molto generosamente nella Svezia del tempo, bastava anche una segnalazione di vicini o parrocchiani invidiosi o irritati), dev’essere anche maggiore. 
Le sterilizzazioni puramente volontarie furono sporadiche. Un membro del parlamento svedese, forte oppositore delle sterilizzazioni, già nel 1923 aveva ben chiaro in mente dove questa legislazione poteva condurre quando domandò agli altri deputati: “perché dovremmo privare queste persone, che non sono di alcuna utilità per la società e per se stessi, della capacità di procreare? Non sarebbe più premuroso togliere loro la vita? Questo tipo di ragionamento equivoco sarà il risultato dei metodi proposti” (Runcis, 1998). 
Ciò nonostante i bambini divennero proprietà dello stato e perciò andavano tutelati come una risorsa preziosa per la collettività. I coniugi Myrdal avrebbero voluto oltrepassare i limiti sanciti dalle legge e premevano per un più ampio (ed indiscriminato) impiego della sterilizzazione coatta, dell’aborto selettivo e della sottrazione dei minori ai loro genitori (Ekerwald, 2001). Alva Myrdal, la più moderata dei coniugi, in “Nazione e Famiglia” (1941) ribadiva la necessità e l’urgenza di assicurare la produttività ottimale dei cittadini futuri (“materiale umano”) e di risolvere il problema degli “sfortunati residui”, “rimuovendo quelli che non tengono il passo degli ordinari parametri di efficienza”. Altrimenti il loro numero sarebbe aumentato “fino a sommergere le nazioni occidentali sotto un insostenibile fardello assistenziale” (p. 92). La popolazione non era più capace di rigenerarsi e servivano misure immediate: “i difettosi non dovrebbero essere inclusi nei vari gruppi sociali ma computati a parte” (p. 96) e gli interventi più decisi dovevano aggirare l’ostacolo del consenso informato.
Piero S. Colla è, a mio modesto avviso, lo studioso italiano (e non solo) che ha più efficacemente sviscerato la questione dell’umanitarismo misantropico svedese in un saggio magnifico per chiarezza, concisione e completezza, intitolato “Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel “modello svedese” (Colla, 2000). Desidero ripercorrere con i lettori, per sommi capi, i momenti salienti della sua analisi, invitandoli comunque a dedicare del tempo alla lettura dell’opera, che è un breve ma esauriente corso di educazione civica applicata ad un caso-studio molto emblematico.
Colla interpreta il pensiero eugenetico come un’estensione dei canoni igienici alla sfera morale. In Svezia non si riconosce all’individuo una dignità morale indipendente dalla sua capacità di dare un reale contributo al benessere collettivo, a riprova del fatto che alterità ed utopia non possono convivere: l’impulso ordinatore finisce per sfociare nel desiderio di eliminare ciò che stona. Colla – e questo è un punto essenziale – afferma molto giustamente che in una democrazia la ricerca del bene comune è l’unica maniera per espandere i diritti del corpo sociale a discapito dell’autodeterminazione personale. Questa compressione dei diritti dei singoli viene legittimata attraverso la retorica umanitaria della ricerca del benessere universale e l’appello all’incontestabilità del piano di razionalizzazione della vita sociale e della vita biologica. 
Storicamente, in Svezia, ma potrebbe accadere altrove, questo paradigma è servito a scatenare una vera e propria caccia alle streghe che ha smagliato la trama delle garanzie giuridiche ed ha autorizzato la violazione del giuramento di Ippocrate. Con un’enorme dose di ipocrisia, i medici svedesi, nel violare il giuramento di Ippocrate, si convincevano che la sterilizzazione non era una grave lesione personale perché non metteva a repentaglio la salute. Infatti, “ovunque l’ipotesi di mutilare la persona in nome dell’utilità pubblica venga presa in considerazione e respinta, questo avviene nel nome della Legge, della Religione o della simpatia naturale con il proprio prossimo, non della scienza né del benessere universale, la scienza e l’economia ne rivendicano la necessità” (op. cit. p. 15). 
Nell’ambito della logica funzionalista e tecnocratica si tenderà a vedere in una vita non socialmente utile un infortunio, a far corrispondere la distinzione qualitativa tra persone con una distinzione di valore, ad enfatizzare l’imperativo della difesa dell’armonia sociale dalle forze irrazionali esterne ed interne, a promettere e ricercare una palingenesi interna al corpo sociale. Obiettivo prioritario sarà quello della qualità totale del “materiale umano” (människomaterial) ed il valore dell’esemplare umano dipenderà dal suo contributo fattivo alla sforzo produttivo della nazione
Nei dibattiti parlamentare svedesi si arrivò perfino a parlare di “forniture di materiale” e di scarti (avfallsprodukter) a proposito dei poveri da sterilizzare. È un modo di pensare rigidamente gerarchico, ossia anti-democratico ed illiberale: si privilegia il più forte perché i deboli compromettono l’ordine sociale e solo una casta selezionata può preservarlo. Non c’è spazio per la contestazione del cittadino ordinario: “una critica dell’ordine etico e politico basata sul postulato dell’impossibilità costitutiva, per un attore sociale, di argomentare in termini di giusto-ingiusto o di ricavare dall’ordine della tradizione un catalogo di diritti trascendenti l’immanenza della realtà sociale, sanciva l’illegittimità per un privato, o per un gruppo di interesse circoscritto, di opporsi ad un governo della cosa pubblica guidato dalla razionalità” (ibidem, p. 73). 
Le obiezioni sono estremismi dottrinari, sentimentalismi dozzinali indegni di uno stato moderno. Una commissione, commettendo un vero e proprio crimine contro il pensiero giuridico moderno, si permise di stabilire che le obiezioni alle sterilizzazioni formulate sul terreno delle premesse etiche e legali sono irrilevanti. I due unici tentativi di far confluire i principi garanti dei diritti dei singoli cittadini fallirono rispettivamente nel 1938 e nel 1945
Che il dibattito fosse in realtà un monologo del potere lo si può intuire se si considera che, nella stesura delle leggi per la sterilizzazione eugenetica le autorità svedesi si affidarono a due specialisti aderenti al nazismo come il medico tedesco Alfred Ploetz e lo psichiatra svizzero Ernst Rüdin, direttore dell’istituto “Kaiser Wilhelm” per la genealogia, la demografia e la psichiatria di Monaco e principale consulente medico delle politiche eugenetiche naziste
Le autorità svedesi non erano minimamente interessate alla ricerca della verità, ma piuttosto alla costruzione di un consenso scientifico fittizio che convincesse gli ultimi dissenzienti. Nello scoprire che migliaia di cittadine svedesi furono sterilizzate per “esuberanza sessuale”, “volubilità”, “asocialità”, “imprevedibilità”, “incostanza”, “anticonformismo”, “pigrizia”, cioè a dire per la carente cura di sé e mancanza del giusto rispetto nei confronti delle norme sociali prevalenti, Colla si domanda: “Esiste forse un limite al di là del qual il principio dell’utilità sociale si svincola da ogni necessità di giustificare le proprie ragioni davanti al diritto?” (ibidem, p. 115).
La lezione che traiamo dal caso svedese è che ci si inganna se si crede di poter associare automaticamente progressismo ed emancipazione; ed è una lezione che vale per mole altre realtà. 
Penso ad esempio alla città di Amburgo nel Terzo Reich. Progressista, cosmopolita, con un numero di voti per il nazismo relativamente basso e tra le meno contagiate dal virus razzista: eppure il suo distretto fu quello che, in proporzione, sterilizzò ed inviò nei campi di sterminio il maggior numero di residenti (Ebbinghaus, Kaupen-Haas, Roth, 1984).  
Fu la città che fornì il maggior sostegno all’ascesa di Hitler e quella che gli rimase più fedele, a dispetto dei bombardamenti a tappeto che la rasero al suolo. Gli Amburghesi si compiacevano dell’efficienza con cui gli Ebrei erano stati rimossi dai gangli dell’amministrazione pubblica e come quest’ultima era stata debitamente nazificata, senza incontrare alcuna vera resistenza, neppure negli ambienti accademici o in quelli ecclesiastici. Tutto filò liscio, a differenza di tanti altri casi (Schmid, 2005). 
Come si spiega un tale paradosso? È necessario ritornare, con Weber, all’ethos protestante. Nel corso della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche Amburgo difese con le unghie e coi denti il suo “robusto repubblicanismo”, che imponeva ad ogni cittadino di fare tutto il possibile per assicurare il benessere della città-stato. Gli ideali, anch’essi repubblicani, della rivoluzione francese erano giudicati incompatibili con la tradizione locale per il loro carattere individualistico: ciò che contava era l’autonomia della città, non l’autodeterminazione dei cittadini. Sobrietà, parsimonia e duro lavoro erano e sono rimaste le virtù predilette, non l’autodeterminazione dei singoli cittadini e la coltivazione di un paesaggio interiore (Aaslestad, 2005).