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venerdì 13 gennaio 2012

Se incontrate questo tipo di rivoluzionari, isolateli: sono mortiferi





So che la maggior parte degli uomini, compresi coloro che hanno dimestichezza con problemi della più grande complessità, raramente riesce ad accettare la verità più semplice e ovvia, se questa li costringe ad ammettere la falsità delle conclusioni che essi hanno orgogliosamente insegnato ad altri e che hanno intessuto, un filo dopo l'altro, nell’ordito della propria vita.
Tolstoj, “Che cos'è l'arte?”, 1897

Che la pace sia un valore è cosa che nessuno discute (anche i folli e i fanatici, a modo loro, vogliono la pace), ma non bisogna confonderla con la resa. Chi vuole la pace con Hitler, meriterebbe appunto di averla, e di godersela sino in fondo. Col male politico non si viene a patti, e pur di estirparlo è sensato pagare anche un alto prezzo di sofferenza. Il punto essenziale è che non si creda di lottare per il bene, se no si dà immediatamente ragione all'avversario: è appunto perché è buono che ci uccide. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l'incertezza. Per il tentativo. Per l'esperimento. Per l'avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all'avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c'è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all'imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall'11 settembre)”, in Dialoghi, anno II, n. 1, 2002, pp. 46-55.

Già da un po' di tempo ho espresso il mio parere che il 2012 sarà l'anno in cui le rivolte cominceranno a prendere una piega rivoluzionaria, specialmente in seguito all'attacco preventivo israeliano all'Iran. Perciò mi aspetto che il 2013 ed il 2014 siano anni Rivoluzionari con la maiuscola.
Ciò detto, per chi non conosce il mio pensiero, è bene specificare che sono recisamente contrario alla violenza aggressiva (chi dovrebbe desiderare di fare del male a qualcun altro?), ma anche alla nonviolenza e pacifismo, che ostacolano l’indispensabile autodifesa ed il ristabilimento della libertà e della giustizia (quando ce vo' ce vo'):
Sospetto però che le rivoluzioni facciano il gioco dei potentati e che quindi andrebbero evitate, se possibile. Gli scioperi di massa (una forma di violenza molto limitata e dignitosa) dovrebbero essere sufficienti a cambiare le cose (es. nell’epica sumera gli umani si ribellano al loro asservimento agli dèi gettando a terra gli attrezzi da lavoro – gli dèi sono ricondotti a più miti consigli).
Temo però che sia utopistico sperare nell’autocontrollo delle folle e, soprattutto, nel buon senso dei potenti dei nostri tempi; quindi è bene prepararsi ad un nuovo 1848:
Per questo è meglio fare una ripassatina di alcuni fatti storici.
Movimenti rivoluzionari sfociati in regimi tirannici: 1642 in Inghilterra (Cromwell), 1789 in Francia (Robespierre e Napoleone), 1848 in Francia (Napoleone III), 1917 in Russia (Lenin e Stalin), 1919 in Italia (biennio rosso - Mussolini), 1930 in Germania (Hitler), 2011 in Egitto, 2012 negli Stati Uniti?
La Rivoluzione del 2012 sfocerà anch’essa nel Terrore (perché conviene a chi intende instaurare un Nuovo Ordine patentemente anti-democratico),
ma si può cercare di interferire o magari addirittura interrompere questo genere di degenerazione. La storia ci insegna quali sono i leader che faranno il gioco del Potere.

Finché essi vivono non è possibile che vi liberiate dal timore umano…Non lasciatevi atterrire, dio è con voi.
Thomas Müntzer (1794 – 1525)

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza.
Maximilien Robespierre, “Sui principi di morale politica”, 5 febbraio 1794.

I popoli non giudicano come le corti giudiziarie, non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li piombano nel nulla… quale altra legge può seguire il popolo se non quella della giustizia e della ragione sostenute dalla sua onnipotenza?
Maximilien Robespierre, “Discorso per la condanna a morte di Luigi Capeto”, 3 dicembre 1792.

Io ho sostenuto, tra persecuzioni incredibili e senza appoggi, che il popolo non ha mai torto, io ho osato proclamare questa verità in un tempo in cui non era ancora riconosciuta; il corso della rivoluzione l’ha dimostrato.
Maximilien Robespierre, 25 febbraio 1793

Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile…Sparta brilla come un punto luminoso in tenebre sterminate.
Robespierre, “Sui rapporti tra le idee religiose e morali e i principi repubblicani”, 7 maggio 1794

Il fine della rivoluzione è il trionfo dell’Innocenza.
Robespierre

Questa nostra Rivoluzione è una religione e Robespierre è il capo della setta. È un prete che governa i devoti…Robespierre predica, Robespierre censura, è furioso, solenne, melanconico, esaltato – ma tutto freddamente; i suoi pensiero fluiscono con regolarità, le sue abitudini sono regolari; tuona contro i ricchi e i grandi; vive con molto poco; non ha bisogni. Ha una sola missione – parlare, e parla incessantemente; crea discepoli…parla di Dio e della Provvidenza; si definisce amico degli umili e dei deboli…riceve la loro venerazione…è un prete e non sarà mai altro che un prete.
Condorcet (1743 –1794) su Robespierre, articolo apparso su Chronique de Paris

Voi dovete punire non solo i traditori, ma anche gli indifferenti; dovete punire chiunque sia apatico nella Repubblica e non faccia nulla per essa; giacché, dopo che il popolo ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che si oppone ad essa si pone fuori del popolo sovrano, e tutto ciò che è fuori del popolo sovrano è nemico.
Saint-Just, “Sulla necessità di dichiarare il governo rivoluzionario fino alla pace”, 10 ottobre 1793

ART. 1 “gli stranieri, sudditi dei governi con i quali la Repubblica è in guerra, saranno detenuti fino alla pace” – ART. 2 “Le donne, unite in matrimonio con dei francesi prima del 18 del corrente mese, non sono comprese nella presente legge, a meno che non siano sospette o mogli di sospetti” – ART. 10 “Il comitato di Salute Pubblica è egualmente autorizzato a trattenere in requisizione permanente tutti gli ex nobili e gli stranieri che crederà utile adibire ai lavori pubblici” – ART. 23 “Tutti gli oziosi, che saranno riconosciuti colpevoli di essersi lagnati della Rivoluzione, che non abbiano compiuto i sessant’anni e che non siano infermi, saranno deportati alla Guyana”.
Saint-Just, articoli proposti alla Convenzione.

[Il decreto del 6 settembre 1793 sospende l’ospitalità pubblica ed espelle gli stranieri nati nei paesi con cui la Francia è in guerra, perché considerati serpi in seno. Lo stesso farà Petain nei confronti degli Ebrei al tempo di Vichy. Gli stranieri “degni” di restare devono ottenere un certificato di ospitalità attraverso un garante e si suggerisce di costringerli ad indossare un bracciale tricolore con la scritta “ospitalità”, proposta terribilmente anticipatrice delle perversioni naziste, ma che fortunatamente non viene accettata].

La rivoluzione deve fermarsi quando abbia raggiunto la perfezione della felicità e della libertà pubblica per mezzo delle leggi. I suoi slanci non hanno altro scopo, e devono spazzar via tutto ciò che vi si oppone.
Saint-Just, “Frammenti sulle istituzioni repubblicane”, 1794

Perché allora non ricorriamo ai detenuti nobili ordinando loro di compiere ogni giorno questi lavori di riassetto delle grandi strade?
Saint-Just, 1794

Occorre obbligare ogni cittadino a collaborare all’attività nazionale…non abbiamo forse navi da costruire, officine da migliorare, terre da bonificare?
Saint-Just, 1794

Quello che costituisce una Repubblica è la distruzione di tutto ciò che la contraria.
Saint-Just

Noi faremo un cimitero della Francia, piuttosto che non rigenerarla a nostro modo.  
Jean-Baptiste Carrier (1756 – 1794)

Molti dei Francesi che ci avevano appoggiato ci guardavano come dei pazzi, come degli energumeni, spesso persino come degli scellerati.
René Levasseur de la Sarthe, giacobino, 1795.

Bisogna affermare apertamente, intendo in senso politico, e non in termini strettamente giuridici, il principio che motiva l’essenza e la giustezza del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve sopprimere il terrore, dirlo equivarrebbe a mentirsi o a mentire, ma dargli un fondamento, legalizzarlo in base a dei principi, con chiarezza, senza barare o nascondere la verità. La formulazione deve essere il più aperta possibile, perché solo la coscienza legale rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria creano le condizioni per applicarlo nei fatti.
V.I. Lenin al commissario del popolo per la giustizia D.I. Kurskij, 17 maggio 1922.

L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così, Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra nei luoghi del nemico: a casa sua, dove si diverte. Renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un solo istante di respiro, un minuto di sosta, fuori e persino dentro le sue caserme: attaccarlo dovunque sia. Farlo sentire una bestia braccata dovunque vada. […]. E dovunque ci sorprenda la morte, sia benvenuta, purché il nostro grido di guerra raggiunga chi è pronto a raccoglierlo e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi e altri uomini si preparino a intonare canti di lutto con il tambureggiare delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.  
Messaggio di Ernesto Che Guevara per la rivista Tricontinental (16 aprile del 1967), considerato il suo testamento politico.

La rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità.
Suong Sikoeun, uno dei leader dei Khmer Rossi (1975-1979)

Il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore.
Slavoj Zizek, “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale”, 2009.

Etichette come “terrorista” sono quelle che una cultura corrotta e decadente usa per designare quelle che persone che cercano di combattere il vero male nel mondo. Ben desiderava colpire tutto ciò che sta lentamente soffocando questo mondo e ha fatto qualcosa di prematuro, non autorizzato. Ma far saltare quel treno era sbagliato? No. stava combattendo il male con tutto il cuore.
Sorella Clarice Willow, “Caprica” (2010)

Altrettanto mortiferi sono i leader rivoluzionari che non sanno difendere la rivoluzione e la democrazia dalle mostruosità immorali appena elencate e dai rivoluzionari più prosaici, quelli falsi, privi di principi morali, irresponsabili, intringanti, parassiti della politica, delinquenti e terroristi, cinici ed arrivisti, quelli che detestano gli uomini di valore perché mettono in risalto la loro pochezza, l’insignificanza della loro persona e la miseria della loro personalità.
Tra i leader rivoluzionari inadeguati per eccesso di idealismo e mitezza, un esempio per tutti  è Alexander Kerenksij: “un uomo onesto, sincero e pronto a dare la vita per il suo Paese. Ma che non sa assolutamente niente dell’arte del governo e immagina di fare grandi cose quando elabora sulla carta piani per l’abolizione della pena di morte in tempi di guerra e di rivoluzione. Aborrisce forza, violenza e crudeltà e pensa davvero che sia possibile esercitare il potere con parole gentili e sentimenti elevati. Più di ogni altra cosa sembra compiacersi della sua purezza, umanità e idealismo. Un uomo buono, ma un cattivo leader, di fatto il tipo perfetto dell’intelletto russo” (Pitirim A. Sorokin, già collaboratore di Kerenskij nel governo provvisorio del 1917).
Ci sono analogie tra giacobinismo e bolscevismo: fede rivoluzionaria, esigenza di sovversione totale, epurazioni, “dispotismo della libertà”, magistero di ortodossia, implacabilità, radicalismo, assolutismo, egualitarismo radicale, messianismo, antiliberalismo, antiparlamentarismo, meccanismi di produzione dell’unanimità, centralismo politico ed amministrativo, cinismo, sospensione della realtà e trionfo del principio sul fatto, virtù indivisibile del popolo che perciò deve restare unito, fanatismo, violenza, terrorismo.
Saint-Just è grandiosamente scellerato, glacialmente narcisista e forse psicopatico. I leader rivoluzionari più radicali sono più spesso ventenni-trentenni, con poca esperienza di vita, che impongono la loro rozza, inesperta visione del mondo a tutti gli altri. Coltivano orgoglio, a volte crudeltà, quasi sempre un appetito di dominazione. Sono tigri erudite che non hanno ancora avuto tempo di diventare adulte.
Un fanatico austero, dal cuore freddo come la sua morale, Saint-Just si paragona a Tarquinio e Muzio Scevola. Lui e Robespierre usano spessissimo i termini “cuore”, “sensibilità” e “virtù”, come se dovessero supplire verbalmente alla loro mancanza di cuore, sensibilità e virtuosità. Saint-Just si attribuisce una ragguardevole dose di virtù, ma è un pessimo giudice di se stesso - come tutti gli esseri umani. Sfortunatamente le rivoluzioni nutrono mostri e sono alimentate da mostri. La violenza generalizzata è l’habitat perfetto per i mostri, per gli psicopatici integrati, quelli che s’irrigidiscono nei moralismi e si fissano intransigentemente sulle virtù etiche perché non hanno empatia e quindi non possono sapere cosa sia un comportamento spontaneamente morale. Una loro tragedia personale, da compatire, ma con esiti assolutamente devastanti per tutti gli altri:
Questi pifferai di Hamelin sono responsabili della conversione della rivoluzione in una crociata teocratica, in un moloch che divora gli esseri umani. In nome della loro certezza che siccome c’è una sola verità e loro sono riusciti a comprenderla, ad impadronirsene definitivamente, chiunque sia in disaccordo è motivato da propositi maligni. Robespierre si considera e dichiara vittima di persecuzione tutte le volte che qualcuno lo contraddice, si sente investito di una sacra missione, e patisce un’immensa frustrazione quando il mondo si rifiuta di sottomettersi al suo volere: conclude che solo la violenza purificatrice può ristabilire l’ordine naturale delle cose. Lo stesso discorso vale per Saint-Just. Sono entrambi sicuri che la cosa giusta da fare sia ridurre la diversità del mondo al proprio denominatore individuale. Il loro ego ipertrofico proietta sul gruppo la loro esigenza di uniformità, di una singola volontà, di un carattere unitario: la premessa di ogni politica genocidaria.
Sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine. Notiamo la stessa logica in Mao, Pol Pot, Stalin e Hitler, nella vicenda biblica dello sterminio dei Cananei, ma anche in Karl Rove. Nel 2002, un consigliere di George W. Bush, presumibilmente Karl Rove, spiegò a Ron Suskind: “Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”.
O tutto o niente, o con noi o contro di noi, ora o mai più. La rivoluzione, come la guerra degrada le coscienze: “Quello che in tempo di pace viene considerato immorale, ingiusto, dannoso per la collettività, in tempo di guerra cambia di segno, si trasforma in valore positivo e viene perciò stimolato e incoraggiato. Non uccidere, non mentire, non tradire, ecc. sono tutte massime che devono essere ribaltate durante un conflitto lungo e radicale per il bene della collettività; inoltre deve essere sviluppata in tutti i modi una mentalità aggressiva, bellicosa, spietata se occorre. In altre parole la guerra crea un “nuovo universo morale” con regole e valori specifici che sono in contrasto profondo con quelli dell’universo morale dell’epoca in cui la società è in pace. Inoltre la guerra produce una mentalità manichea che porta a scomporre il mondo in amici e nemici e a guardare con sospetto gli stessi membri del gruppo di appartenenza, se questi manifestano in qualche modo un ardore sufficiente o addirittura riserve morali sulla lotta in atto” (Luciano Pellicani, “I rivoluzionari di professione”, 2008, p. 215).
Se pure è un male necessario, la rivoluzione resta comunque un male ed è uno strumento che non può mai divenire un fine. Una volta rimosso l’establishment, la rivoluzione deve finire e la democrazia deve prevalere – una democrazia autentica, non la democrazia dei fanatici che si considerano santi, unici depositari della virtù – altrimenti tutto sarà stato vano.
Seguendo Albert Camus, una genuina rivolta dev’essere umanista, deve prendere in considerazione l’umanità nella sua interezza. Non è il ribellismo egotista adolescenziale à la Nietzsche. Non è la rivolta del no. Il ribelle dice no ma dice anche sì, nel momento in cui compie il primo gesto di ribellione. La libertà che esige, la esige per tutti: “Mi ribello, quindi esistiamo”. La rivoluzione è sempre integralista (o tutto o niente), perciò tradisce invariabilmente lo spirito umanitario della rivolta. La misura è la cifra della rivolta. Non c’è rivolta senza una filosofia del limite. Sono gli psicopatici che rifiutano i limiti e non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Diceva Benjamin Constant (1767 –1830), ne “Gli effetti del terrore”: “Il terrore esiste solo quando il crimine diventa sistema di governo e non quando ne è il nemico; quando il governo lo prescrive e non quando lo combatte; quando organizza la furia degli scellerati e non quando invoca il soccorso degli uomini dabbene”.

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lunedì 28 novembre 2011

Partigiani del Terrore, Sicari della Rivoluzione - Slavoj Zizek



La storia del pensiero politico è un lungo confronto con la violenza: con omicidi e brigantaggi, sommosse e guerre civili, usurpazioni e sopraffazioni, nemici esterni e criminali interni. Non solo: la politica deve fare i conti con la propria interna violenza. Infatti, la politica si struttura attraverso le differenze di potere fra persone e gruppi sociali. E la violenza sta all´origine del potere. Il potere è violenza che ha trovato una interna misura – esterna o interna –, una forma di consenso: è violenza controllata e legittimata, istituzionalizzata e finalizzata a obiettivi durevoli. […]. La violenza…strumentalizza chi ne è oggetto (lo piega, lo opprime, lo spezza), e nega così quel valore infinito della persona che la nostra civiltà pone a proprio emblema. Ma perché questa finalità umanistica non sia vuota declamazione, bisogna sapere individuare la violenza in tutte le forme che assume – alcune delle quali interne alla stessa civiltà che la vorrebbe bandire –; c´è violenza tanto dall´alto quanto dal basso, tanto nei soprusi del potere quanto nelle rivoluzioni che li spazzano via, tanto nelle istituzioni deviate o corrotte quanto nella plebaglia incanaglita dal degrado culturale e civile, tanto nelle ingiustizie che attanagliano il mondo quanto nella criminalità più o meno organizzata, tanto nella sottomissione delle donne al potere maschile quanto nelle disuguaglianze e nelle persecuzioni religiose o razziali, tanto nel terrorismo quanto nella guerra (giusta o ingiusta che sia). Bisogna, insomma, essere consapevoli del rischio che la coppia politica/violenza – che cerchiamo di separare – si torni a formare; e che la violenza si ripresenti dentro la civiltà – come aggressione, dominio, minaccia –, e non lasci altra risorsa che opporsi a essa con altra violenza. Solo se la politica democratica sa affrontare le ingiustizie, le sopraffazioni, gli abusi dei poteri, se cioè dà spazio reale alla critica, alla protesta e alla proposta –, la violenza non ha giustificazione. Oggi più che mai è quindi la democrazia – presa sul serio – lo spartiacque fra la politica e la violenza, fra la civiltà e la barbarie.
Carlo Galli, “L’autunno caldo della democrazia”, la Repubblica, 20 Ottobre 2011, p. 47

In un dialogo con Jonathan Meese, il filosofo sloveno e star dell’intellettualità internazionale Slavoj Žižek ha dichiarato, testualmente: “Sono assolutamente un fan di Saint-Just”, cioè uno degli artefici del Terrore Rivoluzionario che portò alla tirannia ed all’eccidio di decine di migliaia di Francesi ed Europei.
Nel 2007 Zizek ha anche pubblicato i più bei discorsi di Robespierre, l’altro dioscuro del totalitarismo giacobino: quest’antologia (non tradotta in italiano) s’intitola “Robespierre tra virtù e terrore”.
Per Zizek, una rivoluzione o è forte o non vale la pena di farla: le “rivoluzioni decaffeinate”, come le chiama lui – il 1789 senza il 1793 –, non lo gratificano. Ma ai giovani di Occupy Wall Street fa balenare proprio la visione di una rivoluzione decaffeinata, raccomandando di presentare richieste che saranno comunque respinte e di rifiutare il dialogo, di restare in silenzio:
Esorta a non farsi fregare dai padroni e dalla democrazia:
Celebra la “violenza popolare emancipatoria”, ossia l’immobilizzazione di un paese, ma irride il subcomandante Marcos (riprende l’epiteto di “sub-comediante”) perché non blocca lo stato messicano:
Zizek sembra dimenticare che Marcos, che vive nella realtà e non nella sfera delle astrazioni, ha ben chiaro quante migliaia di persone innocenti potrebbero morire in un conflitto generalizzato (es. narcotrafficanti contro forze dell’ordine ed esercito), che sarebbe l’esito inevitabile della strategia zizekiana in una nazione come il Messico. Dunque la sua “minuta violenza” difensiva è semmai un indice di senso di responsabilità, maturità morale ed intellettuale, sano realismo ed affetto nei confronti della sua gente e della democrazia in generale: non vuole imporre il suo volere a quei Messicani che non sono d’accordo con lui. Lo trovo ammirevole.
Mentre Marcos ha ottenuto qualcosa di concreto per gli indigeni del Chiapas, Zizek non fornisce alcuna indicazione chiara di dove bisognerebbe andare, secondo lui. Bisogna rivolgersi ai suoi libri per capirlo e lo farò in questo articolo. Prima però vorrei subito mettere sul tavolo quel che penso di Zizek. Penso che Zizek sia un ragno che sta tessendo la sua tela (come l’orwelliano Emmanuel Goldstein), oppure un terrificante fanatico che non è pienamente consapevole di esserlo.
A ben guardare, ci si potrebbe chiedere se i “consigli” di Zizek agli attivisti di Occupy Wall Street non siano esattamente la ricetta per cucinare una pericolosa escalation in cui gli animi si surriscaldano e le azioni non sono più moderate da una sobria ragione. Zizek gioca, sottilmente a fare il Rivoluzionario Cosmico. Ma Geova (l’Autorità) e Satana (il Rivoluzionario) sono indistinguibili, sono entrambi tiranni, entrambi violenti, entrambi intossicati dal proprio ego: il poliziotto cattivo e il poliziotto “buono” che ingannano la vittima.
Il Terrore Rivoluzionario francese che tanto gli scalda il cuore (come vedremo più avanti) non fu perpetrato per la causa rivoluzionaria ma per quella dell’accentramento del potere e l’inflazione dell’ego. Il gonfiamento di ego è un problema endemico dell’umanità ed in particolare dei filosofi, che dedicano molto più tempo alle idee che agli esseri umani. Penso a Badiou, Laclau, Negri, Mouffe, Deleuze e, naturalmente, a Zizek. Si sentono eroici quando offendono gratuitamente il senso comune più benevolo e temperato. L’iconoclastia, per loro, è solo un trampolino di lancio per il loro ego. Mentre i rivoluzionari del 1789 chiedevano libertà, uguaglianza e fratellanza, nel 1793 l’eroe di Zizek, Saint-Just, offriva ai Francesi la scelta tra Terrore e Virtù (proponendosi, appena ventenne, come un modello umano universale! Ma ci rendiamo conto?). Il totalitarismo giacobino che affascina, seduce il filosofo sloveno dalla fulgida carriera nell’establishment accademico americano (coincidenza?) fu la presa in ostaggio di un intero popolo, fustigato, torturato, dissanguato, decimato secondo le proprie convenienze, com’è tipico dei volgari tiranni.
Addentriamoci dunque nei più oscuri recessi dell’interpretazione storiografica zizekiana della Rivoluzione, prendendo in esame la summa del suo pensiero rivoluzionario, intitolata “In difesa delle cause perse: materiali per la rivoluzione globale” (Zizek, 2009).
In questo tomo Zizek si rifà a Alain Badiou, un filosofo francese al quale dedica il libro con queste parole, che descrivono molto bene il carattere estremamente autoreferenziato del personaggio in questione: “Un giorno Alain Badiou era seduto tra il pubblico in un’aula in cui stavo tenendo una conferenza, quando il suo telefono (che, oltre tutto, era il mio: glielo avevo prestato) all’improvviso iniziò a suonare. Anziché spegnerlo, mi interruppe con garbo e mi chiese se potevo parlare un po’ più piano, in modo da permettergli di udire il suo interlocutore più chiaramente…Se questo non è un atto di vera amicizia, non so cosa sia l’amicizia. E così, questo libro è dedicato ad Alain Badiou”. Il suo fu un atto di estrema cortesia, quello di Badiou un gesto di consumata arroganza e becera villania: una persona ordinaria sarebbe stata coperta di improperi e sbattuta fuori dalla sala dal resto del pubblico. Ma le celebrità godono di un tacito salvacondotto: l’idolatria del pubblico.
Zizek lancia un appello ai suoi lettori: serve un atto di fede, un salto nel vuoto delle cause perse, le cause folli, perché ormai i paradigmi dominanti hanno fallito e le teorie scettiche non hanno dato risposte. Occorre recuperare l’afflato messianico e quello totalitario. Si può persino rivendicare l’utilità del Terrore Rivoluzionario come strumento di emancipazione e di difesa dei diritti conquistati, sulla scia dell’aforisma di Saint-Just “Ciò che produce il bene generale è sempre terribile".
Oltre ai giacobini ed a Badiou, un altro eroe filosofico di Zizek è l’esistenzialista Merleau-Ponty, che difendeva gli orrori dello stalinismo sulla base di una scommessa pascaliana sul futuro: se alla fine l’Unione Sovietica sarà una società ideale tutto il male compiuto sarà giustificato ex post, nel più classico consequenzialismo. Per Zizek sarà ora la sfida ecologica ad offrire “una possibilità unica di reinventare l’idea eterna del terrore egalitario” (p. 573) che, a detta di Badiou, si compone di quattro elementi: il volontarismo (la fede nella possibilità di smuovere le montagne); il terrore (la volontà di schiacciare spietatamente i nemici del popolo); la giustizia egualitaria (immeditata, intransigente); la fede nel popolo.
Zizek si identifica come un radicale e, spiega, “i radicali sono posseduti da ciò che Alain Badiou chiama la “passione del Reale”: se di dice A – uguaglianza, diritti umani e libertà – non ci si deve sottrarre alle conseguenze e si deve avere il coraggio di dire B – il terrore necessario per difendere realmente ed affermare A” (p. 198). Non è chiaro come il marxista sloveno che insegna in numerose e prestigiose università statunitensi possa difendere un tale enunciato, dato che B ha concretamente annichilito A e spinto la Francia rivoluzionaria verso la tirannia prima e l’imperialismo e la devastazione poi.
Per cercare di dare un senso a questa patente contraddizione cita un estratto di Robespierre, sui principi di morale politica, in data 5 febbraio 1794: “Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. […]. Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza. Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo repubblicano ha invece come sua base la beneficenza”.
Zizek, rivelando una considerevole hybris, ironizza su chi mette in guardia dal porre un’eccessiva fiducia nella propria rettitudine. Come Robespierre, anche lui crede che “la verità ha indubbiamente la sua potenza, la sua collera, il suo dispotismo, essa ha accenti commoventi e terribili, che risuonano con forza, tanto nei cuori più puri quanto nelle coscienze colpevoli” (p. 204).
L’idea del Terrore non gli dispiace per nulla, anzi, si potrebbe fare anche peggio, ossia, a suo dire, meglio: “C’è un modo per ripeterlo oggi, in un contesto storico differente, per redimere il suo contenuto virtuale dalla sua realizzazione? La tesi che sosteniamo in questo libro è che questo può e deve essere fatto e la formula più concisa per ripetere l’evento designato con il nome “Robespierre” è passare dal terrore umanista (di Robespierre) al terrore antiumanista (o piuttosto inumano)”. Robespierre era una mammola, insomma, a dispetto del ghigliottinamento di migliaia di suoi oppositori (troppo moderati per i suoi gusti), delle noyades  di Nantes, in cui furono annegate altre migliaia di indesiderabili, del soffocamento nel sangue della rivolta in Vandea con metodi che in Francia trovarono emuli solo al tempo dell’occupazione nazista. Perché un Terrore Inumano? Perché dopo Auschwitz, continua Zizek, sappiamo cosa c’è nell’uomo e non possiamo più fidarci di lui: “questa dimensione “inumana” può essere definita come quella di un soggetto sottratto a tutte le forme dell’”individualità” o della “personalità” umana (per questo, nella cultura popolazione contemporanea, una delle figure esemplari del soggetto puro è un non umano – alieno, cyborg – che mostra maggiore fedeltà al compito, maggiore dignità e libertà della sua controparte umana, dall’androide Rutger Hauer in Blade Runner al personaggio di Schwarzenegger in Terminator”.
Zizek, confermando l’impressione che si tratti di un uomo gravemente carente in empatia e buon senso – chiunque estenda la responsabilità di Auschwitz all’intera umanità è un pensatore dozzinale ed un uomo meschino –, preferisce i robot (le marionette? Gli psicopatici?), agli esseri umani. È bene chiarire che, a differenza dei replicanti di “Blade Runner”, gli androidi del libro di Philip K. Dick, intitolato “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” e da cui è stato tratto il celebre film, sono molto più malvagi, indifferenti alla sofferenza, capaci di cinismo e crudeltà inaudite. Si confondono con l’uomo non per imitarlo, ma per distruggerlo. Per Dick l’uomo, a differenza dell’artificiale, ha un patrimonio interiore estraneo alla fredda macchina. Blade Runner rovescia la sua prospettiva: l’essere artificiale, segnato dalle esperienze estreme delle colonie extra-mondo, è dotato di sentimenti e profondità d’animo che gli uomini hanno perduto. La visione del mondo di Philip K. Dick, con buona pace di Zizek, era inequivocabile: senza empatia non ci può essere nulla di buono ("Mutazioni", 1997): “Nell’universo esistono cose gelide e crudeli, a cui io ho dato il nome di “macchine”. Il loro comportamento mi spaventa, soprattutto quando imita così bene quello umano da produrre in me la sgradevole sensazione che stiano cercando di farsi passare per umane pur non essendolo. In questo caso le chiamo “androidi” . Per “androide” non intendo il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano. Mi riferisco invece a una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile Che ciò avvenga in un laboratorio o meno non ha molta importanza. […]. Diventare un androide, significa acconsentire a trasformarsi in un mezzo, oppure essere oppressi, manipolati e ridotti a un mezzo inconsapevolmente o contro la propria volontà: il risultato non cambia”.
Spero che, a questo punto, gli indignati si rendano conto con chi hanno a che fare: non un loro amico, ma il più subdolo dei manipolatori, oppure il più pericoloso degli inconsapevoli maître à penser, un intellettuale che rispecchia la descrizione weberiana degli “specialisti senza spirito, gaudenti senza cuore”.
Difficile invidiare questa condizione, difficile farsi trascinare dalla visione misantropica di Zizek che, come Stalin o Mao, sembra preferire la marionetta all’individuo dotato di libero arbitrio. Lo conferma la sua approvazione di una famigerata minaccia di Robespierre, all’apice del suo potere: “io dico che chiunque tremi in questo momento è colpevole; poiché l’innocenza non ha mai paura del giudizio pubblico”. Il filosofo la designa, correttamente, “totalitaria”: essere giudicati colpevoli solo perché si manifesta il timore di essere giudicati tali, per ragioni a noi ignote, è kafkiano ed è agli antipodi di tutto ciò per cui si sono battuti e sono morti i paladini dello stato di diritto democratico. Zizek non ci trova nulla di strano: “questa paura, il fatto che sorga in me, dimostra che la mia posizione soggettiva è esterna alla rivoluzione, che io vivo la rivoluzione come una forza esterna da cui sono minacciato” (p. 210). Robespierre è invece innocente perché non trema di fronte alla morte, sentendosi “puro, un’incarnazione diretta della volontà del popolo” (p. 211). Per coerenza, Zizek dovrebbe ammirare anche i terroristi islamici, i fondamentalisti cristiani che attaccano le cliniche dove si fanno gli aborti, i coloni sionisti che seminano il terrore nei Territori Occupati, tutte persone che si sentono pure incarnazioni di una nobile causa, avanguardie del popolo che un giorno li capirà e li approverà.
Infatti il filosofo sloveno apprezza la decisione di Mao di sacrificare milioni di cinesi e persino l’intero globo terrestre per dimostrare che la Cina non ha paura dell’armamento atomico statunitense e la sfida lanciata da Che Guevara agli Stati Uniti nel corso della crisi dei missili a Cuba, che comportava l’annientamento dell’intera popolazione dell’isola: “questo terrore non è niente di meno che la condizione della libertà”. Il regime Ingsoc del Grande Fratello di George Orwell, in “1984”, non avrebbe saputo essere più mistificatore: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza”.
Zizek, che elogia la massima di un monaco zen – “si tratta di considerare anticipatamente se stessi come morti” –, sembra incapace di comprendere che il fatto che uno sia pronto a sacrificare la sua vita non lo autorizza a sacrificare quella degli altri e che non ha alcun diritto di considerare gli altri come già virtualmente morti, per depenalizzare la loro uccisione in massa. Difficile immaginare come questa difficoltà di comprensione possa non emergere da una grave carenza di empatia e di contatto con il mondo reale.
La sua interpretazione dello spirito del buddismo è purtroppo conforme a certe tendenze interne allo stesso buddismo, anch'esso umano, troppo umano per essere all'altezza della grandezza del suo "fondatore":
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/violenza-buddista.html
Una tendenza all’autismo morale è del resto comprovata dalla singolare caratterizzazione del “soggetto rivoluzionario” prodotta da Zizek: “una posizione così “inumana” di assoluta libertà (nella mia solitudine sono libero di fare ciò che voglio, nessuno ha presa su di me) coincidente con l’assoluta soggezione a un compito (il solo proposito della mia vita è compiere la vendetta) è ciò che forse caratterizza il soggetto rivoluzionario nel suo elemento più intimo” (p. 214).
Ho già scritto quel che penso del tema della vendetta qui:
Zizek il Vendicatore è una caricatura vivente di V, il rivoluzionario torturatore di innocenti del fumetto/film “V per Vendetta”:
Il resto del mondo non esiste, la sorte del mio prossimo non è computabile nella lista dei pro e dei contro del rivoluzionario zizekiano (orwelliano?): i sentimenti di fratellanza e compassione neppure scalfiscono la corazza di principi astratti ed inflessibili. Infatti “il problema non è il terrore in quanto tale, il nostro compito è precisamente quello di reinventare il terrore emancipatore”(p. 218), perché “il nemico oggi non sia chiama Impero o Capitale: si chiama Democrazia” (p. 230).

mercoledì 26 ottobre 2011

300 milioni di psicopatici se ne fregano della nonviolenza e dei diritti


Sospetto che il nostro tempo non sia semplicemente o principalmente un’età di follia ma un’età di psicopatia. Più precisamente: penso che una nota chiave della nostra epoca sia la manipolazione psicopatica di ansie psicotiche. Si fa leva sull’annichilimento apocalittico e su altri terrori catastrofici, approfittandosene
Michael Eigen, "Età di psicopatia", Milano: Angeli, 2007, p. 15.
Non deve dunque meravigliarci il fatto che molti psicopatici occupino delle posizioni di comando; ci meraviglia il fatto che in tali posizioni non ce ne siano in numero ancora maggiore...uno dei grandi problemi di ogni società, di ogni istituzione politica o di altre grandi istituzioni, consiste nell'impedire che, con il tempo, degli psicopatici privi di scrupoli, compensati e socialmente integrati, prendano in mano il potere...sono convinto che una democrazia nella quale i cittadini non siano in grado di smascherare gli psicopatici sia destinata a essere distrutta da demagoghi assetati di potere. In Svizzera, la "resistenza" contro le grandi personalità, la preferenza in politica per le figure mediocri sono connesse alla naturale tendenza a impedire, in ogni caso, che gli psicopatici prendano il potere...Questi "grandi criminali" (Alessandro Magno, Gengis Khan, Napoleone, Guglielmo II, Hitler, Stalin....) distruggono la vita di milioni di persone…Soltanto attraverso il dominio distruttivo e la seduzione dei popoli essi riescono a illudersi di non essere più degli emarginati.
Adolf Guggenbühl-Craig, "Deserti dell'anima: riflessioni sull'eros e sulla psicopatia", Bergamo: Moretti & Vitali, 2001, pp. 177-179.
Si ritiene che la politica mondiale sia tremendamente complicata e quindi incomprensibile, ma si tratta solo di un poker per il potere, spesso incredibilmente semplice, grossolano, primitivo. L’unica cosa che conferisce ai politici un alone di superiorità è il fatto che essi mantengono segrete le loro mosse e poi ci mettono di fronte ai fatti compiuti. La nostra sorpresa e il nostro stupore ci inducono a pensare che dietro il tutto debbano esserci state manovre estremamente complicate, ma in realtà la cosa si distingue appena dai giochi di guerra dei bambini: si tratta solo di un gioco di banditi, di assassini di massa, di psicopatici. […]. Basta solo leggere le biografie degli uomini di Stato, dei condottieri, dei magnati dell’industria, per rimanere colpiti dalla banalità, dalla scarsità di variazioni nei motivi che li spingono ad agire.
Peter Weiss, „Notizbücher 1971-1980“, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1981, p. 600.
Chi è privo di scrupoli morali, chi è pronto a mentire e a farsi strada fino alla vetta con l’imbroglio, chi fa promesse che non potrà mantenere e può [arrivare persino a uccidere] i propri rivali, ha un grande vantaggio su quanti sono frenati dal concetto di onestà…la brama di potere spesso serve a compensare qualche aspetto peculiare, fisico o psicologico.
Hugh Freeman, “Le malattie del potere”, prefazione di Giorgio Galli. Milano : Garzanti, 1994.
La personalità psicopatica (antisociale) si organizza sulla manipolazione cosciente degli altri e sulla ricerca di potere sugli altri. Si tratta di persone con elevati gradi di aggressività predatoria, e poiché sono incapaci di esprimere emozioni esse agiscono invece di parlare. A livello profondo presentano una mancanza di attaccamento alle altre persone, che vengono quindi considerate come pedine, utilizzate per dimostrare il proprio potere. le personalità psicopatiche non riconoscono le emozioni e le associano alla debolezza ed alla vulnerabilità. La loro infanzia è spesso caratterizzata da insicurezza e caos, un insieme confuso di estrema severità ed eccesso di indulgenza. I bambini che diventano psicopatici sono stati materialmente viziati ed emotivamente deprivati….Gli psicopatici da bambini hanno prima sviluppato un senso irrealistico di superiorità e in seguito, nella vita, attraverso l’esercizio del potere cercano di ripristinare la loro traballante autostima. Un sentimento profondo degli psicopatici è l’invidia primitiva, per questo essi cercano di distruggere ciò che li attrae. E’ noto che gli psicopatici psicotici uccidono ciò che li attrae. Essi tendono a svalutare e a disprezzare ciò che appartiene alla sfera della tenerezza perché ne sentono inconsciamente la mancanza. Le principali difese delle personalità psicopatiche sono il controllo onnipotente, l’acting out unito spesso alla dissociazione…Un indice diagnostico cruciale di psicopatia è la minimizzazione (dissociazione) delle azioni compiute che porta a considerare gravi azioni violente come “leggeri diverbi”,fino all’amnesia totale dei crimini violenti.
Fabbro Franco, "Neuropsicologia dell'esperienza religiosa", Astrolabio Ubaldini. 2010, p. 431.
Non si chiede agli Israeliani di dare qualcosa, ma di restituire ai Palestinesi ciò che è loro, la terra, l’autostima ed i loro diritti. Nessun ladro può pretendere qualcosa per restituire il maltolto. Solo uno psicopatico sarebbe pronto a distruggere un condominio o un intero quartiere per eliminare dei malviventi. Ma è quel che succede a Gaza.
Gideon Levy, "Demands of a thief" Novembre 2007 [http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/demands-of-a-thief-1.233907]

Chi non sa riconoscere il male che alligna dentro di sé e quello che c'è negli altri - ossia la carenza o, com'è il caso degli psicopatici, addirittura l'assenza di empatia - è condannato ad infliggerlo e subirlo.
Lo psicopatico è, molto semplicemente, una persona priva di coscienza e di empatia, ossia una persona amorale, un predatore naturale. Gli psicopatici più di successo sono quelli che indossano la maschera della santità, come "V", di "V per Vendetta":
Nella seconda guerra mondiale, dopo 60 giorni di combattimento continuo, il 98 per cento dei soldati doveva essere ricoverato per problemi psichici. Solo un 2% rimaneva in prima linea. Erano i soldati caratterizzati da una personalità psicopatica.
Gli psicopatici sono la ragione principale per cui la nostra civiltà fa più schifo di quel che sarebbe ragionevole attendersi, se fossimo semplicemente egoisti ed avidi, come in effetti siamo. Malauguratamente, una parte di noi è anche psicopatica. Le stime sull’endemicità della psicopatia variano, ma oscillano tra il 2 ed oltre il 6%, con picchi tra i “bianchi”, i cosiddetti caucasici. Stiamo dunque parlando di un numero di psicopatici a livello mondiale che può variare da un minimo di 140 milioni fino ad un massimo di 500 milioni. Non sono pochi: gli Stati Uniti hanno una popolazione di poco più di 300 milioni e l'Unione Europea arriva a 500 milioni. Il numero di espatriati, persone che non risiedono nel loro paese natale (migranti), corrisponde al 3% della popolazione mondiale. Ciò significa che ci potrebbero essere più psicopatici che immigrati, nel mondo. 
Fingere che non esistano e che non costituiscano un problema è insensato, tanto più che la loro mancanza di scrupoli e rimorsi li rende dei perfetti arrampicatori sociali. 
Stando così le cose, il pacifismo integrale e la nonviolenza senza alcun distinguo sono pratiche irresponsabili e suicide. Si è pacifici e nonviolenti solo con chi è pacifico e nonviolento. Con gli altri si lotta quando c'è da lottare. 
Questo studio indica una proporzione di 1 su 25 (4%) nel settore imprenditoriale:
Ma sono ovunque, anche nelle ONG e negli ospedali (chi conosce delle infermiere avrà certamente sentito parlare di colleghe/i patologiche/i), laddove possono esercitare maggior potere su persone più vulnerabili:
Le ricerche sulla psicologia infantile indicano che esiste una moralità innata, una grammatica universale con diverse declinazioni locali. I bambini sono dotati dei fondamenti morali universali sin dalla nascita perché sono empatici, si immedesimano e avvertono i sentimenti altrui, li fanno propri (Gopnik, 2010; Tomasello, 2010). Esiste però una categoria di bambini estremamente sfortunati che è indifferente alle espressioni facciali di paura e tristezza. Fa fatica a riconoscerle e si mostra sensibile solo a rabbia e disgusto. Negli altri bambini “normali”, si attiva l’amigdala, in loro no. Fin da piccoli manipolano con freddezza le emozioni altrui per ottenere ciò che vogliono (es. minacciare di uccidere un animale domestico se non li si lascia guardare la TV). Non sono in grado di capire la differenza tra fare del male ed infrangere le regole. Sono invece perfettamente capaci di capire gli altri, i loro desideri e credenze, ma se ne servono per manipolarli (Gopnik, 2010; Tomasello, 2010).
CARATTERIZZAZIONE DELLO PSICOPATICO
Il cervello di uno psicopatico non funziona al meglio perché le connessioni che normalmente collegano corteccia cingolata anteriore, ippocampo ed amigdala sono interrotte o carenti. Per questo la persona agisce sulla base di capricci e desideri, senza realmente tener conto dell’altra persona, che diventa un oggetto, non un essere umano con sentimenti, significato e dignità (Grossi & Trojano, 2005; Stracciari, Bianchi e Sartori, 2010). Almeno il novanta per cento degli esseri umani non soffre di questa disfunzione patologica. La restante parte (tra il 2% ed il 6-8%) non sa di aver un problema e ritiene di essere speciale, che sono gli altri ad avere un problema, perché sono ancora prigionieri delle convenzioni sociali, della manipolazione educativa, di norme di senso comune e civiltà che non condividono e che a loro paiono insensate (perché repressive ed inibitorie). Gli altri esistono solo per servire i loro fini. Mentre tutti gli esseri umani sono egocentrici – in diversa misura – gli psicopatici lo sono a livello patologico, trasformano l’egotismo in una scienza ed un’arte. Sono difficili da distinguere dagli altri perché, di norma, sono persone eccitanti, divertenti, affascinanti, piene di interessi e sembrano stabili ed equilibrate (conseguenza della loro assenza di coscienza, scrupoli e rimorsi), finché non sono ostacolati.
Ecco i loro tratti caratteristici: 1. privo di empatia; 2. uso frequente di affermazioni contraddittorie ed incoerenti non facili da individuare; 3. bugiardo patologico; 4. seduttore e magistrale manipolatore (riesce a dare la colpa alle sue vittime); 5. incapace di provare scrupoli e rimorsi; 6. emotivamente superficiale; 7. misantropico ed irresponsabile; 8. sessualmente promiscuo; 9. impulsivo, non sa controllarsi; 10. narciso, megalomane.
Questi sono i tratti distintivi dello psicopatico. È una griglia interpretativa (costellazione di tratti) riportata nell'Oxford Handbook of Psychiatry (2005) ed impiegata nello studio di questo disordine mentale in senso generale, ma non necessariamente utilizzata nella diagnosi clinica. Come sempre avviene (e come è giusto che sia), non esiste un consenso universale su fenomeni così complessi.
In aggiunta, possiamo dire che la loro percezione della realtà è distorta, le loro reazioni istintive ed emotive sono basate sulla menzogna e la loro mente interpreta le medesime generando altre falsità. Mostrano una comprensione superficiale delle conseguenze dei propri atti, immaginano di poterla fare franca, sopravvalutano se stessi e sottovalutano gli altri. Operano per dogmi e stimoli-reazioni invece di sviluppare la facoltà empatica e l’altruismo. La psicopatia è un’alterazione innata del carattere che comporta l’assenza di un codice morale interiore: lo psicopatico recita la parte della persona affabile, ma è indifferente, emotivamente freddo, i legami interpersonali sono debolissimi. Adulano con grazia, passare la serata con loro è rilassante e distensivo. Lasciano il vuoto dietro di sé perché sono vuoti.
Non s’incontrano quasi mai psicopatici puri, ma quasi nessuno è privo di tratti psicopatici. Gli psicopatici sono un estremo di una linea continua di coscienza morale di cui facciamo parte tutti noi. Tratti di psicopatia esistono nella maggior parte delle persone, ma non sono esageratamente sviluppate come nello psicopatico.
Gli psicopatici non mostrano alcuna crescita interiore, nessuna maturazione: rimangono gli stessi col passare del tempo: stessi sogni, nessuna trasformazione, psiche statica, inerzia, incapacità di progredire. Possono essere assassini ed infuriarsi per i maltrattamenti degli animali, si possono fare portavoce amorali della morale. Simulano i gesti attraverso i quali si esprime il senso morale (es. si fissano con l’onore senza sapere cosa sia). Sono maestri nell’immedesimarsi negli altri, ma solo come forma di mimesi per manipolarli meglio.
Questi tratti caratteriali aiutano a prendere il potere, ma non aiutano a mantenerlo. Sono eternamente angosciati e tormentati perché non si fidano del prossimo, quindi sono fredde macchine solo all’apparenza. In realtà sono vulcani attivi in attesa di esplodere di rabbia repressa, l’unico sentimento che provino, assieme al senso di frustrazione quando non ottengono ciò che vogliono. Gli psicopatici drammatizzano le emozioni ma non sentono quasi mai alcunché, salvo la dissonanza di vedere che le loro manipolazioni sono neutralizzate. La persona consapevolmente malvagia è perciò molto più pericolosa dello psicopatico, che invece assomiglia molto allo scorpione della famosa fiaba: “Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda." La rana gli rispose "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!" "E per quale motivo dovrei farlo?" incalzò lo scorpione "Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!" La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura". Nel lungo termine, lo psicopatico è autodistruttivo.
Le persone normali sono spaventate da eccessi di colpa, masochismo, auto-immolazione, auto-repressione. Colpa, ansia e vergogna inibiscono l’aggressività. Al contrario gli psicopatici non provano nulla, non si sentono colpevoli, tengono gli occhi incollati sul proprio interesse (Eigen, 2007).
Alcuni arrivano a promuovere l’egoismo come ideale “esoterico”, pretendono di essere gli unici che dicono le cose come stanno, laddove i “solidali” sono moralisti ipocriti. Sono fermamente convinti che solo gli idioti hanno una coscienza e che se uno vuole sopravvivere deve farne a meno. Per questo si comportano come vampiri/parassiti, come dei predatori. Se non ci fossero vittime, si autodistruggerebbero.
Adolf Guggenbühl-Craig, in “Deserti dell’anima”, descrive lo psicopatico compensato (o socializzato). È una persona che sospetta che ci sia qualcosa che non va in lui (o lei) ed iniziano a compensare questi deficit diventando moralmente rigidi, estremamente insistenti riguardo alle virtù. Esibiscono la loro moralità ma sono privi di amore. Ipermoralisti, difendono i sistemi morali in modo ossessivo perché temono che venga a galla la loro assenza di morale. Seguono pedissequamente le ricette morali come chi è un pivello culinario. È facile notare la loro rigidità morale, l’adempimento forzoso dei propri doveri, l’osservanza puntigliosa di tutte le norme, la scrupolosità esagerata. Vedono il mondo in termini rigidi e manichei: quel che non gli piace lo detestano, quel che gli piace lo ammirano. La loro sofferenza è martirio, un’ideologia: “nessuno ha mai sofferto quanto me!”.Contemporaneamente la loro fiducia nel prossimo è scarsa o nulla. Secondo loro l’umanità in generale è debole, egoista ed inaffidabile. Non vedono nulla di intrinsecamente meritevole o prezioso nel prossimo, che è solo una risorsa da sfruttare. In genere non lo ammetteranno mai, anzi, dichiareranno il contrario, pur continuando a razionalizzare il bene che vedono negli altri come una proprietà transitoria o una debolezza da sfruttare.
La violenza generalizzata è l’habitat perfetto per i mostri, per gli psicopatici integrati, quelli che s’irrigidiscono nei moralismi e si fissano intransigentemente sulle virtù etiche perché non hanno empatia e quindi non possono sapere cosa sia un comportamento spontaneamente morale. Una loro tragedia personale, da compatire, ma con esiti assolutamente devastanti per tutti gli altri. Sono infatti perfetti strumenti e promotori di tirannie. Saint-Just, protagonista del terrore rivoluzionario francese, è un caso esemplare. Infatti un elemento che li accomuna è un’idea assoluta di giustizia in cui chi non la pensa come loro è un malvagio incorreggibile e va rimosso.
Un altro caso emblematico è Adolf Eichmann, una figura tutt’altro che banale. [http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/michael-seifert-e-adolf-eichmann-il.html]: la sua dedizione al dovere tradisce il suo senso di alienazione dal mondo ed il suo odio per chi non è come lui. Come il comandante del lager che va a dormire turbato perché le circostanze non gli hanno permesso di “smaltire” la sua quota giornaliera di Ebrei. Nessuna tirannia funzionerebbe se i quadri dirigenziali fossero occupati da psicopatici puri, servono quelli compensati.
Una delle ragioni per cui attaccano le persone che perorano delle cause degne di nota è perché le cause generano fama e popolarità, sono un perfetto strumento di produzione di senso, quel senso che bramano. S’impadroniscono della causa come un virus prende il controllo di una cellula. Sono dei dirottatori straordinari perché la causa permette loro di mimetizzarsi.
In senso generale, gli psicopatici sono “fallimenti” evolutivi, genetici o ambientali, anche se si comportano come se fossero un elemento legittimo del processo evolutivo. Una specie innatamente sociale non è compatibile con il loro atteggiamento. Per questo sono costretti a forzare gli schemi “naturali”per ricavarsi un posto al sole. È un’imposizione esistenziale per tutti gli altri, che pagano lo scotto della negazione della realtà dei primi. Ciò detto, sarebbe da psicopatici non provare pietà per loro e riproporsi di internarli o sterminarli. Sono esseri umani e meritano rispetto. Non hanno certo scelto loro di essere così ed è difficile non compatire chi si sente completamente estraneo a questo mondo, del tutto fuori posto. Si deve invece essere intolleranti nei confronti della psicopatia.
Per la maturazione della coscienza è di fondamentale importanza il dialogo interiore, specialmente se colorato da pensieri ed immagini emotivamente pregnanti: è da lì che hanno origine il senso di colpa, il senso della moderazione e del limite, nonché il rimorso ed il coraggio morale. Questo è qualcosa che uno psicopatico non potrà mai capire, poiché tende a dare per scontato che la sua forma mentis sia la medesima delle altre persone. Gli studi indicano che i pensieri degli psicopatici sono organizzati in piccoli pacchetti mentali, che sono utili per ingannare ma rendono impossibile l’elaborazione di pensieri profondi. Il loro panorama interiore è banale, dilettantesco, slavato, anonimo. Lo psicopatico non pensa di avere alcun problema emotivo e psicologico, e non vede alcuna ragione per cambiare. È soddisfatto di sé, non trova nulla di sbagliato in quel che è e in come si comporta e non si preoccupa delle conseguenze delle sue azioni, se non nei termini del conseguimento dei suoi obiettivi. Si sente un essere superiore in un mondo ostile in cui il prossimo è un concorrente per il potere e le risorse. Lo psicopatico non si cura del giudizio altrui, se non nella misura in cui un’impressione positiva può agevolare le sue manipolazioni. Purtroppo, anche per questa ragione la struttura della sua personalità è estremamente solida e difficile da alterare.
Certe persone sono moralmente ignoranti. Agiscono pensando di fare la cosa giusta ed eticamente permissibile, mentre ciò che fanno è immorale. I mostri morali invece sanno che quel che stanno facendo è immorale ma lo fanno ugualmente. Sono consapevolmente malvagi. Gli psicopatici non distinguono tra bene e male perché non hanno coscienza, i mostri morali ne hanno una corrotta (torsione di anime individuate). Vedono il mondo come privo di valore e significato, o assolutamente mediocre: la malvagità lo nobiliterebbe (cf. Nietzsche). In loro si verifica un’inversione della gerarchia di valori, nel classico senso di quel tipo di autocoscienza che produce una falsa concezione del reale valore delle cose.
Gli psicopatici danno sempre la colpa alle vittime. Se funziona, le vittime si sentono in colpa e sono ulteriormente depotenziate (es. figlio vittima di padre violento che si scusa con lui per averlo disturbato e pensa che le botte sono meritate perché è cattivo e inutile come gli ha detto il padre). Nella Sindrome di Stoccolma la vittima si identifica col carnefice e finisce per riverirlo e per detestare i suoi avversari (che sarebbero i soccorritori). È un insano legame che si instaura tra un uomo completamente svuotato di autonomia psichica e che non può fare altro, se vuole rimanere vivo, che cercare protezione in chi in quel momento assume, quasi letteralmente, gli attributi dell’onnipotenza. Tutto questo può accadere su scala collettiva.
COME SI RESISTE?
Dobbiamo perciò concludere che la presenza o l’assenza di coscienza è la più significativa distinzione umana, molto più importante di quella incentrata sui parametri dell’intelligenza, della razza e persino del genere. La psicopatia costituisce un ampio spettro di potenziale entropico e corruttore. Una persona individuata (cf. Jung) può diventare uno psicopatico se sufficientemente traumatizzata durante l’infanzia, la repressione della sua indole può causare la sostituzione di ciò che c’è di buono con qualcosa di oscuro e maligno. Un gregario-autoritario psicotico è un perfetto burattino aggressivo, ma una persona individuata e poi traumatizzata ha il potenziale di trasformarsi in un piccolo “anticristo”.
I traumi possono riguardare intere società, quando le crisi e le tirannie introducono discontinuità nella maturazione della personalità, fatta di dissociazione, rabbia latente e gregariato, tipica strategia di un autoritarismo votato alla soppressione dello spirito critico, dell’autonomia di giudizio, della voce della coscienza. Un programma di condizionamento pensato per de-umanizzare e per togliere di mezzo la “sacralità” della sovranità interiore, l’empatia e la dignità. Lo psicopatico brama l’auto-affermazione, le lodi altrui, impone l’ordine non per conservare una data struttura ma perché lo può fare. Il potere per lui è l’abilità di costringere gli altri a riconoscere la sua superiorità e modellarli in modo tale da farli rispecchiare la loro autorità. Aspira alla divinità in terra.
Se analizziamo attentamente la situazione presente potrebbe sorgere il sospetto che, in un certo senso, gli psicopatici stiano “terraformando” la civiltà umana per renderla più adatta alle loro esigenze, per conquistare e mantenere un dominio assoluto, come durante l’era dei totalitarismi, nel secolo scorso. Le grandi crisi epocali li avvantaggiano, perché generano caos e sconcerto. La fantasia dello psicopatico, lo abbiamo già visto, è quella di essere un dio e rifare il mondo a sua immagine e somiglianza.
La promozione della disperazione è il modus operandi del male. Lo psicopatico è come il ragno o la vespa che paralizza la preda prima di consumarla. Paralisi da paura, confusione e senso di colpa. Tuttavia, mentre il sistema crolla, l’universo continua ad essere un luogo di crescita e creatività. Chi si allinea con questa tendenza è un cittadino dell’universo, protagonista e non pedina o burattino manipolato dagli psicopatici al potere. La vigilanza, la circospezione sono il nostro scudo, l’autocompiacimento e la certezza della nostra rettitudine sono la nostra vulnerabilità [Sì, sì. Un difetto sempre più comune tra i Jedi. Troppo sicuri di sé essi sono. Anche i più vecchi, più esperti tra loro” (Yoda, Guerre Stellari)].
IL RUOLO DELL’EMPATIA
Una mucca se ne frega se calpesta un fiore o un insetto, molti di noi no. Un gatto non si addolora nel vedere un passerotto schiacciato per strada, noi sì (e non perché l'ha ucciso uno di noi, ma perché ci dispiace e basta). Quest'enorme risorsa che è la nostra coscienza empatica (e che, secondo me, indica la presenza di un'anima), non appartiene a tutti gli esseri umani nella stessa misura.
- Gli psicopatici ne sono completamente privi e ciò permette loro di salire rapidamente le gerarchie (la coscienza inibisce ed affligge chi ce l'ha). Forse dopo morti si disgregheranno come hanno cercato di disgregare ciò con cui sono entrati in contatto. Rientreranno nel ciclo evolutivo cosmico partendo dal fondo, atomizzati nella materia grezza, dopo essere stati dei buchi neri nel corso della loro miserevole e deplorevole esistenza.
- Una percentuale ancora maggiore di esseri umani è stata "psicopatizzata" pur non essendolo per natura, in seguito ad abusi, ecc. Il loro comportamento imita quello degli psicopatici, ma potrebbero ancora riscattarsi, se la società moderna fosse meno predatoria.
- Poi ci sono gli esseri umani che si comportano come membri di un branco. Possono esitare a fare certe cose, nutrire dei dubbi e degli scrupoli, ma alla fine obbediranno agli ordini, si conformeranno al comportamento altrui. La loro coscienza viene dopo.
- Infine ci sono le persone coscienziose, quelle che riflettono sulle conseguenze e moralità delle loro azioni. Commettono degli errori ma cercano di rimediare, imparare, migliorare. Respingono la logica del riflesso condizionato che meccanizza il pensiero e l'agire umano. Tendono a prediligere la condizione di libertà responsabile e solidale. Non è una vera scelta: è una condotta spontanea, in genere rafforzata dall'esperienza e dalla conoscenza (se non intervengono gravi traumi).
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