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giovedì 26 gennaio 2012

I Libici (specialmente quelli neri) sentitamente ringraziano il PD e Napolitano




Che il PD abbia tradito praticamente tutti i valori per cui si batterono i partigiani non è una novità. È un partito di affaristi, sostenitori di un primo ministro neoliberista e di guerre che di umanitario non hanno nulla:
LIBIA
KOSOVO

Sciaguratamente, milioni di italiani continuano a votare per un partito complice del crimine perpetrato in Libia dall’Occidente e che, ci si augura, raccoglierà quel che ha seminato (non resta che invocare la giustizia karmica sugli stolti e sugli infami):

La Libia è nel caos. Quello che era uno dei paesi più prosperi dell’Africa è ora nelle mani dei fondamentalisti e delle multinazionali occidentali:
La NATO ha assistito la presa del potere di ex-Gheddafiani che si sono riciclati democratici ed hanno ingannato quei sempliciotti dei cittadini occidentali ma non certo i Libici, che infatti hanno preso d’assalto, armi alla mano, la sede del CNT proprio di Bengasi, già capitale degli insorti, aggredendo lo stesso Mustafa Abdel Jalil:
Anche il numero due del CNT è stato aggredito:
Nel frattempo la tribù dei Warfalla ha attaccato ed occupato Beni Walid, mandando un chiaro messaggio al CNT:
che ora minimizza:
I messaggi che provengono dalle milizie del CNT e che sono rivolti ai libici di pelle scura sono invece di ben diverso tenore. I neri libici sono perseguitati da anni e Gheddafi era l’unico baluardo contro linciaggi e torture. Ora i razzisti hanno campo libero e le atrocità non si contano, come testimoniano gli osservatori di Human Rights Watch:
e ricevono persino il supporto aereo NATO quando si tratta di espellere i 30mila abitanti di colore della cittadina di Tawergha, un altro potenziale crimine contro l’umanità:
Molte delle 7mila persone detenute illegalmente e torturate o sottoposte a sevizie sono di pelle scura:
Un altro singolare accidente del caso è che il più importante comandante militare della Libia post-Gheddafi, Abdel Hakim Belhaj, che presiede il Consiglio Militare di Tipoli, sia un fondamentalista islamico, come peraltro molti altri dirigenti della Libia “democratica”:
essendo però, in aggiunta a questo, anche il fondatore di un gruppo di guerriglieri islamici che hanno costituito il cuore dell’insurrezione contro Gheddafi e che il governo inglese ha classificato come estremisti islamici ispirati da Al Qaeda
e le Nazioni Unite descrivono come “affiliati ad Al-Qaeda”:
Dunque la NATO combatte Al-Qaeda in Pachistan, mettendo a repentaglio la stabilità di una potenza nucleare con gli eccidi indiscriminati dei suoi droni, ma l’appoggia in Libia!

Complimenti vivissimi ai “Democratici” (tra l’altro, quanta tracotanza/hybris in questa auto-denominazione) per la splendida performance. Dormite pure sonni tranquilli, fino alla prossima guerra umanitaria:

martedì 13 dicembre 2011

Lo slittamento giuridico verso il Quarto Reich - A che gioco sta giocando Obama?




All’improvviso è lì, l’ospite di un altro mondo. Potrebbe venire tra mille anni, o anche domani. Che cosa faremo allora? Come ci proteggeremo da noi stessi, se assumerà ancora una volta la forma di un essere umano – uno che ovviamente non rassomiglierà per nulla ad Hitler, ma che potrebbe ad esempio essere calvo, con una lunga barba ed una voce paterna? Oppure giovane e in forma, dall’aspetto sveglio ed irresistibile? […]. Sedurrà la gente dalla testa ai piedi, come fece Hitler, e non solo la testa come fa il marxismo, o la pancia come fa il capitalismo. Gli crederanno, come credono in un dio, e saranno disposti a morire per lui, al fianco delle sue vittime, sentendosi finalmente vivi.
Harry Mulisch, “Criminal Case 40/61, the Trial of Adolf Eichmann - An Eyewitness Account”, 2005, pp. 149-150.

L’hanno fatto in passato e probabilmente lo rifaranno anche in futuro.
Robert Servatius, avvocato difensore di Adolf Eichmann.

Chi ha amici negli Stati Uniti farebbe meglio a prendere coscienza di quel che sta accadendo in quel paese ed avvertirli - se già non se ne sono accorti per conto loro -, prima che sia troppo tardi.

Nel giugno del 2010, il senatore israelo-americano Joseph Lieberman – ex candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti – ed il senatore Scott Brown hanno presentato una proposta di legge – Terrorist Expatriation Act, S.3327, HR 5237 – che priverebbe della cittadinanza americana chiunque sia SOSPETTATO di appoggiare il terrorismo o una nazione in guerra con gli Stati Uniti, senza potersi avvalere del giusto processo e delle altre forme di tutela specificate dalla Costituzione (cf. Miranda: l’insieme dei diritti costituzionali di cui si viene informati al momento dell'arresto nel diritto statunitense). Questo disegno di legge è motivato, così si sostiene, dalla necessità di impedire a cittadini come Faisal Shahzad, l’aspirante terrorista di Times Square, di fruire della protezione delle leggi americane, essendo un traditore. A parte il fatto che la possibilità di togliere la nazionalità escludendo un cittadino dei suoi diritti svuoterebbe di ogni significato lo stato di diritto e i principi sanciti dalla Costituzione Americana, la proposta di legge è così generica che potrebbe essere applicabile a migliaia di cittadini sospettati di “legami” con gruppi terroristici o nazioni ostili, che scomparirebbero letteralmente in una rete di centri di detenzione militare, senza che i loro avvocati possano rintracciarli e difenderli. Sarebbe la prosecuzione delle logica adottata in passato, quando migliaia di cittadini di origine giapponese, italiana e tedesca furono internati per il tutto il corso della guerra, violando la Costituzione:
È incredibile che Joe Lieberman non si renda conto che una tale normativa, un giorno non troppo lontano, potrebbe giustificare la detenzione di decine, forse centinaia di migliaia di cittadini americani di religione ebraica, o ex coscritti nell’esercito israeliano, o titolari della doppia cittadinanza israelo-americana, come appunto lui. È semplicemente un perfetto idiota oppure è il più spregevole traditore del “suo” popolo?
*****
A questa minacciosa proposta di legge si aggiunge quella promossa dal senatore John McCain, già candidato alla presidenza degli Stati Uniti e sconfitto da Obama, presentata assieme al recidivo Joseph Lieberman e al senatore James Inhofe, uno dei più influenti membri di questo movimento elitario cripto-fascista che sta per prendere il potere negli Stati Uniti:
La proposta S.3081 del 4 marzo – “Enemy Belligerent Interrogation, Detention, and Prosecution Act” – annullerebbe l’habeas corpus (la fondamentale tutela da un arresto illegittimo) agli Americani considerati “nemici belligeranti” (enemy combatants), in teoria, vista la vaghezza e quindi l’interpretabilità del testo, anche solo per aver apprezzato azioni di natura bellica contrarie agli interessi americani. Questi cittadini non avrebbero diritto ad un avvocato o a un giusto processo e sarebbero sottoposti a detenzione a tempo indeterminato in un centro di internamento militare. Queste due proposte, assieme al Patriot Act (prolungato quest’anno da Obama
ed al Military Commissions Act del 2006, fanno a pezzi la Bill of Rights americana allo stesso modo in cui la legislazione nazista preparava la strada ai campi di concentramento per i nemici del Terzo Reich. Nessuno, a quel tempo, immaginava che cosa sarebbe avvenuto in seguito, allo stesso modo in cui quasi nessuno, al giorno d’oggi, potrebbe immaginarsi che il destino degli Stati Uniti sia quello di trasformarsi in una tirannia che incarcera arbitrariamente migliaia di cittadini e li fa processare da tribunali militari per aver osato opporsi alle politiche statunitensi. Questa incapacità anche solo di concepire un tale sviluppo è essenzialmente dovuta ad ignoranza o attenzione selettiva. Entro la fine del 2012 ci saranno tutte le precondizioni per una svolta autoritaria negli Stati Uniti:
Sarà sufficiente un nuovo 11 settembre:
Ed una rappresaglia contro l’Iran
Il resto verrà da sé: guerra totale e arresti di massa senza alcun processo e con detenzione a tempo indeterminato di dimostranti contro la guerra, considerati automaticamente come colpevoli di collusione con i nemici (Iran, Russia, Venezuela, ecc.) e di alto tradimento.
I due disegni di legge, che hanno incontrato il favore di Hillary Clinton, se convertiti in legge, conferirebbero al presidente degli Stati Uniti poteri straordinari, pressoché dittatoriali – incluso l’uso di tribunali militari, che non sono autorizzati a giudicare cittadini americani, finché a questi ultimi non viene tolta la cittadinanza – che si sommerebbero a quelli già previsti in seguito all’11 settembre. Nessun cittadino americano che dissentisse dalle decisioni del governo potrebbe dirsi al sicuro. Con il Patriot Act serviva una giusta causa, ora sarebbe sufficiente il mero sospetto, ossia l’insinuazione, un castello accusatorio fittizio fondato su un’arbitraria definizione di affiliazione ad un’organizzazione terroristica, che nessuna procedura processuale civile potrebbe smontare. Lo stesso Patriot Act, la cui bozza conteneva misure analoghe a quelle proposte da Lieberman ma che, alla fine, molto saggiamente, non furono approvate, fino al 2009 aveva già portato all’incarcerazione di oltre 200 passeggeri aerei per “cattive maniere”:
*****
Oltre all’inutilità di proposte di legge avversate perfino dall’FBI (!), che non servirebbero a vincere la Guerra al Terrore ma solo ad introdurre la tortura e i campi di concentramento, come nel Cile di Pinochet e nell’Argentina di Videla (dittature che godettero dell’approvazione degli Stati Uniti), la dimostrazione più lampante che è in corso un’involuzione anti-democratica negli Stati Uniti è data dal comportamento dell’ACLU (American Civil Liberties Union). Essa ha promosso una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica americana mirata a fare pressioni sul Senato affinché fossero approvati gli emendamenti SA 1112 e SA 1113 al contestatissimo disegno di legge S.1867 (“New National Defense Authorization Act”), sempre in materia di sicurezza interna, sostenendo che questi emendamenti, proposti da Mark Udall, senatore democratico molto sensibile alle richieste dell’industria militare statunitense, avrebbero mitigato il potenziale liberticida della legge. Gli emendamenti erano appoggiati anche dall’amministrazione Obama.
La verità è che le sezioni 1031 e 1032 del suddetto disegno di legge lo rendevano inapplicabile ai cittadini americani – “The requirement to detain a person in military custody under this section does not extend to citizens of the United States”/ “The requirement to detain a person in military custody under this section does not extend to a lawful resident alien of the United States” – mentre gli emendamenti consentirebbero di includere tutti i cittadini americani in un eventuale programma di detenzione militare. Udall è stato battuto ma quel che conta è che, poiché è impossibile che dei giuristi specializzati come quelli della ACLU e dell’amministrazione Obama possano non aver letto o non aver compreso le implicazioni di questi emendamenti, l’unica conclusione plausibile è che l’obiettivo luciferino fosse quello di manipolare i cittadini americani spingendoli a pretendere di poter perdere i propri diritti costituzionali
In altre parole, la ACLU è stata infiltrata ed è ora controllata da agenti intenti ad implementare un disegno autoritario, come Mark Udall, presumibilmente per conto di forze oscure come queste:
La manovalanza sta già facendo pratica:
Gli sfidanti repubblicani di Obama sono sostenitori della legittimità della tortura:
E il fatto che il governo americano abbia avallato la proposta di Udall e i disegni di leggi di Lieberman e di McCain dovrebbe aprire gli occhi a tutti: dobbiamo prepararci al peggio!
Obama non ha chiuso il campo di concentramento di Guantánamo Bay, come aveva ripetutamente promesso di voler fare, non ha bloccato le deportazioni illegali (extraordinary renditions), non ha soppresso i tribunali militari speciali istituiti da Bush, ha esteso la rete globale di prigioni segrete americane e la sua amministrazione è stata ancora più ostile all’habeas corpus della Bush-Cheney.
Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete” (Matteo 7, 15). 
Obama è una persona malvagia, o un burattino. In entrambi i casi è pericoloso.
CONSIGLIATE AI VOSTRI AMICI STATUNITENSI DISSENZIENTI DI LASCIARE IL PAESE FINCHÉ È POSSIBILE FARLO!  

FONTI

giovedì 8 dicembre 2011

La polizia londinese accomuna gli indignati ad Al-Qaeda!



I giovani di Occupy Wall Street London sono, ufficialmente, una minaccia per lo Stato e la Società. 
Chi protesta contro gli eccessi del capitalismo e della alta finanza è inserito nella categoria TERRORISMO/ESTREMISMO, assieme ai terroristi islamici ed alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.
Basterà a scuotere le coscienze e le menti di chi ancora crede di essere al sicuro nelle nostre Democrazia Avanzate? 
A proposito, "Democrazie Avanzate" ricorda un po' "Tecniche di Interrogatorio Avanzate", uno scaltro eufemismo per tortura. 

martedì 29 novembre 2011

Violenza Buddista




La militarizzazione e fascistizzazione del buddismo non è stato un fenomeno esclusivamente giapponese.

Come si spiegano le deviazioni così radicali in una dottrina che proibisce categoricamente di togliere la vita? Come si sono giustificati quelli che hanno violato il caposaldo della dottrina buddista?

Per il buddhista non è peccato solo uccidere, ma anche provocare una morte, approvarla, fornire i mezzi per causarla. In molti casi sarebbe meglio morire che uccidere. Per certe correnti buddhiste (ma non per il Dalai Lama), anche in guerra è meglio lasciarsi uccidere che uccidere (nonresistenza).

Poiché la natura umana è quella che è, anche le migliori filosofie – e il buddhismo è certamente una di quelle – si prestano a fondamentali distorsioni che razionalizzano il male, facendolo apparire come un bene. Nel caso del buddhismo, poiché l’altro suo caposaldo è che la vita è sofferenza e scopo di ciascuno dovrebbe essere quello di non rinascere più, allora uccidere qualcuno è rendergli un servizio, un atto caritatevole. Per di più la persona è un’illusione, non esiste realmente, quindi anche il peccato non esiste veramente. È chiaro che questa interpretazione della dottrina buddhista ha un carattere “satanico”, nel senso che perverte un messaggio di amore e tolleranza per giustificare l’egoismo più sconfinato e l’intolleranza più spietata, l’esatto opposto dell’insegnamento di Siddharta Gautama.  

Il problema centrale dell’umanità il la gestione del potere e la corruzione che questa porta con sé. Quando il buddhismo ha incontrato il potere, si è corrotto, come ogni altro nobile messaggio di riscatto

Nel buddhismo, come in tutte le altre discipline filosofico-religiose, si è infiltrata l’idea della costante lotta tra luce ed oscurità, creatività e distruttività, spiritualità e materialità, egoismo ed altruismo, nonviolenza e violenza, ecc. che, invece di perseguire l’equilibrio tra gli opposti, deve risultare nel trionfo definitivo di una parte sull’altra: questa è la radice principale della corruzione morale. Da essa è derivato ogni genere di possibile ipocrisia e manipolazione logica e morale che ha vessato il buddhismo, fino a farlo diventare uno strumento di violenza di massa in Giappone, nel Sud-est asiatico e nello Sri Lanka.

Cerchiamo di capire meglio come.

Il maestro zen Takuan, nel diciassettesimo secolo, scrive che la spada non ha una sua volontà, è vuota. Tutto è vuoto, tutto è come il bagliore di un fulmine. Anche l’uomo che sta per essere ucciso dalla katana è vuoto, come chi lo sta per uccidere. Le loro menti non hanno sostanza. Loro stessi non possiedono una mente propriamente detta. Dunque non sono realmente uomini e la spada non è realmente una spada. Dunque uccidere non è male: è al di là del bene e del male, come avrebbe concordato Nietzsche.

Il celebre Daisetsu Teitaro Suzuki si muoveva sulla stessa linea. Una persona che uccide nella stessa condizione mentale di una forza naturale, come il fuoco brucia una montagna, come l’uragano abbatte gli alberi e come uno smottamento uccide gli animali, non può essere considerato un assassino. È una forza naturale e quindi è intrinsecamente innocente, cosmicamente neutro. L’uomo illuminato dev’essere indifferente ed incosciente come una forza della natura. Se mi annullo sono neutrale come l’universo ed ogni mia azione è intrinsecamente corretta. Così la tortura può essere compassionevole (in un antico testo Mahayana) perché consuma i peccati della vittima della tortura e la libera dal ciclo delle reincarnazioni. Quando si raggiunge la saggezza della vacuità (Śūnyatā), non si può commettere un errore, perché si è interamente interdipendenti rispetto a tutto il resto e dunque nulla di ciò che facciamo ricade nella sfera della nostra responsabilità personale. È la negazione della nostra vacuità intrinseca, che è la nostra natura autentica, ad essere all’origine della violenza, ci spiegano i buddhisti pro-violenza. Peccato che Takuan, che si identifica completamente con il vuoto, usi questa identificazione proprio per autorizzare se stesso a perseguire la volontà di potere senza alcuna restrizione. Nei testi di Suzuki la vacuità è descritta come cieca e brutale quanto la natura. Per altri il vuoto è l’essenza della compassione. Il karma diventa un orpello o un pretesto per indulgere nella violenza catartica (la redenzione “compassionevole” della vittima della propria violenza).

È l’intenzione che conta, non l’atto, e chi può giudicare facilmente un’intenzione, che è soggettivamente interpretabile? Il relativismo morale (“tutto è lecito”) scaturisce dal relativismo ontologico: tutto l’esistente è relativo, anche il senso delle mie azioni lo è (indipendentemente dai miei interessi). La razionalità e le riflessioni morali sono superflue: le intuizioni viscerali sono sufficienti. Così il buddismo scivola nel soggettivismo e si può integrare perfettamente in ogni ideologia politica dominante: non esiste più alcun parametro di riferimento sovrapersonale, i miei desideri diventano la norma. Potrebbe esistere un’inversione più integrale delle intuizioni di Siddharta?

Ciò giustifica l’indiscriminata violenza buddista (guerre, torture, punizioni di crudele, sadica efferatezza) che ha avuto ed ha luogo in Tibet, Cina, Mongolia, Corea, Sri Lanka, Birmania e Thailandia, indipendentemente dal fatto che si tratti del buddismo theravada o di quello tantrico o di quello zen (es. i monaci guerrieri che costrinsero il governo centrale a sottometterli con la forza per porre fine agli scontri tra monasteri rivali ed alle sevizie e soprusi ai danni dei contadini, per poi giustificare le peggiori atrocità del militarismo giapponese in ossequio alla volontà governativa di una “mobilitazione spirituale” della popolazione).

Nel 2008 i monaci tibetani infrangono le vetrine dei negozi cinesi a Lhasa. Nello Sri Lanka i monaci buddisti promuovono una guerra spietata nel nome dell’ideale della purezza etnica e religiosa. I Tibetani, nel corso della loro storia, hanno invaso Cina, India, Mongolia e soprattutto il piccolo Bhutan. Il Tibet è stato costretto ad optare per la strada del pacifismo dalla forza militare di India e Cina (di necessità virtù). Si dovrebbe citare la pedofilia endemica dei monasteri zen: gli efebi travestiti da donne e chiamati chigo, utili come distrazione sessuale, gli scontri tra monasteri per il possesso di un efebo speciale. Infine, l’orrore dello zen imperialista giapponese si commenta da solo. Tutto legittimo e perfino auspicabile nel contesto della tutela del Dharma.

La tanto magnificata vacuità dei buddhisti violenti e guerrafondai non ha nulla a che vedere con il distacco pregno di divino dei mistici occidentali ed orientali, è semplice assenza di riflessione morale e di assunzione di responsabilità per le proprie azioni. Cieco egocentrismo intossicato dalla megalomania e dal narcisismo. In questo ambito, l’APPARENTE soppressione di ego diventa, paradossalmente la strada maestra per la complicità negli orrori di un regime tirannico: la fusione del sé nel tutto organico (dissoluzione del sé: da ego personale a ego di gruppo) consente di agire senza sentirsi colpevoli nell’obbedire agli ordini che provengono dall’alto. Fu questo il caso dei soldati giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale: “uccidete tutti i nemici, il Buddha riconoscerà i suoi e si impedirà a persone malevole di compiere il male”.

SINTESI DI COME SI DEPRAVA IL BUDDHISMO:
In special modo nel Buddismo del Grande Veicolo (Mahayana), l’intera esistenza è vista come un’illusione, un qualcosa che non è mai avvenuto, perciò porvi fine non è grave anzi, può essere un atto compassionevole. Nel buddismo Mahayana e tantrico anche la tortura può essere un veicolo di salvezza per il torturato (o un male necessario). La realtà ultima, oltre l’illusione è al di là del bene e del male, l’omicidio diventa un fatto tecnico, in conseguenza della negazione del sé. L’uomo che sa che la realtà è illusione non potrà che compiere un male illusorio, ossia inesistente. Non si può uccidere il vuoto più di quanto si possa distruggere il vento. Si è in perfetta e spontanea armonia con l’universo: il male non esiste di per sé. Chi non è spinto da ragioni egoistiche ma da una consapevolezza superiore (illuminato) non può essere ritenuto responsabile di fronte alle leggi terrene, non è più prigioniero degli attaccamenti materiali (come il “me ne frego” fascista). La violenza è il risultato del karma della vittima (se l’è cercata in una vita precedente). Vi è l’obbligo di difendere il Dharma, lo Stato tutela il Dharma, perciò la violenza è sacra quando è minacciato dalle forze del male (ma non avevano oltrepassato le dicotomie? Forse solo quando conviene a loro?). L’uccisione è liberazione dell’anima di un peccatore che ora potrà rinascere sotto dei migliori auspici. La morte dei nemici del Buddha è moralmente neutra: i nemici del Buddha possono anche essere quelli che si rifiutano di pagare le tasse al monastero locale. I tempi sono cambiati dall’epoca del Buddha ed i suoi principi erano giusti allora ma adesso non sono più adattabili alla realtà contemporanea. In questo modo il buddista può giustificare la propria violenza e contemporaneamente condannare quella altrui.

In conclusione, i buddisti non sono persone violente, sono semplicemente esseri umani come gli altri. Il buddismo è indubbiamente più tollerante di tutte le altre religioni ed ideologie – salvo l’organizzazione gerarchica e patriarcale e la misoginia –, ma quando incontra le gerarchie di potere appare ugualmente vulnerabile e manipolabile.

BIBLIOGRAFIA :
Bernard Faure, Bouddhisme et violence, Paris: Le Cavalier Bleu, 2008.
Michael K. Jerryson, Mark Juergensmeyer (eds.) Buddhist Warfare. Oxford: Oxford University Press, 2010.
Georges Renondeau, « Histoire des moines-guerriers du Japon », in Mélanges publiés par l’Institut des hautes études chinoises, t. 1, Paris, Collège de France, 1957.

mercoledì 23 novembre 2011

In Italia la tortura non è un reato (e presto non lo sarà negli USA)




Nessun individuo dovrà essere sottoposto a tortura o trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti
Articolo 5, Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948.

È giusto riconoscere che qualcuno sbagliò commettendo degli eccessi. Lo afferma la sentenza 57 della Prima Corte di Assise di Milano del 1964. Chi lo nega, o è in malafede o è ignorante. Credo piuttosto che ogni atto di violenza debba essere denunciato e condannato, anche in rispetto di tutti coloro che sono morti in quegli anni e che hanno onorato la divisa con spirito di sacrificio. Non vorrei che i Consiglieri Urzì e Seppi, e quei pochi accoliti che li seguono come scodinzolatori professionisti, giustificassero gli atti di violenza, perché con questo metro di giudizio giustificherebbero anche gli attentatori.
Mauro Minniti (PDL), presidente del Consiglio della Provincia autonoma di Bolzano.

Per alcuni politici la tortura è quasi un gioco, una cosa da poco. In Italia la tortura non è un reato, in particolare per l'opposizione della Lega Nord
Nel dibattito tra i candidati repubblicani alle presidenziali statunitensi del novembre 2012 Michelle Bachmann hanno sostenuto la legittimità della tortura, definendola una “tecnica di interrogatorio potenziata” (enhanced interrogation technique). Gli assistenti di Mitt Romney, il candidato favorito, nonché il più moderato, hanno spiegato alla CNN che neanche lui considera il waterboarding (annegamento controllato) come una tortura. Il presidente Obama ha replicato che il waterboarding è tortura e che chiunque si sia informato e abbia compreso di cosa si tratta la chiamerebbe tortura, “e questa non è una cosa che noi facciamo. Punto e basta”.
È curioso che dei possibili futuri presidenti degli Stati Uniti non considerino tortura la stessa tecnica usata dai Giapponesi ai danni dei prigionieri di guerra americani e per cui i leader militari giapponesi furono condannati e giustiziati in quanto criminali di guerra. D’altra parte l’annegamento controllato fu sdoganato già al tempo dell’amministrazione Bush-Cheney, da John Yoo. Se avessero perso una guerra sarebbero stati giudicati come criminali di guerra. Invece sono a piede libero: Yoo insegna diritto a Berkeley! Obama ha scelto di non aprire un’inchiesta. David H. Petraeus, già comandante dello U.S. Central Command, che prevede la responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale, e attuale direttore della CIA, la pensa come Cain, Bachmann e Romney. Fino all’anno scorso lo si riteneva un virtuale candidato repubblicano alla presidenza. Dunque pare che, tra i Repubblicani, per poter essere un valido candidato alla presidenza degli Stati Uniti, si debba per forza essere favorevoli alla tortura.

Ho già scritto altrove cosa penso della tortura:
Qui mi limito a ricapitolare le riflessioni di Jeremy Waldron, docente di giurisprudenza alla New York University School of Law e di teoria politica e sociale a Oxford, contenute in un suo scritto intitolato “Torture and Positive Law: Jurisprudence for the White House”, che potete leggere qui:
Per Waldron la proibizione della tortura è un archetipo legale, ossia una misura che esemplifica una più generale vocazione alla non-brutalità nell’ambito del sistema legale e che comprende considerazioni di onorabilità. Abu Ghraib ha disonorato gli Stati Uniti nel 2004, come li ha disonorati la rivelazione che quelle pratiche non erano limitate a quel carcere. La tortura è tornata tra noi a distanza di un secolo dall’edizione del 1911 dell’Enciclopedia Britannica, che descriveva la tortura come “un argomento che ha unicamente un interesse storico per quanto concerne l’Europa”. Finora è rimasta relegata alle colonie: Algeria (Francia), Irlanda del Nord (Regno Unito), Territori Occupati (Israele), Iraq, Afghanistan e Guantánamo (Stati Uniti). Ma la paura, una paura acuta, palpabile, permanente, è tornata ad essere la forma più comune di controllo sociale [cf. Judith Shklar, The Liberalism of Fear in “Liberalism and the moral life”, a cura di Nancy Rosenblum, 1989]
John Yoo, docente a Berkeley, è l’autore di un memorandum del gennaio 2002 che razionalizzava la violazione delle Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. Alan Dershowitz insegna alla Harvard Law School ed ha pubblicato due libri in cui sdogana la tortura. Jay Bybee era professore di diritto alla Louisiana State University ed alla University of Nevada. [Ora è un giudice federale!]. Tra il 2001 ed il 2003 era direttore dell’Office of Legal Counsel al Dipartimento di Giustizia e scrisse a sua volta un memorandum in cui restringeva la definizione di tortura per poterla rendere legittima.
Sono esperti che hanno scelto deliberatamente di derubricare la tortura come reato. Su quali basi? Il positivismo giuridico insegna che la legge va rivista a seconda delle circostanze. Però, si chiede Waldron, come mai sentiamo che c’è qualcosa di sacro che viene violato dalle considerazioni di Bybee, Yoo e Dershowitz? Che significato possiamo attribuire alla nozione di “sacralità” in una civiltà principalmente laica? Nei lavori preliminari della Convenzione Europea sui Diritti Umani, nel 1949, il delegato britannico, Seymour Cocks, propose l’approvazione della seguente mozione: “L’assemblea consultiva coglie l’opportunità per dichiarare che tutte le forme di tortura…sono incompatibili con una società civile, sono offese al cielo ed all’umanità e vanno proibite. Dichiara altresì che questa proibizione deve essere assoluta e che la tortura non può essere autorizzata in nessun caso, né per estrarre informazioni, né per salvare vite e neppure per la sicurezza dello Stato. Essa ritiene che sarebbe meglio che una società perisse piuttosto che consentire a questo residuo di barbarie di continuare ad esistere”. A titolo personale, Cocks aggiunse: “è un crimine contro il cielo e contro lo spirito santo nell’uomo. Affermo che sia un peccato contro lo Spirito Santo per cui non si può essere perdonati”. Queste sue parole non furono inserite nella stesura finale del rapporto, perché non conforme al linguaggio giuridico.
Purtroppo la nostra società non è più in grado di concepire alcun assoluto morale. Diamo per scontato che quando il gioco si fa realmente duro e c’è moltissimo in ballo certe inibizioni morali devono essere tralasciate. Le situazioni estreme ci fanno sembrare ridicoli certi assoluti morali e nessuno di noi vuol sembrare ridicolo. Ma a quel punto possiamo giustificare tutto ricorrendo ad un semplice computo aritmetico che dipinga la situazione nei toni più catastrofistici possibili. Al cospetto di una catastrofe sufficientemente grande, ogni azione di governo sarebbe implicitamente permessa. Se il numero di vite che può essere salvato è il doppio di quello dei torturati, perché limitarsi alle tecniche di tortura non-letale? Perché non stupri legalizzati e persino azioni terroristiche? Siamo davvero sicuri che delle autorizzazioni alla tortura [le richiede Dershowitz] non sarebbero abusate, che nessuno mentirà sulla disponibilità di informazioni e sulla drammaticità della situazione, che certe pratiche non si applicheranno più estesamente di quel che era stato preventivato, che non nascerà una categoria di torturatori professionisti interessati a trovare un pronto impiego? Esistono chiare indicazioni storiche del carattere metastatico della tortura, che si espande come un tumore maligno in un corpo altrimenti sano. Basti pensare ad Abu Ghraib, dove non esistevano le condizioni minime per alcuna autorizzazione ufficiale e non ufficiale a torturare i prigionieri.
Quello della tortura non è un ambito in cui ci si possa fidare delle motivazioni umane. Sadismo, dispotismo, brama di potere, godimento nelle altrui umiliazioni vengono amplificate in circostanze dominate dalla paura, dalla rabbia, dallo stress, dal pericolo, dal panico e dal terrore.
Ci sono cose che possiamo immaginare di giustificare in teoria ma che, se permesse, avrebbero un impatto devastante sul sistema giuridico tale da indurci a non imboccare quella strada.
Cosa intende Waldron per “archetipo giuridico”? Una disposizione che ha un significato che va ben oltre il suo contenuto normativo perché illumina ed incapsula un principio o un’intera area giuridica. Nel caso della tortura la funzione archetipica della sua proibizione definisce il concetto chiave che la legge non è brutale nelle sue applicazioni, la legge non è selvaggia, non umilia, non terrorizza, non mutila la dignità degli esseri umani. L’idea è che anche laddove si impiega la forza, anche laddove la gente è costretta a fare delle cose contro la sua volontà e soggiornare in luoghi spiacevoli, gli uomini non vanno trattati come bestiame, non vanno domati, picchiati, trattati come corpi da manipolare.
Secondo Waldron il rischio è quello del piano inclinato a rovescio: il problema non è che se si rendono flessibili i principi costituzionali si apre la strada all’abominio della tortura, ma che se si consente la tortura sarà poi difficile difendere i divieti che ci sembrano meno stringenti, come frustare i carcerati, estorcere confessioni, brutalizzare un delinquente. Siamo contrari a certe pratiche perché la loro malvagità ed immoralità è resa manifesta nella tortura. Quel che è sbagliato nella tortura ci aiuta a capire cosa sia sbagliato in altre pratiche, è un punto di riferimento morale importante, il nord della nostra bussola morale. È lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki che ci ha scioccato a tal punto da farci interrogare, ex post, a proposito della liceità di radere al suolo Dresda e Tokyo con le bombe incendiarie.
Il potere ci corrompe, dobbiamo essere scettici e circospetti, dobbiamo temere il peggio dagli esseri umani, perché la storia ci ha insegnato che a misura che il potere si accentra, si moltiplicano gli abusi, le infamie e le atrocità. Lo Stato, nel ventesimo secolo e ora nel ventunesimo secolo, ha dimostrato che, appena può, non esita a seviziare e far scomparire i suoi nemici interni. Lo Stato fa paura perché dispone di un potere immenso e solo le norme a tutela delle dignità umana possono inibire il pieno impiego di tale potere nella direzione della barbarie, della bestialità e del terrore. Si ripudia la brutalità per dare un esempio al mondo, per rendere il mondo meno disumano.

martedì 22 novembre 2011

Estetica del Terrore e della Morte - Perché la violenza ci fa stare bene?




Sta' a sentire, Ettore, fratello, il fatto è che non si può né prendere per giusto solo ciò, quello solo, che va a finire bene, né andare di colpo giù di morale perché Cassandra è matta. Non c'è sua crisi che possa intaccare la bontà di una lotta che è sacra perché ci impegna fino in fondo nell'onore.
William Shakespeare, “Troilo e Cressida”, (II, 2)

Il bene assoluto richiede che il male assoluto sia completamente estirpato. In nome del bene, è dunque lecito e doveroso fare ogni possibile male a chi non vuole il bene. Il bene assoluto richiede dunque in maniera del tutto cogente lo sterminio delle differenze…C'è sempre, anche in colui che compie consapevolmente qualcosa di proibito, di disapprovato, qualcosa che lui stesso negli altri respinge e disapprova, la convinzione che per lui, in quel momento, compiere quell'atto sia giustificato da qualche valore o qualche necessità. Per quanto mostruosa sia un'azione, nessuno che non sia folle la compie sentendosi un mostro e volendo essere un mostro.[…]. Non esiste la guerra del bene contro il male. Esiste la guerra del bene assoluto e del male minore. Cioè, ormai dovrebbe essere chiaro, del male assoluto e del male minore. Non bisogna lottare per la verità, ma per l'incertezza. Per il tentativo. Per l'esperimento. Per l'avventura. Per la fallibilità. Dunque per la libertà, purché sia una libertà che non si realizza mai, e dunque che non è duratura in nessuna della sue singole forme. Non bisogna lottare per nulla che sia infinito ed eterno: queste armi lasciamole all'avversario. Non bisogna lottare per essere perfettamente buoni, ma per essere moderatamente, tollerabilmente, umanamente cattivi. Non c'è diritto più grande ed irrinunciabile di quello all'imperfezione: perché è il diritto alla perfettibilità.
Luigi Alfieri, “Riflessioni sul male politico (a partire dall'11 settembre)”, 2002.

Gli eroi maschili delle fiabe e dei film sono quasi sempre belli (e virili), buoni e sinceri. Sono giusti e sono nel giusto. La funzione dell’eroe nella mitologia e nell’arte è quella di permettere allo spettatore e fruitore di realizzare un’immedesimazione spontanea. Poi ci sono i militanti, che non ne hanno bisogno, perché sono già impregnati di estetica eroica. I patrioti terroristi e torturatori fanno parte di questa categoria, quella dell’intossicazione estetica, della visione allucinatoria di una realtà fantastica che vogliono sovrapporre a quella vera. Il problema è che queste persone non sono consapevoli di essere prigioniere dei loro estetismi (ulteriori golem, cf. Fait/Fattor 2010) e quindi si sentono innocenti. L’unico loro obiettivo è quello di tenere in vita la loro fantasia, quella che dà senso alla loro esistenza, come i protagonisti de “I Demoni” di Dostoevskij. La bellezza della fantasia – una bellezza fatta di coerenza, ordine, unitarietà, freschezza, purezza, nettezza, dualismo, vitalità, forza di volontà, appropriatezza e, soprattutto, significato – maschera la malvagità delle loro azioni e la meschinità delle loro intenzioni ed emozioni. Una fantasia iperattiva, ipercinetica genera una realtà fittizia laddove non c’è – “il popolo è con noi” – e simultaneamente oblitera la realtà effettiva delle cose – “siamo dalla parte del giusto, gli altri stanno dalla parte del torto”. Una fantasia ipoattiva, letargica, impedisce invece di mettersi nei panni degli altri e di riflettere su ciò che si sta facendo e sulle conseguenze di ciò che si intende fare. Nel complesso, il risultato è che questi patrioti non vedono quel che sta davanti ai loro occhi e credono sia reale quello che immaginano (Kateb, 2006).
Adolf Eichmann aveva questo tipo di personalità ed era questo a renderlo pericoloso, non certo la sua banalità. Se Hannah Arendt avesse fatto il suo dovere e fosse rimasta al suo posto fino alla fine del processo, invece di usare le prime impressioni per ricavarne un ritratto che aveva già tratteggiato nelle opere precedenti, ora la scempiaggine della “banalità del male” non infesterebbe i nostri quotidiani e periodici, nonché le nostre menti, inducendoci a credere che abbiamo già capito tutto quel che c’era da capire, che ogni nuovo “mostro” in fondo è banale come noi, che esiste un Eichmann in ciascuno di noi. Per la verità la stessa Arendt fu costretta a negare di aver mai detto o pensato qualcosa del genere, precisando di aver sempre odiato quell’ingiustificata semplificazione (Assy, 2003).
I patrioti torturatori (italiani) e i patrioti terroristi (sudtirolesi) dell’epoca delle bombe in Alto Adige non erano banali. Penso che l’analisi Hans Karl Peterlini (Peterlini, 2010) sia molto ben indirizzata, ma lo studioso non ha forse colto appieno la potenza dell’intossicazione estetica. Gli uni e gli altri erano persone malate nella coscienza, se non nella psiche, malate di fanatismo, dell’ossessione di difendere ad ogni costo la loro visione immaginifica e tremenda del mondo, dell’altro da sé. Troppo carenti in curiosità e sensibilità per essere capaci di vedere se stessi e gli altri dalla distanza, dall’alto, da un punto di vista diverso da quello consueto. Troppo legati al loro cultismo per accorgersi di aver imboccato un sentiero che conduceva lontano dalla vera bellezza, quella della giustizia, della dignità, della verità e dell’irreversibile, incontenibile pluralità del reale. Il sentiero della razionalizzazione dell’immoralità nel nome della conservazione di uno stile di vita e della liberazione di un popolo che non era oppresso; o nel nome dello Stato, dell’orgoglio patrio e, chissà, forse anche della memoria di Mussolini per gli uni e Hitler per gli altri. Dietro tutto questo c’è un’estetica del sublime, del mito, dell’ideale, della lotta, del sacrificio, del martirio, la ricerca estetica di chi si fa dio e provvede a modificare una creazione che giudica insoddisfacente – con l’esplosivo, o con la tortura – in modo che essa si avvicini alle sue preferenze estetiche, alla sua gerarchia delle forme, alla sua intolleranza dell’imprevedibile e dell’eterogeneo.
L’estetizzazione della lotta, della distruzione, della sofferenza e della morte è il culmine dell’assorbimento nel proprio narcisismo, nei propri vizi e nell’estasi del potere. Io so cos’è giusto per tutti e so come ottenerlo. Se la gente non approva è solo perché è troppo ignorante e stolta per capirlo. Compio il male, ma sono fondamentalmente innocente. Ciò che è bello ed è giusto non può essere malvagio. Questa estetica malevola, ma che è creduta benevola, è inconciliabile con la dignità umana e, al contrario, calza come un guanto alla logica dell’utilitarismo. L’utile ed il bello sono indifferenti alla diminuzione e degrado della dignità. Va tutto bene finché l’obiettivo è la felicità ed il piacere di un maggior numero di persone, che saranno certamente contente di abitare una realtà più consona, più autentica, più armoniosa, in poche parole, più bella.
L’utile, allora, fornisce anche una giustificazione teorica alla scelta di infliggere della sofferenza ad una minoranza di persone per il bene di una maggioranza, maggioranza che, “certamente”, patisce in questo mondo così discordante rispetto ai desideri di noi militanti. Le atrocità, il male, sono accettabili se sono un prerequisito necessario per aumentare il piacere e diminuire la sofferenza. Dunque una minoranza dell’una e dell’altra parte può e deve rinunciare ai suoi diritti, a beneficio dell’utile sociale (la libertà, la sicurezza). Possono essere falciati dai proiettili, fatti saltare in aria, torturati a morte, perire in circostanze non chiarite. L’estetica maligna e l’utilitarismo fioriscono rigogliosi nelle condizioni emergenziali, giustificano la sospensione dei diritti civili e umani, la loro rivedibilità, la loro provvisorietà. L’intera popolazione diventa un ostaggio, uno strumento nelle mani di questi “fini” esteti e freddi calcolatori, che in realtà hanno soprattutto paura di affrontare la putredine che li divora (Marco Deriu, 2005, p. 34):

In realtà combattiamo non contro l’altro ma per continuare a rimuovere l’altro. Si combatte per la propria immagine. In questo senso questa non è solamente la guerra delle immagini, ma la guerra per l’immagine. Noi vogliamo fondamentalmente aver confermata la rappresentazione che abbiamo di noi stessi: la democrazia, i diritti umani, l’umanitario, il potere buono che trionfa sul male. Abbiamo bisogno della maschera, dello stereotipo dell’altro, del fanatico, del terrorista, del male, della sua immagine in negativo per poter sostenere ancora la nostra immagine in positivo. Dobbiamo tenere l’altro a distanza in tutti i modi perché se venisse troppo vicino, farebbe specchio a noi stessi e distruggerebbe irrimediabilmente quella auto-rappresentazione positiva che stiamo proteggendo. Tragicamente la nostra paura non è veramente paura dell’altro. O meglio la paura dell’altro è uno schermo dietro al quale c’è una paura molto più profonda. Quella di incontrare veramente noi stessi. […]. Tutta questa miseria e angoscia che non vogliamo assolutamente guardare negli occhi, è in realtà il pozzo oscuro che fatalmente ci terrorizza. Da questa parte oscura vogliamo difenderci a tutti i costi. Credo sia fondamentale capire questo aspetto, che siamo in presenza di un meccanismo di rimozione profondo che ci riguarda intimamente”.

Il punto è che non esiste una coscienza morale collettiva, esistono solo le coscienze individuali. Dunque qualunque entità sovraindividuale è amorale e necessita di una meticolosa e rigida regolamentazione per tenere sotto controllo il suo egoismo e la sua distruttività. Alla stessa conclusione sono giunti indipendentemente, tra gli altri, Socrate, Gesù, Simone Weil, Carl Jung ed il maggiore teologo della storia americana, Ronald Niebuhr. Mentre la virtù individuale è ardua, quella comunitaria è impossibile (Niebuhr, 1968). Questo per una serie di ragioni: non esiste e non può esistere una coscienza unificata e che trascenda i singoli e il gruppo; c’è sempre un gruppo dominante e quelli che prevalgono sono i suoi interessi e la loro massimizzazione; l’individuo è “morale” solo se è in accordo con gli standard del gruppo, ossia se si sacrifica per esso. Chi dissente di fronte ad un comportamento discriminatorio del proprio gruppo nei confronti di altri, viene etichettato come immorale, sebbene da una prospettiva universale sia l’unico la cui condotta è autenticamente morale (es. Socrate e Gesù, uccisi perché non sufficientemente remissivi). Inoltre tutti i gruppi sono ipocriti perché devono placare gli scrupoli dei loro membri e quindi proclamano di incarnare i più nobili principi e virtù e di perseguire i fini più virtuosi e condivisibili, quando dovrebbe essere chiaro a tutti che gli obiettivi e le motivazioni di ogni gruppo sono auto-referenziate (egoismo collettivo), perché la sua ragion d’essere è continuare ad esistere. Così il sacrificio e l’abnegazione del singolo si prestano ad abusi e condotte immorali della comunità. Gli esseri umani sono infatti più inumani proprio quando credono che i loro impulsi naturali e valori soggettivi siano al servizio di un bene assoluto. Siamo ignoranti, finiti, limitati, ma immaginiamo di non esserlo, ci convinciamo di non esserlo, di poter trascendere i nostri limiti e fare in modo che la nostra mente si universalizzi e colga la Verità Assoluta. Purtroppo quello della coscienza è solo un potenziale, oltre ai mistici, nessuno è in grado di realizzarlo. A tutti gli altri resta solo il compito di ricavare, tramite la conoscenza, una migliore, più obiettiva comprensione delle cose, nella consapevolezza che siamo fallibili, che errare è umano.
Diversamente, si commette il peccato di superbia, al servizio della volontà di potenza, che piega e subordina ciò che ci circonda al nostro ego ipertrofico, aggressivamente votato a porsi al centro della Creazione. L’essere umano ama se stesso eccessivamente ma una voce dentro di lui sa che questo abbondantissimo amore è ingiustificato ed immorale, per questo ciascuno si inventa una tecnica di mimesi per continuare a venerare se stesso anche se all’apparenza ci si vota ad una causa che ci trascende. La prima persona ingannata da questa manipolazione siamo noi stessi. Inganniamo gli altri per poter mettere a tacere la nostra coscienza. Ma se non ci fosse qualcosa di buono in noi, tutto questo non avrebbe senso. Dunque proprio gli sforzi dissimulatori sono la miglior prova del fatto che non siamo radicalmente depravati, che ci vergogniamo del nostro status privilegiato, del nostro benessere, che sentiamo che c’è qualcosa che non va quando costringiamo gli altri ad adeguarsi al nostro volere, anche se per la gran parte del tempo facciamo finta di niente.
Solo il dogmatismo, il fanatismo e la frenesia possono sopprimere la voce della coscienza e questi sono vizi che si gonfiano nel gruppo, assieme alla confusione compiaciuta di chi perde di vista il fatto di essere quel che è, e s’immagina di essere più vasto (non interiormente, ma psicologicamente, ossia nella direzione sbagliata), di riuscire ad introiettare il gruppo, ad incorporarlo senza però modificare il suo aspetto, per arrivare a venerare se stesso nello specchio della realtà plasmata a sua immagine e somiglianza.
Poi c’è il cattivo estetismo, cioè la semplificazione ingiustificata della realtà, la categorizzazione degli individui in gruppi chiaramente definiti, la spettacolarizzazione dei rapporti tra le categorie simboliche che può causare insensate rivalità e scontri, in cui non c’è simpatia verso il diverso da sé ma competizione e diffidenza e che spesso sfocia nel tribalismo armato.
Il frivolo e narcisistico amor proprio (talora indiretto ed inconsapevole), per cui si ritiene di essere immuni da narcisismo in quanto votati al gruppo, laddove invece l’orgoglio per il prestigio e lo status del gruppo è in realtà una dissimulazione dei propri impulsi narcisistici. Un amor di sé patologico perché invisibile dietro la finzione della virtù dell’attaccamento e lealtà al gruppo, della completa identificazione con l’immagine del proprio paese, della religione, del gruppo etnico o della classe sociale. Tanto che se qualcuno la minaccia o la calunnia diventa un fatto personale.
La disonestà sfrontata di chi si inorgoglisce per meriti non propri. Un ebreo si sente più brillante perché Einstein e tanti altri geni erano ebrei, un nero si sente vincente perché Obama è mezzo nero. Veniamo esortati a tornare alle radici come se vivere per interposta persona o gruppo fosse un titolo di merito e non una patetica carnevalata, come se uno potesse sentirsi speciale per un’identità ereditata prima ancora che per i suoi successi.
L’auto-mistificazione che causa l’indebolimento o addirittura la scomparsa dell’idea che ogni essere umano è contingente ma anche infinito, che ognuno è unico ma allo stesso tempo condivide una comune umanità con gli altri esseri umani. Non ci si cura di capire che il fatto di essere nati a Trento o Bolzano piuttosto che a Dacca è del tutto accidentale e quindi non ha senso sentirsi specialmente in debito o devoti verso chi vive in Trentino o in Alto Adige e che le differenze tra i gruppi sono meno curiose e stimolanti di quelle tra i membri di uno stesso gruppo o tra chi non si riconosce in nessun gruppo in particolare.
L’auto-inganno di ogni gruppo, che fonda la propria identità su delle finzioni storicamente smascherabili e sul tacito accordo tra i suoi aderenti che di certe cose non si deve parlare in modo da poter continuare a credere a tali falsità (Kateb, 2006).
La solidarietà di gruppo significa che io aiuto automaticamente tutti i suoi membri e che i bisogni di chi non vi appartiene non mi riguardano direttamente. La solidarietà intesa come mutuo soccorso non fa che intensificare l’interesse personale: all’egoismo si sostituisce ciò che Primo Levi chiama il “noismo”, l’egoismo del noi. A quel punto la violenza, psicologica e fisica, non può che moltiplicarsi.

La seconda dimensione dell’estetica del terrore, dopo quella narcisistica, è esistenziale.
Chi ha paura di morire non si cura della sorte del prossimo, non si cura della pace. “E quando tornate a casa, date una sberla a vostro figlio e ditegli è la sberla del Ministro della Paura... guardatevi con sospetto, odiatevi, sparatevi...è straordinario...”. Questa è una battuta tratta da uno sketch del magnifico Antonio Albanese, ma rappresenta accuratamente la realtà. L’insicurezza induce alla regressione, la frustrazione all’aggressività, l’ansia all’autoritarismo, sino all’insorgere delle dittature che sanciscono quella che Fromm ha chiamato la fuga dalla libertà, che è anche una fuga dalla pace. L’ex agente dell’organizzazione clandestina Gladio Vincenzo Vinciguerra ha rivelato la natura della strategia volta all’annichilimento dell’empatia, ossia la disseminazione della paura di morire: “Si dovevano attaccare i civili, la gente, donne, bambini, persone innocenti, gente sconosciuta molto lontana da ogni disegno politico. La ragione era alquanto semplice: costringere ... l’opinione pubblica a rivolgersi allo stato per chiedere maggiore sicurezza”. La paura opera al meglio solo se la parte “sana” della popolazione teme di morire e perciò si aggrappa ai golem, ai miti etnici, alle identificazioni collettive forti (cf. Fait/Fattor 2010), per fare in modo che la propria estinzione non sia priva di significato. La gente ha un’enorme paura della propria insignificanza, della propria fragilità e vulnerabilità. Troppe persone non vedono l’egocentrismo come un problema perché sono ossessionate dalla sopravvivenza personale, che rimane l’obiettivo primario della nostra componente animale. Abbiamo paura di morire ed il modo migliore di controllarci è attraverso il terrore (ed il senso di colpa). Tutti noi ci troviamo a lottare per conciliare la realtà della nostra mortalità fisica e la speranza (o fede) nell’immortalità dello spirito, in modo da riaffermare il significato della nostra esistenza in un universo apparentemente assurdo. I golem sono dei crudeli tiranni che produciamo per aprirci un varco di senso in un cosmo apparentemente indifferente alle vicende umane e soprattutto per sottrarci all’oblio che segue il decesso di chi non ha lasciato un segno indelebile nella storia (Alfieri, 2008, p. 79).
Un antropologo statunitense, Ernest Becker, ha esaminato questo secondo fattore, la paura dell’estinzione fisica e storica, ed è giunto alla conclusione che molte delle nostre azioni sono dettate dalla necessità di produrre un’interconnessione di significati e simbologie in grado di generare l’illusione della trascendenza della morte (Becker, 1982). Quindi non si tratta della semplice reazione di chi si sente fisicamente vulnerabile. Tutti noi vogliamo che la nostra esistenza abbia un senso, che conti qualcosa, che dia un contributo significativo ad un’entità durevole – la Chiesa, la Scienza, l’Etnia, la Società, la Razza, la Nazione o la Patria, la Comunità, la Cultura, l’Arte, la Rivoluzione, la Storia, l’Umanità, la Professione, ecc. – e la prospettiva della nostra morte rende quest’esigenza ancora più pressante. Scrivere un libro di successo può essere un buon modo di placare l’ansia esistenziale, ma in generale si opta per la fusione delle identità personali in miti collettivizzanti – progetti d’immortalità – che negano la morte: l’ossessione per l’estinzione della propria cultura ed identità di popolo coincide con l’ossessione per la propria morte e per la possibile mancanza di significato della propria esistenza e dell’ordine cosmico.
Il culto delle celebrità rappresenta forse, inconsciamente, un mezzo per continuare a vivere fondendosi nel mito dell’eroe, sperando di acquisirne le proprietà magiche della permanenza ed invulnerabilità. Il problema è che questi progetti di immortalità sono indissociabili dall’affermazione di una verità assoluta che ci gonfia di un orgoglio narcisistico ed acritico e ci scherma da prospettive alternative, giudicate invariabilmente false, spingendoci ad attaccare i promotori di sistemi di immortalità diversi dai nostri. E allora è guerra.

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