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mercoledì 25 gennaio 2012

Le 4 principali sfide dei prossimi anni secondo Jacques Attali






Jacques Attali, uno degli economisti ed intellettuali europei più influenti del nostro tempo (ex eminenza grigia di Mitterrand - vedi foto),
non è uno di quelli che si astiene dal dire quel che pensa per paura di fare la figura del pirla:
Non ne ha bisogno, perché sa di cosa sta parlando e perché non ha mai nascosto che cosa auspichi (a differenza, ad esempio di Monti, Lagarde, Merkel, Napolitano, ecc.). Osserva gli indicatori socio-economici, i dati sul commercio e ne trae delle conclusioni che sono ineludibili, ossia che i candidati francesi alle presidenziali stanno nascondendo ai loro elettori la verità, ignorando sistematicamente e deliberatamente le questioni di cui dovrebbero discutere. Un fenomeno che non è limitato alla Francia, come ben sappiamo noi Italiani.
Ecco le 4 questioni fondamentali:
1. I volumi del traffico internazionale di merci sono in vistosa diminuzione e sono ritornati ai livelli del 2002 (cf. Baltic Dry Index), in prossimità del collasso del 2008. Ciò significa che l’economia globale sta per rallentare e non sorpasserà la soglia di una crescita del 3%, il livello più basso da una dozzina di anni, con l’eccezione del 2009. Infatti la crescita è rallentata in Cina, India, Brasile e Africa. Attali osserva che anche le nazioni più dinamiche non saranno in grado di creare abbastanza posti di lavoro per i loro giovani. L’Europa, dal canto suo, andrà in recessione. Sarà più difficile esportare e si dovrà scegliere tra protezionismo e un vasto piano di rilancio dell’economia mondiale.
2. In Europa, nonostante il massiccio, epocale intervento della BCE, che potrà dare l’impressione che la crisi sia in remissione, la situazione debitoria della maggior parte delle nazioni sarà presto insostenibile: per ridurre questo debito si vareranno altri programmi di austerità e la loro simultaneità non farà altro che peggiorare la recessione, riducendo il gettito fiscale ed aumentando le spese sociali. O si intraprendono grandi progetti europeo si abbandona l’euro. O si opta per un federalismo democratico o si abbandona la Banca Centrale Europea.
N.B. Attali è un globalista, a favore degli Stati Uniti d’Europa e del governo mondiale, io no, per le seguenti ragioni:
3. Negli Stati Uniti, terminata l’euforia per la massa monetaria immessa nel sistema pre-elettoralmente (leggi: la Federal Reserve sta aiutando Obama a vincere le elezioni sulla scia di una ripresa fittizia), si capirà che chiunque vinca le elezioni dovrà fronteggiare delle enormi difficoltà. Se Obama vince non avrà comunque una maggioranza al Congresso e non potrà aumentare le tasse per tenere sotto controllo la crescita del debito pubblco. Se perde, il suo successore repubblicano sarà costretto a tener fede alla sua promessa di ridurre le tasse. In entrambi i casi il dollaro crollerà e renderà ancora più improbabile la crescita europea. Attali si domanda: come si possono convincere gli Americani ad essere rigorosi quanto si aspettano che lo siano gli Europei?
4. Il mondo musulmano si trova di fronte a scelte colossali. L’Egitto ha solo tre mesi di risorse a disposizione per importare quello di cui ha bisogno prima che la sua economia collassi. La Tunisia non è messa meglio. La Siria è martirizzata. La scelta iraniana di proseguire con il programma nucleare rende più probabile un intervento militare prima o dopo le elezioni presidenziali americane. Lavarsene le mani o aiutarli? E come?   


lunedì 16 gennaio 2012

Della Luna sulla catena alimentare che vede la Germania un gradino sopra l'Italia




Non si è semplicemente gridato alla democrazia sospesa, o interrotta, e al colpo di stato. Media nazionali ed esteri hanno raccolto molti elementi indizi che l’impennata dello spread, la deposizione di Berlusconi, la nomina di Monti, l’instaurazione del suo governo etc. siano l’esecuzione di un piano preordinato, in cui la Germania ha giocato un ruolo chiave, da un lato mettendosi a vendere massicciamente i btp per farne impennare il rendimento, e dall’altra esigendo la sostituzione di governo mediante un colpo di palazzo. Un’estorsione politica internazionale, insomma. Molti vanno accusando Monti, e talvolta anche Napolitano come suo mentore e spalla, di tradire gli interessi nazionali perché fa una politica recessiva, diretta all’avvitamento fiscale, insostenibile già nel medio termine, e di tutto favore della Germania. Mi giunge persino voce che qualcuno abbia sporto denunce penali contro Monti e forse anche contro Napolitano, vagheggiando addirittura l’alto tradimento.

Vorrei qui chiarire le ragioni per le quali non ho mai aderito a tali accuse né a tale prospettazione dei fatti, che reputo insieme ingenue e ingiuste, perché non tengono conto dei reali (sia pur non pubblicamente riconoscibili) rapporti di forza internazionali, tra paesi “amici”. E dell’assenza di libertà di scelta. E del ruolo obbligato che il capo dello stato di un paese a sovranità limitata (perché vinto e occupato da 130 basi militari) svolge, nell’ordinamento internazionale, soprattutto in quello militare e finanziario, ossia quello di assicurare che il paese a sovranità limitata ottemperi ai suoi doveri verso paesi e potentati finanziari gerarchicamente sovrastanti. Un ruolo che va svolto per garantire l’unica forma realmente possibile di relativa autonomia e relativo benessere o non malessere. E soprattutto per preservare la pace, la stabilità in primis rispetto al rischio di una destabilizzazione interna.

In effetti la Germania è ben contenta che l’Italia resti nell’Euro, che si sveni per raggiungere i parametri che essa stessa le pone come condizione per restare nell’Euro. “Restate nell’Euro, maccheroni, e per farlo tagliate i redditi, colpite il risparmio, svenate l’economia reale, andate in recessione, come gli altri popoli inferiori, mentre noi alle nostre imprese diamo credito a basso costo per fare investimenti, espansione, innovazione e prenderci le fette di mercato che le vostre imprese lasciano libere, cessando l’attività per eccesso di tasse, di insoluti, di interessi passivi. La Germania resterà l’unica potenza industriale del continente, controllando anche l’industria francese che essa finanzia col suo attivo commerciale.” E ieri: “Bravo Monti, hai fatto fare all’Italia salti mortali, torna presto a Berlino, quando tutto sarà finito ti daremo la Croce di Ferro. Intanto ti diamo un poco di ossigeno per il Fondo Salvastati, ti abbassiamo un poco lo spread, ti esoneriamo dall’obbligo di ridurre del 20% l’anno la quota di debito pubblico eccedente il 60% del pil, però in cambio le nostre banche, finanziandosi all’1% presso la BCE, comperano i btp che rendono a noi, e costano a voi, il 5,6, 7 %, così vi dreniamo tutto il reddito che altrimenti potreste usare per risollevare la testa, voi popolo inferiore, negri bianchi! ”

Eh già, proprio questo è il risultato dell’incontro berlinese Monti-Merkel: il Nostro, con la sua manovra, ha tagliato i garretti all’economia italiana, così che la Germania è rassicurata che essa non possa risollevarsi e farle concorrenza o semplicemente recuperare una qualche autonomia strategica. Ottenuto ciò, la Merkel concede fondi per sostenere il btp, e insieme solleva la mannaia del vincolo di riduzione forzata del debito. In questo modo tiene in vita il governo italiano, evita che la situazione precipiti, per l’Italia, ossia che lo spread rimanga troppo alto, insostenibile, e che Monti debba fare manovre da 40 – 45 miliardi l’anno per ottemperare all’obbligo di riduzione del debito. La Merkel non ha concesso un aiuto all’Italia, ma ha semplicemente dato ossigeno al governo per consentirgli di portare a termine una politica che, col pretesto del rigore di bilancio, sta deindustrializzando l’Italia e così facendo gioco alle mire di Berlino. E presto, per far cassa, dovrà aggredire ulteriormente i risparmi delle categorie non forti. Perché l’Italia in recessione potrà tirare avanti entro l’Euro solo mangiandosi il risparmio con le tasse, e vendendo i beni e le aziende di pubblica proprietà.

Se si fosse andati avanti con lo spread in salita nonostante i tagli e le tasse, e in più con un’ulteriore manovra di 40 – 45 miliardi, in fase già recessiva, il paese si troverebbe, in pochi mesi, sottoposto a tali traumi e a tali minacce, che potrebbe insorgere ed esigere l’uscita dall’euro prima che sia ultimato il processo di eliminazione dell’industria nazionale, esigere il ritorno alla sovranità monetaria nazionale nel senso di una Banca d’Italia come era prima del 1982, ossia tenuta a comperare il debito pubblico a rendimenti modici e sostenibili, proteggendoci sia dall’aggiotaggio (speculazione ribassista) internazionale, come quello fatto da banche tedesche per scatenare l’impennata dello spread, che dal peso di tassi come quelli che paghiamo adesso. E potrebbe spingersi a pretendere che la banca centrale nazionale fosse pubblica, anziché privata. E poi naturalmente potrebbe fare come gli islandesi, ossia imporre di non pagare i debiti verso gli speculatori stranieri. Non so se sia chiaro, ma le nostre imprese stanno chiudendo a raffica, mandano una pioggia denunce di cessazione ai Comuni… dall’Euro usciremo in ogni caso, ma se usciamo adesso, usciamo con una struttura produttiva abbastanza consistente, mentre se ci sottoponiamo alla chemioterapia di Monti per restare nell’Euro, tireremo avanti ancora per qualche anno, poi ne cadremo fuori senza più un tessuto produttivo decente e vitale.

Ma lo sapete quale sarebbe la rata annuale di pagamento (ammortamento) del debito pubblico di 2.000 miliardi in 20 anni al tasso del 5%? Sarebbe di circa 180 miliardi! Cercate nel web un sito che faccia il calcolo del piano di ammortamento di un mutuo. E’ questo che non i media e le istituzioni non dicono MAI: che rimborsare il debito pubblico è impossibile – a meno di una brutale svalutazione dell’Euro. Il debito sovrano dell’eurozona non può essere ridotto, ma solo trasferito su paesi più deboli, che dovranno dar fondo ai loro redditi e ai loro risparmi per pagare non il capitale, ma gli interessi – per far quadrare i conti. Fino ad esaurimento. L’unica via di uscita è il ripudio del debito pubblico (e privato) detenuto dagli speculatori, in quanto ingiusto. Tutte le pompose storie di virtuosità, di rigore di bilancio, di tasse eque, vanno in pezzi, come frottole, davanti alla verità matematica. E con essa va in pezzi la credibilità delle “Autorità” che le gabellano.

Monti potrebbe fare altro da ciò che sta facendo? Napolitano poteva fare altro? Semplicemente, no. Il vertice della piramide dei poteri aveva già deciso e pianificato: la Fed (vedi audit GAO) aveva già messo a disposizione delle banche che ne sono proprietarie molte migliaia di miliardi di dollari a tasso pressoché nullo e senza scadenza di rimborso, in modo da consentire loro di comperare a costo zero gli asset (anche) europei, (anche) italiani, come confermava che stanno facendo il N.Y. Times del 26.12.11. Ossia, possono comperare a costo zero beni reali, redditizi, come aziende, impianti, immobili, btp, che a noi sono costati lavoro e tasse. E poi ne ricavano un reddito, in parte pagato da noi. Comperano a costo zero, per esempio, i nostri btp che rendono il 7%. Quindi si prendono una parte del nostro reddito nazionale. La Germania domina le istituzioni comunitarie, in cui ab origine la maggioranza assoluta dei funzionari sono tedeschi. Le sue banche sono in grado di mettere in ginocchio e ricattare ogni governo italiano alzandogli i rendimenti e agendo via BCE. Ecco: di fronte a questi evidenti rapporto di forza, del tutto impari e irresistibile, e di fronte a tali volumi di fuoco monetario, a simili piani di potenza e – diciamolo pure – di imperialismo, come si può pensare che un governo o un capo dello stato italiano abbia la possibilità di opporsi, o abbia un’autonomia? Al massimo potrà cercare di ottenere un minimo. Un paese come la Germania può ottenere qualcosa di più, ossia di collocarsi, nella catena alimentare, uno scalino sopra paesi come l’Italia, la Grecia e la stessa Francia. Ed è quello che succede.

Certo, in teoria Monti poteva tagliare i grandi sprechi della spesa pubblica, i carrozzoni inutili, l’assistenzialismo, le 25.000 poltrone di amministratori di società partecipate, gli sprechi della politica, di grande elusione fiscale, etc.; poteva destinare una parte del risparmiato a ridurre lo stock di debito, e una parte a finanziare la ripresa, lanciando in tal modo un segnale forte e strutturale – ma nella realtà ciò non si può fare perché altrimenti si perde il consenso, il sostegno e il voto di milioni di elettori e della partitocrazia, tutta o quasi. Potrebbe farlo soltanto un vero dittatore, che non avesse bisogno del consenso o non-dissenso partitico, clericale, mafioso, che si appoggiasse direttamente al popolo e alle forze armate. Ma questo è impensabile. Nella morsa dei due vincoli – quello dei potentati stranieri dominanti, e quello delle caste interne condizionanti – l’Italia e i suoi governanti non hanno scelta, e il paese, irriformabile, è condannato al marasma e alla liquidazione.

Marco Della Luna
12.01.2012

N.B. non può esistere un dittatore/monarca che non sia legato a filo doppio ai potentati. Chi continua a credere a questa fola lo può fare solo per ignoranza o stoltezza e questo blog non fa per lui o lei. Si rivolga altrove! 

mercoledì 16 novembre 2011

Eurozombie




 “Enfin il est parti, le clown”, scrive a Michele Serra il suo cugino canadese (che farebbe meglio a preoccuparsi di Harper). Gli italiani hanno salutato con grande entusiasmo il cambio politico incapace - tecnocrate ortodosso. Si accettano scommesse su quanto durerà la luna di miele. Io penso che con l’inizio dell’anno prossimo gli umori saranno ben diversi. 
Per il momento solo in pochi sembrano aver accettato l’idea che siamo in chiusura di partita e che sarà un finale repentino e funesto (ma anche eccitante, in un certo senso). L’eurozona è moribonda e, a prescindere dai costi che comporta la sua dissoluzione, quest’ultima è inevitabile.
Paul Mason, pluripremiato editorialista economico della BBC, in un confronto pubblico con Gillian Tett del Financial Times, rivela: “Mi sono pervenuti degli studi bancari e le simulazioni producevano risultati così spaventosi che ho deciso che non si poteva riferirlo all’opinione pubblica senza seminare il panico”.
Una sintesi delle sue opinioni: quella greca è solo una tregua politica e potrebbe non tenere. La popolazione non si è ancora rivoltata solo perché i due partiti maggiori hanno ancora il controllo delle rispettive basi elettorali. Il governo Monti farà tirare un sospiro di sollievo che non durerà per più di un mese. Nei prossimi mesi si tornerà a parlare di protezionismo. Il costo del crollo dell’eurozona sarà catastrofico ma non per questo si potrà evitarlo. L’euro è già defunto. La Grecia non potrà fare altro che dichiararsi insolvente ed abbandonare l’eurozona. L’Irlanda forse si salverà per diventare un secondo Principato di Monaco, molto più grande. Il Portogallo non conta, non è sistemico, così tutti giochi si chiuderanno in Italia. I debiti non saranno ripagati ma la società ha il diritto di poter discutere quale strada prendere – quella di intaccare i risparmi o proclamare un giubileo dei debiti (cancellazione universale), come si faceva in Mesopotamia. Tutti hanno il diritto di discuterne perché le implicazioni sociali sono evidenti. È possibile che il Regno Unito aderisca ad un Euro Nordico. Più probabile è che lo faccia la Scozia. L’altra dibattente conclude il suo intervento prevedendo sommovimenti tettonici radicali che trasformeranno l’orizzonte europeo in maniera significativa e che potrebbero svolgersi molto più rapidamente di quanto la gente possa immaginarsi.
Se l’idea è quella di mettere in atto programmi di austerità in una fase di peggioramento degli standard di vita, aumento della disoccupazione, restringimento del welfare (servizi alle famiglie) e stasi o recessione economica, allora bisognerà mettere in conto disordini sociali su vastissima scala. In Irlanda, Grecia, Italia e specialmente in Spagna, dove la disoccupazione è al 23%, le obbligazioni sono già al 6% e sta per giungere al potere il leader di destra più reazionario dai tempi di Francisco Franco:
Che sarà affiancato da un superministro dell’economia scelto da, indovinate un po’, la Banca Centrale Europea:
“Si chiama José Manuel Gonzalez-Paramo, è un importante economista spagnolo e, soprattutto, membro del board della Bce di Mario Draghi. Se la notizia sarà confermata, dimostrerà il desiderio della Bce di controllare da molto vicino i conti dei paesi europei a maggior rischio”. 
Mentre in Italia la stampa è quasi uniformemente allineata al verbo ufficiale, nel Regno Unito si moltiplicano le critiche, come quelle di Daniel Hannan:
Quella di Fraser Nelson, “Europe’s hit squad”, The Spectator, 12 November:
che constata come i proponimenti della Merkel – occorre essere pronti ad agire più rapidamente ed in modi non convenzionali – e le esortazioni di Barroso – in Grecia serve una coalizione – siano sintomatici di una costante, cospicua diminuzione delle sovranità nazionali, che la Commissione Europea ormai rispetta solo a parole, non nei fatti. A farne le spese sono stati prima Papandreu e poi Berlusconi, che governava una nazione che, a parte gli interessi sul debito, era ed è ancora prospera, con uno degli avanzi primari più importanti del mondo tra le economie “avanzate”, un risparmio privato colossale, un debito pubblico stabilizzato. Nulla al confronto del Regno Unito, in cui il debito pro-capite è doppio rispetto all’Italia:
Nelson conclude la sua analisi spiegando che “quando gli imperi crollano, può succedere all’improvviso”.
C’è infine la critica di Ambrose Evans-Pritchard, in “Utopian Germans risk full-blown EMU depression”, The Telegraph, 15 novembre 2011:
…che ricapitolo in italiano: Francia e Belgio sono avviate al taglio del loro rating. Gli esperti della banca elvetica Pictet ammoniscono che la ricetta tedesca è esattamente quella che ha causato la Depressione negli anni Trenta del secolo scorso e condurrà al disastro. La BCE ha già affermato nel modo più esplicito possibile che l’Italia se la deve cavare da sola. La Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schauble spingono per una riconfigurazione dell’Unione Europea nel senso degli Stati Uniti d’Europa.
Evans-Pritchard aggiunge che non possono ancora spingere sull’acceleratore solo perché la corte costituzionale tedesca proibisce allo stato tedesco di delegare ulteriori prerogative di sovranità a Bruxelles. Il presidente della Corte Costituzionale, Andreas Vosskuhle, ha spiegato che, per istituire un’Europa federale “la Germania dovrebbe darsi una nuova costituzione e servirebbe un referendum”. Questo piano ha però prodotto una frattura all’interno dei Cristiano-Democratici. La prospettiva di un superstato europeo è ferocemente avversata dai Cristiano-Sociali bavaresi, una componente fondamentale della CDU. Una tale riforma richiederebbe una maggioranza di due terzi in entrambe le camere e la vittoria al voto referendario; tuttavia, al momento attuale, gli elettori tedeschi sono scettici e ci vorrebbero dai due ai tre anni per portare a termine una tale operazione, ipotizzando che tutto fili liscio. Certo, un aggravamento della situazione economica europea potrebbe fornire la tanto agognata “spintarella”.
Il Regno Unito è già mostruosamente indebitato (quasi il 500% del PIL, se si sommano debito pubblico, debito bancario, debito delle imprese, debito delle famiglie):
Perciò le isole britanniche saranno probabilmente tra i luoghi più caldi di Euro-America.
La gente è ancora tranquilla perché è stata abituata a privilegiare i beni di consumo rispetto ai suoi diritti. È bene non illudersi: molti Europei non avrebbero problemi a vivere in un sistema socio-politico come quello cinese, a patto che gli fosse garantito un certo tenore di vita. Ma questo, ormai, non è più possibile in Europa e negli Stati Uniti. Quando milioni di persone si troveranno con le spalle al muro e capiranno che le cose non si sistemeranno, che niente tornerà come prima e che non hanno più nulla da perdere, il contratto sociale tra masse e potenti sarà carta straccia.

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lunedì 24 ottobre 2011

La Grecia è già fallita - si attende la dipartita dell'euro



"La Grecia è fallita. A dirlo non è l’ennesimo studio di banche d’investimento o centri di ricerca, ma direttamente i funzionari della troika che hanno appena terminato la loro revisione sulla finanza pubblica ellenica. Linkiesta è entrata in possesso dell’intero rapporto della troika, composta dai funzionari di Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione europea…Qualsiasi scelta si prenda nel prossimo vertice europeo, ci sono due certezze: la Grecia è fallita e il suo default non sarà indolore".
http://www.linkiesta.it/grecia-default.

domenica 16 ottobre 2011

Non lotta di classe, ma lotta di casta



Diverse nazioni europee ed extra-europee stanno progressivamente perdendo qualunque possibilità di beneficiare di una pur minima ripresa economica perché i loro governi hanno imposto draconiane misure di austerità che non hanno ridotto il debito ed hanno invece cancellato i mezzi con cui si poteva sperare di ripagarlo. Al momento questa si configura come un’operazione suicida e infatti le agenzie di rating hanno buon gioco nello spolpare le carcasse di queste facili prede, sopprimendo qualunque residua speranza creditizia che potevano avere.

La Grecia è indebitata perché i governi greci, come i governi di altri paesi, hanno fatto le cicale per alimentare il boom e restare al potere. La crisi globale ha poi fatto arrivare tutti i nodi al pettine. Ma una grossa fetta del debito greco è stata creata per sostenere le banche greche. Lo stesso discorso vale per gli altri PIGS. Eppure le nazioni creditrici non sono messe molto meglio. Sono state introdotte misure di austerità in Germania e Francia e quelle imposte al Regno Unito dal proprio governo sono quasi paragonabili a quelle delle nazioni fortemente debitrici (PIGS). Perché? I rispettivi governi affermano che la colpa è degli stessi PIGS e che bisogna salvarli dalla bancarotta.

Ciò tuttavia non corrisponde al vero, come dimostra il caso greco. I Tedeschi non stanno soccorrendo i Greci per solidarietà paneuropea ma perché se la Grecia fallisce il sistema bancario tedesco riceverà un colpo terribile, forse fatale, essendo particolarmente esposto sia con l’amministrazione pubblica greca nei suoi vari gangli, sia con le banche greche. Dunque i fatti indicano che i Tedeschi stanno soccorrendo le proprie banche, non la Grecia. Lo stesso vale per il Regno Unito nei confronti dell’Irlanda e della Francia nei confronti del Portogallo. In pratica i soldi escono dalle tasche dei contribuenti “ricchi” per affluire nelle banche delle loro nazioni, con una piccola, rapida deviazione attraverso i PIGS.

Di chi è la colpa? Ci viene detto che la colpa è dei PIGS, che hanno speso più di quello che si potevano permettere e questo è certamente in parte vero. Ma la colossale omissione è che le banche anglo-franco-tedesche (ed extra-europee) sapevano che quei debiti non potevano essere ripagati – sono stati usati tutti i trucchi contabili possibili per nascondere la reale entità dell’indebitamento dei PIGS, fino a che non è emersa la verità in tutta la sua evidenza –, ma hanno comunque deciso di concedere i prestiti, alimentando un circolo vizioso, come uno spacciatore con i suoi clienti, presumibilmente nella certezza che, essendo “troppo grandi per fallire”, i governi sarebbero intervenuti per salvarle, a spese dei contribuenti, a beneficio dei consigli di amministrazione. Così i Tedeschi hanno pagato molto di più per salvare le proprie banche di quanto abbiano pagato per salvare la Grecia (senza averla salvata, peraltro) e, in ogni caso, quel che daranno alla Grecia finirà nelle tasche dei loro banchieri.

Dunque si tratta di capire quanto costerà ai cittadini salvare il sistema finanziario-bancario, che non intende pagare lo scotto delle proprie azioni. È presto detto: il costo per i cittadini è la perdita della sovranità nazionale a beneficio di piani di austerità draconiana (uso questo termine avvedutamente: Dracone applicava la pena di morte o la schiavitù ai debitori). È quel che è successo in questi mesi, sotto la supervisione della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Le misure contenute nel pacchetto di riforme “energicamente raccomandate” comprendono l’aumento dell’IVA e la riduzione delle imposte progressive – ossia la soppressione dei meccanismi perequativi che stanno alla base di una democrazia –, la diminuzione del costo del lavoro – ossia la contrazione del tenore di vita dei lavoratori –, il taglio delle pensioni, la riduzione del salario minimo e dei sussidi di disoccupazione e la revisione delle norme per la tutela dei diritti dei lavoratori. In questo modo chi paga il conto della crisi sono lavoratori dipendenti, pensionati e consumatori. I ricchi pagano meno tasse e il resto della popolazione si ritrova con i generi di prima necessità a costo maggiore. Come detto, è oggettivamente un programma folle, perché elimina qualunque possibilità di rilancio dell’economia, ma evidentemente non è quello il reale obiettivo. Infatti tutto questo non ha nulla a che fare con la democrazia ed è terribile che proprio le dirigenze politiche di così tante democrazie le stiano pugnalando alla schiena tradendo il mandato degli elettori.
D’altronde la storia del Fondo Monetario Internazionale è la storia di un’istituzione essenzialmente anti-democratica, intenta a favore la concentrazione del potere politico-economico in poche mani “esperte” e “meritevoli” (plutocrazia) [cf. Naomi Klein. Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano 2007].
Quel che prima è accaduto ai paesi in via di sviluppo ora succede ai “pezzi grossi”, alle economie “avanzate”. Siamo giunti alla resa dei conti.



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