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lunedì 24 ottobre 2011

Avatar - nuove frontiere del grottesco e del totalitario



James Cameron si esprime in favore dell’ecoterrorismo in un’intervista a Entertainment Weekly:

E.W.: “Avatar is the perfect eco-terrorism recruiting tool.” (citano il commento di un critico che accusa Cameron di aver creato un prodotto che può servire a reclutare eco-terroristi)

James Cameron C: “Good, good. I like that one. I consider that a positive review. I believe in eco-terrorism.”



1. la violenza domina la Terra e Pandora. Avatar è un film molto violento. La foresta ed i cieli di Pandora sono popolati da bestie ferocissime, i Na'vi sono governati da una casta guerriera ed il nonno della protagonista aveva già sventato la loro estinzione per mano di non si sa bene chi (o comunque non l’ho capito io);

2. Cameron sputa in faccia ad animalisti, ambientalisti, pacifisti e riformisti contemporanei: siete dei perdenti, tra 150 anni la Terra sarà comunque un pianeta moribondo e l'umanità invece di trovare un altro posto in cui vivere viaggerà per anni nello spazio per estrarre minerali preziosissimi che peraltro non possono servire a salvarla dall’estinzione (premessa totalmente implausibile). I pochi esseri umani ragionevoli o si convertono in Na'vi oppure si sacrificano per loro. Il messaggio martellato in testa è: voi esseri umani siete dei bambini ignoranti ed autodistruttivi ed avete bisogno di qualcuno che vi dica cosa fare per il vostro bene prima che sia troppo tardi;

3. I Na'vi sono una società fortemente maschilista-patriarcale ed analfabeta dove le donne stanno a casa (nell'albero) a fare la calza, badare ai figli e forse raccogliere bacche. I maschi se la spassano ANDANDO A CAVALLO NELLA FORESTA PLUVIALE (;oDDDDDDDDDD), oppure domando con la forza degli pterodattili (però poi assicurano che è l’animale a scegliere…CERTO!);

4. Come ogni casta guerriera i suoi membri sono degli idioti. La scena della CARICA DI CAVALLERIA NELLA FORESTA PLUVIALE (;oDDDDDDDDDD) contro armi automatiche è rubata da “L'Ultimo Samurai”. In termini pratici è totalmente inutile e dissennata (l'unico scontro che conta si svolge in aria) ma descrive perfettamente l'etica fascista bushido dei guerrieri Na'vi: farsi massacrare inutilmente è romanticamente glorioso;

5. Nella società Na'vi non c'è molto da fare. Se sei un uomo cacci e ti infratti con una delle poche donne disponibili in mezzo alla foresta (col rischio di farti uccidere da qualche bestione o bestiolaccia). Se sei una donna cucini o t'infratti col tuo uomo. Si prega molto, si ascoltano le voci degli antenati come se fossero documentari LUCE. Si vola sugli pterodattili ma bisogna stare attenti a certi mostri volanti;

6. Chi doma un mostro volante ha l'uccello più grosso e potente e quindi in pratica diventa il capo di fatto e può sfruttare il capo ufficiale come interprete se non parla bene la lingua locale (classico elogio dell’umanitarismo imperialista in stile “il fardello dell’uomo bianco”);

7. Se sei stato prescelto da Eywa-Gaia, la divina sapienza, come Neo è stato prescelto dall'Oracolo in Matrix, allora stai sicuro che alla prima occasione ti lasceranno a terra in mezzo ad un incendio perché loro sì che venerano la saggezza sconfinata e lungimirante di Eywa!

8. E' sempre opportuno mettere a capo di ogni spedizione coloniale un ufficiale psicopatico che non vede l'ora di fare una pulizia etnica ed imporre la legge marziale nella colonia;

9. Perché gli umani devono proprio scavare sotto l'Albero Casa quando ci sono intere montagne volanti di unobtanium che da sole potrebbero far crollare il prezzo del minerale sulla terra? In tutta Pandora ci sono solo poche centinaia di Na'vi. E' davvero impossibile mettersi d'accordo?
10. Il panteismo piaceva molto ai dirigenti del Terzo Reich. E' un materialismo spirituale / spiritualismo materialista, la religione perfetta per una modernità che se ne infischia della trascendenza e crede che è giusto o sbagliato ciò che una maggioranza ritiene sia giusto o sbagliato. Non mi risulta che un solo popolo tribale sia panteista. Quel che è certo è che nessuno sciamano sarebbe panteista, però la "regina" Na'vi è una sciamana. Eywa è il nome di questo culto panteista, sul modello di Gaia (James Lovelock), incentrato sul postulato dell’esistenza di un legame elettromagnetico spirituale tra ogni organismo (internet organico) con l’Albero Anima come archivio planetario.



Bron Taylor ha pubblicato “Dark Green Religion: Nature spirituality and the Planetary Future” in cui auspica che il panteismo divenga una religione ed un’etica globale. Secondo lui una religione non deve necessariamente implicare la credenza in esseri divini non-materiali o in un’intelligenza cosmica. È sufficiente un sentimento di reverenza verso la terra e l’ecosfera e il timore per il giudizio implacabile della terra verso chi la molesta e tormenta (sic!). Culto materialista. Taylor è convinto che in futuro la scienza fornirà quei parametri che consentiranno alla gente di raggiungere una comprensione spirituale dell’esistenza e dell’universo. Bizzarro come si definisca spirituale l’interconnessione e l’olismo organicista dei Na’vi: si tratta semplicemente di inserire una spina di alimentazione in una presa e stabilire un collegamento di un’interfaccia bioartificiale (chip) ai fasci nervosi. Non c’è nulla di moralmente rilevante nella realtà pandoriana. La natura è neutrale, amorale. Il sistema Eywa è un incubo distopico: tutto è controllato, monitorato, disciplinato da un apparato biologico onnipresente che ha il compito di mantenere un’armonia globale. Nessun pandoriano può ritenersi autonomo rispetto a Eywa, non c’è dunque autentica libertà. Il parallelo più efficace per i Na’vi non è quello con i nativi americani ma con i Borg. 



SCENARI FUTURI

La crisi delle religioni monoteiste porterà in auge una tanto ridicola quanto sinistra religione tecnoscientista - panteistica, eliocentrica e con aspirazioni assolutiste. Il tecno-shinto-buddhismo giapponese è il futuro, una "spiritualità" materialista che serve solo a mantenere l'ordine e la produzione, non certo a sviluppare l'eccellenza umana. Avatar ha già cominciato a riempire i vuoti lasciati sul campo dalle religioni istituzionali. E' solo il primo rivoletto. La piena la si scorge già in certi indirizzi teologici, nelle più recenti tendenze new age ed in certi discorsi dei politici. “Chi parla in nome della natura?” Una domanda stolta ed arrogante. Nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a farlo, ma l’impulso autoritario è duro a morire.

Stiamo assistendo ad un cambio di paradigma: molte persone sentono di poter venerare la natura ed il cosmo pur rimanendo incerti sull’esistenza di un creatore. La natura e la vita viste come un miracolo. I credenti dell’avatarismo sono convinti di essere gli unici ad aver davvero capito come stanno le cose, gli unici che rispettano e valorizzano la vita. Dopo l’evoluzionismo emerge una teologia evolutiva che descrive Dio (Essere Supremo) come l’interezza della realtà MATERIALE: gli esseri viventi sono polvere di stelle, particelle di un universo che sta prendendo coscienza di se stesso (si veda anche la trilogia di Philip Pullman, “dark matter”). Si decreta che una modalità dell’esistente sia l’unica espressione dell’esistente, come se questo potesse farci sentire meno soli, dispersi, in un vasto cosmo privo di senso e di empatia! Ma l’Avatarismo non offre scelte: l’alternativa è l’estinzione, perché non siamo più adattivi. Dobbiamo porci al servizio del benessere dell’ecosfera, che è un’estensione di noi stessi (cioè di Ego!).

Ecco l’inghippo: l’universo è un’estensione di noi stessi, noi siamo l’autentico divino, per questo ci dobbiamo prendere cura di lui. Ogni comportamento che conduce alla distruzione del mondo è autodistruttivo, perché il mondo è parte di noi. L’umano si fa divino e si autovenera. Il panteismo è una mescolanza di ateismo, narcisismo e biofilia che in realtà è necrofilia (distruggo tutto ciò che decido non essere in linea con la mia idea di universo).

Non può funzionare. È in contrasto con i fondamenti della fisica quantistica e con la realtà del nostro universo, che NON è un ecosistema interconnesso. Sono miliardi di anni che le frontiere dell’universo non sono causalmente interrelate e la distanza tra le galassie più remote si espande ad una velocità superiore a quella della luce (perché si allontanano tutte da un punto centrale in direzioni diverse, anche opposte). Dunque nulla di ciò che accade in questo settore dello spazio avrà alcuna influenza su di loro. Tra l’altro perché dovrei amare qualcosa che è del tutto indifferente alla mia esistenza? Rispetto, perché no? Ma amore?. Difficile amare un sasso. Posso ammirare una supernova o una cascata, ma amarle? Difficile amare delle forze vitali che non siano intelligenze spirituali, ma se sono spirituali allora non è più panteismo ma panenteismo. Panenteismo significa che l’essere Supremo, la sorgente di ogni entità spirituale, è contemporaneamente dentro e fuori l’universo:  l’anima conta molto più del corpo.

Il già citato Taylor, molto assennatamente, sottolinea i rischi di un cultismo che contrappone puro, incontaminato, intatto e sublime da un lato e impuro, inquinato, sconsacrato dall’altro. Segnala anche che diversi militanti verde-scuro si sono dimostrati indifferenti alle sorti delle minoranze marginalizzate (discendenti degli schiavi) e delle classi subordinate, che mai hanno avuto la possibilità di fare esperienza della natura selvaggia. La metà oscura include anche superbia e la tendenza a demonizzare gli avversari.



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James Cameron si esprime in favore dell’ecoterrorismo in un’intervista a Entertainment Weekly:

E.W.: “’Avatar’ is the perfect eco-terrorism recruiting tool.” (citano il commento di un critico)

James Cameron C: “Good, good. I like that one. I consider that a positive review. I believe in eco-terrorism.”

Non è un caso. Se l’unico valore è la conservazione dell’ecosfera, allora il relativismo etico (indifferenza morale) prevale. La pelle non è una frontiera etica rilevante, dunque tutta la creazione si trova in una condizione di uguaglianza etica: ogni cosa ha lo stesso valore ed utilità di ogni altra cosa ai fini della stabilità omeostatica del sistema. Un’ideologia politica radicale ma culturalmente conservatrice e spiritualmente passiva e rassegnata di fronte ad un sistema che non può essere cambiato ed il cui valore è più grande di quello delle parti che lo compongono (ingranaggi). Si ha un’inversione rispetto al panenteismo: in un ologramma ogni parte è equivalente rispetto al tutto, nel panteismo ogni singolo individuo è un ingranaggio all’interno di una più grande ingranaggio (la civiltà umana) che serve a far funzionare l’intero sistema e deve assolvere i suoi compiti. Chi sgarra mette a repentaglio tutto e va quindi eliminato. Il sistema è automatico ed autopoietico – un numero limitato di algoritmi può illustrarne il funzionamento – ma non ha uno scopo. Dunque la morte e la sofferenza non hanno alcun senso al di fuori del processo di autoperpetuazione (“Eterno Ritorno” nietzscheano), come non lo hanno il principio di giustizia, di equanimità, di clemenza. Anche l’idea di inquinamento è priva di significato. Per Lovelock l’inquinamento è energia degradata che serve a far andare il sistema. Tutto è già predeterminato, l’universo è regolato da leggi inviolabili, da meccanismi inarrestabili. Lovelock afferma che le regole sono fondamentali, la libertà è deleteria, le regole severe producono sempre stabilità. Gaia è dura ed implacabile, ed offre conforto a chi obbedisce alle regole, mentre è spietata verso chi le trasgredisce. L’unica cosa che conta è un pianeta adatto alla vita. Ma Lovelock crede comunque che ogni mente sia un sottosistema della Mente Universale e che un altro nome di Gaia possa essere Maria (sic!). Bizzarramente, la fusione in un unico sistema dei tre tradizionali domini dell’esistente – l’inorganico, l’organico ed il divino – si impregna di pseudo-misticismo. Naturalmente se il comportamento umano fosse descrivibile algoritmicamente, ossia fosse preprogrammato, non ci sarebbe alcuna prospettiva di cambiamento o redenzione, saremmo già condannati all’estinzione, un errore nell’universo, a meno che non intervenga qualcuno ad alterare la nostra biologia e neurologia.

Potete star certi che ci sarà sempre qualcuno che si offrirà come soluzione ad ogni nostro problema. Il Potere usa mille maschere benevole.

LINK UTILI
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/psicopatici-al-potere-conoscerli-per.html.

sabato 22 ottobre 2011

Michael Seifert e Adolf Eichmann – il male non è mai banale





Ho trascorso un anno della mia vita a Vancouver e in almeno un paio di occasioni mi sono recato nel quartiere dove risiedeva Michael “Mischa” Seifert, il boia del lager di Bolzano, senza esserne consapevole. A dire il vero, a quel tempo ero convinto che quasi tutti i nazisti in fuga si fossero rifugiati in Sudamerica e negli Stati Uniti, se potevano tornare utili al governo americano nella lotta al comunismo. Che uno di loro (forse più di uno?) potesse risiedere anche a Vancouver, a circa sei chilometri da casa mia, non mi aveva mai attraversato l’anticamera del cervello.
Seifert è morto nel carcere militare casertano di Santa Maria Capua Vetere, nel 2010, mentre scontava una condanna all’ergastolo per l’uccisione di 11 internati nel campo di transito di Bolzano (Polizeilisches Durchgangslager Bozen), tra il dicembre del 1944 e l’aprile del 1945 quando lui, ucraino, serviva il Reich con la divisa delle SS, prima di rifugiarsi in Canada, dopo la sconfitta. Ecco come lo descrive un ex-internato, Alfredo Poggi: “Stupratore ed assassino di donne incinte, torturatore, sadico seviziatore. Un vero e proprio mostro che trovò nel nazismo il suo habitat naturale. La difesa della democrazia da ogni arbitrio totalitario è un baluardo contro questi mostri, è un dovere morale ma anche una forma di autodifesa. L’alternativa alla democrazia è una giungla di mostri in libertà, assoldati per fare il lavoro sporco, in virtù di un loro terribile handicap – l’assenza di empatia – che si dimostra particolarmente utile in un sistema che vede nella naturale empatia della maggior parte degli esseri umani un ostacolo e non la promessa di un futuro migliore. Questo è quel che succede quando la democrazia si estingue” (Giorgio Mezzalira e Carlo Romeo, 2002, p. 65). Altre figure ripugnanti erano quelle di Albino Cologna, un ex alpino infieriva su tutti con il vigore di chi doveva dimostrare di non essere cedevole come gli Italiani che ora combattevano contro l’ex alleato e il maresciallo tirolese Hans Haage che, a detta di un testimone, “quando si trattava di ordinare o di dare bastonature, restava imperturbabile come chi sa di compiere soltanto un dovere: sorvegliava la triste faccenda per vedere se tutto era compiuto secondo gli ordini e se per caso l'esecutore dimenticava un colpo di verga, egli tranquillamente si avvicinava, prendeva il bastone che era anche di legno fasciato di filo di ferro e dava lui il colpo dimenticato. Poi come se si alzasse dal suo tavolo, si voltava e senza alcuna commozione per i lamenti dei feriti ci guardava e se ne andava sereno e tranquillo”.
Un male tutt’altro che banale, un male deliberato, risoluto, radicato.
Non era di questo avviso la filosofa tedesca Hannah Arendt che, in una lettera a Jaspers datata 4 marzo 1951 (cf. Stella, 2006, p. 58), scriveva: “Penso che il male non sia un male radicale che va alle radici; penso che il male non abbia profondità e che questa sia la vera ragione per cui è così terribilmente complicato pensarlo, poiché il pensare, per definizione, vuole andare alle radici. Il male è un fenomeno di superficie. Non è radicale, è invece semplicemente estremo. Noi resistiamo al male non scivolando sulla superficie delle cose, ma fermandoci e iniziando a pensare, cioè raggiungendo una dimensione altra dell’orizzonte della vita quotidiana. In altri termini, quanto più si è superficiali, tanto più allegramente si sarà a disposizione del male. Un esempio di questa superficialità è l’uso di frasi fatte, ed Eichmann era un esempio perfetto”. Qualche anno più tardi, nel 1964, in una lettera al teologo ebraico Gerhard Scholem (Cf. ibidem, p. 62) precisava: “ho cambiato idea e non parlo più di "male radicale". […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai "radicale", ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso "sfida" […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità". Solo il bene è profondo e può essere radicale”.
Io penso che questo equivoco – la sottovalutazione della radicalità del male e la sopravvalutazione della propria disposizione al bene – sia all’origine dell’incapacità umana di compiere il vero bene. Quasi nessuno reputa di compiere il male, anche quando lo fa. Quasi nessuno è in grado di capire le ragioni dell’altro, quando è un nostro antagonista. Quasi nessuno è capace di uscire dal proprio egocentrismo e mettersi veramente nei panni altrui, attribuendo al nostro prossimo una pari dignità. Date queste premesse della natura umana, il nostro male non potrà mai essere superficiale e il nostro bene sarà molto spesso equivoco, se non malevolo, anche quando siamo certi di comportarci altruisticamente. Si va dal volontario che non ammette di assistere gli altri per riempire un proprio vuoto interiore e che quindi sfrutta la situazione tanto quanto l’assistito, al comandante del campo di sterminio che va a dormire turbato perché le circostanze non gli hanno permesso di “smaltire” la sua quota giornaliera di Ebrei e si sente di aver tradito Hitler, la patria, i suoi commilitoni e l’umanità tutta (“che, se sapesse quanto sono pericolosi questi Ebrei, gli mostrerebbe una doverosa gratitudine”).
Vogliamo provare ad identificare alcuni tratti comportamentali di una persona che potrebbe definire malvagia? L’assenza o la carenza di empatia, il narcisismo, la megalomania, l’attitudine a mentire e manipolare il prossimo, l’incapacità di provare scrupoli e rimorsi, la superficialità emotiva, l’irresponsabilità, la misantropia, l’aggressività (anche verso animali e l’intero ecosistema), la mancanza di autocontrollo, l’avidità, la superbia, il fanatismo (l’ipermoralismo), la pretenziosità, l’invidia, il parassitismo. Una persona che ottiene punteggi mediamente alti in questi attributi può essere considerata malvagia, a mio parere. Immagino che la specie umana possa essere distribuita lungo uno spettro continuo che va dall’antitesi a questa costellazione di proprietà (l’occasionale santo o mistico) fino alla loro massima espressione, che si riscontra negli psicopatici. Anche gli psicopatici si differenziano tra loro. Ci sono psicopatici violenti e senza controllo, che finiscono in carcere e psicopatici disciplinati che hanno successo in vari ambiti sociali, dall’imprenditoria all’assistenza ospedaliera o la cooperazione con il Terzo Mondo, ossia ovunque ci siano prede vulnerabili. Alcuni sono ipermoralisti, diventano inflessibili, puntigliosi: seguono pedissequamente le ricette morali come chi è alle prime armi tra i fornelli. Questo perché non vogliono che qualcuno capisca che sono privi di morale, a volte non lo ammettono neppure con loro stessi.
Non è una condizione invidiabile quello dello psicopatico e ancor meno lo è quella delle loro vittime. Ma in nessuno caso si può parlare di male banale. Come può essere banale un male che disconnette dalla realtà, intorpidisce moralmente, assopisce l’empatia, spinge a mettere sempre e comunque il proprio utile davanti a tutto il resto? Impoverimento morale, durezza di cuore, la disattivazione del discernimento morale, l’incapacità di sentire anche quando uno ha orecchi per sentire, di vedere pur avendo occhi per vedere, una coscienza paralizzata che diventa patologia sociale, nella direzione di una completa de-moralizzazione della vita umana nella società. Che esistenza miserevole ed abietta è questa? Definirla banale è indice di scarsa compassione e comprensione per chi vive in questo modo, anche se è convinto che esso sia l’unico modo accettabile, l’unico modo possibile. Sono persone che si comportano, letteralmente, come mostri, distruggendo le vite di chi li incrocia, ma un briciolo di empatia dovrebbe suggerirci che non hanno scelto loro di essere così, a meno che non esistano anime che possono selezionare la propria reincarnazione, ma non è su questa incerta base che si fonda un sistema morale.
Non ci può essere una genuina moralità se manca la capacità della mente di separarsi da se stessa ed osservare le sue operazioni dall’esterno e non c’è comportamento etico senza attenzione. L’empatia, ossia l’amore impersonale è il legno, l’attenzione è la scintilla. Su questo punto Hannah Arendt aveva ragione: Eichmann non aveva né l’una né l’altra e “la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata ad un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro” (Arendt, 2009). Eichmann era come l’Americano Tranquillo protagonista di un eccellente romanzo-denuncia di Graham Greene scritto negli anni Cinquanta, quando l’autore era già in grado di prevedere gli esiti funesti del coinvolgimento statunitense nel Vietnam, allora una colonia francese che lottava per la sua indipendenza. Il tranquillo cittadino statunitense in questione è Alden Pyle, all’apparenza un medico volenteroso e posato, che si rivela poi essere uno zelante (e spietato) agente della CIA, disposto a massacrare decine di innocenti in nome della causa anti-comunista. Qui mi interessa soprattutto riproporre la caratterizzazione che Greene imprime al suo personaggio. “Non era capace di immaginare il dolore o il pericolo per se stesso, allo stesso modo in cui non riusciva a riconoscere negli altri il dolore che causava loro” (Greene, 1983, p. 63); “mi accadde diverse volte di scorgere nei suoi occhi un’espressione di dolore e disappunto quando la realtà non corrispondeva alle idee romantiche che si era fatto, o quando qualcuno che amava o ammirava non riusciva a dimostrarsi all’altezza dei suoi inarrivabili standard” (p. 75); “sarà sempre innocente, e non si può dare la colpa ad un innocente, perché sono sempre incolpevoli” (p. 183). Greene, però, non si permetterebbe mai di definirlo banale. Pyle è così abile da ingannare persino se stesso, razionalizzando il male che fa, ed usando la sua attenzione nei confronti del mondo in modo altamente selettivo, per rimuovere la consapevolezza della sua responsabilità nelle conseguenze più spiacevoli delle sue azioni. Chi ha visto il film tratto dal libro di Greene si ricorderà forse la scena in cui l’ottimo Brendan Fraser, nei panni di Alden Pyle, si pulisce con nonchalance il pantalone dal sangue che ha causato l’attentato terroristico da lui stesso orchestrato. Solo l’attenzione può liberarci dalla schiavitù dei nostri pregiudizi, emancipando il corpo e la mente dalle brame, desideri ed impulsi infantili e soprattutto dalla necrofilia, intesa in senso più ampio, come l’aspirazione più o meno consapevole ad una condizione di quiete, inattività, inorganicità, morte, l’inclinazione a ripiegarsi su di sé che promette un senso di pace fetale e che esiste in tutti noi. Freud lo chiamava Thanatos, istinto di morte, contrapponendolo a Eros, la biofilia. Questa contrapposizione deriva dall’autocoscienza. L’uomo è nella natura ma al tempo stesso la trascende, ne è prigioniero, ma è anche libero. È un’anomalia, né carne né pesce. È uno straniero nel mondo, un nomade e subisce l’estenuante impatto psicologico di questa estraneità, come ogni forestiero. Può scegliere di affrontare la sua ambivalenza, accettandola, oppure può cercare di scappare, come gli gnostici e gli asceti, che odiano la materia, o come i panteisti, che invece la amano ed anelano la fusione con essa, al punto da essere disposti ad eliminare ciò che li tormenta, l’intelletto e l’autocoscienza. È, ci spiega Erich Fromm in tante sue opere, la regressione all’esistenza animale, allo stato di pre-individuazione, il tentativo di eliminare ciò che è specificamente umano. La frustrazione per il proprio fallimento – la regressione è virtualmente impossibile – produce una violenza compensativa, il sostituto patologico della vita che ci fa sentire meno passivi, più padroni delle nostre circostanze (la volontà di potenza). Se non posso regredire io, farò in modo che tutto ciò che mi circonda sia trasformato in una cosa, in un oggetto inanimato, che potrò dominare a mio piacimento, come Michael Seifert, lo straniero alienato che trasforma l’essere umano in una massa organica e l’organico in inorganico. Fromm ci spiega che spargere sangue ci fa sentire vivi e potenti e chiarisce che non è la violenza dell’inettitudine, ma di chi non si è emancipato dal cordone ombelicale di Madre Natura. Essere uccisi è l’unica alternativa logica all’uccidere e, paradossalmente, riafferma il bisogno di trascendere questa vita inappagata. È questa sindrome che ci rende malvagi, distruttivi e disumani. In noi convivono le due inclinazioni. In alcuni è più forte l’una (necrofilia) in altri l’altra (biofilia), ma queste possono alternarsi in varie fasi della vita. L’importante sarebbe mantenerle in equilibrio, evitando gli estremi di chi soffoca la vita per proteggerla e di chi la uccide per trascenderla. In entrambi i casi il problema nasce dalla paura di non riuscire a tenerla sotto controllo, di non sapere che fare di noi stessi e delle nostre contraddizioni. Eichmann ama la vita ariana ed è disposto ad uccidere quella giudea, se ciò può avvantaggiare la vita giusta, la vita vera, la vita come la sua (apice del narcisismo: la vita a sua immagine e somiglianza). Se è ossessivo e pedante, come ogni necrofilo, lo fa per quella che giudica una giusta causa.
Eppure non siamo ancora giunti ad una vera spiegazione di questo fenomeno. Lo psicologo sociale tedesco Harald Welzer ci aiuta a scavare ancora più in profondità (Welzer, 2004). Siamo abituati a credere che i nazisti abbiano ritenuto di essere malvagi, ma se invece non avessero violato il loro codice morale e avessero creduto di agire in accordo con le più nobili aspirazioni ed inoppugnabili principi? Se proprio la convinzione di agire moralmente avesse consentito di compiere il male senza provare alcuna ripugnanza, ma anzi orgoglio ed una coscienza pulita?
Welzer osserva che i nazisti hanno fatto quel che hanno fatto precisamente perché la loro impressione era quella di aver conservato intatto il loro codice morale: a mali estremi, estremi rimedi. Nel Terzo Reich un gran numero di Tedeschi aderiva ad un codice morale che invece di condannare l’omicidio lo autorizzava, anzi, lo esigeva, assieme alla persecuzione e degradazione di altri popoli (non solo quello ebraico). Uccidere era giusto, necessario e quindi era un valore positivo, questo perché se la gente percepisce come reale una certa situazione, le conseguenze di questa situazione saranno reali. In altre parole, ciascuno di noi non vede la realtà com’è, ma come il suo cervello (coscienza) gli permette di vederla. Per questa ragione tendiamo sempre a confondere la nostra mappatura della realtà con la realtà stessa, ossia i nostri desideri, paure e pregiudizi con i fatti. Di conseguenza ci è possibile agire in buona fede anche quando commettiamo il male. Il che non ci rende meno colpevoli di quel che facciamo, visto che, stando così le cose, dovremmo sottoporre le nostre idee ad un costante scrutinio, se non vogliamo che esse si impadroniscano di noi. I nazisti non solo non lo fecero, spinti dalla necessità di sfuggire al sospetto di essere dalla parte del torto, ma anzi accolsero come oro colato qualunque affermazione del regime che rafforzasse la loro convinzione di essere persone moralmente integre ed uccisero con maggiore vigore proprio perché ogni assassinio giustificava quelli precedenti. Furono liberati da questa smania omicida solo dal crollo del Terzo Reich e del suo paradigma ideologico. Ma alcuni non riuscirono mai ad emanciparsi dalla gabbia dottrinaria nazista, perché ciò li avrebbe posti di fronte alla realtà della loro mostruosità. L’estremismo, in fondo, è un buco nero, quando le azioni che si compiono non consentono più di tornare indietro: esiste un punto di non ritorno oltre il quale la verità va negata in ogni modo se si vuole continuare a vivere con se stessi (Sabini & Silver, 1998).
Così Franz Stangl, comandante austriaco dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka, aveva adottato come massima di vita: “ciò che è giusto deve continuare ad essere giusto”. Il fatto di sterminare popoli non era un problema, il suo problema era che nessuno lo considerasse una persona ingiusta, insincera, scorretta, ecc. Lui si percepiva e voleva essere percepito come un uomo di sani principi, equanime, imparziale, efficiente e disponibile, andando anche oltre i suoi doveri professionali. Per lui consentire ad un prigioniero di far morire suo padre in un ospedale del lager piuttosto che in una camerata era il gesto di un uomo buono, che meritava la gratitudine del prigioniero: “non c’è bisogno che lei mi ringrazi, ma se lo vuole fare, lo può certamente fare” (Welzer, 2004). Stangl raccontò questo aneddoto per dimostrare ai suoi accusatori che era rimasto un uomo integerrimo ed umano, qualcuno che era perfettamente in grado di chiudere un occhio davanti al regolamento, se così facendo poteva compiere un gesto altruistico. Questo atteggiamento è solo apparentemente insensato e non è certo banale, anzi. Come abbiamo detto in precedenza, esiste in tutti noi una fortissima riluttanza a considerarci malvagi. Anche il criminale più efferato vuole che gli altri lo giudichino umano, non vuole sentirsi completamente escluso dal consorzio umano, ha bisogno di reputarsi sostanzialmente decente, nonostante tutto. Solo lo psicopatico non si cura del giudizio altrui, se non nella misura in cui un’impressione positiva può agevolare le sue manipolazioni. La conclusione di Welzer è che lo sterminio non sarebbe stato portato a termine da perpetratori amorali. Degli psicopatici saranno sicuramente stati coinvolti ad ogni livello ed avranno anche fornito un contributo determinante, ma una tale organizzazione ed efficienza richiedeva anche personale moralmente votato alla causa e non si può ridurre il tutto a disfunzioni cerebrali innate o indotte nel corso della crescita.
Il fatto è che chi compie il male è quasi sempre convinto di fare il bene ed il peccato è l’orgoglio di chi identifica il proprio tornaconto con la volontà di Dio o le leggi di natura: “so cosa farebbe Dio se fosse al mio posto”, “so come Dio giudicherà queste azioni”. Come si suol dire, il fanatico è uno che fa ciò che ritiene che Dio farebbe se fosse veramente al corrente di come vanno le cose quaggiù.
A questo punto possiamo tornare finalmente ad Adolf Eichmann che era un burocrate privo di idee, come pensava Arendt, ma un fanatico dominato da certe idee, al punto da distorcere la realtà per farla combaciare con i suoi desideri (Cesarani, 2006). Al punto da organizzare lo sterminio di un nemico assoluto che, come spiega efficacemente il filosofo politico Luigi Alfieri “è malvagio già nel suo mero difendersi, è portatore di male già semplicemente perché non vorrebbe morire. I buoni dovrebbero poter essere soltanto carnefici. […]. Il nemico non è un più un nostro pari, con cui confrontarsi in una violenza equilibrata e in qualche strano modo ancora ragionevole, ma, essendo portatore di male assoluto, deve subire il male assoluto. È lui l'ostacolo che impedisce agli uomini di essere tutti buoni, tutti felici, tutti belli, tutti nobili, tutti grandi, tutti immortali: dunque non basta combatterlo e sconfiggerlo, bisogna annientarlo. Perciò la forma “ideale” e paradigmatica di una “guerra” di questo genere è quella in cui il nemico non si può difendere, quella della caccia all'uomo” (Alfieri, 2003, p. 193).
Tale è l’alienazione di Eichmann dalla realtà che un giorno arriva a lamentarsi dei casi della vita con un prigioniero ebreo di nome Storfer, che conosceva molto bene prima della guerra che è andata male: “che sfortuna incontrarsi in queste circostanze”, commenta. Come se entrambi avessero in fondo gli stessi fini e gli stessi ruoli e valori. Come se fossero stati scritturati per le rispettive parti e dovessero seguire il copione, senza poter fare altrimenti, perché questa era la volontà di poteri al di fuori della loro comprensione e controllo. Come se la responsabilità per la presenza di Storfer in quel luogo non fosse sua. Anche in questo caso, però, non c’è nulla di banale. Eichmann era sionista già dal 1933, era cioè un fautore del contro-esodo degli Ebrei europei verso la Palestina. Nel 1939 ordinò di punire severamente chiunque profanasse la tomba di Theodor Herzl, padre del sionismo, a Vienna. Era presente alla trentacinquesima commemorazione della sua morte, lo stesso anno. Frequentava le librerie ebraiche e studiò un po’ di yiddish. Si recò in Palestina e confidò a degli Ebrei che: “se fossi stato un ebreo, sarei diventato un fanatico sionista. Non riesco ad immaginare di poter essere altro. Sarei stato il più zelante sionista che si possa immaginare”. Li ammirava e li odiava. Era un uomo con una precisa missione, non certo un comune funzionario. Le sue erano frasi di circostanza rivolte a se stesso, non a Storfer. Ciò che contava era che gli altri dipendessero da lui, che con la loro sofferenza e morte fornissero una prova irrefutabile del suo potere su di loro. Freud la chiamava Bemächtigungstrieb, pulsione di dominio e ne sottolineava il carattere non-sessuale. La vedeva all’opera nella crudeltà infantile: l’individuo aspira a realizzare la sovranità totale allo scopo di riaffermare il proprio io.
Anche le sue credenze dimostrano che Eichmann era una figura fuori del comune. Era un panteista ossia, nel gergo nazista, un Gottgläubiger, uno che non giura sulla Bibbia ma ad un Creatore che corrisponde al “movimento dell’universo”. La sera prima dell’esecuzione spiegò al suo confessore, il pastore evangelista William Hull: “nella mia concezione, Dio, per via della sua onnipotenza, non è un punitore, non è un Dio irato, ma piuttosto un Dio che abbraccia l’intero universo, l’ordine nel quale sono stato collocato. Il suo ordine regola tutto. Tutto l’essere e il divenire – incluso me – è soggetto al suo ordine” (Cesarani, op. cit.). Come per i suoi camerati panteisti, così per lui l’uomo è insignificante, e non c’è alcuna imposizione di vincoli morali e responsabilità globali. Il Dio-nella-natura di Eichmann era talmente potente che tutto era già prestabilito e quindi l’individuo non aveva né libero arbitrio né responsabilità. L’Ordine era un qualcosa di mistico, vasto, una potenza superna, sovrumana alla quale si doveva obbedire. Al processo gli chiesero se provasse alcun rimorso: “Il rimorso è una cosa da bambini”. E lui i bambini ebrei li picchia a morte, come quello che si era permesso di rubare un paio di pesche dal suo giardino a Budapest. Rivela al suo subordinato von Wisliczeny, tutt’altro che banalmente, che: “Mi contorcerò per le risa nella mia fossa, perché avere sulla coscienza la morte di sei milioni di ebrei mi dà un’incomparabile soddisfazione”.
Condannato, richiede il permesso di impiccarsi da solo. Riferisce al processo che già nel gennaio di quell’anno, prima di essere catturato, era stato informato del fatto che avrebbe subito un processo e che non avrebbe raggiunto i 65 anni di età. Per questo afferma: “Sapere questo mi spinge a informarvi di tutto quel che so su di me, senza alcun riguardo per la mia persona, che non ha più alcuna importanza ai miei occhi”. Nel suo memoriale, compilato durante il processo, a Gerusalemme, e mai pubblicato, scrive di sentirsi alienato da questo mondo: “Mi sto progressivamente stancando di vivere come un viaggiatore anonimo tra due mondi” (p. 133). L’incipit del suo memoriale è emblematico: “Il 19 marzo del 1906, alle cinque di mattina, a Solingen, ho fatto il mio ingresso nella vita nella forma di una creatura umana” (Als ein Menschenkind, trat ich am 19. März 1906 in das Leben). Il giornalista olandese Harry Mulisch non è d’accordo: “Non è un vero essere umano, si limita a prendere l’aspetto di un essere umano. É un essere umano differente”.
Non si sente colpevole né davanti alla legge, né davanti alla sua coscienza. Crede nella reincarnazione e quindi non si autocompatisce. Il 15 agosto del 1961, trentesimo anniversario del suo fidanzamento con Vera, sua moglie, nel memoriale Eichmann scrive: “La morte non è peggiore della vita, e migliaia di vite ci attendono dopo la nostra”. Più oltre, integra quest’affermazione, con riflessioni più articolate: “La morte non fa altro che condurmi a nuove vite. Attenzione, non ad una nuova vita, ma come l’ho scritto, al plurale. La morte dell’organico è una necessità naturale nell’ottica del progressivo divenire della vita e serve al compimento. Ogni trasformazione è un rinnovamento e nient’altro, dunque perché nutrire paura ed ansietà? Non c’è nulla nell’universo che possa rimanere in uno stato di quiete, tutto è perennemente in flusso e non c’è la morte come tale, perché non c’è alcun nulla….Quando contemplo quest’opera devo dire che è un disegno che mi allieta. Ciò che è tetro e oscuro scompare e ne sono lieto. […]. Conosco la parte che mi è stata assegnata e so come recitarla fino alla fine di tutto. […]. Ciò mi consente di prendere le distanze dalle inezie quotidiane e tutta la seriosità di ieri svanisce. Questa è la vera libertà, nata dalla consapevolezza che nessun uomo sia capace di defraudarmi della mia pace interiore. Oggi ci è di vantaggio l’apertura mentale, non l’ansiosa diffidenza, il pregiudizio, l’invidia, l’odio. Sono ancora egoista, ma non più a spese degli altri”.
Fa riferimento a degli dèi terreni (irdische Götter) nei quali crede, identificandoli con la dirigenza nazista: “Ho servito gli dèi con tutto il mio essere e la mia fede. Non c’era nulla che non avrei fatto per loro”. Però i due titoli da lui proposti per il suo memoriale furono “Falsi dèi” o “Conosci te stesso”, l’esortazione apollinea dell’Oracolo di Delfi, fatta sua da Socrate, l’antitesi di Eichmann. Sul frontespizio doveva figurare un passaggio del “mito della caverna” di Platone: “giudicherebbe più vere le ombre che vedeva prima delle cose reali che gli fossero mostrate adesso”.
La sua coscienza, che equipara all’anima, era per lui un sancta sanctorum nel quale non avevano accesso gli dèi terreni, per quando lui fosse un credente devoto: “Su questo ero davvero ostinato”. Si contraddice: allora non era vero che obbediva agli ordini e che il dovere veniva prima della coscienza. Considera le affiliazioni religiose importanti per l’educazione, ma giudica più importante liberarsi da ogni legame che interferisca con il rapporto tra lui ed il suo dio. Sull’antisemitismo spiega che la sua “non era una famiglia né anti-semita né pro-semita: non era una questione rilevante”. A scuola il suo compagno di banco era ebreo e divenne il suo migliore amico, un’amicizia che durò finché non se ne andò da Linz, nel 1933: “Non ce ne fregava un fico secco se uno era ebreo o no” (kümmerten uns den Teufel ob Jude oder Nichtjude). Eppure era entrato nelle SS già nel 1932. Non ha una coscienza: per lui si poteva essere SS e continuare a frequentare l’amico d’infanzia ebreo. Studia l’ebraico da autodidatta con un testo dal titolo “Hebräisch für Jedermann” (”Ebraico per tutti”). Poi si rivolge ad un rabbino per migliorarlo.
Il crollo del Reich lo sconvolse, ma se ne fece una ragione: “Alla fine sono riuscito a riconoscere nel movimento cosmico, nel movimento dell’universo, il vero e più originale significato dell’intera esistenza. Ora che tutto era di nuovo al suo posto, il mio essere poteva calmarsi, perché non mancavo di guida; ero come prima, spinto in avanti. Tutto era chiaro, semplice, persuasivo e mi rendeva felice”. Spiega che l’anelito verso la verità (der Hunger nach der Wahrheit) è ciò che ci rende umani, senza di esso la vita umana sarebbe più triste e difficilmente sopportabile. Verità sulle cose ultime che non si trovava certo nella Bibbia. “Un tale dio, arrabbiato e vendicativo, era inconcepibile; troppo umano, per nulla divino”. E allora “ho creduto che fosse più semplice e sicuro incontrarmi da solo con il mio Signore, senza avvalermi della mediazione di pastori evangelici, se non altro perché anche loro sono soggetti alle debolezze umane, così come lo stesso Protestantesimo è una creazione umana”. Di qui la sua scelta di non giurare sulla Bibbia ma a Dio testimone, perché sono un credente in dio (gottgläubig): “E infatti lo sono. Ma non lo personalizzo. Credo in una forza creativa onnipotente che tutto dispone, ciò che era, che è e che sarà. Credo in Dio (scrive “das Gott” in luogo di “der Gott”, sottolineando il “das”, ossia il genere neutro, per evidenziare la trascendenza della classica distinzione di genere) e io sono l’uomo, un rivolo nel grande flusso del divenire, nel nostro essere, conformemente alla sua volontà e tolleranza”. Seguendo questa volontà, non poteva commettere il male, perché il Governo della Creazione non poteva errare e, conformandosi ad esso, la vita sarebbe diventata necessariamente migliore per tutti. In fondo, continuava, “nella vita organica non esiste nulla di intenzionalmente maligno, anzi, essa è piuttosto benigna, fatta eccezione per l’uomo. […]. Il fatto è che sono nella vita dell’essere e che la vita è un divenire-affermarsi dell’essere. E fino a quando l’essere e la vita continuano, io sono quest’eterno andirivieni, questo morire e divenire, sono immortale. E non vedo come la vita possa essere un peso – sebbene io mi trovi in una cella – e faccio fatica a capire perché uno si dovrebbe sentire tormentato dalla paura di morire…Il fato di un popolo, com’è decretato dalla natura, non può essere nulla di terribile. È per me impensabile, quando contemplo il naturale corso delle cose, credere che l’Ordine che c’include nel suo piano lasci che solo la futilità e la sofferenza determinino il nostro destino…Il pensiero della pienezza di forme di vita attraverso le quali dovrò esistere per un impulso naturale, mi rallegra. È la nostra inadeguatezza che il motivo per cui noi umani dobbiamo ancora sopportare e causarci così tanto dolore e sofferenza. L’uomo è soggetto ad un perpetuo processo di compimento nel divenire. Eppure siamo solo al principio della nostra formazione e ciò che ora ci causa paura e terrore sarà smussato dalla mola del divenire. La sofferenza e l’oppressione dei popoli delle epoche passare erano molto più grandi delle nostre e nei tempi futuri i nostri discendenti, sulla base di un’analoga scala, concorderanno con noi. […]. Un ordine benevolo non desidera certamente il decadimento. Non nutro alcun dubbio in merito e questo dà a me, che sono stato collocato in una sequenza organica di eventi, una sensazione di gioia e calore. […]. È impossibile che la volontà dell’ordine sia che la sua creazione debba degenerare nella paura, nell’ansia e nel dolore. […]. Perciò non posso condividere la posizione sartreana che la vita, come la morte, siano assurde. Mentre posso ammettere che siano di scarsa importanza, dal punto di vista del divenire nell’essere, esse riguardano la mia persona”.
Ciò che lo avvicinò al nazismo fu quel che definiva “l’idealismo romantico di un primitivo”, una concezione in cui “potevo indulgere nell’entusiasmo per la natura, senza limiti, a briglia sciolta, e ciò mi conferiva una meravigliosa sensazione di pace interiore”. In ogni occasione, di fronte a problemi e difficoltà, quando sentiva di non poter cambiare nulla “perché non era né causa né effetto, ma solo un balocco dello stato”, quello diventava il suo taumaturgico “armadietto dei farmaci” (Medizinschrank). Durante il nazismo “c’era l’opportunità di far svanire l’individuale nel collettivo e fondersi ideologicamente nel pensiero di massa. Questa era una prospettiva che non mi disturbava perché mi spettava in ogni caso – non mi sono mai assunto responsabilità che andassero oltre quelle relative ai bisogni della mia famiglia”. Essere nelle SS in tempi di pace garantiva il soddisfacimento di ogni necessità materiale, in tempi di guerra significava molto probabilmente la morte: “ma se ti sei già rassegnato a pensare in termini collettivistici è una vita relativamente confortevole; ovviamente meno dal punto di vista della vita corporea, ma a me sta a cuore la vita interiore”.
Ricordava che nel 1938 era rimasto colpito da alcuni saggi massonici su Giordano Bruno, sul suo panteismo e sulla sua ribellione alla Chiesa, ma aggiungeva che lui non era un Giordano Bruno e se si fosse opposto sarebbe stato fatto sparire in men che non si dica: “è facile oggi parlare dell’uomo come sovrano della sua volontà, della preservazione dei propri valori personali, dell’etica dei principi (Gesinnungsethik) e così via. Anch’io una volta ci tenevo alla libertà dell’individuo e contrastavo ogni assoggettamento spirituale. Desideri e sogni ad occhi aperti mi intossicavano, temporaneamente. Ma poi ho capito e ora vi posso dire: provate a metterlo in pratica. Nel bel mezzo di una guerra omicida, sotto un governo totalitario, quando siete dei subordinati e ricevete degli ordini. Vedrete la differenza, allora, tra teoria e pratica”. E, in ogni caso, “a cosa servono la mera conoscenza e volontà, se poi le tue azioni non hanno alcun affetto? Nessuno può dire che questo succede solo negli stati totalitari. L’emisfero occidentale ha fornito e fornisce un mucchio di esempi”.

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venerdì 21 ottobre 2011

Idee e virtù di Gesù il Cristo - un compendio



Contro il familismo: 31 E giunsero sua madre ed i suoi fratelli; e fermatisi fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Una moltitudine gli stava seduta attorno, quando gli fu detto: Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle là fuori che ti cercano. 33 Ed egli rispose loro: Chi è mia madre? e chi sono i miei fratelli? 34 E guardati in giro coloro che gli sedevano d’intorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chiunque avrà fatta la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre [Marco 3:31-35] / 37 Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figliuolo o figliuola più di me, non è degno di me [Matteo 10, 37] / 26 Se uno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i fratelli, e le sorelle, e finanche la sua propria vita, non può esser mio discepolo [Luca 14, 26].
Contro il materialismo (panteismo), contro il potere (anarchico): “Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amor del Padre non è in lui” (1 Giovanni 2:15). 28 E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l’anima; temete piuttosto colui che può far perire e l’anima e il corpo nella geenna [Matteo 10, 28] / 36 Gesù rispose: Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch’io non fossi dato in man de’ Giudei; ma ora il mio regno non è di qui [Giovanni 18, 36]
Gesù disse, "I Farisei e gli accademici hanno preso le chiavi della conoscenza e le hanno nascoste. Non sono entrati, e non hanno permesso a quelli che volevano entrare di farlo.Quanto a voi, siate furbi come serpenti e semplici come colombe" [Tommaso, 39] / Gesù disse, "Siate come passanti" [Tommaso, 42]. Gesù disse, "Il regno del Padre è come un mercante che ricevette un carico di mercanzia e vi trovò una perla. Il mercante fu accorto; vendette la mercanzia e si tenne solo la perla. Così anche voi, cercate il tesoro che è eterno, che resta, dove nessuna tarma viene a rodere e nessun verme guasta" [Tommaso, 76]. Gesù disse, "Chi è arrivato a conoscere il mondo ha scoperto un cadavere, e chi ha scoperto un cadavere è al di sopra del mondo" [Tommaso, 80] / Gesù disse, "Quanto è misero il corpo che dipende da un corpo, e quanto è misera l'anima che dipende da entrambi" [Tommaso, 87]
NB. Satana, al momento di tentare Gesà, si proclama signore di questo mondo. Gesù non lo contraddice, non lo chiama bugiardo, non lo smentisce: perché sa che è vero – dunque ogni potere terreno è in qualche misura satanico. Gesù, invece di scegliere la via della dominazione o della rivoluzione (come gli zeloti), sceglie la via del servizio (è un anarchico): 25E Gesú, chiamatili a sé, disse: «Voi sapete che i sovrani delle nazioni le signoreggiano e che i grandi esercitano il potere su di esse, 26ma tra di voi non sarà così; anzi chiunque tra di voi vorrà diventare grande sia vostro servo; 27e chiunque tra di voi vorrà essere primo a sia vostro schiavo. 28Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire [Matteo 20: 25-28 + Marco 10:45] / 22 Poi disse ai suoi discepoli: Perciò vi dico: Non siate con ansietà solleciti per la vita vostra di quel che mangerete; né per il corpo di che vi vestirete [Luca 12:22] / 15 Badate e guardatevi da ogni avarizia; perché non è dall’abbondanza de’ beni che uno possiede, ch’egli ha la sua vita [Luca 12, 15] / 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per me, esso la salverà. 25 Infatti, che giova egli all’uomo l’aver guadagnato tutto il mondo, se poi ha perduto o rovinato se stesso? [Luca 9:24-25] / 16 E disse loro questa parabola: La campagna d’un certo uomo ricco fruttò copiosamente; 17 ed egli ragionava così fra sé medesimo: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: 18 Questo farò: demolirò i miei granai e ne fabbricherò dei più vasti, e vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, 19 e dirò all’anima mia: Anima, tu hai molti beni riposti per molti anni; riposati, mangia, bevi, godi. 20 Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quel che hai preparato, di chi sarà? 21 Così è di chi tesoreggia per sé, e non è ricco in vista di Dio [Luca 12:16-21]. – si rivolge agli storpi, ai malati, ai poveri, agli eretici, ai marginalizzati, ai peccatori, alle donne ed ai bambini, a tutti quelli che non vengono mai ascoltati, la cui voce non conta nulla. Non disprezza i ricchi, chiede solo maggiore condivisione.
Contro il ritualismo e norme di purezza: 24 Guide cieche, che colate il moscerino e inghiottite il cammello [Matteo 23, 24] / 5 Poi disse loro: Chi di voi, se un figliuolo od un bue cade in un pozzo, non lo trae subito fuori in giorno di sabato? [Luca 14, 5] / 28 perciò il Figliuol dell’uomo è Signore anche del sabato [Marco 2, 28] / 15 Non v’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo; ma son le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo [Marco 7, 15] / 3 E Gesù, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii mondato. E in quell’istante egli fu mondato dalla sua lebbra [Matteo 8, 3] / 25 Or una donna che avea un flusso di sangue da dodici anni, 26 e molto avea sofferto da molti medici, ed avea speso tutto il suo senz’alcun giovamento, anzi era piuttosto peggiorata, 27 avendo udito parlar di Gesù, venne per di dietro fra la calca e gli toccò la vesta, perché diceva: 28 Se riesco a toccare non foss’altro che le sue vesti, sarò salva. 29 E in quell’istante il suo flusso ristagnò; ed ella sentì nel corpo d’esser guarita di quel flagello. 30 E subito Gesù, conscio della virtù ch’era emanata da lui, voltosi indietro in quella calca, disse: Chi mi ha toccato le vesti? 31 E i suoi discepoli gli dicevano: Tu vedi come la folla ti si serra addosso e dici: Chi mi ha toccato? 32 Ed egli guardava attorno per vedere colei che avea ciò fatto. 33 Ma la donna, paurosa e tremante, ben sapendo quel che era avvenuto in lei, venne e gli si gettò ai piedi, e gli disse tutta la verità. 34 Ma Gesù le disse: Figliuola, la tua fede t’ha salvata; vattene in pace e sii guarita del tuo flagello [Marco 5, 25-34] / 14 E accostatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono, ed egli disse: Giovinetto, io tel dico, lèvati! [Luca 7, 14]
Empatico, compassionevole, coscienzioso: Gesù disse, "Se esprimerete quanto avete dentro di voi, quello che avete vi salverà. Se non lo avete dentro di voi, quello che non avete vi perderà." [Tommaso, 70] /33 E quando Gesù la vide piangere, e vide i Giudei ch’eran venuti con lei piangere anch’essi, fremé nello spirito, si conturbò, e disse: 34 Dove l’avete posto? Essi gli dissero: Signore, vieni a vedere! 35 Gesù pianse [Giovanni 11, 33-3].
Egalitario, anti-gerarchico: Gesù disse, "Se i vostri capi vi diranno, 'Vedete, il Regno è nei cieli', allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa" [Tommaso, 3] / Gesù disse, "L'uomo di età avanzata non esiterà a chiedere a un bambino di sette giorni dov'è il luogo della vita, e quell'uomo vivrà.Perché molti dei primi saranno ultimi, e diventeranno tutt'uno" [Tommaso, 4] /il regno di Dio è dentro di/in mezzo a voi [Luca 17, 21] / 42 Come puoi dire al tuo fratello: Fratello, lascia ch’io ti tragga il bruscolo che hai nell’occhio, mentre tu stesso non vedi la trave ch’è nell’occhio tuo? Ipocrita, trai prima dall’occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per trarre il bruscolo che è nell’occhio del tuo fratello [Luca 6,42 – ciascuno è in grado di contemplare il mondo obiettivamente]. / 5 Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sichar, vicina al podere che Giacobbe dette a Giuseppe, suo figliuolo; 6 e quivi era la fonte di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso la fonte. Era circa l’ora sesta. 7 Una donna samaritana venne ad attinger l’acqua. Gesù le disse: Dammi da bere. 8 (Giacché i suoi discepoli erano andati in città a comprar da mangiare). 9 Onde la donna samaritana gli disse: Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono una donna samaritana? Infatti i Giudei non hanno relazioni co’ Samaritani. 10 Gesù rispose e le disse: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli t’avrebbe dato dell’acqua viva. 11 La donna gli disse: Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; donde hai dunque cotest’acqua viva? 12 Sei tu più grande di Giacobbe nostro padre che ci dette questo pozzo e ne bevve egli stesso co’ suoi figliuoli e il suo bestiame? 13 Gesù rispose e le disse: Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; 14 ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna. 15 La donna gli disse: Signore, dammi di cotest’acqua, affinché io non abbia più sete, e non venga più sin qua ad attingere. 16 Gesù le disse: Va’ a chiamar tuo marito e vieni qua. 17 La donna gli rispose: Non ho marito. E Gesù: Hai detto bene: Non ho marito; 18 perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto il vero. 19 La donna gli disse: Signore, io vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte, e voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare. 21 Gesù le disse: Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvazione vien da’ Giudei. 23 Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e verità; poiché tali sono gli adoratori che il Padre richiede. 24 Iddio è spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in ispirito e verità. 25 La donna gli disse: Io so che il Messia (ch’è chiamato Cristo) ha da venire; quando sarà venuto, ci annunzierà ogni cosa. 26 Gesù le disse: Io che ti parlo, son desso. 27 In quel mentre giunsero i suoi discepoli, e si maravigliarono ch’egli parlasse con una donna; ma pur nessuno gli chiese: Che cerchi? o: Perché discorri con lei? 28 La donna lasciò dunque la sua secchia, se ne andò in città e disse alla gente: 29 Venite a vedere un uomo che m’ha detto tutto quello che ho fatto; non sarebb’egli il Cristo? 30 La gente uscì dalla città e veniva a lui [Giovanni 4:5-30] - Pasti comuni, frequenta anche le persone agiate e gli esattori delle tasse (basta che siano onesti): 13 Ed egli rispose loro: Non riscotete nulla di più di quello che v’è ordinato [Luca 3:13].
Apocalittico: 6 Or voi udirete parlar di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, perché bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. 7 Poiché si leverà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; 8 ma tutto questo non sarà che principio di dolori. 9 Allora vi getteranno in tribolazione e v’uccideranno, e sarete odiati da tutte le genti a cagion del mio nome [Matteo 24:6-9].
Universalista: “Gesù vide alcuni neonati che poppavano. Disse ai suoi discepoli, "Questi neonati che poppano sono come quelli che entrano nel Regno."
E loro gli dissero, "Dunque entreremo nel regno come neonati?" Gesù disse loro, "Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno” [Tommaso, 22]. Gesù disse, "Quando farete dei due uno diventerete figli di Adamo, e quando direte 'Montagna, spostati!' si sposterà" [Tommaso, 105] / Simon Pietro gli disse, "Lasciate che Maria se ne vada, poiché le donne non meritano la vita." Gesù disse, "Io stesso la guiderò in modo da farla maschio, così anche lei potrà diventare uno spirito vivente somigliante a voi maschi. Poiché ogni donna che farà se stessa maschio, entrerà il Regno dei Cieli" [Tommaso, 114] / Samaritano e Samaritana. Chiunque è il suo prossimo. 29 Ma colui, volendo giustificarsi, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo? 30 Gesù, replicando, disse: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté in ladroni i quali, spogliatolo e feritolo, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Or, per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa via; e veduto colui, passò oltre dal lato opposto. 32 Così pure un levita, giunto a quel luogo e vedutolo, passò oltre dal lato opposto. 33 Ma un Samaritano che era in viaggio giunse presso a lui; e vedutolo, n’ebbe pietà; 34 e accostatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra dell’olio e del vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo menò ad un albergo e si prese cura di lui. 35 E il giorno dopo, tratti fuori due denari, li diede all’oste e gli disse: Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, quando tornerò in su, te lo renderò. 36 Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté ne’ ladroni? 37 E quello rispose: Colui che gli usò misericordia. E Gesù gli disse: Va’, e fa’ tu il somigliante [Luca 10, 29-37] / 28 Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù [Galati 3, 28].
Realistico: 13 Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entran per essa. 14 Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano [Matteo 7:13-14].
Obiettivo: Gesù disse, "Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi, e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato.Perché nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato." [Tommaso, 5]
Tollerante, libertario e comprensivo, paziente: 21 E il figliuolo gli disse: Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno d’esser chiamato tuo figliuolo. 22 Ma il padre disse ai suoi servitori: Presto, portate qua la veste più bella e rivestitelo, e mettetegli un anello al dito e de’ calzari a’ piedi; 23 e menate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, e mangiamo e rallegriamoci, 24 perché questo mio figliuolo era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa. 25 Or il figliuolo maggiore era a’ campi; e come tornando fu vicino alla casa, udì la musica e le danze. 26 E chiamato a sé uno de’ servitori, gli domandò che cosa ciò volesse dire. 27 Quello gli disse: E’ giunto tuo fratello, e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché l’ha riavuto sano e salvo. 28 Ma egli si adirò e non volle entrare; onde suo padre uscì fuori e lo pregava d’entrare. 29 Ma egli, rispondendo, disse al padre: Ecco, da tanti anni ti servo, e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto da far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figliuolo che ha divorato i tuoi beni con le meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato. 31 E il padre gli disse: Figliuolo, tu sei sempre meco, ed ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita; era perduto, ed è stato ritrovato [Luca 15:21-32] – suprema libertà di scelta: tutti possono andare e tornare, non saranno giudicati e condannati: no crimine di apostasia o peccato mortale / Gesù disse, "Il regno è come un pastore che aveva cento pecore. Una di loro, la più grande, si smarrì. Lui lasciò le altre novantanove e la cercò fino a trovarla. Dopo aver faticato tanto le disse, 'Mi sei più cara tu di tutte le altre novantanove" [Tommaso, 107]/ 3 Allora gli scribi e i Farisei gli menarono una donna còlta in adulterio; e fattala stare in mezzo, 4 gli dissero: Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. 5 Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare queste tali; e tu che ne dici? 6 Or dicean questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito in terra. 7 E siccome continuavano a interrogarlo, egli, rizzatosi, disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli il primo la pietra contro di lei. 8 E chinatosi di nuovo, scriveva in terra. 9 Ed essi, udito ciò, e ripresi dalla loro coscienza, si misero ad uscire ad uno ad uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. 10 E Gesù, rizzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: Donna, dove sono que’ tuoi accusatori? Nessuno t’ha condannata? 11 Ed ella rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neppure io ti condanno; va’ e non peccar più [Giovanni 8:3-11].
Altruista: 42 Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un imprestito, non voltar le spalle [Matteo 5:42].
Umile: Gesù disse, "Voi guardate alla pagliuzza nell'occhio del vostro amico, ma non vedete la trave nel vostro occhio. Quando rimuoverete la trave dal vostro occhio, allora ci vedrete abbastanza bene da rimuovere la pagliuzza dall'occhio dell'amico" [Tommaso, 26] 2 Quando dunque fai limosina, non far sonar la tromba dinanzi a te, come fanno gl’ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. Io vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno. 3 Ma quando tu fai limosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, 4 affinché la tua limosina si faccia in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa [Matteo 6:2-4].
Resistenza nonviolenta / non cercare rogne gratuite: Gesù disse, "Una città costruita su un’alta collina e fortificata non può essere presa, né nascosta" [Tommaso, 32] “e i proprietari di una casa sanno che sta arrivando un ladro staranno in guardia prima che quello arrivi e non gli permetteranno di entrare nella loro proprietà e rubargli i loro averi. Anche voi, quindi, state in guardia nei confronti del mondo. Preparatevi con grande energia, così i ladri non avranno occasione di sopraffarvi, perché la disgrazia che attendete verrà” [Tommaso, 21] / Gesù disse, "Nessuno può entrare nella casa di un uomo robusto e prenderla con la forza se prima non gli lega le mani. A quel punto uno può sottrargli la casa" [Tommaso, 35]. Lui disse, Un [...] uomo possedeva una vigna e l'aveva affittata a dei contadini, così che la lavorassero e gli cedessero il raccolto. Mandò il suo servo dai contadini per farsi consegnare il raccolto. Quelli lo afferrarono, lo picchiarono, e quasi l'uccisero. Poi il servo ritornò dal padrone. Il padrone disse, 'Forse non li conosceva. Mandò un altro servo, e i contadini picchiarono anche quello. Quindi il padrone mandò suo figlio e disse, 'Forse verso mio figlio mostreranno un qualche rispetto. Poiché i contadini sapevano che lui era l'erede della vigna, lo afferrarono e lo uccisero. Chi ha orecchie ascolti!" [Tommaso, 65] 24 E quando furon venuti a Capernaum, quelli che riscotevano le didramme si accostarono a Pietro e dissero: Il vostro maestro non paga egli le didramme? 25 Egli rispose: Sì. E quando fu entrato in casa, Gesù lo prevenne e gli disse: Che te ne pare, Simone? i re della terra da chi prendono i tributi o il censo? dai loro figliuoli o dagli stranieri? 26 Dagli stranieri, rispose Pietro. Gesù gli disse: I figliuoli, dunque, ne sono esenti. 27 Ma, per non scandalizzarli, vattene al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che verrà su; e, apertagli la bocca, troverai uno statere. Prendilo, e dallo loro per me e per te [Matteo 17:24-27] / 52 Allora Gesù gli disse: Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendon la spada, periscon per la spada [Matteo 26, 52]. Ciclo della violenza: rifuggilo (come il Buddha): non diventare lo specchio del tuo nemico.
Anticlericale: 15 E vennero a Gerusalemme; e Gesù, entrato nel tempio, prese a cacciarne coloro che vendevano e che compravano nel tempio; e rovesciò le tavole de’ cambiamonete e le sedie de’ venditori di colombi; 16 e non permetteva che alcuno portasse oggetti attraverso il tempio. 17 Ed insegnava, dicendo loro: Non è egli scritto: La mia casa sarà chiamata casa d’orazione per tutte le genti? ma voi ne avete fatta una spelonca di ladroni. 18 Ed i capi sacerdoti e gli scribi udirono queste cose e cercavano il modo di farli morire, perché lo temevano; poiché tutta la moltitudine era rapita in ammirazione della sua dottrina. 19 E quando fu sera, uscirono dalla città [Marco 11, 15-19].
Amorevole: Gesù disse, "Amate il vostro amico come voi stessi, proteggetelo come la pupilla del vostro occhio." [Tommaso, 25] 34 Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Com’io v’ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri [Giovanni 13, 34]. “Ma se uno ha dei beni di questo mondo, e vede il suo fratello nel bisogno, e gli chiude il proprio cuore, come dimora l’amor di Dio in lui?” [1 Giovanni 3:17]
Predicatore della vera vita, quella spirituale: Gesù disse, "I cieli e la terra si apriranno al vostro cospetto, e chiunque è vivo per colui che vive non vedrà la morte." Non dice Gesù, "Di quelli che hanno trovato se stessi, il mondo non è degno?" [Tommaso, 111 – nel vangelo c’è spesso l’espressione “colui che vive”]. “Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano” (Matteo 7:14) / “Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Matteo 16: 25) / “E se la tua mano ti fa intoppare, mozzala; meglio è per te entrar monco nella vita, che aver due mani e andartene nella geenna, nel fuoco inestinguibile” (Marco 9:43) / “In lei (la Parola, il Logos) era la vita; e la vita era la luce degli uomini” (Giovanni 1:4) / “In verità, in verità io vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5:24) / eppure non volete venire a me per aver la vita! (Giovanni 5:40) / “E’ lo spirito quel che vivifica; la carne non giova nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Giovanni 6, 63) / Il ladro non viene se non per rubare e ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbian la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10)/ Gesù le disse: Io son la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muoia, vivrà (Giovanni 11: 25) / “Chi ama la sua vita, la perde; e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna” (Giovanni 12: 25) / “Perché ciò a cui la carne ha l’animo è morte, ma ciò a cui lo spirito ha l’animo, è vita e pace” (Romani 8:6)].

Il nazismo - un compendio



"credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà"
Furio Jesi a Kerényi, 16 maggio 1965; Jesi & Kerényi, 1999, p. 51).

"credo di riconoscere nell’opera di Hitler qualcosa che trascende le responsabilità umane; credo insomma che il vero colpevole degli orrori del nazismo non sia l’uomo-Hitler, ma una forza temibile quanto gli Angeli di Rilke che si è servita di quell’uomo, invadendo la sua volontà".
Furio Jesi

"Avreste creduto che un’intera nazione di persone dotate di intelligenza e cultura elevate potesse lasciarsi catturare dal potere affascinante dell’archetipo…la bionda bestia si sta muovendo nel sonno…Odino il viandante si è messo in cammino".
Carl Jung

"Non c’è dubbio che Hitler rientri nella categoria dello sciamano. Come ebbe a osservare qualcuno durante l’ultimo congresso del partito a Norimberga, non si è visto niente di simile dai tempi di Maometto. Possiamo paragonare Hitler a un uomo che ascolta attentamente il torrente di consigli che gli vengono sussurrati da una fonte misteriosa [inconscio] e che poi li mette in pratica. Se pure non è il vero Messia, Hitler assomiglia però a un profeta del Vecchio Testamento: la sua missione è di unificare la sua gente e condurla alla Terra Promessa. Questo spiega perché i nazisti devono combattere ogni forma di religione che non sia la loro particolare versione idolatra".
Intervista rilasciata da Jung a H.R. Knickerbocker nell’ottobre del 1938.

"Lévinas mostra come il nazismo consista nella filosofia dell’asservimento al corpo, nell’accettarne l’incatenamento, nel cancellare ogni esigenza di evasione. L’appello all’eredità, al passato, al sangue, l’idea della società a base consanguinea, annientano la libertà, precludono ogni possibilità di presa di parola, di critica, di scarto, di rimorso, di pentimento. Le idee che legano l’Io lo legano in maniera indissolubile, egli vi aderisce perché scaturiscono dalla sua carne e dal suo sangue, dal suo passato, dalla sua razza. L’Io non ha più il potere di sfuggire a se stesso. E se le idee con cui si identifica completamente, assumendole come la verità stessa del proprio corpo, pretendono in quanto verità di essere universali, malgrado il loro razzismo, la loro diffusione diviene espansione, diventa violenza, guerra, sterminio. L’origine del nazionalsocialismo è da ricercarsi fondamentalmente nella dedizione all’essere, nell’adesione incondizionata all’essere, da cui solo il peso della responsabilità per altri può disancorarare l’io, schiodarlo. La “filosofia dell’hitlerismo” non è un’anomalia contingente, ma si iscrive come una stabile minaccia nella filosofia occidentale, affetta com’è da allergia all’alterità. Senza il superamento di tale allergia, il liberalismo e la democrazia non possono nulla, dato che essi si sono costituiti fondamentalmente per la difesa dei diritti dell’Io, piuttosto che di quelli dell’Altro; si sono attestati a difesa degli appartenenti, dei comunitari, e non dei non appartenenti, degli extracomunitari".
Augusto Ponzio, introduzione a “Dall’altro all’io” di Lévinas

Fu il giorno dell’anniversario della Rivoluzione Francese che il nazismo annullò per legge il sistema dei partiti e la democrazia parlamentare.
Sappiamo che cosa hanno fatto i nazisti, quale fosse la loro ideologia, ma non sappiamo perché lo abbiano fatto. È stato un incidente di percorso, un’aberrazione, un corpo estraneo o si tratta piuttosto di una presenza che ci accompagna da sempre, in sottotraccia? È un fenomeno puramente “tedesco” da cui ci siamo vaccinati o potrebbe ripetersi altrove, nuovamente? Io non credo sia eccezionale e perciò irripetibile e ho scritto questo libro proprio per mettere in guardia i lettori. Un nuovo nazismo non si ripresenterà mai indossando la stessa maschera, ma la struttura mentale sarà la stessa, perché è una variante della diversità umana, uno dei numeri della ruota che prima o poi viene fuori e che ha successo perché il potere corrompe ed il potere assoluto corrompe assolutamente.

Il Nazional-Socialismo lascia sbalorditi. Per questo molti hanno creduto di vedere in questa dottrina l’irrompere del demoniaco nella nostra realtà. Si è quasi sempre inclini a chiamare in causa agenti metafisici per spiegare qualcosa che non si capisce. La tragica verità è che nessuno l’ha compreso e nessuno lo comprenderà mai. Possiamo solo limitarci a descriverlo e denunciare quei tratti della contemporaneità che paiono virare in quella direzione. Il nazismo non comportò solo un programma di sterminio e schiavismo di interi popoli, ma anche la sistematica demonizzazione di chiunque non fosse sufficientemente nazista. Ogni cittadino del Reich doveva essere nazista e, se possibile, anche le vittime dovevano essere nazificate, dimostrando con il loro comportamento che la via nazista era quella giusta. La pseudo-scienza serviva solo a convincere gli indecisi. La causa della distruzione degli Ebrei – chiamata Shoah o Olocausto – non fu l’identificazione di un ipotetico crimine da loro commesso, ma l’attribuzione di un peccato inespiabile, quello di essere sovversivamente antitetici al nazional-socialismo, per ragioni che non ci risultano chiare, visto che molti Ebrei erano fascisti e, almeno inizialmente, nazisti. Gli Ebrei non potevano essere responsabili della loro condizione, essendo nati così, inadatti alla vita su un pianeta finalmente ordinato al meglio: l’unica soluzione era la loro eliminazione. Il totalitarismo nazista fu dunque un gigantesco esorcismo ed autoesorcismo, con tanto di rituale ecatombe: si trattava anche di estirpare l’ebreo in sé, uccidendo tutti gli Ebrei.
Non fu però solo un inferno in terra. Dal punto di vista degli animali il Terzo Reich fu un’autentica utopia. Hitler era vegetariano e le leggi a tutela degli animali e dell’ambiente erano le più avanzate nel mondo. Molto dipendeva dalla prospettiva e dal proprio ruolo nella società. Anche i cittadini tedeschi “ariani”, prima della guerra, se la passarono molto bene (Mayer, 1971). Pensavano di essere liberi, mentre erano sottoposti ad un processo di graduale assuefazione al male, o quantomeno a quel che in genere si chiama male: un violento, predatorio, tracotante egoismo individuale e collettivo. Accettarono l’idea che il governo doveva operare senza poter condividere con la gente le informazioni in suo possesso, per ragioni di sicurezza. Nutrirono una completa fiducia nelle sue buone intenzioni. Si lasciarono distrarre dal teatrino del regime, penso per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle contraddizioni, dai sotterfugi, dalle spiacevoli verità. Pochi dedicarono del tempo a pensare alle questioni fondamentali. Molti attraversarono la vita in modo abbastanza o molto superficiale. Il regime presentava alla gente un certo numero di spauracchi e ciò bastava a giustificare ogni susseguente decisione. Tutto era in costante movimento, in trasformazione, un’eterna fascinazione estetica e retorica, un continuo rilancio emotivo impedivano di riflettere sulle “piccole” cose spiacevoli che si moltiplicavano, sui segni che indicavano che c’era qualcosa che non andava. Demandarono le loro responsabilità e il regime si assunse l’incarico di pensare per tutti: la gente poteva occuparsi d’altro. Tutto era molto più semplice e piacevole. Per di più in un sistema a risorse finite, se una parte della popolazione veniva esclusa, la restante parte ne traeva concreti vantaggi. In tempi di magra, non si va certo per il sottile. Meglio pensare al presente, meglio non affrontare la realtà nei suoi aspetti spiacevoli, nei suoi presagi più sinistri, nei suoi sintomi più debilitanti. Fai il primo passo perché senti di doverlo fare. Il secondo passo è un po’ più spiacevole del primo, ma lo consideri ancora ragionevole. Il terzo passo serve a giustificare quelli precedenti. Lo devi fare per non ammettere di aver preso una cantonata, di essere una persona cattiva. Nessuno trova facile ammettere di aver sbagliato e di essere malvagio e così si continua con il passo successivo che razionalizza e legittima a posteriori quelli precedenti: ogni male diventa un male necessario, un male minore. Di conseguenza, per molti Tedeschi del dopoguerra, il principale errore di Hitler fu semplicemente quello di aver perso la guerra.
Hitler non era un fesso. La sua filosofia era grezza ma organica e l’egotistica volontà di potenza è un’attrattiva irresistibile per gli esseri umani. La filosofia nietzscheana la incapsula in questo aforisma (259), tratto da “Al di là del bene e del male”: “Lo ‘sfruttamento’ non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita”. Milioni di Europei (e non solo), inclusi decine di insigni letterati, giuristi, filosofi, artisti, fisici, biologi, genetisti, antropologi e medici vi aderirono con entusiasmo (e non per mera convenienza). Si guadagnò anche la stima di Gertrude Stein, Martin Heidegger George Bernard Shaw, Lord Halifax, David Lloyd George, Henry Ford, Walt Disney, Charles Lindbergh, Prescott Sheldon Bush, rispettivamente padre e nonno di George H.W. Bush e George W. Bush. Il nazifascismo seduce perché è l’esaltazione del carnefice per mano del carnefice stesso, è autogiustificativo. Hitler dice ai suoi seguaci: i vostri peggiori vizi sono in realtà le migliori virtù. Non vergognatevene ma inebriatevene. Sono gli altri che hanno frainteso e si comportano innaturalmente. Per questa ragione il nazismo è a tutti gli effetti, un’ideologia eterna. C’è sempre stato e sempre esisterà, perché è mero bullismo all’ennesima potenza, proiettato su scala cosmica e metafisica. In un certo senso si può immaginare che questo tipo di grezzo manicheismo autoreferenziato per cui io vengo prima di tutto il resto e chi si oppone al mio volere si oppone al corso della storia universale sia così elementare da potersi sviluppare tante volte e in tanti mondi diversi. È lo sdoganamento della legge del più forte, sotto le spoglie di un edificio ideologico più o meno sofisticato. Sentiamo dalla “viva voce” dei protagonisti che cos’era per loro il nazional-socialismo. In un discorso tenuto a Kulmbach, il 5 febbraio 1928, Hitler dichiara che “l’idea della lotta è antica come la vita stessa e in questa lotta il più forte, il più abile, vince, mentre il meno abile, il debole, soccombe. La lotta è la madre di tutte le cose... Non è secondo i principi di umanità che l’uomo vive ed è in grado di elevarsi al di sopra del mondo animale, ma soltanto mediante la più brutale delle lotte”. Il Führer si ritiene guidato dalla Divina Provvidenza: “siamo diventati ciò che siamo grazie alla volontà della Provvidenza e fino a quando saremo autentici e rispettabili e valorosi nella lotta, fino a quando crederemo nella nostra grande opera e non capitoleremo, continueremo a godere dei favori della Provvidenza” (discorso a Rosenheim, Baviera, 11 agosto 1935). A Monaco (15 marzo 1936): “Seguo i dettami della Provvidenza con la stessa confidenza di un sonnambulo”. A Norimberga (11 settembre 1936): “Credo nella Provvidenza e la considero giusta. Perciò credo che la Provvidenza premia sempre chi è forte, intraprendente e retto”. Sempre a Norimberga (6 settembre 1938): “Noi veneriamo esclusivamente la cura di ciò che è naturale, e di conseguenza, in quanto naturale, voluto da Dio. La nostra umiltà si afferma nella sottomissione incondizionata alle leggi divine dell’esistenza per come noi uomini riusciamo a comprenderle”. È però consapevole del fatto che il suo obiettivo è cinico e misantropico: “non sono venuto al mondo per rendere gli uomini migliori, ma per sfruttare le loro debolezze” (Hitler, 2010). Hitler si vedeva come un eletto per compiti sovrumani, profeta della rinascita dell’uomo in una nuova forma. Era in corso una completa metamorfosi dell’umanità, proclamava (Griffin, 1998). In un discorso nel 1922 Hitler definì Gesù “il vero Dio”. In seguito lo chiamò “il nostro più grande leader ariano”. Secondo Hitler il movimento nazista avrebbe completato “il lavoro che Cristo aveva iniziato, ma non poté completare”. Infatti “il vero messaggio” della Cristianità poteva essere trovato nel Nazismo. Cristo aveva combattuto gli Ebrei e loro l’avevano liquidato. La sua religione è la “Cristianità Positiva” ossia il Cristianesimo tradizionale spogliato di ogni cosa che non gli piacesse. La divinità di Hitler non era un “deus otiosus” ma un dio attivo, chiamato Creatore o Provvidenza che aveva creato l’universo ed un mondo in cui le varie razze dovevano combattersi per la sopravvivenza (Steigmann-Gall, 2005).
Nel 1926, Joseph Goebbels, affascinato dalla visione di Hitler, gli scrisse una lettera, spiegando: “Lei ha dato un nome alla sofferenza di un’intera generazione. Quel che lei ha espresso è il catechismo di un nuovo credo politico che prende vita in un mondo secolarizzato che sta crollando. A lei un dio ha dato il potere di esprimere la nostra sofferenza. Lei ha formulato la nostra agonia con parole che promettono salvezza” (cf. Burleigh, 2006, p. 200). Secondo Martin Bormann, il delfino di Hitler, “il potere della legge di natura è ciò che chiamiamo l’onnipotente forza di Dio. La pretesa che questa forza universale possa interessarsi alla sorte di ogni individuo, di ogni bacillo sulla terra, che possa essere influenzata dalle cosiddette preghiere o da cose stupefacenti, si fonda su una considerevole quantità di ingenuità oppure sulla piccineria da insolente bottegaio. Noi Nazional-Socialisti, al contrario, pretendiamo da noi stessi di vivere nel modo più naturale possibile, ossia in accordo con le leggi della vita e della natura. Più precisamente le comprendiamo e vi ci atteniamo, più agiamo nel rispetto della volontà della forza onnipotente”. Queste sono concezioni radicalmente estranee alla tradizione umanista e che si collocano nella corrente panteista del pensiero umano, che “venera”, se così si può dire, l’universo fisico. Il panteismo è un sistema filosofico basato sull’idea che nulla muore ma tutto si ricicla ed evolve ciclicamente in modo tale da rinnovarsi e migliorarsi ogni volta (oppure si ripropone identico a se stesso in un Eterno Ritorno – questa era l’interpretazione di Nietzsche). La legge universale dell’universo è il movimento. Il rischio maggiore del panteismo è che l’ammirazione per l’automatismo della natura esteriore (legge di natura) possa spingere ad imitarlo applicandolo alla vita umana (legge morale), tentando di imporre la conformità come virtù suprema, eliminando tutto ciò che è imprevedibile, tutto ciò che consente l’esistenza della libertà e della creatività. Nel panteismo radicale ci sono i germi della degenerazione nazista: la deificazione dei naturali misteri della vita, il sogno di un utopico paradiso in terra, la brama di immortalità, l’esigenza di procreare per perpetuare il proprio genoma e di farlo bene per migliorare l’efficienza biologica umana (eugenetica: la procreazione umana come zootecnia), rimuovendo gli scarti (selezione dei nascituri e degli inferiori). Non ha alcun senso parlare di libertà per gli esseri umani in relazione alla creazione. Per il panteista, il bene ed il male sono identici, perché tutte le cose sono in realtà un’unica cosa, l’unica cosa esistente. Tutto è uno, l’unità di materiale e spirituale, un’unica realtà che è il creatore auto-creatosi. È di questo Creatore che parla Hitler. È a questo Creatore che allude Heinrich Himmler quando afferma che “esiste un solo Grande Spirito e noi individui siamo le sue temporanee manifestazioni. Siamo eterni quando eseguiamo la volontà del Grande Spirito, siamo condannati quando lo contestiamo nel nostro egotismo ed ignoranza. Se obbediamo, viviamo. Lo sfidiamo e siamo gettati nel fuoco inestinguibile. Le nostre esistenze fisiche sono come la guaina dei germogli di bambù. Per la crescita della pianta è necessario che cada una guaina dopo l’altra. Non è che la guaina corporale sia di importanza marginale, è semplicemente che la pianta-spirito è più essenziale e la sua sana crescita è di importanza primaria. Perciò non fissiamoci troppo sull’esistenza fisica ma, quando necessario, sacrifichiamola per un qualcosa di meglio. Perché questa è la maniera in cui la spiritualità del nostro essere si afferma”. O quando demolisce l’antropocentrismo: “L’uomo non è nulla di speciale. È solo una piccola parte della terra…Deve tornare a vedere il mondo con umiltà. Solo allora raggiungerà il giusto senso della misura riguardo a ciò che sta sopra di noi e come siano integrati in questo eterno ciclo. […]. La nostra esistenza, così costretta tra la nascita e la morte, si sottopone nel corso della storia ad un’estensione eterna: ci insegna a sentirci come anelli in una catena che è il prodotto di millenni e che ci trascina verso i futuri millenni, cosicché nella nostra coscienza il retaggio del passato e la responsabilità per il futuro si plasmano in un’unità inscindibile che determina le lotte del nostro presente” (Pois, 1986; Goodrick-Clarke, 1992).
Se c’è un Essere Supremo esso dev’essere una legge suprema di natura, o comunque un tutto organico in costante evoluzione lungo la strada della perfezione, spinto da una forza pre-biologica che compenetra il cosmo animando tutte le cose nell’universo tangibile. Il che presuppone la completa sottomissione alle leggi di natura, e perciò la sopravvivenza del più adatto e la disuguaglianza intrinseca. Nel panteismo ogni singolo individuo è un ingranaggio che serve a far funzionare l’intero sistema e deve assolvere dei compiti specifici. Chi sgarra, chi si oppone, mette a repentaglio l’integrità del tutto, che funziona automaticamente, senza avere alcuno scopo. La morte e la sofferenza non hanno alcun senso al di fuori del processo di autoperpetuazione della creazione, come non lo hanno il principio di giustizia, di equanimità, di clemenza. L’universo è duro ed implacabile ed offre conforto solo a chi obbedisce alle regole, mentre è spietato verso chi le trasgredisce. I nazisti decisero coerentemente che, “stando così le cose”, la volontà di potenza era il principio fondante della creazione. I Tedeschi seguirono il Pifferaio Magico, dimentichi dell’ammonimento di Heinrich Heine (1797-1856), contenuto in “Sulla storia della religione e della filosofia in Germania, libro III): “Ma più terribili di tutti sarebbero ancora i filosofi della natura che attivamente interverrebbero in una rivoluzione tedesca e si identificherebbero con la stessa opera di distruzione. E invero, se la mano del kantiano percuote fortemente e sicuramente, per il fatto che il suo cuore non è mosso da nessuna riverenza tradizionale; se il fichtiano coraggiosamente affronta ogni pericolo, per il fatto che per lui non ne esiste nella realtà nessuno; il filosofo della natura sarà terribile per il fatto che si mette in relazione con le potenze originarie della natura, può evocare le forze demoniache del panteismo alto-germanico, che risvegliano in lui la bellicosità che troviamo negli antichi tedeschi, i quali non combattono né per distruggere né per vincere, ma semplicemente per combattere. Il cristianesimo – e questo è il suo merito più bello – ha addolcito un poco la brutale bellicosità germanica; tuttavia non ha potuto distruggerla, e, quando una volta il talismano lenitore, la croce, si rompe, allora si scatena nuovamente la ferocia degli antichi guerrieri, la folle furia bellicosa, della quale i poeti nordici cantano e dicono tante cose. Quel talismano è tarlato e verrà il giorno in cui andrà miseramente in frantumi”.
Detto questo, si badi bene che questo modo di concepire il cosmo non era unicamente nazista e per questo è giusto definirlo eterno e universale. Non è certo un caso che i Giapponesi siano stati i migliori alleati del Terzo Reich. Il buddhismo zen di quel periodo era stato gradualmente contaminato da una sua corrente radicale, che ha percorso tutta la sua storia per diventare dominante proprio sotto la dittatura militare, che la trovò di grande utilità. Persino il celebre Daisetsu Teitaro Suzuki (1870-1966) rimase imbrigliato in questa deriva estremistica. In quegli anni sosteneva infatti che una persona che uccide può essere nella stessa condizione mentale di una forza naturale, come il fuoco brucia una montagna, come l’uragano abbatte gli alberi e come uno smottamento uccide gli animali. In quel caso non può essere considerato un assassino. L’uomo illuminato dev’essere indifferente ed incosciente come una forza della natura. Se mi annullo, sono neutrale come l’universo ed ogni mia azione è intrinsecamente corretta (Faure, 2008; Jerryson & Juergensmeyer, 2010).

I giudici del tribunale di Norimberga non seppero identificare il male universale che operava dietro la facciata pubblica del Nazionalsocialismo. Mancò l’immaginazione morale che poteva aiutare a percepire il carattere apocalittico della civiltà che sorse nella Germania tra le due guerre, una civiltà fondata su una weltanschauung magica, che aveva sostituito la svastica alla croce. Prevalse l’unanime consenso sulla necessità di trattare gli accusati come se costituissero una parte integrale del sistema umanista-cartesiano occidentale. Forse non ne erano consapevoli, o forse non volevano aprire gli occhi della gente sulla vera natura dell’inversione di valori. Si decise di classificare il tutto come aberrazione mentale e perversione sistematica degli istinti. Più facile parlare in asettici termini psicoanalitici che accennare alla possibilità che non si trattasse solo della psicopatia di un gruppo di delinquenti politicizzati. Ma la cosa più abnorme fu che il nazismo si dotò di una filosofia del vivente (Lebensphilosophie), non dell’umano. L’umanità non aveva alcun valore, alcun ruolo nel nazismo. Stalinismo e Maoismo, per quanto mostruosi e letali per milioni di persone, non giunsero mai a questo estremo: erano più simili alle classiche tirannie sanguinarie del passato. Forse solo gli Aztechi si avvicinarono, per certi versi, alle patologie misantropiche ed omicide del nazismo. Per i nazisti esistevano leggi della vita dei popoli (Lebensgesetze für die Völker) che, tra le altre cose, imponevano la lotta per la vita (Lebenskampf). La storia era la progressione dei popoli nella loro lotta per la sopravvivenza e per lo spazio vitale (Lebensraum). Tutto ciò che divideva e contaminava doveva essere bandito. Il terrorista norvegese Breivik, che pure era anti-nazista, non si discostava poi molto da questa logica: al posto della dimensione biologica aveva collocato quella cultura. Che è poi la logica, ancora una volta elementare, di Gorgia e di Trasimaco, nei dialoghi platonici: “la natura vuole padroni e servi”; la giustizia naturale è “l’utile del più forte”. In più i nazisti aggiunsero il riduzionismo zoologico dello specismo. Erano infatti razzisti verso i neri, gli asiatici e i latino-mediterranei, ma erano specisti nei confronti di Ebrei e Roma e Sinti, che consideravano letteralmente non-umani, una specie differente. Ciò pose fine alla forma più basilare di solidarietà. I nazisti decisero che loro incarnavano la purezza e tutto il resto era impuro, mettendo in opera una produzione seriale di materiale umano di scarto, sospeso appunto tra l’umano e l’inumano, da una parte, e la realizzazione dell’ideale di una Iper-umanità dall’altra. Da un lato, la produzione del sottouomo – quello che Primo Levi chiama il musulmano –, dall’altro, la costruzione del grande corpo perfetto e incontaminato della popolazione: L’uomo incorruttibile, eterno. In un testo di propaganda contro gli Ebrei pubblicato nel 1942 dall’Ufficio centrale delle SS per la razza e la colonizzazione, si legge: “il sott’uomo, questa creatura della natura, con le sue mani, i suoi piedi, il suo tipo di cervello, con i suoi occhi e la sua bocca, una creatura che sembra essere della stessa specie di quella umana. Ne è tuttavia una del tutto diversa: una creatura orribile, una parvenza di uomo, con tratti simili a quelli dell’uomo, ma situata, per via dello spirito, della sua anima, al di sotto dell’animale. All’interno di questa creatura un caos di passioni selvagge, senza freni: un’indicibile volontà di distruzione, messa in atto dagli appetiti più primitivi, un’infamia senza pudore”. Oggi, per molti, questa sembrerebbe una passabile descrizione di un nazista. Tutti proiettiamo l’ombra, la nostra metà oscura, sui nostri rispettivi capri espiatori, per non doverla affrontare, per non ammettere che c’è del marcio in noi.
Purtroppo, come esisteva un ebreo (solo in senso simbolico: compassione, rispetto, tolleranza) in ogni nazista, così esiste un nazista in ciascuno di noi, perché tutti noi tendiamo a prevaricare il prossimo a pensare che l’altro non ha proprio lo stesso nostro valore, ma sempre un po’ di meno, quel po’ di meno che fa la differenza e rende una società violenta ed iniqua. Nelle fasi di crisi, come quella attuale, possono verificarsi psicosi di massa, epidemie psichiche. Lo rimarcava Carl Jung al tempo dell’ascesa del nazismo: “Le antiche religioni, con i loro simboli sublimi e ridicoli, bonari e crudeli, non sono cadute dai cieli ma sono nate in quest'anima umana, la stessa che vive ancora oggi in noi. Tutte quelle cose, le loro forme primordiali, vivono in noi e possono in qualunque momento assalirci con la forza distruttiva, in forma cioè di suggestione di massa, contro la quale il singolo è inerme. I nostri terribili dèi hanno soltanto cambiato nome e rimano tutti in –ismo” (Jung, 1946). Nel sondare l’inconscio dei pazienti e l’inconscio collettivo, gli si rivelano archetipi violenti e tenebrosi, avverte che un cambiamento è imminente, che la nietzscheana bestia bionda si sta risvegliando e o farà con forza esplosiva. Lo fece e continuò a distruggere fino all’ultimo istante. La macchina da guerra tedesca raggiunse il massimale produttivo tra il 1943 ed il 1944. Il massimo numero di morti si registrò nel gennaio del 1945 (450.000 in un mese, contro i 350.000 al mese del 1943). Lo stesso vale per i caduti civili e per le morti causate dalla Germania, che aumentarono costantemente. Il morale dei Tedeschi non venne mai meno fino alla fine. Non fu un lavaggio del cervello: il sacrificio era la strategia di sopravvivenza della Germania e fu condivisa, non imposta. L’individuo doveva sacrificarsi per la comunità e inoltre una nazione colpevole di atrocità e genocidi doveva combattere fino alla morte, non poteva sperare nella pace. Serviva una guerra totale. Non ci si poteva dare per vinti, non si poteva ammettere di aver perduto, ossia di aver sbagliato, non ci si poteva permettere di farsi tante domande sulle proprie scelte. I rapporti della Gestapo indicavano che i Tedeschi non volevano morire e non cercavano la distruzione della Germania, ma sentivano di non aver scelta, ormai. La sopravvivenza stava nell’unità, la dissoluzione dei legami portava alla distruzione: il sacrificio fu una strategia di sopravvivenza. L’unico modo riconosciuto di essere uomo era essere morto o uccidere. Chi era morto obbligava moralmente i commilitoni a continuare a combattere. Fu come una maledizione: i morti governavano i vivi. Goebbels lo intuì molto presto, nel dicembre del 1942: “Non possiamo neppure immaginare oggi il potere che i morti esercitano sui vivi”.

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