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lunedì 28 novembre 2011

Le virtù trentino-tirolesi alla prova del Terzo Reich



Ho appena finite di leggere il rapporto del Gauleiter Frauenfeld sul Sudtirolo. Propone che i Sudtirolesi siano trapiantati in massa in Crimea e penso sia un’idea eccellente. Ci sono pochi altri luoghi su questo pianeta in cui una razza possa avere più successo nel conservare la sua integrità per secoli e secoli. I Tartari ed i Goti ne sono la prova vivente. Anch’io penso che la Crimea sarà climaticamente e geograficamente ideale per i Sudtirolesi e, se paragonata alla loro attuale situazione, sarà un paradiso di latte e miele. Il loro trasferimento in Crimea non presenta alcuna difficoltà fisica o psicologica. Tutto quel che devono fare è navigare un corso d’acqua tedesco, il Danubio, e saranno arrivati.
Adolf Hitler, luglio 1942 (Hitler, 2010)

“…la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. […] tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo”.
Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”

Come si comporterebbero Trentini e Sudtirolesi nell’evenienza di un loro inglobamento in un regime totalitario? Se i precedenti sono un’indicazione, allora è bene preoccuparsi, perché quel che si ricava dalla lettura di “La zona d'operazione delle Prealpi nella seconda guerra mondiale”, atti di un convegno di studi tenutosi nel 2006 e curati da Andrea Di Michele e Rodolfo Taiani (FMST, 2009), è un quadro a dir poco sconfortante.
Quello nazista era un ordine fondato non sul diritto del più forte, un diritto che è intrinsecamente transitorio, ma su quello metafisico e metastorico della purezza e preziosità del Sangue, della Razza e dello Spirito della Stirpe, un criterio così radicale, assoluto ed inesorabile da non sembrare neppure di origine umana. Tuttavia, mentre la fascistizzazione di entrambe le province fallì, l’occupazione nazista fu un successo. Lo pone in evidenza lo storico Luigi Ganapini, riepilogando i punti salienti dei vari contributi e citando “l’ambiguo comportamento del prefetto de Bertolini”, “il contributo sostanzioso allo sforzo bellico tedesco” da parte del Trentino Alto Adige, “i semi di conflittualità interetnica seminati a piene mani dagli studiosi”, “la scelta estrema del Corpo di Sicurezza Trentina”, la “guerra civile latente” in Alto Adige, l’immenso divario morale tra il vescovo di Belluno, monsignor Bortignon – salito su una scala per baciare i partigiani impiccati davanti ai loro carnefici – e quella del principe vescovo pangermanista di Bressanone Johannes Geisler, che si limitò a predicare disciplina ed obbedienza, in contrasto con il basso clero, schierato contro il neo-paganesimo razzista. Il ruolo dell’élite scientifica è stato esaminato da Michael Wedekind nel suo bel contributo ed in un articolo più esteso, intitolato “Le sporadi tedesche: comunità germanofone dell’Alta Italia come oggetto dell’etnoscienza ed etno-politica tedesche”, pubblicato quasi contemporaneamente nell’ultimo numero di Archivio Trentino (2/2008). Lungi dall’attenersi a criteri di obiettività e rigore, gli etno-antropologi di lingua tedesca che operarono nella nostra regione e che sono stati riscoperti ed in qualche misura “sdoganati” negli ultimi anni [cf. capitolo sull’Ahnenerbe in questo stesso volume], dimostrarono “affinità ideologiche” col regime, una “bizzarra mancanza di aderenza alla realtà”, una “visione del mondo etnocentrica radicalizzata” ed una manifesta “disponibilità a partecipare al nuovo ordine europeo nazista”. Lorenzo Baratter ci ricorda che oltre 3000 Trentini, dovendo scegliere tra la prigionia in Germania assieme ad altri 600mila militari italiani, il lavoro nella Todt e il Corpo di Sicurezza Trentino, scelsero di indossare un’uniforme tedesca e di partecipare alle rappresaglie contro altri Trentini ed Italiani. Al contrario, il Corpo di Sicurezza Bellunese non prese mai forma. L’ambiguità degli obiettivi e la ristrettezza delle visioni sembrano aver sabotato il movimento resistenziale trentino. Alberto Vadagnini riporta che a fine 1944 Walter Pienagonda (“Rado”) scrive ad Andrea Mascagni che “il CLN trentino è bloccato da inerzie, beghe di partito, interessi personali, egoismi, invidie e da una visione troppo localista”. Bizantinismi morali che, secondo lo storico altoatesino Andrea Di Michele, si fanno evidenti nelle scelte postbelliche dell’SVP che, dovendo presentarsi come partito di raccolta etnico, accolse un po’ tutti, “dai più aperti oppositori al nazismo fino a coloro che vi avevano collaborato attivamente. Ciò significò anche tacere le voci degli ex resistenti in quanto scomodi testimoni di una profonda divisione che non si voleva mostrare verso l’esterno”.
Contraddizioni che, com’è noto, sono riemerse di recente in tutta la loro virulenza con il rifiuto del vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta di partecipare alle commemorazioni al lager di via Resia e con certe sue esternazioni che rivelano che lui considera l’incorporazione dell’Alto Adige nel Terzo Reich come un intervallo di libertà dall’occupante italiano. Dunque si rifiuta di riconoscere come un problema la deportazione e sterminio degli Ebrei residenti nell’area o la partecipazione ad un progetto efficacemente ricapitolato dalle considerazioni dei due massimi esponenti del nazismo, Martin Bormann, leader del partito nazista e segretario personale del Führer, e Adolf Hitler. Sul destino di milioni di Europei orientali: “Gli Slavi devono lavorare per noi. Quelli che non ci servono possono pure morire…La fertilità degli Slavi è indesiderabile. Possono usare contraccettivi o praticare l’aborto, più lo faranno meglio sarà. L’educazione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare fino a cento…ogni persona educata è un futuro nemico” (Martin Bormann, Memorandum, 1942). Sulle politiche demografiche del Reich: “Il soggiogamento di 350.000 Eloti da parte di 6000 Spartani fu possibile solo grazie alla superiorità razziale degli Spartani che a sua volta era il risultato di una preservazione razziale sistematica. Quello Spartano fu il primo stato razziale. La distruzione dei bambini malati, deformi e fragili dimostrava una grande dignità ed era mille volte più umana della patetica infermità dei nostri tempi che tiene in vita i malati cronici e impedisce la nascita dei sani tramite l’aborto e l’uso dei metodi anticoncezionali” (Adolf Hitler, 1928/1961). Più importante di tutto, per Ellecosta, è l’integrità dell’Heimat e la possibilità di tornare a parlare liberamente la propria lingua. L’etnia viene prima della libertà e della democrazia. Dall’altra parte c’è comunque chi, come Giorgio Holzmann, omaggia Ettore Tolomei, il campione della fascistizzazione e pulizia etnica dell’Alto Adige. Per entrambi, valgono le parole di Di Michele: “Io credo che su questio­ni così delicate e centrali non si debba transigere. Di fronte a una data che segna per tutti noi, italiani, tede­schi e ladini, la fine della dit­tatura e il ritorno alla demo­crazia, il riconoscimento de­ve essere esplicito e privo di ambiguità. Per questo, an­che nella nostra provincia, combatterono e morirono uomini sia di lingua italia­na che di lingua tedesca, ma­gari divisi sul destino che il Sudtirolo avrebbe dovuto conoscere dopo la guerra, ma consapevoli che la pri­ma cosa da fare era quella di dare il proprio contributo per sconfiggere le dittature. […]. Non è questione di essere italiani, tedeschi o ladini, ma di credere sinceramente nei valori della democrazia. Non ci possono essere ambi­guità nella condanna a fasci­smo e nazismo e va detto chiaramente che sono stati due Stati democratici, Italia e Austria, a trovare una so­luzione al problema sudtiro­lese” (Alto Adige, 28 aprile 2009).  
Quali dunque le cause della remissività, che a volte sconfinava nella duplicità, se non in un tacito e dissimulato collaborazionismo con l’orrore nazista da parte della popolazione trentino-tirolese? Ragioni storiche e politiche, certamente; la paura, comprensibilmente. Ma forse anche una sorta di “teutonofilia”, ossia il desiderio di essere tedesco, o come i tedeschi, o dalla parte dei tedeschi, a prescindere dai frangenti; e l’amore per tutto ciò che proviene dal mondo nordico, al punto da associare perizia tecnica e competenza morale e politica. Purtroppo quanto più un paese è ben organizzato, tanto più facile è sfruttarlo e tanto più arduo è trovare modi di interferire con gli obiettivi dell’occupante. In Trentino, la propaganda nazista si avvalse della stampa locale per lanciare il suo appello al tradizionale senso di lealtà e rispetto verso le istituzioni e l’autorità costituita, alla pazienza, concordia, disciplina, operosità, generosità, parsimonia, diligenza, sobrietà, cortesia ed allo spirito di sacrificio “tipicamente” trentini per garantire la pace sociale nelle retrovie alpine (Baggiani, 2010). Adolfo De Bertolini, nominato Commissario Prefetto dal Gauleiter Hofer, si era fatto interprete della diffusa volontà trentina di evitare il peggio e, nell’annunciare la costituzione del Corpo di Sicurezza Trentino, che indossava uniformi tedesche e doveva prestare un giuramento di fedeltà ad Hitler, ripropose alcuni dei motivi retorici più triti ma forse anche più rassicuranti per una popolazione angosciata: “Si tenderanno qui la mano i figli dei patrizi e quelli del popolo, i giovani avviati agli studi con quelli che devono guadagnarsi la vita con la forza delle loro braccia; tutti però animati da un medesimo slancio; quello di trovare in un lavoro disciplinato il fermento di una più utile esistenza, a vantaggio della collettività sociale. […]. Essa impedirà che la collettività provinciale possa essere sommersa da elementi estranei, conserverà al Paese la sua impronta locale tramandata dai padri; eviterà allo sfregio di quell’onesto costume che ha fatto in passato della gente trentina, più che un popolo, una famiglia”. L’allora vescovo di Trento, monsignor Carlo De Ferrari, una figura che non si distinse per audacia, nell’appello ai fedeli della Vigilia di Natale del 1943 li esortò a “proseguire sulla giusta via nella fede dei Padri che si tempra alle prove nell’austera disciplina che é obbedienza alle Autorità e alle leggi, per giungere così alla carità che é amor patrio e amore ai fratelli, secondo l’insegnamento di Paolo”. Il riferimento all’insegnamento paolino è quantomai significativo, perché ricorre frequentemente nei memoriali di chi denuncia le forme di collaborazionismo più o meno dell’Europa occupata dai nazisti. L’epistola ai Romani (13, 1-6) è di particolare interesse: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio”. Dietrich Bonhoeffer si interrogò a lungo sul senso e sulla validità di questo tipo di sollecitazioni in un mondo alle prese con un potere malvagio come quello nazista.
I partigiani non avevano dubbi: non esistono spazi per alcun compromesso con il Male ed un regime che stermina le popolazioni ed intende conquistare il mondo è l’incarnazione terrena del Male. Perciò il giudizio dei pochi partigiani trentini sulle presunte virtù trentine fu ben diverso: mentalità arretrata e reazionaria, clericalismo antimodernista, passività ed arrendevolezza, pavidità, scarsa lungimiranza, concretezza meschina ed ipocrita, chiusura mentale. Vi era la sensazione, peraltro non troppo distante dal vero, che la principale preoccupazione fosse quella di preservare la buona amministrazione, la coesione sociale ed un forte spirito comunitario, a qualunque costo. Come per tutta la storia trentina, le poche ribellioni non smossero più di tanto le acque e, nei fatti, i rapporti, i ruoli, la serialità dei comportamenti e delle relazioni rimasero quasi intatti ed immutati. In linea con l’antica tradizione secondo cui “il singolo era una creatura imperfetta che aveva bisogno della perfezione di una comunità per operare come cittadino” (Lo Preiato, 2009).
Maria Garbari (1984, p. 60) constata che lo scopo della retorica dell’occupante era quello di “associare il localismo con la visione della sicurezza, del benessere, dello starsene fuori dalla mischia, di evocare antiche tradizioni legate alla stabilità ed all’ordine: in nome di questo mondo fatto di conservazione e valorizzazione degli occupanti, si sarebbero potuti smussare alcuni angoli di frizione fra le popolazioni locali ed i nazisti ed evitare che la gente di montagna ed i contadini passassero nel campo dell’opposizione, magari attraverso la cerniera della chiesa e del clero minuto”. La Gleichschaltung nazista - allineamento coordinato e sincronizzato dell’intera società - fu senza alcun dubbio facilitato dalla tendenza locale ad esaltare il modello sociale ed amministrativo germanico e disprezzare quello italiano: “Sono questi dei luoghi comuni, che naturalmente solo parzialmente corrispondevano a verità, ma ebbero molto peso sulla mentalità locale e condizionarono senz’altro le scelte in certi momenti. Era difficile scindere l’ammirato stile di vita del mondo austro-tedesco dal nazismo di Hitler con i mezzi di informazione di cui allora si disponeva perlomeno nelle piccole comunità rurali, era difficile in quel momento ammirare il popolo tedesco e condannarne il regime del quale non si conoscevano ancora le atrocità (Palla, 2003, p. 219). Di conseguenza ogni forma di resistenza che mettesse a repentaglio lo spontaneo fluire della quotidianità era visto come il fumo negli occhi, “in quanto sinonimo in generale di disordine, di violenza gratuita, di rottura di tutte le regole e quindi del venir meno di ogni moralità e legalità” (Palla, ibidem).
Per ciò stesso i partigiani godevano di pessima fama ed erano assimilati a rubagalline, a briganti, a predoni che usavano gli slogan socialisti per appropriarsi della “roba” altrui. Invece il miraggio del completo autogoverno delle popolazioni autoctone giustificava ogni connivenza, costituendo “la più insidiosa, la più subdola, la più temibile delle prospettive che Franz Hofer è riuscito a far credere alla popolazione trentina nella prima fase del suo governo sulla regione, prima cioè di dare il via alla seconda fase che è stata quella della più feroce, efficiente, spietata repressione poliziesca” (Agostini & Romeo, 2002, p. 71). I Trentini non si lasciarono nazificare, come non si erano lasciati fascistizzare. Tirarono semplicemente a campare, attendendo l’arrivo degli Alleati. Ma è proprio il prevalere della filosofia del “Ha da passa' 'a nuttata” che rappresenta il trofeo più ambito per un esercito occupante: è sufficiente convincere la popolazione che se non ci saranno motivi di irritazione tutto si risolverà per il meglio e poi attendere gli effetti della Sindrome di Stoccolma, quella del rapito che si allea col rapitore contro i soccorritori, reintepretando in modo radicale la sua situazione, per difendere la sua psiche.
Diversa fu la reazione era la situazione in Alto Adige, dove molti video i nazisti come dei liberatori, tanto che vi trovarono rifugio ed assistenza, tra gli altri, persino dei mostri come Adolf Eichmann (al convento dei Francescani di Bolzano), Franz Stangl (Castel Labers), Josef Mengele (Vipiteno e Termeno), Gerda Bormann, la fanatica moglie di Martin Bormann (Merano) ed Erich Priebke (via Leonardo da Vinci, a Bolzano) (cf. Steinacher, 2010). Anche a questo proposito Francesco Comina scrive “pare che buona parte degli uomini sia senz’altro pronta ad adeguarsi ai poteri ed alle ideologie imperanti se ciò consente loro di perseguire i loro scopi e valori prettamente materialistici. Il mascheramento di tale comportamento con un folclore tinto di toni religiosi risulta fastidioso all’osservatore che viene da fuori e fa sì che gli spiriti più critici si allontanino da questa patria e dal consorzio culturale così pomposamente dichiarati” (2000, p. 11). Io credo che la sua valutazione del comportamento sudtirolese sia incompleta. Accanto ai motivi pratici ed al desiderio di continuare a vivere costi quel che costi, magari approfittando delle circostanze eccezionali per arricchirsi a spese degli altri, c’era un’adesione sincera ad un certo ruolo dell’individuo nella società. In Alto Adige, come in Trentino, gli individui erano “come organi in un corpo” (Lo Preiato, 2009). Non potevano esistere interessi qualitativamente differenti dei quali tener conto, in un quadro di riferimento assoluto in cui la sudditanza nei confronti del potere non poteva essere messa in discussione. “I cittadini erano sottoposti alla potestà di un padre sui figli con un obbligo di fedeltà assoluto, perpetuo e generale” (Lo Preiato, ibidem). Obbedire senza porsi troppe domande era considerata una virtù. E ciò dà conto del comportamento delle popolazioni locali che, come annota Armando Vadagnini, si dimostrò “priva di senso rivoluzionario”, “apatica”, “fredda e indifferente” (Di Michele / Taiani, 2009). Nel Bellunese, dove le autorità ecclesiastiche e civili erano apertamente critiche nei confronti del Terzo Reich, dove centinaia di partigiani emiliani erano affluiti per combattere sulle Alpi e dove permaneva la memoria della lotta contro il nemico austriaco, le cose andarono diversamente e la prospettiva localista non esaurì l’interpretazione degli eventi degli autoctoni. L’orientamento trentinistico riemergerà invece nel dopoguerra in seno all’autonomismo trentino, che ebbe due anime: una progressista e cosmopolita, sinceramente ispirata al federalismo di Carlo Cattaneo e di Altiero Spinelli, ed una più chiusa, localista e xenofoba. Di questa corrente faceva parte chi vedeva nell’unificazione con l’Italia la minaccia di “un progressivo decadimento economico, morale e culturale della nostra regione”, chi deplorava l’abrogazione delle “chiare leggi austriache che esercitavano una profonda distinzione del male e del bene” e “l’incontrollato afflusso dal sud di gente di ogni risma, pronta al raggiro e ad ogni mezzo di corruzione”. Il Movimento Separatista era addirittura pronto a riprendere in mano le armi nel 1945 qualora ci fosse stata la necessità di un’immediata azione di forza per richiamare l’attenzione internazionale (Baratter, 2009, p. 37).
La teutonofilia indusse molti ad anteporre a valori primari quali la dignità, l’onestà, il rispetto, l’attenzione verso il prossimo, il libero arbitrio, la compassione, la giustizia e la solidarietà, quei valori secondari come la diligenza, l’obbedienza, l’efficienza, la dedizione, la coesione e l’ordine che già godevano peraltro di uno status immeritato – se fini a se stessi – in questa regione. Immeritato perché le tradizionali virtù trentine o teutoniche sono virtù secondarie, funzionali al buon governo di una popolazione, non al buon governo delle coscienze. Vediamo perché. Giamblico di Calcide, rifacendosi a Pitagora, distingueva le virtù teoriche, che sono le virtù dell’anima che ha già abbandonato se stessa e si volge verso l’alto, dalle virtù civiche. Mentre queste riguardano la ragione che si dirige verso ciò che è inferiore a se stessa, le prime traggono origine dallo sforzo della ragione verso ciò che è superiore ad essa. Pur prescindendo dalle premesse metafisiche di Giamblico, ritengo che questa divisione tra virtù primarie e secondarie sia affatto plausibile.
Le virtù primarie comprenderebbero unità, armonia, pace, equilibrio, saggezza/sapienza, amore, fede, speranza, compassione, tenacia, calore umano, coraggio, umiltà, gratitudine, benevolenza. Quasi tutte queste virtù possono essere pervertite conducendo a: assimilazione, obbedienza supina, apatia, indifferenza, ordine, fanatismo, dipendenza psicologica, anticipazioni irrealistiche, manipolazione emotiva, rigidezza mentale, facili entusiasmi, sconsideratezza, auto-svalutazione, indebitamento perpetuo, sfruttamento.
Le virtù secondarie includono competenza, efficienza, senso del dovere, puntualità, lindore, diligenza, obbedienza, efficienza, dedizione, coesione, ordine, disciplina, parsimonia, utilità, mansuetudine, accuratezza, rapidità, prevedibilità, precisione, celerità, continuità, unità, rigorosa subordinazione, riduzione degli attriti, massimizzazione, ecc. Tutte qualità generalmente associate alle macchine. Sono utili per il vivere associato perché ci aiutano a vivere in maniera organizzata ed efficiente. Ma sono strumenti in vista di un fine e non devono diventare un fine in se stesse. In quel caso possono finire per formare gli anelli di una catena di male che termina in luoghi come Auschwitz. Infatti, essere un eccellente cittadino dotato di virtù civiche non significa essere un eccellente essere umano dotato di virtù umane. In molte società le due cose divergono. Riferendosi ai meriti di Danesi ed Italiani nel salvataggio di Ebrei durante l’Olocausto, Hannah Arendt, in “Eichmann a Jerusalem”, scriveva: “Ciò che in Danimarca fu il risultato di un autentico senso politico, una congenita comprensione dei requisiti e delle responsabilità della cittadinanza e dell’indipendenza…in Italia ebbe origine da una quasi automatica umanità generale di un popolo antico e civile” (Arendt, 2009). Questa generalizzazione va presa con le molle, perché le virtù italiane giacevano e giacciono in una matrice di vizi mal sopportabili, come il disordine, la disobbedienza, il menefreghismo, la malizia, la corruzione ed il pressappochismo che peraltro intralciarono, loro malgrado, la macchina dello sterminio. Resta però il fatto che la disumanità nazista si espresse al meglio proprio in quel sistema di virtù secondarie che sono da sempre esaltate da patrioti e riformatori sociali. A questo punto, prima di procedere, è bene ammonire il lettore a non identificare nazismo e “germanità”. Norvegia, Danimarca e Olanda sono nazioni nordiche che hanno dimostrato livelli di umanitarismo pari se non superiori a quelli italiani, mentre non dobbiamo mai dimenticarci degli eccidi commessi dagli Italiani, fascisti o meno, in Africa e nei Balcani e dalla prontezza con la quale molti Italiani hanno chiuso gli occhi di fronte alla sorte dei Sudtirolesi. È bene non indulgere nell’autostereotipizzazione degli “Italiani, brava gente”.
Lo storico Jonathan Steinberg (Steinberg 1997) ha evidenziato l’uniformità della brutalità nell’esercito tedesco, la virtuale assenza di espressioni di umanità nella corrispondenza privata e nei documenti pubblici. Non si parla mai di esseri umani (Menschen), ma solo di materiale, forniture, roba. Apparentemente tra le mansioni del soldato tedesco non era contemplato il comportarsi umanamente: termini come morale ed etico non trovavano posto nei manuali degli ufficiali. Invece i soldati italiani facevano riferimento alle virtù cristiane in pubblico ed in privato, al retaggio dei codici di condotta cavallereschi, mostrando una forte consapevolezza dei dettami dell’onore ed un impegno a proteggere i deboli e gli oppressi. Perché una tale divergenza tra due paesi che appartengono alla medesima tradizione europea? Jonathan Steinberg ipotizza una biforcazione nella concezione stessa dell’umano e cita l’autore satirico Kurt Tucholsky che, nel 1928, scrisse un brillante pamphlet intitolato “Das Menschliche” (l’umano) in cui spiegava che “Das Menschliche” è un qualcosa che altrove è auto-evidente ma non in tedesco, dove rischia spesso di decadere nella categoria di “ciò che è al servizio” o, peggio ancora, di “ciò che è una cosa”. Tucholsky concludeva che questo è ciò che rende la mentalità tedesca così difficile da far intendere altrove. Nella Germania del tempo – ossia quella che stava per cedere alla seduzione nazista, non esistendo una Germania eternamente nazificabile – l’umano era strettamente associato al disordine, all’impertinenza, al caos incontrollabile…”das Menschliche” è tutto ciò che rimane dopo che il danno è fatto”. Come antropologo devo obiettare ad ogni essenzializzazione di una cultura così ricca e variegata. È evidente che milioni di Tedeschi, anche sotto il nazismo, non smarrirono i sentimenti umanitari. Ma non c’è alcun dubbio che la teologia politica nazista aveva come fine prioritario quello di de-umanizzare i nemici e robotizzare i seguaci, o per meglio dire adepti (perché di veri e propri fedeli parliamo, non di simpatizzanti), magnificando le virtù secondarie ed emarginando quelle primarie, le uniche che potevano interferire con i piani hitleriani.
A me pare che Emmanuel Levinas abbia colto con estrema acutezza e perspicacia la vera essenza del nazismo. Riporto qui di seguito una lunga citazione tratta da “Emmanuel Levinas” di Giuliano Sansonetti e che concerne la libertà dello spirito rispetto alla materia, un pilastro del pensiero filosofico occidentale (ma anche orientale): “Tale libertà si esprime nell’estraneità dell’anima che, senza comportare una fuga dal mondo, si distanzia da esso fondando così la propria trascendenza. È questa libertà sostenuta dal cristianesimo ad aver ispirato i movimenti profondi della storia, anche quelli, come il marxismo, che si sono posti in alternativa al cristianesimo. Rispetto a tale tradizione, l’hitlerismo costituisce una vera e propria rottura, un radicale rovesciamento di prospettiva. Lo specifico di questo movimento infatti Levinas lo individua nell’incatenamento dello spirito al corpo, per cui il biologico, con tutto ciò che comporta di fatalità, più che un oggetto della vita spirituale, ne diviene il cuore. Donde le misteriose voci del sangue, i richiami dell’eredità e del passato, ai quali il corpo serve da enigmatico veicolo. Ne deriva che l’essere dell’uomo non è più nella libertà ma in una specie d’incatenamento. Sul piano dei rapporti sociali, non è l’accordo libero della volontà a costituire l’elemento unificante, bensì la consanguineità, per cui se la razza non esiste, bisogna inventarla. Ogni comunione di spiriti che non sia fondata sulla consanguineità non può che apparire sospetta. Anche questa idea ha bisogno di affermarsi come universale, ecco allora che il razzismo deve far posto all’idea di espansione; quest’idea, però, a differenza delle altre, non lascia la libertà di accoglierla o meno, ma si trasforma in politica di potenza. Con l’hitlerismo, in sostanza, non è messo in discussione questo o quell’aspetto della civiltà occidentale, ma l’umanità stessa dell’uomo” (Sansonetti, 2009, pp. 42-43). Il nazismo è prima di tutto la negazione della dignità, la principale virtù umana, che dipende dalla capacità dell’individuo di continuare ad essere un soggetto dotato di volontà, di autogovernarsi, un attributo che si applica ai singoli esseri umani, non alle collettività. La seconda virtù primaria negata dal nazismo è quella della giustizia che, secondo Simone Weil, consiste nel comportarsi esattamente come se ci fosse uguaglianza quando uno è più forte in un rapporto diseguale. Per Pitagora il principio di giustizia determina la relazione reciproca e bilanciata tra eguali e deve stare alla base di ogni attività umana. È l’incontro di mutualità e giustizia che genera l’altra virtù primaria che è l’uguaglianza. Un’ulteriore virtù primaria oggetto delle attenzioni naziste è la mitezza, che Bobbio definiva “la più impolitica delle virtù” e che non va confusa con la passività mansueta. Sempre per Bobbio, il mite non è remissivo davanti alla soperchieria, anzi è baluardo contro l’arroganza (l’opinione eccessiva di sé che giustifica la sopraffazione), la protervia (l’ostentazione dell’arroganza) e la prepotenza (l’abuso di potere ostentato e praticato). Come William Blake, Bobbio era fautore di una civiltà fondata sulla dolcezza e sulla “parte migliore dell’io”, anatema per ogni autentico nazista.
I nazisti avevano una valida ragione a sostegno delle loro pretese: l’inesistenza di una morale obiettiva. In un mondo in cui ha valore solo ciò che è misurabile e computabile non possono esistere valori spirituali che non necessitino di una qualche giustificazione razionale. La scienza nazista era perfettamente in grado di avvalorare le intuizioni del Führer, se necessario anche falsando i dati. C’erano dei fatti che la scienza tedesca sotto il nazismo aveva il compito di tradurre in dogmi utili al riformismo politico hitleriano. L’esistenza della razza, la perpetuazione del genotipo (allora si chiamava plasma germinale) dai primordi fino al Terzo Reich, la determinazione genetica del temperamento e delle facoltà intellettuali, la causazione naturale della Storia e dell’evoluzione sociale. Questi erano tutti fatti “scientificamente dimostrati”. Essi comprovavano implacabilmente la validità della teoria dell’Ahnenerbe (eredità ancestrale), che definiva l’individuo e la sua spiritualità come il mero epifenomeno di linee genealogiche perpetue. In pratica i tratti caratteriali e le facoltà intellettive di ogni individuo erano il portato di un lungo processo di trasmissione del patrimonio germinale a partire dai suoi antenati, processo che non poteva essere influenzato da alcun fattore ambientale. Secondo questa teoria le popolazioni e le razze sarebbero fasci di linee germinali e gli esseri umani anelli di una catena genealogica millenaria che determinerebbe chi siamo, in cosa crediamo e come agiamo.
Questo sistema di coordinate faceva sì che le virtù preferite dai nazisti trovassero un ancoraggio nella Natura – trasformata in un idolo da venerare e in un agente cosmico schierato dalla parte del Terzo Reich –, e quindi nell’evoluzione universale. La spiritualità materialista dell’hitlerismo implicava il collettivismo identitario e quindi il rigetto di ogni concettualizzazione degli individui quali soggetti autonomi ed indipendenti. Questa logica classificatoria imputava a tutti i membri di una razza, ad esempio gli ebrei, le colpe di alcuni ed attribuiva a tutti gli ariani i meriti di alcuni presunti ariani. Vi era poi la pretesa che chi fosse stato identificato come membro di una razza dovesse allinearsi alle pratiche e prescrizioni ad essa associate, accettando l’appiattimento della sua identità sulla categoria bio-sociale assegnatagli fin dalla nascita. Il danno in termini di dignità umana e realizzazione delle proprie potenzialità si estendeva anche al nazista, che non si rendeva conto di sconfessare la propria individualità e di condurre un’esistenza moralmente parassitaria, a rimorchio della sua razza ed ideologia di riferimento, narcisisticamente convinto di condividere le virtù del Volk e del Geist. Questo senso di impeccabilità e di intangibilità morale è alla base del comportamento osservato e denunciato dal grande alpinista Tita Piaz in Val di Fassa nel periodo dell’occupazione nazista (Palla, cf. Di Michele/Taiani, 2009): “Due giorni fa si flagellò uno di Campestrin perché non voleva ammettere di essere ebreo! Pare che la civilizzazione presso certi popoli sia passata attraverso i secoli senza lasciar traccia di sé. Se le cose venutemi a conoscenza questi ultimi tempi mi fossero state raccontate alcuni mesi fa mi sarei decisamente rifiutato di crederle non foss’altro che per rispetto della natura umana. Ma dunque siamo ritornati ai primordi della vita, retrocesso nel tempo delle scure profondità dell’essere? E l’uomo immagine di Dio dov’è ora?” (p. 349). E ancora, riguardo al mercanteggiamento dei beni delle vittime da parte delle guardie: “Capisco come i soldati romani abbiano diviso le misere vesti di Cristo che era un ribelle estraendole a sorte, ma non riesco a trovare una scusa per questi miserabili pigmei e questi quadrati egoisti che non arrossiscono punto di vendere il più piccolo favore al miglior offerente, che speculano sulle sventure delle vittime che sono loro fratelli” (p. 352). È interessante notare che Piaz impiega il termine “fratelli”. Nessun aguzzino avrebbe mai visto nell’altro un fratello, che è invece un concetto centrale dell’etica umanistica e cristiana.
Chi sostiene l’etica umanista-cristiana tanto aborrita dai nazisti ritiene che le virtù primarie ed i valori centrali definiti dalle carte costituzionali non abbiano bisogno di una qualche giustificazione razionale o di un ancoraggio naturalistico-evolutivo. Ritiene che non sia davvero necessario dimostrare scientificamente l'utilità di amore, amicizia, familiarità, comunanza, collegialità, fraternità, buon vicinato, dignità umana e solidarietà. Che per i diritti umani non siano richieste verifiche di autenticità e che principi ed intuizioni extra-scientifiche non siano il prodotto di superstizioni o di emozioni inaffidabili ma di semplice buon senso. Torniamo a toccare il nodo irrisolto del senso ultimo dei nostri ragionamenti morali. Possiamo fare a meno di ricercare in motivazioni che eccedono la nostra umanità le ragioni per comportarci decentemente, equanimemente ed affettuosamente nei confronti del prossimo? Dobbiamo chiedere a Dio o alla Scienza di spiegarci perché non si debbano fare certe cose? Oppure siamo giustificati nel sostenere che la madre di tutte le regole, “tratta gli altri come loro vorrebbero essere trattati”, esaurisce ogni discussione in merito al perché ed al percome uno debba agire in un modo piuttosto che in un altro? Personalmente credo che sia questo il caso e che la nostra umanità ci obblighi ad intervenire quando ci si chiede di alleviare le sofferenze altrui. Rimarranno comunque persone che non la riterranno un’argomentazione soddisfacente e vorranno risalire ancora più a monte, sostenendo magari che quelle centrate sull’empatia ed il buon senso (intuizioni morali) siano confuse pretese argomentative e che la comune condizione di vulnerabilità della nostra specie – nell’infanzia, nella malattia e nella senilità – non possa dar conto dell’esistenza dei sentimenti del rispetto, della gentilezza, dell’amore e della compassione. Questi critici sono liberi di pensare come credono, a patto che non cerchino di imporre all’intera collettività il loro riduzionismo epistemologico ed etico.

sabato 22 ottobre 2011

Michael Seifert e Adolf Eichmann – il male non è mai banale





Ho trascorso un anno della mia vita a Vancouver e in almeno un paio di occasioni mi sono recato nel quartiere dove risiedeva Michael “Mischa” Seifert, il boia del lager di Bolzano, senza esserne consapevole. A dire il vero, a quel tempo ero convinto che quasi tutti i nazisti in fuga si fossero rifugiati in Sudamerica e negli Stati Uniti, se potevano tornare utili al governo americano nella lotta al comunismo. Che uno di loro (forse più di uno?) potesse risiedere anche a Vancouver, a circa sei chilometri da casa mia, non mi aveva mai attraversato l’anticamera del cervello.
Seifert è morto nel carcere militare casertano di Santa Maria Capua Vetere, nel 2010, mentre scontava una condanna all’ergastolo per l’uccisione di 11 internati nel campo di transito di Bolzano (Polizeilisches Durchgangslager Bozen), tra il dicembre del 1944 e l’aprile del 1945 quando lui, ucraino, serviva il Reich con la divisa delle SS, prima di rifugiarsi in Canada, dopo la sconfitta. Ecco come lo descrive un ex-internato, Alfredo Poggi: “Stupratore ed assassino di donne incinte, torturatore, sadico seviziatore. Un vero e proprio mostro che trovò nel nazismo il suo habitat naturale. La difesa della democrazia da ogni arbitrio totalitario è un baluardo contro questi mostri, è un dovere morale ma anche una forma di autodifesa. L’alternativa alla democrazia è una giungla di mostri in libertà, assoldati per fare il lavoro sporco, in virtù di un loro terribile handicap – l’assenza di empatia – che si dimostra particolarmente utile in un sistema che vede nella naturale empatia della maggior parte degli esseri umani un ostacolo e non la promessa di un futuro migliore. Questo è quel che succede quando la democrazia si estingue” (Giorgio Mezzalira e Carlo Romeo, 2002, p. 65). Altre figure ripugnanti erano quelle di Albino Cologna, un ex alpino infieriva su tutti con il vigore di chi doveva dimostrare di non essere cedevole come gli Italiani che ora combattevano contro l’ex alleato e il maresciallo tirolese Hans Haage che, a detta di un testimone, “quando si trattava di ordinare o di dare bastonature, restava imperturbabile come chi sa di compiere soltanto un dovere: sorvegliava la triste faccenda per vedere se tutto era compiuto secondo gli ordini e se per caso l'esecutore dimenticava un colpo di verga, egli tranquillamente si avvicinava, prendeva il bastone che era anche di legno fasciato di filo di ferro e dava lui il colpo dimenticato. Poi come se si alzasse dal suo tavolo, si voltava e senza alcuna commozione per i lamenti dei feriti ci guardava e se ne andava sereno e tranquillo”.
Un male tutt’altro che banale, un male deliberato, risoluto, radicato.
Non era di questo avviso la filosofa tedesca Hannah Arendt che, in una lettera a Jaspers datata 4 marzo 1951 (cf. Stella, 2006, p. 58), scriveva: “Penso che il male non sia un male radicale che va alle radici; penso che il male non abbia profondità e che questa sia la vera ragione per cui è così terribilmente complicato pensarlo, poiché il pensare, per definizione, vuole andare alle radici. Il male è un fenomeno di superficie. Non è radicale, è invece semplicemente estremo. Noi resistiamo al male non scivolando sulla superficie delle cose, ma fermandoci e iniziando a pensare, cioè raggiungendo una dimensione altra dell’orizzonte della vita quotidiana. In altri termini, quanto più si è superficiali, tanto più allegramente si sarà a disposizione del male. Un esempio di questa superficialità è l’uso di frasi fatte, ed Eichmann era un esempio perfetto”. Qualche anno più tardi, nel 1964, in una lettera al teologo ebraico Gerhard Scholem (Cf. ibidem, p. 62) precisava: “ho cambiato idea e non parlo più di "male radicale". […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai "radicale", ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso "sfida" […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità". Solo il bene è profondo e può essere radicale”.
Io penso che questo equivoco – la sottovalutazione della radicalità del male e la sopravvalutazione della propria disposizione al bene – sia all’origine dell’incapacità umana di compiere il vero bene. Quasi nessuno reputa di compiere il male, anche quando lo fa. Quasi nessuno è in grado di capire le ragioni dell’altro, quando è un nostro antagonista. Quasi nessuno è capace di uscire dal proprio egocentrismo e mettersi veramente nei panni altrui, attribuendo al nostro prossimo una pari dignità. Date queste premesse della natura umana, il nostro male non potrà mai essere superficiale e il nostro bene sarà molto spesso equivoco, se non malevolo, anche quando siamo certi di comportarci altruisticamente. Si va dal volontario che non ammette di assistere gli altri per riempire un proprio vuoto interiore e che quindi sfrutta la situazione tanto quanto l’assistito, al comandante del campo di sterminio che va a dormire turbato perché le circostanze non gli hanno permesso di “smaltire” la sua quota giornaliera di Ebrei e si sente di aver tradito Hitler, la patria, i suoi commilitoni e l’umanità tutta (“che, se sapesse quanto sono pericolosi questi Ebrei, gli mostrerebbe una doverosa gratitudine”).
Vogliamo provare ad identificare alcuni tratti comportamentali di una persona che potrebbe definire malvagia? L’assenza o la carenza di empatia, il narcisismo, la megalomania, l’attitudine a mentire e manipolare il prossimo, l’incapacità di provare scrupoli e rimorsi, la superficialità emotiva, l’irresponsabilità, la misantropia, l’aggressività (anche verso animali e l’intero ecosistema), la mancanza di autocontrollo, l’avidità, la superbia, il fanatismo (l’ipermoralismo), la pretenziosità, l’invidia, il parassitismo. Una persona che ottiene punteggi mediamente alti in questi attributi può essere considerata malvagia, a mio parere. Immagino che la specie umana possa essere distribuita lungo uno spettro continuo che va dall’antitesi a questa costellazione di proprietà (l’occasionale santo o mistico) fino alla loro massima espressione, che si riscontra negli psicopatici. Anche gli psicopatici si differenziano tra loro. Ci sono psicopatici violenti e senza controllo, che finiscono in carcere e psicopatici disciplinati che hanno successo in vari ambiti sociali, dall’imprenditoria all’assistenza ospedaliera o la cooperazione con il Terzo Mondo, ossia ovunque ci siano prede vulnerabili. Alcuni sono ipermoralisti, diventano inflessibili, puntigliosi: seguono pedissequamente le ricette morali come chi è alle prime armi tra i fornelli. Questo perché non vogliono che qualcuno capisca che sono privi di morale, a volte non lo ammettono neppure con loro stessi.
Non è una condizione invidiabile quello dello psicopatico e ancor meno lo è quella delle loro vittime. Ma in nessuno caso si può parlare di male banale. Come può essere banale un male che disconnette dalla realtà, intorpidisce moralmente, assopisce l’empatia, spinge a mettere sempre e comunque il proprio utile davanti a tutto il resto? Impoverimento morale, durezza di cuore, la disattivazione del discernimento morale, l’incapacità di sentire anche quando uno ha orecchi per sentire, di vedere pur avendo occhi per vedere, una coscienza paralizzata che diventa patologia sociale, nella direzione di una completa de-moralizzazione della vita umana nella società. Che esistenza miserevole ed abietta è questa? Definirla banale è indice di scarsa compassione e comprensione per chi vive in questo modo, anche se è convinto che esso sia l’unico modo accettabile, l’unico modo possibile. Sono persone che si comportano, letteralmente, come mostri, distruggendo le vite di chi li incrocia, ma un briciolo di empatia dovrebbe suggerirci che non hanno scelto loro di essere così, a meno che non esistano anime che possono selezionare la propria reincarnazione, ma non è su questa incerta base che si fonda un sistema morale.
Non ci può essere una genuina moralità se manca la capacità della mente di separarsi da se stessa ed osservare le sue operazioni dall’esterno e non c’è comportamento etico senza attenzione. L’empatia, ossia l’amore impersonale è il legno, l’attenzione è la scintilla. Su questo punto Hannah Arendt aveva ragione: Eichmann non aveva né l’una né l’altra e “la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata ad un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro” (Arendt, 2009). Eichmann era come l’Americano Tranquillo protagonista di un eccellente romanzo-denuncia di Graham Greene scritto negli anni Cinquanta, quando l’autore era già in grado di prevedere gli esiti funesti del coinvolgimento statunitense nel Vietnam, allora una colonia francese che lottava per la sua indipendenza. Il tranquillo cittadino statunitense in questione è Alden Pyle, all’apparenza un medico volenteroso e posato, che si rivela poi essere uno zelante (e spietato) agente della CIA, disposto a massacrare decine di innocenti in nome della causa anti-comunista. Qui mi interessa soprattutto riproporre la caratterizzazione che Greene imprime al suo personaggio. “Non era capace di immaginare il dolore o il pericolo per se stesso, allo stesso modo in cui non riusciva a riconoscere negli altri il dolore che causava loro” (Greene, 1983, p. 63); “mi accadde diverse volte di scorgere nei suoi occhi un’espressione di dolore e disappunto quando la realtà non corrispondeva alle idee romantiche che si era fatto, o quando qualcuno che amava o ammirava non riusciva a dimostrarsi all’altezza dei suoi inarrivabili standard” (p. 75); “sarà sempre innocente, e non si può dare la colpa ad un innocente, perché sono sempre incolpevoli” (p. 183). Greene, però, non si permetterebbe mai di definirlo banale. Pyle è così abile da ingannare persino se stesso, razionalizzando il male che fa, ed usando la sua attenzione nei confronti del mondo in modo altamente selettivo, per rimuovere la consapevolezza della sua responsabilità nelle conseguenze più spiacevoli delle sue azioni. Chi ha visto il film tratto dal libro di Greene si ricorderà forse la scena in cui l’ottimo Brendan Fraser, nei panni di Alden Pyle, si pulisce con nonchalance il pantalone dal sangue che ha causato l’attentato terroristico da lui stesso orchestrato. Solo l’attenzione può liberarci dalla schiavitù dei nostri pregiudizi, emancipando il corpo e la mente dalle brame, desideri ed impulsi infantili e soprattutto dalla necrofilia, intesa in senso più ampio, come l’aspirazione più o meno consapevole ad una condizione di quiete, inattività, inorganicità, morte, l’inclinazione a ripiegarsi su di sé che promette un senso di pace fetale e che esiste in tutti noi. Freud lo chiamava Thanatos, istinto di morte, contrapponendolo a Eros, la biofilia. Questa contrapposizione deriva dall’autocoscienza. L’uomo è nella natura ma al tempo stesso la trascende, ne è prigioniero, ma è anche libero. È un’anomalia, né carne né pesce. È uno straniero nel mondo, un nomade e subisce l’estenuante impatto psicologico di questa estraneità, come ogni forestiero. Può scegliere di affrontare la sua ambivalenza, accettandola, oppure può cercare di scappare, come gli gnostici e gli asceti, che odiano la materia, o come i panteisti, che invece la amano ed anelano la fusione con essa, al punto da essere disposti ad eliminare ciò che li tormenta, l’intelletto e l’autocoscienza. È, ci spiega Erich Fromm in tante sue opere, la regressione all’esistenza animale, allo stato di pre-individuazione, il tentativo di eliminare ciò che è specificamente umano. La frustrazione per il proprio fallimento – la regressione è virtualmente impossibile – produce una violenza compensativa, il sostituto patologico della vita che ci fa sentire meno passivi, più padroni delle nostre circostanze (la volontà di potenza). Se non posso regredire io, farò in modo che tutto ciò che mi circonda sia trasformato in una cosa, in un oggetto inanimato, che potrò dominare a mio piacimento, come Michael Seifert, lo straniero alienato che trasforma l’essere umano in una massa organica e l’organico in inorganico. Fromm ci spiega che spargere sangue ci fa sentire vivi e potenti e chiarisce che non è la violenza dell’inettitudine, ma di chi non si è emancipato dal cordone ombelicale di Madre Natura. Essere uccisi è l’unica alternativa logica all’uccidere e, paradossalmente, riafferma il bisogno di trascendere questa vita inappagata. È questa sindrome che ci rende malvagi, distruttivi e disumani. In noi convivono le due inclinazioni. In alcuni è più forte l’una (necrofilia) in altri l’altra (biofilia), ma queste possono alternarsi in varie fasi della vita. L’importante sarebbe mantenerle in equilibrio, evitando gli estremi di chi soffoca la vita per proteggerla e di chi la uccide per trascenderla. In entrambi i casi il problema nasce dalla paura di non riuscire a tenerla sotto controllo, di non sapere che fare di noi stessi e delle nostre contraddizioni. Eichmann ama la vita ariana ed è disposto ad uccidere quella giudea, se ciò può avvantaggiare la vita giusta, la vita vera, la vita come la sua (apice del narcisismo: la vita a sua immagine e somiglianza). Se è ossessivo e pedante, come ogni necrofilo, lo fa per quella che giudica una giusta causa.
Eppure non siamo ancora giunti ad una vera spiegazione di questo fenomeno. Lo psicologo sociale tedesco Harald Welzer ci aiuta a scavare ancora più in profondità (Welzer, 2004). Siamo abituati a credere che i nazisti abbiano ritenuto di essere malvagi, ma se invece non avessero violato il loro codice morale e avessero creduto di agire in accordo con le più nobili aspirazioni ed inoppugnabili principi? Se proprio la convinzione di agire moralmente avesse consentito di compiere il male senza provare alcuna ripugnanza, ma anzi orgoglio ed una coscienza pulita?
Welzer osserva che i nazisti hanno fatto quel che hanno fatto precisamente perché la loro impressione era quella di aver conservato intatto il loro codice morale: a mali estremi, estremi rimedi. Nel Terzo Reich un gran numero di Tedeschi aderiva ad un codice morale che invece di condannare l’omicidio lo autorizzava, anzi, lo esigeva, assieme alla persecuzione e degradazione di altri popoli (non solo quello ebraico). Uccidere era giusto, necessario e quindi era un valore positivo, questo perché se la gente percepisce come reale una certa situazione, le conseguenze di questa situazione saranno reali. In altre parole, ciascuno di noi non vede la realtà com’è, ma come il suo cervello (coscienza) gli permette di vederla. Per questa ragione tendiamo sempre a confondere la nostra mappatura della realtà con la realtà stessa, ossia i nostri desideri, paure e pregiudizi con i fatti. Di conseguenza ci è possibile agire in buona fede anche quando commettiamo il male. Il che non ci rende meno colpevoli di quel che facciamo, visto che, stando così le cose, dovremmo sottoporre le nostre idee ad un costante scrutinio, se non vogliamo che esse si impadroniscano di noi. I nazisti non solo non lo fecero, spinti dalla necessità di sfuggire al sospetto di essere dalla parte del torto, ma anzi accolsero come oro colato qualunque affermazione del regime che rafforzasse la loro convinzione di essere persone moralmente integre ed uccisero con maggiore vigore proprio perché ogni assassinio giustificava quelli precedenti. Furono liberati da questa smania omicida solo dal crollo del Terzo Reich e del suo paradigma ideologico. Ma alcuni non riuscirono mai ad emanciparsi dalla gabbia dottrinaria nazista, perché ciò li avrebbe posti di fronte alla realtà della loro mostruosità. L’estremismo, in fondo, è un buco nero, quando le azioni che si compiono non consentono più di tornare indietro: esiste un punto di non ritorno oltre il quale la verità va negata in ogni modo se si vuole continuare a vivere con se stessi (Sabini & Silver, 1998).
Così Franz Stangl, comandante austriaco dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka, aveva adottato come massima di vita: “ciò che è giusto deve continuare ad essere giusto”. Il fatto di sterminare popoli non era un problema, il suo problema era che nessuno lo considerasse una persona ingiusta, insincera, scorretta, ecc. Lui si percepiva e voleva essere percepito come un uomo di sani principi, equanime, imparziale, efficiente e disponibile, andando anche oltre i suoi doveri professionali. Per lui consentire ad un prigioniero di far morire suo padre in un ospedale del lager piuttosto che in una camerata era il gesto di un uomo buono, che meritava la gratitudine del prigioniero: “non c’è bisogno che lei mi ringrazi, ma se lo vuole fare, lo può certamente fare” (Welzer, 2004). Stangl raccontò questo aneddoto per dimostrare ai suoi accusatori che era rimasto un uomo integerrimo ed umano, qualcuno che era perfettamente in grado di chiudere un occhio davanti al regolamento, se così facendo poteva compiere un gesto altruistico. Questo atteggiamento è solo apparentemente insensato e non è certo banale, anzi. Come abbiamo detto in precedenza, esiste in tutti noi una fortissima riluttanza a considerarci malvagi. Anche il criminale più efferato vuole che gli altri lo giudichino umano, non vuole sentirsi completamente escluso dal consorzio umano, ha bisogno di reputarsi sostanzialmente decente, nonostante tutto. Solo lo psicopatico non si cura del giudizio altrui, se non nella misura in cui un’impressione positiva può agevolare le sue manipolazioni. La conclusione di Welzer è che lo sterminio non sarebbe stato portato a termine da perpetratori amorali. Degli psicopatici saranno sicuramente stati coinvolti ad ogni livello ed avranno anche fornito un contributo determinante, ma una tale organizzazione ed efficienza richiedeva anche personale moralmente votato alla causa e non si può ridurre il tutto a disfunzioni cerebrali innate o indotte nel corso della crescita.
Il fatto è che chi compie il male è quasi sempre convinto di fare il bene ed il peccato è l’orgoglio di chi identifica il proprio tornaconto con la volontà di Dio o le leggi di natura: “so cosa farebbe Dio se fosse al mio posto”, “so come Dio giudicherà queste azioni”. Come si suol dire, il fanatico è uno che fa ciò che ritiene che Dio farebbe se fosse veramente al corrente di come vanno le cose quaggiù.
A questo punto possiamo tornare finalmente ad Adolf Eichmann che era un burocrate privo di idee, come pensava Arendt, ma un fanatico dominato da certe idee, al punto da distorcere la realtà per farla combaciare con i suoi desideri (Cesarani, 2006). Al punto da organizzare lo sterminio di un nemico assoluto che, come spiega efficacemente il filosofo politico Luigi Alfieri “è malvagio già nel suo mero difendersi, è portatore di male già semplicemente perché non vorrebbe morire. I buoni dovrebbero poter essere soltanto carnefici. […]. Il nemico non è un più un nostro pari, con cui confrontarsi in una violenza equilibrata e in qualche strano modo ancora ragionevole, ma, essendo portatore di male assoluto, deve subire il male assoluto. È lui l'ostacolo che impedisce agli uomini di essere tutti buoni, tutti felici, tutti belli, tutti nobili, tutti grandi, tutti immortali: dunque non basta combatterlo e sconfiggerlo, bisogna annientarlo. Perciò la forma “ideale” e paradigmatica di una “guerra” di questo genere è quella in cui il nemico non si può difendere, quella della caccia all'uomo” (Alfieri, 2003, p. 193).
Tale è l’alienazione di Eichmann dalla realtà che un giorno arriva a lamentarsi dei casi della vita con un prigioniero ebreo di nome Storfer, che conosceva molto bene prima della guerra che è andata male: “che sfortuna incontrarsi in queste circostanze”, commenta. Come se entrambi avessero in fondo gli stessi fini e gli stessi ruoli e valori. Come se fossero stati scritturati per le rispettive parti e dovessero seguire il copione, senza poter fare altrimenti, perché questa era la volontà di poteri al di fuori della loro comprensione e controllo. Come se la responsabilità per la presenza di Storfer in quel luogo non fosse sua. Anche in questo caso, però, non c’è nulla di banale. Eichmann era sionista già dal 1933, era cioè un fautore del contro-esodo degli Ebrei europei verso la Palestina. Nel 1939 ordinò di punire severamente chiunque profanasse la tomba di Theodor Herzl, padre del sionismo, a Vienna. Era presente alla trentacinquesima commemorazione della sua morte, lo stesso anno. Frequentava le librerie ebraiche e studiò un po’ di yiddish. Si recò in Palestina e confidò a degli Ebrei che: “se fossi stato un ebreo, sarei diventato un fanatico sionista. Non riesco ad immaginare di poter essere altro. Sarei stato il più zelante sionista che si possa immaginare”. Li ammirava e li odiava. Era un uomo con una precisa missione, non certo un comune funzionario. Le sue erano frasi di circostanza rivolte a se stesso, non a Storfer. Ciò che contava era che gli altri dipendessero da lui, che con la loro sofferenza e morte fornissero una prova irrefutabile del suo potere su di loro. Freud la chiamava Bemächtigungstrieb, pulsione di dominio e ne sottolineava il carattere non-sessuale. La vedeva all’opera nella crudeltà infantile: l’individuo aspira a realizzare la sovranità totale allo scopo di riaffermare il proprio io.
Anche le sue credenze dimostrano che Eichmann era una figura fuori del comune. Era un panteista ossia, nel gergo nazista, un Gottgläubiger, uno che non giura sulla Bibbia ma ad un Creatore che corrisponde al “movimento dell’universo”. La sera prima dell’esecuzione spiegò al suo confessore, il pastore evangelista William Hull: “nella mia concezione, Dio, per via della sua onnipotenza, non è un punitore, non è un Dio irato, ma piuttosto un Dio che abbraccia l’intero universo, l’ordine nel quale sono stato collocato. Il suo ordine regola tutto. Tutto l’essere e il divenire – incluso me – è soggetto al suo ordine” (Cesarani, op. cit.). Come per i suoi camerati panteisti, così per lui l’uomo è insignificante, e non c’è alcuna imposizione di vincoli morali e responsabilità globali. Il Dio-nella-natura di Eichmann era talmente potente che tutto era già prestabilito e quindi l’individuo non aveva né libero arbitrio né responsabilità. L’Ordine era un qualcosa di mistico, vasto, una potenza superna, sovrumana alla quale si doveva obbedire. Al processo gli chiesero se provasse alcun rimorso: “Il rimorso è una cosa da bambini”. E lui i bambini ebrei li picchia a morte, come quello che si era permesso di rubare un paio di pesche dal suo giardino a Budapest. Rivela al suo subordinato von Wisliczeny, tutt’altro che banalmente, che: “Mi contorcerò per le risa nella mia fossa, perché avere sulla coscienza la morte di sei milioni di ebrei mi dà un’incomparabile soddisfazione”.
Condannato, richiede il permesso di impiccarsi da solo. Riferisce al processo che già nel gennaio di quell’anno, prima di essere catturato, era stato informato del fatto che avrebbe subito un processo e che non avrebbe raggiunto i 65 anni di età. Per questo afferma: “Sapere questo mi spinge a informarvi di tutto quel che so su di me, senza alcun riguardo per la mia persona, che non ha più alcuna importanza ai miei occhi”. Nel suo memoriale, compilato durante il processo, a Gerusalemme, e mai pubblicato, scrive di sentirsi alienato da questo mondo: “Mi sto progressivamente stancando di vivere come un viaggiatore anonimo tra due mondi” (p. 133). L’incipit del suo memoriale è emblematico: “Il 19 marzo del 1906, alle cinque di mattina, a Solingen, ho fatto il mio ingresso nella vita nella forma di una creatura umana” (Als ein Menschenkind, trat ich am 19. März 1906 in das Leben). Il giornalista olandese Harry Mulisch non è d’accordo: “Non è un vero essere umano, si limita a prendere l’aspetto di un essere umano. É un essere umano differente”.
Non si sente colpevole né davanti alla legge, né davanti alla sua coscienza. Crede nella reincarnazione e quindi non si autocompatisce. Il 15 agosto del 1961, trentesimo anniversario del suo fidanzamento con Vera, sua moglie, nel memoriale Eichmann scrive: “La morte non è peggiore della vita, e migliaia di vite ci attendono dopo la nostra”. Più oltre, integra quest’affermazione, con riflessioni più articolate: “La morte non fa altro che condurmi a nuove vite. Attenzione, non ad una nuova vita, ma come l’ho scritto, al plurale. La morte dell’organico è una necessità naturale nell’ottica del progressivo divenire della vita e serve al compimento. Ogni trasformazione è un rinnovamento e nient’altro, dunque perché nutrire paura ed ansietà? Non c’è nulla nell’universo che possa rimanere in uno stato di quiete, tutto è perennemente in flusso e non c’è la morte come tale, perché non c’è alcun nulla….Quando contemplo quest’opera devo dire che è un disegno che mi allieta. Ciò che è tetro e oscuro scompare e ne sono lieto. […]. Conosco la parte che mi è stata assegnata e so come recitarla fino alla fine di tutto. […]. Ciò mi consente di prendere le distanze dalle inezie quotidiane e tutta la seriosità di ieri svanisce. Questa è la vera libertà, nata dalla consapevolezza che nessun uomo sia capace di defraudarmi della mia pace interiore. Oggi ci è di vantaggio l’apertura mentale, non l’ansiosa diffidenza, il pregiudizio, l’invidia, l’odio. Sono ancora egoista, ma non più a spese degli altri”.
Fa riferimento a degli dèi terreni (irdische Götter) nei quali crede, identificandoli con la dirigenza nazista: “Ho servito gli dèi con tutto il mio essere e la mia fede. Non c’era nulla che non avrei fatto per loro”. Però i due titoli da lui proposti per il suo memoriale furono “Falsi dèi” o “Conosci te stesso”, l’esortazione apollinea dell’Oracolo di Delfi, fatta sua da Socrate, l’antitesi di Eichmann. Sul frontespizio doveva figurare un passaggio del “mito della caverna” di Platone: “giudicherebbe più vere le ombre che vedeva prima delle cose reali che gli fossero mostrate adesso”.
La sua coscienza, che equipara all’anima, era per lui un sancta sanctorum nel quale non avevano accesso gli dèi terreni, per quando lui fosse un credente devoto: “Su questo ero davvero ostinato”. Si contraddice: allora non era vero che obbediva agli ordini e che il dovere veniva prima della coscienza. Considera le affiliazioni religiose importanti per l’educazione, ma giudica più importante liberarsi da ogni legame che interferisca con il rapporto tra lui ed il suo dio. Sull’antisemitismo spiega che la sua “non era una famiglia né anti-semita né pro-semita: non era una questione rilevante”. A scuola il suo compagno di banco era ebreo e divenne il suo migliore amico, un’amicizia che durò finché non se ne andò da Linz, nel 1933: “Non ce ne fregava un fico secco se uno era ebreo o no” (kümmerten uns den Teufel ob Jude oder Nichtjude). Eppure era entrato nelle SS già nel 1932. Non ha una coscienza: per lui si poteva essere SS e continuare a frequentare l’amico d’infanzia ebreo. Studia l’ebraico da autodidatta con un testo dal titolo “Hebräisch für Jedermann” (”Ebraico per tutti”). Poi si rivolge ad un rabbino per migliorarlo.
Il crollo del Reich lo sconvolse, ma se ne fece una ragione: “Alla fine sono riuscito a riconoscere nel movimento cosmico, nel movimento dell’universo, il vero e più originale significato dell’intera esistenza. Ora che tutto era di nuovo al suo posto, il mio essere poteva calmarsi, perché non mancavo di guida; ero come prima, spinto in avanti. Tutto era chiaro, semplice, persuasivo e mi rendeva felice”. Spiega che l’anelito verso la verità (der Hunger nach der Wahrheit) è ciò che ci rende umani, senza di esso la vita umana sarebbe più triste e difficilmente sopportabile. Verità sulle cose ultime che non si trovava certo nella Bibbia. “Un tale dio, arrabbiato e vendicativo, era inconcepibile; troppo umano, per nulla divino”. E allora “ho creduto che fosse più semplice e sicuro incontrarmi da solo con il mio Signore, senza avvalermi della mediazione di pastori evangelici, se non altro perché anche loro sono soggetti alle debolezze umane, così come lo stesso Protestantesimo è una creazione umana”. Di qui la sua scelta di non giurare sulla Bibbia ma a Dio testimone, perché sono un credente in dio (gottgläubig): “E infatti lo sono. Ma non lo personalizzo. Credo in una forza creativa onnipotente che tutto dispone, ciò che era, che è e che sarà. Credo in Dio (scrive “das Gott” in luogo di “der Gott”, sottolineando il “das”, ossia il genere neutro, per evidenziare la trascendenza della classica distinzione di genere) e io sono l’uomo, un rivolo nel grande flusso del divenire, nel nostro essere, conformemente alla sua volontà e tolleranza”. Seguendo questa volontà, non poteva commettere il male, perché il Governo della Creazione non poteva errare e, conformandosi ad esso, la vita sarebbe diventata necessariamente migliore per tutti. In fondo, continuava, “nella vita organica non esiste nulla di intenzionalmente maligno, anzi, essa è piuttosto benigna, fatta eccezione per l’uomo. […]. Il fatto è che sono nella vita dell’essere e che la vita è un divenire-affermarsi dell’essere. E fino a quando l’essere e la vita continuano, io sono quest’eterno andirivieni, questo morire e divenire, sono immortale. E non vedo come la vita possa essere un peso – sebbene io mi trovi in una cella – e faccio fatica a capire perché uno si dovrebbe sentire tormentato dalla paura di morire…Il fato di un popolo, com’è decretato dalla natura, non può essere nulla di terribile. È per me impensabile, quando contemplo il naturale corso delle cose, credere che l’Ordine che c’include nel suo piano lasci che solo la futilità e la sofferenza determinino il nostro destino…Il pensiero della pienezza di forme di vita attraverso le quali dovrò esistere per un impulso naturale, mi rallegra. È la nostra inadeguatezza che il motivo per cui noi umani dobbiamo ancora sopportare e causarci così tanto dolore e sofferenza. L’uomo è soggetto ad un perpetuo processo di compimento nel divenire. Eppure siamo solo al principio della nostra formazione e ciò che ora ci causa paura e terrore sarà smussato dalla mola del divenire. La sofferenza e l’oppressione dei popoli delle epoche passare erano molto più grandi delle nostre e nei tempi futuri i nostri discendenti, sulla base di un’analoga scala, concorderanno con noi. […]. Un ordine benevolo non desidera certamente il decadimento. Non nutro alcun dubbio in merito e questo dà a me, che sono stato collocato in una sequenza organica di eventi, una sensazione di gioia e calore. […]. È impossibile che la volontà dell’ordine sia che la sua creazione debba degenerare nella paura, nell’ansia e nel dolore. […]. Perciò non posso condividere la posizione sartreana che la vita, come la morte, siano assurde. Mentre posso ammettere che siano di scarsa importanza, dal punto di vista del divenire nell’essere, esse riguardano la mia persona”.
Ciò che lo avvicinò al nazismo fu quel che definiva “l’idealismo romantico di un primitivo”, una concezione in cui “potevo indulgere nell’entusiasmo per la natura, senza limiti, a briglia sciolta, e ciò mi conferiva una meravigliosa sensazione di pace interiore”. In ogni occasione, di fronte a problemi e difficoltà, quando sentiva di non poter cambiare nulla “perché non era né causa né effetto, ma solo un balocco dello stato”, quello diventava il suo taumaturgico “armadietto dei farmaci” (Medizinschrank). Durante il nazismo “c’era l’opportunità di far svanire l’individuale nel collettivo e fondersi ideologicamente nel pensiero di massa. Questa era una prospettiva che non mi disturbava perché mi spettava in ogni caso – non mi sono mai assunto responsabilità che andassero oltre quelle relative ai bisogni della mia famiglia”. Essere nelle SS in tempi di pace garantiva il soddisfacimento di ogni necessità materiale, in tempi di guerra significava molto probabilmente la morte: “ma se ti sei già rassegnato a pensare in termini collettivistici è una vita relativamente confortevole; ovviamente meno dal punto di vista della vita corporea, ma a me sta a cuore la vita interiore”.
Ricordava che nel 1938 era rimasto colpito da alcuni saggi massonici su Giordano Bruno, sul suo panteismo e sulla sua ribellione alla Chiesa, ma aggiungeva che lui non era un Giordano Bruno e se si fosse opposto sarebbe stato fatto sparire in men che non si dica: “è facile oggi parlare dell’uomo come sovrano della sua volontà, della preservazione dei propri valori personali, dell’etica dei principi (Gesinnungsethik) e così via. Anch’io una volta ci tenevo alla libertà dell’individuo e contrastavo ogni assoggettamento spirituale. Desideri e sogni ad occhi aperti mi intossicavano, temporaneamente. Ma poi ho capito e ora vi posso dire: provate a metterlo in pratica. Nel bel mezzo di una guerra omicida, sotto un governo totalitario, quando siete dei subordinati e ricevete degli ordini. Vedrete la differenza, allora, tra teoria e pratica”. E, in ogni caso, “a cosa servono la mera conoscenza e volontà, se poi le tue azioni non hanno alcun affetto? Nessuno può dire che questo succede solo negli stati totalitari. L’emisfero occidentale ha fornito e fornisce un mucchio di esempi”.

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