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sabato 28 gennaio 2012

Il Grande Pacificatore, l'androginia e l'equilibrio tra bene e male





For a New World Order to live well


La società di oggi non accetta facilmente la mia esistenza…Se mi guardo attorno, non c’è un luogo dove mi senta accettato. Non c’è qualcuno con cui poter parlare della domanda filosofica più importante: ‘Perché viviamo?’ Le menti dei miei compagni di scuola sono troppo impegnate a preparare i test d’ingresso alle scuole superiori e non si possono permettere di parlare delle apprensioni del cuore. Nell’educazione contemporanea si pone l’accento sul come realizzare l’obiettivo di passare il test d’ingresso piuttosto che discutere di questioni relative alla dignità umana. Non si capisce quanto importante sia pensare e parlare dei problemi della vita.

Studente giapponese, intervistato dalla filosofa ed educatrice giapponese Naoko Saito

L'idea della congiunzione degli opposti - la coincidentia oppositorum - che accomuna tanto il pensiero di Jung quanto quello di Eliade alla tradizione orientale e al pensiero mistico - non solo anima una più vasta concezione dell'essere umano in quanto unità psico-soma e unità microcosmo-macrocosmo ma diventa anche uno dei motivi che ritornano con forza all'interno della cultura del Novecento, sia come forza di un archetipo che si impone autonomamente, sia come fascinazione di un'idea che permette di riscoprire e attivare l'archetipo operante in ogni individuo.
Aldo Carotenuto, Jung e la cultura del XX secolo, Milano: Bompiani, 1995, pp. 77-78

I fattori che si uniscono nella Coniunctio sono intesi come opposti, i quali si fronteggiano ostilmente o si attraggono amorevolmente l’un l’altro.
C. G. Jung, “Mysterium Coniunctionis”

Lorsqu'on est appelé à régénérer un État, ce sont des principes constamment opposés qu'il faut suivre.
[Quando si è chiamati a rigenerare lo Stato, occorre seguire dei principi che siano in costante opposizione]
Napoleone Bonaparte

Gesù disse loro: “Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno”.
Tommaso, 22.

Simon Pietro gli disse, "Lasciate che Maria se ne vada, poiché le donne non meritano la vita" Gesù disse, "Io stesso la guiderò in modo da farla maschio, così anche lei potrà diventare uno spirito vivente somigliante a voi maschi. Poiché ogni donna che farà se stessa maschio, entrerà il Regno dei Cieli”.
Tommaso, 114.

Un’epopea irochese narra di un Grande Pacificatore (Hiawatha) che arreca gaiwoh (equanimità, virtuosità), skenon (salute) e gashasdenshaa (potere). Gaiwoh è la giustizia realizzata tra uomini e nazioni ma è anche l’aspirazione a vedere che la giustizia prevalga. È un desiderio più forte del piacere e del bisogno di avere ragione: è un tipo di amore. Skenon è chiarezza di intendimento e integrità fisica, due precondizioni per l’ottenimento della vera pace. Gashasdenshaa è l’autorità sostenuta dalla forza necessaria, una forza che dev’essere in armonia con le leggi universali. La società ideale è quella della casa comune in cui ciascuno ha il suo focolare, ma si convive sotto lo stesso tetto. Là il pensare rimpiazza l’uccidere.
Il Grande Pacificatore deve affrontare Atotarho, un capo malvagio ed antropofago, per convertirlo. Atotarho è come un ciclope – mangia gli ospiti che non sono stati invitati – ed assomiglia anche a Medusa: i suoi capelli sono un groviglio di serpenti e nessun uomo è in grado di guardarlo in faccia. Il suono della sua voce terrorizza l’intera regione. Ma senza di lui non si potrà assicurare la pace. Il Grande Pacificatore ce la fa con un trucco. Fa in modo che il suo volto si rifletta nell’acqua di un pentolone in cui il cattivo sta per preparare il suo pasto umano, cosicché Atotarho scambi il suo volto – saggio, forte e virtuoso – per il proprio e si renda conto della dissonanza tra un tale aspetto e la pratica del cannibalismo. Scioccato, Atotarho cade in depressione, ma il Grande Pacificatore lo aiuta: lo invita a seguirlo in ogni luogo in cui abbia commesso del male per predicare il nuovo verbo della pace come potere (Kayanerenhkowa). La chiave della conversione è la volonà di non imporre la verità o la spiritualità su chi non è pronto a riceverla. Atotarho diventa a sua volta un grande operatore di pace proprio in virtù della grandezza della sua forza interiore, che prima lo rendeva così malvagio e terrificante. Viene “sconfitto” e si converte quando in lui si risveglia la consapevolezza del potere dell’amore e della sapienza che è in lui. All’intensità della sua resistenza – non ascolta ragione, non sono gli argomenti a persuaderlo – corrisponde l’intensità della sua bontà. In questa tradizione irochese il male degli uomini è bontà malindirizzata e malconcepita, malintesa, è amore che opera spinto da una paura sbagliata, uno sforzo equivocato nei mezzi e nelle finalità, uno spirito aggiogato ad un padrone disperato, energia umana sprecata, guastata e deviata dal suo corso migliore.
In generale penso che sia così, ma c’è almeno un’importante eccezione:

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Gli antropologi hanno spesso notato che le comunità dei popoli “tradizionali” erano spesse bipartite in una metà bassa ed una alta, Terra e Cielo, estate e inverno, pace e guerra, femminile e maschile, legate da rapporti al tempo stesso di rivalità e di cooperazione ed accompagnate da una gestione duale dei poteri da parte di un capo civile e di uno religioso. Nell’ambito mitologico la bipartizione trova riscontro nel mito delle origini, che assegna a due eroi culturali, talora gemelli o comunque fratelli, il merito di aver fondato la comunità, mentre, nella concezione dell’universo, alla bipartizione del gruppo sociale corrisponde quella del resto dell’universo degli esseri e delle cose dell’universo, distinti ed aggregati per accoppiamento di opposti: Rosso e Bianco, Chiaro e Scuro, Giorno e Notte, Nord e Sud, Est ed Ovest, Cielo e Terra. Questo stesso aspetto è evidente anche in Cina, dove la polarizzazione yin-yang, che si manifesta già nelle realizzazioni artistiche di epoca shang, mostra la tensione verso una coincidentia oppositorum, una congiunzione che risulta evidente nell’iconografia che mostra gufi con occhi solari ed emblemi della luce adornati con simboli della notte e dell’oscurità, in modo da rappresentare la ciclicità del processo di alternanza tra le due manifestazioni cosmiche complementari.
In Grecia abbiamo Dioniso e Apollo, che varie raffigurazioni ritraggono come androgini. Lo spirito apollineo è razionale, formale, luminoso ed armonico, all’insegna misura e proporzione. Lo spirito dionisiaco è estatico, creativo, oscuro, all’insegna della passione sensuale. Eros e Thanatos, l’impulso creativo e limpulso entropico/distruttivo (anche autodistruttivo).
Empedocle insegnava che l’universo è in costante metamorfosi, si genera e decade, grazie a Amore e Discordia/Odio, che operano in tutto ciò che è animato e in tutto ciò che è inanimato. Eros unisce tutte le forme di vita e Thanatos le separa e le disperde. Composizione e decomposizione sono forze di eguale intensità, eterne e mescolate in ugual misura in tutte le cose, in un’interazione necessaria.
Gesù il Cristo è un maestro delle contraddizioni, delle antinomie. Esaminiamo alcune delle sue parabole:
Buon Samaritano: il “degenerato” è un giusto, il “giusto” è un degenerato. Vignaioli: i primi saranno gli ultimi, gli ultimi saranno i primi. Figliol Prodigo: il ribelle è festeggiato, l’obbediente si ribella. L’esattore delle tasse e i farisei: il peccatore è salvato, il salvato è peccatore. Il seminatore: l’abbondanza di semi non garantisce una buona mietitura, pochi semi possono dare buoni frutti. Giudizio Finale: chi sembra celebrare il Cristo è invece servo dell’Anti-Cristo e chi è perseguitato è invece il vero credente. La pecora perduta: quella persa vale più delle 99 salvate.
Analogamente, il vangelo greco degli Egiziani, che è databile tra la fine del I secolo e la metà del secondo secolo a.C., descrive il modo in cui sarà possibile avere accesso al Regno di Dio:quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”. La Seconda lettera di Clemente, analogamente, riporta: “interrogato da qualcuno su quando verrà il Regno, il Signore stesso rispose: “quando i due saranno uno, il fuori come il dentro e il maschio con la femmina né maschio né femmina”.
Anche nei vangeli canonici il superamento (limitatamente alla sfera psicologica e spirituale) del dimorfismo sessuale è implicito nella risposta di Gesù agli apostoli che gli chiedono cosa si debba fare per assicurarsi un posto nel Regno dei Cieli: “Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. (Matteo 18, 2-4). Come pure negli effetti della gloria: “E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità” (Giovanni, 17:22-23). Paolo di Tarso esprime una posizione assolutamente conforme: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3, 28). Che riafferma in una diversa epistola (Colossesi, 3, 8-11): “Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti”.

Le tradizioni che oggi consideriamo primitive ci educherebbero, se badassimo ai loro precetti. Ci siamo pericolosamente imbarbariti. Pericolosamente per noi e per tutto ciò che ci circonda.
Come abbiamo visto, vi è una diffusione planetaria e trans-temporale di riti e miti riguardanti la ricomposizione unitaria della coppia binaria, indice del riconoscimento universale dell’importanza del principio della coincidenza degli opposti.
Apprendiamo che le parti sono in equilibrio, si incontrano e fondono agli estremi, due metà di un cerchio. Nel punto di congiunzione dei semicerchi si crea un perfetto equilibrio. Senza una metà non c’è l’altra, senza oscurità non c’è luce, in un grande ciclo naturale pedagogico (caduta e redenzione).
Apprendiamo che l’equilibrio è naturale. Una parte della creazione procede verso lo squilibrio (che considera equilibrio) e l’altra verso l’equilibrio: assieme generano un equilibrio dinamico. Le forze opposte nella natura si incontrano ed il risultato può essere una polarizzazione in un senso o nell’altro, oppure si può raggiungere un equilibrio simmetrico, o un equilibrio parziale su un versante o sull’altro. Ogni potenziale si realizza nei punti di intersezione. Tutto è parte dell’equilibrio che compone ciò che chiamiamo Universo, o Creazione. 
È possibile ipotizzare – è lecito augurarsi – che la condizione di evidente decadenza del presente sia il modo in cui il sistema può ritrovare un equilibrio simmetrico:

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I popoli che gli Europei hanno considerato incivili intendevano la pace in modo molto diverso dal nostro, che corrisponde da vicino alla quiete che segue la vittoria di una fazione sull’altra (cf. Napolitano che ingiunge agli Italiani di perseguitare gli antisemiti ovunque essi siano, in manifesta violazione dei principi costituzionali). La loro pace era dinamica ed includeva tutte le forze della vita, nella natura e nell’uomo, compreso quello che chiamiamo “male”. Era una concezione inclusiva, non esclusiva: lotta, sofferenza, dolore, errori e stoltezze, passione, tenerezza, rabbia e sconfitta. Persino la guerra era inclusa nell’idea di pace, una guerra condotta in un certo modo e con certe motivazioni. L’assolutismo pacifista era completamente estraneo alla loro mentalità ed è un’invenzione della modernità europea.
Vivere in pace significava accogliere la vita in tutti i suoi aspetti, le quattro direzioni cardinali, tutte le creature.
Il contrario di questo significato della pace e della giustizia è quello che divide e separa le parti della realtà e le mantiene distinte, un moralismo che sminuisce l’interconnessione della vita. Ci sono cose che vanno distrutte e persone che vanno uccise (es. Hitler/Stalin), ma non certo per plasmare il cosmo a nostro piacimento, bensì unicamente perché il cosmo si ricostituisca, per conto suo.
Non è che il bene e il male non esistono, anzi, - male è: dolore e timore insensati, brutali, crudeli, futili perché irredimibili, lo spreco di vita, l’ingiustizia titanica, la rabbia sorda e violenta. Il punto è che sono interdipendenti. Ciò che è oggettivamente buono è la realtà nella sua interezza e ciò che è oggettivamente cattivo è la sua frammentazione. Ciò che alla mente ordinaria appare come opposizione, contrasto e contraddizione è un’unità trascendente, la riconciliazione dei contrari interconnessi, chiamata coincidentia oppositorum. Pace e giustizia discendono da tale comprensione. La vita è una relazione misteriosa ed intima tra forze opposte e la legge dovrebbe essere ciò che preserva questa relazione e, nel farlo, il dinamismo della vita. La Caduta è l’illusione che i contrari si escludono a vicenda.
I monoteismi sono male perché diffondono l’idea che ci sia una parte della natura umana che deve essere distrutta, senza che sia possibile ricostituire l’unità fondamentale dell’essere. Questo male nasce proprio dalla scelta umana di escludere le forze del “male” dalla nostra vita e dalla nostra mente consapevole. Quando questo male viene isolato, cresce fino a distruggere un bene che, innaturalmente separato, è indifeso. Da qui scaturiscono il razzismo, il segregazionismo, la guerra sterminatrice, la pulizia etnica, il genocidio e tutto l’orrore di cui siamo capaci.  
La pace non è un qualcosa di passivo, non è assenza di conflitto, ma una forza che armonizza le azioni e gli impulsi della vita umana in tutte le loro molteplicità e contrasti. La forza che chiamiamo pace è, nell’universo e nell’individuo, una qualità della mente, un’energia cosciente.
La pace fa da ponte tra due forze contrapposte. Il male è la forza che ostacola fatalmente l’azione della forza riconciliativa, la discesa della colomba, lo Spirito Santo, nella vita umana. Opporsi a ciò che è buono (es. attraverso l’intolleranza delle diversità che non violano la legge, l’ingiustizia, la violenza contro l’ambiente, la tortura, la guerra, ecc.) non è un peccato imperdonabile. Imperdonabile è ostruire il corso della riconciliazione tra il bene e ciò che lo antagonizza. Satana deriva dall’ebraico satan che significa l’avversario. Il diavolo viene dal greco diabolos, “colui che divide” e significa l’accusatore, il diffamatore, il mentitore. Nella sua prima forma il demonio è uno strumento divino e serve delle sacre finalità. Per questo Gesù chiama Pietro “Satana” ma gli ordine di mettersi dietro di lui come discepolo – “va dietro a me, Satana”, in luogo di quella che è stata per lungo tempo l’errata traduzione “Lungi da me, satana!” (Matteo 16:23) –, quando Pietro dimostra di non aver capito il senso del suo messaggio. Che la Chiesa abbia scelto proprio “Satana” come suo fondatore è estremamente significativo.
È invece irreparabile il male di chi nega lo Spirito Santo e la sua funzione di agente riconciliativo tra i contrari (es. altoatesini e sudtirolesi, bianchi e neri, ebrei e musulmani, cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord, uomini e donne, destra e sinistra, ecc.) e ponte tra l’umano e il divino, ossia chi induce l’uomo a credere di essere solo un animale o una macchina.  
Il cuore della democrazia è apprezzare l’altro anche quando è un mio avversario: fare un passo indietro ed un passo al di fuori di se stessi, dalle proprie emotività e permettere all’altro di pensare, parlare e vivere. La democrazia non è solo un’istituzione esterna, non è solo una forma politica, è anche una forza interna al nostro sé, un ideale interiore, l’espressione più alta di una spiritualità laica in questo mondo, capace di coniugare pragmatismo e misticismo, materia e spirito, esteriore ed interiore, bene e male:
Rispettare tutte le persone, garantire a ciascuno i propri diritti e la propria voce, significa capire cosa abbiamo tutti in comune, richiede di vedere che cosa sia un essere umano, indipendentemente da tutte le distinzioni sessuali, razziali, etniche, religiose, fisiche, sociali, culturali ed intellettuali; quali che siano i suoi pregi e difetti.

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Pierre-Joseph Proudhon contro la cosiddetta dialettica hegeliana
Nel suo “Philosophie de la misère”, il filosofo politico Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) spiega che fu inizialmente attratto dalla schematizzazione hegeliana del reale in tesi-antitesi-sintesi. Ma poi si accorse che si trattava di un tragico errore. Le antinomie irrisolte, aveva capito, sono feconde per la vita. Senza contrapposizioni tra polarità opposte non c’è vita, non c’è movimento, non c’è progresso; c’è solo inerzia, sterilità. Chi le volesse risolvere sarebbe come chi tagliasse il ramo dell’albero su cui siede. E poi nessuno, neanche un dio, potrebbe comunque riuscirvi. I poli di una batteria elettrica sono indistruttibili ed il problema consiste nel trovare non tanto la loro fusione, che equivarrebbe alla loro morte, ma un loro equilibrio, incessantemente instabile e variabile, in relazione allo sviluppo della società.
Florence Nightingale e Ramsete II
Durante un viaggio in Egitto, nel 1850, Florence Nightingale vede una raffigurazione del faraone Ramsete II, incoronato da Oro e Set, il principio del bene e quello del male. Il male non è rappresentato come un oppositore ma come collaboratore, la sua mano sinistra. Dal bene si origina il male, dal male si origina il bene, dal disordine l’ordine e vice versa. Ciò che appare come male, nella limitata prospettiva umana, è un elemento necessario della completezza dell’universo di Dio. Per la Nightingale, il fine dell’umanità è l’unione con Dio. L’umanità deve realizzare la sua natura divina, questo è il piano divino. Lo può fare solo attraverso la conoscenza delle leggi universali. Ce la farà solo commettendo innumerevoli errori. Il male e la sofferenza sono dovuti all’ignoranza delle leggi divine e del piano divino. Il male fa parte del piano divino perché serve ad istruire la specie umana. Senza il male non ci sarebbe alcun processo evolutivo. L’evoluzione è corale, collettiva, serve uno sforzo congiunto, non un pastore che guidi il gregge.
Albert Camus, il Mediterraneo e il giusto mezzo
Per Camus la luce mediterranea è simbolo di lucidità, equilibrio e misura, in opposizione all’oscurità ed alla dismisura nordica. Il suo modello di vita morale è improntato a una sorta di eroismo altruistico. È a partire dalla misura che è possibile organizzare un mondo tutto umano, tutto plasmato dalla ragionevole, ma limitata, capacità dell’uomo. Già Pitagora, in uno dei suoi detti aurei, aveva sentenziato: “La misura in ogni caso è la cosa migliore”. L’euthymia Democrito la chiama anche euestò, cioè benessere, lo star bene nel mondo, l’aver raggiunto una sorta di equilibrio che non coincide con l’appagamento totale delle proprie pulsioni e dei propri desideri. Lo stato in cui l’animo è calmo ed equilibrato, non turbato da paura alcuna e dal superstizioso timore degli dèi o da qualsiasi altra passione. In ogni aspetto della vita umana, il desiderio innesca un processo di attivazione, capace di rendere operoso e produttivo l’uomo, ma il desiderio deve essere tenuto nei giusti limiti. Se oltrepassa i limiti della metriotes, innescherà un processo di bisogni concatenati che, non potendo mai essere del tutto soddisfatti, causeranno insoddisfazione, tormento e dolore.
Il pensiero meridiano di Camus si qualifica certamente come critica della ragion cinica, come elogio dell’imperfezione moderata, di quella visione della realtà che sa che la vita umana è un misto di bene e di male e che l’uomo non è l’essere capace appagare sempre e comunque tutti i suoi desideri. Nemesi, dea della misura, è fatale ai “dismisurati”. La libertà assoluta coincide col diritto, per il più forte, di dominare: essa mantiene dunque i conflitti che avvantaggiano l’ingiustizia. La giustizia assoluta passa attraverso la soppressione di ogni contraddizione: essa distrugge la libertà.
La coincidentia oppositorum nella musica e nel pensiero greco
Symphonein, in greco, indicava il coro, il concerto. Congiungersi si diceva harmozein. Harmonia proviene dal linguaggio dei carpentieri ed indica la congiunzione delle parti in una struttura complessa, ordinata, equilibrata. Harmonia dev’essere symphonia: non una sola voce o strumento, ma una molteplicità, in una risoluzione delle contraddizioni. Un assemblaggio di elementi separati ma che stanno bene assieme, una miscela (krasis) composita nella tensione tra elementi opposti ma che ben si combinano. Harmonia è figlia di Ares e Afrodite che si attraggono irresistibilmente. Symphonoi sono i toni che stanno bene assieme, diaphonoi quelli non vanno d’accordo. Maggiore è la diversità, più saldo sarà il legame nella loro combinazione, l’armonia degli opposti. Una società civile sana è quella in cui le voci sono diverse e solo in virtù di questa diversità possono formare un coro. 
Un’incredibile simmetria, la palintonos harmonie, l’armonia degli opposti eraclitea, è quella in cui tutto quel che dissolve unisce, tutto quel che distanzia e separa ricongiunge. Un perfetto equilibrio delle forze, quieto nella sua costante tensione. Un dinamismo bilanciato che mantiene l’immobilità in virtù di tensioni assolutamente proporzionali. Un altro principio estetico greco era quello della palintropos harmonie, l’oscillazione armoniosa, il ritmo dell’universo, in costante mutamento. Anche qui un’armonia contrastante o armonia retrograda: “Interpretando il termine come “tensione”, la lotta tra gli opposti sarà sempre giustamente equilibrata, essendo i vantaggi ottenuti in una regione di forza sempre simultaneamente controbilanciati da uguali vantaggi altrove conquistanti la forza opposta. Interpretando il termine come “oscillazione”, la lotta può in ogni luogo andare a favore di uno dei due opposti, ma alternativamente, essendo l’avvicendamento soggetto a una legge che determina i periodi in cui ognuno prevale”.

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Bibliografia
Carl Gustav Jung, “Aion: ricerche sul simbolismo del sé”, Torino: Boringhieri, 1997.
Mircea Eliade, “Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso”, Milano: Jaca book, 2007.
Joseph Campbell, “Mitologia primitiva: le maschere di Dio”, Milano: Mondadori, 2000.
Toshihiko Izutsu, “Sufism and Taoism: a comparative study of key philosophical concepts”, Berkeley: University of California Press, 1984.
Karl von Meyenn (Hrsg.), “Wolfgang Pauli. Wissenschaftlicher Briefwechsel mit Bohr, Einstein, Heisenberg u.a.”, Bd. I-IV, Berlin 1979-2001.
Ursula K. Le Guin, “The Left Hand of Darkness”, Ace Books, 1969.
James P. Driscoll, “The unfolding God of Jung and Milton”, The University Press of Kentucky, 1993.
Bonnie MacLachlan, “The harmony of the spheres: dulcis sonus”. In: Wallace, Robert W. et Bonnie MacLachlan, eds., Harmonia Mundi: Musica e filosofia nell’ antichità, Biblioteca di Quaderni Urbinati di Cultura Classica (Roma: Edizioni dell’ Ateneo, 1991), pp. 7-19.


sabato 5 novembre 2011

È tutta una questione di coscienza





Vi erano e vi sono persone che vedono nella cultura la semplice conservazione di determinate tradizioni e che quindi ritengono di dover porre dei limiti al rinnovamento attraverso avvedute manovre di indirizzo. In tutti questi casi si pone la persona in funzione della cultura (invece che il contrario), oppure si abusa della cultura utilizzandola come arma contro la persona. A me pare che in realtà la cultura sia, al pari della maturità, un necessario completamento (compimento?) della personalità, senza il quale responsabilità individuale e democrazia non sarebbero nemmeno pensabili. Cultura è in ultima analisi capacità autonoma di valutare, comprensione di sé e del presente, senso delle cose e della storia, creatività umana, coraggio delle proprie idee e accettazione dei propri limiti. Se la cultura è un valore essenziale per l'umanità, allora a ciascuno dovrà essere data la possibilità di 'fare' cultura, e non di 'essere riempito' di cultura.

Alexander Langer, “Segni dei tempi”, 1967

Di dove sei? Nonostante la domanda mi sia stata rivolta un migliaio di volte non riesco mai a rispondere con prontezza… le mie risposte non sono mai uguali o meglio identiche. Dipende dall'ora, dalla stagione, dalle circostanze e comunque dalla persona che mi  rivolge la domanda... A ciascuno concedo una tessera di un mosaico che forse mi rappresenta, ma del quale so di ignorare la forma definitiva…. Tutto mi sembra irritante delle tre parole che compongono questa domanda “Di dove sei?” irritante, perché la trovo una misura coercitiva di definire quello che non voglio più, mai più definire: una mia identità. Anche linguisticamente la cosa mi disturba. Il genitivo, il “di” significa appartenenza, dipendenza, soggezione. “Di dove mi pare” vorrei rispondere. […]. Forse questo capita solo a me. Per altri il “Di dove sei?” è rassicurante, toglie dall'angoscia di essere di nessun posto, il desiderio di proclamare che in verità si è, cioè si è terminato di migrare, di vagare, si è diventati sedentari. […]. Mia è la speranza di un futuro nel quale si potrebbe rispondere: io sono una forma mutabile nello spazio e nei tempi. E il dove è in me, non io sono di un dove.
Brunamaria Dal Lago Veneri, “Di dove sei? Un problema di identità”

Dall'ondeggiante oceano, la folla, venne teneramente a me una goccia, mormorando Io ti amo, tra non molto morirò ho fatto un lungo viaggio solo per guardati, toccarti, perché non potevo morire sinché non ti avessi parlato, perché temevo di poterti poi perdere. Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi, ritorna in pace all'oceano mio amore, anch'io sono parte di quell'oceano amore, non siamo così separati, considera il grande globo, la coesione del tutto, quanto è perfetta! Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci, e se per un'ora ci tiene lontani, non potrà tenerci lontani per sempre; non essere impaziente - un istante - sappi che io saluto l'aria, l'oceano e la terra, ogni giorno al tramonto per amor tuo, amore.
Walt Whitman, “Foglie d’Erba”

Oggi la civiltà occidentale è riuscita nella mostruosa impresa di ostracizzare la spiritualità dal dibattito pubblico. Quella spiritualità che ha guidato i passi di Dag Hammarskjöld, mistico e segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati consecutivi, tra il 1953 ed il 1961, di Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, mistica e così dotata per la matematica e la statistica da diventare la prima donna ad essere accolta nella Royal Statistical Society e nell’American Statistical Association, di Aung San Suu Kyi, George Washington, James Madison, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln, Martin Luther King, Nelson Mandela, i “nostri” Aldo Moro e Alexander Langer. Siamo arrivati a despiritualizzare Immanuel Kant e Montesquieu, due pensatori mirabili e vivacemente spirituali. Anche l’esoterismo spiritualista di Goethe infastidisce, ma agli artisti si concede molto di più che a tutti gli altri. Si può essere religiosi, ma l'idea di spiritualità è associata irrimediabilmente alla New Age. Questo, purtroppo, è il sintomo del precario stato di salute della civiltà umana - non solo della sua porzione cosiddetta "occidentale" - in una fase declinante del suo percorso.    
I grandi statisti del passato, quelli che ci hanno dato le nostre costituzioni, non erano degli ingenui idealisti. Avevano ben presente l'onnipervasività dell'avidità, dell'ignoranza, della stoltezza, dell'odio, dei pregiudizi, della violenza umana. Per questo crearono dei sistemi che potevano tenere a bada il peggio della natura umana e nel contempo dare l'opportunità ai più ispirati di partire alla ricerca del proprio “Graal”, della crescita spirituale, del “Cristo interiore”, come lo chiamava William Penn, mentre Lincoln preferiva definirli “i migliori angeli della nostra natura”.
Ciò che li accomunava era un’enorme forza di carattere e pochissime pretese di pubblica gratitudine. Queste persone, così intimamente ma profondamente spirituali, hanno cambiato la storia delle loro rispettive società. Erano enormemente interessati alle grandi questioni dell’umanità, non solo all’analisi politica ma anche alle riflessioni filosofiche, esistenziali, spirituali. Erano esseri umani pieni di difetti, ma con uno spessore e si sforzavano di essere obiettivi, di rifuggire la faziosità. Coltivavano l’idea di una nazione esemplare (Stati Uniti), o redenta (Italia), o pacificata (Alto Adige), assieme agli ideali morali, allo sforzo di auto-miglioramento, alla virtuosità, alla ricerca del consenso e del compromesso, alla disponibilità ad ascoltare gli altri. La convinzione che fosse necessario emanciparsi dalla tirannia dei dogmi religiosi non li rendeva meno spirituali e religiosi.
La coscienza non è un'invenzione, non è un prodotto del condizionamento sociale. Esiste dentro di noi, nella nostra psiche, un potere, una forza che ci consente di discernere i valori reali del bene e del male, del giusto e dello sbagliato e che si manifesta attraverso l’empatia. L'egocentrismo neutralizza in parte questa capacità che possediamo fin dalla nascita. Non siamo semplici animali complessi con cervelli complessi, non siamo scimmie nude e chi lo pensa non è in grado di capire la differenza tra un chicco d’uva spremuto e un Barolo. A prescindere dalla difficoltà con la quale possiamo entrare in contatto con la nostra coscienza, è essenziale provare a farlo, come invitavano a fare, tra gli altri, Socrate, Gesù, il Buddha e l’Emerson di “Oversoul”, che si apre con queste parole: “La nostra fede va e viene a momenti; il vizio è un’abitudine. Eppure c’è una profondità in questi momenti che ci obbliga ad attribuire loro maggiore realtà rispetto ad altre esperienze… Sono costretto in ogni momento a riconoscere un’origine più alta della mia volontà”.
Non si può essere spiritualmente liberi se non si è raggiunto un sufficiente livello di comprensione dell’etica, dell’integrità e della giustizia. Chi non compie questo sforzo resterà schiavo dei suoi appetiti (che gli parranno irresistibili e giustificati) e della dominazione altrui (che gli parrà parimenti irresistibile e giustificata). Per questo il principale obiettivo dei dominatori è sempre stato quello di indurre le persone a concentrarsi sulle questioni materiali e superficiali, a detrimento di quelle spirituali, dell’educazione come Bildung, come autorealizzazione integrale, nel corpo e nell’anima (coscienza).
È mia opinione che i nostri problemi, tutti i nostri problemi si risolvono a partire dal basso, dalle coscienze di delle persone ordinarie. Gli interventi dall’alto funzionano solo se esiste già un certo tipo di presa di coscienza di una massa critica di persone. La coscienza è il mezzo con cui comprendiamo il mondo. “Leggiamo” la natura, la società e le motivazioni umane non come sono ma come la coscienza ci permette di interpretarle. Per questo è importante far circolare idee nuove che mettano in discussione ciò che si è dato troppo spesso per scontato e non lo è.
Penso che quasi nessun antropologo contesterebbe l’idea che le culture sono espressione della coscienza umana e che la coscienza umana evolve assieme alle culture. Io mi spingo oltre. Nell’etimologia del termine – dal latino “conscire”, cum+scire, conoscere accuratamente, essere consapevole – va enfatizzata la particella intensiva “cum”, con il significato di “assieme”. Nel senso che gli esseri umani sono diventati coscienti assieme, non per un accidente del caso o un intervento divino, ma perché hanno cominciato a condividere in modo sistematico le loro conoscenze. Gli albori della scienza potrebbero dunque coincidere con la nascita (l’insorgere) della coscienza umana. Grazie all’attenzione, all’introspezione, alla conoscenza ed alla comunicazione ci possiamo interrogare e spesso trovare risposte e trasmetterle agli altri. Solo la specie umana ha raggiunto questo livello di coscienza.
Ma cos’è la coscienza? Come la cultura, è difficile definirla. Grosso modo, equivale alla “presenza di spirito”, ma ciò serve solo a spostare il problema della definizione, non a risolverlo. Agostino di Ippona diceva del tempo: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Dobbiamo dunque rassegnarci?
Il dizionario Devoto-Oli offre questa definizione: “La facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino; consapevolezza valutativa”. Mi pare un po’ riduttivo, troppo facile da confondere con “consapevolezza”. Allora, forse, consapevolezza e coscienza sono sinonimi? La coscienza è una “consapevolezza valutativa”?
Io penso che la consapevolezza sia un attributo della coscienza e che la mente sia un suo sinonimo. Per coscienza, quindi, dovremmo intendere il complesso dell’attività mentale (ragionamento, sensazioni, emozioni ed impressioni, memoria, intenzionalità, immaginazione, giudizio, introspezione, autocontrollo, autocoscienza) di un essere vivente, cioè a dire il nesso tra genotipo, ambiente naturale e contesto socio-culturale. Essa include l’insieme di parametri che definiscono l’esperienza soggettiva, fisica e mentale, della realtà. Se questi parametri fossero modificati, la realtà ci apparirebbe sensibilmente diversa (come quando un miope indossa gli occhiali, o li toglie). Ne consegue che al variare della coscienza varia anche l’auto-percezione e la comprensione di noi stessi e che perciò non esiste alcun sé permanente, a dispetto di quel che scegliamo di credere: è dunque possibile che i buddisti (e neoplatonici) abbiano avuto ragione fin dall’inizio. Ne consegue che è la coscienza a determinare l’identità di una persona e che questa è in costante ricalibrazione (in divenire). È sempre alla coscienza che vanno imputati libero arbitrio (intenzionalità), attenzione e consapevolezza (conoscenza) e condotta morale (etica). Non è certo un caso che in numerose lingue i termini che indicano coscienza, conoscenza e coscienza morale siano morfologicamente interconnessi.
Una coscienza immersa nella realtà non può che essere soggettiva. Solo la misura più ampia possibile di trascendenza – grazie all’empatia, un parziale distacco da me stesso – conferisce obiettività alle mie osservazioni. Allora una coscienza in espansione è più obiettiva di una coscienza costretta. Infatti, come abbiamo visto, la parola “coscienza” deriva dal verbo latino conscire (et. “sapere assieme”, “essere reciprocamente consapevoli”). È perciò la proprietà di una relazione, anzi, è il risultato di una relazione tra l’interno e l’esterno, l’io e l’altro.
Più ampia sarà la conoscenza, più intensa sarà la coscienza, più robusto il libero arbitrio, più consapevoli le nostre decisioni, più morale la nostra condotta. L’ignoranza, al contrario, è come un’amputazione, uno svuotamento di vitalità consapevole (non-meccanica). Essere ignoranti è come avere le batterie quasi scariche. Ci può essere di consolazione il fatto che siamo tutti molto ignoranti, chi più chi meno. Per questo nessun essere umano è pienamente umano. Siamo indeterminati, ossia non c’è alcun modo di valutare in anticipo cosa saremmo in grado di fare, date certe condizioni favorevoli. Paolo scriveva: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1 Corinzi 13, 11-12). È un’ottima descrizione dei un processo di presa di coscienza, ossia di intensificazione della presenza di spirito.
Forse l’unica tipologia umana predeterminata è quella degli psicopatici, che sono esseri umani oberati da un ristretto sviluppo dei centri emotivi dell’empatia, dunque privi di coscienza morale ed integralmente soggettivi, cioè a dire completamente indifferenti al punto di vista altrui, che è meramente strumentale alla realizzazione dei propri fini: la loro “presenza di spirito” è virtualmente nulla, sono esseri umani quasi integralmente meccanici, robotica e neppure se ne rendono conto, poiché presuppongono che tutti gli altri siano come loro. Possono anche essere molto passionali e vivaci, senza essere violenti e non sono così facili da riconoscere. Ma non sono realmente vitali, se non solo esteriormente. Quel che è certo è che sono l’antitesi dell’altruismo, nel senso più proprio, quello di attenzione e sensibilità alle esigenze e prerogative altrui. 
Qui maggiori dettagli:
Fatta questa premessa, vorrei passare ad esplorare le implicazioni dei mutamenti di coscienza. Come una lingua cambia, così cambia anche una coscienza. Nessuno studioso del cervello vi direbbe che si sono solo due modalità di essere al mondo: quella conscia e quella inconscia. Esistono invece livelli di coscienza variabili nella stessa persona in vari momenti della giornata e dell’anno e in diverse fasi della vita. Un bambino non ha lo stesso livello di coscienza di un ragazzo ed un adolescente non lo condivide con gli adulti. L’ontogenesi (bimbo > adolescente > adulto), ricapitola la filogenesi (homo habilis > homo erectus > homo heidelbergensis > homo sapiens) ed il processo di civilizzazione (tribale > rurale > urbano > globale/digitale). Idealmente, l’evoluzione della coscienza si è manifestata come un’amplificazione della mente umana (o della consapevolezza degli altri animali) nel senso di una maggiore estensione, maggiore profondità, maggiore auto-riflessività. La quantità di conoscenza di cui disponiamo è grandemente superiore a quella delle generazioni precedenti, grazie all’alfabetizzazione, alla scolarizzazione, alla circolazione dell’informazione. È evidente a qualunque osservatore obiettivo che chi ha compilato buona parte dell’Antico Testamento non aveva una coscienza interamente moderna. Il suo cervello era anatomicamente moderno ma non la sua coscienza. Il Nuovo Testamento ci sembra molto più moderno (in largo anticipo sui suoi tempi e anche sui nostri, apparentemente).
È impossibile misurare i livelli di coscienza, ma è facile capire la differenza tra un insegnante e la maggior parte dei suoi studenti, o tra nipoti e nonni. Gli indigeni della Papuasia non definirebbero primitivi i loro antenati, perché la loro cultura ed il loro stile di vita, manifestazione di un certo livello di coscienza, non sono troppo dissimili. Naturalmente ciò non significa che, essendo più moderno, un nipote sia qualitativamente superiore rispetto al nonno, in termini di coscienza. La sua è semplicemente una coscienza diversa. Allo stesso modo, sarebbe sbagliato affermare che la coscienza dei cacciatori-raccoglitori sia superiore alla nostra, solo perché erano più rispettosi della natura. L’ignoranza dei dati etnografici e delle reali condizioni di vita delle popolazioni “esotiche” ci spinge ad idealizzare le società tribali, dove infanticidio, sacrifici umani, schiavitù, omicidi, suicidi non mancano.
Siamo diversi: questo è tutto. Un indigeno della Nuova Guinea non sa guidare un’auto, prendere un treno, leggere Dante o Shakespeare, comunicare con persone dall’altra parte del mondo, non ha ascoltato Mozart, non sa nulla della Shoah, non ha sviluppato una particolare visione dei diritti umani, non capirebbe il messaggio contenuto nell’arte di Kendell Geers o nei film di Truffaut. I primi antropologi scoprirono con sorpresa che presso diversi popoli non era chiara la connessione tra copulazione e concepimento. Noi, in cambio, non sopravvivremmo a lungo, al loro posto, e non saremmo in grado di esperire il loro ambiente nella maniera totalizzante che li caratterizza. Allo stesso tempo, mentre uno sciamano ed un accademico hanno un livello di coscienza superiore alla media, ciò riguarda soprattutto un ambito limitato di specializzazione. In altri campi può essere vero l’inverso.
Non si possono stabilire gerarchie proprio perché l'essere umano è l'unico animale indeterminato, in quanto parzialmente non-naturale, cioè frutto dell'interazione di genoma, ambiente naturale ed ambiente socio-culturale. Proprio in questa sua indeterminazione, ossia nell'assenza di confini precisi, risiede la sua dignità intrinseca, che è il fondamento dei diritti umani (nonché il suo libero arbitrio e quindi il senso morale e di responsabilità). Non solo, la sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile (ha un potenziale indeterminabile, insospettabile, appunto) e, poiché è imprevedibile, è anche creativo ed innovativo. L'affinamento morale, civile, scientifico ed artistico derivano dalla porosità di questi confini dell'umano, che si manifestano in una incredibile varietà di sfere di coscienza. In altre parole, come aveva intuito Sartre, gli esseri umani, inclusi i cacciatori della Papuasia, sono sempre più di quel che credono di essere in ogni singolo istante della vita e se scelgono di negarlo, è per mala fede o falsa coscienza.
Ogni persona ha il diritto di scegliere per la sua coscienza dei confini determinati. Questo diritto è irrevocabile e va rispettato fino a quando non comporta la negligenza dei suoi doveri nei confronti del prossimo. Ma nessuno, in nessuna circostanza, può decidere che così debba essere per l’intera specie.
Anche se qualcuno volesse confinare la nostra coscienza, per esempio tramite la somministrazione coatta di psicofarmaci, ad esempio – come nel film “Equilibrium” –, la natura, alla lunga, vi si opporrebbe. Infatti la coscienza prosegue il suo cammino evolutivo, sia filogeneticamente, sia ontologicamente e quella umana evolve molto più rapidamente delle altre (Tattersall, 1998; Keenan, 2003). Animali diversi hanno tipi di coscienza diversa, ma animali dello stesso tipo hanno lo stesso tipo di coscienza. Alcuni animali dello stesso tipo hanno diversi livelli di coscienza. Il che spiega come mai molti cani e gatti si dimostrino più simili all’uomo degli scimpanzé non in cattività, che pure sono biologicamente molto più simili a noi.
È presumibile che, raggiunto un certo livello di coscienza, sia difficile regredire in modo permanente (salvo catastrofi planetarie). È certo che nessun essere umano ha raggiunto la massima estensione di coscienza possibile per la nostra specie, anche se è possibile che alcuni abbiano raggiunto il loro massimo personale, se acconsentono che la loro mente si chiuda irrimediabilmente.
Abbiamo detto che tutti gli esseri umani sono uguali (i processi neurali sono in potenza i medesimi), ma non lo sono per livello o sfera di coscienza. Un bambino ed un anziano parlano la stessa lingua ma i vocaboli sono diversi e la coscienza è diversa. Così in certe lingue mancano delle parole per indicare certi stati d’animo relativi ad una certa sfera di coscienza. Dei bimbi italiani e yanomami non avranno probabilmente livelli di coscienza sensibilmente diversi ma, crescendo, si differenzieranno progressivamente. I ragazzini yanomami, nel lungo periodo, sarebbero perfettamente in grado di incorporare Salgari, Topolino, Gardaland e la playstation nella loro mente e nel loro modello di comprensione dell’universo e della vita, perché il loro cervello ha lo stesso potenziale dei ragazzini italiani. Allo stesso modo i ragazzini italiani potrebbero adattarsi alla realtà amazzonica, se fossero costretti a farlo ed assistiti nel farlo. La differenza è che tanti ragazzini italiani sanno qualcosa dell’Amazzonia e potrebbero forse arrivarci anche da soli. È invece difficile immaginare che un ragazzino yanomami sarebbe capace di fare il suo ingresso a Gardaland: non sarebbe neppure al corrente della sua esistenza, non avrebbe familiarità con il viaggio aereo e in treno e con l’incontro di sconosciuti, non potrebbero pagare. Non avrebbe neppure la curiosità di esplorare il resto del mondo, se non vi ci s’imbattesse accidentalmente. Questo dipende dal suo livello di coscienza (e di conoscenza: i due livelli sono concomitanti ma non direttamente equivalenti). Ma se avesse la possibilità di fare questo viaggio tornerebbe con un livello di coscienza forse persino superiore a quello dei suoi genitori. Lo stesso vale per i ragazzini italiani.
Charles Darwin ci offre un esempio molto interessante di questo tipo di fenomeno. Durante il viaggio del Beagle educò un certo un numero di nativi della Terra del Fuoco a comportarsi come gentiluomini britannici. Quando tornò li ritrovò che vivevano come prima del loro incontro e della loro “istruzione” ma, una volta saliti a bordo, erano ancora capaci di rientrare nella sfera di coscienza degli ospiti.
Livelli diversi di coscienza non comportano livelli differenti di umanità. Più cultura e più conoscenza significano più coscienza ed intelligenza ma non significano maggiore umanità. Per la stessa logica, il fatto che stiamo consumando le risorse naturali pregiudicandone la disponibilità per le generazioni future non implica una nostra involuzione biologica, di specie: l’egoismo è il prodotto di una sfera di coscienza ristretta (non esiste realmente una falsa coscienza, ma solo false nozioni), resa possibile da un certo genere di propaganda consumistica ed edonistica strumentale al successo del modello economico capitalista, dunque provvisoria. Il modello capitalista è, a sua volta, la radicalizzazione della capacità umana di adattare l’ambiente alle sue esigenze e non vice versa, com’è il caso degli altri animali. Si è passati dall’evoluzione biologica all’evoluzione culturale (manifestazione dell’evoluzione della coscienza umana) ma l’educazione (l’immagazzinamento di informazioni), di per sé, non basta a promuovere espansioni di coscienza. Solo l’autentica conoscenza li consente. Per questo possono esistere scienziati colmi di pregiudizi, medici disposti a partecipare a sperimentazioni criminose o sedute di tortura e teorie filosofiche completamente distaccate dalla realtà quotidiana.
La ragione di ciò va ricercata nella tendenza, comune a tutti gli esseri umani, sebbene con diversi gradi di severità, ad operare meccanicamente, spesso reagendo a situazioni nuove in modo ben poco creativo, quasi fossimo prigionieri di schemi consuetudinari fatti di valori, credenze e scopi ormai così rigidi da impedire al cervello di sviluppare tutto il suo potenziale (Peat, 1987). Ancora una volta, vorrei suggerire che questo sia un evento più comune in società dove le identificazioni collettive sono più salde e soffocanti, come l’Alto Adige, appunto o, in misura enormemente più drammatica, nella Germania della transizione verso il nazismo. “Quasi nessuno a Thalburg afferrò in quei giorni quel che stava accadendo; mancò la comprensione vera di quello a cui la città sarebbe andata incontro quando Hitler avesse conquistato il potere; mancò la capacità di capire realmente quel che fosse il nazismo” (Allen, 1994, p. 279). Vi è un ammonimento di Luciano Gallino nell’introduzione all’edizione italiana che deve valere per tutti noi: “non esiste nulla capace di vietare che ciò che è accaduto a Thalburg […] possa prima o poi accadere di nuovo” (ibidem, p. VIII).
Si può insomma vivere nella contemporaneità senza possedere una coscienza “moderna”. Le persone coinvolte nella perpetrazione di genocidi, pulizie etniche, terrorismo, terrore di stato, torture, ecc., non possiedono una coscienza moderna. Un tempo tutte queste pratiche erano considerate naturali,  spiacevoli ma necessarie ed inevitabili. Oggi, invece, suscitano orrore e riprovazione nell’opinione pubblica: la ragione di ciò risiede nell’emergere di una coscienza moderna. Dunque nella Germania nazista c’erano vaste bolle di anti-modernità, a livello di maturità delle coscienze. Lo sviluppo tecnologico o la passione per l'arte non indicano di per sè una qualche sensibilità moderna. E, di contro, non era forse moderna la pulizia etnica romana ai danni dei Cartaginesi o la democrazia imperialista di Pericle?
La tecnologia è espressione della coscienza, ma non coincide con essa. Il secolo scorso è stato segnato dalla crescita rigogliosa del pacifismo, della nonviolenza, dell’ecologismo, della tutela dei diritti umani e dei diritti civili, della lotta per l’abolizione della pena di morte, della tortura, della sperimentazione sugli animali, ecc., ma è anche stato il secolo più orribile della storia umana, per quanto ne sappiamo.
Oggi credo che noi tutti concorderemmo sul fatto che l’Olocausto sarebbe inconcepibile in quasi tutto l’Occidente ed anche altrove. Ci saranno altri genocidi, ma ci risulta difficile credere che possa avvenire secondo quelle modalità, almeno in Europa. Se era già stato difficile tenerlo nascosto allora, ed era servita una guerra per perpetrarlo, figuriamoci adesso. Questa nostra fiducia – non è importante che sia ben riposta, è importante che esista e sia diffusa – è un’indicazione della prevalenza di una sensibilità moderna che deriva da una coscienza moderna. Ciò non significa che tra noi non esistano individui per cui un secondo Olocausto sarebbe concepibile e che sarebbero ben lieti di partecipare a pogrom contro gli Ebrei, i Rom o i musulmani. Per fortuna questa categoria di persone, gravemente ipodotata a livello di coscienza, rappresenta una minoranza. La Shoah è quell’esperienza catastrofica che ha almeno consentito di compiere un salto di qualità collettivo alla coscienza di intere popolazioni. Analogamente la guerra in Vietnam ha creato le premesse per le oceaniche marce pacifiste di quegli e dei nostri anni.
Dopo la guerra, le società dell’Europa occidentali sono diventate gradualmente meno violente ed oggi godono di un livello di aggressività interpersonale relativamente basso. Perché? Perché il livello di coscienza dell’opinione pubblica si è accresciuto fino al punto in cui una maggioranza di persone ha capito che aggressività e violenza sono controproducenti e servono solo ad esacerbare la situazione. Esiste anche un diffuso sospetto nei confronti di chi abusa del proprio potere. Questo rimane vero anche se ci sono poco dubbi sul fatto che, come ogni altro predatore, possediamo un istinto omicida. Tuttavia, a differenza degli altri animali, molti di noi sono perfettamente in grado di controllarlo, come di controllare, più meno efficacemente, tanti altri istinti (sadismo, lussuria, ingordigia, pigrizia, egoismo, ecc.). Per gli altri animali ciò non è possibile. Anche molti umani non sono ancora capaci di farlo e molti non arriveranno a farlo nel tempo loro destinato. Ma ciò è dovuto precisamente alla disparità di livelli di coscienza, non ad una comune natura belluina precariamente contenuta da fragili laccioli socio-culturali.
Ciò che è affascinante è che la specie umana è una specie indefinita in una misura qualitativamente differente rispetto alle altre specie. Ciascun individuo è indefinito, possiede “infinitezza”, per dirla con Emerson. Nessuno può essere definito e delimitato conclusivamente. In questo scarto rispetto agli altri ominidi, come ad esempio i Neanderthal, che rimasero presumibilmente identici a se stessi per tutta la loro storia, risiede la nostra dignità. Siamo dunque giunti a concludere che la dignità umana, che è il fondamento dei diritti umani e quindi della democrazia, ossia tutto ciò che Adolf Hitler odiava visceralmente, è strettamente interconnessa alla nostra coscienza. Più elevata sarà la sfera di coscienza, minore sarà il nostro egoismo e maggiore sarà l’attenzione ed il rispetto tributato alla dignità degli altri. Più lontano sarà il giorno dell’avvento di un nuovo Hitler, sotto mentite spoglie.
In una prospettiva in cui l’antropologo cede il passo al filosofo esistenzialista, bisognerebbe concludere che la condizione (livello, sfera) di consapevolezza è l’elemento chiave dell’esistenza in questo nostro universo. Bisognerebbe altresì concludere che il senso della vita pare essere quello di un’educazione permanente, come se il mondo fosse una grande scuola. Lo pensava anche il grande regista russo Andrei Tarkovsky: “Siamo così pochi. Qualche miliardo in tutto. Una manciata! Forse siamo qui per fare esperienza delle persone come una ragione per amare”.
Bisognerebbe, infine, io credo, concludere che lo strumento principe della nostra maturazione è la relazione: “in principio è la relazione”, dice Martin Buber, la relazione interpersonale è il fondamento della responsabilità e della giustizia, chiosa Lévinas. O, più precisamente, il dialogo socratico, che ci aiuta a diventare meno soggettivi, meno prigionieri dei nostri pregiudizi e preconcetti e meno ingiusti nei confronti del prossimo. Purtroppo il riduzionismo metodologico di tanta parte della scienza più recente nega l’esistenza della coscienza e considera la mente come una mera funzione di processi chimici ed impulsi elettrici che hanno luogo nel vuoto, piuttosto che come l’interfaccia con il resto dell’esistente, com’è invece probabilmente il caso. Fortunatamente il dibattito vede ancora una forte contrapposizione tra riduzionisti (internalisti: la mente emerge dall’interno, dalle attività neuronali) ed esternalisti, ossia coloro i quali contestano l’idea che la coscienza ed il cervello siano la stessa cosa, essendo più propensi a ritenere che il cervello sia solo il mezzo che rende possibile l’espressione della coscienza nella condizione fisica umana (e non solo umana), un canale di trasmissione e ricezione.
È comunque un fatto assodato che la mente umana non è un computer e lo stesso funzionamento di ogni cervello (l’estensione e complessità delle connessioni sinaptiche) dipende dalla sua storia biologica e dalle esperienze della persona che ne fa uso. Questo perché, a differenza di quello degli altri animali, il cervello umano rimane estremamente plastico e continua a crescere ed organizzarsi per un lungo periodo di tempo dopo la nascita. Questo aspetto dello sviluppo umano fa sì che ogni persona abbia modo di differenziarsi dalle altre ed eserciti su ogni società un’influenza che si articola nel senso di una crescente flessibilità e sofisticatezza per poter accogliere la variabilità umana senza soffocarla. Una società chiusa o comunque una società che coltiva le separazioni, le distinzioni, gli incasellamenti  è, per così dire, “innaturale”, perché si pone come ostacolo a quei processi spontanei che meglio ci caratterizzano, quelli cioè che portano all’emersione del sé, alla consapevolezza di essere agenti in un contesto naturale e sociale/simbolico, alla nostra autonoma ri-programmazione. Come chiarisce il celebre paleoantropologo Ian Tattersall, “mentre ogni altro organismo di cui siamo a conoscenza vive in un mondo che gli è stato offerto dalla Natura, gli esseri umani vivono in un mondo che loro stessi trasformano in simboli e ricreano nelle loro menti. È questo che ci rende delle creature affascinanti - e pericolose” (2002, p. 78).
Il livello di coscienza raggiunto dall’essere umano lo rende libero di coltivare la sua incompletezza, l’indeterminatezza (neotenia) necessaria all’apprendimento permanente, di percorrere vie alternative in una società ed in un ambiente aperti, di riprogrammarsi, sperimentando con e su se stesso. Un vantaggio aggiuntivo è che a maggiore eterogeneità e flessibilità corrispondono minori tassi di autoritarismo e di violenza/aggressività (Haslam/Reicher 2007; 2008).
Una ragione in più per mettersi alle spalle ogni genere di segmentazione e concezione gerarchica ed esclusiva della società umana.

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L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene