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mercoledì 18 gennaio 2012

Anton Costas avverte che il fascismo è dietro l'angolo





Scrive Anton Costas (Università di Barcellona), uno dei maggiori economisti spagnoli, in un approfondimento apparso su El Pais dell’8 febbraio:

“Mi ero proposto di iniziare l'anno cercando disperatamente buone notizie con le quali alimentare una certa speranza di miglioramento, non perché sperassi che il 2012 fosse un anno pieno di cose buone - il mio ottimismo non arriva a questo -, ma perché, siano quali siano le circostanze, l'animo ottimista lo dobbiamo mettere noi.
Però tutto mi diventa più difficile, l'ambiente di inizio anno è deprimente. Non solo perché lo sono le circostanze, ma specialmente perché i governi, invece di comportarsi come medici che cercano di recuperare i ritmi vitali di un'economia malata, si comportano come fossero becchini.
Perché è questo quello che stanno facendo, infognando l'economia nella depressione. L'economia europea si trova di nuovo in fase di stagnazione. Dopo essere uscita dalla recessione del 2009, torna a cadere in una nuova recessione che ha un'alta probabilità di convertirsi in una lunga e pericolosa depressione. Se così fosse, le conseguenze oltrepassarebbero le frontiere dell'economia per incidere sulla stabilità sociale e politica.
Consentitemi di chiarire. L'economia capitalista è maniaco-depressiva. Ha delle tappe di euforia, seguite da altre di recessione. Gli economisti parlano di tre tipi di recessione, i cui profili adottano la forma di tre lettere, la V, la W e la L.
La prima è la più comune. La sua dinamica è la seguente: in qualche momento, per ragioni diverse l'economia smette di crescere e crolla, tocca il fondo e successivamente rimonta fino a ritornare al punto di partenza. Normalmente dovrebbe durare tra due e sei trimestri.
È quello che avvenne nel 2009. A partire dall'esplosione della bolla del credito nell'autunno del 2008, l'economia occidentale cadde in picchiata, come conseguenza del crollo dei consumi e degli investimenti privati che sono il motore principale dell'economia di mercato. Dopo aver toccato il fondo, nel 2010 iniziò a recuperare grazie all’intervento massiccio e coordinato di tutte le banche centrali e dei governi del G-20 per evitare una depressione come quella degli anni trenta del XX secolo. Queste politiche fiscali e monetarie agirono come motori ausiliari del motore principale che era grippato.
Però è in questo momento che i nostri governanti, impauriti dalla fattura del combustibile di questi motori (per il deficit pubblico e l'aspettativa dell’inflazione), decisero di disattivarli alla fine del 2010, prima che il motore principale ritornasse a funzionare.
Come era facile pronosticare, l’economia frenò il suo recupero e tornò a cadere, entrando nella recessione a forma di W, nella quale ci troviamo adesso.
Perché hanno agito in questo modo? Si lasciarono trasportare dall’idea magica dell'austerità espansiva: l'austerità farebbe ritornare la fiducia degli investitori, farebbe scendere il tasso di interesse e stimolerebbe la crescita. Una fiaba con le fatine. Noi economisti sappiamo che l'austerità ha funzionato solo dove le economie si potevano svalutare e approfittare dell'aumento delle esportazioni per crescere. La svalutazione monetaria apre una finestra alla crescita. Fare parte dell’Euro implica che questa finestra non esista.
L'austerità può non funzionare anche con la svalutazione. Questo è l'insegnamento impartito dal primo ministro britannico, David Cameron. Quando salì al governo due anni fa, mise in opera un intenso taglio di spesa e dei salari. Parallelamente, approfittando del fatto che non fosse nell’Euro, la sterlina si svalutò. Con questa politica, che possiamo chiamare neomercantilista, sperava di sostituire la domanda interna con le esportazioni.
Ma non funzionò. L’economia britannica si incammina verso la recessione. Siccome l’austerità è diventata una politica generalizzata in tutta l’Unione Europea, non c'è a chi esportare. E tutti si vedono condannati alla recessione. La mia fiducia iniziale nell’esistenza dell’intelligenza nei governi mi fece pensare che avrebbero cambiato rotta.
È quello che fece Franklin D. Roosevelt correggendo il cosiddetto “Errore del 1937”, che consisteva proprio in questo, nel disattivare i motori ausiliari prima che il motore principale tornasse a funzionare.
Però adesso i governi dell’eurozona persistono con una testardaggine degna di cause migliori con l’austerità compulsiva.
Da un lato la cancelliera Angela Merkel ha imposto un nuovo patto che impedisce l'uso della politica fiscale. Da un altro, il regolamento della BCE le impedisce di agire come prestatore di ultima istanza dei governi, uno strumento di politica finanziaria essenziale in momenti come questo, mentre i governi dei paesi in difficoltà come la Spagna, sotto l'effetto di quella che potremmo chiamare la sindrome di Berlino, si dedicano con fervore quasi religioso nel coltivare la mistica del sacrificio sterile e dei tagli compulsivi.
Come se l'insegnamento dell'esperimento inglese non esistesse. Questo perseverare nell’errore rende più probabile che la recessione a forma di W nella quale ci troviamo adesso si trasformi in una recessione a forma di L, che significa una recessione prolungata.
Gli insegnamenti di ciò che accadde negli anni trenta del secolo scorso in Europa ci dicono che gli effetti di una recessione prolungata e della disoccupazione oltrepassano le frontiere dell’economia per incidere in forma violenta sulla coesione sociale e la stabilità della democrazia.
L’insicurezza e la paura del futuro portano la popolazione a preferire la sicurezza che fittiziamente offre il populismo.
Così arrivarono il fascismo e quello che venne dopo.
Osservando questo panorama, mi chiedo se ancora esista una traccia di vita intelligente nella politica europea. E non ne sono sicuro.
Però di una cosa sono convinto: o si apre rapidamente una finestra alla crescita nella zona Euro, o vedremo il collasso delle nostre economie con tutte le altre conseguenze.
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08.02.2012
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VINCENZO LAPORTA

COMMENTO DEL LETTORE HAMELIN:
Sì, sono intelligenti, decisamente più dei somari che li votano...
O che li votavano (ormai in Italia e Grecia si è sorpassata questa inutile perdita di tempo)...
Le manovre recessive sono state fatte con un unico obbiettivo: Piegare le popolazioni ad accettare un sistema di governo oligarchico, autocostituito, autoreferenziale e tecnocrate = Dittatura Finanziaria Europea.
Loro hanno fatto passare ai più queste manovre come ancora di salvezza mentre anche la più capra delle capre in economia sa che queste mettono fine a qualsiasi paventata ripresa.
Il Dottore ha convinto e ha fatto credere al paziente che il suo leggero mal di testa è un cancro...
Il paziente tra le grida del suo immaginario dolore chiede al medico la morfina che egli sapiente gli fornisce prima a piccole dosi così il paziente contento di non sentire il suo dolore immaginario lo ringrazia fintanto che le dosi aumentano, la vista gli si offusca e gli occhi si chiudono per sempre...
In tutte queste pagliacciate e pantomime gli unici intelligenti sono loro che chiedono sacrifici senza farne...
Gli stupidi sono tutti gli altri ... quelli che a tempo debito verranno utilizzati come carne da cannone per combattere una guerra contro un nemico "terrorista" e lontano , fonte di tutti i loro mali...
Caro autore tu sottovaluti il fatto che l'intelligenza non è sempre usata per buoni scopi, anzi...se chiedessi allo storico scopriresti che le idee più brillanti e riuscite erano rivolte verso fini malvagi.
Una buona domanda invece sarebbe: Perché la gente si affida ai suoi aguzzini scambiandoli per il buon pastore?

martedì 10 gennaio 2012

Ma chi ce lo fa fare? Terry Gilliam, Max Weber, Marx e la fuga dall'incubo




Salman Rushdie in dialogo con Terry Gilliam:
SR: “Ci fu un tempo in cui anch’io avevo i capelli…non ero mai stato negli Stati Uniti…arrivai a San Francisco con capelli lunghi e baffi alla Zapata…c’era un cartello: “pochi minuti alla dogana è un piccolo prezzo da pagare per salvaguardare i vostri figli dalla minaccia delle droghe”. Un tizio, un Americano DOC, si gira verso di me e mi dice: “Mi sa che te la vedrai brutta”. E aveva ragione. Mi fecero a pezzi, mi fecero spogliare e m’ispezionarono ovunque. Così arrivai in America, tremante. Un’anziana donnetta che attendeva l’autobus vicino a me che mi vide tremare e mi chiese: “che ti è successo, poverino?”. Mi sfogai con lei. E lei fece questo gesto solenne, con la mano sul cuore, scusandosi formalmente a nome degli Stati Uniti. E, ti dirò, sistemò tutto. Potevo passare oltre e godermi l’America”.
TG: “È vero, è questa la grande cosa dell’America: gli Americani”.
SG: “Sì, prima t’ispezionano il retto e poi si scusano di averlo fatto”.
[Entrambi ridono per quasi un minuto].

È terribile pensare che il mondo potrebbe un giorno essere pieno di nient'altro che di piccoli denti d'ingranaggio, di piccoli uomini aggrappati a piccole occupazioni che ne mettono in moto altre più grandi... questo affanno burocratico porta alla disperazione... e il mondo un giorno potrebbe non conoscere nient'altro che uomini di questo stampo: è in un'evoluzione di tal fatta che noi ci ritroviamo già invischiati, e il grande problema non verte su come sia possibile promuoverla o accelerarla, ma sui mezzi - viceversa - da opporre a questo meccanismo, al fine di serbare una parte di umanità libera da questo smembramento dell'anima, da questo dominio assoluto di una concezione burocratica della vita.
Max Weber, 1909

Ma il destino ha voluto che il mantello si trasformasse in una gabbia di durissimo acciaio….  da cui lo spirito è fuggito. In ogni caso il capitalismo vittorioso non ha più bisogno di questo sostegno, da quando poggia su una base meccanica… e la ricerca del profitto si è spogliata del suo senso etico-religioso, e oggi tende ad associarsi con passioni puramente agonali, competitive… Nessuno sa ancora chi in futuro abiterà in quella gabbia, e se alla fine di tale sviluppo immane ci saranno profezie nuovissime …o se invece avrà luogo una sorta di pietrificazione meccanizzata, adorna di una specie di importanza spasmodicamente autoattribuitesi. Poiché, invero, per gli "ultimi uomini" dello svolgimento di questa civiltà potrebbero diventare vere le parole: "Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore; delle nullità che si immaginano di essere ascesi a un grado di umanità mai prima raggiunto". 
Max Weber, “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo”

La burocrazia nel suo pieno sviluppo si trova anche, in senso specifico, sotto il principio della condotta sine ira ac studio. La sua specifica caratteristica, gradita al capitalismo, ne promuove lo sviluppo in modo tanto più perfetto quanto più essa si “disumanizza” – e ciò vuol dire che consegue la sua struttura propria, ad essa attribuita come virtù, che comporta l’esclusione dell’amore e dell’odio, di tutti gli elementi affettivi puramente personali, in genera irrazionali e non calcolabili, nell’adempimento degli affari di ufficio.
Max Weber, "Economia e Società"

L’America ti bombarda di sogni e ti priva dei tuoi.
Terry Gilliam

BRIAN: No. No, no, vi prego. Vi prego, vi prego. Ascoltate. Avrei una o due cose da dire, ascoltate.
SEGUACI: Diccele! Diccele tutte e due!
BRIAN: Sentite, voi avete capito male. Non è necessario che seguiate me. Non è necessario che seguiate nessuno al mondo,
non serve. Dovete pensare con la vostra testa. Siete tutti degli individui!
SEGUACI (all’unisono): Sì, siamo tutti degli individui!
BRIAN: E ognuno di voi è diverso.
SEGUACI (all’unisono): Sì, ognuno di noi è diverso!
DENNIS: Io no.
ARTHUR: Shhhh!
BRIAN: Dovete tutti imparare a cavarvela da soli.
SEGUACI (all’unisono): Sì! Dobbiamo imparare a cavarcela da soli!
BRIAN: Esatto!
SEGUACI (all’unisono): Dicci di più!
BRIAN: No! Ecco il punto: non fatevi dire mai da nessuno che cosa fare, altrimenti...
Monty Python, “Brian di Nazareth”

George Hanson: Una volta questo era proprio un gran bel paese, e non riesco a capire quello che gli è successo.
Billy: È che tutti hanno paura ecco cos'è successo. Noi non possiamo neanche andare in uno di quegli alberghetti da due soldi, voglio dire proprio di quelli da due soldi capisci? Credono che si vada a scannarli o qualcosa, hanno paura.
George Hanson: Si ma non hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate.
Billy: Ma quando... Per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli.
George Hanson: Ah no... Quello che voi rappresentate per loro, è la libertà.
Billy: Che c'è di male nella libertà? La libertà è tutto.
George Hanson: Ah sì, è vero: la libertà è tutto, d'accordo... Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.
Billy: Eh la paura però non li fa scappare!
George Hanson: No, ma li rende pericolosi.
“Easy Rider”

Un aneddoto ricorrente nelle interviste di Terry Gilliam è il momento che ha definito la sua esistenza, negli anni Sessanta, quando si fece crescere i capelli lunghi e capì che vivere negli Stati Uniti poteva essere un incubo [“ah, è così che dev’essere essere un ragazzo nero o messicano a Los Angeles”]. I poliziotti continuavano a farlo accostare per controllare i suoi documenti, una donna anziana lo insultò, i camionisti gli gridavano “sei un ragazzo o una ragazza?”, un gruppo di bulli lo scacciò da un locale in malo modo [“Chi ti credi di essere, Gesù? Forse hanno anticipato la Pasqua quest’anno?”]. Diventò sempre più arrabbiato per la costante persecuzione ma rimase anche scioccato dal risentimento e dall’ostilità contro tutto ciò che non era conforme, contro la libertà di espressione, che era vista come un’aberrazione [“You just found this outrageous aggression in America that was flailing out at anything that looked different”]. Quest’esperienza rafforzò in lui la determinazione a resistere ad un sistema minaccioso, monolitico e repressivo, alla catalogazione degli esseri umani, ad un’atmosfera soffocante che faceva apparire l’intero universo come nella migliore delle ipotesi indifferente e nella peggiore ostile ed incontrollabile. I classici ribelli donchisciotteschi dei suoi film sono il frutto di questo immaginario, i suoi film sono un ammonimento [“My films are messages in bottles for America”] e gli spettatori devono pensare [“They had just paid their money and they had to go in and think!”]. 

Ho studiato Max Weber all’università e, come spesso succede, l’ho capito solo dopo la laurea. Mi ricordo che ad un esame, estenuato dalla tensione, dalle poche ore di sonno e da una docente che puniva insensatamente chi non era riuscito ad andare alle sue lezioni, scoppiai a piangere per la sadica insistenza con cui mi chiedeva di Max Weber, ben sapendo che non l’avevo preparato come si deve (perché lo trovavo banale ed inutile). Insomma, non avevo un buon ricordo di lui.
Da studente mi rimasero però in mente varie idee associate a lui: la moglie straordinaria che lo aiutò a diventare la celebrità che fu, l’etica protestante e lo spirito del capitalismo, le gabbie d’acciaio della modernità, gli specialisti senza spirito ed i gaudenti senza cuore (un perfetto ritratto del mondo attuale, laddove ci sono le leve del potere). La cosa sorprendente è che mi rimase impressa l’immagine di un sociologo dell’establishment, quando invece il suo pensiero era molto più rivoluzionario di quello di Marx. Quel che Marx non aveva capito per Weber era evidentissimo: il progresso esteriore non emancipa ma schiavizza. Per questo il marxismo ha avviato molti al totalitarismo ed una cosa come il weberismo non esiste.
L’insegnamento di Weber è che il capitalismo è diventato una vocazione religiosa, un pensiero unico che ha plasmato l’immaginario collettivo spazzando via ogni alternativa, favorito dall’improponibilità del paradigma accentratore marxista. Ma entrambi sono disumani perché sono materialisti, utilitaristici, gerarchici, irrazionalmente iperrazionali, maniacalmente fissati con il dogma del lavoro indefesso, dell’abnegazione, della dedizione al datore di lavoro, del sacrificio della propria esistenza sull’altare della produzione, crescita, conquista, lotta, sopraffazione.
Il marxismo è una religione laica materialista ed apocalittica che si definisce scientifica senza esserlo, s’indirizza verso una Battaglia Finale tra le forze del bene e quelle del male, che sarà seguita da un’utopia. Il conflitto è inevitabile per via della dialettica hegeliana di tesi, antitesi e sintesi. Il materialismo dialettico è lo scontro violento di forze tenacemente contrapposte e quindi giustifica e favorisce il conflitto sociale, considerandolo desiderabile. Un’utopia in cui tutti ottengono quello di cui hanno bisogno ma non necessariamente quel che vogliono e non c’è alcuno spazio per la spiritualità. Prima che questa utopia si realizzi serve però una dittatura, la dittatura del proletariato in cui tutti lavorano, zitti e muti, in vista di un mondo migliore eternamente prorogato.
Il professor Carroll Quigley (Princeton, Harvard, Georgetown, Smithsonian), con il suo “Tragedy and Hope, A History of the World in Our Time” (1964), ci spiega invece cos’è il capitalismo. I padroni del capitale mirano a creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private capace di dominare la politica di ciascuna nazione e l’economia del mondo. Un sistema neo-feudale che ha i suoi centri di potere nelle banche centrali che operano di concerto, ma segretamente. Il progetto prevede speculazioni massicce, dirigismo dell’economia nazionale a vantaggio degli oligopoli, cooptazione di politici ambiziosi, crisi generate che rimettano in linea le masse.
Max Weber, un secolo fa, aveva capito dove tutto questo ci avrebbe condotti. Una disumanizzante razionalizzazione, formalizzazione, meccanizzazione, spersonalizzazione, burocratizzazione e monetizzazione di ogni sfera dell’esistenza umana e non solo, totalmente incompatibile con la caritas, la compassione, l’empatia, la coscienza, la morale. L’obiettivo primario è quello di una fredda, dozzinale, prosaica eccellenza materiale. Il duro lavoro è una virtù e quindi un obbligo morale, non c’è alcuna qualità in un’opera che non abbia richiesto uno sforzo: più ragguardevole lo sforzo, maggiore la qualità. Naturalmente tutto questo puritanesimo ascetico vale esclusivamente per le masse: chi sta in cima alla piramide può indulgere in tutti gli stravizi e le condotte parassitarie che più gli aggradano.
Ma, alla fine, tutti, quelli in alto come quelli in basso, sono accumulati dalla medesima sindrome.
Una cronica insicurezza viene tenuta a bada accumulando beni di proprietà che dovrebbero, nelle loro intenzioni, comprovare l’importanza, lo status (prestigio), il potere del proprietario. Gentilezza, affetto, premura, sollecitudine, generosità, intuito personale, coscienza, indipendenza, spiritualità: tutte virtù che, in seno alla società capitalista, sono diventate dei vizi. Ci si può permettere di essere virtuosi in famiglia, ma sul lavoro le qualità richieste sono altre: determinazione, egoismo, impersonalità, durezza, brutalità, conformismo, ambizione insaziabile. In questo modo la società occidentale è finita su un binario morto e, lungi dal concentrarsi su un razionale perseguimento della soddisfazione dei bisogni umani, si sforza, irrazionalmente ed auto-distruttivamente, di realizzare le ambizioni materiali. Nel farlo, ha dato forma ad un apparato tecno-burocratico che, come osserva Weber, “per via del suo carattere impersonale…può prestarsi alle finalità di chunque sappia come assumerne il controllo”. È la banalità del male su scala collettiva, totale, necrofila.

domenica 1 gennaio 2012

Un mese di governo e Monti ha già bruciato buona parte del suo consenso




In trenta giorni di governo Monti ha perso il 18,1% del consenso. Ora solo poco più dell'11% degli Italiani è sicuro che "ci salverà dalla crisi". Il 30% circa non crede che lo farà/che ce la farà, una percentuale in crescita di quasi il 17%, nonostante il robustissimo ed incondizionato appoggio di quasi tutti i mezzi di informazione.
Non c’è da stupirsi che il discorso di Napolitano sia oggetto di attacchi su face book.
Quando un presidente della repubblica dice: "L'Italia può farcela" e poche ore dopo leggo: "Nel 2012 rincari per 2.103 euro a famiglia" (2mila euro!!!!!!!!!!!), l’unica reazione che mi viene è la ripulsa (la rabbia presuppone un interesse per il suo bersaglio).

Quello che sta accadendo in Italia e nel mondo è semplicemente disgustoso. 

sabato 10 dicembre 2011

Il Giappone di Terzani, il mio Giappone, il Giappone dopo Fukushima



Non faremmo un buon servizio a Tiziano, né a quello che ci ha lasciato, se ora trasformassimo lui in un santone e Angela e i suoi figli in chierici addetti al suo altare.
Giuliano Amato, Corriere della Sera, 30 luglio 2006.

Tiziano Terzani e la moglie Angela Staude hanno odiato il Giappone e molti Giapponesi si sono risentiti per questo.
È molto facile odiare, per noi esseri umani ed è anche molto facile chiamare amore quel che è possesso.
Terzani ha scritto pagine infuocate e livorose sul Giappone perché, ancor prima di partire, l’aveva idealizzato e la distanza tra il Giappone patinato ed il Giappone futuristico, da un lato, ed il Giappone dei suoi sogni, dall’altro, era incolmabile.
La colpa è stata sua e lo ha dimostrato in tanti suoi altri libri: troppo spesso ha cercato di trovare in Asia la pace e l’armonia che non trovava in Occidente e, per questo, ha orientalizzato l’Oriente, rendendolo più spirituale, più trascendentale, più esotico di quel che è, sovrumano.
In fondo, è una forma di razzismo all’incontrario; il meccanismo retrostante è il medesimo: xenofobia e xenofilia sono due atteggiamenti sbagliati, perché ci fanno scambiare i nostri desideri e paure per la realtà. Lo xenofobo discrimina il “voi” privilegiando il “noi”, lo xenofilo discrimina il “noi” privilegiando il “voi”. Terzani ha odiato il Giappone perché il Giappone non corrispondeva per nulla alle sue aspettative, non era la Shangri-La che aveva in mente:
È successo anche a me, solo che io non ho mai amato il Giappone. Sono finito in Giappone per caso, non avendo mai amato la cultura manga e anime, non essendomi mai interessato all’arte, alla lingua, alla cucina giapponese. Eppure, persino una persona così relativamente indifferente può cadere nella trappola. Ho odiato il Giappone e ancora adesso mi succede di odiare certi aspetti della cultura e della società giapponese. Odio l’assetto neo-feudale della società giapponese, odio lo strapotere delle grandi aziende, del grande capitale, di una politica castale, odio lo sfregio della meravigliosa natura isolana con una cementificazione dissennata, odio il fatto che si metta la crescita materiale e l’arricchimento davanti alla maturazione spirituale e morale, odio l’indottrinamento al conformismo del sistema educativo, l’edonismo e la superficialità dei messaggi convogliati dai media, dalla pubblicità, dalla moda e dall’arte contemporanea, così conformista nel suo dozzinale anticonformismo. Odio il patriottismo ed il nazionalismo, ossia la devozione ad un’astrazione, tanto sciocca quanto l’amore per l’umanità. Odio il fatto che si chiami esercito di difesa (“forze di autodifesa”) quello che è un esercito supertecnologico e pronto alla guerra offensiva, in barba alla costituzione antimilitarista. In pratica, odio le storture dell’Italia e dell’Occidente che ritrovo nell’Oriente delle fantasie di purezza e autenticità. Non sono diverso da Terzani, non sono migliore di lui: pretendo che il Giappone sia come voglio che sia. Sono un amante risentito, oltraggiato, offeso ed infuriato.
Leggo Barrington Moore Jr. e capisco che le popolazioni contadine giapponesi erano orgogliose ed assertive: arrivava il momento in cui si ribellavano ai loro oppressori, esattamente come succede in Cina, esattamente come succedeva in Europa. Vedo che le presunte innate virtù rurali sono state usate dall’élite dello stato nazionale moderno per instillare nelle menti dei Giapponesi una certa idea di società utilitarista, disciplinata e fondamentalmente gretta, non dissimile da quella italiana. Un ordinamento reso possibile dall’invenzione della tradizione: dal matrimonio scintoista alle regole del sumo, allo stile “giapponese” nelle relazioni di lavoro all’avversione per la conflittualitàwa noi seishin: lo spirito di pace e di armonia –: tutte cose introdotte in tempi relativamente recenti e che non esistevano nel Giappone tradizionale, salvo che nelle alte sfere, dove il principe Shotoku, per placare i sudditi, soleva dire: “apprezziamo l’armonia, onoriamo l’astensione da contrasti immotivati”.
Mi scoraggio e penso: quanto spazio c’è per l’indignazione, nel Giappone e nell’Italia di oggi? Sapremo liberarci dal giogo di un anonimo apparato tecnocratico concepito solo per infantilizzarci, portandoci dalla culla alla bara nella piena efficienza e nel pieno disciplinamento degli animi e delle menti, al servizio dello Stato e dell’Economia? Coltivandoci come dei bonsai, nella debolezza di carattere e carenza di personalità e responsabilità civica (la solidarietà SPONTANEA tra sconosciuti non è comune in un Giappone dai ruoli codificati e dalle ritualizzazioni sociali), invece di lasciarci crescere come i grandi alberi che potremmo essere. Costruendo giorno dopo giorno una Buro-Utopia che lascia poco spazio all’iniziativa privata, perché non tollera l’instabilità, l’incertezza, l’imprevedibilità, i capricci della creatività umana.

IL GIAPPONE DOPO FUKUSHIMA – LE MIE PREVISIONI
Purtroppo la situazione a Fukushima sta peggiorando e non è difficile prevedere che già dall’anno prossimo il governo giapponese non potrà rifiutarsi di provvedere ad ulteriori evacuazioni di massa, ormai tardive. Gli espatriati da inquinamento radioattivo si moltiplicheranno e forse anche le nascite di bambini deformi. Ho l’impressione – o forse la mia è solo una speranza – che questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso. Esiste già un movimento di indignati giapponesi (Occupy Wall Street Tokyo) e credo che la frustrazione per il perdurante autoritarismo, l’iniquità del sistema giudiziario, la corruzione di quello politico, l’impossibilità di garantire una crescita economica sostenuta, uno stato sociale indegno di una democrazia, la paura del futuro (anche delle catastrofi naturali) e, ultimo ma non per importanza, il costo del mantenimento della famiglia imperiale, sfocerà in proteste pubbliche di massa che faranno cadere uno dei prossimi governi di inetti. Cose già sentite anche in Italia, appunto.
Se ho capito qualcosa dei Giapponesi, mi aspetto che le proteste non siano generiche come succede ancora adesso tra gli indignati degli altri paesi. La potente cultura del pragmatismo instaurata dallo stato nazionale gli si rivolterà contro, quando i manifestanti dimostreranno di avere le idee e gli obiettivi molto chiari. In questo senso, i Giapponesi potrebbero fornire un esempio per tutti gli altri movimenti di protesta, a partire dalla primavera-estate del 2012, quando mi aspetto che scoppi una Rivoluzione Globale che interrompa la Terza Guerra Mondiale:

martedì 15 novembre 2011

Crisi generate e colpi di stato "soft"




Trasferita dalla salvezza delle anime alla salvezza della società, è la sempiterna figura della missione redentrice che un “salvatore” assume su di sé, lasciando al vita beata in cui stava prima di lassù, scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù. Teologia politica allo stato puro, cioè trasposizione di schemi mentali e suggestioni dalla teologia alla politica. C’è poco da ridere o anche solo da sorridere. È cosa seria. È una forma mentale perenne e universale, ricorrente nella storia delle irruzioni in politica di tutti i benefattori che si accollano compiti provvidenziali. I “re nascosti”, gli “unti del Signore” che gli uomini comuni devono riconoscere, fanno la loro apparizione nella storia dei popoli in ogni momento di difficoltà; gli “uomini della provvidenza”, comunque li si denominino e quale che sia la forza sovrumana che li manda e dalla quale sono “chiamati” (un Dio, la Storia, il Partito, l’Idea, la Libertà, il Sangue e la Terra, in generale il Bene dell’umanità) sono appena alle nostre spalle, anzi sono tra noi. La secolarizzazione del potere, premessa della democrazia, non li ha affatto scacciati. Li ha solo costretti a mimetizzarsi…l’idea provvidenziale fa capolino a ogni appuntamento importante, presentato come occasione ultima e risolutiva di riscatto o di perdizione.
Gustavo Zagrebelsky (Sì, amo Zagrebelsky: è un problema? ;o)

Esistono complotti minori (mobbing, adulterio, faide) e maggiori (Operazione Northwoods, menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq, sui legami tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden e sulle fosse comuni a Tripoli). Chi non crede ai complotti è obiettivamente un fesso. Ci credono persino Biden, Powell, Albright e Brzezinski, che non si possono certo definire dei grulli:
E, prima di loro, Roosevelt e Eisenhower:
È assai probabile che l’attuale catastrofe economica sia una crisi generata, congegnata in modo tale da avviare la transizione verso forme di governo autoritarie, post-democratiche. Lo si intuisce se si tiene conto della storia recente:
delle rivelazioni dei pentiti:
delle inchieste dei giornalisti:
e degli studi clinici:

Il che ci dovrebbe far capire che l’economia planetaria è illusoria, interamente artificiosa, non è un meccanismo spontaneo ma regolato, in buona misura, laddove fa la differenza.
Alla luce di queste considerazioni, obbedire alle regole dei tecnocrati significa rinunciare alla possibilità di sopravvivere a lungo, in questi frangenti.
Molta gente non se ne è ancora resa conto, vittima della sindrome della rana bollita. Se si getta una rana viva in una pentola di acqua bollente, questa salterà fuori e scapperà. Se la si colloca in un pentola d’acqua che poi si fa bollire, la rana si lascerà cuocere. Piccoli ma costanti cambiamenti possono trasformare il nostro orizzonte esistenziale senza che noi ci accorgiamo della trasformazione. Il nostro sistema nervoso non li percepisce. È ipotizzabile che qualcosa del genere sia accaduto anche in Germania che, alle ultime elezioni libere, nel 1932, punì Hitler, togliendogli 2 milioni di voti e dandogli meno di un terzo dei consensi. Per approfondire:
Sia come sia, presto non dovremo più preoccuparci di politici incapaci, incompetenti, manigoldi e/o traditori. Pare di poter dire che uno dopo l’altro saranno sostituiti con tecnocrati legati a filo doppio al sistema di potere finanziario che programma periodicamente le crisi generate.
Nel giro di pochi giorni gli eurocrati hanno sostituito due primi ministri democraticamente eletti e collocato al loro posto due loro uomini: un ex vicepresidente della BCE (Papademos) ed un ex commissario europeo già consulente della Goldman Sachs (e della Coca Cola), Mario Monti, che ha già precisato che il suo governo, lungi dall’essere provvisorio, durerà fino alla fine della legislatura, nella primavera del 2013.
Entrambi invocano misure drastiche, interventi decisi, resi necessari dalle drammatiche contingenze, disposizioni emergenziali pensate per ristabilire l’ordine. Se fossero dei militari la gente s’interrogherebbe, si preoccuperebbe, protesterebbe, ma questi sono dei tecnici e, anche laddove portano al potere l’estrema destra, la cosa ci turba fino ad un certo punto. Un regime finanziario/tecnocratico? Chi ne ha mai sentito parlare?
Chi controlla il linguaggio e le immagini stabilisce il consenso democratico. Il nuovo corso della politica targata Alta Finanza è un virus antidemocratico che il sistema immunitario della democrazia non è preparato a contrastare. Anzi, lo considera benigno, lo accoglie. Una volta attecchito, il virus comincia a comportarsi secondo natura, fino a prendere il controllo dell’organismo che, al termine del processo di trasmutazione, conserva le sembianze di una democrazia, ma all’interno è stato completamente trasfigurato: l’ombra di se stesso. I cittadini non sono più nella posizione di poter decidere del proprio futuro; tutto è in mano alla tecnocrazia ed ai suoi imperativi: “la scienza economica conduce ad un progresso continuo”, “la perfetta razionalità esiste ed è il fondamento di ogni legittima attività decisionale”, “la scienza economica è la sola autorità”. La tecnocrazia si proclama – ingiustificatamente – portatrice di virtù che designa come cardinali: razionalità, disciplina, neutralità, imbrigliamento di emozioni e sentimenti, pragmatismo, efficienza, rapidità, rigore. La legge e la morale non possono opporsi alla pretesa evidenza scientifica, ma devono conformarvisi. Il dato “scientifico” diventa il surrogato della verità rivelata, circonfuso da un’aura di intangibilità morale che è propria del sacro. L’esperto diventa un nuovo profeta, il Salvatore, un eroe, Super Mario. Si promette la liberazione attraverso il disciplinamento totale, in linea con il motto della fiera mondiale di Chicago del 1933: “La scienza scopre. L’industria applica. L’uomo si adatta”.
La logica di questi becchini della democrazia è quella del bonsaista: si tagliano via quasi tutte le radici, tranne quelle più giovani e si confina la pianta nella prigione di un vaso. Monti, Papademos e tutti quelli che verranno dopo di loro (in Spagna, ad esempio), sono qui per fare giardinaggio sociale: come il giardiniere estirpa erbacce e ramaglie, presenze indesiderabili perché rovinano l’estetica del giardino, così il “tecnocrate da resa dei conti” rimuove il sottobosco, le sterpaglie, le erbacce tutto ciò che impedisce all’eccellenza di rifulgere, di prosperare, come i superuomini nietzscheani. Questi ingegneri sociali non possono consentire che l’eterogeneità umana interferisca con i loro programmi di “qualità totale” in un ordine rigidamente gerarchico: il valore del cittadino dipenderà dal suo contributo fattivo alla sforzo produttivo della nazione. Si privilegia il più forte (l’élite finanziaria) perché solo una casta selezionata può preservare la piramide sociale. Non c’è spazio per la contestazione dei comuni cittadini. Le obiezioni sono estremismi dottrinari, complottismi paranoici, sentimentalismi dozzinali indegni di uno stato moderno.
Stando così le cose, non ci può essere alcuno spazio per una consultazione popolare. Gli esperti sono qui per badare a tutto al posto dei cittadini. Come il Grande Inquisitore di Dostoevskij (”I Fratelli Karamazov”): “Essi ci ammireranno e ci considereranno come altrettanti dèi, per aver consentito, dopo esserci messi alla loro testa, a prendere sulle nostre spalle il carico della libertà, della quale essi hanno avuto paura, e per aver consentito a dominarli; tanto tremendo finirà col sembrar loro l’essere liberi!…Per l’uomo rimasto libero non esiste una preoccupazione più assillante e tormentosa che quella di trovare al più presto qualcuno davanti al quale prosternarsi”. Servi di natura, come propugnato dai sofisti Gorgia e Trasimaco, secondo i quali “la natura vuole padroni e servi”, la giustizia naturale essendo “l’utile del più forte”, o servi per cultura, ma comunque servi. Per un breve periodo si erano ribellati, per poi ammansirsi nuovamente. “Ma il gregge di nuovo si radunerà e di nuovo si sottometterà, e stavolta per sempre. Allora noi gli daremo una quieta, umile felicità, una felicità di esseri deboli, quali costituzionalmente essi sono. Oh, noi li persuaderemo, alla fine, a non essere orgogliosi, giacché Tu li hai sollevati in alto, e così hai insegnato loro a inorgoglirsi: dimostreremo loro che son deboli, che non son altro che dei poveri bambini, ma che in compenso la felicità bambinesca è la più soave di tutte. Essi si faranno timidi e s’avvezzeranno a girar gli occhi a noi e a stringersi a noi tutti spaventati, come pulcini alla chioccia”.
Sia ben chiaro, questi Governi Tecnici sono provvisori: ma quanto provvisori? E quanto temporanei saranno i loro effetti? Siamo davvero sicuri che la parola sarà restituita agli elettori? Oppure l’emergenza è ormai permanente e le conquiste democratiche dei nostri progenitori ci saranno sottratte per cause di forza maggiore? Nascerà un’Europa bi-gusto: “Tchu gust is megl che uan”? Gusto democrazia coloniale per i privilegiati e gusto autoritarismo tecnocratico per i PIIGS, i fratellini scemi incapaci di praticare l’etica protestante ed inebriarsi dello spirito del capitalismo? Monti e Papademos sono forse due amministratori coloniali, due specialisti inviati per fare tutto ciò che è necessario per salvare il sistema, ossia la struttura tirannica che li mantiene al potere?
Cosa può succedere quando un popolo si rende conto di essere stato circuito, quando smaschera la tirannia dissimulata? Un tirannicidio? Una rivoluzione? Una guerra civile? Una guerra mondiale?
La Merkel e Sarkozy hanno affermato che non è più possibile dare per scontata la pace in Europa. Terrorismo psicologico mirato a manipolare le coscienze e convincerle della bontà del progetto degli Stati Uniti d’Europa? Oppure una realistica constatazione dell’esplosivo potenziale del conflitto tra Nordisti e Sudisti, “protestanti” e “cattolici”, nazioni che hanno bisogno di svalutare e nazioni che vogliono difendere lo status quo dell’eurozona, élite e masse?
James K. Galbraith è facile profeta quando prevede una fortissima resistenza popolare, vere e proprie rivolte - “The crisis in the eurozone.  The continent is destroying the weak to protect the strong. But will that be enough?”, 10 Novembre 2011:

martedì 25 ottobre 2011

"La stiamo perdendo!" - Salvare la democrazia, prima che sia troppo tardi








Talvolta sembra quasi che si stia dissolvendo la solidità delle democrazia nate dal dopoguerra. Potremo dirci fortunati se il livello di violenza delle manifestazioni riuscirà a essere contenuto al livello attuale.



John Lloyd, “Quando Londra fu devastata”, la Repubblica, 20 ottobre 2011

Chi ha messo al potere Mubarak? Chi l'ha tenuto al potere? Quali dittature arabe hanno finanziato i ribelli libici? Di chi sono alleati quei regimi dispotici? Quali democrazie occidentali non hanno appoggiato le proteste popolari nello Yemen e nel Bahrein, hanno chiuso un occhio quando l'esercito saudita ha sedato le proteste in Bahrein, continuano a giustificare ogni azione di Israele, violano il diritto internazionale con guerre illegali, torture e carceri segrete, appoggiano colpi di stato contro governi legittimi, spianano la strada agli abusi delle loro multinazionali, corrompono le dirigenze locali, spendono cifre sproporzionate per gli armamenti rispetto ai regimi non-democratici, usano l'umanitarismo e i diritti umani come un cavallo di Troia, cospargono il pianeta di basi militari (ora anche il Canada), hanno ridotto il dibattito interno alla falsa (farsa) alternativa tra due partiti maggioritari, beneficiano della Guerra al Terrore per restringere i diritti civili dei propri cittadini?
Insomma, com'è possibile continuare a credere che la democrazia possa sopravvivere nonostante questo colossale dispiegamento di forze ostili?
Trovo stupefacente che così tanta gente continui a vedere solo i tasselli presi singolarmente e non si renda conto del quadro generale, che è a dir poco angosciante. Ci si cimenti nel rispondere alle domande con obiettività e non sarà difficile notarlo.

La sopravvivenza della democrazia è in forse. Dobbiamo smetterla di fare come i bimbi che si coprono gli occhi nella convinzione che se loro non vedono ciò che li circonda, nessuno li vedrà o disturberà. Siamo schiacciati come un sandwich tra aspiranti rivoluzionari (dal basso) ed aspiranti tiranni plebiscitaristi (dall’alto) e non si vede davvero come la democrazia possa continuare ad esistere senza un incessante, attivo sostegno di chi ancora crede a questa nobile istituzione, l’unica che ci abbia permesso di tenere un minimo a bada i peggiori istinti della nostra specie.
Il Vaticano sta già preparando il terreno per un Governo Mondiale ed una Banca Centrale Mondiale, come se volesse far avverare le peggiori profezie dei cosiddetti “complottisti”:
Jacques Attali non si tira indietro e sembra sicuro del fatto suo, in quanto a previsioni:
Qualcuno, come ad esempio Marco Panara, curatore di Affari & Finanza, supplemento di Repubblica, sembra aver mangiato la foglia (“Eurolandia ostaggio dei rating”, 11 luglio 2011, pagina 3): “c'è un elemento che inquieta, ed è l'impressione che siamo parte di un sistema che fa di tutto per rendere non praticabili tutte le ipotesi di soluzione, anche quelle di buon senso, che si sta cercando di mettere in piedi”.
Maggiori dettagli qui:
Molti studiosi giudicano che le cose stiano esattamente così: al momento attuale le forze che speculano sul disordine, sul conflitto e sulla progressiva degenerazione della democrazia stanno avendo la meglio (Eco, 2006; Palano, 2010; Ciliberto, 2011; Gallino, 2011; Urbinati, 2011). Massimo Salvadori, che parla di “oligarchie elettive”, scrive nell’introduzione al suo “Democrazie senza democrazia” (2009, pp. IX-X):
La democrazia è venuta ad assumere il carattere di un sistema che ha riconsegnato per aspetti cruciali il potere a nuove oligarchie, le quali detengono le leve di decisioni che, mentre influiscono in maniera determinante sulla vita collettiva, sono sottratte a qualsiasi efficace controllo da parte delle istituzioni democratiche. Si tratta sia di quelle oligarchie che, titolari di grandi poteri, privi di legittimazione democratica, dominano l' economia globalizzata, hanno nelle loro mani molta parte delle reti di informazione e le pongono al servizio degli interessi propri e dei loro amici politici; sia delle oligarchie di partito che in nome del popolo operano incessantemente per mobilitare e manovrare quest' ultimo secondo i loro intenti; sia dei governi che tendono programmaticamente a indebolire il peso dei parlamenti (...) e soggiacciono all' influenza del potere finanziario e industriale, diventandone in molti casi i diretti portavoce e gli strumenti”.
Salvadori, nel 2009, non poteva ancora immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a due anni:
Carlo Galli, storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, avvalora questa descrizione della situazione globale (cf. Portinari, 2011, p. 43-45):
“Oggi, proprio nel momento in cui si manifesta la sua debolezza davanti al conflitto e alla violenza, lo Stato si mostra in preda a un’ossessione per la sicurezza, che – se non inverte la tendenza a reagire al crescere (reale o percepito) della violenza con progressive restrizioni della libertà – alla democrazia lascerà ben poco spazio: si affacciano nuovi conformismi e nuovi autoritarismi, nuove imposizioni di ‘identità’ obbligatorie, nuove e immediate forme di potere che fanno leva sulla paura (anche producendola) e non certo sulla libertà o sulla virtù civica, sostituita da una cupa chiusura dei cittadini su se stessi. In parallelo, le istituzioni liberaldemocratiche, rappresentative e di garanzia, sono travolte dalle nuove forme che la politica assume: populismo, plebiscitarismo, fittizie mobilitazioni di massa contro fittizi nemici inventati dai poteri politici ed economici in modo che i cittadini non si sentano del tutto assoggettati e impotenti davanti al governo reale delle “cricche” economico affaristiche. […] La democrazia rischia di uscire trasformata in una democrazia della sicurezza, delle identità (delle civiltà, delle culture) in conflitto, delle ‘radici’ da riscoprire, del controllo sociale e del dominio sulla vita biologica della persona, del plebiscito autoritario, dell’ignoranza acritica, dell’apatia e del risentimento, soprattutto, in una democrazia del mercato
Giustificandosi con la necessità di contenere il malcontento nelle sue forme violente, le classi dirigenti occidentali stanno alterando le nostre democrazie facendole assomigliare sempre più a quella di Singapore, una società governata da un’oligarchia castale iper-materialista, iper-pragmatica, etnocentrica e favorevole all’eugenetica che si proclama “illuminata” e “meritocratica”, priva di movimenti sindacali e di protesta e persino di un dibattito pubblico, di forme di decentramento del potere, di informazione libera. Uno stato di polizia che si definisce società securitaria, popolato da una cittadinanza inerte se non intimorita da un governo tecnocratico che stabilisce meticolosamente come debba funzionare l’intera MegaMacchina, monitorandola senza posa attraverso un numero sproporzionato di telecamere a circuito chiuso (McCarthy, 2006).
Singapore è la realizzazione in terra dell’utopia del Grande Inquisitore di Dostoevskij, sicuro che “l’uomo si inchina a chi gli dà il pane, giacché nulla è più indiscutibile del pane”, un concetto ripreso da Bertolt Brecht nell’”Opera da tre soldi”: “Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral” (“la pappatoria viene prima, la morale dopo”).
Fortunatamente c’è chi ancora crede che l’uomo non viva di solo pane. Gustavo Zagrebelsky, riguardo al dialogo del Grande Inquisitore – che sarebbe meglio definire un monologo, visto che Gesù contempla silenziosamente e compassionevolmente il patetico tentativo di razionalizzare il male e di giustificare la corruzione della propria coscienza operato dall’Inquisitore – usa parole molto sagge: “Chi più di tutti e magistralmente ha descritto il conflitto tra libertà e sicurezza è Fëdor Dostoevskij, nel celebre dialogo del Grande Inquisitore. A dispetto dei discorsi degli idealisti, l'essere umano aspira solo a liberarsi della libertà e a deporla ai piedi degli inquisitori, in cambio della sicurezza del “pane terreno”, simbolo della mercificazione dell'esistenza. Il “pane terreno” che l'uomo del nostro tempo considera indispensabile si è allargato illimitatamente, fino a dare ragione al motto di spirito di Voltaire, tanto brillante quanto beffardo: “il superfluo, cosa molto necessaria”. È libero un uomo così ossessionato dalle cose materiali, o non assomiglia piuttosto alla pecora che fa gregge sotto la guida del pastore? […] La libertà, oggi…è insidiata da queste ragioni d'omologazione delle anime. Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotte per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l'amore per la diversità; l'opportunismo, con la legalità e l'uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà” (“Le parole della politica”, Repubblica, 16 giugno 2011).
In un lungo dialogo con Ezio Mauro, direttore di Repubblica, Gustavo Zagrebelsky avverte i suoi lettori che il termine “democrazia” è così vantaggioso in termini di immagine e potere persuasivo, che nessuna classe politica rinuncerebbe a definirsi democratica, pur non essendolo, specialmente quando così tanti cittadini “di bocca buona, si lasciano persuadere facilmente d’essere loro a tenere in mano le carte del gioco democratico” (Mauro/Zagrebelsky, 2011, p. 9). Egli teme che l’intera civiltà cosiddetta democratica stia scivolando gradualmente verso il “dispotismo democratico” anticipato da Tocqueville verso la metà del diciannovesimo secolo (Democrazia in America): “il sovrano allunga le sue braccia sulla società tutta intera; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali gli spiriti più originale e le anime più vigorose non sanno distinguersi per oltrepassare la folla; non spezza le volontà, le rende molli, le piega e dirige; raramente obbliga ad agire, ma si oppone senza sosta all’azione; non distrugge, bensì impedisce di nascere; non tiranneggia, ma intralcia, limita, irrita, inebetisce e infine riduce ogni nazione ad un gregge di animali timidi e industriosi, il cui pastore è il governo”. L’insigne giurista lamenta che mentre in passato si misuravano i progressi della democrazia, oggi la tendenza è quella di constatarne i regressi ed una manipolazione semantica per cui la democrazia, che era l’obiettivo principe dei diseredati, l’unico strumento che poteva permettere loro di ridurre le disparità ed i soprusi, ora assume un “volto minaccioso”, è sulla bocca dei potenti, dei privilegiati, è diventato il loro “orpello”, il puntello del loro potere, “un’assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero” (p. 11).
A questo riguardo, Marco Revelli (2010) parla di “rivoluzione copernicana linguistica”, di “rovesciamento integrale del senso condiviso del linguaggio e della sua pratica sociale”, al punto che ormai “democrazia” è diventato “un termine quasi impronunciabile” ed in ogni caso non pronunciato proprio da quella società civile che con la sua partecipazione e contestazione ragionata è erede diretta di chi ha combattuto per essa.
Tutto questo induce Zagrebelsky a concludere che le dittature, ormai, nel tempo in cui l’uomo è al servizio della macchina e non il contrario, sono diventate superflue, ricordando che al tempo del maccartismo si diceva che il fascismo negli Stati Uniti sarebbe stato chiamato democrazia: “perfino l’antidemocrazia deve vestire i panni della democrazia”. Si esporta la democrazia con la guerra, si approva la tortura, le carceri speciali (un nuovo universo concentrazionario), si evoca “stato d’eccezione”, si pratica la sospensione dei diritti, si abusa del segreto di Stato, ecc.
Due presidenti statunitensi ci avevano messo in guardia. Franklin D. Roosevelt, nel 1938:
“La libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di vita accettabile. Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l'efficacia dell'impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione più equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta”.
E Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio alla nazione, il 17 gennaio 1961:
Nei concili di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro l'acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l'ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l'enorme macchina industriale e militare di difesa ed i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare assieme”.
Pare che non siano stati presi troppo sul serio quando ancora si poteva cercare di intervenire. Nel fondamentale “Shock economy”, Naomi Klein (2007), ricompone il puzzle raccapricciante della realtà del nostro tempo, affidandosi alle analisi degli editoriali e delle inchieste dei maggiori quotidiani internazionali, ossia ad un tipo di informazione che è accessibile a milioni di persone ma che, a causa della sua frammentazione e diluzione, non è quasi mai tradotta in un quadro d’insieme. Eccolo questo quadro: milioni di persone morte, mutilate o torturate nel mondo per mano di governi “democratici” e servizi segreti in combutta con le multinazionali e dittatori vari per promuovere i loro interessi comuni. Multinazionali che si macchiano di incredibili infamie, implicate in colpi di stato, nel drastico taglio dei servizi sociali, nell’inquinamento doloso, nella privatizzazione dei beni pubblici (incluso il DNA umano). La strategia è quella della terapia shock che si usa sui prigionieri: guerre, atti terroristici, disastri naturali sono opportunità per sfruttare le masse ed aumentare il proprio potere e ricchezza in un libero mercato che non ha nulla di libero, essendo controllato da pochi grandi interessi finanziario-industriali.
Zagrebelsky percepisce l’imminenza di grandi trasformazioni: “Osserviamo i segni dei tempi. Questo è un tempo apocalittico. Segni premonitori e letteratura, analisi dotte ed elevate (non ciarpame new age o ciarlatani pseudo-religiosi e millenaristi) colgono nel tempo presente segni catastrofistici che spianano la strada a una mentalità apocalittica” (ibidem, p. 43).

Alla luce di quanto è stato detto in merito alla maniera in cui gli autoritarismi si travestono da democrazie e tenuto conto della esorbitante forza degli interessi finanziari, militari ed industriali, chi scrive dubita che il disegno di un Nuovo Ordine Mondiale possa mantenersi genuinamente democratico. Per la verità, non sono il solo a manifestare un forte scetticismo a questo proposito. Un Nuovo Ordine Mondiale sarebbe una buona cosa se potesse fermare le guerre, perché le guerre consentono al potere una margine di azione impensabile in tempi di pace. A “beneficio” della sicurezza di tutti, si rendono insicure le garanzie costituzionali di tutti. Ricordiamoci della famigerata constatazione di Joseph Goebbels: “in tempo di guerra ci si è aperta un'intera gamma di possibilità che ci sarebbero state precluse in tempo di pace”. Ma come si possono evitare le guerre? Servirebbe un’organizzazione mondiale armata, ma allora come si potrebbe evitare che divenga un dispotismo interessato solo a rendere il mondo più omogeneo, con la promessa di renderlo più pacifico o più equanime, costringendo le nazioni ad una redistribuzione delle ricchezze attraverso un apparato burocratico capillare ed oppressivo? A questo punto sarebbe meglio una guerra occasionale rispetto a questo genere di “pace” perpetua (Kateb, 2011).
I fautori del Nuovo Ordine Mondiale dovrebbero essere sottoposti al test di Ivan Karamazov sui costi morali e psicologici delle loro visioni utopiche: sareste disposti a sacrificare la vita di milioni di persone come prezzo da pagare per un secolo ancora migliore? È doveroso accettare un dispotismo “illuminato” se è un prerequisito necessario per aumentare il piacere e diminuire la sofferenza? E chi mi dice che sia necessario, che non esistano alternative, che il caos contemporaneo sia stato inevitabile e non il risultato di certe logiche e di certi interessi minoritari? È accettabile la schiavitù di una minoranza per il benessere di una maggioranza? Il diritto alla vita di una maggioranza vale di più di quello di una minoranza? Se i più importanti diritti di una minoranza sono limitati o aboliti per poter assicurare quelli di una maggioranza, allora questi cessano di essere tali e diventano privilegi. Si può ancora parlare di democrazia, in questo caso? Il criterio dell’utile applicato su scala planetaria in un contesto di centralizzazione del potere, non aprirebbe forse la strada ad un continuo stato emergenziale e di eccezione, per annullare il dissenso? Non renderebbe più probabile la sospensione dei diritti, la loro rivedibilità, provvisorietà, invece di irrobustirli? Le minoranze non finirebbero per ridursi a mero strumento della maggioranza, a sua volta manovrata da un ristretto numero di potenti, anche più di quanto avviene oggigiorno? (Urbinati, 2007; Wolin, 2011; Khanna, 2011).

LINK UTILI:
Senza democrazia si finisce qui: