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mercoledì 14 dicembre 2011

Giustizia e Riconciliazione (in Alto Adige e nel mondo)




Un secondo criterio, lo chiamerei il criterio dei cinque giusti e si rifà alla trattativa sulla distruzione di Sodoma e Gomorra. Vi ricorderete che Abramo tentava di non far distruggere Sodoma e Gomorra sostenendo che tanti giusti sarebbero morti nella catastrofe insieme ai malvagi. Allora comincia una lunga trattativa perché gli angeli dicono: forniscici un elenco credibile dei giusti almeno cinque tirali fuori, fuori i nomi perché altrimenti non ci crediamo. Penso che se noi non vogliamo diventare prigionieri delle nostre illusioni, almeno una minima verifica sui cinque giusti dovremmo farla; una verifica se anche altri ritengono importanti le cose che a ognuno di noi sembrano importanti e mettersi insieme con altri che le condividano, prima di andare a urlare in televisione.
Alexander Langer

Ciò che conduce l'uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un'umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.
Aung San Suu Kyi

Trattare una persona con giustizia vuol dire prendere seriamente la sua concezione di sé stessa, i suoi attaccamenti e predilezioni, la sua comprensione della sua situazione e di che tipo di comportamento le è richiesto in quelle circostanze.
Peter Winch

La Storia di Qiu Ju ci pone di fronte ad un dilemma. Qiu Ju ha ragione nel pretendere ostinatamente giustizia, ma dov’è la linea che separa ciò che è legittimo da un accanimento che arreca guai a tutte le parti in causa? Qiu Ju sa che la gente di città è pronta ad ingannare una contadina ingenua e si fa furba, ma non furba abbastanza da tenere bene a mente che l’obiettivo finale deve essere la riconciliazione, perché nessuno di noi può farcela da solo.

Cos’è la giustizia? Nel corso di una conversazione con Carlo Maria Martini, Gustavo Zagrebelsky ha confessato “la nostra ignoranza teoretica sul contenuto della giustizia” (Martini/Zagrebelsky, 2003). Martini però, pochi anni dopo, ha mostrato maggiore confidenza, affermando che “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio” (Martini/Sporschill 2008).
Martini è erede di un’illustre tradizione teologica e filosofica di cui si rinvengono le prime tracce in Pitagora, secondo il quale il principio di giustizia dev’essere il fondamento di ogni attività umana, essendo la giustizia la relazione reciproca e bilanciata tra eguali. Il neoplatonico siriano Giamblico (245-325 D.C.), grande estimatore di Pitagora, riteneva che all’origine della giustizia ci fosse il senso di comunione e uguaglianza di tutti, per cui a ciascuno diviene facile considerare la stessa cosa come sua ed altrui (cf. Beni Comuni). Sempre Giamblico, rifacendosi a Pitagora, poneva la giustizia tra le virtù alte, quelle nate dallo sforzo della ragione verso ciò che la trascende. Le virtù civiche erano invece “basse”, perché unicamente mirate a consentire la convivenza, non la propria elevazione. Secondo Giamblico, Pitagora aveva raccomandato ai Crotonesi di “essere in tutto uguali ai concittadini, superarli unicamente quanto a giustizia” e di preferire l’ingiustizia commessa ai propri danni rispetto all’uccidere un altro essere umano. Un principio, quest’ultimo, che stava molto a cuore al Socrate del Critone: “non si deve rendere a nessuno ingiustizia per ingiustizia, male per male, qual ch’ella sia la ingiuria che abbia ricevuto”. Chi fa il male ad altri ha probabilmente un’anima malata.
Dello stesso avviso era Democrito: “Se subisci un'ingiustizia, consolati: la vera infelicità consiste nel commetterla”.
Senofonte racconta di uno scambio di battute tra Ermogene di Ipponico e Socrate: “Non dovresti pensare a ciò che dirai in tua difesa?”. Socrate ribatte, con non poca presunzione ed in completa contraddizione con lo spirito del suo filosofare: “Non ti sembra che abbia passato tutta la vita a preparare questa difesa, vivendo senza commettere ingiustizie?”. Vero è che Socrate ha effettivamente fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per evitare di commettere delle ingiustizie e per mostrare agli altri come sia facile macchiarsi di un’ingiustizia senza neppure rendersene conto.
Socrate è lo “scopritore” dell’individuo autocosciente e dissenziente che, pensando con la sua testa, fa in modo di non diventare uno strumento d’ingiustizia, piuttosto che concentrarsi sulla difesa della tradizione, come l’Antigone di Sofocle, o sulla vita ideale, come farà Aristotele. È questo il nucleo dell’idea dell’equivalente dignità di tutti gli esseri umani. Socrate non saprebbe dire cosa sia la giustizia, ma sa cos’è un’ingiustizia, sa cos’è la sofferenza. Per questo si limita ad avvertire gli altri che arrecando danno agli altri nocciono prima di tutto a se stessi. Il dialogo socratico esiste proprio per distruggere la falsa conoscenza e la falsa coscienza, perché “una vita non meditata è indegna di essere vissuta”, come spiega nell’Apologia. Socrate delinea un importante nesso tra integrità morale, integrità intellettuale e giustizia. Cerca di essere sempre disponibile al dialogo ed alla conversazione con la gente perché pensa che ciò permette di fare del bene e concepisce l’integrità dell’intelletto come un mezzo per ridurre l’ingiustizia nel mondo, non uno strumento per maltrattare gli altri. Per raggiungere un livello ottimale di integrità è necessario praticare l’autoesame, ossia dividersi tra osservatore ed osservato, soggetto ed oggetto. Solo così ci si cura dall’egoismo, la radice dell’ingiustizia.
Nella tradizione cristiana c’è la testimonianza di Matteo, che riferisce di un’esortazione di Gesù – “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo 6:33) – e di un suo l’ammonimento – “Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo 5, 20). Il mistico renano Meister Eckhart elogia la giustizia e la bontà dell’anima che si è interamente spogliata delle creature per trovare Dio nel proprio fondo. Sulla stessa lunghezza d’onda è la scrittrice e filosofa cattolica anglo-irlandese Iris Murdoch, che individua il punto di convergenza di giustizia e benevolenza nel riconoscimento della piena esistenza e dei diritti dell’altro. Per i cristiani la giustizia è una delle quattro virtù cardinali, assieme a saggezza, fortezza e temperanza. Anche il teologo contemporaneo Vito Mancuso, in piena concordanza con Martini, pone la giustizia al centro del suo pensiero. Solo la giustizia salva e non è necessario essere cristiani per essere giusti. “Il vero popolo di Dio, infatti, sono i giusti”, mentre i nemici del Cristo sono chiamati, appropriatamente, “operatori di iniquità”.
Da dove scaturisce quest’anelito di giustizia? Nella filosofia greca classica giustizia e senso della misura erano inestricabilmente connessi. Archita elogiava la giusta misura, che neutralizza “l’avido desiderio di avere sempre di più” (pleonexia). Eraclito, Anassimandro, Esiodo, Solone convenivano sul fatto che il fondamento della moralità umana sia la misura e la repressione dell’eccesso e che mutualità e giustizia sono le virtù che producono l’uguaglianza. Giustizia come simmetria, palintonos harmonie, l’armonia degli opposti eraclitea, il virtuoso equilibrio delle forze, proporzionate nella tensione. Per le persone che credono nella trascendenza, è una dimensione dell’anima e quindi di Dio, ed è posseduta da tutti, in vario grado. Mencio accenna al fatto che la giustizia, come le altre virtù, non è un dono del cielo, ma proviene da noi stessi, è innata (Meng-tzu, cf. Tomassini, 1991):

Tutti gli uomini hanno il sentimento della pietà e della vergogna (per i propri difetti) e della repulsione (per i difetti altrui), della reverenza e del rispetto, del diritto e del torto. Il sentimento della pietà e della commiserazione è la benevolenza, il sentimento della vergogna e della repulsione è la giustizia, il sentimento della reverenza e del rispetto è il rito, il sentimento del diritto e del torto è la sapienza. La benevolenza, la giustizia, il rito, la sapienza non sono infusi in noi dall'esterno: noi li possediamo sicuramente, (solo che) non ci pensiamo. Perciò si dice: cercali e li otterrai, trascurali e li perderai”. Gli uomini non sanno esprimere tutte le loro capacità, chi il doppio di altri, chi il quintuplo, chi innumerevoli volte.

Anche chi non è un credente, come lo scrittore e filosofo francese Albert Camus, fa fatica a spiegare in altro modo il fatto che alcune persone – certamente non i cinici – possono trovare rivoltante la vista di un avversario che soffre un’ingiustizia, un fenomeno in contrasto con la massimizzazione dell’utile richiesta dal processo evolutivo. Il che, secondo lui, prova che il valore della persona non risiede semplicemente nel suo essere un individuo, ma nella capacità umana di trascendenza, nella solidarietà metafisica che ci contraddistingue. Dunque la giustizia è un attributo dell’empatia, o forse l’empatia è la precondizione della giustizia (Boella, 2006, p. 24):

L’empatia non si traduce nel provare lo stesso dolore, la stessa gioia [...], non consiste nel “sapere” cosa sente l’altro [...] non vuol dire gioire, soffrire insieme all’altra, all'altro, e nemmeno avere un’esatta nozione delle ragioni e delle cause del sentire altrui. Empatia vuol dire allargare la propria esperienza, renderla capace di accogliere il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione tra me e l’altro, l’altra. Empatia è “rendersi conto”. 

Il concetto di giustizia – sul quale gli utilitaristi non saranno mai in grado di mettersi d’accordo – esiste perché gli umani sono capaci di provare indignazione, oltraggio e simpatia. L’afflizione, l’empatia, il risentimento, la simpatia non solo non sono irrilevanti nelle questioni riguardanti il giusto e lo sbagliato, sono anzi le precondizioni necessarie per la creazione e la sopravvivenza stessa dell’idea di bene e di male, giusto e sbagliato, di solidarietà, di sollecitudine per il prossimo, di riconoscimento dell’uguale dignità dei cittadini. “La pace non è assenza di guerra”, dice Baruch Spinoza, “è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”.

Torniamo alla domanda iniziale: che cos’è la giustizia? La giustizia non è semplice imparzialità o equità, presuppone uguaglianza nel rispetto, trascende le norme di legge: sei un mio pari, ti tratterò di conseguenza. La giustizia è qui intesa non come ideale, ma come una prospettiva sul mondo. Sono in una posizione di privilegio rispetto alla tua, ma è un accidente, un caso del destino e quindi un mio eventuale senso di superiorità sarebbe del tutto ingiustificato. Si contrappone al classico: “non gli devo nulla, affari suoi. Posso dispiacermi della sua situazione, ma non sono io a dovermene occupare, perché non ne sono responsabile. Se la deve cavare da solo”. Non c’è giustizia se manca il riconoscimento della comune umanità e il desiderio di riparare ad un’ingiustizia occorsa ad un altro come se l’avessimo subita in prima persona. Il mio prossimo (altoatesino, sudtirolese) differisce da me, ma riconosco il suo completo diritto di esserlo, ossia che non c’è ragione valida per augurarsi che sia una replica di me stesso.
È difficile convincere la gente che abbiamo un obbligo di sollecitudine nei confronti degli altri esseri umani, anche perché per molti è arduo immaginare le conseguenze a lungo termine; ancora di più sono le persone fermamente convinte che, semmai, sono loro a dover essere aiutate. C’è sempre qualcuno con maggiori disponibilità che dovrebbe fare quello che noi crediamo di non poterci permettere di fare, anche se basta davvero poco.
Se la politica altoatesina è uno specchio della società, allora il tratto caratterizzante della realtà locale è la visione tendenzialmente a corto raggio che prescrive la ricerca di vantaggi quasi immediati. Domina la prospettiva del gioco a somma zero, delle risorse finite: mors tua, vita mea.
Ma la giustizia è inseparabile dalla fiducia, dalla compassione, dalla misericordia e dalla riconciliazione. La riconciliazione necessita il perdono, ma pare che in Alto Adige l’orgoglio di entrambe le parti politiche sia troppo caparbio. Senza perdono, però, il male genera altro male, nulla può spezzare la catena, si è prigionieri, incatenati al passato ed alle ripicche, alle lagnanze, alle vendette e faide, che sono una catena per tutti. Si sente il peso dell’obbligo di onorare i morti, usando i morti che, in quanto tali, non si curano più delle cose terrene, come alibi per soddisfare i propri narcisismi, capricci e bramosie. Non è una forma rituale di rispetto per gli antenati, ma una mascherata che nasconde sentimenti ben più prosaici e volgari. Chi non lo capisce si confinerà volontariamente all’interno di una spirale di odio e violenza verbale e talvolta fisica che ammorberà la sua coscienza.
La giustizia rimedia ai torti, ma è il perdono che riconcilia le parti (Bell, 2007). In Alto Adige si è fatta giustizia con un sistema che impedisce di perdonare, ossia di riconciliarsi, tenendo in vita una perpetua faida tra macro-clan, che si protrae solo perché nessuno è in grado di fare il primo passo e chiedere ufficialmente perdono. Al momento sembra che questo evento epocale non si verificherà nel breve, perché la militanza di ciascuno impedisce di varcare la soglia del proprio gruppo (“noi”) e dei suoi imperativi associativi. La faziosità, il vittimismo martirologico e gli interessi privati inaridiscono il senso di giustizia, rendono moralmente insensibili, disconnettono dal significato ultimo di ciò che uno sta facendo, dalla consapevolezza delle ramificazioni delle sue azioni, delle ripercussioni a lungo termine.
In Alto Adige, per via delle contrapposizioni, si guarda ma è più difficile vedere, si ascolta, ma è più difficile sentire e capire, perché si ha la presunzione di sapere già tutto dell’altra parte e che in ogni caso i principi vanno anteposti alle interazioni umane, ai nessi esistenziali. “Loro” sono meno umani di “noi”, o si comportano come se lo fossero. Quando prevale questa mentalità, predomina l’accezione trasimachea (o nietzscheana) di giustizia: l’interesse del più forte.
Il senso più autentico di giustizia è invece, come detto, il comportarsi verso il prossimo come se non sussistesse uno squilibrio di forze a mio vantaggio. Lo ignoro, perché ritengo giusto essere equanime, perché mi sento meglio quando non approfitto del prossimo, perché possiedo una coscienza (alcuni non ce l’hanno, purtroppo), perché ritengo giusto rinunciare a qualche mio desiderio per poter intensificare le mie relazioni con l’altro, affinché si arrivino a definire gli interessi comuni e si collabori per sodidsfarli.
Tutto questo, in Alto Adige, è reso più difficile dalla grave carenza di senso delle proporzioni, dal dominio della narrazione epica, del paradigma dello scontro di civiltà. In “Contro i Miti Etnici” (Fait/Fattor 2010) abbiamo spiegato che l’idolatria non è il creare delle immagini di un qualcosa, ma il perdere di vista il fatto che si tratta appunto di immagini e non della realtà, il confondere immagini e realtà, il credere più alla nostra rappresentazione della realtà che al dato empirico. Il perdono è un atto di emancipazione da questo tipo di idolatria, è una disintossicazione.
Sfortunatamente, molti altoatesini e sudtirolesi sono troppo inebriati per potersi rendere conto di esserlo.

mercoledì 30 novembre 2011

Il sentimento oceanico (Etica per un Mondo Nuovo)




Tutto l’egotismo svanisce; le correnti dell’Essere Universale circolano attraverso di me; io sono parte o particella di Dio.
R.W. Emerson, “Natura”

E infatti la personalità si dissolveva come un grano di sale nel mare; ma nello stesso tempo il mare infinito sembrava essere contenuto nel granello di sale. Il granello non poteva più essere localizzato nel tempo e nello spazio. Era in uno stato in cui il pensiero perdeva la sua direzione e cominciava a girare su se stesso, come l'ago della bussola nelle vicinanze di un polo magnetico; finché si sradicava dal suo asse e cominciava a vagare liberamente nello spazio, come un nodo di luce nella notte; finché sembrava che ogni pensiero e ogni sensazione, ogni dolore e perfino la gioia fossero soltanto le linee dello spettro dello stesso raggio di luce, disintegratesi nel prisma della coscienza.
Arthur Koestler, “Buio a Mezzogiorno”

Sembrava [la moglie del collega Alfred North Whitehead] tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione  che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane.
Bertrand Russell, “The autobiography of Bertrand Russell”, vol. 1, London: Allen and UNwin, 1967.

Io sono l'amante dell'irresistibile ed immortale bellezza
R.W. Emerson, Nature

Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.
Etty Hillesum

I mistici sono accomunati dall’estensività, ossia la capacità di usare l’empatia per decentrarsi, spersonalizzarsi, accogliendo nel proprio Io ogni altro pronome personale. Qui è utile il confronto con uno dei grandi mistici sufi, Mansur al-Hallaj (858-922), la cui vita ha davvero molto in comune con quella di Socrate e di Gesù (Massignon, 1975). Al-Hallaj, dopo aver proclamato la propria consustanzialità con Dio, con il Cosmo e con gli altri esseri umani – al-Haqq, “Io sono il Reale”, “Io sono la Verità”, “Io sono Dio” – si difese dalle accuse dei musulmani ortodossi affermando che “Egli è il tutto in tutto e voi dite che Egli è lontano da me. L’oceano circonfluente non è lontano e non finisce mai” (Elenjimittam, 2001, p. 420). L’idea di individualità impersonale – o sentimento oceanico, o coscienza cosmica, o super-anima, o super-coscienza, o estasi trascendentale, ecc. – è perfettamente espressa da un suo verso: “In quella gloria non c’è ‘Io’ o ‘Noi’ o ‘Tu’. ‘Io’, ‘Noi’, ‘Tu’ e ‘Lui’ sono la stessa cosa” (Nicholson, 1914). La natura umana e quella divina si fondono e mescolano, divenendo indistinguibili: si è totalmente individuati e, al tempo stesso, totalmente partecipi.
I mistici sono in grado di espandere i confini del proprio ego fino ad includere dei totali sconosciuti; una capacità, questa, che sarà gradualmente estesa agli animali ed alle piante, perché il nostro destino, a giudicare dalle lucidissime intuizioni dei mistici, è quello di una totale compartecipazione nell'esperienza della vita sul pianeta e probabilmente nello spazio. Come ha ben illustrato Jiddu Krishnamurti, la divisione ontologico-categoriale, a partire da quella tra Soggetto ed Oggetto, è all’origine della nostra bancarotta morale. In pratica il primo processo necessario allo sviluppo di una coscienza altruistica è la costruzione di un’identità personale forte. Questo perché le persone che non si differenziano dal proprio gruppo di riferimento generano tensioni egocentrizzanti che non solo impediscono il manifestarsi di un altruismo spontaneo ma fomentano atteggiamenti discriminatori. La separazione dell’io dal “noi” è dunque più importante di quella dell’io dal “loro” (Jarymowicz, 1993).
È importante rilevare come l’ottica dell’individualità impersonale caratterizzasse anche alcune delle vittime più illustri dell'Olocausto e della guerra, come Anna Frank, Etty Hillesum, Edith Stein e Simone Weil. In tutte loro non si può fare a meno di notare un sentimento di profonda compartecipazione alle vicende umane nella loro totalità. Ne scaturisce una comprensione e condivisione universale che va oltre i confini del tempo, dello spazio e del giudizio morale sulle motivazioni dei loro stessi carnefici. Umanissime protagoniste della propria e dell’altrui vita, della propria e dell’altrui storia, queste filosofe della vita e dell’amore hanno sconfitto il progetto nazista di deumanizzazione tramite l'irradiamento di un potente narcisismo collettivo ed il sogno hitleriano di imporre una morale pre-moderna, improntata alla durezza egoista e virilista ed all’esclusivismo etnico-razziale.
Il loro maggior merito, a mio parere è stato quello di cogliere il senso più ampio della sofferenza umana, trasformandolo, esorcizzandolo e cercando di arginare nel contempo la disistima dei posteri nei confronti della storia e dell’umanità in generale. In questo senso, l’analisi attenta e perspicace della Shoah fatta da Primo Levi, sopravvissuto per poi morire suicida, risulta probabilmente incompleta senza la loro l’idea di redenzione impersonale e di coscienza cosmica, intese in un’accezione più ampia di quella cattolica. Ma quale accezione? Il punto di partenza è quello dell'accidentalità dell'Io.
È semplicemente ridicolo lasciarsi ossessionare dalle proprie radici quando, per quel che ci è dato di sapere, il nostro luogo e momento di nascita è del tutto casuale. Un mistico come Eckhart aggiungerebbe che è altrettanto sbagliato ignorare il Sé Universale per far confluire tutte le nostre energie in quest'io accidentale e provvisorio che tiranneggia noi e tiene a distanza ciò che ci circonda - tutti avranno notato come cambiano i nostri movimenti ed atteggiamenti se siamo soli o se c’è qualcun altro in una stanza, per quanto disinteressato a quel che facciamo. Per Eckhart solo la morte ci riavvicina alla sorgente originaria della creazione, che è totalmente impersonale, come nel Buddhismo. In vita, possiamo intravedere la nostra condizione oltremondana se ci tuffiamo nell’oceano della supercoscienza, la superanima di Emerson.
È il “sentimento oceanico” che lo scrittore francese Romain Rolland aveva suggerito al suo amico Sigmund Freud di investigare metodicamente, descrivendo questa sensazione come quella di “un’onda in un oceano sconfinato”. Il padre della psicanalisi, però, non potendolo esperire in prima persona, non riuscì mai a classificarlo e razionalizzarlo e lo liquidò alla stregua di una sindrome.
Stando alle descrizioni che ne danno i mistici, tra i quali il già citato Al-Hallaj, si tratta dello stato mentale che segue la parziale o totale soppressione dell'Io o comunque il suo confluire nell'oceano del Sé cosmico (o Dio) e la conseguente sensazione di unità con tutto quello che, in precedenza, si considerava “il resto”. L’oceano interiore, che è l'habitat dell'individualità impersonale, non ha nulla a che vedere con il senso di trascinamento e dispersione nelle folle oceaniche che acclamano i dittatori, se non nel senso che la possibile esistenza nella nostra specie di un meccanismo innato che ci invita alla trascendenza può facilitare la psicologia delle folle (Sironneau, 1982). Per tutto il resto questo fenomeno è diametralmente opposto a quello che mi interessa. Non a caso Emerson amava la solitudine nella natura: “Stando sul nudo terreno... il gretto egotismo svanisce. Divento un occhio trasparente; non sono nulla; vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono parte o particella di Dio ("Nature", 1844). Qui la trascendenza è intesa come la percezione di essere una parte del tutto, il quale sarebbe incompleto senza di noi. Esattamente l’opposto di quel che predicano i totalitarismi, sempre disposti a sacrificare l’individuo a maggior gloria del corpo politico o razziale.
Leggiamo un'altra testimonianza preziosa, quella del filosofo francese Pierre Hadot (2008, p. 9): “Provavo un senso di estraneità, lo stupore e la meraviglia di esserci. Nello stesso tempo, percepivo di essere immerso nel mondo, di farne parte, e che il mondo si estendeva dal più piccolo filo d’erba fino alle stelle. Il mondo mi era presente, intensamente presente. Molto più tardi avrei scoperto che questa presa di coscienza del mio essere immerso nel mondo, questa impressione di appartenenza al Tutto, era ciò che Romaine Rolland ha chiamato il “sentimento oceanico”. […] Solo molto più tardi ho scoperto che molte persone hanno esperienze analoghe, ma non ne parlano”. Persone come Plotino, filosofo e mistico neo-platonico che ricavava dalla sua disponibilità verso il trascendente l’energia e la volontà per rendersi amabilmente e calorosamente disponibile verso gli altri, sostenendo che “la natura di tutti gli esseri va accettata con dolcezza” (Hadot, op. cit. p. 91). Hadot chiama questo atteggiamento “un’aspettativa amorosa nei confronti del mondo” e riferisce che, secondo Plotino, l’essere umano può raggiungere questa condizione quando resta immobile e tutte le cose si volgono verso di lui “come un cerchio si volge verso il centro da cui emanano i raggi”. Questa è un’immagine che riporta alla mente le pratiche meditative asiatiche ma anche, e piuttosto sorprendentemente, il precetto dei Desana della Colombia, che rappresentano il saggio come un uomo ritto in piedi, a fungere da asse cosmico: “Raggiungere questo stato di riflessione, stabilizzazione ed equilibrio è l’ideale degli uomini Desana perché solo allora incontra la sicurezza data dalla comprensione della religione e della sua funzione nella vita della società”. (Sullivan, 1988: p. 382).
E non è ancor più affascinante riscoprire la medesima immagine nei Vangeli e nel “Paradiso Riconquistato” di John Milton?
Una differenza non marginale tra l’antropologia desana e l’antropologia perenne (cf. “filosofia perenne”, Aldous Huxley) per come ha preso forma nel Vecchio Mondo risiede nel fatto che la mistica a noi più familiare è una mistica dell’accoglienza, dell’appartenenza alla comunità umana (koinomia) ed include l’intera specie umana, mentre quella dei nativi americani è più localizzata, per via del relativo isolamento delle tribù indigene rispetto al resto del mondo. Detto questo, è assai probabile che gli sciamani indigeni provino il medesimo “sentimento di coappartenenza essenziale” con l’universo circostante e condividerebbero la descrizione plotiniana di “un’immersione, dilatazione dell’io in un Altro al quale l’io non è estraneo, poiché ne costituisce una parte” (Hadot, 2008, p. 12). Come per i Giusti, anche se in una forma estremamente più intensa,
si verifica un’espansione di sé (io trascendentale) a contenere il mondo circostante, verso l’infinito. Hadot, in sintonia con Simone Weil, che però non cita, suggerisce che non vi possa essere un’autentica preoccupazione per gli altri senza l’oblio del sé (Hadot, ibid., p. 147). Di nuovo il tema dell’individualità impersonale. Vediamo altre citazioni. “Tutto ciò che mi circondava sembrò essersi all’improvviso ritrovato dentro di me. L’universo intero pareva dimorare in me (Forrest Reid, cf. Hulin 2000, p. 47). “Le frontiere tra il mio corpo e il mondo svanivano o, piuttosto, parevano non essere state altro che un’allucinazione della mia ragione che si scioglieva al fuoco dell’evidenza” (ibid., p. 50). “Ero in tutto ciò che è stato, che fu e che sarà; ora mi rendo conto che l’uomo è la misura dello spazio e del tempo, niente esiste prima o dopo, ma tutto è presente simultaneamente” (p. 52). “Io sono una particella dell’universo. L’universo è felice in me” (p. 84). Sento dentro di me e attorno a me una solleticante infinita rispondenza” (p. 88). La testimonianza di un giovane psichiatra che si prestò a fare la cavia in un esperimento clinico sugli effetti dell’LSD ci riporta all’universo morale dei Giusti. Parla della “essenziale bontà presente in ogni individuo” e di una “vasta unità amichevole, calda, protettrice”: “La mia sensazione era che, una volta spogliati delle difese e di tutti i detriti che, per così dire, accumulano nel corso della loro esistenza, gli uomini risultano fondamentalmente fratelli. […]. Mi sembrava che tutti fossero miei amici o, almeno, lo sarebbero stati se avessero potuto spogliarsi delle armature e ridursi al loro nucleo essenziale. […] Questa verità sembrava comunicarmi che in un certo qual modo, un filo, o un pensiero o un legame qualunque collega le nostre persone o, se si vuole, le nostre anime” (p. 116). L’agape, l’amore puro; evocato da Vito Mancuso per onorare un soldato tedesco che si lasciò fucilare assieme a dei civili jugoslavi dopo essersi rifiutato di partecipare al plotone di esecuzione che li doveva massacrare come rappresaglia per l’uccisione di alcuni soldati tedeschi da parte dei partigiani (Mancuso, 2008). Lo stato di perfezione dell’essere umano che, per parafrasare Weil, non può fare a meno di amare, come lo smeraldo non può cessare di essere verde. Una persona che si disidentifica, preparata ad assumere una, nessuna, centomila identità e personalità diverse, senza lasciarsi tiranneggiare dalla sua identità convenzionale. L’impersonalità, o infinitezza, è il segreto per una socialità nella sua forma più alta, per un’umanità possibile: interconnessa e corale, indivisa e completa, compassionevole, equanime e libera. Non le identificazioni totemiche della nazione, del partito, della squadra, dell’etnia o della religione, non l’idolatria tribale dell’amor patrio e dell’amore per un dio creato a propria immagine e somiglianza e non vice versa. Non queste false promesse di immortalità, ma l’abolizione delle stesse. Un’individualità di prima mano, autentica, auto-determinata, decentrata e decreata, non frammentata né soggiogata, prestata, o affidata ad un guru, ad un leader, ad un padre spirituale, alla cieca collettività di un gregge di fedeli, con le relative delimitazioni tra credenti e non credenti ed il codazzo di sospetti, sfiducia, paura, odio, violenza. Un’individualità i cui contorni sono posti in risalto proprio da un vuoto inatteso, causato dall’assenza di considerazioni personali dettate da superficialità, vanità, arroganza, narcisismo e complessi di inferiorità. Questa è la radicale rivoluzione dello spirito che si dovrà intraprendere nel Mondo Nuovo ed è l’unica che può funzionare, perché tutte le altre sono state tentate ed hanno evidentemente e miseramente fallito

L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene