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mercoledì 14 dicembre 2011

Giustizia e Riconciliazione (in Alto Adige e nel mondo)




Un secondo criterio, lo chiamerei il criterio dei cinque giusti e si rifà alla trattativa sulla distruzione di Sodoma e Gomorra. Vi ricorderete che Abramo tentava di non far distruggere Sodoma e Gomorra sostenendo che tanti giusti sarebbero morti nella catastrofe insieme ai malvagi. Allora comincia una lunga trattativa perché gli angeli dicono: forniscici un elenco credibile dei giusti almeno cinque tirali fuori, fuori i nomi perché altrimenti non ci crediamo. Penso che se noi non vogliamo diventare prigionieri delle nostre illusioni, almeno una minima verifica sui cinque giusti dovremmo farla; una verifica se anche altri ritengono importanti le cose che a ognuno di noi sembrano importanti e mettersi insieme con altri che le condividano, prima di andare a urlare in televisione.
Alexander Langer

Ciò che conduce l'uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un'umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.
Aung San Suu Kyi

Trattare una persona con giustizia vuol dire prendere seriamente la sua concezione di sé stessa, i suoi attaccamenti e predilezioni, la sua comprensione della sua situazione e di che tipo di comportamento le è richiesto in quelle circostanze.
Peter Winch

La Storia di Qiu Ju ci pone di fronte ad un dilemma. Qiu Ju ha ragione nel pretendere ostinatamente giustizia, ma dov’è la linea che separa ciò che è legittimo da un accanimento che arreca guai a tutte le parti in causa? Qiu Ju sa che la gente di città è pronta ad ingannare una contadina ingenua e si fa furba, ma non furba abbastanza da tenere bene a mente che l’obiettivo finale deve essere la riconciliazione, perché nessuno di noi può farcela da solo.

Cos’è la giustizia? Nel corso di una conversazione con Carlo Maria Martini, Gustavo Zagrebelsky ha confessato “la nostra ignoranza teoretica sul contenuto della giustizia” (Martini/Zagrebelsky, 2003). Martini però, pochi anni dopo, ha mostrato maggiore confidenza, affermando che “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio” (Martini/Sporschill 2008).
Martini è erede di un’illustre tradizione teologica e filosofica di cui si rinvengono le prime tracce in Pitagora, secondo il quale il principio di giustizia dev’essere il fondamento di ogni attività umana, essendo la giustizia la relazione reciproca e bilanciata tra eguali. Il neoplatonico siriano Giamblico (245-325 D.C.), grande estimatore di Pitagora, riteneva che all’origine della giustizia ci fosse il senso di comunione e uguaglianza di tutti, per cui a ciascuno diviene facile considerare la stessa cosa come sua ed altrui (cf. Beni Comuni). Sempre Giamblico, rifacendosi a Pitagora, poneva la giustizia tra le virtù alte, quelle nate dallo sforzo della ragione verso ciò che la trascende. Le virtù civiche erano invece “basse”, perché unicamente mirate a consentire la convivenza, non la propria elevazione. Secondo Giamblico, Pitagora aveva raccomandato ai Crotonesi di “essere in tutto uguali ai concittadini, superarli unicamente quanto a giustizia” e di preferire l’ingiustizia commessa ai propri danni rispetto all’uccidere un altro essere umano. Un principio, quest’ultimo, che stava molto a cuore al Socrate del Critone: “non si deve rendere a nessuno ingiustizia per ingiustizia, male per male, qual ch’ella sia la ingiuria che abbia ricevuto”. Chi fa il male ad altri ha probabilmente un’anima malata.
Dello stesso avviso era Democrito: “Se subisci un'ingiustizia, consolati: la vera infelicità consiste nel commetterla”.
Senofonte racconta di uno scambio di battute tra Ermogene di Ipponico e Socrate: “Non dovresti pensare a ciò che dirai in tua difesa?”. Socrate ribatte, con non poca presunzione ed in completa contraddizione con lo spirito del suo filosofare: “Non ti sembra che abbia passato tutta la vita a preparare questa difesa, vivendo senza commettere ingiustizie?”. Vero è che Socrate ha effettivamente fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per evitare di commettere delle ingiustizie e per mostrare agli altri come sia facile macchiarsi di un’ingiustizia senza neppure rendersene conto.
Socrate è lo “scopritore” dell’individuo autocosciente e dissenziente che, pensando con la sua testa, fa in modo di non diventare uno strumento d’ingiustizia, piuttosto che concentrarsi sulla difesa della tradizione, come l’Antigone di Sofocle, o sulla vita ideale, come farà Aristotele. È questo il nucleo dell’idea dell’equivalente dignità di tutti gli esseri umani. Socrate non saprebbe dire cosa sia la giustizia, ma sa cos’è un’ingiustizia, sa cos’è la sofferenza. Per questo si limita ad avvertire gli altri che arrecando danno agli altri nocciono prima di tutto a se stessi. Il dialogo socratico esiste proprio per distruggere la falsa conoscenza e la falsa coscienza, perché “una vita non meditata è indegna di essere vissuta”, come spiega nell’Apologia. Socrate delinea un importante nesso tra integrità morale, integrità intellettuale e giustizia. Cerca di essere sempre disponibile al dialogo ed alla conversazione con la gente perché pensa che ciò permette di fare del bene e concepisce l’integrità dell’intelletto come un mezzo per ridurre l’ingiustizia nel mondo, non uno strumento per maltrattare gli altri. Per raggiungere un livello ottimale di integrità è necessario praticare l’autoesame, ossia dividersi tra osservatore ed osservato, soggetto ed oggetto. Solo così ci si cura dall’egoismo, la radice dell’ingiustizia.
Nella tradizione cristiana c’è la testimonianza di Matteo, che riferisce di un’esortazione di Gesù – “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo 6:33) – e di un suo l’ammonimento – “Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo 5, 20). Il mistico renano Meister Eckhart elogia la giustizia e la bontà dell’anima che si è interamente spogliata delle creature per trovare Dio nel proprio fondo. Sulla stessa lunghezza d’onda è la scrittrice e filosofa cattolica anglo-irlandese Iris Murdoch, che individua il punto di convergenza di giustizia e benevolenza nel riconoscimento della piena esistenza e dei diritti dell’altro. Per i cristiani la giustizia è una delle quattro virtù cardinali, assieme a saggezza, fortezza e temperanza. Anche il teologo contemporaneo Vito Mancuso, in piena concordanza con Martini, pone la giustizia al centro del suo pensiero. Solo la giustizia salva e non è necessario essere cristiani per essere giusti. “Il vero popolo di Dio, infatti, sono i giusti”, mentre i nemici del Cristo sono chiamati, appropriatamente, “operatori di iniquità”.
Da dove scaturisce quest’anelito di giustizia? Nella filosofia greca classica giustizia e senso della misura erano inestricabilmente connessi. Archita elogiava la giusta misura, che neutralizza “l’avido desiderio di avere sempre di più” (pleonexia). Eraclito, Anassimandro, Esiodo, Solone convenivano sul fatto che il fondamento della moralità umana sia la misura e la repressione dell’eccesso e che mutualità e giustizia sono le virtù che producono l’uguaglianza. Giustizia come simmetria, palintonos harmonie, l’armonia degli opposti eraclitea, il virtuoso equilibrio delle forze, proporzionate nella tensione. Per le persone che credono nella trascendenza, è una dimensione dell’anima e quindi di Dio, ed è posseduta da tutti, in vario grado. Mencio accenna al fatto che la giustizia, come le altre virtù, non è un dono del cielo, ma proviene da noi stessi, è innata (Meng-tzu, cf. Tomassini, 1991):

Tutti gli uomini hanno il sentimento della pietà e della vergogna (per i propri difetti) e della repulsione (per i difetti altrui), della reverenza e del rispetto, del diritto e del torto. Il sentimento della pietà e della commiserazione è la benevolenza, il sentimento della vergogna e della repulsione è la giustizia, il sentimento della reverenza e del rispetto è il rito, il sentimento del diritto e del torto è la sapienza. La benevolenza, la giustizia, il rito, la sapienza non sono infusi in noi dall'esterno: noi li possediamo sicuramente, (solo che) non ci pensiamo. Perciò si dice: cercali e li otterrai, trascurali e li perderai”. Gli uomini non sanno esprimere tutte le loro capacità, chi il doppio di altri, chi il quintuplo, chi innumerevoli volte.

Anche chi non è un credente, come lo scrittore e filosofo francese Albert Camus, fa fatica a spiegare in altro modo il fatto che alcune persone – certamente non i cinici – possono trovare rivoltante la vista di un avversario che soffre un’ingiustizia, un fenomeno in contrasto con la massimizzazione dell’utile richiesta dal processo evolutivo. Il che, secondo lui, prova che il valore della persona non risiede semplicemente nel suo essere un individuo, ma nella capacità umana di trascendenza, nella solidarietà metafisica che ci contraddistingue. Dunque la giustizia è un attributo dell’empatia, o forse l’empatia è la precondizione della giustizia (Boella, 2006, p. 24):

L’empatia non si traduce nel provare lo stesso dolore, la stessa gioia [...], non consiste nel “sapere” cosa sente l’altro [...] non vuol dire gioire, soffrire insieme all’altra, all'altro, e nemmeno avere un’esatta nozione delle ragioni e delle cause del sentire altrui. Empatia vuol dire allargare la propria esperienza, renderla capace di accogliere il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione tra me e l’altro, l’altra. Empatia è “rendersi conto”. 

Il concetto di giustizia – sul quale gli utilitaristi non saranno mai in grado di mettersi d’accordo – esiste perché gli umani sono capaci di provare indignazione, oltraggio e simpatia. L’afflizione, l’empatia, il risentimento, la simpatia non solo non sono irrilevanti nelle questioni riguardanti il giusto e lo sbagliato, sono anzi le precondizioni necessarie per la creazione e la sopravvivenza stessa dell’idea di bene e di male, giusto e sbagliato, di solidarietà, di sollecitudine per il prossimo, di riconoscimento dell’uguale dignità dei cittadini. “La pace non è assenza di guerra”, dice Baruch Spinoza, “è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”.

Torniamo alla domanda iniziale: che cos’è la giustizia? La giustizia non è semplice imparzialità o equità, presuppone uguaglianza nel rispetto, trascende le norme di legge: sei un mio pari, ti tratterò di conseguenza. La giustizia è qui intesa non come ideale, ma come una prospettiva sul mondo. Sono in una posizione di privilegio rispetto alla tua, ma è un accidente, un caso del destino e quindi un mio eventuale senso di superiorità sarebbe del tutto ingiustificato. Si contrappone al classico: “non gli devo nulla, affari suoi. Posso dispiacermi della sua situazione, ma non sono io a dovermene occupare, perché non ne sono responsabile. Se la deve cavare da solo”. Non c’è giustizia se manca il riconoscimento della comune umanità e il desiderio di riparare ad un’ingiustizia occorsa ad un altro come se l’avessimo subita in prima persona. Il mio prossimo (altoatesino, sudtirolese) differisce da me, ma riconosco il suo completo diritto di esserlo, ossia che non c’è ragione valida per augurarsi che sia una replica di me stesso.
È difficile convincere la gente che abbiamo un obbligo di sollecitudine nei confronti degli altri esseri umani, anche perché per molti è arduo immaginare le conseguenze a lungo termine; ancora di più sono le persone fermamente convinte che, semmai, sono loro a dover essere aiutate. C’è sempre qualcuno con maggiori disponibilità che dovrebbe fare quello che noi crediamo di non poterci permettere di fare, anche se basta davvero poco.
Se la politica altoatesina è uno specchio della società, allora il tratto caratterizzante della realtà locale è la visione tendenzialmente a corto raggio che prescrive la ricerca di vantaggi quasi immediati. Domina la prospettiva del gioco a somma zero, delle risorse finite: mors tua, vita mea.
Ma la giustizia è inseparabile dalla fiducia, dalla compassione, dalla misericordia e dalla riconciliazione. La riconciliazione necessita il perdono, ma pare che in Alto Adige l’orgoglio di entrambe le parti politiche sia troppo caparbio. Senza perdono, però, il male genera altro male, nulla può spezzare la catena, si è prigionieri, incatenati al passato ed alle ripicche, alle lagnanze, alle vendette e faide, che sono una catena per tutti. Si sente il peso dell’obbligo di onorare i morti, usando i morti che, in quanto tali, non si curano più delle cose terrene, come alibi per soddisfare i propri narcisismi, capricci e bramosie. Non è una forma rituale di rispetto per gli antenati, ma una mascherata che nasconde sentimenti ben più prosaici e volgari. Chi non lo capisce si confinerà volontariamente all’interno di una spirale di odio e violenza verbale e talvolta fisica che ammorberà la sua coscienza.
La giustizia rimedia ai torti, ma è il perdono che riconcilia le parti (Bell, 2007). In Alto Adige si è fatta giustizia con un sistema che impedisce di perdonare, ossia di riconciliarsi, tenendo in vita una perpetua faida tra macro-clan, che si protrae solo perché nessuno è in grado di fare il primo passo e chiedere ufficialmente perdono. Al momento sembra che questo evento epocale non si verificherà nel breve, perché la militanza di ciascuno impedisce di varcare la soglia del proprio gruppo (“noi”) e dei suoi imperativi associativi. La faziosità, il vittimismo martirologico e gli interessi privati inaridiscono il senso di giustizia, rendono moralmente insensibili, disconnettono dal significato ultimo di ciò che uno sta facendo, dalla consapevolezza delle ramificazioni delle sue azioni, delle ripercussioni a lungo termine.
In Alto Adige, per via delle contrapposizioni, si guarda ma è più difficile vedere, si ascolta, ma è più difficile sentire e capire, perché si ha la presunzione di sapere già tutto dell’altra parte e che in ogni caso i principi vanno anteposti alle interazioni umane, ai nessi esistenziali. “Loro” sono meno umani di “noi”, o si comportano come se lo fossero. Quando prevale questa mentalità, predomina l’accezione trasimachea (o nietzscheana) di giustizia: l’interesse del più forte.
Il senso più autentico di giustizia è invece, come detto, il comportarsi verso il prossimo come se non sussistesse uno squilibrio di forze a mio vantaggio. Lo ignoro, perché ritengo giusto essere equanime, perché mi sento meglio quando non approfitto del prossimo, perché possiedo una coscienza (alcuni non ce l’hanno, purtroppo), perché ritengo giusto rinunciare a qualche mio desiderio per poter intensificare le mie relazioni con l’altro, affinché si arrivino a definire gli interessi comuni e si collabori per sodidsfarli.
Tutto questo, in Alto Adige, è reso più difficile dalla grave carenza di senso delle proporzioni, dal dominio della narrazione epica, del paradigma dello scontro di civiltà. In “Contro i Miti Etnici” (Fait/Fattor 2010) abbiamo spiegato che l’idolatria non è il creare delle immagini di un qualcosa, ma il perdere di vista il fatto che si tratta appunto di immagini e non della realtà, il confondere immagini e realtà, il credere più alla nostra rappresentazione della realtà che al dato empirico. Il perdono è un atto di emancipazione da questo tipo di idolatria, è una disintossicazione.
Sfortunatamente, molti altoatesini e sudtirolesi sono troppo inebriati per potersi rendere conto di esserlo.

sabato 3 dicembre 2011

Un sentore di infinitezza - la missione di un(a) badante



Esseri luminosi noi siamo, non questa materia grezza.
Yoda

We live our daily lives in a constant exchange with the set of daily appearances surrounding us – often they are very familiar, sometimes they are unexpected and new, but always they confirm us in our lives. They do so even when they are threatening: the sight of a house burning, for example, or a man approaching us with a knife between his teeth, still reminds us (urgently) of our life and its importance. What we habitually see confirms us. Yet it can happen, suddenly, unexpectedly, and most frequently in the half-light of glimpses, that we catch sight of another visible order which intersects with ours and has nothing to do with it. The speed of a cinema film is 24 frames per second. God knows how many frames per second flicker past our daily perception. But it is as if at the brief moments I’m talking about, suddenly and disconcertingly we se between two frames. We come upon a part of the visible which wasn’t destined for us. Perhaps it was destined for — night-birds, reindeer, ferrets, eels, whales… Perhaps it was destined not only for animals but for lakes, slow-growing trees, ores, carbon… Our customary visible order is not the only one: it co-exists with other orders. Stories of fairies, sprites, ogres were a human attempt to come to terms with this co-existence. Hunters are continually aware of it and so can read signs we do not see. Children feel it intuitively, because they have the habit of hiding behind things. There they discover the interstices between different sets of the visible.
Knock! Knock!
Who’s there?
Guess who!
Dogs, with their running legs, sharp noses and developed memory for sounds, are the natural frontier experts of these interstices. Their eyes, whose message often confuses us for it is urgent and mute, are attuned both to the human order and to other visible orders. Perhaps this is why, on so many occasions and for different reasons, we train dogs as guides.
Probably it was a dog who led Sammallahti to the moment and place for taking of each picture. In each one the human order, still in sight, is nevertheless no longer central and is slipping away. The interstices are open.
The result is unsettling for those who are not nomads. There is more solitude, more pain, more dereliction. At the same time, there is an expectancy which we have not experienced since childhood, since we talked to the dogs, listened their secret and kept it to ourselves.
John Berger, “The shape of a pocket”, New York: Vintage: 2001, pp. 4-5 [Sacche di resistenza, Varese: Giano, 2003]

Per Simone Weil l’impersonalità rappresenta ciò che vi è di sacro negli esseri umani. È la trascendenza dell’Io e prima ancora del Noi, giacché l’idolatria del collettivo, osserva la stessa Weil, frustra ogni tentativo di raggiungere l’impersonalità. Subordinato al collettivo – come era consuetudine nell’antichità – l’individuo si vede decurtato di una parte importante dei suoi diritti naturali, assieme alla possibilità di essere separato, fisicamente e mentalmente, anche da sé stesso. Il Noi e l’Ego sono ostacoli lungo la via che conduce a questa condizione di impersonalità, o vero Io, che qualcuno chiamerebbe “coscienza cosmica” e che è una forma di disincarnazione dell’anima (“decreazione” la chiama Weil). Chi scopre dentro di sé questa trascendenza inframondana ama nel modo in cui lo smeraldo è verde, cioè non ne può fare a meno, si emancipa finalmente e definitivamente da quelle istituzioni ed ideologie che promettono una pseudo-immortalità alla propria identità sociale. Inoltre, a differenza di molti gnostici, sente il dovere di salvaguardare la possibilità che anche altri vi possano attingere e di tutelare e valorizzare la dignità di tutti gli esseri umani e del mondo circostante. L’essere umano decreato, impersonale è, per citare il Walt Whitman di Foglie d’Erba, “Dentro e fuori del gioco, osservandolo e meravigliandosi”, non ricerca certezze assolute ma esperienze, il midollo della vita, “per non scoprire in punto di morte di non essere mai vissuto...” (H.D. Thoreau). La mente dell’umano impersonale non si chiude di fronte all’ignoto, all’imprevisto, all’insolito, ma lo brama, perché quello è il combustibile della sua creatività.

Dentro l’uomo c’è l’anima del tutto”, dichiara Emerson. Nessuna personalità contingente e localizzata può contenere l’oceano interiore della coscienza, l’eterno, sublime ed infinito elemento umano. La coscienza aspira a risolversi in una rete di relazioni intersoggettive nella loro forma più alta e nobile, cioè quella di una relazione tra coscienze impersonali, cosmopolite ed interconnesse: “né giudeo, né greco” diceva Paolo di Tarso.

L’individualità democratica anti-conformista predicata dal liberalismo rappresenta solo il primo passo verso l’impersonalità universale, ed è un progetto in corso d’opera, che non è purtroppo quasi mai completato in vita, per ignoranza e per timore. Gli antipodi della coscienza, l’infinito oceano interiore, per la quasi totalità degli esseri umani rimane un miraggio, un territorio vergine. Dogmi, convenzioni, consuetudini e l’ossessione materialista ci sbarrano la strada, ci impediscono di riconoscere la straordinarietà altrui e nostra. “Ciascuno deve assumersi la responsabilità di se stesso – il proprio sé deve diventare un progetto, dobbiamo diventare gli architetti della nostra anima. La nostra dignità risiede nell’essere, in larga misura, la persona che abbiamo scelto di essere, una creazione piuttosto che una creatura o un manufatto socialmente prodotto e determinato” (Kateb, 1984, p. 343). Poi subentra la presa di coscienza della propria natura universale, impersonale appunto, e la disidentificazione, l’acquisizione di una sconfinata molteplicità di identità. Gradualmente, la cura del sé si estende al prossimo ed all’ambiente, per poi prendere la forma della cura del cosmo. È una responsabilizzazione solenne che annienta la vacuità disumana del burocrate à la Eichmann o dell’edonista à la Christian Troy (della serie Nip/Tuck), cioè la funesta disconnessione dalla realtà, intorpidimento morale, assopimento dell’empatia, prioritarizzazione delle regole e degli interessi rispetto agli esseri umani, anticamera della violenza genocida (Hatzfeld, 2003).

L’impersonalità è, al contrario, una condizione di trascendenza della socialità e dell’ego (lo jiva del Vedanta) che pone al centro la sensibilità e la disponibilità del sé (l’atman del Vedanta), poroso, fluido, illimitatamente espandibile, incurante della distinzione tra particolare e generale. È, per i trascendentalisti nordamericani e per George Kateb, uno dei più raffinati filosofi politici dei nostri giorni, la condizione necessaria al sorgere di una vera antropologia dell’individualità, che consideri quest’ultima come preziosa perché insostituibile, e di una vera democrazia dell’interconnessione tra soggetti-cittadini dalle potenzialità largamente inesplorate (la cosiddetta “mutualità tra sconosciuti”).

Antropologia e democrazia, l’umanità possibile, trovano la loro realizzazione finale solo in essa, in questo oceano di potenzialità ancora ignote. Quello che in genere rimane celato ai nostri occhi per via della cristallizzazione delle differenze, delle divisioni e barriere tra gli esseri umani, ossia le varie interfacce con le quali ci relazioniamo verso l’esterno e che tendiamo a feticizzare o idolatrare. Una cristallizzazione (il velo di Maya) che maschera l’eterno mutare della molteplicità del mondo, l’indeterminatezza della vita, ma anche l’unitarietà del suo senso ultimo. Un velo che ci impedisce di comprendere che l’autodeterminazione è la via maestra per rendersi disponibili al prossimo, consci della sua dignità e valore, aperti al nuovo ed all’imprevedibile, a quell’azzardo che è la vita. Le azioni e le parole delle persone che non subiscono abusi, non affrontano un degrado morale e sociale permanente e sono esposte all’influenza della tensione spirituale, cioè quelle persone che si possono permettere di coltivare l’autostima, il rispetto di sé, il senso della misura e, come vedremo, il senso dell’impersonalità o trascendenza, dimostrano che può esistere un mondo migliore. Un mondo in cui tutti quanti meritiamo di vivere. Un mondo che renda possibile l’autocompimento espressivo ed esistenziale per ognuno di noi, lo stesso auspicato dalla filosofa tedesca Edith Stein, che invitava ad attualizzare il proprio potenziale per una vita più intensa, di inesauribile pienezza umana, di infinitezza, di trascendenza della materialità. Il mondo che aveva ammirato Etty Hillesum rivolgendosi alla sua interiorità, prestando orecchio (hineinhorchen) a quel che diceva il suo daimon. Un mondo in cui si riesca a guardare all’altro con occhio benevolo, apprezzandolo e dedicandovi sollecitudine ed attenzione più di quanto l’altro riesca a fare nei confronti di se stesso, senza classificarlo, ridurlo in categorie, asservirlo ad un destino predeterminato o, peggio ancora, renderlo invisibile, irrilevante, inferiore, spregevole (Kateb, 1989; 1992). Un mondo che pretende onestà, trasparenza e genuina autenticità. Non l’autenticità del sangue e del suolo, quella che dissolve l’io in un noi irresponsabile, infantile, barbaro, idolatra ed onnipotente, strumento del potere pastorale denunciato da Foucault, argilla nelle mani di leader narcisisti ed incontinenti nelle loro ambizioni e pretese di riconoscimento pubblico. Quei leader timorosi della vita perché bisognosi di ordine, di controllo, di potenza, di autorità, e perciò inclini al cannibalismo degli altri, in senso naturalmente figurato.

È l’autenticità della voce interiore che conta, quella della propria natura, che assicura l’integrità personale anche nell’impersonalità, che contrasta la necrofilia, l’amore per ciò che non è vivo, per la disgregazione, lo smembramento, la parcellizzazione, l’atomizzazione degli esseri umani. Le contrasta in nome di eros, l’attrazione per il vivente, per l’integrazione e l’unione, ossia per il divino che è nell’umano e che è nella natura e nell’universo (Fromm, 1984; Mancuso, 2008).

Perciò l’impersonalità – la conciliazione di unità e molteplicità – è, in modo apparentemente paradossale, il nostro essere più autentico. Come giustificare questa posizione ontologica che ha messo a dura prova la filosofia occidentale per l’intera sua storia? Non lo posso certo fare chiamando in causa un destino cosmico comune che mi è stato disvelato e contando sulla fiducia dei lettori, che in questo caso sarebbe malriposta. Mi appellerò quindi al buon senso: se i migliori tra noi, esemplari della nostra specie che sono universalmente riconosciuti come maestri di vita, talvolta indipendentemente l’uno dall’altra, hanno creduto di individuare nell’impersonalità la ragion d’essere dell’umanità ed il fine ultimo del processo di maturazione morale della nostra specie, allora dovevano avere delle buone ragioni per farlo.

I maestri di vita e di pensiero in questione sono, tra gli altri, Plotino, Meister Eckart, Jakob Böhme, William Blake, Simone Weil, Etty Hillesum, Jiddu Krishnamurti, Sri Ramakrishna Paramahamsa, San Francesco d’Assisi, Ibn Arabi, Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Carl Gustav Jung, Paolo di Tarso, Siddhārtha Gautama, il pioniere austriaco della meccanica quantistica Erwin Schrödinger, Johann Wolfgang von Goethe, Kahill Gibran, Lao Tzu, Jorge Luis Borges, Empedocle, Socrate, Maometto, Spinoza e Gesù di Nazareth. Quel che li accomuna è, appunto, la sensazione oceanica, cioè un sentimento di espansione compassionevole dei confini del sé fino ad abbracciare l’intera umanità e l’universo materiale, l’oceano come simbolo dell’abbattimento di ogni barriera – del Noi, dell’Io, della specie – e dell’unità nella molteplicità, della coincidentia oppositorum.

Non stiamo parlando della dissoluzione dell’io nel tutto della razza ariana o del popolo fascista, il cui indiscutibile carattere trascendente ha ipnotizzato milioni di persone in passato ma che in realtà è antitetica rispetto ad una genuina sensazione oceanica. Stiamo piuttosto parlando di una facoltà latente nella specie umana, che si esplicita in un’empatia profonda ed inclusiva e nella certezza interiore dell’interconnessione di ogni cosa, dell’illusorietà delle separazioni, della presenza dell’origine della creazione (Tao, o Dio) in ogni istante, in ogni atomo, in ogni luogo, in ciascuno di noi, oltre che del fondamentale contributo di ognuno al Libro della Vita. ”Ero tutto, o piuttosto tutto era in me, inanimato ed animato, le montagne, il verme, e tutte le cose che respirano” (Krishnamurti). “Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio (Plotino, Enneadi IV, 8, 1). “Nell’istante della visione non c’è nulla che si possa chiamare gratitudine, né propriamente gioia. L’anima sollevata al di sopra della passione, contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza indipendente della Verità e dell’Esattezza, e si rasserena nella consapevolezza che tutto procede per il meglio” (Emerson, “Self-Reliance”).

Sigmund Freud rimase affascinato dall’estasi auto-trascendente e, non avendola esperita in prima personala investigò nella sua corrispondenza con Romaine Rolland, il quale si diceva convinto che questa esperienza avesse coinvolto milioni di persone nella storia, pur con diverse sfumature e gradi di intensità, quasi sempre inconsapevoli della natura del fenomeno (Parsons, 1999). Sulla base di quanto appreso dall’amico Rolland, Freud la descrive come “un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno” (Freud, 2003, p. 197).

Plotino avrebbe detto che l’anima, attraverso Amore, si universalizza in un flusso di intuizione che la trasfonde dalla dimensione del parziale, del particolare e del diviso, alla dimensione della totalità indivisa e della verità, della contemplazione anti-narcisistica della propria bellezza come immagine della Bellezza. A partire da questo risveglio, dopo il riconoscimento della propria identità col cosmo e col divino, la persona (o per meglio dire l’anima, lo sfarfallante “fascio di coscienza”, l’Aleph di Borges) irradierà di consapevolezza chi la incontra.

Etty Hillesum se n’era accorta ben presto, notando che la forza elementare che aveva scoperto al centro di se stessa si irradiava attorno a lei (Hillesum, 2008). Mircea Eliade chiamava questa corrispondenza diretta tra macrocosmo e microcosmo macrantropia. L’enfasi sull’unità della diversità, cioè sulla convinzione che la diversità era solo l’espressione di una superiore unità, quella della Persona Cosmica, è molto antica, e risale forse all’età del Bronzo, anche se trova una formulazione più articolata solo nelle Upanisad e nel Timeo platonico (McEvilley, 2002). L’osservazione di Vito Mancuso (2007) che il cosmo è votato alla relazione, “dalle particelle subatomiche fino alla punta dell’anima” e che “io sono anche il mondo: io, micro-cosmo, sono uguale al mondo, macro-cosmo, nel senso che la logica che governa entrambi è la medesima” sarebbe giudicata senz’altro corretta all’interno di quest’ottica. Per Hillesum la diluizione dell’io nell’infinito universale consente di sviluppare una coscienza cosmica che rende la vita più piena, abbondante e meravigliosa, anche nei suoi aspetti apparentemente tragici (Tommasi, 2002). Per il Walt Whitman di “Prospettive democratiche”, l’unica giustificazione adeguata della democrazia “risiede nel futuro, essenzialmente nell’abbondante produzione di indoli perfette tra la gente e nell’avvento di una sana e diffusa religiosità”. Per il poeta e scrittore statunitense il merito della democrazia è stato quello di liberare le persone dai vincoli delle convenzioni tradizionali e di gettare le basi per l’edificazione di “torreggianti personalità…in possesso della nozione di infinito” e in grado di comprendere che una vita morale degna di questo nome è quella che fa riferimento “all’immortale, all’ignoto, allo spirituale, a ciò che è permanentemente reale, ciò che, come l’oceano attende ed accoglie i fiumi, aspetta ciascuno di noi”. Il valore della persona è perciò direttamente legato al potenziale, innato in ogni essere umano, di ergersi al livello dell’individualità impersonale, che Emerson chiama Superanima (Oversoul), della quale noi siamo solo catalizzatori e vettori.

Vivere nella pienezza dell’Essere, per i Trascendentalisti americani come per i mistici di tutto il mondo, significa affidarsi ai propri impulsi fondamentali, all’istinto più profondo, quello del Bene, quello dell’imperativo categorico kantiano, che reprimiamo quando prestiamo ascolto alle sirene della materialità e dei determinismi. Quando rinserriamo noi stessi e gli altri nella falsa sicurezza di un passato e di un futuro già determinati, di un ambiente e di un orizzonte costretti e divisi, ci e li priviamo della possibilità di dare libero sfogo alla naturale tensione verso la libertà più piena e di comprendere che ogni persona ed ogni cosa è solo una particolare inflessione dell’universale, nel presente. “Queste rose sotto la mia finestra non rimandano a rose precedenti o migliori; sono ciò che sono; esistono assieme a Dio nell’oggi. Il tempo non esiste per loro. Vi è semplicemente la rosa: perfetta in ogni momento del suo esistere. Prima che un solo bocciolo si sia dischiuso, la sua intera vita è già in atto; nel fiore pienamente sbocciato non ve n’è di più; nella spoglia radice non ve n’è di meno. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa la natura, in ogni momento, in egual misura. L’uomo invece pospone o ricorda; non vive nel presente, ma con un occhio rivolto alle spalle rimpiange il passato, oppure, incurante delle ricchezze che lo circondano, si solleva sulle punte dei piedi per prendere visionare il futuro. Non potrà essere felice e forte finché non vivrà anche lui con la natura nel presente, al di sopra del tempo” (Emerson, “Self-Reliance”). Questo comporta anche che un elevato livello di educazione non è di per sé indice di saggezza. Anzi, lo zelo con il quale si dedicano ad una specifica direzione del sapere in qualche modo li ostacola. Tant’è che “dobbiamo molte preziose osservazioni a persone che non sono particolarmente perspicaci o profonde, ma che dicono con grande naturalezza quel che volevamo ed eravamo andati invano in cerca per lungo tempo” (Emerson, “The Over-Soul”). Nell’abbandono alla comune ed eterna natura che scorre interiormente, gli esseri umani si de-individualizzano, affinano l’intelletto e distillano i significati apparentemente più reconditi, e pensano, kantianamente, il particolare come contenuto dell'universale. La trama della loro esistenza non si dipana più disordinatamente e discontinuamente, ma nell’armonia della divina unità, nella resistenza alle pressioni conformiste ed alla superficialità dell’io quotidiano.

Ma come possiamo essere certi che la voce della nostra coscienza sia giusta e buona? O, per meglio dire, come si distingue tra la voce di ego e la voce della coscienza? In fondo gli sterminatori degli Einsatzgruppen erano persone comuni, che credevano di difendere la patria, la famiglia, la Cristianità (Browning, 2004). Non era anche quella la voce della coscienza? Lo stesso Hitler dichiarava di condurre la sua esistenza sulla base di intuizioni e dettami provenienti direttamente da Dio e quindi di non poter minimamente ritenere di essere in errore: “E se anche lo fossi, so di aver agito in buona fede” (Hitler, 1941). Riteneva di essere un “Unto del Signore”, emissario di Dio in terra, chiamato a redimere il mondo. La visione emersoniana non può escludere questo tipo di interpretazioni. Emerson stesso non era sempre benevolo nei confronti del “popolo bue” che non sentiva la necessità di riscattarsi spiritualmente, pur avendone i mezzi, e che accettava “cristianamente” l’esistenza dell’istituzione schiavista.

Io penso che la risposta possa essere trovata nella sostanziale univocità delle voci dei maestri di impersonalità, illustri esponenti dell’antropologia perenne, che trova un’eco importante nelle spiegazioni fornite dai Giusti tra le Nazioni a chi li intervistava per capire perché avessero rischiato la loro vita e quella dei propri cari per aiutare dei perfetti sconosciuti quando sarebbe stato più semplice pensare agli affari propri. Non furono molti, ma non furono neppure pochi, forse uno su mille tra chi viveva nell’Europa occupata dai nazisti:


Abraham Maslow (1908-1970), uno dei maggiori psicologi del secolo scorso, ha studiato clinicamente questo fenomeno.

A differenza di Freud, e sulla scia di Wiliam James, lo psicologo statunitense comprese che questo tipo di esperienze non erano di carattere patologico ma, al contrario, rappresentavano i picchi della creatività umana, i record olimpici della coscienza, da additare ad esempio per il resto dell’umanità, in modo che tutti potessero trovare una maniera per esprimere il loro intero potenziale (auto-attualizzazione). Era convinzione di Maslow che una buona parte dei comportamenti devianti che danneggiavano la società fossero causati dalla privazione di mezzi di sostentamento (livello dei bisogni fisiologici), della sensazione di sicurezza (livello della stabilità sociale), dell’affettività e dell’amore (livello dei bisogni affettivi), dello status e dell’amore proprio (livello dell'autostima e del rispetto) e, infine, degli strumenti necessari alla realizzazione personale. In questa prospettiva la soddisfazione dei bisogni primari conduce a maggiori aspettative nei confronti di quelli superiori e così via fino al quinto livello. La relativa insoddisfazione è il motore che ci spinge a chiedere sempre di più da noi stessi. E non c'è nulla di male in questo, sosteneva Maslow, che soleva dire ai suoi studenti che decidere di non diventare quel che si potrebbe essere li avrebbe resi infelici per il resto della loro vita. Il segreto era essere realisti ma puntare in alto: “Quel che un uomo può essere, lo deve essere” (Maslow, 1954, p. 91). Su, fino alle esperienze-picco, i momenti di intensa felicità, beatitudine, illuminazione, contemplazione, estasi. Queste non erano riservate a pochi fortunati ma erano invece nelle corde di ognuno. Ogni qual volta una persona procedeva lungo la strada dell’eccellenza personale, o si muoveva liberamente verso una condizione ideale di giustizia e virtù, era più probabile che si producesse un’esperienza-picco. Si tratta di una forma avanzata di percezione della realtà, quando il mondo e l’umanità appaiono come fondamentalmente buoni, giusti, onesti, completi, semplici ed intensamente vivi. In molti casi la descrizione dell’esperienza non era troppo dissimile da quella delle estasi mistiche e, in seguito a questo tipo di esperienza, proprio come i mistici, molte persone sentivano un intenso, incondizionato, compassionevole, sconfinato amore per il mondo e per il prossimo, scoprivano in se stessi la capacità di accettare con ironico distacco la realtà terrena ed infine avvertivano la necessità di fare qualcosa per gli altri come forma di compensazione per il dono che avevano ricevuto. 

Secondo Maslow gli attributi tipici delle persone psicologicamente e mentalmente auto-attualizzate sono: una più sofisticata percezione della realtà ed una modalità di interazione con essa più costruttiva della media, maggiormente tollerante di ambiguità ed incertezze; una minor sensibilità e vulnerabilità ai sensi di colpa e di vergogna ed all’ansia: sono più spontanei, meno condizionati dai giudizi della gente, più disponibili ad ammettere i propri difetti e a comprendere ed accettare quelli altrui; la relativa assenza di egocentrismo e la disponibilità verso gli altri; l’autonomia e la cura della propria sfera privata: sono meno dipendenti dall’incoraggiamento delle altre persone, più selettivi nelle amicizie, più innovativi e più resistenti alla pressione sociale; la capacità di sorprendersi e di assaporare la quotidianità; la tendenza ad identificarsi con l’intera umanità, pur rimanendo realisticamente consapevoli dei limiti oggettivi della specie; un carattere profondamente democratico, che ignora barriere sociali e culturali; la preferenza per circoli ristretti di intimi con i quali coltivare rapporti più profondi.

Credo che questa sia anche una descrizione piuttosto soddisfacente della personalità dei Giusti e dell’ethos ideale dei badanti e delle badanti. Anche Jung (1959) aveva stilato una lista di tratti ammirevoli di quelle che definiva “persone individuate”. Vediamoli nel dettaglio: vivono la loro vita senza preoccuparsi troppo di conformarsi alle aspettative degli altri e della società; cercano un punto di equilibrio tra l’autenticità e l’adesione a gruppi ed associazioni; sono tendenzialmente solitari ma non reclusi; sono generalmente più tolleranti, profondi, responsabili e comprensivi della media; si aprono agli altri perché non temono di perdere il controllo di se stessi; non sono egocentrici né particolarmente eccentrici, accettano i propri obblighi senza farne un dramma.

Anche qui noto una certa corrispondenza con gli attributi tipici della coscienza transpersonale dei soccorritori di Ebrei durante l’Olocausto. Proprio come i Giusti, queste persone rifiutano ruoli e distinzioni rigide. Come i mistici, le loro esperienze sono all’insegna della privatezza, dell’impersonalità e dell’universalità. Maslow potè trarre un’unica conclusione: “È sempre più evidente che questo fenomeno è una versione, più blanda, più laica e più ordinaria dell’esperienza mistica che è stata descritta così spesso da diventare quella che Huxley ha chiamato la Filosofia Perenne. In culture ed epoche diverse assume colorazioni differenti, eppure la sua essenza è sempre riconoscibile, è la stessa” (Maslow 1973, p. 64).


   

mercoledì 30 novembre 2011

Il sentimento oceanico (Etica per un Mondo Nuovo)




Tutto l’egotismo svanisce; le correnti dell’Essere Universale circolano attraverso di me; io sono parte o particella di Dio.
R.W. Emerson, “Natura”

E infatti la personalità si dissolveva come un grano di sale nel mare; ma nello stesso tempo il mare infinito sembrava essere contenuto nel granello di sale. Il granello non poteva più essere localizzato nel tempo e nello spazio. Era in uno stato in cui il pensiero perdeva la sua direzione e cominciava a girare su se stesso, come l'ago della bussola nelle vicinanze di un polo magnetico; finché si sradicava dal suo asse e cominciava a vagare liberamente nello spazio, come un nodo di luce nella notte; finché sembrava che ogni pensiero e ogni sensazione, ogni dolore e perfino la gioia fossero soltanto le linee dello spettro dello stesso raggio di luce, disintegratesi nel prisma della coscienza.
Arthur Koestler, “Buio a Mezzogiorno”

Sembrava [la moglie del collega Alfred North Whitehead] tagliata fuori da tutto e da tutti da muri di agonia ed improvvisamente fui sopraffatto dal senso di solitudine di ogni anima umana. Da quanto mi ero sposato la mia vita emotiva era stata calma e superficiale. Mi ero scordato di tutte queste questioni più profonde, accontentandomi di frivole arguzie. All’improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi e mi trovai altrove…Al termine di quei cinque minuti ero diventato una persona completamente differente. Per un momento, una sorta di illuminazione mistica s’impadronì di me. Sentivo di conoscere i pensieri più intimi di tutte le persone che incontrato per strada ed anche se questo era indubbiamente un’illusione, mi trovai effettivamente a più stretto contatto con tutti i miei amici e molte delle mie conoscenze. Da imperialista, in quei cinque minuti, divenni un sostenitore dei Boeri ed un pacifista. Dopo aver passato lunghi anni interessandomi solo alla precisione ed all’analisi, mi ritrovai inondato di sensazioni semi-mistiche riguardanti la bellezza, con un intenso interesse per i bambini, e con un desiderio quasi altrettanto profondo di quello del Buddha di trovare una quale filosofia che rendesse tollerabile la vita umana. Fui preda di una strana eccitazione  che conteneva in sé un dolore intenso ma anche degli elementi di trionfo per via del fatto che riuscivo a dominare la sofferenza, trasformandola, così credevo, in un cammino di sapienza. Da allora l’intuizione mistica che immaginavo di possedere si è annebbiata e l’abitudine all’analisi si è riaffermata. Ma qualcosa di quel che ho pensato di vedere in quel momento mi è restato dentro, motivando il mio atteggiamento nei confronti della prima guerra mondiale, il mio interesse per i bambini, la mia indifferenza per i piccoli inconvenienti ed un certo tono emotivo in tutte le mie relazioni umane.
Bertrand Russell, “The autobiography of Bertrand Russell”, vol. 1, London: Allen and UNwin, 1967.

Io sono l'amante dell'irresistibile ed immortale bellezza
R.W. Emerson, Nature

Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.
Etty Hillesum

I mistici sono accomunati dall’estensività, ossia la capacità di usare l’empatia per decentrarsi, spersonalizzarsi, accogliendo nel proprio Io ogni altro pronome personale. Qui è utile il confronto con uno dei grandi mistici sufi, Mansur al-Hallaj (858-922), la cui vita ha davvero molto in comune con quella di Socrate e di Gesù (Massignon, 1975). Al-Hallaj, dopo aver proclamato la propria consustanzialità con Dio, con il Cosmo e con gli altri esseri umani – al-Haqq, “Io sono il Reale”, “Io sono la Verità”, “Io sono Dio” – si difese dalle accuse dei musulmani ortodossi affermando che “Egli è il tutto in tutto e voi dite che Egli è lontano da me. L’oceano circonfluente non è lontano e non finisce mai” (Elenjimittam, 2001, p. 420). L’idea di individualità impersonale – o sentimento oceanico, o coscienza cosmica, o super-anima, o super-coscienza, o estasi trascendentale, ecc. – è perfettamente espressa da un suo verso: “In quella gloria non c’è ‘Io’ o ‘Noi’ o ‘Tu’. ‘Io’, ‘Noi’, ‘Tu’ e ‘Lui’ sono la stessa cosa” (Nicholson, 1914). La natura umana e quella divina si fondono e mescolano, divenendo indistinguibili: si è totalmente individuati e, al tempo stesso, totalmente partecipi.
I mistici sono in grado di espandere i confini del proprio ego fino ad includere dei totali sconosciuti; una capacità, questa, che sarà gradualmente estesa agli animali ed alle piante, perché il nostro destino, a giudicare dalle lucidissime intuizioni dei mistici, è quello di una totale compartecipazione nell'esperienza della vita sul pianeta e probabilmente nello spazio. Come ha ben illustrato Jiddu Krishnamurti, la divisione ontologico-categoriale, a partire da quella tra Soggetto ed Oggetto, è all’origine della nostra bancarotta morale. In pratica il primo processo necessario allo sviluppo di una coscienza altruistica è la costruzione di un’identità personale forte. Questo perché le persone che non si differenziano dal proprio gruppo di riferimento generano tensioni egocentrizzanti che non solo impediscono il manifestarsi di un altruismo spontaneo ma fomentano atteggiamenti discriminatori. La separazione dell’io dal “noi” è dunque più importante di quella dell’io dal “loro” (Jarymowicz, 1993).
È importante rilevare come l’ottica dell’individualità impersonale caratterizzasse anche alcune delle vittime più illustri dell'Olocausto e della guerra, come Anna Frank, Etty Hillesum, Edith Stein e Simone Weil. In tutte loro non si può fare a meno di notare un sentimento di profonda compartecipazione alle vicende umane nella loro totalità. Ne scaturisce una comprensione e condivisione universale che va oltre i confini del tempo, dello spazio e del giudizio morale sulle motivazioni dei loro stessi carnefici. Umanissime protagoniste della propria e dell’altrui vita, della propria e dell’altrui storia, queste filosofe della vita e dell’amore hanno sconfitto il progetto nazista di deumanizzazione tramite l'irradiamento di un potente narcisismo collettivo ed il sogno hitleriano di imporre una morale pre-moderna, improntata alla durezza egoista e virilista ed all’esclusivismo etnico-razziale.
Il loro maggior merito, a mio parere è stato quello di cogliere il senso più ampio della sofferenza umana, trasformandolo, esorcizzandolo e cercando di arginare nel contempo la disistima dei posteri nei confronti della storia e dell’umanità in generale. In questo senso, l’analisi attenta e perspicace della Shoah fatta da Primo Levi, sopravvissuto per poi morire suicida, risulta probabilmente incompleta senza la loro l’idea di redenzione impersonale e di coscienza cosmica, intese in un’accezione più ampia di quella cattolica. Ma quale accezione? Il punto di partenza è quello dell'accidentalità dell'Io.
È semplicemente ridicolo lasciarsi ossessionare dalle proprie radici quando, per quel che ci è dato di sapere, il nostro luogo e momento di nascita è del tutto casuale. Un mistico come Eckhart aggiungerebbe che è altrettanto sbagliato ignorare il Sé Universale per far confluire tutte le nostre energie in quest'io accidentale e provvisorio che tiranneggia noi e tiene a distanza ciò che ci circonda - tutti avranno notato come cambiano i nostri movimenti ed atteggiamenti se siamo soli o se c’è qualcun altro in una stanza, per quanto disinteressato a quel che facciamo. Per Eckhart solo la morte ci riavvicina alla sorgente originaria della creazione, che è totalmente impersonale, come nel Buddhismo. In vita, possiamo intravedere la nostra condizione oltremondana se ci tuffiamo nell’oceano della supercoscienza, la superanima di Emerson.
È il “sentimento oceanico” che lo scrittore francese Romain Rolland aveva suggerito al suo amico Sigmund Freud di investigare metodicamente, descrivendo questa sensazione come quella di “un’onda in un oceano sconfinato”. Il padre della psicanalisi, però, non potendolo esperire in prima persona, non riuscì mai a classificarlo e razionalizzarlo e lo liquidò alla stregua di una sindrome.
Stando alle descrizioni che ne danno i mistici, tra i quali il già citato Al-Hallaj, si tratta dello stato mentale che segue la parziale o totale soppressione dell'Io o comunque il suo confluire nell'oceano del Sé cosmico (o Dio) e la conseguente sensazione di unità con tutto quello che, in precedenza, si considerava “il resto”. L’oceano interiore, che è l'habitat dell'individualità impersonale, non ha nulla a che vedere con il senso di trascinamento e dispersione nelle folle oceaniche che acclamano i dittatori, se non nel senso che la possibile esistenza nella nostra specie di un meccanismo innato che ci invita alla trascendenza può facilitare la psicologia delle folle (Sironneau, 1982). Per tutto il resto questo fenomeno è diametralmente opposto a quello che mi interessa. Non a caso Emerson amava la solitudine nella natura: “Stando sul nudo terreno... il gretto egotismo svanisce. Divento un occhio trasparente; non sono nulla; vedo tutto; le correnti dell’Essere Universale mi attraversano; sono parte o particella di Dio ("Nature", 1844). Qui la trascendenza è intesa come la percezione di essere una parte del tutto, il quale sarebbe incompleto senza di noi. Esattamente l’opposto di quel che predicano i totalitarismi, sempre disposti a sacrificare l’individuo a maggior gloria del corpo politico o razziale.
Leggiamo un'altra testimonianza preziosa, quella del filosofo francese Pierre Hadot (2008, p. 9): “Provavo un senso di estraneità, lo stupore e la meraviglia di esserci. Nello stesso tempo, percepivo di essere immerso nel mondo, di farne parte, e che il mondo si estendeva dal più piccolo filo d’erba fino alle stelle. Il mondo mi era presente, intensamente presente. Molto più tardi avrei scoperto che questa presa di coscienza del mio essere immerso nel mondo, questa impressione di appartenenza al Tutto, era ciò che Romaine Rolland ha chiamato il “sentimento oceanico”. […] Solo molto più tardi ho scoperto che molte persone hanno esperienze analoghe, ma non ne parlano”. Persone come Plotino, filosofo e mistico neo-platonico che ricavava dalla sua disponibilità verso il trascendente l’energia e la volontà per rendersi amabilmente e calorosamente disponibile verso gli altri, sostenendo che “la natura di tutti gli esseri va accettata con dolcezza” (Hadot, op. cit. p. 91). Hadot chiama questo atteggiamento “un’aspettativa amorosa nei confronti del mondo” e riferisce che, secondo Plotino, l’essere umano può raggiungere questa condizione quando resta immobile e tutte le cose si volgono verso di lui “come un cerchio si volge verso il centro da cui emanano i raggi”. Questa è un’immagine che riporta alla mente le pratiche meditative asiatiche ma anche, e piuttosto sorprendentemente, il precetto dei Desana della Colombia, che rappresentano il saggio come un uomo ritto in piedi, a fungere da asse cosmico: “Raggiungere questo stato di riflessione, stabilizzazione ed equilibrio è l’ideale degli uomini Desana perché solo allora incontra la sicurezza data dalla comprensione della religione e della sua funzione nella vita della società”. (Sullivan, 1988: p. 382).
E non è ancor più affascinante riscoprire la medesima immagine nei Vangeli e nel “Paradiso Riconquistato” di John Milton?
Una differenza non marginale tra l’antropologia desana e l’antropologia perenne (cf. “filosofia perenne”, Aldous Huxley) per come ha preso forma nel Vecchio Mondo risiede nel fatto che la mistica a noi più familiare è una mistica dell’accoglienza, dell’appartenenza alla comunità umana (koinomia) ed include l’intera specie umana, mentre quella dei nativi americani è più localizzata, per via del relativo isolamento delle tribù indigene rispetto al resto del mondo. Detto questo, è assai probabile che gli sciamani indigeni provino il medesimo “sentimento di coappartenenza essenziale” con l’universo circostante e condividerebbero la descrizione plotiniana di “un’immersione, dilatazione dell’io in un Altro al quale l’io non è estraneo, poiché ne costituisce una parte” (Hadot, 2008, p. 12). Come per i Giusti, anche se in una forma estremamente più intensa,
si verifica un’espansione di sé (io trascendentale) a contenere il mondo circostante, verso l’infinito. Hadot, in sintonia con Simone Weil, che però non cita, suggerisce che non vi possa essere un’autentica preoccupazione per gli altri senza l’oblio del sé (Hadot, ibid., p. 147). Di nuovo il tema dell’individualità impersonale. Vediamo altre citazioni. “Tutto ciò che mi circondava sembrò essersi all’improvviso ritrovato dentro di me. L’universo intero pareva dimorare in me (Forrest Reid, cf. Hulin 2000, p. 47). “Le frontiere tra il mio corpo e il mondo svanivano o, piuttosto, parevano non essere state altro che un’allucinazione della mia ragione che si scioglieva al fuoco dell’evidenza” (ibid., p. 50). “Ero in tutto ciò che è stato, che fu e che sarà; ora mi rendo conto che l’uomo è la misura dello spazio e del tempo, niente esiste prima o dopo, ma tutto è presente simultaneamente” (p. 52). “Io sono una particella dell’universo. L’universo è felice in me” (p. 84). Sento dentro di me e attorno a me una solleticante infinita rispondenza” (p. 88). La testimonianza di un giovane psichiatra che si prestò a fare la cavia in un esperimento clinico sugli effetti dell’LSD ci riporta all’universo morale dei Giusti. Parla della “essenziale bontà presente in ogni individuo” e di una “vasta unità amichevole, calda, protettrice”: “La mia sensazione era che, una volta spogliati delle difese e di tutti i detriti che, per così dire, accumulano nel corso della loro esistenza, gli uomini risultano fondamentalmente fratelli. […]. Mi sembrava che tutti fossero miei amici o, almeno, lo sarebbero stati se avessero potuto spogliarsi delle armature e ridursi al loro nucleo essenziale. […] Questa verità sembrava comunicarmi che in un certo qual modo, un filo, o un pensiero o un legame qualunque collega le nostre persone o, se si vuole, le nostre anime” (p. 116). L’agape, l’amore puro; evocato da Vito Mancuso per onorare un soldato tedesco che si lasciò fucilare assieme a dei civili jugoslavi dopo essersi rifiutato di partecipare al plotone di esecuzione che li doveva massacrare come rappresaglia per l’uccisione di alcuni soldati tedeschi da parte dei partigiani (Mancuso, 2008). Lo stato di perfezione dell’essere umano che, per parafrasare Weil, non può fare a meno di amare, come lo smeraldo non può cessare di essere verde. Una persona che si disidentifica, preparata ad assumere una, nessuna, centomila identità e personalità diverse, senza lasciarsi tiranneggiare dalla sua identità convenzionale. L’impersonalità, o infinitezza, è il segreto per una socialità nella sua forma più alta, per un’umanità possibile: interconnessa e corale, indivisa e completa, compassionevole, equanime e libera. Non le identificazioni totemiche della nazione, del partito, della squadra, dell’etnia o della religione, non l’idolatria tribale dell’amor patrio e dell’amore per un dio creato a propria immagine e somiglianza e non vice versa. Non queste false promesse di immortalità, ma l’abolizione delle stesse. Un’individualità di prima mano, autentica, auto-determinata, decentrata e decreata, non frammentata né soggiogata, prestata, o affidata ad un guru, ad un leader, ad un padre spirituale, alla cieca collettività di un gregge di fedeli, con le relative delimitazioni tra credenti e non credenti ed il codazzo di sospetti, sfiducia, paura, odio, violenza. Un’individualità i cui contorni sono posti in risalto proprio da un vuoto inatteso, causato dall’assenza di considerazioni personali dettate da superficialità, vanità, arroganza, narcisismo e complessi di inferiorità. Questa è la radicale rivoluzione dello spirito che si dovrà intraprendere nel Mondo Nuovo ed è l’unica che può funzionare, perché tutte le altre sono state tentate ed hanno evidentemente e miseramente fallito

L’albero che volle farsi artigiano e l’artigiano che sciolse le sue catene