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domenica 18 dicembre 2011

Quel che i politici altoatesini non vogliono che si sappia in giro




Sulla base delle diverse condizioni di base e dei fattori strutturali, a Nord e a Sud del Brennero si è sviluppata una cultura della vita privata e pubblica molto diversa. […] il Tirolo ha potuto e voluto rimanere attaccato alla sua tradizione. Presumibilmente non c’è stata la necessità di ridefinire la propria identità. Invece nel Trentino Alto Adige la situazione è diversa. Questa Regione si è in parte integrata nella cultura italiana, ma in parte ha percorso nuove strade. Nel Trentino Alto Adige, con la spinta generata dalla posizione geopolitica e dall’obbligo di inventare un sistema di convivenza plurietnico è sorta la necessità di creare una nuova identità culturale e sociale.
Hermann Denz

Un egoismo e un provincialismo tramandati da generazioni - e che spesso si travestito da indifferenza - restringe talmente la visuale da limitare la vista a piccolissimi ambiti delle molteplici questioni che ci riguardano. Non c'è dunque da meravigliarsi se i tirolesi non vedono oltre i confini del Tirolo e gli svizzeri appena un po' oltre i confini del rispettivo cantone! Sino a quando non ci abitueremo a considerare i nostri problemi nell'ottica più ampia del contesto mondiale continuerà a mancarci il senso storico del tempo e degli avvenimenti. Nessuno può più permettersi di far finta di abitare su un'isola.
Alexander Langer, “Segni dei tempi”.

Pius Leitner, consigliere provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per legge - l'ingresso in Alto Adige di immigrati anziani e bambini immigrati malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di banalizzazione appunto del Male.
Luigi Gallo, assessore del comune di Bolzano

Un sondaggio condotto nel Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe (48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di 25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2% considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht) e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle leggi locali), ma per il 56,3% non occorre erigere alcun minareto (“Minarette in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio Elisabeth Donat, ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7% considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat e una percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am Bergisel“), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti. Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler Freiheit – come una conferma della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per riunificare il Tirolo.

La più recente rilevazione delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (Ausserbrunner / Bonifaccio / Plank / Plasinger / Sallustio / Zambiasi, 2010) offre molti spunti di riflessione e diversi motivi di sorpresa.
Ponendo a confronto i dati del 2004 (riportati nella medesima analisi) con quelli del 2009, notiamo che, alla domanda “Cosa ti piace molto dell’Alto Adige?”, l’autonomia riscuote sorprendentemente solo il 43-44% dei consensi, un dato che purtroppo non è stato approfondito dai ricercatori. Forse è ormai un’istituzione che si dà per scontata, nonostante tutti i sacrifici che sono stati fatti per ottenerla. Tra il 2004 ed il 2009, la “tradizione” scende dal 33% al 30% e la possibilità di convivere tra diversi gruppi linguistici è in flessione di ben sette punti percentuali, dal 36% al 29%. I problemi principali presenti in Alto Adige, dal punto di vista dei giovani dai 14 anni in su includono: tossicodipendenza ed alcolismo (oltre il 70%); immigrazione (in salita dal 63% al 67% tra 2004 e 2009); l’estremismo di destra e la violenza (52%), la scarsa democrazia e possibilità di partecipazione ai processi decisionali (che sale dal 21% ad oltre il 37%!), mentre la criminalità è in discesa (dal 35% al 31%), come la divisione dei gruppi linguistici, che è vista come un problema da poco meno del 43%, rispetto al 44% del 2004.
L’immigrazione è perciò decisamente un problema di forte rilevanza. Gli stranieri in Alto Adige, provenienti da oltre 126 paesi del mondo, hanno superato la soglia dei 40mila residenti e si avviano a costituire il 10% della popolazione complessiva, anche grazie al basso tasso di mortalità (sono, di norma, giovani) ed all’alto tasso di natalità. Per un utile confronto, in Trentino, al 1 gennaio 2010, gli stranieri erano oltre 46mila e costituivano l’8,8% della popolazione totale. In Veneto la percentuale ha già superato la soglia del 10% della popolazione totale, come nel comprensorio trentino della Valle dell’Adige. In Alto Adige, come in Trentino, gli stranieri risiedono prevalentemente nei centri urbani.
È chiaro che un fenomeno di queste dimensioni non può lasciare indifferenti ed è altrettanto chiaro che chiunque abbia a cuore le sorti di questi esseri umani migranti, dovrebbe augurarsi che il loro numero si riduca e rimangano solo i migranti per scelta, non per necessità. Una speranza che mal si concilia con le dinamiche del modello capitalista globalizzato.
Così, nell’odierno Alto Adige, anche tra le persone che non considerano l’immigrazione un problema, quasi un 37% pensa ci siano troppi immigrati e, sia tra quelli che la considerano un problema sia tra quelli che l’accettano, vi è una fortissima richiesta (oltre il 70%) di intervento affinché i paesi di provenienza degli immigrati siano aiutati a sistemare i rispettivi problemi. È interessante notare che, tra quelli che vedono l’immigrazione come un problema, oltre un quarto è d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati costituiscono un arricchimento culturale per la nostra provincia” e quasi la metà sottoscrive l’affermazione che “gli immigrati sono indispensabili per l’economia della nostra provincia”. La xenofobia in Alto Adige esiste ed è in crescita, perché “perfino fra i giovani/le giovani che segnalano il problema dell’estremismo di destra e della violenza in provincia di Bolzano, coloro che considerano un arricchimento culturale la presenza degli stranieri in provincia non rappresentano la maggioranza”, ma non è endemica.   
In un paese come l’Italia dove l’ignoranza viene sbandierata ai più alti livelli istituzionali, è importante rilevare il dato che “i giovani provenienti da famiglie in cui né il padre né la madre hanno un titolo di studio superiore alla scuola dell’obbligo, ravvisano nell’immigrazione un grave problema con una frequenza quasi doppia (29,5%) rispetto ai giovani appartenenti al ceto medio o alto. Appare evidente che questo gruppo di giovani ha maggiori problemi nell’affrontare culture diverse o persone di lingua diversa dalla propria”.
Quanto alla separazione dei gruppi linguistici, si tratta di un fenomeno avvertito maggiormente dai residenti urbani. È possibile che, al di fuori dei centri urbani, il contatto con l’altro gruppo linguistico si sia ridotto. In una diversa rilevazione, risalente al 2006 ed effettuata sull’intera popolazione residente, emergeva chiaramente che “sono gli italiani a sentire maggiormente la problematicità della divisione dei gruppi linguistici: il 30,8% ritiene che sia un problema molto presente e il 41,8% che sia presente; per i tedeschi, invece, tali percentuali sono rispettivamente dell’8,5% e del 24,7%”. “La maggior parte degli intervistati (54,4%) ritiene che la situazione sia rimasta invariata rispetto a cinque anni fa” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). Com’era prevedibile, sono più frequenti i rapporti amicali con gli altri membri del proprio gruppo (67,3%), ma oltre un terzo frequenta  giovani di un altro gruppo linguistico (35,0%) e quasi un quarto ha stretto amicizia con degli stranieri (24,5%). All’aumentare dell’età cresce l’eterogeneità degli amici.
Le differenze tra gruppi linguistici sono quasi certamente di natura geografica-demografica: “i giovani di lingua tedesca sono quelli che maggiormente tendono a rimanere fra di loro: il 72,3% ha solo amici ed amiche dello stesso gruppo linguistico. Nei ladini la relativa quota è pari al 74,2%, nel gruppo linguistico italiano si registra il 45,8%”, mentre “le amicizie interculturali si riscontrano invece soprattutto fra i giovani di lingua italiana: il 42,6% ha anche amici/amiche appartenenti ad altre nazionalità/culture. Negli altri gruppi linguistici è circa il 20% a dare tale risposta”. È chiaro che chi vive in città ha semplicemente più opportunità di incontrare e frequentare persone di altra lingua e cultura non presenti su base esclusivamente stagionale. In molti comuni rurali questa è un’eventualità remota. Lo dimostra il fatto che le percentuali di giovani che parlano di un eccesso di immigrati non si discostano molto tra altoatesini (62,1%), sudtirolesi (66,4%) e ladini (71,2%). Le distanze sono più marcate tra chi è in disaccordo con l’affermazione che “sarebbe meglio che gli immigrati tornassero a casa loro”: sono assolutamente contrari il 39,6% dei giovani di lingua italiana, ma solo il 18,3% dei giovani sudtirolesi ed il 15,2% dei ladini. Ma è anche vero che, tra chi è molto d’accordo, le percentuali sono del tutto analoghe: il 12,4% dei sudtirolesi e l’11,8% degli altoatesini (il 16,2% per i ladini). Dunque le divergenze esistono, ma non sono di natura etnico-linguistica.
Il senso dell’obbligo di assistenza nei confronti dei migranti è purtroppo diminuito marcatamente negli ultimi dieci anni, immagino essenzialmente a causa della crisi economica: si è passati da un eccellente 68,0% del 1999, ad un ottimo 62,6% nel 2004, fino ad un mediocre 49,4% dei nostri giorni. Molto positivo è quel 34,8% degli intervistati che considera la presenza degli stranieri come un arricchimento culturale, con un incremento di oltre 10 punti percentuali rispetto al 1999, a dimostrazione del fatto che, per molte persone, la conoscenza reciproca attenua sfiducia e sospetto ed incrementa il senso di apertura all’altro. Ancora una volta il luogo di residenza – centri urbani o centri rurali – è decisivo. Gli “xenofili” sono proporzionalmente più numerosi tra gli altoatesini (56,1%) che negli altri gruppi linguistici (poco meno del 30%). I ricercatori dell’ASTAT confermano che vi è “una correlazione significativa fra il grado di ostilità ed i contatti con i concittadini stranieri: i ragazzi e le ragazze che più si dimostrano ostili nei confronti degli stranieri sono coloro che più frequentemente hanno solo amici/amiche all’interno del loro gruppo linguistico. I giovani ostili verso gli stranieri hanno molto meno contatti personali con cittadini stranieri. In presenza, invece, di contatti con altre culture o nazioni, l’atteggiamento ostile si attenua sensibilmente. […]. I giovani che hanno amici stranieri dimostrano una maggiore apertura culturale, pretendono in misura minore che gli stranieri si adeguino al mondo culturale locale ed infine tendono meno ad affermazioni negative riguardo ai cittadini stranieri” (pp. 49-51). In piena corrispondenza con questa valutazione, l’estremismo di destra è meno un problema a Bolzano e in Ladinia che nel resto dell’Alto Adige, dove sfiora o supera abbondantemente il 50%. A dispetto dei proclami ufficiali e con buona pace di chi difende la segmentazione etnica, quest’ultima rappresenta perciò una minaccia per la coesione sociale e per la sicurezza dei cittadini. Un dato che dovrebbe far riflettere, in una società normale. 
Passando quindi alla politica, il coinvolgimento è molto basso ed in calo rispetto al 2004. Solo la metà degli intervistati ha partecipato ad uno sciopero o ad una manifestazione politica. In un mondo integralmente globalizzato, sorprende che ben due terzi dei giovani altoatesini/sudtirolesi si interessino poco o niente delle vicende politiche internazionali. Non a caso, solo il 35,4% degli intervistati è curioso di conoscere il mondo, in flessione dal 36,1% del 2004. Il maggior polo di attrazione, la politica provinciale (che batte quella comunale) attira comunque poco più di un 40% di interesse. Ciò che dovrebbe preoccupare è che la democrazia rappresentativa risulta completamente screditata: oltre l’80% dei giovani è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi personali. Non bisognerebbe però tacciare di qualunquismo i giovani dell’Alto Adige. Contrariamente a quanto si aspetterebbero i cinici, “colpisce il fatto che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui politici, come pure l’opinione secondo cui i giovani si interessano di temi politici” (p. 118). È vero che il materialismo sembra dominare l’orizzonte di ciò che è considerato “in”, ma è anche vero che il volontarismo e la solidarietà sono ben radicati e che in testa alla classifica c’è, a pari merito con “avere un bell’aspetto”, anche la voce “viaggiare”. Inoltre trovo molto incoraggiante il fatto che una prospettiva quasi unanimemente condivisa rimanga quella di “metter su famiglia” e che tra i fattori che fanno funzionare un matrimonio al primo posto ci siano lealtà, fedeltà, rispetto e stima reciproci (oltre il 90%) e comprensione e tolleranza reciproche (oltre l’80%) ed agli ultimi posti la “stessa provenienza culturale” (12,6%) e lo “stesso gruppo linguistico” (8,6%).
La mia opinione coincide con quella di Aung San Suu Kyi: “Non trovo niente di sbagliato nelle persone che identificano la felicità in una casa, due automobili e una famiglia. Se è una famiglia davvero felice, creerà felicità intorno a sé, perciò non c’è niente di male. Credo anche che la mediocrità nei desideri non sia un crimine, né qualcosa di cui vergognarsi. Anzi, ammiro le persone che hanno desideri contenuti e che non cedono ad essi continuamente. È molto in sintonia con il pensiero buddista. Certo, se però la casa e le due automobili diventano il fine ultimo dell’esistenza e una persona è pronta a fare di tutto per ottenerli, anche calpestare altre persone, ovviamente questo non è giusto. Viceversa, se si ha questa ambizione mediocre e ci si impegna con rigore ed equità, senza far del male al prossimo per raggiungere questa mediocre esistenza con una casa, due auto e una famiglia felice, non penso ci sia niente di sbagliato. Molte persone che all’apparenza sembrano degli individui qualsiasi hanno menti molto aperte e valori spirituali di cui noi siamo all’oscuro” (Aung San Suu Kyi, 2008, p. 220).

Le notizie veramente cattive provengono dalla sezione dedicata alla violenza, che indica un’allarmante escalation di propensione all'uso della forza rispetto a solo cinque anni fa: “è quasi raddoppiata la quota di giovani altoatesini disposti ad utilizzare anche la forza fisica per far valere i propri interessi (dal 12,2% di chi nel 2004 si dichiarava “totalmente d’accordo” o “d’accordo” al 21,2% del 2009). […]. Nel 2009 il 31,4% dei maschi approva il ricorso alla forza fisica, contro il 17,9% del 2004” (p. 148). Persino tra le ragazze che, di norma, rimangono in favore della nonviolenza e timorose di ogni violenza, la percentuale di contrarietà all’uso di metodi violenti è scesa dal 76,9% del 2004 al 69,3% del 2009. Quest’inclinazione diminuisce all’aumentare dell’età, ma rimane piuttosto alta anche nella classe 23-25 anni (16,6%), dove è più che triplicata (!) rispetto al 2004 (raddoppiata tra i 20-22enni). L’ineludibile constatazione degli analisti è che “anche il solo fatto di approvare un comportamento violento è in crescita tra gli adolescenti: coloro che pur non adoperando mai la forza fisica, ritengono comunque giusto che ci siano persone che mettono a posto le cose in questo modo, sono passati dal 18,6% del 2004 al 23,2% del 2009, mentre rimane sostanzialmente stabile la quota di coloro che reputano normale l’uso della forza fisica nel genere umano per imporsi (dal 14,8% al 15,0%)”. Si sottolinea infine che chi ha ricevuto un’educazione violenta tende a comportarsi in modo più violento e chi ha avuto genitori più propensi al dialogo sceglierà la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Quello della violenza è il problema centrale della nostra specie e della nostra civiltà. Non siamo miti, tendiamo all’egoismo, all’egocentrismo ed alla sopraffazione e per di più abbiamo raggiunto un livello di avanzamento della nostra tecnologia bellica e neurocognitiva che garantisce la nostra autoestinzione o la nostra riduzione in un asservimento inebetito. È dunque quanto mai stupefacente che, sul tema della violenza domestica ed extra-domestica, gli autori dell’indagine sugli stili di vita e orientamenti di valore in provincia di Bolzano del 2006 abbiano dovuto rimarcare come “la decisione di effettuare questo sondaggio è legata alla scarsità dei dati disponibili in questo ambito. Finora in Alto Adige sulle cause e le conseguenze della violenza in famiglia non esistono dati rappresentativi” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 154). È ancora più paradossale che ciò avvenga proprio in Alto Adige, una regione con una storia di violenza politica da una parte e dall’altra del crinale etnico-linguistico ed in cui il conflitto permanente tra gruppi umani è stato istituzionalizzato.
È plausibile che ciò sia avvenuto perché, dato il robusto sostrato autoritario di entrambe le culture dominanti (quella di lingua tirolese-tedesca e quella di lingua italiana – si vedano i dati che seguono), la ragionevole definizione di “violenza” adottata dai ricercatori dell’ASTAT – “ogni azione compiuta (oppure la relativa minaccia) da una persona per recare danno ad un’altra persona o per costringerla a fare (o non fare) qualcosa, senza tener conto o violando la volontà dell’altra persona” (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007, p. 153) – sarebbe rigettata categoricamente anche da molti esponenti politici. Nel Devoto-Oli è riportata la seguente definizione: “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Per violenza sulle donne, le Nazioni Unite intendono “ogni atto di violenza indirizzato alle persone di sesso femminile che abbia o possa avere come risultato un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per la donna, così come le minacce di questi atti, la coazione o la privazione arbitraria della libertà, tanto se si producono nella vita pubblica come nella vita privata” (Risoluzione 48/104, 1993). Stando a questa definizione, che condivido, Gandhi e Tolstoj, due apostoli della nonviolenza, erano estremamente ed intollerabilmente violenti nei confronti delle loro famiglie. Quasi tutte le loro biografie fanno riferimento non solo all’occasionale impiego della forza contro le rispettive mogli ma anche ai ricatti psicologici più feroci, all’uso del digiuno (Gandhi) e del vittimismo (Gandhi e soprattutto Tolstoj) come arma di coercizione. Ciò non toglie nulla ai loro meriti, ma deve solo aiutarci a capire che siamo tutti, inevitabilmente violenti. Non c’è una Bestia Interiore pronta a scatenarsi su tutto e tutti, ma non siamo neppure degli angeli storditi da una cultura della violenza: siamo contemporaneamente angelici e demonici e forse proprio questa interazione ci consente di maturare spiritualmente, apprendendo dai nostri errori e imparando ad essere tolleranti verso le manchevolezze altrui, che quasi sempre sono anche le nostre. 
Perciò Gandhi e Tolstoj non potevano che essere violenti, a dispetto delle loro migliori intenzioni, perché solo una definizione inadeguata e fin troppo generosa di violenza ci escluderebbe dal novero dei violenti. Questo è un pianeta violento e noi non siamo all’altezza delle nostre durevoli e poderose aspirazioni – quelle giustamente esaltate dai due suddetti maestri spirituali. L’esistenza stessa di questi aneliti dimostra peraltro la nostra libertà – per quanto costretta da determinismi e vizi innati e cronicizzati – e indica la possibilità che esistano realtà diverse, nonviolente, in un certo senso edeniche, dalle quali forse qualcuno proviene e dove forse qualcuno è diretto, come si augurava Gandhi: “vi sarà, allora, uno Stato di anarchia illuminata. In tale Stato ognuno sarà il governante di se stesso. E si governerà in maniera da non essere mai di ostacolo al prossimo” (Young India, 2 luglio 1931). Un’utopia, ma un’utopia da impiegare come riferimento ultimo.

Alla luce di quanto detto, il sistema di proporzionale etnica è un vero e proprio atto di violenza ai danni di chi non vuole essere incasellato per la sua intera esistenza a beneficio di una minoranza di militanti dell’etnia. In altre parole, l’attuale sistema è un apparato di legittimazione di una violenza psicologica e spirituale, “giustificato” dalle violenze (anche fisiche) del passato e da quelle che potrebbero insorgere negli anni a venire. Purtroppo però, come dimostrano questi studi empirici, è proprio la sua attuale conformazione ad assicurare che rimangano alti il livello della tensione e la possibilità che questa stessa tensione sfoci nella violenza. Che questo dato di fatto non sia riconosciuto come tale non sorprende, proprio alla luce del fatto che il tema delle violenze domestiche è stato metodicamente trascurato per così a lungo e che molte altre forme di violenza, dal ricatto, alla minaccia, al controllo coercitivo, allo stalking (pedinamento/persecuzione), alla privazione del sonno, al sconfinamento in casa, alla distruzione di oggetti di valore affettivo, all’istinto di possesso, alla gelosia maniacale, alla critica distruttiva, all’umiliazione non sono probabilmente identificate come tali.
Riguardo alla violenza fisica, i dati indicano che 13 donne su 100 e 5 uomini su 100 hanno subito nella loro infanzia/gioventù violenza sessuale in una forma qualsiasi, quasi mai da sconosciuti (6,6%). “Il 7,2% degli uomini e l’8,2% delle donne afferma di avere subito dal partner attuale una qualche forma di violenza fisica. Includendo anche i partner precedenti, la percentuale sale complessivamente al 9,0%”. Il 30% di chi chiede aiuto è un uomo e si registra una “forte correlazione tra uso di stupefacenti e maggior ricorso alla violenza”. Dopo il Meridione d’Italia, la maggior concentrazione di denunce per violenze domestiche si registra in Friuli ed in Alto Adige. C’è ragione di credere che l’omertà diffusa celi un considerevole numero di abusi, ma va anche detto che è altrettanto possibile che questi valori indichino invece una maggior propensione alla denuncia, rispetto ad altre aree (Savona/Caneppele, 2006).
La ricerca demoscopica del 2006 (pubblicata nel 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di (in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente d’accordo con la condotta severa della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità, mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe maggiore tolleranza ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo endemica. Questa mia impressione è confortata dal 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini tra i 14 e i 25 anni (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010).
Cosa ci dicono invece le due indagini sul ruolo e la condizione delle donne? Ci dicono che permangono idee spiccatamente tradizionali: oltre il 40% di uomini e donne ritiene che le donne dovrebbero lavorare solo se costrette da necessità economiche e, mentre “le donne continuano ad accollarsi la maggior parte dei compiti domestici” e subiscono violenze domestiche con una frequenza considerevole, oltre il 75% degli intervistati non crede che la discriminazione contro le donne sia un vero problema (Ausserbrunner /Giungano/Koler, 2007). La situazione non migliora tra i giovani, tra i quali, “La discriminazione della donna o dell’uomo sono considerati problemi di lieve entità da tutti i gruppi socio-demografici, non raggiungendo la soglia del 10%” (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). Ci sarebbe di che rimanerne sbigottiti, se non fosse un risultato tristemente scontato in una società pronunciatamente patriarcale (Fait/Fattor, 2010).
Infine la fede. La Chiesa è ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54 anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali in genere. La laicità, ossia la tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma:

“L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63).

Il quadro che ne ricaviamo è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa, suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man mano che si passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato al sentimento etnico (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, p. 20-21).
Il problema è che, di norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente, inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo, in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà “di frontiera”, non è strettamente religioso ma culturale in un senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso, che è anche più forte e tenace in società come quelle dalle quali provengono tanti immigrati.
Lo scontro di paradigmi reazionari potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di “democrazie” populiste – come in Israele e nell’Est Europa –, legate ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.

domenica 11 dicembre 2011

Terrorismo islamico, omofobia e Terrore Rivoluzionario




Un essere umano è dotato di libero arbitrio. Può usarlo per scegliere tra il bene ed il male. Se può solo fare il bene oppure il male, allora è un’arancia meccanica, nel senso che ha l'apparenza di un organismo di bell’aspetto, colorato e succoso, ma in effetti è solo un giocattolo a molla che può essere caricato da Dio o dal Diavolo o, visto che ormai sta progressivamente rimpiazzando entrambi, dallo stato onnipotente.
Introduzione di Burgess all’edizione americana di “Arancia Meccanica” del 1986

L’idea che il mondo attuale sia corrotto così radicalmente da rendere impossibile qualunque miglioramento e che proprio per questo motivo il mondo che ad esso succederà debba portare con sé la perfezione assoluta e la liberazione definitiva, questa idea è una delle più mostruose aberrazioni dello spirito umano. La ragione sana suggerisce piuttosto: quanto più il mondo attuale è corrotto, tanto più lungo, difficile e incerto è il camino che lo separa dall’agognato regno della perfezione.
Leszek Kolakowski, “Lo spirito rivoluzionario”, 1982, p. 21

Quello che in tempo di pace viene considerato immorale, ingiusto, dannoso per la collettività, in tempo di guerra cambia di segno, si trasforma in valore positivo e viene perciò stimolato e incoraggiato. Non uccidere, non mentire, non tradire, ecc. sono tutte massime che devono essere ribaltate durante un conflitto lungo e radicale per il bene della collettività; inoltre deve essere sviluppata in tutti i modi una mentalità aggressiva, bellicosa, spietata se occorre. In altre parole la guerra crea un “nuovo universo morale” con regole e valori specifici che sono in contrasto profondo con quelli dell’universo morale dell’epoca in cui la società è in pace. Inoltre la guerra produce una mentalità manichea che porta a scomporre il mondo in amici e nemici e a guardare con sospetto gli stessi membri del gruppo di appartenenza, se questi manifestano in qualche modo un ardore sufficiente o addirittura riserve morali sulla lotta in atto.
Luciano Pellicani, “I rivoluzionari di professione”, 2008, p. 215

Nel 1921 Ernst Jünger osservò molto acutamente che la morte è la realizzazione ideale di una credenza, il suo complemento e completamento. Lo stesso vale per la fede di un terrorista: il contenuto conta poco, la convinzione è tutto. Essere degni del sacrificio della propria vita è la dimostrazione della propria superiore qualità e dell’immacolatezza del proprio spirito, cioè della propria sacralità. Il terrorista è un homo sacer, “nuda vita”, per riprendere un tema già sviluppato dal filosofo Giorgio Agamben. La sua condizione eccede quelle contemplate dal diritto umano e da quello divino: può uccidere senza essere accusato di omicidio e la sua morte volontaria è rituale per antonomasia.
Ma se di ritorno del sacro si deve parlare, allora è bene chiarire che sarebbe meglio concentrarsi su alcune sue componenti come “il magico”, “il sublime” e “l’epico”. La mitologizzazione della quotidianità si accompagna al titanismo di militanti che realmente credono di cavalcare la Storia, e di poter dare l’avvio alla rigenerazione palingenetica della civiltà (islamica, cristiana, giapponese, europea, ecc.). I fondamentalisti di ogni sorta semplificano la realtà fino a trasformarla in una caricatura di sé stessa, una funzione ad uso e consumo delle loro credenze ed intendimenti.
Il tempo e lo spazio ordinari evaporano nella loro coscienza rituale che si fonda sulla credenza millenarista che sia possibile accelerare l’avvento di un grande rivolgimento epocale che restituirà ai “puri” il ruolo di guide spirituali delle masse, assimilate all’immagine di un gregge di pecore disperso ed in attesa di un benevolo ma energico pastore. Tempo, spazio ed Ego si fondono nella comunità di destino che preannuncia la venuta di una nuova era e di una nuova umanità. Più che di religione sarebbe opportuno parlare di religiosità, o comunque di religione politica (e religione dell’Ego), per molti versi affine a quello che rappresentarono il nazi-fascismo ed il comunismo del secolo scorso per milioni di persone.
Questo sconsiderato riformismo ultraradicale non analizza le questioni sul tappeto prendendo in considerazione l’umanità per come è ora, con i suoi pregi e difetti, i suoi limiti e le sue potenzialità, ma per come dovrebbe essere, e per forza di cose sarà, quando l’onda fondamentalista avrà spazzato via la società materialista ed individualista dominante. Questa stessa ideale configurazione dell’umanità è il pretesto che giustifica il sacrificio di un certo numero di persone (terrorismo), o l’uso di determinati gruppi umani come capri espiatori (es. i Rom).
Accanto alla storia ordinaria, i militanti fondamentalisti costruiscono e mettono in moto una Storia “Nobile”, provvidenziale, ed una visione della vita totalizzante, cultista, dove tutto va esperito in maniera ed in misura assoluta e dove l’inversione o la sospensione o l’accelerazione – a seconda delle esigenze – dello scorrere del tempo restituirà all’ordine delle cose la sua integrità originale. È un’immagine confortante e sedativa, nonché gratificante per l’ego di chi, perdente radicale, si trova improvvisamente proiettato sul palcoscenico mondiale dove, per parafrasare Calvino, non un gesto e non una parola vanno sprecati, perché si è dalla parte del riscatto, della rettitudine, della purezza, in un mondo degradato, depravato ed impuro. L’istinto, l’emozione, l’intuito, la fede sopprimono la ragione: chi deve operare per migliorare la propria esistenza deve usare il cervello, chi si aspetta di essere salvato, deve solo attendere con fiducia, oppure andare incontro ad una morte “eroica”.
Questo dovrebbe risultare chiaro a chiunque si sia reso conto del fatto che lungi dall’essere espressioni specifiche di una rivitalizzazione dell’Islam “tradizionale”, i movimenti fondamentalisti musulmani sono in realtà una reazione estremamente moderna all’evento epocale che è stata la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione ideologica tra comunismo e capitalismo. Molti di questi estremisti pensano e parlano come i militanti anti-imperialisti del secolo scorso e gli anarchici di fine Ottocento che condannavano la modernità occidentale; oppure come gli indignati più zelanti.
L’obiettivo non è quello di recuperare un presunto idillio confessionale e sociale dell’umma dei tempi dei loro nonni e bisnonni, né quello di costruire uno stato islamico di tipo fascista, ma piuttosto quello di islamizzare la modernità e di porre rimedio alla perdita delle identità collettive, spazzate via dall’irrompere del cosmopolitismo individualizzante. In questo senso le analogie con altri movimenti fondamentalisti ebraici e cristiani, ma anche, come detto, con ideologie politiche radical-populiste del passato e del presente, sono davvero numerose ed impressionanti. Basti pensare che Osama Bin Laden iniziò la sua carriera di sovversivo combattendo per la liberazione dell’Afghanistan dall’imperialismo sovietico negli anni Ottanta.
Nel gennaio del 2008 è stata pubblicata sul prestigioso settimanale britannico “The Observer” una brillante inchiesta di Jason Burke, uno dei giornalisti di lingua inglese più competenti in materia di fondamentalismo islamico, avendo trascorso molto tempo sul campo, intervistando militanti islamici e combattenti afgani. Quest’inchiesta riesaminava le sue esperienze ed i dati riguardanti il profilo psicologico e sociale degli appartenenti alle cellule del terrorismo islamico inglese raccolti in questi anni dalle unità anti-terrorismo europee. I risultati sono stati spiazzanti per molti. Chi si aspettava che i terroristi fossero in genere poco più che adolescenti, e quindi più esposti al rischio di plagio, ha appreso che l’età media dei militanti britannici era di 29 anni. Chi riteneva che l’indottrinamento nelle moschee fosse un fattore decisivo si è dovuto ricredere: il ruolo degli istigatori non sembra essere quello di inculcare nei giovani il fanatismo religioso, tanto che la gran parte dei militanti è accomunata da un’abissale ignoranza dei fondamenti coranici e della politica internazionale. In genere non si tratta di maestri religiosi ma di conoscenti leggermente più vecchi, a volte amici, altre volte parenti. Le fonti governative rivelano che meno del 10 per cento delle attività degli estremisti sono ricollegabili ai luoghi di culto. La povertà non è un fattore scatenante. Meno del 20 per cento dei militanti proviene da ambienti disagiati, anche se in genere tutti si percepiscono come sottoimpiegati. Né si tratta necessariamente di figure asociali: un terzo di loro è sposato e circa un quarto di loro ha almeno un figlio. Almeno uno su tre ha conseguito la laurea o una specializzazione equivalente mentre molti altri, nel momento in cui si sono lasciati coinvolgere dal radicalismo islamico, erano studenti, spesso di discipline tecniche e scientifiche, in special modo ingegneria ed informatica.
Quasi sempre la spinta finale è fornita dall’esperienza di un fallimento professionale e dalla percezione di un rigetto xenofobo. Spesso il passo successivo è il rifiuto della religiosità apolitica dei genitori e l’adesione alle correnti più politicizzate dell’Islam, che sembrano più rilevanti e più adatte a rispondere agli interrogativi dei nostri tempi.
C’è il caso di Shiraz Maher, un normale studente dell’Università di Leeds, con gli stessi interessi dei suoi pari età.  Tutto questo fino all’11 Settembre, un evento che lo costringe a prendere posizione: “Le regole del gioco erano cambiate…Improvvisamente mi ritrovai a pormi delle domande a proposito dell’Islam, della mia identità e del mondo, come non mi era mai capitato prima”. Alcuni giorni dopo l’attacco Maher fu avvicinato da un attivista di nome Hizb ut-Tahrir, un laureato in scienze politiche alla sua stessa università, solo pochi anni più vecchio di lui, che vestiva elegantemente, all’occidentale, e che sosteneva di conoscere il Corano a memoria. Hizb ut-Tahrir “sembrava avere tutte le risposte”, ci spiega Maher, sorpreso dalla sua comprensione del desiderio di spassarsela, di ballare e fumare spinelli, anatema per i frequentatori della moschea. Ma per Hizb ut-Tahrir non c’è problema: “Se non fosse divertente la gente non lo farebbe”. Così Maher pensa tra sé e sé: “Ecco qui qualcuno di successo che sa parlare la mia lingua”, cioè il linguaggio del riscatto musulmano, assalito dal capitalismo, dalle armi e dalla cultura occidentale. Come dichiarano due giovani intervistati musulmani, Ahmed e Mohammed, “c’è un piano anti-islamico. Non vogliono che diventiamo forti. Ci vogliono spingere in basso, nella povertà, umiliandoci. Ci chiamano terroristi ma anche loro sono terroristi”. Molti infatti, guardando le immagini dell’invasione dell’Iraq, hanno cominciato a sensibilizzarsi alla causa dei musulmani nel mondo, decidendo di volerli aiutare quantomeno economicamente. Altri facevano parte di bande che cacciavano via gli spacciatori dai loro quartieri e quindi erano già pronti a menare le mani. Altri ancora vedono la jihad come una scelta di vita romantica, gloriosa, avventurosa, clandestina, ribelle che ha il valore aggiunto di ricreare attorno a loro un ambiente familiare, fatto di persone che la pensano come loro e che comprendono le loro ansie e desideri.
Questo li isola progressivamente dal mondo. È un distanziamento decisivo perché rafforza la determinazione dei militanti ed impedisce che i loro pensieri siano “disturbati” da punti di vista alternativi o informazioni dissonanti. In seguito, una volta “entrati nel giro”, molti vengono spediti in Afghanistan come carne da cannone, ufficialmente per “farsi le ossa” (Burke, 2004). Ne ricaviamo ancora una volta l’impressione che la fede in una salvezza ultraterrena in quanto tale abbia ben poco a che fare con questi fenomeni. Ben più rilevante sembra essere il divario tra le legittime aspettative di migliaia di giovani e le reali prospettive di avanzamento sociale, che ormai ha superato la soglia di relativa tolleranza. Altrimenti non si spiega la forte concentrazione di insegnanti, funzionari pubblici, medici, ingegneri, ecc.
Sono gli scarti di un settore pubblico umiliato da governi nazionali laici di paesi arabi che non hanno saputo rilanciare l’economia e sono stati costretti ad operare tagli sostanziosi (Antoun, 2001). Sono gli scarti della modernità e sono affatto moderni, sganciati da una specifica comunità tradizionale di riferimento, dalla famiglia, dal passato, dal territorio, si sentono credenti rinati come parte della più grande ummah globale, Al-ummah al-islamiyyah, la comunità islamica transnazionale. Gesù invitava ad abbandonare famiglia, amici e casa per unirsi a lui, i terroristi giapponesi e quelli islamici sono pronti a farlo, ma la loro idea di redenzione personale e collettiva è diametralmente opposta. Sono pronti a compiere un qualche atto sensazionale che risuonerà sui media internazionali, rendendoli immortali. Non sono interessati a mobilizzare le masse, non pensano a riforme politiche, non intendono dedicare la loro vita all’assistenza ai disagiati o all’insegnamento della fede, non gradirebbero morire in qualche valle sperduta dell’Afghanistan, in un mercato iracheno, o ad un posto di blocco israeliano. Una morte troppo anonima per degli uomini con le loro competenze e talenti. Come tutti i perdenti radicali, i terroristi jihadisti contemporanei sono dei megalomani narcisisti che bramano la “bella morte” e gli “onori” della cronaca e, se possibile, desiderano che ciò avvenga nei luoghi simboli del glamour occidentale, anche perché la loro rinascita nella fede avviene quasi sempre in Occidente, dove le loro certezze dottrinarie, ossia i pilastri della loro tradizione culturale, sono messi a dura prova. Quando dichiarano di identificarsi con le vittime dell’imperialismo occidentale stanno mentendo a se stessi. Non v’è alcun processo di immedesimazione in corso, non v’è empatia nelle loro parole e nei loro atti. Se fosse così andrebbero ad aiutare la gente verso la quale dichiarano di nutrire una così profonda compassione. Ma non è così. Provano compassione solo per se stessi, esattamente come gli euroterroristi degli anni Settanta. Sono loro le vittime della modernità, del sistema, dell’umiliazione dell’Islam. Sono loro che non sono riusciti ad essere all’altezza delle proprie aspettative ed ora, per mascherare il proprio egoismo e le ferite interiori, ma anche per cancellare il senso di personale disfatta, si creano una falsa coscienza. In questo modo precipitano nell’idolatria, che è prima di tutto idolatria di se stessi, che nasce dal bisogno di mitizzare il proprio percorso esistenziale, proiettandolo sullo scenario globale di un immaginario scontro cosmico.
Come tutti i militanti radicali del passato e del presente, chiedono a Dio ed alla Storia quel che non hanno saputo ottenere da se stessi. Ma la loro è una battaglia privata, non collettiva. Le istituzioni religiose e quelle nazionali li hanno delusi, hanno fallito il loro compito di addomesticare la modernità risacralizzandola, ri-incantandola, per usare la terminologia weberiana. Per questo il loro rapporto con Dio è immediato, diretto, la loro religiosità fanatica proprio perché fondata su basi deboli e strumentali. Sono indifferenti alle grandi questioni teologiche che potrebbero solo soffocare il loro grande fervore ideologico. Non cercano una guida spirituale ma un coordinatore, un esperto di logistica, un’occasione per morire “alla grande”. Anch’essi, o forse loro più di tutti, esperiscono la vasta crisi delle religioni, quella che Ratzinger, nel 2004, definiva “lo sgretolarsi del cristianesimo”, che è anche lo sgretolarsi delle altre due religioni monoteistiche e del buddismo, dell’induismo e dello scintoismo, ecc. Mentre milioni di fedeli si radunano nei grandi meeting, sempre meno sono quelli che si ritrovano per pregare nei giorni designati e quelli che dedicano la loro vita all’apostolato. Questo perché si è giunti alla dissociazione finale tra cultura di appartenenza ed affiliazione religiosa, alla dispersione delle comunità tradizionali - fittizie ma in precedenza universalmente percepite come reali – ed alla ritribalizzazione della società attorno ai trend della moda ed a nuovi simboli di identificazione etnica. Nuove comunità immaginate che, condannate fin dalla nascita ad un’esistenza effimera sotto i colpi dell’apertura delle culture, delle società e delle menti che rappresenta la globalizzazione, reagiscono con l’irrigidimento dottrinale, o la violenza, alla loro manifesta gracilità. Lo jihadismo è una delle espressioni più note di questa ritribalizzazione e scomparirà nel giro di una generazione, per ricomparire dopo qualche decennio, quante le condizioni saranno favorevoli alla risurrezione della mistica dell’”eroismo fondamentalista”. In altre parole i fondamentalismi non sono reazioni difensive di culture tradizionali sotto assalto, non sono il risultato di uno scontro di civiltà, perché non esistono civiltà che si possano scontrare.
La destra pone l’accento sullo scontro di civiltà. La sinistra, come di consueto (e in certi casi non senza valide ragioni), punta l’indice contro le sperequazioni sociali. In realtà i rivoltosi non erano giovani poveri e senza speranza di riscatto ma figli sottoimpiegati di genitori piccolo-borghesi, non sempre musulmani, che impiegano le tecniche pedagogiche della generazioni precedenti, contadine, in una società che non sa cosa farsene. Questi figli ritenevano di poter ambire a qualcosa di più della carità pulciosa e mortificante di un paese che ufficialmente nega il razzismo ma nei fatti non può cancellarlo con un tratto di penna. Amano appassionatamente il proprio paese europeo, al punto da detestarlo quando questa li rifiuta, come succede negli amori non corrisposti. In realtà, quindi, i militanti e “potenziali terroristi” sono giovani di buona cultura che si sentono sradicati, discriminati, esclusi da una società che non è disposta ad accettarli per quello che sono (non semplice manodopera a basso costo) e cerca di imporre loro un certo modello di buon cittadino senza nel contempo usare lo stesso trattamento pedagogico-discriminatorio nei confronti dei non-musulmani. Di conseguenza questi giovani musulmani frustrati, come i loro omologhi giapponesi di Aum-Shinrikyo, s’imbarcano nella ricerca di una causa per la quale lottare, per dare un significato più profondo e saldo alla propria esistenza. Meglio sarebbe aiutarli a sentirsi integrati e non necessariamente omologati, costruendo luoghi di apprendimento e di culto, ma anche d’incontro con la gioventù non musulmana, piuttosto che spingerli tra le braccia di chi ha interesse a fomentare la violenza interculturale ed interreligiosa.
Se espandiamo gradualmente questo tipo di prospettiva arriviamo a capire che la loro reazione è per molti versi analoga a quella di Alex DeLarge, il protagonista di Arancia Meccanica di Anthony Burgess, che aveva ben compreso come lo Stato era del tutto indifferente alla sua esistenza, se non nella misura in cui questa non doveva in alcun modo minare l’armonia sociale. Le autorità rimangono interdette di fronte al comportamento antisociale di un amante della musica classica, un tratto generalmente associato ai “cittadini al di sopra di ogni sospetto”: “Hai una bella casa qui, dei genitori buoni e amorevoli, non hai un cervello da buttare. C’è un qualche demone che si impadronisce di te?”. Le risposte di Burgess sono ambigue, equivoche. Ma di Alex DeLarge è pieno anche il mondo non-islamico. Pensiamo ad esempio ai massacri nei college americani: Jonesboro, Arkansas; Pearl, Mississippi; Springfield, Oregon; Paducah, Kentucky; la Columbine High School di Littleton, Colorado; Conyers, Georgia, e poi Fort Gibson ed il massacro del Virginia Tech, perpetrato dal ventitreenne Cho Seung-Hui. Più recentemente un giovane finlandese, Pekka-Eric Auvinen, ha massacrato nove persone nella sua stessa scuola dopo aver diffuso online un manifesto radical-ecologista nel quale esaltava il pensiero del controverso e misantropico intellettuale finlandese Pentti Linkola e dichiarava che il suo credo Social-Darwinista lo spingeva a passare all’azione a tutela dell’ambiente, sperando di servire da modello per altri ed augurandosi che “la morte dell’umanità arrivi al più presto”. E poi c’è Breivik. Il numero di vittime di questi “terroristi fatti in casa” non si avvicina chiaramente a quello prodotto dai loro “colleghi” islamisti, ma stiamo comunque parlando di decine e decine di vite innocenti falciate in nome di un disagio esistenziale personale.
Chi ha analizzato gli scritti ed i video di questi giovani assassini ha potuto constatare che l’uccisione di massa dei propri compagni di scuola ed insegnanti ed il tentativo di distruggere gli istituti da loro frequentati erano motivati dalla convinzione che quelli, e non altri, fossero i responsabili del proprio malessere e senso di oppressione. Un ragazzo spiega che ci sono due modi per diventare famosi a scuola. La via del successo e la via dell’irrisione: “in pratica avevi paura di essere deriso per tutto quel che facevi perché se facevi una cosa fuori dell’ordinario, e ci si aspettava che nessuno facesse qualcosa del genere, avrebbero riso di te, ti avrebbero preso per i fondelli, e non avresti potuto far parte del gruppo. Così, poi, diventavi un escluso” (Klein, 2006).
In questo modo si viene a creare un sistema di sorveglianza benthamiano: un panopticon degno del Grande Fratello (quello letterario) che vede tutto e controlla tutto, sanzionando ogni devianza, nel vestire, nel comportamento, nei gusti, nella forma fisica, nel pensare, e così via. Stabilito un ideale ipermascolino ed iperfemminino al quale aspirare, tutti gli studenti sono costretti a misurarsi con esso, rendendosi conto della propria inadeguatezza e della propria fallibilità (Cook, 2000). Ecco la testimonianza di uno dei sopravvissuti alla strage di Columbine (15 morti, 23 feriti), riferendosi ai due omicidi, Dylan Klebold e Eric Harris: “Certo che li prendevamo per il culo. Ma che cosa altro ti aspetti quando vieni a scuola con certe pettinature e con delle corna sul cappellino?  Non erano solo gli atleti; facevano schifo all’intera scuola. Sono un branco di froci…Se ti vuoi liberare di qualcuno, in genere li prendi in giro, così tutta la scuola li chiama froci” (Gibbs & Roche, 1999, p. 48). In un video registrato la notte prima della sparatoria, Harris si sfoga dicendo “la gente mi prende costantemente per il culo per la mia faccia, i miei capelli, le mie camicie”, mentre Klebold aggiunge “vi ucciderò tutti. Ne ho abbastanza della vostra merda”, dove per “merda” s’intende il bullismo, l’essere spintonati, chiusi negli armadietti, il diventare bersaglio dei lazzi e delle ingiurie, dei sassi e delle lattine, l’essere chiamati froci tutto il tempo. Il risultato è l’aggressività maschile verso gli altri (eterodiretta) e l’aggressività femminile verso se stesse (autodiretta, come l’anoressia e la bulimia, l’automutilazione ed i ferimenti volontari, i tentativi di suicidio, ecc.).
Luke Woodham, di Pearl, Mississippi, dopo aver ucciso la madre che lo insultava e due studenti della sua scuola, ferendone altri sette, disse allo psichiatra che lo esaminava che non era pazzo: “Sono arrabbiato…non sono viziato o pigro; perché l’omicidio non è debole od ottuso; l’omicidio è cazzuto ed audace. Ho ucciso perché la gente come me viene maltrattata ogni giorno” (Chua-Eoan, 1997, p. 54).
Così, paradossalmente, anche un atto di protesta estrema come la violenza indiscriminata – così “virile” e totalitaria – serve solo a rinforzare il sistema di oppressione, ribadendo la naturalezza e correttezza degli standard di normalità imposti dalla società. Nessuna ragazza è finora entrata nella sua classe con delle pistole sparando all’impazzata e l’automutilazione maschile è piuttosto rara. Così non è un caso che molti studenti coinvolti nelle sparatorie abbiano scelto di farsi giustizia da soli dopo essere stati rifiutati da una ragazza: la loro mascolinità era stata messa in dubbio ed i ragazzi erano a rischio di essere accusati di inadeguatezza sessuale o di omosessualità latente.