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mercoledì 25 gennaio 2012

La pedagogia nera del nuovo ordine mondiale





In futuro il fatto che i leader non siano mai sottoposti a qualche verifica che ne accerti le qualità umane e morali sembrerà altrettanto grottesco di quanto oggi ci apparirebbe mettere un portatore di difterite a dirigere il reparto lattanti di un ospedale.
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, p. 82

Il più perfetto ed adeguato sviluppo di ogni individuo non coincide necessariamente con la più completa ed intensa coltivazione della sua personalità, ma piuttosto l’adattamento nella misura più profonda possibile alla sua umile funzione nella grande macchina sociale. Dobbiamo abbandonare l’arrogante preconcetto che siamo unità indipendenti, per piegare le nostre menti orgogliose, assorte nella loro auto-coltivazione, alla sottomissione ad un fine più elevato, il Bene Comune.
Sidney Webb, “Fabian essays”, 1889.

Tu non sarai mai più capace di sentimenti umani…di sentire amore, amicizia, gioia di vivere, di ridere, di sentire curiosità, di onestà. Sarai vuoto. Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi.
“1984”

Le buone istituzioni sono quelle che sanno denaturare l’uomo…e trasferire l’io in un’unità comune, col risultato che ogni individuo non si sente più uno, ma parte dell’unità e non senta più nulla se non all’interno dell’insieme…Lo si incatena, lo si spinge, lo si trattiene, avendo come unico vincolo la necessità, senza che egli mugugni: lo si rende duttile e docile con la semplice forza delle cose, senza che alcun vizio abbia l’occasione di germinare in lui; giacché le passioni non si animano se non hanno alcun effetto.
J.J. Rousseau, “Emilio o dell'educazione”

Nella repubblica i cittadini sono frenati dai costumi, dai principi, dalla virtù: ma come frenare dei domestici, dei mercenari se non con la costrizione e la soggezione? Tutta l’arte del padrone consiste nel dissimulare questa costrizione dietro il velo del piacere o dell’interesse, in modo che essi pensino di volere ciò che in effetti li si obbliga a fare.
J.J. Rousseau, “Giulia o la nuova Eloisa”

La maggior parte della gente vive alla giornata e se fa dei progetti questi sono solo anticipazioni di un corso di eventi naturali (matrimonio, figli, pensione). La maggior parte delle persone non vuole pianificare niente. Vuole che ci sia qualcuno che lo faccia al posto loro, assumendosene le responsabilità. L’unica loro pretesa è di avere a disposizione ciò che serve a vivere bene, i beni primari e una modica quantità di superfluo decorativo.
B.F. Skinner, “Walden II”

Se il dispotismo venisse a stabilirsi nei paesi democratici di oggi, sarebbe piú esteso, meno violento e degraderebbe gli uomini senza torturarli. La violenza avverrà, ma solo in periodi di crisi, che saranno rari e passeggeri. Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lí, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è più la patria. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. E’ assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.
Alexis de Toqueville, “Democrazia in America”, 1840

L’organizzazione attuale è così estesamente casuale, priva di finalità, incoerente, frustrante…mentre invece una società eugenetica sarebbe pianificata e permetterebbe all’uomo di elevarsi spontaneamente sopra il proprio fosco passato per lanciarsi in uno sviluppo armonioso in una società perfetta.
F.C.S. Schiller (1864-1937)

Nell’anno della sua morte, lo zoologo francese Isidore Geoffroy Saint-Hilaire (1805-1861) pubblicò un saggio sull’addomesticazione degli animali e distinse tre possibili stati in cui gli animali possono essere ridotti dall’uomo, per subordinarlo ai suoi desideri: ingabbiati, addomesticati e domestici. I primi, se liberati, tornerebbero in libertà senza essere segnati dall’esperienza. I secondi sono stati domati e non devono essere tenuti prigionieri. La loro idea della vita ideale è stata radicalmente trasformata e stanno bene dove sono. Gli animali domestici sono una specie che ormai riproduce ad ogni generazione la condizione di addomesticamento. Non è più una condizione di subordinazione interiorizzata a livello individuale, ma collettivo. Non hanno più una volontà indipendente da quella dei loro padroni. Sono convinto che, da sempre, il progetto di una società senza conflitti e tensioni, perfettamente armoniosa e stabile, sia inscindibile dal cinismo e dalla megalonia dei domatori ed allevatori di esseri umani:
caratterizzati da una mentalità e personalità che amplificano e potenziano i nostri vizi congeniti:
che li spinge in un’unica, possibile direzione, volenti o nolenti:

Ogni progetto totalitario è partito dalla premessa che la zootecnia sia una prassi idonea alla gestione del “bestiame umano”.
Non ne abbiamo ancora avuto abbastanza? Essere umani, da un punto di vista evolutivo e culturale, significa mantenere mille opzioni aperte, significa che non esiste alcuna condizione naturale e soddisfacente per noi: l’unica condizione naturale è il cambiamento. Ogni società che brama la stabilità e fissità deve esigere la trasformazione dell’umano ed è per ciò stesso totalitaria – considererà l’esistenza di certe categorie di persone come un ostacolo alla felicità collettiva – e va combattuta. Una società viva è sottoposta ad un’incessante metamorfosi, come la vita appunto, e non può essere spogliata dell’imprevedibilità, creatività, emotività umana:
Viviamo su questo pianeta ma per qualche ragione ci sentiamo fuori posto. Ma va bene così, perché è ciò che ci ha preservato dall’estinzione, a differenza del 99% della vita sulla terra.

I Mondi Ideali, i Nuovi Ordini Mondiali, sono sempre ostili alle persone reali, perché si prefiggono degli obiettivi irrealistici, rispetto ai quali gli esseri umani non potranno mai essere all’altezza. Detestano gli esseri umani del presente ed idealizzano quelli del futuro, commisurati alle attese dell’élite.
La loro diffidenza nei confronti dell’uomo è alla base del dirigismo esasperato, della più pedante pedagogia, della proliferazione legislativa e giuridica. Queste utopie sono inflessibilmente stataliste, la legge regola ogni dettaglio della vita. L’ostacolo è l’uomo, l’ambito incontrollabile del privato. La fiducia nelle istituzioni non cancella la svalutazione dell’uomo:
Nell’utopia si coltiva la facoltà di fermarsi di colpo, come per istinto, sulla soglia di un pensiero pericoloso – la potremmo chiamare “stupidità protettiva”. Il pensiero viene colonizzato, paralizzato, tramite la confusione tra finzione e realtà. Nella prefazione ad una riedizione di “Il Mondo Nuovo” Aldous Huxley osservava giustamente che una dittatura del futuro non sarebbe stata violenta perché avrebbe avuto a disposizione tutto ciò che occorre per controllare le menti della gente: “Non ci sono motivi per pensare che uno Stato totalitario nuovo debba per forza assomigliare ai vecchi. Governi di oligarchie e squadre con la camicia nera, deportazioni di massa e imprigionamenti sommari non sono solo inumani, sono anche inefficienti. […]. Uno Stato totalitario realmente efficiente dovrebbe avere un esecutivo di capi politici coadiuvati dal loro esercito di managers che controlla una popolazione di schiavi che non sono tenuti a bada con mezzi coercitivi, perché amano il loro stato di servitù”.

La cancellazione chimica dei ricordi è stata presentata dai mezzi d’informazione come la soluzione ai problemi di chi ha subito violenze ed abusi e non riesce a rimettere in sesto la sua vita. Pochi si sono chiesti cosa succederebbe se un governo impiegasse questa tecnica per eliminare ricordi spiacevoli che possono risvegliare nei cittadini la voglia di ribellarsi al potete costituito, o per neutralizzare la personalità dei dissidenti, o per rimuovere dalla mente di una persona la consapevolezza di essere stato programmato per uccidere gli oppositori di un regime.
Non esiste tuttavia un vero controllo laddove ci sono solo persone disponibili a controllare. Serve anche una maggioranza di cittadini che desidera essere controllata, una fantasia di soggiogamento volontario e spontaneo che comincia con l’infanzia e che mantiene la popolazione in uno stato di infantilismo prolungato, la cosiddetta sindrome di Peter Pan. In questo modo si arriva ad un mondo diviso tra chi monitora e sa, ma rimane anonimo, celato, e chi è monitorato e noto, ridotto allo stato di oggetto, o strumento. La società contemporanea marcia in questa direzione, quella della perdita dell’anonimato, persino a livello psicologico e genetico, della permeabilità della mia identità e della categorizzazione arbitraria dei cittadini in attivisti (pericolosi e colpevoli) e docili (provvisoriamente utili e potenzialmente innocenti).
Per come stanno andando le cose, pare di poter dire che il destino dell’umanità sarà quello di costruire tirannie mascherate da utopie. Utopie fatte di Intelligenza Artificiale, ologrammi interattivi, ibridazione tecnologica dell’umano, un nuovo sistema economico-finanziario che faccia a meno dei contanti, la comunicazione telepatica tramite chip che contemporaneamente monitorano il cervello 24 ore su 24 registrando le sue attività, l’identificazione a radio frequenza utile per il controllo psicotronico, oltre ad indubbie meraviglie come l’energia gratuita, sistemi di trasporto anti-gravitazionali, l’eliminazione di certe terribili patologie, forse persino la telepatia.
Negli Stati Uniti si stanno fabbricando soldati psicopatici:
La miscela che può condurre l’umanità alla rovina è quella di masse remissive ed acquiescenti e però allo stesso tempo pretenziose.
Attenzione alla vanagloria del Grande Inquisitore di Dostoevskij, perché di figure così è pieno il mondo contemporaneo e, davvero, non esiste nessuna autorità più pericolosa e tossica della loro, per i corpi e per le coscienze: “Sì, noi li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro daremo alla loro vita un assetto come di gioco infantile, con canzoni da bambini, cori e danze innocenti. […]. Ed essi non ci terranno nascosto assolutamente nulla di loro stessi. Noi permetteremo loro, o proibiremo, di vivere con le loro mogli e amanti, di avere o non avere figli, sempre regolandoci sul loro grado di docilità, ed essi si sottometteranno a noi lietamente e con gioia. Perfino i più torturanti segreti della loro coscienza, tutto, tutto porranno in mano nostra, e noi tutto risolveremo, ed essi si affideranno con gioia alla decisione nostra, perché questa li avrà liberati dal grave affanno e dai tremendi tormenti che accompagnano ora la decisione libera e personale. […]. In silenzio essi morranno, in silenzio si estingueranno nel nome Tuo [Gesù il Cristo] e oltre tomba non troveranno che la morte. Ma noi manterremo il segreto, e per la loro stessa felicità li culleremo nell’illusione d’una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, seppure ci fosse qualcosa nel mondo di là, non sarebbe davvero per della gente simile a loro”.
Un’altra eccellente fonte di illuminanti suggestioni è il celebre “Il Mago” di John Fowles. La chiave di lettura è semplice ed eterna: è giusto che una persona sia sottoposta a pressioni, stimoli dolorosi e persino tortura psicologica per farlo maturare? Il romanzo di Fowles, a mio avviso, è un'apologia della manipolazione e della tortura psicologica a fini didattici. Nessun mago “bianco” violerebbe il libero arbitrio di un novizio; nessun governo democratico ed autenticamente illuminato farebbe sue le filosofie pedagogiche nere del Nuovo Ordine Mondiale.
Nel Mondo Nuovo, per quanto è possibile, lasciate che gli esseri umani adatti a quel tipo di organizzazione sociale si riuniscano e vivano come meglio credono, astenendovi dal seguire il loro esempio. A ciascuno il suo.

giovedì 19 gennaio 2012

Paradiso perduto e riconquistato - Gesù faceva promesse da marinaio?




Ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato.
Matteo 10: 22

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.
Matteo 10: 28

I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: "Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?". Gli risposero i Giudei: "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio". Rispose loro Gesù: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?”.
Giovanni 10: 31-34

In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Giovanni 14: 12.

La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Filippesi, 3: 20-21

La rivelazione cristiana fu una dottrina dell’eguaglianza fra gli uomini, Dio è il padre e gli uomini sono fratelli. Questa dottrina colpì alla radice quella terribile tirannia, che soffocava il mondo civilizzato, essa frantumò le catene degli schiavi e distrusse quel grande inganno, che permetteva ad un piccolo gruppo di persone di vivere nel lusso a spese del lavoro della massa e manteneva i cosiddetti operai in una posizione inferiore. Ecco perché il cristianesimo primitivo fu perseguitato ed ecco perché, quando divenne chiaro che non si poteva eliminarlo, le classi privilegiate l’hanno svuotato e corrotto. Esso cessò così di essere vittorioso, non fu più il cristianesimo dei primi secoli, divenne il servitore delle classi privilegiate e si mise clamorosamente dalla loro parte.
Henry George

Cos’è la felicità se non la semplice armonia tra un essere e l’esistenza che conduce?
Camus

Non chiedere una descrizione delle terre verso cui fai rotta. La descrizione non te le descrive e domani arriverai lì e le conoscerai dimorandovi.
Emerson

Oggi più che mai, disse, gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timori: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.
Bruce Chatwin, “Le vie dei Canti”

Il lavoro è atto creativo, espressione di ciò che vi è di creativo nel lavoratore. Ogni lavoro che sia privo di ciò è lavoro monotono e il lavoro monotono è sfruttamento, che produce solo il meccanico, il brutto, l’inutile.
Northrop Frye, “L’ostinata struttura”

Soltanto in un ambiente domestico bene organizzato, protetto dalle calamità e dalle corrosive anticipazioni delle calamità, possono fiorire durevolmente le attività più elevate, sollecitudine per i giovani, affetto per i vecchi, spirito di collaborazione alla base dei gruppi e degli interessi rivali, pensiero duraturo e sistematico diretto a raggiungere la verità, libertà di espressione nelle arti, e libertà creativa nell’ambito disciplinato di leggi umane, nelle arti del vivere: in breve un modo di vita nel quale i bisogni biologici e sociali sono intessuti in un disegno culturale ricco e multicolore.
Lewis Mumford, “La cultura delle città”, 2007, p. 274

Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
K. Marx- F. Engels, Opere scelte, Roma, 1969, pag. 962

Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
Atti degli apostoli 4, 34-35

Preferisco le cicale che stridono alle formiche che accumulano, gli insetti che cantano a quelli che si vantano….la cicala è un angelo mancato, la formica un forzato riuscito. 
Jacques Lacarrière, “Un jardin pour mémoire”, 1999

Dostoevskij descrive un sogno che ha fatto un 3 novembre, all’età di 46 anni (il protagonista è un suo omonimo), dopo aver pensato al suicidio ed essersi rifiutato di aiutare una bambina in difficoltà che si era rivolta a lui per chiedere soccorso: perché un aspirante suicida dovrebbe preoccuparsi dei problemi altrui? Il sogno è una rivelazione che gli giunge per “premiare” il suo amaro pentimento per la sua indifferenza, che lo ha distolto dal proposito di porre fine alla sua esistenza. Nel sogno commette il suicidio ed un entità misteriosa dall’aspetto umano, senza essere umano, lo conduce via, lontano dalla Terra – “Noi volavamo nello spazio ormai lontani dalla terra” –, passando nei paraggi di una stella che lui crede erroneamente sia Sirio, essendo invece il Sole, un altro Sole, identico all’originale. Il suo Virgilio gli dice: “Vedrai tutto”. Poi lo deposita su un pianeta identico alla Terra: “Sono dunque possibili simili ripetizioni nell'universo, è tale, dunque, la legge naturale?... E se quella laggiù è la terra, possibile che essa sia uguale alla nostra terra... esattamente uguale, disgraziata, povera, ma cara ed eternamente amata, generatrice di un altrettanto tormentoso amore verso di sé, anche nei suoi figli più ingrati, come la nostra?”. In effetti il pianeta sembra proprio essere la Terra: “Esso si ingrandiva sempre più davanti ai miei occhi e distinguevo già l'oceano e i contorni dell'Europa”. È una Terra edenica: “Mi trovavo, credo, su una di quelle isole che formano l'arcipelago greco, o in qualche luogo sulle rive del continente limitrofo a questo arcipelago. Oh, tutto era esattamente come da noi, ma sembrava che ogni cosa ovunque brillasse di una luce festosa e di una grande, santa e finalmente raggiunta solennità”. 
Una Terra di un’epoca precedente alla Caduta di Adamo ed Eva: “E, finalmente, scorsi e riconobbi gli abitanti di quella terra felice. Furono loro ad avvicinarsi a me circondandomi e baciandomi…Non avevo mai visto sulla nostra terra una simile bellezza in un essere umano. Forse soltanto nei nostri bambini nei primissimi anni della loro infanzia si può trovare un lontano e pallido riflesso di quella bellezza. Gli occhi di quegli esseri felici brillavano di una vivida luce. I loro volti risplendevano di intelligenza e di una sorta di consapevolezza compiuta e serena, ma erano volti allegri; nelle parole e nelle voci di quelle persone echeggiava una gioia fanciullesca. Oh, compresi immediatamente tutto, tutto, fin dal primo sguardo! Quella era una terra non lordata dal peccato, su di essa vivevano persone che non avevano peccato, e vivevano in un paradiso simile a quello nel quale avevano vissuto, secondo le tradizioni di tutta l'umanità, anche i nostri progenitori che caddero nel peccato, con la sola differenza che tutta la terra qui era un unico e identico paradiso”.
Là gli esseri umani vivono in armonia con ciò che li circonda, comunicano con gli animali, le piante, le stelle, in una società anarchica e priva dei classici vizi umani (invidia, malizia, gelosia, possessività, aggressività, violenza, tracotanza, prevaricazione, vanità, egocentrismo, superbia) e dove i figli non appartengono a nessuno, ma vengono allevati dall’intera comunità, per permettere loro di esperire ed apprezzare la diversità. Questi abitanti edenici non osservano alcun culto, ma credono nella vita eterna e sono costantemente consci della Creazione. “Ben presto compresi che il loro sapere veniva integrato e alimentato da ben altre intuizioni delle nostre sulla terra e che le loro aspirazioni erano completamente diverse. Essi non desideravano nulla ed erano tranquilli, essi non anelavano alla conoscenza della vita come ad essa aneliamo noi, perché la loro vita era piena. Ma il loro sapere era più profondo e più alto della nostra scienza; poiché la nostra scienza cerca di spiegare che cos'è la vita, si sforza essa stessa di comprenderla per insegnare agli altri a vivere; loro invece sapevano come dovevano vivere anche senza la scienza, e questo lo compresi, ma non riuscii a comprendere le loro conoscenze”.
Per loro la morte non è altro che una transizione verso uno stato di maggiore consapevolezza dell’Essere (e non-Essere): “I loro vecchi morivano placidamente, come se si addormentassero, circondati dalle persone che si accomiatavano da loro, benedicendoli, sorridendo loro, e, a loro volta, accompagnati dai loro radiosi sorrisi. In tali occasioni non vidi mestizia o lacrime, ma regnava soltanto un amore che pareva accrescersi fino all'estasi, ma un'estasi quieta appagata, contemplativa. Si sarebbe potuto pensare che essi continuassero ad essere ancora in contatto con i loro morti, anche dopo la loro morte, e che la comunione terrena tra loro non venisse interrotta dalla morte…Non avevano templi, ma vivevano in una sorta di connaturata, viva e incessante comunione con la Totalità dell'universo; essi non avevano una fede, ma in compenso avevano la ferma consapevolezza che quando la loro felicità terrena fosse giunta a compimento raggiungendo i limiti della natura terrena, sarebbe sopravvenuto per loro, sia che fossero vivi o che fossero morti, un allargamento ancora maggiore del loro contatto con la Totalità dell'universo”.
Il sogno è talmente lucido che Fedor comincia a dubitare che si tratti di una dimensione onirica: è stato forse trasportato in un mondo realmente esistente?
“Sapete, vi racconterò un segreto: tutto ciò, forse, non è stato affatto un sogno! Poiché qui è accaduto qualcosa di un genere tale, qualcosa di così terribilmente vero, che sarebbe stato impossibile sognarselo. Ammettiamo pure che il mio sogno l'abbia generato il mio cuore, ma forse che il mio cuore da solo sarebbe stato in grado di generare quella terribile verità che poi mi è accaduta? Come avrei potuto inventarmela da solo, oppure sognarla col mio cuore? Possibile che il mio meschino cuore e il mio capriccioso e insignificante intelletto abbiano potuto elevarsi fino a una tale rivelazione della verità?”
Purtroppo la sua mera presenza corrompe la società ideale nella quale è stato catapultato: “Il fatto è che io... li corruppi tutti! Sì, sì, finì che li corruppi tutti! Come ciò sia potuto accadere, non lo so, ma lo ricordo chiaramente”.
La comunità decade, degenera, finisce per diventare un duplicato dell’umanità che Fedor si era lasciato alle spalle. Divisioni, contrapposizioni, ripicche, rappresaglie, torture, isolamento, individualismo, egoismo, avidità, venerazione del supplizio e della sofferenza: “Ognuno divenne talmente geloso della propria personalità che si sforzava con tutte le proprie forze soltanto di umiliare e sminuire quella altrui riponendo in ciò tutta la propria vita. Apparve la schiavitù, apparve persino la schiavitù volontaria: i deboli si assoggettarono ai più forti al solo scopo che quelli li aiutassero ad opprimere coloro che erano ancor più deboli di loro. Apparvero i giusti che andavano da quegli uomini con le lacrime agli occhi e parlavano loro della loro superbia, della misura e dell'armonia smarrite e della perdita della vergogna. Essi venivano derisi o lapidati. Sulle soglie dei templi fu versato sangue santo”.
Sprofondati nella più miserevole confusione di lingue, idee e sentimenti, la nuova umanità si affida alla scienza ed al diritto per dirimire la questione di cosa sia vero e falso, giusto e sbagliato, buono e cattivo e per riguadagnarsi la felicità perduta: “Essi si ricordavano a malapena di ciò che avevano perduto e non volevano neppure credere che un tempo erano stati innocenti e felici. Essi ridevano perfino della possibilità di questa loro precedente felicità e la definivano un sogno. Essi non erano neppure in grado di figurarsela in forme e immagini, ma, cosa strana emeravigliosa, pur avendo perduto ogni fede nella loro passata felicità e pur definendola una favola, essi desiderarono a tal punto di essere di nuovo, un'altra volta, innocenti e felici che caddero in ginocchio come bambini davanti al desiderio del proprio cuore, lo deificarono, costruirono templi e cominciarono a innalzare preghiere alla loro stessa idea, al loro stesso «desiderio», perfettamente convinti nello stesso tempo della sua irrealizzabilità e impossibilità, ma adorandolo in lacrime e inchinandosi davanti a esso”.
Fedor, mortificato dagli effetti del contagio da lui provocato, propone loro di crocifiggerlo, nella speranza che tutto torni come prima. Ma i nuovi umani caduti nel peccato ormai dubitano di tutto e di tutti, incluso lui, inclusi i suoi consigli. A quel punto Fedor si risveglia e capisce che non tutto è perduto: “Se infatti una buona volta hai scoperto la verità e l'hai vista, allora sai che quella è la verità e che un'altra non ce n'è, né vi può essere, sia che dormiate oppure viviate…Io ho visto la verità e ho visto e so che gli uomini possono essere belli e felici senza perdere la capacità di vivere sulla terra. Io non voglio e non posso credere che il male sia la condizione normale degli uomini… Ma come edificare il paradiso, io non lo so, perché non sono capace di esprimerlo a parole… La cosa principale è: ama gli altri come te stesso, ecco la cosa principale, ed è tutto, non occorre proprio niente altro: immediatamente si troverebbe come mettere tutto a posto. Eppure questa è soltanto una vecchia verità che è stata ripetuta e letta un miliardo di volte, ma che non ha attecchito! «La coscienza della vita è superiore alla vita, la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità»: ecco ciò contro cui bisogna battersi! E mi batterò. Se soltanto tutti lo vorranno tutto andrà a posto in un momento. Quella bambina poi l'ho rintracciata... E mi metterò in cammino, mi metterò incammino!”

Apocalisse: istruzioni per l'uso

lunedì 5 dicembre 2011

L'Anticristo e il Teatro delle Marionette



Emilio deve credere di essere sempre lui il padrone ma in realtà il padrone dovete essere voi. Non vi è sottomissione più completa di quella che conserva l’apparenza della libertà; così la volontà stessa risulta imprigionata…Indubbiamente egli non deve fare se non ciò che vuole, ma non deve volere se non ciò che voi volete che faccia; non deve fare un passo che voi non abbiate previsto; non deve aprir bocca senza che voi sappiate cosa dirà.
Jean-Jacques Rousseau, "Emilio o dell'educazione" (titolo originale Émile ou de l'éducation - trattato pedagogico del 1762.

Ma il destino ha voluto che il mantello si trasformasse in una gabbia di durissimo acciaio….  da cui lo spirito è fuggito. In ogni caso il capitalismo vittorioso non ha più bisogno di questo sostegno, da quando poggia su una base meccanica… e la ricerca del profitto si è spogliata del suo senso etico-religioso, e oggi tende ad associarsi con passioni puramente agonali, competitive… Nessuno sa ancora chi in futuro abiterà in quella gabbia, e se alla fine di tale sviluppo immane ci saranno profezie nuovissime …o se invece avrà luogo una sorta di pietrificazione meccanizzata, adorna di una specie di importanza spasmodicamente autoattribuitesi. Poiché, invero, per gli "ultimi uomini" dello svolgimento di questa civiltà potrebbero diventare vere le parole: "Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore; delle nullità che si immaginano di essere ascesi a un grado di umanità mai prima raggiunto"
Max Weber, “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo”, pp. 239-241

[La marionetta] è un puro involucro, il suo movimento è soltanto quello che la mano del burattinaio gli trasmette attraverso i fili. La sua espressione è tipizzata, fissata per sempre […] ha un solo sentimento sul volto, ma elevato alla massima intensità.
Giorgio Concato, “L’angelo e la marionetta”, pp. 121-122

La matrice è un sistema, Neo, e quel sistema è nostro nemico. Quando sei al suo interno, cosa vedi? Le menti di quelle persone che stiamo cercando di salvare. Ma finché non ci riusciremo, quelle persone sono parte del sistema e questo le rende nostri nemici. Devi capire che la maggior parte di quelle persone non è pronta per essere scollegata. E molti sono così disperatamente dipendenti dal sistema che combatteranno per difenderlo.
Matrix


La marionetta è l’emblema della spossessamento, perché priva di ogni volontà ed emotività autonome.
Poiché la sola finalità concepibile ed effettiva della tecnica nel nostro mondo è la crescita di potenza, allora è facile immaginare che il paradigma tecnologico dominante, dopo aver soggiogato il pianeta, asservirà anche l’umanità. Le ricerche militari e civili sugli effetti dell’elettromagnetismo in relazione alla nostra condotta morale, all’abolizione dei cattivi ricordi e delle emozioni ritenute svantaggiose sono una sufficiente indicazione del fatto che quel che sostengo è tragicamente plausibile:
Jacques Ellul, nel suo “Il Sistema Tecnico” (2009, p. 315) denuncia “l’incredibile ingenuità di questi eminenti scienziati, e dalla loro incapacità di formulare un modello umano desiderabile. Senza vedere l’ombra di una contraddizione, questi scienziati dichiarano simultaneamente, da un lato, che si potranno manovrare a piacimento le emozioni, i desideri, i pensieri umani, giungere scientificamente a decisioni collettive efficaci (prestabilite), sviluppare desideri collettivi, costituire unità omogenee a partire da insieme di individui, impedire all’uomo di allevare i propri figli ed addirittura di averne, e dall’altro lato che si tratta di assicurare il trionfo della libertà e che bisogna evitare la dittatura ad ogni costo”.
Ufficialmente, gli eugenetisti del passato e del presente ci hanno rassicurato sul fatto che il loro intento è quello di “rendere la natura umana più nobile, più armoniosa, più bella” e di “assicurare il trionfo della pace, della libertà, della ragione”:


La manipolazione psicologica della società repressiva del “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley – come nella Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij – consisteva nel produrre nell’uomo un sentimento di felicità e di appagamento fittizio, che lo ammansisse e lo addomesticasse.
Tempo addietro mi è capitato tra le mani “Sul Teatro delle Marionette” (“Über das Marionettentheater”, dicembre 1810), di Heinrich von Kleist, un breve racconto che colpì Hofmannsthal, ispirò Rilke, ossessionò Thomas Mann (cfr. “Mario e il Mago”) ed in cui si difende la tesi che l'umanità sia fondamentalmente sbagliata e che l'unica soluzione sia quella di scegliere tra la subumanità della marionetta e la sovrumanità degli angeli. La misteriosa figura di ballerino iniziato alle tradizioni ermetiche che argomenta questa discutibilissima formulazione del problema e dei rimedi, esorta gli esseri umani a ripetere, letteralmente, la Caduta degradandosi ad un livello ancora inferiore, quello di burattini, appunto. Se non si ha il libero arbitrio, non esisterà più il male. In cambio si otterrà la Grazia, cioè a dire l'estetica armoniosa di un agire non turbato dall'autocoscienza e dalle sue remore, incertezze, scrupoli, resistenze. Questa cosiddetta grazia spetta unicamente ai robotoidi o androidi, insomma. Questo brevissimo racconto di von Kleist è preziosissimo, essendo una sorta di trattatello sulla tirannia finale, senza via di scampo.
Per Kleist il ballerino è un simbolo dell’umanità in generale, mentre la marionetta, essendo in perfetta armonia con se stessa, simboleggia una forma di esistenza più genuina. In Kleist l’esatto opposto della marionetta è Dio, o l’Angelo, uno pseudonimo di Dio, o degli dèi. Allude ad una coincidenza degli opposti di spirito e materia in cui vede l’unità persa dall’uomo e che quest’ultimo può solo disturbare con la sua interferenza. La via giusta è subumana o sovrumana, non è mai quella umana. È l’autocoscienza, l’autoconsapevolezza, la conoscenza di sé che distrugge l’unità dell’Uomo con se stesso, quella che invece è posseduta da marionette, animali e Dio. Il problema è dunque la transizione dall’infanzia alla maturità, che per lui è quello dall’armonia alla complessità.
Il sedicenne aggraziato del racconto di Kleist, una volta accortosi della sua somiglianza con una statua greca nel rimirarsi allo specchio, diventa autoconsapevole e smarrisce gradualmente la sua bellezza ed ingenuità. È un’altra Caduta, un evento disastroso e distruttivo, per il letterato romantico tedesco. Il ballerino racconta di come stesse duellando con un orso e come l’animale riuscisse a parare ogni colpo e non rispondere ad alcuna finta, con grande facilità e naturalezza. Il suo istinto era superiore all’arte schermidora dell’uomo perché l’animale non era auto consapevole.
Ecco il giudizio del già citato Ellul sulla parabola di von Kleist (op. cit. p. 36): “è l’alienazione assoluta che permette di ricevere la grazia – ovvero la coscienza infinita. Essendo questa unicamente attributo di Dio, è necessario che l’uomo sia ridotto allo stato di marionetta (e la società a quello di macchina) per ritrovare l’innocenza primordiale e la grazia….la marionetta raggiunge la grazia in uno stato di assoluta incoscienza (ma per chi lo fa allora?)”
Kleist sovverte la classica associazione di marionetta con la goffaggine, la rigidità e la passività. Prima di lui era impiegata esclusivamente nell’accezione negativa, per indicare degli esseri privi di volontà, una condizione spiacevole ed inauspicabile.
Il ballerino-iniziato intende invece convincere il suo interlocutore (l’autore) del fatto che le marionette possiedono la perfezione di movimenti spontanei ed inconsci, perché hanno un solo centro di gravità e quel centro è controllato dal burattinaio. Tutto il resto segue inevitabilmente e naturalmente, perché è perfettamente coordinato. A suo avviso, simbolicamente, le marionette rappresentano esseri di primeva innocenza, come Adamo ed Eva. Rispondono con grazia e naturalezza alla guida divina perché non hanno il dono dell’introspezione. Sono figure di legno, con arti artificiali, prive di sostanza animata, senza vita, sospese dalla stringhe, governate dalla legge di gravità, immuni alla reazione del pubblico – mentre il ballerino trema per l’ansia da esibizione. Le stringhe sono il perfetto strumento dell’espressione artistica, un medium diretto tra l’artista ed il corpo sul palcoscenico. In contrasto con le imperfezioni della carne, le marionette rimandano al Creatore, rappresentano il paradiso perduto dell’umanità, il perfetto stato di grazia perduto perché ora siamo autocoscienti e liberi, ma sgraziati. Il ballerino deve fingere di essere leggero e leggiadro, poiché non lo è: il suo centro di gravità si sposta di continuo. L’affettazione/simulazione è maggiore quando l’anima (vis motrix) si trova in un punto diverso rispetto al centro di gravità. La danza non può essere perfettamente calibrata. Il ballerino conserva un barlume dell’armonia edenica ed i suoi gesti volontari, mirati a sovrastare le leggi terrene, non gli permettono di raggiungere lo stato di grazia. È una creatura ambivalente, né carne né pesce, sospesa fra due mondi e non è possibile ristabilire l’unità ed integralità dell’anima. L’esempio è appunto quello del giovane uomo che perde tutto il suo fascino innocente quando si avvede della sua immagine riflessa in uno specchio: cerca di riprodurre la postura ma non vi riesce; una volta diventato conscio della sua grazia, la perde. Da quel momento diventa confuso (verwirrt) e debilitato (außerstand). Si sentiva meglio prima, quando non rifletteva: ora è dominato da forze impenetrabili.
Il ballerino di Kleist spiega che l’armonia è raggiungibile solo per quella coscienza umana che “attraversa l’infinito” e torna ad unirsi al divino. Chiaramente non è un compito facile, perciò l’unica scelta è tra essere marionetta o essere dio/Dio: la grazia dimora solo in chi ha conoscenza infinita o nessuna conoscenza (e assenza di coscienza). La facoltà di auto-determinazione, l’emancipazione dalla tutela divina ha generato disarmonia nell’anima e discordia con il Creatore e l’universo. È il Peccato Originale. Ma nelle ultime fasi dell’evoluzione storica, continua il ballerino occultista, gli uomini capiranno finalmente le leggi che governano il processo storico e si sottometteranno “liberamente” alle loro necessità, realizzando un’armonia collettiva sulla terra in uno stato razionale ideale. Sarà l’avvento di un Paradiso secolare come surrogato della condizione unitiva ed armoniosa dell’individuo con una coscienza infinita. Questo sarà l’ultimo capitolo della storia del mondo. E, aggiungerei, il trionfo dell’Anticristo.




Come nella trilogia di Philip Pullman – “Queste oscure materie” –, moralmente molto, ma molto discutibile (pensiamo solo all’infanticidio rituale inserito in un racconto per adolescenti e descritto come un passo necessario e positivo!!), la seconda caduta rimedierà alla prima. Serve un’altra tentazione, secondo una logica totalmente bizzarra: lo spirito umano non può sbagliare quando è stato annientato. Ecco le parole del ballerino esoterista di Kleist: "Noi vediamo che nella misura in cui nel mondo organico la riflessione si fa più debole e oscura, la grazia vi compare sempre più raggiante e imperiosa. Ma così, come l'intersezione di due linee, vista da un punto dato, dopo aver attraversato l'infinito, d'improvviso si ritrova dall'altra parte di quel punto, o l'immagine dello specchio concavo, dopo essersi allontanata all'infinito, d'improvviso ci ricompare vicinissima davanti; così si ritrova anche la grazia, dopo che la conoscenza per così dire, ha traversato l'infinito; così che, nello stesso tempo, appare purissima in quella struttura umana che ha o nessuna o un'infinita coscienza, cioè nella marionetta, o in Dio. - Dunque - dissi io un po' distratto - dovremmo gustare di nuovo dell'albero della conoscenza, per ricadere nello stato d'innocenza? - Certo - rispose - questo è l'ultimo capitolo della storia del mondo."
Marionetta o dio, ma non uomo, o comunque certamente non l’uomo auspicato da Gesù il Cristo, che poteva essere migliore senza abiurare se stesso, la sua individualità, la sua anima. In questo racconto ermetico l'uomo cosciente e libero è privo di grazia, è contro-natura. Von Kleist si suicidò pochi mesi dopo aver pubblicato l’opera che ha ispirato, appunto, l’oscura trilogia di Pullman.
I movimenti degli animali sono sempre sicuri ed adeguati, quelli umani sono turbati dalla coscienza. Ma la mancanza di autocoscienza comporta anche la soppressione della compassione, della pietà. Chi è privo di identità è anche privo di inibizioni e dev’essere perennemente tenuto in uno stato di semi-sedazione, in modo da poter svolgere i suoi compiti senza creare problemi. Da umani ci si degrada in omuncoli, uomini artificiali, governati da riflessi condizionati, in una civiltà all’insegna della crescita dell’artificiale, dell’automatico, a detrimento del naturale, del reale, dell’autentico.

mercoledì 16 novembre 2011

Separatismo sudtirolese, separatismo catalano - un confronto preliminare






Non lasciatevi ingannare, già una volta il fascismo e il nazismo hanno portato il nostro popolo alla rovina, state alla larga da quelli lì, un tirolese sincero non ha niente in comune con loro...
Alexander Langer

Tutti i nazionalismi hanno il potere di non vedere alcuna rassomiglianza fra due serie simili di fatti. […] Il nazionalista non solo non disapprova le atrocità commesse dalla sua fazione, ma ha la notevole capacità di non sentirne nemmeno parlare. […]. Nel pensiero nazionalista esistono fatti che sono contemporaneamente veri e non veri, conosciuti e non conosciuti. Un fatto conosciuto può essere così insopportabile da essere abitualmente accantonato e non ammesso ad entrare nei processi logici o, altrimenti, può entrare in ogni valutazione senza esser accettato come fatto, perfino nella proprio mente. […]. Ogni nazionalista è perseguitato dalla convinzione che il passato può essere alterato […]. I fatti materiali sono soppressi, le date alterate, le citazioni estrapolate dal loro contesto e alterate in modo da cambiarne il significato. Eventi che si sente non avrebbero mai dovuto accadere non sono menzionati e sono infine negati […]. L’indifferenza alla verità obiettività è incoraggiata isolando una parte del mondo dall’altra, cosa che rende sempre più difficile scoprire cosa stia effettivamente accadendo […]. Per qualcuno che in un qualunque angolo della mente nutra lealtà nazionalistiche od odio, alcuni fatti – sebbene in un certo senso si sappia siano veri – sono inammissibili
George Orwell

Ma come ci sono dei nevrotici che non riescono a superare, a un certo punto, un blocco, riandando al loro passato emotivo, così ci sono dei gruppi sociali nevrotici che ritornano coattivamente ad un certo punto della storia passata, come il Mississippi, per esempio, che torna periodicamente a combattere la Guerra Civile o come certi separatisti del Québec, che si battono ancora contro la conquista britannica. C’è da chiedersi, tuttavia, se in certe circostanze d’emergenza questa coazione a tornare allo stesso punto, la coazione di don Chisciotte a combattere di nuovo le battaglie di cui ha letto nei libri, non sia di tutti, nel nostro mondo.
Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo”

L’autodeterminazione, come principio morale, si fonda sulla premessa che un popolo libero abbia il diritto di scegliere da sé il proprio stile di vita e la propria forma di governo.
Un sondaggio condotto in Alto Adige nella primavera del 2011, in occasione del 50º anniversario della “Notte dei fuochi”, l’ondata di attentati separatisti avvenuti nella notte tra il 11 e 12 giugno 1961, dall’istituto di ricerche sociali di Bolzano Apollis indica che il 56% dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina vorrebbe l’indipendenza dell’Alto Adige, mentre un 44% è contento di come stanno le cose. Ciò significa che un referendum sull’autodeterminazione si risolverebbe in un fallimento per gli indipendentisti. Tenuto però conto della forte crescita degli iscritti a Süd-Tiroler Freiheit, che hanno sfiorato quota 3mila, conferma anche che uno dei principali effetti della crisi globale, o per meglio dire il caos nel quale sta precipitando il modello socio-economico dominante, è il ripiegamento localista – spesso condito da vittimismo, emotivismo, narcisismo, falsificazione della storia e della realtà, populismo e dogmatismo – e questo non è un buon segno per una società di separati in casa.
Così, mentre si afferma che il nazionalismo sia in declino, ciascuno si vuole fare la propria nazione e, secondo i più recenti sondaggi elettorali (“Provinciali 2013: tiene la Svp, crollo Pdl”, Alto Adige, 2 settembre 2011), alle Provinciali del 2013 un quarto degli elettori voterebbe per l’estrema destra sudtirolese, in linea con una tendenza alla robusta e stabile crescita (quasi un +5% per i Freiheitlichen).

Gabriele di Luca, in un’analisi apparsa sul Corriere dell’Alto Adige il 24 giugno 2011 (“Un’identità geo-politica rischiosa”), commenta: “I Freiheitlichen ignorano in realtà il nodo più tenace che impedirebbe la realizzazione di un simile progetto: la rinuncia, da parte dei singoli gruppi, a sciogliere le proprie specificità in un contesto che – se non accuratamente regolato – esporrebbe nuovamente i soggetti minoritari alla tendenza assimilatrice o prevaricatrice esercitata da quelli maggioritari. L’autonomia è riuscita a raffreddare il conflitto etnico. Il “Libero Stato” potrebbe di nuovo scaldarlo”.
Io prediligo una diversa metafora: ritengo che negli ultimi anni l’autonomia etnocentrata sia più che altro servita a mantenere le braci calde a vantaggio di certi interessi politici ed economici e che il separatismo abbia come principale obiettivo proprio quello di rinfocolarle, al grido di "io sono solo perché noi siamo" (ubuntu), senza il fondamentale contrappeso del "noi siamo solo perché tu sei". Molti sionisti, come Martin Buber credevano in un Israele apprezzabilmente simile a quello che hanno in mente i più lucidi ed altruistici tra i separatisti, ma quale progetto ha finito per prevalere? Questo perché, nel separatismo nobile e non egoista e meschino, prevale l’angelismo sul realismo. Per angelismo intendo la propensione a sovrastimare le virtù umane e sottostimarne i vizi, come ad esempio l’ambizione, l’egocentrismo, l’avidità, la tracotanza, la compulsione a prostrarsi di fronte agli idoli etnici e di altro genere, o a nobilitare il proprio egoismo/narcisismo convincendosi di essere al servizio di una nobile causa collettiva, ecc. I separatisti, come i pacifisti senza se e senza ma, presumono che tutti in fondo vogliano la pace e che la ragionevolezza sia destinata a prevalere, ignorando completamente la fondamentale dimensione del potere (estintasi assieme all'analisi marxista), dei vizi umani (estintasi assieme al dogma del peccato originale) e dell'eterogenesi dei fini (trascurata in nome del mito del progresso: "le magnifiche sorti e progressive"); oltre alle ripercussioni di una crisi globale che può solo amplificare l’aggressività ed il risentimento tra la gente comune.
Questo è un atteggiamento sorprendentemente irresponsabile ed autodistruttivo, presumibilmente frutto del potere che ha l'immaginazione di plasmare la realtà in modo che, ai nostri occhi, si conformi alle nostre aspettative e desideri. Purtroppo, come dice il proverbio, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, di autoinganni e di utopie capaci di soddisfare i bisogni psicologici e spirituali dei militanti. In particolare, l’utopia di un Sudtirolo esempio per il mondo, come se la popolazione locale avesse ormai raggiunto un livello sufficiente di maturità civile e morale e fosse pronta a collaborare attivamente emarginando gli estremisti e liberandosi di colpo di quelle ruggini, malizie, egoismi personali e collettivi, meschinerie, preconcetti, pregiudizi ed aggressività che hanno invece viziato ogni altra intrapresa umana in fasi storiche molto meno complicate di questa.
La presunta nobiltà dell'ideale non comporta l’assenza di egoismi e piccinerie; l'impostazione nonviolenta della lotta non implica l'assenza di violenza; la presunta giustezza della causa non rende automaticamente giusti; il presunto altruismo dello spendersi per una comunità può anche significare che si legittima l'amore narcisistico di sé (aspetto comune a tutti gli esseri umani), trasferendolo su una collettività, persuadendo se stessi che ciò possa renderlo moralmente meno discutibile. Purtroppo, così facendo, agli occhi dei militanti, la comunità diventa la loro immagine riflessa. I sudtirolesi/altoatesini in carne ed ossa ("come sono adesso") svaniscono, lasciando il posto a cittadini immaginari ("come dovrebbero essere"), l'amore per il futuro spinge a disprezzare il presente, l'amore per i sudtirolesi "liberi" del futuro rende ancora più insopportabile l'inadeguatezza dei sudtirolesi "servi" del presente. Questo meccanismo prepara la strada alla "violenza rivoluzionaria", al terrorismo, o anche solo alla "semplice" intolleranza verso chi non la pensa come noi e quindi è di ostacolo ai nostri "virtuosi" progetti. 
I conflitti sorti intorno alle questioni della toponomastica, dei monumenti fascisti, dell'euregio, dell'istruzione, della storiografia locale, dell'integrazione degli extracomunitari e chi più ne ha più ne metta, dimostrano che piuttosto che garantire pace, giustizia, uguaglianza, prosperità e felicità, la realizzazione di questo progetto incrementerebbe dissapori e occasioni di scontro; questo perché si troverebbe ad esercitare la propria autorità in un'area in cui manca un obiettivo comune ed un’identità condivisa. Di conseguenza, un governo sudtirolese si dimostrerebbe o totalmente inefficiente e perciò irrilevante, oppure dispotico, e questo in misura crescente. Senza una comunità organica non si formano istituzioni durevoli, ma l’assetto etnicista ha impedito la nascita di una comunità eterogenea e pur tuttavia organica. Non basta uno splendido statuto/costituzione per fare una nazione, serve un processo storico e di maturazione, che in Alto Adige non è mai iniziato.
Quanto alle ragioni strettamente pratiche per cui una tale iniziativa si risolverebbe in un disastro, tacendo del rischio, tutt’altro che remoto, di una guerra civile, esse sono numerose. L’ipotetico Freistaat Südtirol dovrebbe per prima cosa uscire dall’Unione Europea (ipotizzandone la sopravvivenza, che non darei per certa) per poi chiedere l’adesione ufficiale, con conseguenze finanziarie e commerciali drammatiche che si protrarrebbero per diversi anni. 
Queste, a loro volta, renderebbero improbabile la sua ammissione, senza un preliminare e detestabile programma draconiano di austerità.
Contemporaneamente, si registrerebbe un vistoso collasso demografico, visto che migliaia di italiani ed immigrati si trasferirebbero in Italia, spinti da paure/disagi/timori/malesseri più o meno giustificati. 
La totalità delle competenze comporterebbe costi impressionanti ed insostenibili – sicurezza, poste, giustizia, sistema carcerario, stato sociale, sanità, infrastrutture, ecc. 
Si verificherebbe certamente un boicottaggio di massa da parte di consumatori e turisti italiani, ossia la maggior fonte di introiti dell’Alto Adige (es. 40% del turismo invernale). 
Ci sarebbe poi la fondata possibilità di una fuga verso Italia (Trentino), Austria e Germania di personale qualificato, generalmente sfavorevole alle svolte localiste. Il tutto senza avere l’opportunità, fortunatamente, di convertirsi in un paradiso fiscale o in un narcofeudo, ossia in una centrale del malaffare e della corruzione morale.
Poiché queste sono cose risapute, l’unica conclusione alla quale possiamo giungere è che i separatisti/nazionalisti/etnopopulisti sono cani che abbaiano senza poter mordere e non hanno a cuore il miglior interesse della popolazione locale, ma solo il loro. Sono unicamente interessati al potere, alla visibilità ed al melodramma di una vita spesa eroicamente per una nobile causa, costi quel che costi. Scherzano col fuoco e si bruceranno le mani. Il problema è come evitare che, assieme a loro, ci bruciamo le mani tutti quanti.
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Poiché la Catalogna rappresenta un modello per il separatismo sudtirolese, il nostro compito è quello di capire meglio se questo separatismo sia veramente così progressista come si è soliti credere.
Francisco Caja, storico e filosofo della cultura all’Università di Barcellona, ha da poco pubblicato una monografia dedicato al nazionalismo catalano che smonta completamente il suo preteso carattere progressista, rivelando le credenze razziste dei suoi fondatori, un tempo di stampo biologi sta, ora culturalista (la cultura come destino di ciascun individuo, matrice che predetermina l’essenza di una persona). Caja spiega che la lingua per i nazionalisti catalani è come la voce del sangue e marca un’irriducibile differenza spirituale. La lingua coincide con l’etnia e l’etnia con un impalpabile Volksgeist. Perciò la lingua non è più un diritto ma un dovere, è un organismo vivo che ha delle pretese, che esprime delle rivendicazioni, che impone la sua volontà, usando i rappresentanti etnici come suoi portavoce, piegando l’ecumenismo cattolico alle esigenze particolaristiche del nazionalismo e diffondendo l’idea che ci può essere un nazionalismo progressista, in quanto incarnazione della volontà generale del popolo (Caja, 2009). Vedo numerose corrispondenze con la summenzionata dimensione della realtà altoatesina, e non c’è di che stupirsene.
Le correlazioni s’infittiscono leggendo l’illuminante analisi comparativa della didattica nazionalista nei Paesi Baschi e in Catalogna compiuta da Pedro Antonio Heras Caballero (Heras, 2009), docente di storia contemporanea all’Università di Tarragona, in Catalogna. Heras constata che, sovente, la sensazione che si ricava dalla lettura dei testi scolastici delle due regioni autonome è quella del disprezzo nei confronti della Spagna, che non merita neppure di essere definita tale, ma solo “Stato spagnolo”, come nella narrazione separatista sudtirolese, che predilige l’espressione “italienischer Staat”, una sorta di Moloch che richiede un costante tributo di vittime sacrificali. Per la precisione, non è solo disprezzo per lo Stato ma – e ciò è molto più grave e rivelatore della psiche di chi si allinea a questo genere di posizione ideologica – assoluta sfiducia nei confronti della possibilità di poter far convivere delle comunità all’interno di uno stesso Stato. “Se ci date il nostro Stato, tutto si risolverà, come per magia”.
Una piattaforma politica molto debole per i due separatismi, che sono anche accomunati dall’identificazione di lingua e anima di popolo (L'ànima de Catalunya) e dalla difficoltà con la quale si condanna il terrorismo (nei Paesi Baschi). Non si capisce come, date queste premesse ed appurata l’esistenza di: (a) un imprigionamento in schematiche rigidità del pensiero giudicate insindacabili e non ulteriormente indagabili di questi interlocutori politici; (b) l’indisponibilità a considerare gli incapsulamenti etnici (ethnische Schubladen) come un qualcosa di diverso da un diritto inalienabile. Non si capisce, dicevo, come tutti i problemi della convivenza dovrebbero magicamente risolversi con l’autodeterminazione. Sembra invece molto più probabile il contrario.
L’integralismo egoistico della patria e dell’etnia è l’unico vero ostacolo sulla strada dell’autodeterminazione dei singoli cittadini e della provincia di Bolzano. Sono i miti di una parte che hanno contaminato la coscienza di molti, troppi residenti, il mito della lingua come cosmovisione e manifestazione di un’indole di popolo che va salvaguardata ad ogni costo, il mito di una diversità che teoricamente dovrebbe contrastare le pulsioni omologanti esterne, ma serve solo ad imporre l’uniformità all’interno. “L’uomo è vasto, sin troppo vasto, io lo restringerei”, diceva Dimitrij Karamazov. Potrebbe essere il motto ufficiale dell’Alto Adige.
Dio non si schiera con un popolo piuttosto che un altro, le lingue non hanno diritti, solo le persone ne sono investite. Le lingue non impongono obblighi, solo le persone se li assumono nei confronti di altre persone. La decisione di parlare o no una certa lingua spetta al cittadino, dev’essere completamente libera e deve presupporre che la scelta sia reale, ossia che la società fornisca tutti gli strumenti (didattica, bilinguismo diffuso) atti a renderla tale. La politica linguistica non deve dunque danneggiare nessun cittadino e non può essere un pretesto per buttarsi a capofitto in un progetto di costruzione nazionale che avrebbe conseguenze quasi certamente disastrose per la stessa popolazione residente in Alto Adige.
In un’Euregio aperta e plurale queste forze sarebbero più controllabili. L’Euregio non sarebbe così grande da opprimere e non sarebbe così piccola da vivere nel timore degli stati nazione più grandi.

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